(www.chiesa) Chi si oppone alla liberalizzazione del vecchio rito

Chiesa

Messa di san Pio V. I vescovi francesi fanno la voce grossa col papa

Vogliono mantenere il diritto di veto contro l’uso del messale tridentino. Ma Benedetto XVI è orientato a liberalizzarlo. L’intemerata di Arinze contro gli abusi liturgici postconciliari

di Sandro Magister ROMA, 13 novembre – I vescovi di Francia si sono riuniti in assemblea plenaria, la scorsa settimana, scossi dalla notizia che Benedetto XVI sarebbe in procinto di autorizzare con più larghezza la celebrazione della messa detta di san Pio V.

Da questa notizia i vescovi francesi si sentono particolarmente toccati perché è in Francia che il rinnovamento liturgico prima e dopo il Concilio Vaticano II ha avuto uno dei suoi maggiori sviluppi. Perché è in Francia che è nato lo scisma tradizionalista dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, acerrimo difensore del rito detto anche “tridentino” in quanto stabilito nel XVI secolo dal Concilio di Trento. E perché è in Francia che i fedeli di impronta tradizionalista sono più numerosi e reattivi, rispetto all’insieme dei praticanti regolari precipitati abbondantemente sotto il 10 per cento della popolazione.

Per un buon numero di vescovi francesi il via libera al rito tridentino metterebbe in pericolo non solo la riforma liturgica del Vaticano II, ma la stessa unità della Chiesa.

I vescovi di Strasburgo, di Metz e della provincia ecclesiastica di Besançon – tra i più elettrizzati – l’hanno messo nero su bianco in un loro comunicato di protesta del 25 ottobre:

“I vescovi temono che la generalizzazione del messale romano del 1962 relativizzi gli orientamenti del Concilio Vaticano II. Una simile decisione rischierebbe anche di mettere in pericolo l’unità tra i preti, come pure tra i fedeli”.

Due giorni prima, lunedì 23 ottobre, era stato in udienza da Benedetto XVI, in Vaticano, il cardinale Jean-Marie Lustiger, ex arcivescovo di Parigi. E giovedì 26 è stato dal papa anche il cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux e presidente della conferenza episcopale francese. Entrambi a dar voce ai timori dei loro confratelli vescovi per l’annunciato Motu Proprio pontificio.

Quello stesso giorno, 26 ottobre, si apriva inoltre a Parigi una conferenza sullo stesso terreno minato. L’occasione della conferenza erano i 50 anni dell’Istituto Superiore di Liturgia.

A questa conferenza hanno preso la parola, tra gli altri, l’arcivescovo di Parigi e presidente dell’Istituto, André Vingt-Trois, l’arcivescovo di Tolosa e responsabile per la liturgia della conferenza episcopale, Robert Le Gall, e il prefetto della congregazione vaticana per il culto divino, cardinale Francis Arinze.

Nella sua relazione, Vingt-Trois ha ammesso che il rinnovamento liturgico attuato in Francia negli ultimi decenni ha avuto sviluppi “talora maldestri o grossolani, che hanno potuto dare la sensazione di una rottura della tradizione”.

Ha anche riconosciuto che “sotto certe fantasie o certe derive liturgiche si può identificare una auto-celebrazione della stessa assemblea sostituita alla celebrazione dell’opera di Dio, come fosse l’annuncio di un nuovo modello di Chiesa”.

Ma poi ha così proseguito, tra le ovazioni dei presenti:

“D’altra parte, sotto la copertura della mobilitazione per la difesa d’una forma liturgica, è a una critica radicale del Concilio Vaticano II che si è assistito, ossia al rigetto puro e semplice di alcune delle sue dichiarazioni. Il rifiuto dei libri liturgici regolarmente promulgati fu seguito dall’ingiuria pubblica contro i papi e coronato da atti di violenza quali la presa a forza di una chiesa parrocchiale a Parigi. […] Nessuno dei protagonisti di queste battaglie ha mai creduto e detto che il problema fosse prioritariamente e, meno ancora, esclusivamente liturgico. Esso era e resta un problema ecclesiologico. Esso pone chiaramente in questione il senso dell’unità ecclesiale nella comunione con la sede di Pietro. Esso pone chiaramente in questione l’autorità di un concilio ecumenico”.

La relazione del cardinale Arinze è scesa invece come una doccia gelata, su molti dei presenti.

Eccone alcuni passaggi:

“La santa liturgia non è una cosa che si inventa…”.

“Molti abusi, nel dominio della liturgia, hanno origine non nella cattiva volontà, ma nell’ignoranza…”.

“Bisogna allontanarsi da questa freddezza, da questo orizzontalismo che mette l’uomo al centro dell’azione liturgica, e anche da questo manierismo apertamente egocentrico che le nostre assemblee della domenica sono talvolta obbligate a subire…”.

“Sfortunatamente, molte omelie assomigliano a dei discorsi marcati da considerazioni di ordine sociologico, psicologico, o, in uno stile ancor peggiore, politico. Talvolta esse sono tenute da fedeli laici, che non sono affatto abilitati a pronunciare l’omelia per la quale è richiesto di ricevere l’ordinazione…”.

“È dar prova di falsa umiltà e d’una concezione inammissibile della democrazia o della fraternità, per un prete, cercare di condividere il ruolo che egli esercita nella liturgia in quanto prete, e che gli è strettamente riservato, con dei fedeli laici…”.

“Se si indebolisce il ruolo del prete o se non lo si apprezza, una comunità locale cattolica può pericolosamente precipitare nell’idea che è possibile avere una comunità senza prete…”.

Il cardinale Arinze ha citato più volte l’enciclica del 2003 di Giovanni Paolo II, “Ecclesia de Eucharistia”: un’enciclica la cui “intenzione prevalente” – secondo quanto ha scritto un teologo autorevole, Giuseppe Colombo – era di “denunciare l’abuso, probabilmente il più diffuso nella Chiesa d’oggi, della celebrazione della messa senza il sacerdote ordinato”.


* * *

Dopo questi preliminari burrascosi, sabato 4 novembre, il cardinale Ricard ha dedicato buona parte della sua relazione d’apertura dell’assemblea plenaria dei vescovi francesi alla temuta liberalizzazione, da parte del papa, della messa tridentina.

Egli ha detto tra l’altro:

“La decisione di liberalizzare per i preti la possibilità di dire la messa con il messale del 1962 non è ancora stata presa. Il Motu Proprio annunciato non è stato firmato. Il suo progetto sarà oggetto di consultazioni diverse. Noi possiamo far presenti, sin d’ora, i nostri timori e i nostri auspici”.

“Questo progetto [di liberalizzazione] non si inscrive in una volontà di criticare il messale detto di Paolo VI né di proceddere a una riforma della riforma liturgica. I libri liturgici redatti e promulgati a seguito del Concilio Vaticano II sono la forma ordinaria e quindi abituale del rito romano. Questo progetto ha origine piuttosto dal desiderio di Benedetto XVI di fare tutto ciò che è in suo potere per mettere fine allo scisma lefebvriano”.

“Contrariamente alle intenzioni che certuni gli attribuiscono, papa Benedetto XVI non intende invertire la direzione che il Concilio ha dato alla Chiesa. Egli vi si è impegnato solennemente”.

Ma non sono bastate queste assicurazioni per tranquillizzare i vescovi francesi. Giovedì 9 novembre, nel discorso di chiusura della plenaria, il cardinale Ricard ha ribadito che “le divergenze con i fedeli che hanno seguito monsignor Lefebvre nel suo ‘no’ a Roma non sono prima di tutto liturgiche, ma teologiche, riguardano la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso”.

E ha così formulato le richieste dei vescovi francesi a Benedetto XVI:

“Noi desideriamo continuare ad accogliere coloro che conservano un attaccamento alla messa detta di san Pio V. Una diversità è possibile. Ma deve essere regolata. Ne va dell’unità della liturgia e dell’unità della Chiesa. Non è bene delegare la scelta di una delle forme del rito romano – messa di san Pio V o messa di Paolo VI – alla sola soggettività”.

In altre parole, i vescovi francesi chiedono a Benedetto XVI di non allentare gli impedimenti posti da Giovanni Paolo II all’uso del messale tridentino.


* * *

Questo rito non è stato mai abrogato del tutto, né dal Concilio Vaticano II nè da disposizioni successive. Ad esempio, padre Pio continuò fino alla morte a celebrare la messa secondo il rito di san Pio V, per un indulto concessogli personalmente da Paolo VI.

In quegli anni, però, esso era stato praticamente messo al bando.

Nel 1984, con la lettera “Quattuor Abhinc Annos” della congregazione del culto divino, Giovanni Paolo II concesse il ritorno all’uso del rito tridentino, vincolandolo però a due condizioni tassative.

Per celebrare la messa secondo il rito di san Pio V nella sua ultima sistemazione risalente al 1962 occorreva anzitutto riconoscere “la legittimità e l’esattezza dottrinale” anche del messale promulgato da Paolo VI nel 1970 secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II.

Ma soprattutto occorreva il permesso del vescovo del luogo.

Di fatto, numerosi vescovi hanno sempre rifiutato di concedere questo permesso ai sacerdoti e ai fedeli che ne facevano richiesta.

E questo diffuso rifiuto, particolarmente in Francia, è stato uno dei fattori che hanno spinto i seguaci dell’arcivescovo arcitradizionalista Lefebvre a separarsi dalla Chiesa di Roma.

Benedetto XVI vuole sanare questo scisma – che in effetti è più dottrinale che liturgico – ma vuole anche esaudire fin da subito il desiderio innocente di quei sacerdoti e fedeli che sono affezionati alla messa latina di rito antico. Ha quindi in animo di rendere più facile l’uso del messale tridentino, in particolare facendo cadere l’obbligo del permesso del vescovo del luogo.

Il che ha fatto insorgere i vescovi francesi.

Intanto però, a Bordeaux, la diocesi del cardinale Ricard, la Santa Sede ha già autorizzato un gruppo di ex lefebvriani rientrati nella Chiesa cattolica, la comunità del Buon Pastore, a celebrare le liturgie secondo il rito tridentino.

Si prevede quindi che Benedetto XVI prenderà un po’ più di tempo, tornerà ad ascoltare le obiezioni di alcuni vescovi e cardinali, ma alla fine – probabilmente entro l’inverno – emetterà il Motu Proprio che faciliterà l’uso del rito tridentino.

Sicuro che esso non farà che arricchire la sinfonia di riti che da sempre rendono multiforme la Chiesa.

Lo stesso Concilio di Trento s’era ben guardato dall’unificare i riti a forza. Accanto al rito “romano”, Pio V confermò la legittimità di tutti gli altri riti vigenti nella Chiesa che avevano almeno due secoli di vita. E di questi riti ve n’erano allora parecchi. La prevalenza del rito romano si impose pian piano solo nei secoli successivi, e non fu mai totale. Ancor oggi sono molto marcate le differenze tra la messa in rito romano e quella “ambrosiana” celebrata nell’arcidiocesi di Milano. A cui va aggiunta la grande varietà dei riti delle Chiese orientali unite a Roma.

Per non dire dell’incredibile – e spesso inconsulta – differenziazione di stili celebrativi a cui ha dato la stura la riforma liturgica inaugurata dal Concilio Vaticano II e dal suo nuovo messale varato nel 1970.