Mons. Negri: immigrazione, sindaci, obiezione di coscienza a solo scopo elettorale

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Monsignor Negri: “Usare l’obiezione di coscienza per fare politica è sbagliato”

L’Arcivescovo emerito di Ferrara si smarca dalla linea Bagnasco. «Chi vuole integrarsi deve fare passi di immedesimazione nella società».
I sindaci sbagliano a puntare sull’obiezione di coscienza contro il decreto sicurezza. L’integrazione deve essere affrontata con prudenza e realismo mettendo al centro diritti e doveri insieme. Lo afferma monsignor Luigi Negri, classe 1941, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio e teologo.
Nella presente versione l’intervista è stata arricchita da citazioni di riferimento alla pluri-secolare dottrina cattolica.

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 Eccellenza, che cosa ne pensa dell’obiezione di coscienza evocata dai sindaci contro il decreto sicurezza?
«La Costituzione italiana e una prassi consolidata fanno sì che non si possa tirare fuori l’obiezione di coscienza di fronte a tutto, in chiave politica, soprattutto in particolare di fronte a disposizioni amministrative di un governo… e magari dagli stessi che l’hanno finora negata proprio lì dove era invece legittima e doverosa.
Il diritto all’obiezione va difeso quando sono messi in crisi principi fondamentali.
Quei sindaci che usano dell’obiezione di coscienza – volutamente come strumento politico – nei confronti di legittimi interventi di autorità superiori o pari, abusano del concetto
».

  • [«Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo», CCC 2242]

Quindi ha sbagliato il cardinale Bagnasco a esprimere la sua approvazione?
«Conosco e stimo sinceramente Bagnasco, dico solo che io non mi sarei spinto così lontano in quella “strada” così tecnica. Il tema della sicurezza è un problema del dialogo fra le forze laiche che partecipano alla vita sociale».

  • [«La Chiesa dà un giudizio morale, in materia economica e sociale, “quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona o dalla salvezza delle anime”. Per ciò che attiene alla sfera della moralità, essa è investita di una missione distinta da quella delle autorità politiche: la Chiesa si interessa degli aspetti temporali del bene comune in quanto sono ordinati al Bene supremo, nostro ultimo fine», CCC 2420].

Come vanno interpretati i richiami evangelici di papa Francesco all’accoglienza?
«Il Pontefice non dimentica di parlare anche di prudenza nell’accoglienza. Il Papa ha maturato un suo cammino, i primi interventi non sono stati come gli ultimi, che hanno avuto maggiore assunzione realistica del problema. Io penso ciò che dissi 4 anni fa a Ferrara e che suscitò polemiche: l’accoglienza e l’integrazione sono due momenti diversi. L’accoglienza deve essere la più alta possibile. Concetto vicino, ma assolutamente diverso è l’integrazione».

In che senso?
«E’ un passaggio che esige una duplice dinamica: chi integra deve valutare tutti i costi, anche economici, e chi chiede di essere integrato deve assumersi delle precise responsabilità. La sintesi di diritti e doveri deve essere al centro della società, altrimenti è solo demagogia».

  • [«Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri», CCC 2241]

Ma un cristiano può lasciare che gente venga lasciata in strada o in mare?
«No, il rispetto della persona in qualsiasi situazione non può essere mai diminuito».

E allora come è compatibile la linea leghista che punta a respingere i disperati sui barconi con il giuramento sul Vangelo di Salvini?
«In generale, chi strumentalizza il Vangelo sbaglia e chi ostenta attacchi o avvicinamenti non porta al bene di nessuno. Mentre è assolutamente positivo un recupero dell’identità culturale, umana e religiosa: le famigerate radici cristiane d’Europa».

Come bisogna porsi nei confronti dei migranti?
«L’elemento essenziale è il dialogo che, come mi ha insegnato Giussani, deve essere espressione dell’identità».

Bisogna accoglierli o no?
«Bisogna essere realisti nella valutazione dei problemi e delle soluzioni. E chi chiede di integrarsi deve compiere certi passi di immedesimazione con la nostra società. Però attenzione, questo può non bastare: non si può domandare di integrarsi in Italia e affermare che la sharia è una cosa giusta; abbiamo il dovere di sottolineare che è sbagliata perché è contro i diritti fondamentali della persona. Ecco un esempio del realismo che serve».

  • [«Altra prospettiva che vede una netta opposizione tra Islam e Cristianesimo riguarda il diritto e la persona umana. Il diritto va inteso come diritto della comunità (ummah), non della persona. L’Islam non conosce la parola «persona», il suo sinonimo è «fard» (individuo). Il fard è parte integrante e dipendente della grande società islamica (ummah). Dentro l’ummah egli ha diritti e doveri. Se abbandona la religione per ateismo o conversione a un’altra religione, perde tutti i suoi diritti, anzi, è passibile di morte per tradimento. Perciò la fonte dei diritti nei paesi a maggioranza islamica è la comunità islamica e, in ultima analisi, essa è garante dei diritti e dei doveri che il Corano e la legge islamica, la sharia, riconoscono, concedono e negano. Nei paesi che adottato la legge islamica i cristiani sono spesso considerati, alla stregua degli altri non musulmani, dei cittadini di seconda categoria impossibilitati o limitati a una partecipazione attiva nella società e nelle istituzioni. Così anche le discriminazioni delle donne rispetto agli uomini nel diritto processuale, nel diritto ereditario e in quello matrimoniale hanno il loro fondamento nel Corano stesso e sono più o meno codificate dalle legislazioni di ispirazione islamica», Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna, “Islam e cristianesimo” del 27/11/2000, n. 1.5, in http://www.paginecattoliche.it/Islam-e-Cristianesimo-03/)

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione del 6 gennaio 2019 del quotidiano La Stampa a firma Domenico Agasso jr .

 

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