A quarant’anni dall’aborto in Italia (1978-2018)

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L’attenzione di tutti media in Italia si è concentrata in questi giorni sul quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro.
Il 16 marzo 1978, in un agguato a via Fani, l’uomo politico democristiano venne sequestrato e la sua scorta sterminata dalle Brigate Rosse. Il 9 maggio, dopo una prigionia di 55 giorni, il suo corpo fu ritrovato crivellato di colpi nel bagagliaio di un’auto in via Caetani.

Nessuno ha ancora ricordato però che, in quella stessa primavera del 1978 venne discussa e approvata dal Parlamento italiano la legge 194 sull’aborto che, da allora, ha fatto sei milioni di vittime nel nostro Paese.
Nel 1991 il presidente onorario del Movimento per la Vita, Francesco Migliori, rivelò che era stato l’allora segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro che «nel Consiglio Nazionale del 1975 aveva espresso l’opinione che, per non impedire l’incontro con altri partiti popolari (ossia il Partito Socialista e il Partito Comunista n.d.r.) questi problemi dovessero restare nel chiuso delle coscienze», per cui fu proprio l’intervento di Moro che convinse la DC a non impegnarsi nella battaglia anti-abortista degli anni ‘70.

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1968: la battaglia continua

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Molti gli anniversari che si celebrano quest’anno.
Innanzi tutto il Sessantotto, Rivoluzione bolscevica pianificata, che fece proprie le torbide idee del marchese de Sade.
Poi i cinquant’anni dall’Humanae Vitae, che ribadì provvidenzialmente la proibizione della contraccezione.
Ancora: nel 1978 fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, fautore del compromesso storico, e venne promulgata la legge sull’aborto, che ha provocato oltre sei milioni di morti.
Ma il 1978 fu anche l’anno dei tre Papi, del degrado culturale e morale. E la battaglia di oggi è quella di ieri…

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Caro Mario, continueremo a non tacere

2 CommentiVita

Utilizzo sempre un segnalibro che la Casa Editrice Fede & Cultura aveva fatto stampare subito dopo la prematura scomparsa di Mario Palmaro, dove è raffigurata la copertina del libro “Mario Palmaro. Il buon seme fiorirà”, curato dal suo amico d’anima Alessandro Gnocchi.
Questo segnalibro è prezioso perché mi ricorda il regalo di aver conosciuto un uomo di profonda fede, di grandi capacità professionali e di saggia capacità nel tenere in equilibrio i rapporti umani, senza mai cedere nel difendere principi, verità, giustizia religiosa e civile.
Aveva molti amici e persone che lo stimavano. Anche mio marito Carlo ed io abbiamo potuto godere della sua amicizia, divenuta fondamentale nello scendere in campo per combattere gli stessi ideali: fidarsi reciprocamente permette di lottare con serenità e speranza, confidando che i tuoi obiettivi sono gli stessi dell’amico.

Ma quel segnalibro è anche una presenza spirituale, assai confortante nella battaglia culturale che si prosegue senza sosta, perché, come egli stesso aveva detto: «quando ci accorgiamo che non avremo abbastanza tempo per adempiere al nostro compito, perché il termine di questa vita si avvicina a grandi passi. Altri però continueranno il lavoro iniziato. E non taceranno».

No, continuiamo a non tacere, Carissimo Mario, perché non ci sono migliaia di verità, ma una sola – rivelata 2000 anni fa – e per quella si vive e per quella si è disposti a gridare, anche nel deserto, proprio come fece san Giovanni Battista, perché quel grido noi, che abbiamo la grazia di aver ricevuto il dono della fede (vero e proprio privilegio celeste), benché non raccolto dal mondo […].

Il 22 maggio di 40 anni fa veniva approvata la legge stragista sull’aborto in Italia, che tante infamie e tanti delitti ha causato agli innocenti: 6 milioni di vittime assassinate nel proprio grembo!

Il tuo libro, Carissimo Mario, quello che hai dedicato a tua moglie Annamaria, fu un capolavoro: Aborto & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta (Sugarco Edizioni, 2008), una legge che permette alla donna di mettere a morte suo figlio senza spendere un soldo, ma con il prezzo incalcolabile di macchiare la propria anima di un crimine atroce.
Nel prologo hai scritto che l’uomo «può essere “santo o bandito”. Ma poi, alla fine, contano i fatti. E il fatto rimane sempre quello, inesorabilmente. Perché non c’è nulla di più ostinato dei fatti: con l’aborto si uccide».
Questa concreta e raccapricciante realtà la spiegavi con competenza e la spiegavi con il cuore, la illustravi dalla cattedra della tua docenza oppure nelle conferenze o nei tuoi libri e articoli, e persino in piazza, alla Marcia per la vita.

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Mons. F. Rifan si leva contro lo sbando brasiliano

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Il drammatico appello di un vescovo brasiliano ai suoi confratelli. 

Una Chiesa allo sbando, sotto attacco da parte dei laici, per finanziamenti a ONG abortiste e pro unioni omosessuali, una Chiesa in cui un arcivescovo fa partecipare alla consacrazione, durante la messa, due “vescovesse” protestanti; una Chiesa schierata politicamente a sinistra, in una maniera che non può non creare problemi.

Una Chiesa che perde – e forse non è un caso – ogni anno schiere di fedeli.

La polemica in questi giorni è particolarmente accesa. È interessante riportare quello che pensa un vescovo, dell’Amministrazione Apostolica Personale Jean Marie Vianney.
Ha pubblicato una lettera “In difesa della Conferenza Episcopale del Brasile”, in cui deplora gli insulti e le offese alla CNBB.
La lettera è rivolta ai “carissimi fratelli laici”, perché è proprio dai laici – un video di denuncia ha ricevuto quasi 400mila visualizzazioni – la protesta contro l’uso discutibile dei fondi raccolti con la Campagna di Fraternità, e gli abusi liturgici.

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Da Denver una certezza: l’Humanae Vitae è sempre attuale

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È stata una delle encicliche più discusse e dibattute del secolo, eppure cinquanta anni dopo l’insegnamento dell’Humanae Vitae è sempre attuale. Lo sottolinea, in una appassionata lettera pastorale, l’arcivescovo di Denver Samuel J. Aquila. Che mette in campo tutta la sua esperienza pastorale per sostenere un concetto, in fondo, semplice: quello che dice l’Humanae Vitae non è mera teoria, ma rappresenta una buona pratica pastorale che aiuta le famiglie e le coppie ad essere più unite. E, soprattutto, risponde al volere di Dio.

Il testo entra con forza in un dibattito che si è cominciato a costruire già alla vigilia di questo anno in cui ricorre il 50esimo dell’enciclica di Paolo VI. Conosciuta da molti come “l’enciclica del no alla pillola”, pubblicata dopo una lunga gestazione che iniziò con una prima commissione sul tema della contraccezione già sotto Pio XII, sono molti i tentativi di rileggere l’enciclica in chiave moderna.

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Se si tocca Humanae vitae, crolla la Dottrina sociale

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L’editoriale del vescovo Crepaldi sul Bollettino della Dottrina sociale dell’Osservatorio Van Thuan: «La contraccezione fa sì che i coniugi si trattino come individui isolati secondo un disegno frutto dei loro desideri privati. Se si tocca Humanae vitae crolla impianto della Dottrina sociale. Amoris Laetitia deve essere letta alla luce di Humanae vitae e non il contrario.

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Se si tocca la Humanae vitae di Paolo VI crolla l’intero impianto della Dottrina sociale della Chiesa: è questo il messaggio contenuto nell’ultimo numero del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dell’Osservatorio cardinale Van Thuân in distribuzione in  questi giorni e dedicato al 50mo anniversario dell’enciclica paolina sull’amore coniugale con un interessante sottotitolo: “Il significato pubblico della sessualità umana”.

Come dire che, una volta rivista la lezione della Humanae vitae, non cade solo la morale coniugale, né la sola morale in generale, come la Nuova Bussola Quotidiana ha spiegato ieri, ma anche il senso ultimo dell’impegno per la costruzione della società.
A dirlo sono i cinque saggi del fascicolo e, in particolare, l’editoriale dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi: «Una messa in questione o una liquidazione dell’enciclica con la scusa di un suo “aggiornamento” avrebbe conseguenze negative per tutto l’ambito della Dottrina sociale della Chiesa».

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Mons. Negri: il voto, un popolo abbandonato

3 CommentiPolitica

Se la Chiesa non educa,
abbandona il popolo a se stesso

La grande assente di questa competizione elettorale è una presenza cristiana autentica,
che è poi la grande assente dalla vita della società italiana.
Ma per la Chiesa questa è una sfida  a recuperare la propria identità alla missione, per annunciare Cristo.

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Non ho certamente né la competenza né la presunzione di aggiungere una mia particolare interpretazione alla vicenda elettorale che si è conclusa. Preferisco invece fare una serie di osservazioni a un livello più fondamentale della vita politica che richiama inevitabilmente una concezione dell’esistenza o – come diceva san Giovanni Paolo II – la cultura.

Vincitori e vinti sono per me accomunati da una totale assenza di cultura, cioè di una concezione dell’esistenza e quindi di una concezione dei rapporti sociali. In fondo la concezione della politica è uguale, sia in chi è stato scalzato dal potere sia in chi lo sostituisce. È una concezione sostanzialmente materialistica e consumistica.

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Prete non pedofilo: lezione della Chiesa allo Stato

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Dopo una condanna pesantissima per pedofilia e sette anni scontati in carcere, per don Luciano Massaferro arriva la piena riabilitazione dalla giustizia ecclesiastica. Merito del coraggio mostrato dall’arcivescovo di Genova Bagnasco che ha fatto svolgere un processo rigoroso dal quale è uscito assolto. Parlano l’amico vescovo e il suo legale, Ronco, che sottolineano la fede con la quale ha affrontato una tragedia personale e gli errori compiuti dalla giustizia italiana: “Le cose non andarono come stabilì il giudice civile”.

 

La giustizia ecclesiastica lo ha pienamente riabilitato dall’accusa di pedofilia entrando così in opposizione con la sentenza con la quale la Cassazione stabiliva per don Luciano Massaferro di Alassio la condanna a 7 anni, scontati quasi tutti in carcere. Per i giornali la notizia è ghiotta. Infatti lo si presenta come né più né meno che un contrasto per mettere in cattiva luce il tribunale ecclesiastico, adombrando una sorta di “tenerezza” nei confronti del sacerdote che invece la giustizia penale ha ritenuto colpevole.

Di qua la giustizia civile che lo ha condannato, di là quella ecclesiastica che invece dopo un’attenta analisi della vicenda iniziata nel 2009, ha assolto “don Lu”, ribaltando completamente la decisione precedente che ora gli consentirà di poter tornare a fare il parroco e soprattutto a dire messa, salvo però impedirgli di insegnare religione nelle scuole perché per quell’incarico vale la giustizia ordinaria, che lo inibisce dalla cattedra. (altro…)

Card. Caffarra: bisogna che il popolo combatta per la legge

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«Bisogna che il popolo combatta per la legge
come per le mura della città»

Una meditazione che sembra scritta oggi

[…] «Unioni gay e gender. Fossero teorie sarebbe più facile il dialogo», ci dice il cardinale. «Poiché le teorie sono ipotesi che non temono di sottoporsi alla prova di falsificazione. E invece sono ideologia. Dunque bramano solo imposizione e non voglio dialogare con chicchessia».

 

Il tramonto di una civiltà
«Io ho fatto diversi pensieri a partire da quella mozione votata al Parlamento europeo. Il primo pensiero è questo: siamo alla fine. L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità. Faccio un inciso: qualcuno potrebbe osservare che nessuna civiltà si è mai spinta ad affermare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E invece bisogna ricordare che la nobilitazione è stata qualcosa di più del matrimonio. Presso vari popoli l’omosessualità era un atto sacro. Infatti l’aggettivo usato dal Levitico per giudicare la nobilitazione della omosessualità attraverso il rito sacro è: “abominevole”. Rivestiva carattere sacrale presso i templi e i riti pagani».

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Nuovo e-book gratis: La filosofia nel suo sviluppo storico (1)

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Il nuovo e-book gratuito è scaricabile gratuitamente
su www.totustuus.es

La filosofia nel suo sviluppo storico

Dall’antichità alla decadenza della scolastica
(per i licei)

Un utile strumento per contrastare le bugie diffuse dagli insegnanti ai nostri figli.

«Che cosa ci sto a fare io nel mondo»? Non c’è uomo che almeno una volta nella sua vita non si sia posta questa domanda e che, bene o male, non abbia risposto o creduto di rispondere. E una risposta è necessario darla, in quanto quella domanda impegna il perché, il significato della nostra esistenza. Porsi la domanda senza rispondere, è vivere tenendo sospesa la vita ad una incognita; sopprimerla è impossibile, perché chi vive non può sopprimere il problema della sua esistenza.
L’indifferenza o lo scetticismo rappresentano stati momentanei di abdicazione alla nostra natura di esseri pensanti, non la nostra vera condizione di uomini; momenti di «evasione», che confermano l’importanza decisiva e l’imperatività di quella domanda e della risposta.
(Michele Federico Sciacca) (altro…)