(Studi Cattolici) Paolini: pregare ‘no global’

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© “Studi Cattolici”, n° 502 del dicembre 2002 – http://www.ares.ed.mi/
Il 3 novembre, domenica XXXI del Tempo Ordinario, in molte chiese italiane
si è pregato “per coloro che reggono le sorti del mondo: perché sappiano
estirpare la
mala erba dell’egoismo e del profitto personale”.

La preghiera proviene dall’orazione comune dei fedeli che conclude la
Liturgia della Parola quale è contenuta in un pieghevole di 4 paginette con
le letture della Messa, le orazioni cosiddette “mobili”, alcuni brevi
commenti, nonché, appunto, la preghiera dei fedeli. A causa della sua
praticità, il pieghevole, com’è noto, è estremamente diffuso e si può
trovare in quasi tutte le chiese italiane; i parroci, infatti, sottoscrivono
abbonamenti multipli al foglietto che è pubblicato in forma di periodico col
titolo La domenica dalle Edizioni Paoline.

La preghiera contenuta nel pieghevole, ovviamente, non ha più autorità di
un’orazione inventata dal parroco o da un qualunque fedele. Tuttavia, per il
fatto di trovarsi su di uno stampato di un’editrice religiosa e per la sua
diffusione, essa rappresenta una sorta di “standard di fatto”. In pratica,
in una buona parte delle chiese italiane, nella domenica precedente al
Social Forum di Firenze ci si è associati all’anatema che il periodico dei
Paolini ha scagliato contro il profitto personale.

Tra l’altro occorre notare che le letture della Messa (Mat 1, 14; 2, 1-2;
8-10; Sal 130, 1-3; 1 Ts 2, 79; 13; Mt 23, 1-12) non presentavano
riferimenti all’avarizia o all’egoismo, non contenevano la parabola del
giovane ricco, o del ricco epulone, o quella cosiddetta del ricco insensato.
Al contrario, se un riferimento economico si voleva trovare nelle letture
era l’affermazione giustamente orgogliosa di san Paolo a proposito della sua
indipendenza economica, del suo non voler pesare economicamente sulla
comunità dei primi cristiani pur avendone diritto.

Ora, al di là della strana coincidenza con le date del Social Forum,
svoltosi una volta tanto senza la violenza che tanti paventavano, ci si
chiede: davvero secondo la dottrina della Chiesa il profitto personale è una
mala erba da estirpare?

Il profitto giusto

La concezione che sta dietro alla preghiera del foglietto così formulata
sembra ignorare una riflessione secolare sulla vita dei cristiani nel mondo,
e in particolare nel mondo economico. Sembra sposare cioè una sorta di
utopia sociale ed economica, un mondo perfetto in cui l’uomo lavori per puro
disinteresse e spirito di servizio. Ogni altra prospettiva, sembra suggerire
l’intenzione di preghiera proclamata a gran voce dai cattolici italiani il 3
novembre, è da combattere.

“Miri al profitto personale, vergogna!”, sembra dire questa prospettiva
pauperista e antieconomica.

E se ne possono immaginare i corollari: “Vivi in una villa acquistata con i
frutti della tua attività non puramente disinteressata? Vergogna! ” ecc.

Tale prospettiva, però, non è corretta, e neppure sembra in linea con una
secolare tradizione di pensiero economico cristiano. Se infatti già nell’XI
secolo san Pier Damiani inaugurò un’aspra critica, da un punto di vista
evangelico, al mercante incapace di far fruttare il denaro, fu nel XIII
secolo che Pietro di Giovanni Olivi, un frate seguace di san Francesco, il
poverello di Assisi, elaborò una vera e propria “scienza economica
francescana” in cui si riconosceva il diritto all’interesse.

Peraltro anche il pensiero di sant’Alberto Magno e di san Tommaso d’Aquino,
come hanno mostrato Salvioli, Fanfani e Sapori, grandi studiosi
dell’economia medievale, si conciliava perfettamente con una dottrina
“favorevole all’interesse” (ma a un interesse “personalizzato” e frutto del
lavoro stipendium laboris) e pervenne al concetto di “giusto prezzo”.

Dottrine queste che, pur elaborate da religiosi che avevano optato per il
distacco dal mondo, gettavano il fondamento di un’economia morale, laica non
laicista.

Di recente, poi, Giacomo Todeschini ha pubblicato per Il Mulino il volume I
mercanti e il tempio (pp. 216, euro 13,9 1), che dà conto accuratamente di u
na questione – quella del rapporto tra spirito capitalistico e Chiesa
cattolica – dominata in gran parte da una vulgata mitica e malevola. La
conclusione dell’interessante saggio di Todeschini è che le premesse logiche
e le radici linguistiche della razionalità economica occidentale risiedono
non fuori del pensiero cattolico, ma al suo interno.

E il recente Catechismo della Chiesa Cattolica che cosa dice al riguardo? Il
Catechismo, in proposito, è assai esplicito e “boccia” l’intenzione di
preghiera pronunciata il 3 novembre.

Al paragrafo 2424 giudica come moralmente inaccettabile “una teoria che fa
del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell’attività economica”
(giudica cioè come moralmente inaccettabile una teoria basata sull’egoismo).

Chiarisce ulteriormente, al paragrafo 2432, che “i responsabili di imprese
hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto
l’aumento dei profitti.

“Questi”, prosegue il Catechismo, “comunque, sono necessari. Permettono di
realizzare gli investimenti che assicurano l’avvenire delle imprese.
Garantiscono l’occupazione”.

Si tratta d’altronde di una ripresa di temi più e più volte affrontati da
Giovanni Paolo II nel corso del suo pontificato.

Nella Lettera enciclica Centesimus annus, del 1991, il Papa scriveva:

“La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del
buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò
significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i
corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto
non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. E possibile che i conti
economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il
patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro
dignità.

Oltre a essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in
prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda.
Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto,
bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini. […]. Il
profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico”.

Dunque, riassumendo, la dottrina sociale della Chiesa cattolica riconosce la
necessità di un mercato che guardi al profitto (anche al profitto
personale).

Stabilisce contestualmente che per il bene integrale (anche economico)
dell’uomo e delle sue opere (anche delle aziende, dunque) si tenga conto di
tutti i fattori che rendono umana la vita sulla terra.

Non solo dei profitto.

Ecco, questa è la visione del profitto in un’ottica che, essendo umana, è
anche cristiana.

Altro che “mala erba del profitto personale”.

Giuseppe Ghini