Ricordiamo che tra i libri scaricabili gratuitamente, c'è quello di Padre Padre Arturo Ruiz Freites I.V.E., scaricabile da qui: http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=30

 Introduzione

Da tempo la scena pubblica italiana e internazionale è occupata, a tratti dominata, dai dibattiti sul fine-vita.

Tuttavia, come spesso accade nelle questioni bioetiche, ad una grande massa di informazioni non sempre si accompagna una conoscenza – scientifica ed etica – adeguata. Spesso discussioni televisive, pubblicazioni divulgative e agenzie culturali si limitano alla ripetizione di luoghi comuni, o si affidano all’emotività del “caso pietoso”, o ancora si fondano esclusivamente su calcoli di audience e di profitto.

In questo modo i mezzi di comunicazione di massa si fanno – talora inconsapevolmente – veicolo di una propaganda ideologica che, al contrario, non ha nulla di improvvisato, ma che anzi con rigore metodologico e costanza si adopera affinché possa imporsi socialmente una determinata visione dell’uomo e della vita umana, quella che con una sintetica locuzione il Beato Giovanni Paolo II aveva definito la “cultura della morte”.

Nel caso dell’eutanasia ciò si declina nell’elaborazione di precise strategie e tattiche, che i movimenti pro-eutanasia applicano dettagliatamente.

Tale “cultura” trova terreno fertile nell’ostilità che l’Occidente ha sviluppato nei confronti della retta ragione – come mirabilmente ha spiegato Benedetto XVI nel discorso di Regensburg il 12 settembre 2006 –,una ragione fatta di riconoscimento umile dell’oggettività del reale, della possibilità umana di conoscere la verità e il bene, dell’apertura dell’intelletto alla ragionevolezza del mistero e dunque alla trascendenza e alla fede, dell’esistenza di una natura umana di carattere meta-fisico da cui deriva anche la nozione di legge morale naturale, dell’esigenza di individuare e difendere gli autentici diritti umani fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Questa “cultura”, negata la retta ragione, propone una prospettiva radicalmente relativistica, entro la quale il bene e il male diventano sostanzialmente indistinguibili e poi addirittura intercambiabili, e in cui la sfiducia nei confronti della verità lascia spazio, al massimo, ad un tentativo gnostico di rifondazione dell’uomo.

In tale contesto il lavoro del Reverendo Dottor Padre Arturo Ruiz Freites, IVI, si inserisce come un prezioso strumento di approfondimento e di riflessione sul tema spinoso dell’eutanasia.
Afferma infatti l’Autore: “la capacità e il rispetto, presupposti anche per il riconoscimento di un’etica naturale e di una legge morale naturale, sono imprescindibili nel dibattito sulla moralità di una questione come l’eutanasia, giacché su presupposti relativisti è impossibile il dialogo” (par. II.I.2).

Padre Ruiz riesce nel difficile intento di condensare i molti livelli argomentativi e persuasivi che caratterizzano il dibattito sul tema, toccando tutte le corde del cuore del lettore.

In questa direzione a mio avviso va letta la cornice letteraria che giustifica il titolo del volume, Mabel e la morte, tratta da un romanzo avvincente, Il padrone del mondo di R.H. Benson, che con illuminante precisione descrive i contorni principali e più acuti della “cultura della morte”.

Il lettore, attraverso il libro di P. Ruiz, è condotto a conoscere ed accompagnare la sconvolgente vicenda umana e spirituale di Mabel, e nel contempo è guidato a porsi domande di fondo sul senso della morte (e della vita!) a cui l’Autore puntualmente risponde nella parte più dottrinale del suo lavoro, ove emergono fra l’altro un’esauriente rassegna dei pronunciamenti del Magistero della Chiesa Cattolica, alcuni riscontri normativi nazionali e internazionali, nonché un riferimento ai casi (clinici e mediatici) di eutanasia che hanno più interessato l’opinione pubblica negli ultimi anni. 

L’Autore non si sottrae all’esame delle questioni più scottanti che riguardano il fine-vita: oltre alla definizione e descrizione dell’eutanasia, affronta i temi dell’accanimento terapeutico, dello stato vegetativo, del testamento biologico e delle dichiarazioni anticipate di trattamento, della morte cerebrale, del controllo del dolore, mostrando una volta di più come le problematiche bioetiche relative alla fine della vita siano tutte strettamente interconnesse e facciano parte di un’unica antropologia, che non si può in parte accettare e in parte negare come vogliono le logiche del compromesso morale.

Con un metodo di analisi paziente e sistematico Padre Ruiz considera le varie obiezioni alla “cultura della vita” e, dopo averne compiuta la pars destruens, affronta la pars construens, in cui l’ordine naturale emerge nella sua limpidezza: è sempre gravemente illecito uccidere un essere umano innocente, anche con il suo consenso, dal momento che la vita umana ha un valore intrinseco, che non dipende dal significato che viene ad essa attribuito dalla società, da un gruppo o anche dal soggetto medesimo.

Escluso dunque il caso in cui, nell’imminenza della morte, ci si trovi di fronte a trattamenti chiaramente sproporzionati alle condizioni del paziente (accanimento terapeutico), sarà da rigettare ogni forma di sospensione della terapia da cui segua la morte del paziente: un simile atto mette l’esecutore dell’eutanasia in una condizione inaccettabile di “potere” sulla vita umana, un potere che nessun uomo può attribuirsi senza compromettere il fondamentale diritto di ciascuno all’inviolabilità, quel favor vitae su cui si basa il nostro ordinamento e tutta la civiltà.

L’intrinseca immoralità della morte procurata (come fine o come mezzo per eliminare il dolore) aiuta anche a comprendere l’inganno di chi intende l’eutanasia come un atto di “pietà” verso un sofferente.
Come osserva infatti Padre Ruiz, riproponendo un passaggio dell’enciclica Evangelium Vitae n. 66, “la vera ‘compassione’ …rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza”.

Da ultimo, non è assente un passaggio sulla congiuntura parlamentare e legislativa che impegna Italia in una legge sul finevita.
Qui, con rara delicatezza e prudenza, l’Autore, pur mantenendosi al di fuori dell’arena politica, offre alcuni importanti spunti di riflessione sui pregi e sui difetti del processo normativo, riconoscendo le buone intenzioni che guidano molti parlamentari nell’elaborare una legge che escluda la richiesta eutanasica e paventando, al tempo stesso, i pericoli di una formalizzazione giuridica di tale scivolosa questione.

Il volume risulta così utile tanto al politico quanto al giovane in formazione, a chi è impegnato nell’attività pastorale come a chi svolge compiti educativi a vario titolo (scolastico, universitario, familiare) e infine a tutti coloro che sull’eutanasia desiderano semplicemente saperne di più, non cercando mera informazione ma attenta formazione per la propria coscienza.

 

Claudia Navarini

Argomento: Vita

 Il Cardinal Muller in un intervista esclusiva rilasciata a IL TIMONE spiega chiaramente come la Verità non si può negoziare.



Amoris Laetitia? «Va letta nel suo insleme, in ogni caso un adulterio è sempre peccato mortale e i vescovi che fanno confusione su questo si studino la dottrina della Chiesa.
Dobbiamo aiutare il peccatore a superare il peccato e a ravvedersi». L'unità dei cristiani? «Importante, ma non può diventare relativismo, non si possono svendere i sacramenti istituiti da Gesù». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, entra con estrema chiarezza sugli argomenti più caldi nel dibattito ecclesiale e non solo. Lo incontriamo nelle stanze da cui dirige quello che fu il Sant'Uffizio, luogo di custodia della sana dottrina. Veniamo accolti con grande cordialità. Il ruolo di difensore dell'ortodossia cattolica, unito al fisico imponente e l'origine teutonica generano una certa riverenza che viene però ben presto annullata dalla simpatia e dalla disponibilità del cardinale. Ci sediamo intorno al tavolo; il tema è la dottrina, il ruolo che ha nella vita cristiana, sapendo di affrontare un argomento poco alla moda.

 

 

 "L'adulterio è sempre peccato mortale e i vescovi che fanno confusione si studino la dottrina della Chiesa"

 

Eminenza, andiamo subito al cuore della questione. Cos'è la dottrina?

Aristotele dice, all'inizio della sua Metafisica, che tutti cercano la verità. La natura dell'intelletto è l'amore per la verità. Per cui Dio ci ha dato l'intelligenza e la volontà, l'una rivolta verso la verità e l'altra verso l'amore come centro della esistenza di tutto l'essere, di Dio stesso nella sua natura. Per noi Dio è l'origine e il fine della nostra esistenza, per questo è necessario sapere ciò che Dio ha rivelato: è la cosa più importante per la creatura umana. Sapere da dove vengo e dove sono diretto, qual è il senso della sofferenza, della morte. È segno di una speranza che va al di là dei limiti che sperimentiamo nella nostra vita finita e debole.

 

Il Catechismo ci dice cosa credere nel Simbolo, cosa fare nei comandamenti, come unirci a Dio nella fede, speranza e amore, mediante la preghiera (Padre nostro), come ricevere la grazia santificante nei sette sacramenti. Dio si è rivelato nella Sua Parola incarnata, Gesù Cristo, e questo significa che noi possiamo partecipare della conoscenza che Dio ha di sé stesso: conoscere Dio è la prima dimensione fondamentale della fede, perché la fede non è solo un sentimento religioso, una fiducia irrazionale, ma la fede è innanzitutto una conoscenza di Dio. Questo non significa vuoto intellettualismo, perché c'è sempre una unità tra il conoscere Dio e amare Dio. Si tratta quindi di conoscere una persona intimamente, con la volontà di accettare ciò che è l'Altra Persona, ciò che Dio è nella Sua realtà Trinitaria, comunione di amore del Padre, Figlio e Spirito Santo. Per tutta la vita abbiamo bisogno di una catechesi, di una introduzione permanente intellettuale e con il cuore - ai misteri divini che sono i misteri della vita. La dottrina dunque è la base per tutta la vita della Chiesa, altrimenti la Chiesa rimane solo una Onlus, una organizzazione caritativa come tante. L'identità della Chiesa invece è di essere Corpo di Cristo, chiamata a condurre tutti gli uomini verso l'incontro con Dio in questa vita e anche nella vita eterna. Per questo la dottrina è assolutamente necessaria per la salvezza e per l'eterna felicità dell'uomo in Dio.
 

Negli ultimi decenni la "dottrina" non ha avuto quella che possiamo definire "una buona stampa". Spesso viene presentata come una serie di leggi, pesi insopportabili sulle spalle degli uomini, moralismo su ciò che si può o non si può fare. Quello che lei dice ribalta la questione.

Questa brutta nomea della dottrina è una eredità del razionalismo del XVIII secolo. La pretesa della ragione di capire tutto del mondo, ma di essere impotente nei confronti del trascendente, ha ridotto la fede a un semplice sentimento valido per i semplici. Oppure la fede è vista come un giudizio soggettivo che arriva solo dopo che la ragione ha riconosciuto il suo limite. La filosofia di Immanuel Kant, per esempio, ha negato la dimensione razionale della fede riducendola soltanto a un punto di riferimento per la morale. E la Rivelazione diviene così sostanzialmente superflua. Per rispondere a queste derive filosofiche già il Concilio Vaticano I nella Costituzione "Dei Filius" ha chiaramente esposto la mutua relazione tra la ragione e la fede, a partire da una ragione capace del soprasensibile. Quindi, nella teologia cattolica dobbiamo ribadire che la fede è una partecipazione del Logos di Dio, e per questo è sempre necessario sottolineare la razionalità dell'atto di fede. Si tratta di una esigenza importante per il nostro tempo che pretende di sapere tutto della materia e sembra quasi orgoglioso di essere ignorante per ciò che riguarda gli interrogativi capaci di dare un senso all'esistenza. La fede ci fa credere in Dio alla luce del Verbo incarnato e in forza dello Spirito Santo mediante la testimonianza della Chiesa (Bibbia, Tradizione e Magistero).
 

Purtroppo sappiamo che gli uomini di Chiesa non sempre riflettono questa verità. Vi sono scandali anche molto gravi. Come distinguere tra il "tesoro del Vangelo" e i "vasi di creta" che lo portano?

Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre scandali. Come ha detto Gesù: «È impossibile che non avvengano scandali», ma ha anche aggiunto: «Guai a colui per cui avvengono!» (Lc 17,1). Occorre innanzitutto distinguere tra gli scandali che derivano dalla vita morale e quelli intellettuali, quando uno si comporta come eretico o scismatico, contro la verità e l'unità. In generale, nella nostra maturità di fedeli noi crediamo in Dio anche quando il ministro della Parola si mostra indegno rispetto alla sua missione. Nel secolo III vi sono state grandi discussioni nel caso di Agostino (354-430) contro i donatisti, i quali ritenevano che i sacramenti non avessero una dignità di per sé, ma che la loro validità dipendesse dalla dignità di chi li amministrava. Una grande sfida per la fede: come è possibile che uno che non è "santo" nella sua vita morale o intellettuale possa trasferire la grazia? Agostino, con tutta la Chiesa, ha sostenuto che la grazia di Dio non dipende da noi che siamo i suoi strumenti.

L'altro estremo sarebbe, come per alcune correnti della riforma protestante, di negare totalmente la mediazione umana della Chiesa. San Tommaso ha detto che come Dio trasmette a noi la sua grazia attraverso semplici segni - come ad esempio l'acqua per il Battesimo così Egli trasmette la sua grazia per lo strumento dell'uomo e non di un angelo. Questo ha a che fare con la nostra natura che è corporea, sociale, storica. Perciò dobbiamo accettare l'umiltà di Cristo che è venuto nella nostra carne e ha voluto trasmettere la sua grazia tramite la "carne" degli apostoli e i loro successori, vescovi e sacerdoti.

Siamo chiamati ad accettare questa concretezza della grazia. Non possiamo pretendere di scegliere un Papa, un vescovo o un parroco da una specie di catalogo, come se vi fosse un desiderio personale da soddisfare. Dobbiamo vivere la concretezza della realtà così come ci è data e accettare la contingenza della esistenza umana.
 

Eppure oggi nella Chiesa si pone spesso l'accento sul fatto di essere credibili...

La credibilità è certamente necessaria, ma in cosa consiste la credibilità della Chiesa? La Chiesa non perde la credibilità quando alcuni sacerdoti cadono in un peccato, tutti possiamo cadere in un peccato, ma quando questi abusano della loro autorità per peccare. Così danneggiano volontariamente la missione della Chiesa, ma non si tratta di una credibilità autoreferenziale: i ministri di Dio sono solo strumenti e sono chiamati ad essere fedeli ad una missione per cui Dio stesso li ha chiamati.
 

 

"L'ecumenismo non può avanzare con il relativismo e l'indifferenza sui temi dottrinali "


 

Si dice spesso, giustamente, che il fedele deve essere in ascolto della Parola. Ma comunemente si tende a identificare la Parola con la Sacra Scrittura. Non è una visione riduttiva della Parola di Dio?

Certo. Noi non siamo una religione del libro, ma si tratta della Parola predicata in Gesù Cristo e della Parola di Dio nella Sua Persona. Gesù non ha scritto la Sacra Scrittura, Lui è la Parola viva di Dio. La Sacra Scrittura è il primo e fondamentale testimone della Parola di Gesù Cristo, ma nel contesto della testimonianza di fede degli apostoli e della Chiesa primitiva. La Chiesa è l'auditrice della Parola, e questa Parola adesso è presente nella coscienza della fede della Chiesa, intesa però non come un semplice archivio, ma come una ricerca dentro al cuore vivo della Chiesa che ritrova, nel passare delle generazioni, quella stessa Parola. Una Parola intesa solo come Sacra Scrittura è riduttiva e non cattolica.
Purtroppo il protestantesimo ha voluto sottovalutare il valore della viva tradizione della Chiesa. La Rivelazione è certamente presente nella Bibbia in modo unico e fondamentale, ma anche nella vita della Chiesa, negli scritti dei Padri, nei grandi concili, nella vita sacramentale. I sacramenti non sono semplicemente una memoria, lì Cristo è presente, realmente e concretamente.

 

Se le cose stanno così, nella prospettiva dell'unità dei cristiani, la dottrina sembra diventare un ostacolo. Basti pensare ai sette sacramenti...

Per noi i sette sacramenti non sono un problema. Certamente non dobbiamo giustificarci perché abbiamo questi sette sacramenti, in quanto il loro riconoscimento è venuto dalla vita della Chiesa. Per la Chiesa cattolica questi sette segni non solo significano la grazia, ma causano la grazia. Quelli che devono giustificarsi sono i protestanti che hanno negato tutto questo. Non si può dire di accettare la tradizione solo fino a una certa data, come se lo Spirito Santo dopo il Concilio di Calcedonia fosse sparito dalla vita della Chiesa. Dobbiamo dire che oggi vi sono anche movimenti ecumenici che hanno in qualche modo superato questo "isolamento" della Bibbia, ma noi dobbiamo sempre ricordare che senza il contesto vivo della Chiesa che è guidata dallo Spirito Santo, la Scrittura finisce per essere solo un documento archivistico. La fede non si costruisce dagli archivi. Per conoscere la fede rivelata occorre rivolgersi alla Chiesa, non all'archivio.
 

Quindi le differenze tra la Chiesa Cattolica e le altre confessioni cristiane non sono, per così dire, vuote rigidità apologetiche?

La riforma protestante non deve essere semplicemente intesa come una riforma da alcuni abusi morali, ma bisogna riconoscere che andava a incidere sul nucleo del concetto cattolico di Rivelazione. Come è possibile che la Chiesa abbia insegnato per 1500 anni che questi sacramenti sono necessari per la fede e ci si accorge, invece, che la Chiesa avrebbe guidato milioni di fedeli all'errore? Il fondatore della Chiesa l'ha abbandonata per secoli e secoli nel buio?

La Chiesa avrebbe guidato le persone all'inferno, questo non può darsi. Si può sempre riformare la vita morale, le nostre istituzioni, università, le strutture pastorali, è necessarlo anche sbarazzarsi di una certa "mondanizzazione" della Chiesa: tutto questo possiamo accettarlo dalle istanze della riforma protestante, ma dobbiamo dire che per noi ci sono errori dogmatici fra i riformatori che mai possiamo accettare. Con i protestanti il problema non sta solo nel numero dei sacramenti, ma anche nel loro significato. L'ecumenismo non può avanzare con il relativismo o nell'indifferenza verso i temi dottrinali: per cercare l'unità non possiamo accettare di "regalare" due o tre sacramenti, o accettare che il Papa sia una specie di presidente delle diverse confessioni cristiane.
 

Un altro argomento oggi di attualità è il rapporto tra dottrina e coscienza personale.

Tutti devono seguire la loro coscienza, ma la coscienza è un termine che esprime un rapporto, una relazione. Non con me stesso, ma verso l'Altro. La coscienza sta davanti a un altro e per noi, chiaramente, questo altro può essere solo Dio che è nostro Creatore e Salvatore, e che ci ha donato i comandamenti non per farci arrabbiare, o per controllarci, ma per illuminare il cammino. I comandamenti sono un orientamento per il Bene, per raggiungere il nostro fine: sono la via, ma anche il traguardo. Ciò vale per la morale, ma anche per la dottrina, perché abbiamo la coscienza della verità quando noi come uomini capiamo che dobbiamo ob-audire (ascoltare stando di fronte) la Parola di Dio che illumina. Si tratta di verità trascendenti che vanno al di là della nostra capacità, ma con l'aiuto della grazia abbiamo questa capacità di comprendere ciò che Dio ha detto a noi e che illumina il cammino. Io so di essere chiamato al rapporto eterno della mia persona con la Persona di Dio. Questo confronto, ovviamente, c'è anche nella vita morale. Gli uomini sono chiamati a scegliere tra bene e male. Anche gli animali uccidono altri animali, ma noi siamo posti davanti alla domanda se questo è bene o male. Io so che per la natura della mia coscienza devo fare il bene e fuggire il male, questo è il giudizio fondamentale della legge inserita naturalmente nell'essere e, per noi cristiani, questa è espressamente dichiarata nei dieci comandamenti e nelle beatitudini evangeliche. Questo ci dice lo Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, che illumina la mente e conforta la volontà.
 

Quindi non si può dare una contraddizione tra dottrina e coscienza personale?

No, è impossibile. Ad esempio, non si può dire che ci sono circostanze per cui un adulterio non costituisce un peccato mortale. Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante. Per superare questa assurda contraddizione, Cristo ha istituito per i fedeli il Sacramento della penitenza e riconciliazione con Dio e con la Chiesa.
 

È una questione di cui si discute molto a proposito del dibattito intorno all'esortazione post-sinodale Amoris laetitia.

La Amoris Laetitia va chiaramente interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa. Il sacramento della penitenza può accompagnarci verso la comunione sacramentale con Gesù Cristo, ma sono parte essenziale del sacramento della penitenza alcuni atti umani, guidati dallo Spirito, che devono essere rispettati: la contrizione del cuore, il proposito di non peccare più, l'accusa dei peccati e la soddisfazione. Quando manca uno di questi elementi, o il penitente non li accetta, il sacramento non si realizza. Questa è la dottrina dommatica della Chiesa, indipendentemente dal fatto che la gente possa accettarla o meno. Noi siamo chiamati ad aiutare le persone, poco a poco, per raggiungere la pienezza nel loro rapporto con Dio, ma non possiamo fare sconti. Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando Amoris laetitia secondo il loro proprio modo di intendere l'insegnamento del Papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica. Il magistero del Papa è interpretato solo da lui stesso o tramite la Congregazione per la Dottrina della Fede.
 

“Dobbiamo aiutare il peccatore a superare il peccato, non a giustificarlo”

 

Il Papa interpreta i vescovi, non sono i vescovi a interpretare il Papa, questo costituirebbe un rovesciamento della struttura della Chiesa Cattolica. A tutti questi che parlano troppo, raccomando di studiare prlma la dottrina sul papato e sull'episcopato nei due concili vaticani, senza dimenticare la dottrina sui sette sacramenti (il Concilio Lateranense IV, di Firenze, di Trento e il Vaticano II). Il Vescovo, quale Maestro della Parola, deve lui per primo essere ben formato per non cadere nel rischio che un cieco conduca per mano altri ciechi. Così la lettera a Tito: «Il Vescovo deve essere fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori» (Tt 1,9).
 

Però a questo proposito si parla spesso della possibilità di sviluppo del dogma. Come deve intendersi questo sviluppo?

La Chiesa è un corpo vivo, lo sviluppo è un movimento per comprendere meglio le profondità dei misteri. Però non è possibile superare dichiarazioni del magistero quando si tratta di dichiarazioni che riguardano la fede divina cattolica rivelata. La Rivelazione è compiuta in Gesù Cristo ed è presente nel depositum fidei degli apostoli. Abbiamo tante riflessioni sul tema dello sviluppo del dogma, come ad esempio quella del Beato J.H. Newman, o quella offerta dallo stesso Joseph Ratzinger. Qui possiamo trovare espresso il significato dello sviluppo del dogma in senso cattolico, per difendersi dal modemismo evoluzionista da una parte e dal fissismo dall'altra. Si deve dare uno sviluppo omogeneo nella continuità e non nella rottura. Ciò che è definito dogmaticamente non può essere smentito in alcun modo: se la Chiesa ha detto che ci sono sette sacramenti, nessuno, nemmeno un concilio potrebbe ridurre o modificare il numero o il significato di questi sacramenti. Chi vuole unirsi alla Chiesa Cattolica deve accettare i sette sacramenti come mezzi della salvezza. Il fondamento per la omogeneità dello sviluppo del dogma è la preservazione dei principi di base: l'arianesimo non è sviluppo sul dogma dell'lncarnazione, ma è corruzione della fede. Così la Chiesa ha chiaramente espresso il riconosclmento del matrimonio come una unione indissolublle tra un uomo e una donna. La poligamia, ad esempio, non è uno sviluppo della monogamia, ma ne è la sua corruzione. Per questo possiamo dire che la Amoris laetitia vuole aiutare le persone che vivono una situazione che non è in accordo con i principi morali e sacramentali della Chiesa cattolica e che vogliono superare questa situazione irregolare. Ma non si può certo giustificarli in questa situazione. La Chiesa non può mai giustificare una situazione che non è in accordo con la volontà divina.
 

L'esortazione di san Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, prevede che le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi, per poter accedere ai sacramenti devono impegnarsi a vivere in continenza. È ancora valido questo impegno?

Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell'enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell'intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l'evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio. Ricordiamo che il matrimonio è un vincolo sacramentale che si imprime quasi come il carattere del battesimo: fino a quando i coniugi sono vivi questo vincolo matrimoniale è indelebile. In questo le parole di Gesù sono molto chiare e la loro interpretazione non è una interpretazione accademica, ma è Parola di Dio. Nessuno può cambiarla. Non bisogna cedere allo spirito mondano che vorrebbe ridurre il matrimonio a un fatto privato. Oggi vediamo come gli Stati vogliano introdurre una definizione di matrimonio che nulla ha a che vedere con la definizione del matrimonio naturale, e dobbiamo anche ricordare che per i cristiani vale la prescrizione di sposarsi nella forma della Chiesa: dicendo sì per sempre e solo a un tu esclusivo.
Per noi il matrimonio è l'espressione della partecipazione dell'unità tra Cristo sposo e la Chiesa sua sposa. Questa non è, come alcuni hanno detto durante il Sinodo, una semplice vaga analogia. No! Questa è la sostanza del sacramento, e nessun potere in Cielo e in Terra, né un angelo, né il Papa, né un concilio, né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarlo.


Come si può risolvere il caos che si genera a causa delle diverse interpretazioni che vengono date di questo passaggio di Amoris laetitia?

Raccomando a tutti di riflettere, studiando prima la dottrina della Chiesa, a partire dalla Parola di Dio nella Sacra Scrittura che sul matrimonio è molto chiara. Consiglierei anche di non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi, soprattutto quello per cui se muore l'amore, allora è morto il vincolo del matrimonio. Questi sono sofismi: la Parola di Dio è molto chiara e la Chiesa non accetta di secolarizzare il matrimonio. Il compito di sacerdoti e vescovi non è quello di creare confusione, ma quello di fare chiarezza. Non ci si può riferire soltanto a piccoli passaggi presenti in Amoris laetitia, ma occorre leggere tutto nell'insieme, con lo scopo di rendere più attrattiva per le persone il Vangelo del matrimonio e della famiglia. Non è Amoris laetitia che ha provocato una confusa interpretazione, ma alcuni confusi interpreti di essa. Tutti dobbiamo comprendere ed accettare la dottrina di Cristo e della sua Chiesa e allo stesso tempo essere pronti ad aiutare gli altri a comprenderla e a metterla in pratica anche in situazioni difficili. Il matrimonio e la famiglia sono la cellula fondamentale della Chiesa e della società, per ridare speranza a un'umanità affetta da un forte nichilismo occorre che questa cellula sia sana.

 

Fonte: Il Timone - http://www.iltimone.org/it_IT/home

 Anzitutto il muro della casa, che difende l'intimità e gli affetti familiari, dove si può entrare solo attraverso la porta (per tener fuori estranei, ladri e assassini); poi i muri delle città...

 di Gianfranco Morra

 

 La civiltà è nata col muro. Anzitutto quello della casa, che la circonda e la difende come il luogo degli affetti familiari e dell'intimità. Dentro la quale si può entrare solo attraverso la porta, il cui simbolismo (morale e religioso) in ogni cultura è uno dei più forti.

Dalla casa, dal castello e dall'abbazia si estese a quella grande Casa che è la città. E ancora oltre: gli Stati hanno eretto lunghe muraglie, come quelle di circa 120 km tra Gran Bretagna e Scozia volute da Adriano e Antonino Pio. Il primato spetta ai cinesi: una Grande Muraglia lunga 8.800 km.

Senza dubbio, per esigenze di difesa contro i nemici e per tener fuori estranei, ladri e assassini. Ma non minori erano le valenze simboliche. Muro significa identità e solidarietà. Le mura trasformavano la città in un microcosmo, di cui racchiudevano la perfezione: spesso erano circolari, come il moto delle sfere celesti. In Occidente, il loro modello erano le mura della Gerusalemme celeste, costituita da un quadrato perfetto: «un muro grande e alto munito di dodici porte presso le quali vi erano dodici angeli» (Apocalisse, 21, 12).

CIVILTÀ DEL PASSATO
Ancor oggi restiamo stupiti di fronte alla grandiosità delle mura erette dalle civiltà del passato. In alcune città vi sono ancora tracce di tre o quattro cerchia di mura, corrispondenti ai successivi ampliamenti dell'abitato. Mirabili ancora le mura di Roma, che risalgono a Romolo («possa morire chiunque osi scavalcare le mura», in Tito Livio).

Ma anche le mura volute da tanti i papi sono fra le più grandiose, soprattutto quelle leonine, fatte erigere da Leone IV per difendere Roma dagli islamici: la fede religiosa ha sempre protetto l'ordine sociale contro il disordine che può giungere dall'esterno. Grandiose quelle del Vaticano, tuttora custodite e controllate ad ogni porta da guardie svizzere. Le mura erano strumenti di difesa. In latino moenia deriva da munire, fortificare, proteggere. Le mura potevano essere anche una prigione. Ma tutte avevano le porte, che si chiudevano la sera e si riaprivano all'alba.

La civiltà moderna ha inventato armi così potenti che le mura della città sono divenute inutili. Quasi ovunque sono state rase al suolo dai progetti urbanistici dell'Ottocento, la città è divenuta aperta e i trasporti rapidi. Era nata l'Europa della sicurezza, quel «mondo di ieri» (Zweig) nel quale si viaggiava tra i vari paesi senza difficoltà. Senza dubbio un progresso, al quale però è corrisposto però un mutamento paradossale. Le mura non le abbiamo più, ma l'incomunicabilità e la solitudine, anziché diminuire, sono aumentate, sino a divenire una malattia endemica del tecnopolitano.
E la criminalità dilaga.

Le porte delle case non sono più aperte, come spesso nel passato, ma chiuse da complicate serrature e difese da sofisticati sistemi d'allarme. Tolte le mura, non abbiamo avuto una società libera, ma atomistica e angosciata. Una civiltà del «muro», come ha esemplificato Jean Paul Sartre, una barriera invisibile che impedisce la comunicazione e il rapporto fra le persone, come ne Le mur di Sartre (1939): «L'inferno sono gli altri» (l'enfer c'est les autres). Ma il muro non può essere uno strumento di egoismo e di sopraffazione, quando impedisce a popolazioni misere e profughe di trovare uno spazio vitale nei paesi ricchi e civili, che le escludono?

UNA FORTE INCOSCIENZA
La polemica del cattopopulismo ha come primo bersaglio il «muro», al quale contrappone un'altra immagine antropologica, quella del ponte. Alla base della quale c'è un autentico sentimento di solidarietà, dato che è un dovere cristiano e più generalmente umano aiutare chi soffre. Ma esprime anche una forte incoscienza sugli aspetti reali, distruttivi della identità e della sicurezza dei popoli raggiunti dalle migrazioni senza regole che da anni sempre più numerose investono l'Europa.

In contrasto con la reale situazione di disagio e di insicurezza delle popolazioni europee, soprattutto dei poveri, che di fronte alla immigrazione selvaggia sono i più disarmati.

Una paura reale e motivata, che va considerata in ciò che ha di reale, non demonizzata, col falso ragionamento che occorre farla tacere e accogliere tutti. Si confonde così l'effetto con la causa: sono i migranti che producono la paura, dalla quale gli invasi impauriti cercano di difendersi con la richiesta di una programmazione e di un controllo.

E quei paesi che, per farlo, hanno eretto dei muri, che più spesso sono reticolati, non possono essere bollati e infamati come «anticristiani». Non l'hanno fatto di buon grado, ma perché ne sono stati costretti. Ciò vale in Europa per Francia e Regno Unito, Germania e Spagna, Austria e Ungheria, Grecia e Macedonia, Slovenia, Norvegia ed Estonia. E vale anche per gli Stati Uniti, dove il muro col Messico è stato una scelta condivisa da tutti gli ultimi presidenti, elefantini o asinelli che fossero. Basta ripercorrerne la storia: fu iniziato dal repubblicano Bush senior nel 1990 e continuato da Bush junior nel 2006. Lo potenziò anche un democratico come Clinton nel 2005 e votarono a favore Hillary e Obama (allora senatori).

Ma la polemica contro il muro per fermare i messicani rientra nella campagna di squalificazione contro il Presidente Trump, colpevole di aver vinto le elezioni democratiche. Chi le ha perse aveva bisogno di una strega e di un capro espiatorio. Anche perché Donald sta facendo qualcosa di peggiore, cerca di attuare quelle promesse, che ha fatto durante la campagna elettorale convincendo i cittadini. Inaudito.

 
 
Fonte: Italia Oggi, 22/02/2017
Argomento: Fede e ragione

 La persecuzione dei cristiani che l’Europa non vede, la cristofobia.
“Scontiamo la nostra debolezza, più che la forza dell’islam”.
Parla il cardinale Kurt Koch.


Talvolta, l’occidente dà l’impressione di aver finito per odiare se stesso e di pensare solo a evidenziare ciò che è distruttivo”. Il cardinale Kurt Koch, svizzero, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, conversa con il Foglio di Europa e fede, islam e cristianesimo, e richiama un passaggio di un vecchio discorso dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, che nel 2004 così parlò a un dibattito organizzato dal Senato italiano. Il futuro Benedetto XVI sottolineò quell’“odio strano che si può considerare solo come qualcosa di patologico”.

E’ l’occidente che “tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso”.
Sono convinto – dice Koch – che questa affermazione dell’allora cardinale Ratzinger sia profetica. E’ questa la realtà che abbiamo sotto gli occhi, anche se è difficile dire dove si trovino le sue ragioni, quali siano le cause specifiche. Ma è fondamentale mettere in rilievo anche la cristofobia che si respira in Europa. In molte realtà e in diversi ambiti ciò è palese: guardiamo alla satira, per esempio. E’ sempre la chiesa cattolica, il cristianesimo a essere oggetto del sarcasmo. Mai gli ebrei, raramente i musulmani. Questo atteggiamento contro il cristianesimo mi induce a riflettere su questa realtà così bene messa in luce dodici anni fa dal cardinale Ratzinger”.

Il discorso ricade puntuale sulle radici europee, rinnegate più d’un decennio fa, quando Bruxelles scelse di non ascoltare le suppliche di Giovanni Paolo II, che aveva anche fatto recapitare una lettera al presidente della Convenzione incaricata di stendere la Costituzione comunitaria, Valéry Giscard d’Estaing, in cui domandava quanto meno di valutare l’inserimento dei riferimenti alle fondamenta giudaico-cristiane nel Preambolo.
Ha ancora senso, vedendo come è andata a finire a quel tempo, riproporre il discorso sulle radici? “Sì. L’Europa senz’anima non ha un futuro e noi abbiamo bisogno di riscoprire l’anima”, dice Koch. “Oggi abbiamo un po’ l’impressione che l’unità in Europa abbia solo un carattere economico, che sia un’unità del mercato. Ma questa non è Europa. Ecco perché è necessario distinguere tra ciò che è l’Unione europea e ciò che è l’Europa, un qualcosa di ben più grande. Per un futuro positivo, io penso si debba riscoprire il concetto di Europa, che ha molte radici: ebraiche, cristiane, romane, greche”.

Senza questa necessaria operazione – osserva il cardinale Kurt Koch – il futuro non può essere buono. E questo va fatto soprattutto oggi che l’Unione è in grande crisi, come si vede dalla situazione tragica dei profughi”.
Il porporato invita a “non nascondere con falsa modestia” queste radici, perché “ogni famiglia che voglia riscoprire la propria realtà e prepararsi al futuro deve necessariamente riscoprire le radici delle propria famiglia e della propria storia. E l’Europa, in fin dei conti, non è altro che una grande famiglia. Senza questa domanda, senza questa volontà di recuperare la propria origine, l’avvenire non potrà essere buono”.

Il grande equivoco si ha quando il discorso sulle radici viene letto in chiave confessionale. “Ma le radici cristiane non sono soltanto una cosa che ha a che fare con la confessione. Sono un fatto storico, un’evidenza. Senza cristianesimo non si può vedere la storia d’Europa. Ritengo che ci sia una sorta di ideologia nel pensiero così diffuso a Bruxelles, dove si afferma che non si possono citare le radici perché siamo neutrali. Ma se siamo neutrali, non possiamo neppure negare tali radici… Seguendo questo ragionamento, poi, non solo la confessione di Dio, ma anche la posizione agnostica e quella atea sono una contraddizione rispetto alla neutralità. Joseph Weiler, ebreo, ha scritto un libro sull’Europa cristiana. Su questo concetto – sottolinea al Foglio il cardinale Koch – abbiamo tenuto l’ultimo congresso degli allievi di Joseph Ratzinger. Weiler, come ebreo, ha molto insistito su questo punto, sulla realtà delle origini cristiane in Europa. Questo messaggio, da parte di un ebreo e non di un cristiano, è molto importante”.

Lo Schülerkreis, l’annuale ritrovo degli allievi ratzingeriani, ha avuto luogo nello scorso fine settimana: “Abbiamo fatto un’analisi della situazione in Europa, non troppo ottimistica. Dobbiamo avere però speranza che la situazione odierna provochi una nuova riflessione sulla riscoperta dell’anima europea. C’è un po’ paura della realtà, è vero, ma anche speranza per il futuro. Soprattutto dal vescovo Egon Kapellari, che ha parlato di un idealismo realistico, è giunto questo messaggio: se vediamo la storia dell’Europa, non possiamo negare questa realtà, quindi il nostro compito è testimoniare”.

L’Europa ha dimenticato Dio? “Non lo so, è complicato da dire. La fede degli uomini è difficile da giudicare. Penso che il problema fondamentale sia la privatizzazione della religione nelle società europee. Che, cioè, la religione e la fede debbano essere solo un affare molto privato. E’ chiaro, la fede è una cosa personale, ma non per questo privata. In questo senso – aggiunge il cardinale Koch – la religione deve avere una dimensione pubblica. Vedo il problema nei segni religiosi: la nostra società è piena di segni, dalla polizia all’esercito, dai gruppi studenteschi ai musicisti. Tutti hanno segni, senza problemi. Il problema sono sempre i simboli religiosi, la croce. E questa è per me l’indicazione che la nostra società non ha un atteggiamento sano dinanzi alla religione. Questa deve essere la nostra sfida”.

C’è qui il paradosso di una società che invoca il dialogo interreligioso quando essa, per prima, ha fatto tutto il possibile per relegare la religione a fatto privato. “Sono convinto che una società che privatizza la religione non sia in grado di sviluppare un dialogo interreligioso. E sono soprattutto i musulmani che vengono nelle nostre società, in Europa, a dimostrarlo: non hanno paura del cristianesimo, bensì della grande secolarizzazione. Ritengo che i musulmani apportino alla nostra società la dimensione pubblica della religione. In Svizzera ho fatto l’esperienza di musulmani che hanno iscritto i loro bambini alla formazione religiosa delle scuole cattoliche, perché non possono comprendere di avere una vita senza religione. E’ per questo che a mio giudizio si deve riscoprire la pubblicità della religione. Altrimenti non saremo in grado di sviluppare un dialogo interreligioso”.

Da qui la considerazione, fatta sempre da Koch, che più che la forza dell’islam in Europa scontiamo la debolezza del cristianesimo. “Noi parliamo della sfida dell’islam, ma ritengo che questa sfida diventi più grande di quello che è perché non pochi cristiani non sono più in grado di dare una risposta. Per questo è importante conoscere la propria religione, parlare in pubblico e confessare la propria fede. In questo, mi pare di poter sostenere che il cristianesimo in Europa è debole. Ecco perché dico che la grande sfida in occidente è la debolezza del cristianesimo e non la forza dell’islam. Come ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, ‘perché avete paura dell’islam? Potete andare in chiesa la domenica e confessare la vostra fede’. Sarebbe opportuno e utile ripartire da qui”.

Certo, per una convivenza migliore è necessaria più reciprocità: “Dobbiamo insistere su questo, lo testimonia anche la mia esperienza. Da vescovo di Basilea, ricordo molti musulmani che venivano da noi a chiedere aiuto per la formazione degli imam. Abbiamo risposto di sì, domandando però che prima fosse riaperta la scuola teologica greco-ortodossa di Khalki, cosa poi non avvenuta. Insistere sì, dunque. Ma d’altra parte dobbiamo essere obbedienti alla nostra legislazione, non a quella dei paesi islamici. Abbiamo le nostre leggi e dobbiamo rispettarle. Non ci può essere un equilibro di ingiustizia”.

Il che non significa cedere al mantra multiculturale che tanto in voga pare essere: “E’ molto difficile comprendere ciò che vuol dire ‘multiculturalismo’. Significa che nelle nostre società abbiamo diverse culture. Ma quali sono le conseguenze? Io non conosco una cultura senza diritto. Quindi significa che dobbiamo avere, nelle nostre società, molti diritti diversi? Ma questo non va bene. Non dobbiamo di certo negare che nelle nostre società c’è una cultura principale né dimenticare che di questa cultura fa parte anche la virtù dell’ospitalità e l’apertura per persone che provengono da altre culture. Questo è un aspetto positivo, perché è un bene che uomini e donne di diverse culture arricchiscano le nostre società occidentali. Ma non credo che ciò sia sufficiente per parlare di multiculturalismo”.

La strada per la salvezza dell’Europa è una, e si chiama nuova evangelizzazione. “Serviranno tempo e pazienza, certo. Ma credo che il grande progetto dei papi dopo il Concilio Vaticano II – progetto che comincia già con Paolo VI e la sua lettera apostolica Evangelii nuntiandi – sia la nuova evangelizzazione del continente. Un’idea confermata poi da san Giovanni Paolo II, in America latina e in Europa. Infine, Benedetto XVI, che ha promosso quest’opera fino al punto di istituire un Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. A mio giudizio, però, è molto importante il modo in cui viene realizzata questa nuova evangelizzazione. Benedetto XVI, nell’omelia della messa di inaugurazione della Conferenza generale dell’episcopato dell’America latina, ad Aparecida, ha detto molto bene che l’evangelizzazione si fa non per proselitismo, ma per attrazione. Ciò significa che il cristianesimo deve riscoprire la sua bellezza, annunciare questo messaggio. Papa Francesco ha lanciato l’appello per una dimensione missionaria del cristianesimo, e io sono convinto che molti ascoltino questo messaggio per andare nel mondo e confessare. E’ da qui che bisogna ripartire”. Nonostante le stragi, le mattanze che il terrorismo compie qua e là in Europa. Ma è proprio da questo che qualcosa può rinascere, che la coscienza dell’uomo europeo potrà ridestarsi. Il cardinale Koch ne è convinto.

Guarda al martirio di padre Jacques Hamel, il sacerdote sgozzato sull’altare, in Normandia: “Questo caso va visto in un contesto più ampio, che è quello della grande persecuzione che i cristiani subiscono nel mondo di oggi. Questa persecuzione è maggiore che nei primi secoli, ma è una realtà che non è ancora sufficientemente presente nella consapevolezza dei popoli europei. Questi attacchi e attentati islamisti ci chiamano a rispondere alla grande sfida posta dalla cristofobia, mai prima d’ora così evidente. Per me – aggiunge il porporato – è anche una grande sfida ecumenica. Tutte le chiese, tutte le comunità cristiane hanno i loro martiri, oggi. In questo senso, già san Giovanni Paolo II parlò di ‘ecumenismo dei martiri’, e Papa Francesco insiste sull’‘ecumenismo del sangue’. E’ una sfida ecumenica, ma anche una grande speranza. Credo si possa ripetere quanto si diceva nella chiesa primitiva, e cioè che il sangue dei martiri sarà seme di nuovi cristiani. Sono convinto che oggi si possa dire che il sangue dei martiri sarà il seme dell’unità del Corpo di Cristo”.
 

Matteo Matzuzzi, per Il Foglio dell'11 Settembre 2016

Argomento: Islam

 Manifesti, convegni e pastorale: dilaga l'omoeresia

 L’appuntamento è per i primi di aprile. Hanno scelto una località, Albano laziale, che da qualche tempo dà ospitalità ad altre sigle, come il Forum dei cristiani Lgbt. Si chiamano Cammini di Speranza e sono decisi a tutto. Anche a studiare come contrastare la propaganda contro gli omosessuali e i transessuali da parte dei movimenti cristiani fondamentalisti. E pazienza se quella che loro chiamano propaganda è nient’altro che la dottrina di sempre della Chiesa sull’omosessualità.

Ma Cammini di Speranza è ormai più di un’avanguardia. Gode dell’appoggio di alcuni sacerdoti e vescovi e l’obiettivo del loro primo congresso è appunto quello di studiare strategie per farsi accettare nella Chiesa. Che non è, si badi, la richiesta di un approccio umano rispettoso della tendenza omosessuale, per il quale la Chiesa offre da tempo un adeguato cammino di verità e purificazione nell’ottica del sacrificio e della castità, come dimostra l’esperienza di Courage, ma un’accettazione tout court della pratica omosessuale. Con annessi e connessi.

Lo si evince dagli workshop proposti nel corso della due giorni di Albano: Cammini di Speranza per i giovani LGBT cristiani: quali proposte? ; Quale supporto spirituale chiedere alle chiese cristiane per le coppie di gay e lesbiche credenti che intendono celebrare il loro amore?; La propaganda contro omosessuali e transessuali dei movimenti cristiani fondamentalisti: come contrastarla?; Cammini di speranza per le donne cristiane LGBT: quali proposte?; Promuovere il sostegno alle persone LGBT anziane: come?; e infine: portare il punto di vista dei cristiani LGBT nel movimento LGBT italiano: quali strategie adottare?

Quest’ultimo workshop è la spia di un fenomeno strisciante, ma ormai sdoganato: le lobby gay si sono infiltrate a tal punto che anche nella Chiesa si fa lobby per portare le istanze dell’omosessualismo. Torna in mente la nota della Congregazione della Dottrina della fede che scrisse un testo così profetico e così illuminante da diventare oggi il principale bersaglio della Lgbtcrazia dominante anche in ambito cattolico: “Oggi un numero sempre più vasto di persone, anche all'interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all'interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo”. Era il 1986 e nessuno avrebbe immaginato come queste parole sarebbero diventate profetiche e osteggiate. Si è avverato quanto si temeva.

Così come le successive: “Anche all'interno della Chiesa si è formata una tendenza, costituita da gruppi di pressione con diversi nomi e diversa ampiezza, che tenta di accreditarsi quale rappresentante di tutte le persone omosessuali che sono cattoliche. Di fatto i suoi seguaci sono per lo più persone che o ignorano l'insegnamento della Chiesa o cercano in qualche modo di sovvertirlo. Si tenta di raccogliere sotto l'egida del Cattolicesimo persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale. Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione”.

Delle serie: Ratzinger, e San Giovanni Paolo II Papa che approvò il testo, avevano già messo in guardia il popolo cattolico, ma si vede che negli anni qualcuno deve essersi distratto perché ovunque si assiste all’esplosione di una pastorale gay friendly tanto innaturale quanto, stando ai documenti magisteriali, di rottura con la stessa fede.

Letta così sembra che la Chiesa abbia sdoganato del tutto la pratica omosessuale, che da comportamento oggettivamente disordinato è diventata una delle tante varianti della sessualità umana. Dunque: basta con le vecchie logiche del passato, basta con la monotonia della famiglia composta da uomo e donna. Per essere moderni e accoglienti bisogna essere arcobaleno e anche nella Chiesa non si fanno eccezioni.

Ma questa deriva non è altro che una delle tante tappe della progressiva attuazione di una vera e propria teologia gay che ha prodotto negli anni un altrettanto invasiva pastorale gay, i cui effetti pratici si ravvisano in episodi che le cronache tendono a rilanciare con grande enfasi. Come il recente caso di don Gianluca Carrega, che celebrò il funerale di un omosessuale unito civilmente ex Cirinnà, chiedendo scusa al “coniuge” per tutte le gravi mancanze della Chiesa nei confronti delle persone omosessuali.

E’ quella che don Dariusz Oko ha ribattezzato Omoeresia, ossia un’eresia sviluppatasi in ambito cattolico di una del tutto inesistente teologia omosessualista tesa a scardinare i principi su cui si fonda la morale cristiana e per certi versi anche l’ecclesiologia. Dall’omoeresia alle prassi pastorali come quella di Albano il passo è breve.

Ma bisogna raccontare come è stato possibile che in pochi anni si sia verificato questo stravolgimento. E’ quello che si incarica di fare il mensile di apologetica Il Timone che nel numero di marzo in uscita in questi giorni ha condotto un’articolata inchiesta sull’omoeresia e la mappa della lobby gay cattolica. Che non è soltanto quella che giornali e tv inquadrano come la presenza di sacerdoti e religiosi omosessuali. L’inchiesta non si occupa di questo, ma di un aspetto più taciuto, ma che ha fatto meglio presa nell’immaginario cattolico: quei preti che negli anni hanno iniziato ad aprire, accogliere, difendere e giustificare non tanto la cura della persona con tendenza omosessuale, disordine di fronte al quale la Chiesa ha parole di carità e di verità da sempre, ma la difesa degli atti e dunque delle relazioni fino alla giustificazione del matrimonio e dell’adozione dei figli, come abbiamo visto nei giorni scorsi con il caso dei due militanti lgbt, guarda caso attivisti e frequentanti Cammini di speranza, che su un bollettino parrocchiale di Roma difendevano quello che in Italia è ancora il reato di utero in affitto.

E’ un viaggio che parte da lontano quello del Timone e che approda sugli scaffali delle librerie cattoliche dove sovente si trovano testi apertamente di difesa ad esempio della spiritualità per i transgender. Ma che inizia con i preti di frontiera come don Ciotti per il quale un vescovo può tranquillamente essere gay o il servita Alberto Maggi, che ancor oggi rilascia interviste in cui dice che “i gay sono perseguitati solo perché amano”.

L’inchiesta documenta come la vera svolta e in un certo senso un mutamento di linguaggio anche nei programmi pastorali ci sia stata nel 2008 quando il Gruppo di Studio sulla bioetica dei Gesuiti, cui si unisce don Aristide Fumagalli professore di Teologia morale nel Seminario arcivescovile di Milano, pubblica sulla rivista Aggiornamenti sociali un Contributo alla discussione. Vi si trovano frasi che utilizzano un linguaggio diverso rispetto ai preti di frontiera. Sono studiatamente ambigue, ambiscono a inserirsi nella fedeltà del Magistero. In realtà sono l’inizio di un percorso “tossico” in smaccato contrasto con la Dottrina.

Come queste: “La persona riferisce di scoprirsi omosessuale senza volerlo e quasi sempre in modo irreversibile. Il compito dell’etica non sta quindi nell’insistere per modificare questa organizzazione psicosessuale, ma nel favorire per quanto possibile la crescita di relazioni più autentiche nelle condizioni date”. 

Da lì in poi il cammino è stato tutto in discesa. Numerosi gruppi hanno trovato ospitalità in diverse diocesi sparse per l’Italia. Si sono organizzati convegni, scritti manifesti, ottenuto l’appoggio di vescovi e cardinali, come il caso del vescovo di Albano Marcello Semeraro e si è ottenuta la compiacente complicità di Avvenire e della Cei, il cui ufficio di Pastorale Famigliare ha ospitato veri e propri militanti della causa Lgbt, in aperta contraddizione con quanto la Chiesa ha insegnato, lo abbiamo visto, in tutti questi anni.

C’è il vescovo Jean Paul Vesco per il quale “se la Chiesa non ha che l’astinenza sessuale da proporre come modello virtuoso agli omosessuali, c’e il forte rischio che la dottrina sia salva ma che le 99 pecorelle del gregge siano abbandonate a se stesse, senza che nessun pastore abbia preso su di sè il loro odore”.  Oppure il piano programmatico di sacerdoti diocesani del torinese come don Danna che auspicava nel 2012: “Dobbiamo aiutare i fedeli a cambiare mentalità rispetto all’omosessualità”, il teologo Giannino Piana (“la condizione omosessuale non è un problema per la fede, semmai un’opportunità di progressiva comprensione dell’essenziale”) e l’onnipresente Enzo Bianchi (“Gesù non dice nulla dell’omosessualità”)

Fino alla specifica teologia che teorizza anche il gender cattolico, alla faccia di tutti i pronunciamenti papali in merito dove si trova persino una ex suora autoproclamatasi teologa gender e prontamente invitata ad Arezzo a parlare agli insegnanti di religione.

Per Gianfranco Amato, intervistato nel corso dell’inchiesta “c’è un settore interamente fuori controllo nella Chiesa che contraddice le parole di tutti i Papi”; parole condivise da un altro esperto di tematiche gender come Renzo Puccetti, il quale fa notare come la Chiesa anche sulla questione omosessualista abbia una sorta di sindrome di Stoccolma e cerchi di adattarsi al mondo e non viceversa.

Un adattamento che alla fine però produce un implicito attacco non solo alla famiglia naturale, ma alla stessa evidenza di Creazione così come rivelata da Dio all’uomo. 

 

di Andrea Zambrano 03-03-2017
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-manifesti-convegni-e-pastorale-dilaga-l-omoeresiala-lobby-cattogay-si-e-imposta-contro-il-magistero-19120.htm

Argomento: Chiesa
  Celebrare la festa di san Giuseppe del 19 marzo (i primi furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399; venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio XV) significa rendere onore liturgico al Patrono universale della Chiesa e all’avvocato di ogni famiglia. Oggi più che mai occorre pregare ed implorare la sua intercessione per l’una e per l’altra realtà. Alla Vergine Maria si tributa il culto di iperdulia (al di sopra di tutti i Santi), mentre a san Giuseppe il culto di proto dulia (primo fra tutti i Santi).

Santa Teresa d’Avila affidò sempre a lui la risoluzione dei suoi problemi e dei suoi affanni e mai San Giuseppe la deluse. Lasciò scritto la mistica spagnola: «Ad altri Santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede». Perciò, «qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada», infatti, «ho visto chiaramente che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare» (Vita, VI, 5-8).

Come implorarlo per le necessità? La Chiesa invita a pregarlo, in particolare, praticando la devozione del Sacro Manto di San Giuseppe (risalente al 22 agosto 1882, data in cui l’Arcivescovo di Lanciano, Monsignor Francesco Maria Petrarca, la approvò: orazioni da recitarsi per 30 giorni consecutivi in ricordo dei 30 anni del casto sposo di Maria Santissima a fianco e a tutela di Gesù). Un Manto che molto potrebbe ottenere nell’anno del centenario di Nostra Signora di Fatima, perché, proprio a Fatima, anche san Giuseppe apparve. Era il 13 ottobre 1917, ultima delle apparizioni mariane alla Cova d’Iria.

Pioveva a dirotto. Racconterà suor Lucia: «Arrivati (…) presso il leccio, spinta da un istinto interiore, domandai alla gente che chiudesse gli ombrelli, per recitare la Corona. Poco dopo, vedemmo il riflesso di luce e subito dopo la Madonna sopra il leccio» (Quarta Memoria di Lucia dos Santos, in A.M. Martins S.j., Documentos. Fátima, L.E. Rua Nossa Senhora de Fátima, Porto 1976, p. 349). «Cosa vuole da me?». «Voglio dirti che facciano qui una cappella in Mio onore; che sono la Madonna del Rosario; che continuino sempre a dire la Corona tutti i giorni» (Ivi, pp. 349; 351).

A questo punto Lucia chiese se poteva guarire malati e convertire peccatori, la Madonna disse che non tutti avrebbero ricevuto la grazia: «Devono emendarsi; chiedano perdono dei loro peccati» e, con un aspetto più triste, non «offendano più Dio Nostro Signore, che è già tanto offeso» (Ivi, p. 351). In seguito la Madonna aprì le mani, che emanavano luce, e le fece riflettere e proiettare nel sole. Lucia allora gridò a tutti di guardare l’astro in cielo. Mentre la Madonna si elevava congedandosi, il riflesso della sua luce continuò a proiettarsi nel sole. E accanto al sole apparvero ai veggenti: san Giuseppe, il Bambino Gesù, la Madonna, vestita di bianco, con il manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino benedicevano il mondo: la Sacra Famiglia si presentò nel suo splendore celeste per assicurare la protezione in terra. Poi Maria Vergine divenne Addolorata, con aspetto simile alla Madonna del Carmine.

In seguito iniziò il miracolo danzante del sole. Padre premuroso e sollecito, san Giuseppe, a differenza di una certa letteratura modernista che lo tratteggia soltanto come uomo di tenerezza, fu assai forte e coraggioso (si pensi all’aver preso in sposa, contro il suo pubblico onore, la Vergine Maria in attesa di Gesù, oppure alla fuga in Egitto) e fu uomo mistico, visto che in più occasioni gli fu dato il privilegio di conoscere la volontà di Dio attraverso gli angeli. San Giuseppe, che ebbe così alta dignità e così alta responsabilità di capo della Sacra Famiglia, proteggendo la sua sposa e il Figlio di Dio, se invocato dai credenti e, principalmente, dai puri di cuore e, dunque, in grazia di Dio, non abbandonerà la Sposa di Cristo ai peccati e agli errori dei nostri tempi, sia clericali che civili. Ricorrere a lui significa affidarsi al giusto difensore celeste.

Il beato Pio IX, l’8 dicembre del 1870, quando proclamò san Giuseppe patrono della Chiesa universale, disse: «In modo simile a come Dio mise a capo di tutta la terra d’Egitto quel Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, affinché immagazzinasse frumento per il popolo, così, all’arrivo della pienezza dei tempi, quando stava per mandare sulla terra suo Figlio unigenito Salvatore del mondo, scelse un altro Giuseppe, del quale il primo era stato tipo e figura, che rese padrone e capo della sua casa e del suo possesso e lo scelse come custode dei suoi principali tesori».

Allo stesso modo Leone XIII, nell’enciclica Quamquampluries del 15 agosto 1889, afferma: «è affermata l’opinione, in non pochi Padri della Chiesa, concordando su questo la sacra liturgia, che quell’antico Giuseppe, nato dal patriarca Giacobbe, aveva abbozzato la persona e i destini di questo nostro Giuseppe e aveva mostrato col suo splendore, la grandezza del futuro custode della sacra famiglia». La stessa interpretazione venne espressa da Pio XII quando istituì la festa di san Giuseppe artigiano nel 1955. Possa il paterno discendente del Re Davide infondere nei responsabili terreni della Chiesa e nei genitori un poco del suo virile coraggio proveniente dalla sua indefettibile Fede.

(Cristina Siccardi per http://www.corrispondenzaromana.it/e-lora-di-san-giuseppe-patrono-della-chiesa-e-della-famiglia/)

  VITA DI SANTA CATERINA DA BOLOGNA

 scaricabile gratuitamente da: http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=72

 

PRESENTAZIONE: Il mondo d'oggi fa il processo ai contemplativi.

Se comprende e rispetta, e qualche volta ammira - bontà sua! - quei religiosi e quelle suore che si dedicano a un'attività assistenziale o educativa; se spinge il suo spirito di tolleranza fino a giustificare coloro che vanno in missione in terre barbare per conquistare anime a Cristo ed elementi utili al progresso del mondo; non ammette lo scandalo di tanti uomini e donne che si allontanano nel fior della vita dalla società, sfuggono al consorzio umano e si appartano dietro gli alti muri di un chiostro e le grate di una chiesa: unità improduttive, peso morto della civiltà contemporanea, basata sull'attivismo e sull'efficienza, evasori del compito comune di costruire e sostenere la famiglia umana.

Tali evasioni non esistono, come dimostreremo subito; in ogni modo è divertente constatare come coloro che ricorrono a tutti i mezzi, leciti ed illeciti, a tutti i sostituti, a tutti i sotterfugi per sfuggire all'angustia dell'esistenza, quando si trovano in presenza di queste pretese scappatoie spirituali, di queste immaginarie evasioni verticali, si indignano e lanciano fulmini.

Purtroppo questo concetto materialista ed utilitario dell'apostolato è penetrato perfino in molte zone di fedeli credenti e praticanti; e fa pena constatare quanto sia grande il numero dei cattolici che considerano monaci e monache di clausura come pezzi da museo, e la loro funzione un'oziosità da eliminare in questi tempi di dinamismo e di progresso. È la tentazione dell'efficacia, a cui molti cristiani han ceduto nel corso dei secoli, e che oggi si ripresenta sotto forme nuove.

Sarà opportuno, quindi, prima di addentrarci nella narrazione della vita di Santa Caterina, che fu una grande contemplativa, spazzare il terreno da una serie di prevenzioni che questa forma di vita ascetica suscita fra i nostri contemporanei. In fondo, come si vedrà, queste incomprensioni e prevenzioni sono originate da una diffusa ignoranza teologica dei principi sui quali si fonda; ed anche - perché no? ­ dalla scarsezza d'informazioni sul genere di vita degli Ordini contemplativi, dovuti alla spessa cortina di silenzio che circonda e protegge i loro chiostri, logicamente alieni da ogni forma di pubblicità.

Non si può dire, tuttavia, che dietro quei muri la vita sia facile. Quella vita silenziosa è una vita di preghiera e di lavoro. Secondo le precise indicazioni dell'Orario, la giornata si divide in parti rigorosamente ordinate, in cui le orazioni e le opere si alternano e talvolta si mescolano: si prega e si medita perfino quando si lavora e si mangia.

Giornate lunghe, perché s'iniziano presto: a mezzanotte, quando tutti dormono o si accingono ad andare a riposare, i religiosi e le monache, svegliati dalla campana, vanno in chiesa, in file silenziose, dietro l'Abate o l'Abbadessa, e pregano fino all'una. Alle cinque e mezza o alle sei, secondo le stagioni, comincia la vera e propria giornata, di cui, le Ore Canoniche scandiscono il ritmo: Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri e Compieta. Nessun tempo vuoto, eccetto brevi pause di svago; mai un minuto di ozio in questa minuziosa disposizione.

Alle belle liturgie succedono le ore di lavoro manuale o intellettuale, santificate dalla «lectio divina», questa lettura di testi spirituali, attenta, meditata, assaporata, che predispone l'anima alla mistica unione. Così fino al cadere della sera. Allorché nella chiesa l'oscurità si diffonde, rotta appena dalla luce tremolante della lampada accesa innanzi al Tabernacolo, delle forme umane in bigio e in bianco vengono a prendere posto negli stalli del Coro, e i salmi di Compieta si sgranano l'uno dopo l'altro. Segue l'esame generale e la lettura di un breve punto che formerà oggetto della meditazione dell'indomani.

E questo senza interruzione, un giorno dopo l'altro, fino a quello in cui la terra materna assorbirà questi corpi come assorbe i granelli di una pianta, giacché questi corpi che si disfanno - quale vero cristiano l'ignora? - sono semi di resurrezione.

Questo è il mistero che si cela dietro gli alti muri dei penitenziari di Dio, questa l'esistenza che menano questi reclusi e queste recluse, la cui vita e morte sembrano voler confermare queste parole che San Paolo dirigeva ai suoi fedeli di Corinto: «Ci prendono per dei moribondi, mentre siamo pieni di vita; per degli afflitti, mentre la gioia ci abita; per dei poveri privi di tutto, mentre possediamo tutto».

È evidente che per l'uomo del secolo XX, abituato alla vita facile e alle comodità, l'esistenza della clausura è priva di senso; e lo sarebbe effettivamente se tutte le rinuncie e i sacrifici, liberamente accettati, non fossero ordinati a un fine trascendente; se non fossero, più che delle abitudini, più o meno bene sopportate, una partecipazione attiva all'oblazione di Cristo, alle sue sofferenze, alla sua morte sulla Croce.
Analizziamo un poco la follia dolce e santa dei contemplativi.

Una vocazione naturale inclina certe creature verso le piaghe del nostro triste corpo. Ma molte altre si separano dai vivi per essere unicamente di un uomo chiamato Gesù che da duemila anni è uscito dal mondo. Egli è sempre là, per loro, più presente di qualunque creatura visibile, ed esse si nutrono di Lui, letteralmente. Questi estremi, si dirà, sono morbosi: follie fra altre follie ... Eppure, anche al di fuori delle persone consacrate, in tutte le classi, e nella meno cristiana di tutte, la classe operaia, fra giovinetti nell'età del desiderio, un piccolo numero sacrifica ogni altro amore alle cose, tirannicamente presenti per ciascuno di essi.

In termine tecnico questa esigenza - o, se preferite, questa follia - si chiama «vocazione». Vocazione vuol dire «chiamata», l'invito di una «voce» (dal latino: voc- ari). Tutti riceviamo delle chiamate, benché non tutti per lo stesso genere di vita. Le vocazioni non sono eguali per tutti, non a tutti sono assegnati gli stessi compiti, né tutti sono portati a un certo genere di vita, fatto di rinuncia, di privazioni, di sacrifici.

Ci sono anche piaceri legittimi, soddisfazioni sacrosante, come il compimento del proprio dovere nella sfera che Dio ci ha assegnata, la procreazione e l'educazione dei figli, il lavoro che ridonda in beneficio della comunità. Anche questo è un modo di collaborare con Dio, una forma di apostolato civile e cristiano; e perciò ci procura, insieme a molti grattacapi e preoccupazioni, anche molte soddisfazioni non mescolate a nessun disgusto o amarezza. Quelli che servono Dio nella loro sfera sociale, e vivono esclusivamente per la loro famiglia, senza negarsi però di fare un po' di bene anche agli altri, nei limiti del tempo e dei mezzi disponibili, sono esenti da certe forme patologiche di taedium vitae, non soffrono complessi e non sentono il bisogno di cercare evasioni immorali e demoralizzanti. Sono sereni anche nelle avversità e ringraziano il Signore non solo quando navigano in acque tranquille ma anche quando sono sballottati dalle tempeste.

Però dobbiamo cercare di comprendere coloro che hanno ricevuto una vocazione diversa dalla nostra, anche se ci sembri assurda. La natura produce piante che forniscono legumi e alberi che ci procurano frutti, gli uni e gli altri necessari al nostro sostentamento. Però produce anche fiori che profumano le nostre case, abbelliscono giardini e le piazze, adornano gli altari. Ora, se ammiriamo l'utile e il bello che Dio ha creato nell'ordine della natura, perché ci rifiuteremmo di ammetterlo nell'ordine dello spirito?

La vocazione contemplativa rappresenta dunque il cammino più arduo versol'imitazione di Cristo, e perciò appunto non è fatta per tutti: è solamente per quelli che vogliono essere perfetti, milizie scelte del Signore, gli alpinisti del misticismo; quelli che si arrampicano per gli erti e scoscesi sentieri della santità, quelli che scalano le cime, armati di corde e di arpioni.

  L'IRRICEVIBILE PROPOSTA DI VIETARE L'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

IL VERO FONDAMENTO DELL'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

 

L’editoriale parso sulla rivista Micromega del 25 febbraio di Paolo Flores d’Arcais intitolato “Aborto, abrogare l’obiezione è l’unica soluzione”, prendendo spunto dalla vicenda laziale dell’assunzione, da parte della Regione, di due medici ginecologi non-obiettori vincolati contrattualmente alla pratica delle interruzioni di gravidanza (i due neo-assunti si impegnano a praticare aborti pena il licenziamento per inadempienza contrattuale), si fa promotore d’una sostanziale modifica della legge 194 con l’abrogazione del diritto all’obiezione di coscienza ivi sancito.

Si potrebbe rispondere al direttore di Micromega in molti modi, ad esempio ricordando il rilievo costituzionale del diritto all’obiezione di coscienza, oppure, scendendo sul terreno delle sue argomentazioni, rilevando che la pratica degli aborti non è la funzione propria del medico ginecologo (che è invece la cura delle patologie afferenti l’apparato genitale femminile) e che dunque il rifiuto a praticarli da parte dei ginecologi obiettori non è assimilabile al rifiuto di un ipotetico militare di carriera (ipotesi svolta come esempio da Flores d’Arcais) che rinnegasse l’uso delle armi, dove l’uso delle armi è il proprio del militare.

Piuttosto i medici obiettori sono assimilabili a quegli insegnanti che, innanzi alla pretesa d’un regime di trasformarli in indottrinatori della gioventù all’ideologia ufficiale, volessero continuare a insegnare lettere, storia, matematica, geografia, etc. ovvero ad essere insegnanti e non diventare propagatori dell’ideologia di partito. Oppure a quei medici che, di fronte a improprie richieste dello Stato (es. distinguere i pazienti per razza, applicare protocolli eugenetici e non di cura,  ad esempio, finalizzati alla eliminazione di certi soggetti) volessero continuare ad essere medici e semplicemente medici, ovvero professionisti dediti alla cura del malato.

La professione del medico ginecologo consta nella cura delle malattie di un determinato apparato del corpo umano femminile e, dal momento che la gravidanza non è una malattia e l’aborto non è una cura, non nella pratica di ivg. La dignità della professione medica, così come la sua deontologia, anche ove non si volesse considerare la natura in se stessa criminale dell’aborto, imporrebbero ai medici il rifiuto di detta pratica. Non è quindi anti professionale, come sostiene Flores d’Arcais, il rifiuto, bensì lo è l’acconsentirvi trattandosi di una pratica che in nulla può essere definita come curativa  e, dunque, estranea (in quanto omicidio, poi, contraria) alla ratio della professione medica.

Ciò detto, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere la debolezza di una posizione pro-vita che facesse forza sul diritto all’obiezione di coscienza così come sancito dalla 194 o come emergente dal dettato costituzionale interpretato dalla giurisprudenza della Consulta. Debolezza non solo perché tale diritto sarebbe facilmente negabile da una iniziativa legislativa o da un nuovo pronunciamento della Corte Costituzionale, non solo perché i segni di un progressivo cedimento ed erosione ci sono già tutti (l’iniziativa della Regione Lazio è un esempio ma la negazione del diritto all’obiezione di coscienza potrebbe facilmente venire dalla giurisprudenza europea  in materia di aborto, etc.) ma perché è la ratio dell’obiezione di coscienza così come intesa dal nostro vigente ordinamento ad essere in se stessa problematica.  Lo dobbiamo dire, ammettendo così che molti, troppi impegnati nella battaglia per la vita si sono lasciati abbagliare, come allodole, dagli specchietti della 194 sino all’assurdo odierno di cattolici schierati a difensori della 194, impegnati a rivendicarne lo spirito e la piena attuazione.

L’errore è antico, essersi illusi, forse per spirito irenico, che bastasse il riconoscimento dell’obiezione di coscienza per rendere accettabile lo scandalo dell’omicidio di Stato a danno dei concepiti non ancora partoriti. Una simile logica è perversa e pervertitrice perché porta alla pacifica accettazione del male, ad un relativismo cinico. Che lo Stato uccida pure, che l’ospedale in cui lavoro uccida pure, che il collega con il quale lavoro gomito a gomito tutti i giorni uccida pure, purché non lo debba fare io. Ovviamente non intendiamo affermare che tale cinismo sia dei medici obiettori, piuttosto rileviamo che questa è la logica  della 194 riguardo l’obiezione di coscienza.

Vi è in tutto ciò uno spaventoso e inaccettabile soggettivismo quasi che il bene e il male siano questione tutta individuale, di personale coerenza con una propria soggettiva convinzione. L’obiezione di coscienza è intesa come un diritto alla coerenza con la propria opinione, indifferentemente da quale sia questa opinione, dalla sua fondatezza o meno, dalla sua verità o falsità.

E i cattolici, non tutti ma molti, ci sono cascati, in questa logica folle. Che poi, paradossalmente, è la stessa logica dei radicali nel loro sostenere aborto, eutanasia, etc. .. la logica dell’autodeterminazione individuale. L’obiezione di coscienza come sancita dall’ordinamento vigente è una particolare declinazione del principio di autodeterminazione, lo stesso invocato a fondamento dei pretesi diritti all’eutanasia, al suicidio (assistito), all’aborto (letto, peraltro, come autodeterminazione della donna), etc. Assente, completamente assente, il piano oggettivo della verità, del bene, della giustizia. Tutto è risolto nel “diritto” a disporre liberamente di sé, ad obbedire unicamente alla propria opinione: il nichilista lo eserciterà nel suicidio, il testimone di Geova (per citare un esempio svolto da Flores d’Arcais) nel rifiutare la trasfusione di sangue, il ginecologo pro-vita nel rifiutarsi di praticare aborti.

Ovviamente i ginecologi e gli infermieri fanno bene a esercitare l’obiezione di coscienza , lo scriviamo per non essere fraintesi. Ciò che contestiamo è la logica della 194 (obiezione di coscienza compresa) e non la sacrosanta e doverosa scelta pro-vita degli obiettori. La 194 è diabolica anche lì dove appare buona, ovvero dove concede il diritto all’obiezione di coscienza perché lo sancisce secondo la ratio liberal-radicale del principio di autodeterminazione individuale, del soggettivistico diritto alla coerenza con la propria opzione. Il rifiuto ad uccidere degli obiettori diventa una mera opzione soggettivamente scelta, parimenti  opzione soggettivamente scelta è quella di uccidere dei non-obiettori. E a garantire il diritto della opzione pro-vita è la legge positiva dello Stato che introduce l’omicidio di Stato dei concepiti non ancora partoriti.

L’obiezione vera non è quella prevista dalla 194 ma quella classico-cristiana, quella che il professor Castellano ha denominato “obiezione della coscienza” (per distinguerla dalla “obiezione di coscienza” della vulgata contemporanea) ovvero il giudizio della ragione pratica che riconosce come male l’obbedienza ad una certa norma perché la norma stessa è riconosciuta come ingiusta. L’obiezione della coscienza non rivendica il diritto alla coerenza  con una propria convinzione ma il dovere di disobbedire e resistere alla legge ingiusta, non si colloca nel soggettivo ma giudica la norma positiva alla luce di un ordine oggettivo di giustizia razionalmente conosciuto, non si chiude nel privato ma, dichiarando ingiusta la norma che disobbedisce, pone la questione sul piano pubblico del bene (comune) e della legittimità.

L’obiezione della coscienza è sempre una contestazione del potere che ha legiferato perché in se stessa afferma, mentre disobbedisce, l’illegittimità della norma contestata. L’obiezione della coscienza è sempre, se è vera obiezione, una sfida al potere ingiusto, un “Non ti è lecito!” (Mc 6, 18) detto in faccia allo Stato.

Si diceva che i cattolici, i pro-vita sono stati in molti abbagliati dagli specchietti per allodole della 194 e ora si giunge così al paradosso che, mentre i laicisti radicali culturalmente e legislativamente vincitori lavorano per modificare la 194 in senso peggiorativo, i cattolici se ne fanno difensori.

La militanza cattolica e pro-vita deve invece fuggire dalla trappola liberal-radicale, rifiutare la logica del principio di autodeterminazione (che sostanzia pure il principio dell’obiezione di coscienza intesa come diritto al coerenza con se stessi, con la propria opinione), esercitare la vera obiezione della coscienza ovvero disobbedire alla legge perché ingiusta, dichiararla ingiusta, dichiararla illegittima, riaffermare il principio razionale per il quale una legge ingiusta non è legge ma corruzione della legge e non obbliga proprio nessuno. Affermare con forza che una legge non è “che un comando della ragione ordinato al bene comune, promulgato da chi è incaricato di una collettività” (S. th. I-II, q. 90, a. 4),  non un atto di volontà sovrana, e che dunque  “la  legge  umana  in  tanto  è  tale  in  quanto  è  conforme  alla  retta ragione  e  quindi  deriva  dalla  legge  eterna.  Quando invece  una  legge  è  in  contrasto  con  la  ragione,  la  si  denomina  legge  iniqua;  in  tal  caso  però  cessa  di  essere  legge e diviene piuttosto un atto di violenza” (S. th. I-II, q. 93, a. 3, ad 2).  Contestare, insomma, il positivismo giuridico e il convenzionalismo normativo, riaffermare il diritto naturale per non finire, come purtroppo oggi molti, a tentare di difendere la vita con i principi dei radicali e trovarsi poi quasi inavvertitamente a difendere i principi dei radicali  mettendo tra parentesi la difesa della vita.

L’obiezione all’aborto deve essere contestazione di legittimità alla legge che lo consente, deve essere affermazione della verità che l’aborto è omicidio, che chi lo pratica non esercita una opzione tra opzioni ma si macchia di un orrendo delitto. In ultima analisi l’obiezione all’aborto non può essere irenica verso chi lo compie, verso lo Stato che lo consente e pratica, se vera obiezione è necessariamente denuncia di illegittimità e accusa.

Don Samuele Cecotti, 03-03-2017
per: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2460
 

Argomento: Socialismo

 Stoccolma come Rotherham: stupri nascosti in nome del "multikulti"

 

stoccolma festival  "Corsi e ricorsi storici" avrebbe detto Giambattista Vico di fronte all'ennesimo caso di censura ideologica targata politicamente corretto.
Ancora un caso in cui le notizie che scottano vengono nascoste sotto la botola che nasconde tutto quello che può turbare il mito del multiculturalismo. 
 
Siamo ancora in Svezia. La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli "attacchi insensati" di Donald Trump. La Svezia dell'Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l'importante è sentirsi se stessi, la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace.
 
Lo scorso anno anche il New York Times riportava le ansie svedesi, rese ancora più intense dai fatti estivi, come la storia di una donna e di suo figlio accoltellati a morte in un negozio Ikea di Vasteras da un richiedente asilo dell'Eritrea. Ma erano altri tempi, non c'era da difendersi dal pericolo trumpista. E noi che, invece, osiamo mettere in discussione quel paradiso in terra, finiamo per essere tacciati su Facebook come propagatori di bufale. Anche se, per raccontarvi l'ennesima storia taciuta di violenze sessuali da parte d'immigrati ai danni di ragazzine, per lo più minorenni, è servito uno stomaco di ferro, più che la fantasia.

 

La verità è che la Svezia, oltre agli stupri che aumentano in maniera esponenziale, le violenze, le aggressioni sessuali, i sobborghi messi a ferro e fuoco da immigrati che stanno prendendo il sopravvento su di una popolazione che, vittima di se stessa e di politiche contro la natalità, sta scomparendo, ha subito qualcosa di molto simile alla Gran Bretagna, quella del caso Rotherham che abbiamo raccontato sull’Occidentale, migliaia di ragazze molestate e aggredite sessualmente da immigrati asiatici e di fede musulmana.

"We Are Sthlm" – noi siamo Stoccolma – è un festival musicale che si tiene ogni anno, solitamente ad agosto, nel centro della città svedese, dal 2000. Una manifestazione talmente famosa e nota che, per intenderci, nel 2013 ha raggiunto la soglia di oltre mezzo milione di visitatori nel corso dei sei giorni. Considerato come il più grande festival musicale della gioventù d'Europa, è frequentato da ragazzi che hanno dai tredici ai diciannove anni. Ma quando a gennaio 2016 i fatti di Colonia – le molestie e le aggressioni alle donne tedesche la notte di Capodanno del 2016 – riescono a venire fuori e fanno il giro del mondo, una certa angoscia, o paura, o, semplicemente, una pulce nell'orecchio, riesce a dare coraggio a uno dei più noti quotidiani svedesi, con sede proprio a Stoccolma, Dagens Nyheter.

Così, il grande pubblico entra in contatto con la scabrosa serie di violenze sessuali avvenute durante il festival musicale, messe a tacere nel terrore d'essere tacciati di razzismo. Nel rapporto pubblicato dal DN vengono denunciati un numero indecifrato di stupri avvenuti nelle edizioni del 2014 e 2015 del festival, che la polizia, messa al corrente dei fatti, ha preferito insabbiare.

Esattamente come a Rotherham, nel Regno Unito. Inizialmente il giornale svedese riceve la soffiata da uno psicologo – che aveva incontrato, come pazienti, alcune vittime – ma non viene dato seguito alla denuncia. Contattata da un altro quotidiano svedese, il Nyheter Idag, la redazione del Dagen Nyheter ammette di essere stata contattata dallo psicologo – sotto anonimato – e che non avendo avuto manforte dalle forze dell'ordine ha preferito congelare per un po' la pubblicazione della storia. La redazione del giornale prova a giustificarsi, spiegando che l’editore non era interessato al caso, e chi avrebbe dovuto non insiste, pensando che una storia del genere avrebbe solo fomentato sentimenti razzisti in città.

Una patata bollente che tutti cercavano di scaricare. Fino a quando lo stesso Dagens Nyheter decide di pubblicare tutto. 

I giornalisti scoprono un memorandum interno della polizia in cui si esorta alla vigilanza durante il festival, dati i problemi delle edizioni precedenti, quando erano stati registrati casi di "giovani che si strofinavano contro le ragazze". Documento in cui la stessa polizia faceva menzione di immigrati per lo più provenienti dall'Afghanistan. Il 63% delle vittime prese di mira ai concerti non aveva neanche quindici anni. 
Anche il New York Times, lo scorso gennaio, fa riferimento ai fatti, in un breve pezzo, in cui riporta le dichiarazioni di un certo David Brax. Ricercatore sui crimini d'odio presso l'Università di Goteborg, Brax ritiene opportuno confidare al giornale quanto sia stato comprensibile il modus operandi della polizia.
Perché nel rendere pubblico quanto accaduto, le autorità svedesi avrebbero soltanto intensificato i sentimenti di paura della popolazione nei confronti degli immigrati. Insomma, meglio nascondere tutto.
Non solo. Secondo il professor Brax, e tanti altri come lui, questo genere di storie hanno come risultato semplicemente il portare acqua al mulino della "destra antimmigrazionista".

Ma è difficile tenere coperte 38 segnalazioni di stupri e violenze sessuali. E i dati sull’accaduto sono, ancora oggi, incerti.
L'edizione di un quotidiano locale svedese, sempre lo scorso gennaio, accusa la polizia di non voler dichiarare il vero numero di quanti erano rimasti coinvolti nei tragici eventi, e che, però, almeno 50 dei sospettati erano rifugiati afghani, "arrivati in Svezia senza genitori".
Secondo la BBC nell'agosto 2015 duecento persone, contemporaneamente, erano state espulse dal Paese, senza che però venisse fatta menzione di aggressioni sessuali. 
Ma non finisce qui. Un funzionario di polizia, che ha chiesto e ottenuto che il suo anonimato fosse rispettato, lo scorso anno raccontò all'ennesimo giornale locale che non si trattava mica di un fenomeno nuovo. La prima volta che lui stesso era entrato in contatto con episodi di stupri e violenze sessuali, il festival si chiamava ancora "Ung08", ed era il 2008. Parliamo di almeno otto anni fa.

L’agente conferma inoltre il sospetto che le aggressioni sessuali nel corso degli anni siano state molte di più di quelle che si potevano immaginare e che, già nel 2008, chi era a capo dell'organizzazione del festival aveva chiesto alla polizia di non andare troppo a fondo. Senza trovare alcuna resistenza.
Sebbene, poi, casi di stupri fossero stati registrati ancora prima. Già nel 2006 all'Arvika Festival, un altro raduno musicale annuale svedese, vennero denunciati due stupri cui la polizia, non trovando testimoni, non diede seguito.
Ad arricchire la cornice dei fatti già di per sé surreale, il Guardian, mentre i dettagli della vicenda vengono a galla, pensa bene di dare voce ad una certa Susanna Udvardi, direttore di una delle Ong che si occupa di aiutare i rifugiati ad integrarsi nel sud della Svezia:  "il volgare trattamento degradante delle donne, tra cui le molestie gravi, è ben lungi dall'essere appannaggio di uomini del Medio Oriente. Sono costernata dal clima semplicistico che anima il dibattito svedese. I rifugiati hanno enorme rispetto per le donne", dice l'esperta.
Il genere di commenti perentori che fanno bene alle vittime e ai loro parenti.

Ma per restare al "clima semplicistico", il quotidiano Expressen, ancora l'anno scorso, riportava oltre al consueto registro politicamente corretto sull'identikit degli aggressori – "tipo di origine africana", "aspetto asiatico", "pelle scura", "origine straniera"  –,  le dinamiche delle violenze di cui i giornalisti erano riusciti a venire a conoscenza. In ognuno dei giorni dell'edizione 2014 del festival, si era verificato almeno un episodio di violenza sessuale.
Alcune talmente terribili, che abbiamo preferito non riportarle. Quindicenni prese a calci e poi violentate da non ancora diciottenni identificati come "stranieri", in molti casi non identificati affatto.
Tant'è vero che nella lunghissima lista di episodi riportati dal quotidiano, l'espressione "colpevoli sconosciuti", ricorre spesso. 
Quasi tutti, comunque, pakistani, afghani, di origine eritrea.
Le ragazzine venivano immobilizzate, ustionate con i mozziconi di sigarette, stuprate in branco.
Dinamiche simili ripetute ad oltranza da uomini che uscivano di notte, a torso nudo, con le maglie legate in vita, certi che in quella folla avrebbero trovato ciò che cercavano. Gli aggressori non cercavano luoghi isolati, ma la folla, impassibile, assuefatta, forse, dalla musica, chissà.
Convinti che, tanto, poi, nessuno avrebbe osato reagire o dire qualcosa.

Ogni caso, infatti, archiviato, per mancanza di prove.
Tra tutti i sospetti, un solo quindicenne è stato arrestato. Accusato di aver stuprato due quattordicenni, se l'è cavata con 25 ore di servizio sociale e una multa di mille euro da pagare come risarcimento alle ragazze.

Sono storie che non diventano notizie, se non quando il caso appare eclatante.
Perché della dark side dell'immigrazione, del multiculturalismo e dell'islam, non si può parlare.
L'importante è non ammettere il problema, e provocare e insultare chi osa denunciarlo.

 

di Lorenza Formicola | 02 Marzo 2017 per https://www.loccidentale.it/articoli/144746/stoccolma-come-rotherham-stupri-nascosti-in-nome-del-multikulti
Argomento: Islam

 La Pontificia Accademia delle Scienze si vende per un piatto di lenticchie?

  PARLA IL PROF. PAKALUK (CATHOLIC UNIVERSITY OF AMERICA) – Ecocatastrofisti e abortisti
riuniti in Vaticano. “ È una cosa senza senso”
 
Roma.
È iniziata ieri presso la Casina Pio IV, nel cuore dei Giardini vaticani, la conferenza dal titolo ambizioso: “Come salvare il mondo naturale da cui dipendiamo”. A organizzare il tutto è la Pontificia accademia delle Scienze, guidata dal vescovo argentino Marcelo Sánchez Sorondo.
 
Tra gli invitati spiccano Paul R. Ehrlich e John Bongaarts, chiamati a intervenire sul tema della sovrappopolazione, che pure non avrebbe molto a che fare con la questione cardine del convegno.
 
L’ambientalista, biologo ed entomologo Ehrlich è passato alle cronache per aver pubblicato, nel 1968, The Population Bomb, testo sacro per i cultori dell’ecocatastrofismo moderno in cui si legge che l’essere umano è un pericolo per il pianeta e la natura universalmente intesa. Bongaarts è il vicepresidente del Population Council, lobby parascientifica che sostiene da sessant’anni la necessità di contenere le nascite per porre un argine all’aumento della popolazione terrestre.
Teorie che poco hanno a che vedere con i principi cristiani, ma che agli organizzatori del workshop sembrano interessare. E pazienza se le tesi di Ehrlich siano state sconfessate dalla storia – negli anni ruggenti, il professore di Stanford teorizzava il ricorso ai programmi di sterilizzazione e aborto forzati – a cominciare da quella che profetizzava milioni di morti ogni anno negli Stati Uniti per fame.

“È difficile trovare una ratio in questi inviti”, dice al Foglio Michael Pakaluk, docente di Etica alla Catholic University of America, autore di un articolo sul magazine First Things in cui smonta paragrafo per paragrafo le teorie economiche di Ehrlich e Partha Dasgupta, economista a Cambridge e altro illustre ospite al seminario vaticano. “Si guardi il curriculum vitae di Bongaarts, per esempio: non ha mai scritto niente riguardo all’estinzione delle specie. Non c’entrano nulla con questa conferenza. E poi il lavoro scientifico di Ehrlich e Dasgupta è molto debole. Forse – aggiunge – questi inviti sono il frutto di un’idea sbagliata riguardo all’autonomia della scienza. Le persone che affermano la loro autonomia non si domandano se le loro azioni sono giustificabili. Semplicemente fanno ciò che vogliono”.

Pakaluk parla di grave scandalo: “La Pontificia accademia, concedendo spazio a questi uomini, porta gli altri a credere che non c’è nulla di sbagliato in ciò che queste persone promuovono”.
Ehrlich, poi, “non solo è un allarmista squilibrato le cui tesi sono state sconfessate anche dal New York Times, ma è uno che ha ripetutamente e violentemente attaccato la chiesa, paragonando il Papa a un terrorista“.
Le sue tesi, scriveva qualche settimana fa sempre il prof. Pakaluk, sono il contrario dell’insegnamento della chiesa. Due anni fa, ricorda il docente della Catholic University of America, Ehrlich scriveva che “quando tu metti al bando l’aborto, tu uccidi una donna. Gli immorali vescovi cattolici dovrebbero tenerne conto, visto che il loro gregge ha clamorosamente rifiutato le loro patriarcali e sessiste idee medievali nonché le loro ridicole opinioni sulla sessualità umana”.
 
Con queste premesse, “non è che ci possa essere tanto dialogo”, commenta il nostro interlocutore, rispondendo alla domanda se a un seminario del genere non sia giusto dar voce anche ai non allineati. “Guardando il programma del seminario, quali sarebbero i loro critici? Ehrlich e Bongaarts hanno milioni di dollari di finanziamenti e spazi illimitati per promuovere la loro agenda. Ma i poveri cattolici nell’Africa subsahariana che resistono loro non hanno alcuna voce“.
Il riferimento, qui, è a Bongaarts, teorizzatore della distribuzione di preservativi nei paesi africani per far fronte al sovrappopolamento di quelle aree e dunque cultore di quel “colonialismo ideologico” contro cui si scaglia assai spesso il Papa. Anche nell’enciclica Laudato Si’.

“Prima di iniziare il mio studio dell’articolo a quattro mani firmato nel 2013 da Dasgupta ed Ehrlich – ha scritto Pakaluk su First Things – ero tentato di descrivere le pontificie accademie come ‘sale che ha perso il suo sapore’ – il riferimento evangelico è chiaro, ndr -, visto che ci sono dozzine di conferenze sull’ambiente a Harvard e Stanford. Ma ora, dopo aver studiato il lavoro più rilevante di Ehrlich, preferisco dire che le pontificie accademie hanno barattato la loro ragion d’essere per un piatto di lenticchie“.
 
di Matteo Matzuzzi
Fonte: Il Foglio, edizione cartacea 6 marzo 2017
Argomento: Chiesa

 Obbligo di fare il male. Nuovo totalitarismo e cattolici distratti.

 10-03-2017 - di Stefano Fontana

 
 

 La definitiva approvazione in Francia della legge che punirà chi cercherà di distogliere le donne dall’aborto è un nuovo segno che la soglia del totalitarismo è stata superata. Questa soglia viene superata quando lo Stato non solo permette il male ma anche obbliga a farlo e considera reato fare il bene. Quando lo Stato non solo ammette per legge deviazioni dal diritto naturale ma le impone, obbligando ad un diritto innaturale o contro-naturale. Quando diventano non negoziabili i principi contrari a quelli non negoziabili. 

Tutti vedono che questa soglia è stata superata ormai in molti casi. Lo era stata, per esempio, quando la Corte suprema americana aveva obbligato tutti gli Stati federati a contemplare per legge il matrimonio tra persone omosessuali. Lo era stata quando il Parlamento francese aveva approvato la legge Taubira sul “matrimonio per tutti” senza concedere l’obiezione di coscienza ai sindaci. Lo abbiamo anche visto quando in Italia è stata approvata la legge Cirinnà sulle unioni civili. Da quel momento, infatti, qualsiasi politica familiare sarebbe andata anche a vantaggio delle unioni civili. Nessuna amministrazione pubblica, da allora, può esimersi dal fare il male: tutte vi erano obbligate. Lo è stata, di recente in Italia, quando l’Ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per soli medici abortisti e quando una Asl di Treviso ha indetto un concorso per due posti di biologo che non facciano obiezione alla fecondazione artificiale.

E’ da tempo che ci si è messi su questa strada. Nella storia le cose possono cambiare. Ma questo non ci esime da valutare le tendenze in atto che, da questo punto di vista, sono molto preoccupanti. Ammettiamo che vadano in porto le leggi attualmente giacenti al Parlamento italiano. Ne uscirebbe uno Stato che impone di fare il male: ai giornalisti, agli insegnanti, ai dipendenti pubblici, ai medici, ai farmacisti, agli infermieri... Pensiamo, per esempio, al disegno di legge sull’eutanasia attualmente in discussione alla Camera. Il medico sarebbe costretto a rispettare le Disposizioni anticipate di trattamento del paziente anche se il paziente stesso avesse cambiato nel frattempo idea, dimenticandosi di revocare la DAT, e se lui stesso, il medico, fosse eticamente contrario. Saremo obbligati ad uccidere, a diseducare i nostri ragazzi nelle scuole, a presentare l’omosessualità come cosa normale.

Saremo obbligati. Lo saremo dal nostro Stato ed anche dall’Unione europea e dagli organismi internazionali. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha chiesto di aumentare il finanziamento dell’aborto nel mondo per compensare i tagli della nuova amministrazione americana.

Volgiamo lo sguardo attorno ma non vediamo una grande presa di coscienza della situazione. Veramente si crede di far fronte a questa situazione con il dialogo? Non ci è dato di sapere se ci sarà e quale sarà il livello oltre il quale i cattolici diranno di no e si tireranno fuori. Quale soglia dovrà essere superata perché si dica no allo Stato oppure no all’Europa?

Molti si chiedono cosa fare. Certamente la prima cosa da fare è tornare a fare quello che si sarebbe dovuto fare; impegnarsi e battersi per i principi non negoziabili. A seguito del “caso San Camillo” ricordato sopra, il generale atteggiamento dei cattolici è stato di protestare perché così “viene snaturata la legge 194”. In questo modo i cattolici si sono atteggiati a difensori della legge che permette l’aborto. I cattolici hanno smesso da molto tempo di combattere contro quella legge ed ora se ne fanno paladini. E’ la logica del male minore che presenta il conto. I cattolici hanno anche ormai cessato di lottare contro lo stravolgimento delle legge 40 sulla fecondazione assistita. Lo stesso dicasi per la Cirinnà. Ora, la prima cosa da fare è ricominciare a combattere.

Oltre a stare “dentro” combattendo, i cattolici dovrebbero però cominciare a pensare anche a costruire scialuppe di salvataggio e arche di Noè. Iniziative ed opere – scuole prima di tutto – libere perché viventi al di fuori dello Stato. Come fecero dopo l’Unità d’Italia, ma in forme nuove. Se l’obbligo a fare il male diventa istituzionale, bisogna tirarsi fuori il più possibile dalle istituzioni.

Stefano Fontana

Direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2466

Argomento: Politica

 Nicolosi, Robert Spitzer e le terapie riparative: nuovi retroscena

terapie riparative  E’ morto pochi giorni fa Joseph Nicolosi, psicologo americano co-fondatore di NARTH, associazione di terapisti clinici che accompagnano le persone con tendenze omosessuali indesiderate nella riscoperta della loro identità originale.

 Non siamo tanto interessati alle cosiddette “terapie riparative”, piuttosto al sostenere la libertà delle persone omosessuali di poter chiedere anche un aiuto terapeutico se sperimentano un disagio verso le proprie inclinazioni. Tali percorsi clinici generano spesso orrore in quanto erroneamente identificati con obbligate torture psicologiche cui verrebbero sottoposti omosessuali non consenzienti.

 Non è così, sono loro stessi a rivolgersi agli specialisti vivendo un’egodistonia, trovando cioè in se stessi comportamenti o idee in disarmonia con i propri reali bisogni e desideri. Né Nicolosi, né i suoi colleghi di NARTH –tra cui celebri psichiatri come Robert Perloff e Nicholas Cummings, entrambi ex presidenti dell’American Psychological Association (APA)-, hanno mai subito denunce dai loro pazienti a causa dei loro trattamenti. L’unica questione che si pone, dunque -scartato l’abuso o la pericolosità-, è se queste terapie siano efficaci o no.

 Le associazioni di psicologi sono contrarie all’intervento terapeutico verso le persone che tendenze omosessuali indesiderate, si tratta però notoriamente di posizioni non oggettive, altamente politicizzate. Tale giudizio si scontra infatti con il vissuto professionale dei tanti terapisti, anche di un certo calibro come quelli sopra citati, che difficilmente dedicherebbero una vita lavorativa a terapie inefficaci o inconcludenti. Oltre, ovviamente, alle testimonianze delle persone da loro aiutate, direttamente o no, molte delle quali stanno piangendo la scomparsa di Nicolosi proprio in questi giorni. Tra essi anche un ragazzo italiano, Giorgio Ponte, omosessuale, che ha parlato del «grande senso di pace quando ho letto il suo primo libro: “Omosessualità maschile, un nuovo approccio”. Il sollievo di qualcuno che trova finalmente una risposta sensata e coerente a quello che ho sempre intuito nel profondo del cuore. Oggi è morto un grande uomo che con il suo coraggio ha dato la vita per tanti».

 Il giudizio di inefficacia verso l’approccio terapeutico non tiene conto anche di alcuni studi, di cui abbiamo parlato nel 2011. Tra essi anche la famosa ricerca del 2003 realizzata dal celebre psichiatra Robert Spitzer, morto nel 2015. Fu lui a depenalizzare l’omosessualità dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) eppure, dopo il suo studio a favore dell’efficacia delle terapie riparative, iniziò a ricevere insulti, delegittimazione mediatica e minacce di morte da parte della lobby Lgbt, denigrazioni ben descritte dal suo collega olandese, Gerard van den Aardweg, che ebbe modo di conversare con lui più volte.

La situazione per Spitzer divenne talmente opprimente da spingerlo ad una sorta di ritrattazione, trovando però l’inevitabile opposizione da parte di Archives of Sexual Behavior, la rivista scientifica su cui lo studio venne pubblicato. «Il problema è che il cambiamento di cuore di Spitzer circa l’interpretazione dei dati non è normalmente il genere di cosa che spinge un editor a cancellare il risultato scientifico», spiegò il direttore della rivista, Ken Zucker. «In caso di dati analizzati in modo non corretto, si pubblica solitamente un “erratum” o è possibile ritirare un articolo se i dati sono stati falsificati. A quanto mi risulta, Spitzer sta solo dicendo che dieci anni dopo vuole ritrattare la sua interpretazione dei dati. Dovremmo allora ritirare centinaia di pubblicazioni scientifiche per re-interpretarle, e noi non lo facciamo».

Lo psichiatra americano optò così per una “lettera di scuse” alla comunità gay, scrivendo che nel suo studio «non c’era modo di giudicare la credibilità» degli ex-omosessuali a cui venne verificato il cambiamento di orientamento sessuale. Una precisazione sorprendente in quanto mise arbitrariamente in dubbio l’onestà del campione utilizzato, oltre ad essere una problematica comune a tutti gli studi che utilizzano lo stesso metodo (ad esempio per verificare l’efficacia delle psicoterapie volte al superamento dell’alcolismo, della tossicodipendenza ecc.), compresi quelli autodescrittivi delle “famiglie arcobaleno”.

La moglie di Joseph Nicolosi, Linda Ames, attivista in difesa degli “ex-gay”, ha pubblicato dei retroscena interessanti su Spitzer, di cui è stata amica e collaboratrice. «Spitzer è stato chiaramente preso alla sprovvista dalla brutale reazione in seguito alla pubblicazione dello studio», ha scritto. «Il suo gruppo sociale, come mi ha spiegato, erano i “lettori del New York Times”. Credeva che il supporto ad una comunità culturalmente emarginata come gli “ex gay”, sarebbe stato apprezzato dai liberali. Aveva giudicato male l’umore dei tempi».

Spitzer, ha proseguito la Nicolosi, venne lentamente avvicinato da Jack Drescher, «uno psichiatra gay, attivista contro gli sforzi del cambiamento/orientamento sessuale. Anche se una volta mi scrisse: “Mi mancano i nostri scambi giornalieri di e-mail”, non l’ho più sentito molto. Devono essere stati anni difficili per lui, seppi che voleva ritrattare lo studio ma la sua richiesta non fu accolta. Dopo tutto non aveva scoperto nessun nuovo dato», semplicemente si accorse che il vento politico cambiava verso «un abbraccio pieno ed entusiasta dell’omosessualità».

Nelle conversazioni e-mail tra la Nicolosi e Spitzer, prima del 2003, lo psicologo si auto descrisse come “ateo”. «Il concetto di peccato o di scopo divino non significa niente per me», le disse. «Se avessi un figlio omosessuale spererei che cercasse una terapia per questo, mi auguro che la sua motivazione al cambiamento sarà dovuta all’intuizione che la sua vita sarebbe migliore e più appagante favorendo il suo potenziale eterosessuale». Linda Nicolosi ha aggiunto: «quando in un articolo l’ho descritto come “l’uomo che ha normalizzato l’omosessualità”, ha insistito perché correggessi. “Non ho mai normalizzato l’omosessualità”, mi disse, piuttosto “l’ho solo de-elencata dai disturbi”». «Nell’omosessualità», le scrisse Spitzer, «qualcosa non funziona».

Tali rivelazioni da parte di Linda Nicolosi non possono essere pubblicamente verificate, scritte oltretutto dopo la morte di Spitzer. Certamente lei stessa si è posta il problema ed evidentemente si sente in grado di poter fornire adeguate prove in caso di controversie legali (da parte di militanti Lgbt o familiari dello stesso psichiatra, ad esempio). E’ una conferma di quanto sia ardua la vita perfino dei terapisti, come Nicolosi e Spitzer, anch’essi vittime del fascismo arcobaleno.

Per la onlus AGAPO (Associazione Genitori e Amici delle Persone Omosessuali), «è in atto una guerra civile con pochi precedenti in cui le classi dominanti cercano di imporre la propria visione sulla questione famiglia a tutto il resto del popolo. Il dibattito scientifico in tema di omosessualità si contraddistingue per il fatto che non vi è pluralità di opinioni, c’è assenza di contraddittorio». E’ considerato omofobo chiunque si discosti dal giudizio dominante e serve coraggio per farlo, quello mancato ad un certo punto al dott. Spitzer e quello invece avuto e manifestato fino alla fine dal dott. Joseph Nicolosi.

La redazione, 11 marzo 2017
da: http://www.uccronline.it/2017/03/11/omosessualita-terapie-ripartive-e-robert-spitzer-nuovi-retroscena/

 La santa quarantena: invito alla ragionevolezza e al buon senso

 Il tempo di Quaresima è sempre stato considerato dalla cristianità di tutti i tempi una sorta di grande ritiro fatto da tutti i figli della Chiesa che, con quaranta giorni di raccoglimento e di penitenza, si preparavano alla grande festa della Pasqua. Era il mezzo più potente che la Chiesa da sempre prescriveva ai suoi figli per richiamarli dalle effimere attrattive del mondo e per ravvivare in essi la fedeltà al loro unico Signore.

Infatti – scrive Dom Guéranger – «Che cosa siamo quaggiù? Degli esiliati, degli esseri in catene, in preda a tutti i pericoli che Babilonia ci nasconde. Orbene, se amiamo la Patria, se desideriamo rivederla, dobbiamo romperla con le false lusinghe di questo perfido straniero e respingere lungi da noi quella tazza, alla quale s’inebria una gran parte dei nostri fratelli di cattività. Essa c’invita ai trastulli ed ai piaceri; ma le nostre arpe devono rimaner sospese ai salici presso le rive del suo fiume, fino a quando ci sarà dato il segnale di rientrare in Gerusalemme. Vorrebbe impedirci di riascoltare i canti di Sion entro le sue mura, come se il nostro cuore potesse star contento lontano dalla Patria, mentre un esilio eterno sarebbe la pena della nostra infedeltà».

Per sottrarre i cristiani agli allettamenti del mondo, nella società cristiana d’un tempo, durante la Santa Quarantena, si sospendevano le attività nei tribunali e le guerre; erano proibite le nozze e gli sposi erano esortati a vivere in continenza. Tutti i cristiani, riuniti come in una grande milizia, combattevano insieme i loro tre grandi nemici, il mondo, la carne e il demonio, con le tre armi che la Santa Chiesa raccomandava loro in questo santo tempo: la preghiera, il digiuno, l’elemosina.

La Chiesa – scrive dom Guéranger – vedeva in loro «un immenso esercito, che combatte giorno e notte contro il nemico di Dio». Per questa ragione «il Mercoledì della Ceneri essa nella Liturgia chiamava la Quaresima la carriera della milizia cristiana». Si trattava di uno spettacolo che il Cielo e la terra guardavano ammirati, e l’inferno gemeva. Tutti i cristiani, come un esercito spiegato in battaglia, si ritiravano nel deserto della Quaresima per pregare e digiunare col loro Signore, sospendendo, oltre alle guerre e alle attività dei tribunali, anche la caccia. Solo gli annali della storia possono testimoniare quanto sangue è stato risparmiato durante le guerre, grazie alla sospensione delle attività belliche per via della Quaresima. Il digiuno e l’astinenza erano rigorosissimi.

I cristiani rinunciavano a cibarsi di carne e talvolta anche di latticini. Le dispense erano concesse con molta discrezione tanto che, solo per portare uno dei tanti esempi, quando nel 1297 il re Venceslao di Boemia, caduto ammalato, non poteva sostenere i rigori del digiuno quaresimale, si appellò al papa Bonifacio VIII per ottenere la dispensa di mangiare carne. Il Papa incaricò allora due Abati di accertarsi dello stato reale di salute del Re e, ottenutane favorevole sentenza, concesse la dispensa, ma alle seguenti condizioni: che i venerdì, i sabati e la vigilia di S. Mattia rimanessero esclusi dalla dispensa e che il Re prendesse cibo privatamente e con sobrietà. Tale era il rigore e la serietà con cui si dispensava da un obbligo che era considerato tra i più sacri che avesse il Cristianesimo.

La Quaresima si apriva con l’imposizione delle Ceneri che venivano poste sul capo dei fedeli con le parole: «Ricordati, o uomo, che sei polvere e che in polvere ritornerai». Sono queste le vestigia di una più antica cerimonia durante la quale i pubblici peccatori dovevano sottostare ad una pubblica penitenza. Il Mercoledì delle Ceneri il Vescovo benediceva i cilici che essi avrebbero dovuto portare durante la santa Quaresima. Poi, mentre tutti cantavano i Salmi penitenziali, i penitenti venivano espulsi dal luogo santo a causa del loro peccato, come Adamo dal Paradiso terrestre. Essi non deponevano gli abiti della penitenza e non rientravano in chiesa se non il Giovedì santo, dopo aver ottenuto il perdono con la penitenza quaresimale, la confessione e l’assoluzione sacramentale.

Questa funzione venne poi generalizzata e, nel 1091, papa Urbano II prescrisse che le Ceneri fossero imposte anche ai semplici fedeli, poiché tutti abbiamo peccato. «L’osservanza della Quaresima – ammonì solennemente papa Benedetto XIV – è il vincolo della nostra milizia: per mezzo di questa distinguiamo i nemici della Croce di Gesù Cristo, per mezzo suo allontaniamo dal nostro capo i castighi della collera di Dio; con essa protetti dal celeste soccorso durante il giorno, ci fortifichiamo contro lo spirito delle tenebre. Se questa osservanza viene a rilassarsi, è a tutto detrimento della gloria di Dio, a disdoro della religione cattolica, a pericolo delle anime cristiane; e senza alcun dubbio questa negligenza diviene fonte di disgrazie per i popoli, di disastri nei pubblici affari e di infortuni per quelli privati».

Tutta la liturgia Quaresimale della Chiesa era un invito alla penitenza col duplice scopo di emendare la propria vita e scongiurare i castighi di Dio causati dalle nostre colpe. Nella Colletta del Giovedì dopo le Ceneri, ad esempio, la Chiesa così fa pregare i suoi figli: «O Dio, che dalla colpa siete offeso e dalla penitenza placato, riguardate propizio le preghiere del popolo che Vi supplica ed allontanate da noi i flagelli della Vostra collera meritati dai nostri peccati». È dunque la Chiesa stessa che con la sua sacra Liturgia sconfessa, uno per uno, quei cristiani e quegli uomini di Chiesa che negano l’esistenza dei castighi di Dio e la punizione che essi attirano sull’umanità impenitente. 

Ora, che l’osservanza quaresimale si sia rilassata fino quasi a scomparire e che le conseguenze siano state disastrose per la cristianità non v’è chi possa negarlo. Già nel lontano 1966, con la Costituzione apostolica che porta l’ironico titolo di Paenitemini, Paolo VI riformò in modo drastico e radicale tutta la disciplina penitenziale della Chiesa, demandando sconfinati poteri di dispensa alle Conferenze Episcopali, ai Superiori degli Ordini religiosi e ai parroci. Perso sciaguratamente il senso del peccato, per logica conseguenza si è smarrito il senso dell’espiazione, e dunque della penitenza. Ma l’uomo che non controlla i suoi sensi con l’ascesi cristiana è inevitabilmente vittima delle sue passioni, quantunque avvolte nel manto di una non ben definita misericordia.

Che dell’antica e sana disciplina della Quaresima non sia rimasto neppure un lontano vestigio lo prova il fatto che, nel 2010, il compianto Card. Biffi, per esortare i fedeli alla penitenza quaresimale, non poté che appellarsi alla ragione e al buon senso. Nell’omelia del Mercoledì delle Ceneri, disse con la sua immancabile ironia: « L’umanità in molte circostanze sembra affetta da schizofrenia: cerca il proprio bene, e di fatto corre verso il proprio male; esalta l’uomo a parole, e lo avvilisce nei fatti: lo esalta fin quasi a difenderlo dall’amore del suo Creatore e a sottrarlo all’influenza di Dio, che pur vuol solo il suo bene; e lo avvilisce, lasciandolo in balìa dell’egoismo umano, che invece arriva a manipolare e a uccidere. Moltiplica i mezzi che in se stessi non dànno motivo e significato all’esistere e all’agire, e trascura di guardare ai fini e ai traguardi di tutto il suo agitarsi».

La perdita dei valori cristiani – aggiungeva – prima ancora che un peccato contro la religione è un peccato contro la ragione e il buon senso. Ed ecco allora che la Chiesa «ci propone con la Quaresima una cura di ragionevolezza». Molto acutamente, qualche decennio prima, Gilbert K. Chesterton aveva già notato che «il mondo moderno ha subito un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale». Occorre assolutamente recuperare il retto uso della ragione e a questo fine, osservava il Card. Biffi, «la misericordia del Signore ci pone davanti l’antidoto della mortificazione liberamente decisa e attuata, l’antica ricetta della penitenza, divenuta di grande attualità. Ritrovare la strada della rinuncia (…) vuol dire incamminarsi verso la guarigione».

Ancora il grande Principe del paradosso, G. K. Chesterton, aveva detto che «l’uomo moderno non vuol più accettare la dottrina cattolica secondo cui la vita umana è una battaglia; vuole solo sentirsi dire che è una vittoria». Ma nessun uomo si è mai illuso di poter vincere senza prima combattere. E il cristiano, che non abbia smarrito l’uso di ragione e un po’ di buon senso, deve ricordare che appartiene ad una Chiesa “militante” e che il combattimento per tale Madre è il più grande vanto dei suoi veri figli.

(Cristiana de Magistris per http://www.corrispondenzaromana.it/la-santa-quarantena-invito-alla-ragionevolezza-e-al-buon-senso/ )

Argomento: Chiesa

 Non c’è nessuna continuità tra le idee di Giovanni Paolo II e la confusione attuale. 
In tanti pastori, oggi regna la diplomazia politicante anziché la pastorale evangelica.
Chi vive secondo la logica della verità, del Padre e delle differenze, è criticato, ridicolizzato, minacciato.

di Stanislaw Grygiel - Il Foglio del 25 Ottobre 2016

Al ricordo di quel memorabile 22 ottobre di trentotto anni fa, mi sento oppresso più che altre volte dalle tenebre che coprono l’Europa e il popolo di Dio. I “padroni” dell’Unione europea odiano l’Europa e la demoliscono. Fanno di tutto per sigillare le sorgenti dalle quali l’Europa scaturisce. Non arrivano a comprendere che essere europeo significa qualcos’altro dall’essere suddito del loro potere. Credono che l’europeo debba sapersi sottomettere ai loro calcoli che trasformano le cose e anche gli uomini in oggetti da vendere e da comprare. Separano la libertà dalla verità, la fratellanza dal Padre e l’uguaglianza da qualsiasi differenza. Per loro ogni uomo deve essere privo dell’identità di persona, perché solo così potrà essere disponibile a fare ciò che gli sarà imposto. Una simile dittatura non tollera che il nichilismo morale e culturale.

Chi vive secondo la logica della verità, del Padre e delle differenze, chi cerca di dare parole adeguate agli uomini e alle cose, è criticato, ridicolizzato, minacciato e talvolta, come il Giusto di Platone, ucciso dagli schiavi incatenati al muro delle opinioni nella caverna. Nelle strade, nelle pagine di giornale di questa caverna in cui siamo gettati, le trombe degli schiavi delle opinioni suonano l’inno della gioia pagana che esalta l’ingenuo affidarsi alla promessa del “serpente”: “Conoscerete il bene e il male” (Gen 3, 5).

Il suono delle trombe della modernità irrompe nei matrimoni e nelle famiglie e, di conseguenza, irrompe anche nella Chiesa che in loro nasce. Distrugge le mura morali dietro le quali le persone impaurite cercano riparo. Persino molti apostoli abbandonano la via crucis o addirittura fuggono da sotto la croce per rifugiarsi nei nascondigli offerti dalla modernità. Il peggio è che alcuni di loro hanno impugnato le trombe e suonano teologicamente lo stesso inno pagano della gioia e della felicità. Come siamo lontani dalle beatitudini del Discorso sulla Montagna (cfr. Mt 5 1 e s.)!

Si sono lasciati degradare a tal punto che non si rendono conto d’avere accettato di funzionare come “utili idioti” che aiutano i padroni della modernità ad appiattire i matrimoni, le famiglie e, quindi, la Chiesa stessa a quota zero, sostenendo spudoratamente che a questa quota abbiamo a che fare con la profondità del mare. Le conseguenze del caos e della confusione da loro prodotti nelle menti e nei cuori di tanti uomini non li lasceranno, esigendo che ne rendano conto davanti al Signore dell’universo e della storia.

Mi viene alla mente la distinzione che Platone fa tra i “semplici operai” (homines fabri) e i costruttori dei ponti (ponti-fices). I “semplici operai” producono oggetti il cui commercio crea tra gli uomini legami calcolati a seconda degli interessi. Invece i ponti-fices aprono gli uomini a ricevere il dono divino, cioè il Ponte che Dio costruisce per scendere verso di loro dall’altra riva del fiume della vita. I “semplici operai” non comprendono che l’amore umano, per essere ciò che dice di essere, cioè amore, deve lasciarsi trasfigurare nell’Amore divino. Perciò non comprendono che donare se stessi a un’altra persona significa donarsi per sempre. Chi toglie se stesso a chi si è donato, commette un furto gravissimo e rischia di prendere la via dell’adulterio.

L’antropologia degli homines fabri è basata non sull’esperienza della ricerca della verità ma sull’esperienza delle cadute e delle malattie morali. Non c’è affatto di che meravigliarsi se la pratica pastorale da loro proposta si oppone alla Parola che è la Verità, la Via e la Vita. Seguono non Cristo ma Mosè, che per la sclerosi del loro cuore (sklerocardia) aveva permesso agli ebrei di abbandonare la propria moglie e prenderne un’altra (cfr. Mt 19, 3-9). E’ una pastorale che io chiamerei diplomazia politicante piuttosto che pastorale evangelica.

Simili pastori giocano a carte truccate con gli uomini e con Dio, poiché non credono più che l’uomo sia chiamato a trascendere se stesso e camminare sul ponte ascendente che Dio ha iniziato a costruire in lui. Non credono che la grazia divina possa rendere l’uomo idoneo a una vita in castità e allora anche nel celibato. Parlano non della fedeltà con-creativa con Dio ma di quella creativa a favore della debolezza umana. Nulla sapendo della salute e non essendo perciò capaci di diagnosticare il male, confondono le malattie con la salute.

Confondono il male con il bene, il falso con il vero. Di conseguenza, invece di avere dei medici abbiamo tanti guaritori che sanno fare molte cose ma ignorano l’unum necessarium. Ubbidiscono ai “conoscitori del bene e del male” che suggeriscono loro le “nuove strategie pastorali” micidiali per la vita spirituale della Chiesa. E’ proprio a questo che mirano i padroni del mondo moderno, stringendo alleanza con gli “utili idioti”.


Alcuni osano dire che sono il pensiero filosofico e l’insegnamento di san Giovanni Paolo II ad avere aperto la porta a ciò che oggi sta accadendo. Vedono una continuità tra le sue idee e la confusione attuale. Sono d’accordo che c’è una continuità nell’insegnamento della Chiesa, ma non dobbiamo identificarlo con il caos provocato dai “semplici operai” ispirati dal postmoderno. Uno di loro, per rafforzare le proprie opinioni in favore del trattamento più liberale dei divorziati, cita il libro “Persona e atto” di Karol Wojtyla e il Colloquio ad esso dedicato (tenuto nel 1970 non a Cracovia, come lui scrive, ma a Lublino – ne sono testimone, poiché vi ho preso parte attiva). Le analisi fatte in questo libro mostrano come l’uomo sia costituito soggetto libero, sovrano, le cui scelte sono atti dell’amore inteso come dono di sé e la cui responsabilità è legata con il suo dovere di esigere da sé anche ciò che da lui non esigono gli altri. C’è sempre il rischio di abusare del pensiero del Santo, quando non gli si è compagni nella salita verso la cima dell’atto della creazione, da dove promana la luce della verità divino-umana della persona umana.

L’oblio del fatto che il pensiero antropologico di Karol Wojtyla è nato nell’esperienza morale dell’uomo, cioè nella comunione con le altre persone e nello stesso tempo nell’esperienza della presenza di Dio in ogni uomo, nella Bibbia e nella Chiesa, permette di manipolare l’eredità di san Giovanni Paolo II, la cui comprensione della persona umana nata nella purezza del cuore e della mente combaciava con la Parola del Dio vivente, Gesù Cristo, e non invece con quella di Mosè. Qui tocchiamo un punto cruciale per la visione wojtyliana del continuo sviluppo della nostra comprensione della salvezza.

Non sarebbe possibile parlare di continuità dell’insegnamento nella Chiesa, se la Chiesa non fosse radicata nella Persona di Cristo presente nel Vangelo e nell’Eucaristia. Senza la continua adorazione di Cristo così presente in mezzo a noi, l’insegnamento nella Chiesa non sarebbe che un Talmud cristiano, cioè una raccolta di studi, di commenti, nei quali il Vangelo si rifletterebbe come il sole nella luna. I riflessi assumono diverse forme e qualità, ma non è la luna a segnare l’avvento dell’aurora.

La Parola in cui Dio crea e salva l’uomo è una sola, ma egli stesso, l’uomo, la sente più volte. Perché? Perché cambiano le situazioni nelle quali l’uomo sente ciò che Dio semel dixit. L’uomo semmai matura, radicando il proprio essere nella profondità infinita della Parola del Dio vivente. La sua maturazione avviene nel continuo ritornare al Principio in cui Dio lo sta pensando creativamente. Essa consiste nel continuo rinascere o, se si vuole, nel convertirsi al Principio, e non nelle riforme.

Proprio per questo non capisco perché certi miei amici hanno paura di pensare dell’uomo e della Chiesa in modo mistico, escatologico e verticale. Si abbassano a fare nella Chiesa la politica che in fin dei conti trasformerà la pastorale in un gioco di statistiche. Ciò non aiuta la Chiesa a dare parole adeguate al matrimonio, alla famiglia, e nemmeno a se stessa.
La rinascita, la conversione dell’uomo e della Chiesa mai sono state l’effetto di decreti scaturiti da commissioni o da discussioni che sono soltanto scambio di parole. Ogni rinascita, ogni conversione avviene nella bellezza propria dello scambio dei doni che sono le persone. I “semplici operai” che cercano di riformare la Chiesa pestano l’acqua nel mortaio. Il carattere sacramentale della Chiesa non è da pestare così.

Aiutare l’uomo moralmente malato a conoscere e a riconoscere la verità del proprio essere costituisce il primordiale amore e la primordiale misericordia che l’uomo può e deve esercitare verso gli altri. Misericordiosi sono quelli che pensano se stessi e gli altri non più secondo una logica orizzontale ma secondo quella verticale. Le fondamenta dell’amore e della misericordia non sono gettate nelle statistiche – queste non conoscono né l’amore né la misericordia che sono per sempre – ma nella verità che, come dice la Veritatis splendor, è sempre e dappertutto, e in ogni situazione è verità. Non dimenticherò mai la risposta data da san Giovanni Paolo II alla domanda: “Se la Bibbia dovesse essere distrutta e Lei avesse la possibilità di salvarne una sola frase, quale sceglierebbe?”, “Sceglierei questa: ‘La verità vi farà liberi’”.

Non so perché, ma mentre compongo questo scritto mi è stato dato di vedere la frase scelta da san Giovanni Paolo II nel suo insieme. Gesù dice infatti: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero i miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). Nel senso profondo del termine, solo la fedeltà alla persona ci fa liberi. La fedeltà alle cose ci rende schiavi. Allora la verità desiderata dal cuore umano altro non può essere che Dio disceso e rimasto in mezzo a noi. Albeggia ormai, quando abbandoniamo le opinioni e camminiamo verso di Lui presente nel Vangelo e nell’Eucaristia, intorno alla quale si raduna la Chiesa. L’alba annuncia il sorgere del sole. Nelle tenebre di questa notte la pallida aurora annuncia il sorgere di quel Sole che è “centro dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1). Eppure tremo. Perché?

 

Stanislaw Grygiel è docente ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia di Roma, è stato allievo di Karol Wojtyla all’Università di Lublino, diventandone poi consigliere.

Argomento: Chiesa

 Così i prof insegneranno la teoria gender nelle scuole

 Ecco il contenuto dei tre libri con cui istruire i docenti su come insegnare la teoria gender ai propri alunni

 
 

 La teoria gender verrà insegnata nelle scuole. Sono, infatti, pronti i “percorsi innovativi di formazione e aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con particolare focus sul tema Lgbt e sui temi del bullismo omofobico e transfobico”.

Un’iniziativa che nasce nell’ambito “strategia nazionale” anti omofobia e che il governo Letta ha affidato a 29 associazioni del mondo Lgbt, finanziata con 10 milioni di euro.

I tre volumi che spiegano la teoria gender

Si tratta di tre volumi quasi identici, ognuno per i vari gradi scolastici: superiore, media inferiore ed elementare. Il libello intitolato ‘Educare alla diversità nella scuola’, secondo il giornale online Tempi, ha lo scopo di spiegare che omosessuali si nasce, non si diventa. Per evitare discriminazioni non è sufficiente “essere gay friendly (amichevoli nei confronti di gay e lesbiche), ma è necessario essere gay informed (informati sulle tematiche gay e lesbiche)”. I docenti non dovranno limitarsi a non insultare o non escludere i gay ma dovranno evitare “analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assume che l’eterosessualità sia l’orientamento normale)”, poiché queste possono tradursi nella pericolosa assunzione “che un bambino da grande si innamorerà di una donna”. È vietato quindi elaborare compiti che non contengano situazioni diverse e occorre formulare problemi del tipo: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”.

L'identità sessuale

Secondo questi opuscoli, l’identità sessuale sarebbe suddivisa in quattro parti. La prima componente è l’identità biologica che si riferisce al sesso. La seconda è l’identità di genere che dipende dalla percezione che si ha di sé e “non sempre l’identità di genere e quella biologica coincidono”. La terza è il ruolo di genere, imposto dalla società e infine c’è l’orientamento sessuale, da cui dipende l’attrazione verso altre persone che possono essere dello stesso sesso o del sesso opposto.

Secondo queste linee guida non esistano “individui attratti dal proprio sesso che non hanno comportamenti omosessuali o alcuna attività sessuale” e pertanto gli alunni devono imparare che queste persone “hanno forti sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità”. Questa si chiama “omofobia interiorizzata” e dipende da “pregiudizi e discriminazioni che possono rendere più difficile l’accettazione del proprio orientamento”, mentre le “terapie riparative” vengono definite “estremamente pericolose”.

Come riconoscere un omofobo

“L’individuo omofobo” viene descritto come un anziano accecato da un alto “grado di religiosità” e di “ideologia conservatrice”. Si va dall’ “omofobo di tipo religioso che considera l’omosessualità un peccato” a quello “scientifico che la considera una malattia”, fino ai “genitori omofobi”. Nei libretti anti-omofobia si trova anche il questionario per misurare il proprio grado di omofobia e si consiglia di coinvolgere nel progetto anche i genitori. A chi chiede perché ci sono persone con attrazioni dello stesso sesso, si consiglia di rispondere che è così “per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto”. A chi domanda l’omosessualità si può guarire si deve risponde di no, ricordando che “chiunque dica il contrario diffonde un pregiudizio”.

I giochi gay-friendly

Si invitano i docenti a far vedere ai propri alunni serie tv con “famiglie allargate” come Modern Family, oppure Tutto in famiglia o La vita secondo Jim in cui vi sono genitori eterosessuali litigiosi. Si consiglia di fare attività come “Gioco dei fatti e delle opinioni” o Caccia agli stereotipi”, con i quali, in sintesi, si fa il lavaggio del cervello ai propri studenti. Gli insegnanti dovranno anche cercare di far immedesimare gli alunni “eterosessuali” con gli “omosessuali” e metter loro “in contatto con sentimenti e emozioni che possono provare persone gay o lesbiche”. Si propone la visione di documentari come Kràmpack, in cui la masturbazione fra due ragazzi è presentata come esplorazione e «gioco».

 

Francesco Curridori - Mar, 21/02/2017
per http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cos-i-prof-insegneranno-teoria-gender-nelle-scuole-1367305.html

 “Gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano per le dimissioni di Benedetto XVI”. Parla mons. Negri

 "Si avvicina la mia personale “fine del mondo” e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda".

 

 "Benedetto XVI ha subito pressioni enormi", spiega il vescovo che ha iniziato il suo ministero episcopale nella diocesi di San Marino Montefeltro e lo sta concludendo a Ferrara. Con lui "mi sono sentito a casa mia". Il presente della chiesa è segnato da "molta confusione in tanta ecclesiasticità" e gli antipapisti di un tempo sono diventati iperpapisti per proprio uso e consumo. Ma Negri parla anche di famiglia, del rischio che corre la democrazia in Italia per la criminalizzazione delle opinioni non “mainstream”, di Comunione e liberazione e tanto altro.

L’incontro con monsignor Luigi Negri avviene nella sede dell’Arcidiocesi di Ferrara e Comacchio il giorno in cui festeggia i 4 anni dalla sua nomina a vescovo. “Quattro anni bellissimi e faticosissimi” spiega Negri che, raggiunti i 75 anni di età, il prossimo 3 giugno lascerà la guida della diocesi ferrarese a monsignor Gian Carlo Perego.
Una cerimonia che definire sobria sarebbe un’esagerazione: un bicchiere d’acqua, una candelina su un pasticcino salato, due battute con i collaboratori.
Monsignor Negri, una curiosità da profano assoluto: ma un prete può andare in pensione? Se è una missione e non un lavoro, come si fa a dire ad una persona “adesso basta”?
“Non si può dire, e infatti io continuerò a lavorare. Al massimo mi possono dire che non ho più la guida operativa della diocesi di Ferrara e Comacchio che ho accettato con umiltà e spirito di servizio su richiesta di Benedetto XVI. Ma rimango arcivescovo emerito, non decado dalla responsabilità di guidare i cattolici, cosa che farò senz’altro, anche se con altre modalità. Mi dedicherò soprattutto al versante culturale. Cercherò di portare avanti un discorso di sensibilizzazione, in linea con la tradizione cattolica. Tenterò di attuare pienamente questo impegno con grande libertà, confortato da tanti autorevoli amici”.

E’ noto il suo grande rapporto con il papa emerito Benedetto XVI…
“In questi ultimi 4 anni ho incontrato diverse volte Benedetto XVI. E’ stato lui a chiedermi di guidare la diocesi di Ferrara, perché molto preoccupato della situazione in cui versava la diocesi. Con Benedetto è nato un rapporto di forte amicizia. Mi sono sempre rivolto a lui nei momenti più importanti per discutere delle scelte da fare e non mi ha mai negato il suo parere, sempre in spirito di amicizia”.

Visto questo rapporto, si è fatto un’opinione sul perché Benedetto abbia rinunciato al papato, un gesto clamoroso nella millenaria storia della Chiesa?
“Si è trattato di un gesto inaudito. Negli ultimi incontri l’ho visto infragilito fisicamente, ma lucidissimo nel pensiero. Ho poca conoscenza – per fortuna – dei fatti della Curia romana, ma sono certo che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi. Non è un caso che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d’inchiesta per indagare se l’amministrazione di Barack Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto. Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilità verranno fuori. Si avvicina la mia personale “fine del mondo” e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda”.

Dopo la “rinuncia” di Benedetto si è assistito ad una svolta nella Chiesa. E’ un dato di fatto che il pontificato di Francesco sia al centro di discussioni. Da una parte, magari storicamente lontana dalla Chiesa, si assiste ad una celebrazione del nuovo papa, da ambienti definiti più tradizionalisti vengono critiche e dubbi…
“La Chiesa deve a Benedetto la straordinaria coniugazione di Fede e Ragione. La Ragione per indagare e la Fede come verifica. Con l’applicazione di questo metodo mi sono sentito a casa mia, in una sorta di ideale continuazione degli anni d’intesa con don Luigi Giussani.
L’attualità vede un grande dibattito e molta confusione in tanta ecclesiasticità, viene il sospetto che non siano chiare le linee di comprensione autentica, perché avvalorate dalla tradizione, dell’intero dogma cristiano. L’ipotesi è quella di far coincidere il cammino della Chiesa con il presente, ma non si considera che, senza tener conto della tradizione, questo tentativo è destinato all’infecondità.
Inoltre è scattata una damnatio memoriae dell’opera immensa dei pontificati di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.
Tra le altre cose è incomprensibile che abbiano trovato accreditamento in Santa Sede personalità equivoche e discutibili. Equivoci perché privi di competenza scientifica. Dalla “Gaudium e Spes” emerge che la Chiesa deve rispettare la libertà e l’autonomia della ricerca tecnica e scientifica (“la legittima autonomia delle realtà terrene”), perché la ricerca, con metodi veramente scientifici e secondo le norme morali, non è in contrasto con la fede. E’ giusta la reazione a queste scelte incomprensibili da parte di tanti ambienti scientifici, che si vedono preferire scienziati meno competenti ed ideologizzati in senso anti cattolico”.

Le cronache forniscono sempre nuovo materiale per la fondamentale questione bioetica. Su questo punto, anche solo dal punto di vista di un osservatore dei media, appare evidente un affievolirsi della voce della Chiesa Cattolica.
“Questo è un aspetto sconcertante. Il ministero non deve essere mai taciuto. Anche in questo caso sembriamo aver dimenticato lo splendore dei pontificati del XX secolo. In quei casi assistevamo ad una pertinenza assoluta nel giudicare, per poi far scaturire, da questo giudizio, la carità.
Adesso assistiamo ad una “vulgata” che mette in dubbio le stesse parole di Dio, c’è una contrapposizione tra dottrina e pastorale, tra verità e carità.
Su questo punto basterebbe la folgorante definizione del Cardinal Cafarra: “La pastorale senza verità è puro arbitrio”.
La Chiesa adesso purtroppo pullula di associazioni e gruppi che danno indicazioni e norme di comportamento su tutte le questioni, senza considerare la verità.
La Chiesa si è sempre battuta per difendere l’umano. Se il mondo distrugge l’umano e io aiuto il Mondo, allora anch’io distruggo l’umano. Purtroppo l’impressione è che persone vicine alla Chiesa aiutino questa distruzione dell’umano”.

Una vicenda che sta dividendo il mondo cattolico è rappresentata dai “dubia” sollevati da quattro cardinali sull’esortazione apostolica Amoris Laetitia di papa Bergoglio. La risposta a questi “dubia” non arriva, a suo giudizio papa Francesco dovrebbe affrontare i problemi posti?
“L’Amoris Laetitia ha bisogno di una specificazione, purtroppo la guida ultima della Chiesa ancora tace. Io penso che il Santo Padre debba rispondere, anche se sembrerebbe aver deciso per il contrario. Purtroppo si è scatenata un’autentica isteria contro questi quattro cardinali che sono stati accusati di tutto. C’è chi è arrivato a suggerire di togliere loro la berretta cardinalizia. Si tratta di episodi stomachevoli. Gli antipapisti di un tempo diventano iperpapisti per proprio uso e consumo”.

Anche Lei nella sua vita non si è mai risparmiato nel dibattito pubblico e spesso ha dovuto subire offese ed insulti.
“Mi sono sempre gloriato, come suggerisce San Paolo, delle offese che ho ricevuto per la difesa della fede e della carità. Sono in gioco questioni più profonde della mia singolare vicenda personale. Un esempio di questo modo di procedere l’ho vissuto proprio a Ferrara quando ho sollevato la questione della “movida” notturna davanti alla cattedrale. Ho posto il tema fondamentale dell’educazione, di cosa si facesse per quei giovani sbandati che rendevano un luogo come il sagrato della cattedrale un postribolo. Per questa mia presa di posizione, che era su un tema fondamentale e ineludibile – la questione educativa -, sono stato attaccato da pseudomoralisti presenti anche nelle istituzioni, ma nessuno ha risposto nel merito del tema che ho sollevato. Sono stato lasciato solo in questa battaglia da tutte le istituzioni, tranne il Prefetto di allora che, guarda caso, fu prontamente sostituito. Sono stato accusato di essere un reazionario, di moralismo, di non conoscere i giovani. Io non conosco i giovani? Come si può dire una cosa del genere? In tutta la mia esperienza nel movimento di Comunione e Liberazione sono sempre stato e sono tuttora a contatto con migliaia di giovani. Il problema è che diventa più facile criminalizzare che misurarsi sui problemi reali, e più facile offendere che discutere con chi pone delle questioni razionali e di buon senso.
Il problema è che dopo 4 anni la situazione non è cambiata, adesso non c’è più la movida notturna davanti alla cattedrale solo perché ci sono i lavori. Il dramma è che nessuno ancora si interroga sul futuro di questi giovani”.

Dalla lettura dei suoi testi, soprattutto quelli relativi alla storia della Chiesa e di quelli di Benedetto XVI emergono molte critiche agli stati moderni, a tratti ho avuto quasi l’impressione di trovarmi di fronte ad un “anarchismo cattolico”.
“Non mi piace l’espressione anarchismo. Nel solco di una solida tradizione ho individuato alcuni problemi. La Chiesa ha sempre ribadito che qualsiasi istituzione non ha diritti sulle questioni religiose. Origene, nel II secolo, affermava a proposito dell’imperatore: “Tu sei una grande cosa sotto il cielo, ma i diritti di Dio sono più grandi dei tuoi”. Quindi c’è sempre stata una chiara posizione della Chiesa su questi temi.
Lo stato moderno e contemporaneo ha messo in atto un tentativo terribile di assolutizzazione della politica e quindi dell’ideologia politica. La Chiesa ha combattuto questa deriva e ha impedito che il totalitarismo trionfasse. Lo stato deve restare nei suoi ambiti.
C’è anche un altro aspetto importante. Come diceva Hannah Arendt la democrazia non è una procedura, ma un costume. Se manca il costume, cioè il dialogo tra le parti, la democrazia può essere violata. Quando vedo che alcune opinioni non vengono neppure prese in considerazione temo per la democrazia. Per paradosso nell’Italia nel 2017, dove le opinioni diverse, non “mainstream”, vengono spesso criminalizzate, la democrazia corre un forte rischio, più grosso che in passato”.

Il tema del “fine vita” è tra i più dibattuti. Si ha talvolta la sensazione che emerga una volontà di negare la sofferenza, come se non dovesse più esistere per l’uomo contemporaneo. Platone, al contrario, nella sua concezione filosofica, affermava che uno dei metodi per arrivare alla conoscenza è proprio la sofferenza. Inutile aggiungere che questo concetto trova il suo apice nel Cristianesimo, nella Passione e nella Croce. Insomma, questo voler cancellare la sofferenza sembra voler negare una possibile via di conoscenza.
“La concezione post illuministica, maggioritaria nel mondo contemporaneo, vede la conoscenza come una “sistemazione di oggetti”, dove tutto è catalogato e spiegabile. La conoscenza autentica è invece l’aprirsi al mistero della vita, è la ricerca del senso di questa vita terrena. La sofferenza è un aspetto fondamentale della comprensione di questa realtà. Ora invece si banalizza la sofferenza, predomina un’antropologia dove la sofferenza non ha posto. Ma la realtà è testarda e rimane, prende il sopravvento tutte le volte che il mistero di Dio lo consente”.

Altre vicende sociali stanno infiammando il dibattito, come quelle relative alla famiglia. E spesso vicende molto complesse vengono risolte da sentenze giuridiche.
“Nel nostro paese è in corso, legittimamente, un dibattito dove sta emergendo un’antropologia che vede la vita come oggetto di una procedura manipolabile, alterabile, dove si avanzano pretese e diritti. Chi si batte contro questa visione propone invece un’antropologia dove la vita è considerata un dono.
C’è solo un luogo dove queste vicende possono essere discusse ed è il parlamento che rappresenta l’espressione della sovranità popolare.
Altri tentativi di risolvere questi problemi, come succede sempre più spesso attraverso la sentenze dei giudici non sono legittimi. La sentenza dei giudici di Trento, che riconosce due padri a figli nati con la procreazione assistita, è vergognosa. I giudici, la magistratura devono applicare ciò che è stabilito dal parlamento. Purtroppo negli ultimi 30 anni abbiamo assistito troppo spesso a delle prese di posizione di parte della magistratura che rappresentano delle lesioni alla democraticità del nostro paese”.

Leggendo e studiando i lavori di molti esponenti della Chiesa definiti come “tradizionalisti”, a volte mi sorprendo a trovare affermazioni che a mio modo di vedere sono rivoluzionarie. Però siete sempre definiti “retrogradi”, perché si applicano etichette spesso fuorvianti?
“C’è una splendida pagina del Manzoni in cui si afferma: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. E’ la perfetta rappresentazione della nostra epoca. Il senso comune è imposto da efficaci mass media che sono guidati dai grandi potentati economici e politici. Assistiamo a negazioni del buon senso assolute. Viene negata la bellezza dell’amore tra uomo e donna, la capacità di sacrificio, viene negata quella che Benedetto definisce la vita buona e bella. La tradizione deve essere condannata perché nega questo progressismo che non ha fondamento razionale e non è positivo sociologicamente. I paladini di queste prese di posizione non sentono neppure la necessità di giustificare queste affermazioni. Se uno si permette di contestare il senso comune viene accusato di lesa maestà. E il delitto di lesa maestà non è espressione di democrazia. Infatti la nostra democrazia è fragile, sembra spegnersi”.

E cosa si può fare per impedire che questo avvenga?
“La gente che non si sente definita da questo conformismo deve esprimere le proprie convinzioni, sia a livello individuale che collettivo. Poi, ed è questo l’aspetto più importante, deve verificare l’esito delle sue azioni. Questo è un grande insegnamento di Giussani: la verifica”.

Giussani e Cl, una parte fondamentale della sua vita. Lei è stato uno dei protagonisti di questo movimento, adesso non sembra in sintonia con i vertici.
“Cl è un’esperienza straordinaria di fede viva, di incontro reale con Gesù Cristo, che abbiamo amato più di nostro padre e di nostra madre. Giussani ci ha fomentato, ci ha portato ad essere figli della Chiesa e suoi umili servitori. Giussani ci ha insegnato a fare riferimento rigoroso alla tradizione teologica.
Adesso è innegabile che si propongano altre visioni, su cui non c’è stata talvolta coincidenza di vedute, ma mi auguro che la mia maggior libertà e la possibilità di stare sistematicamente a Milano rendano possibile non tanto la ripresa, ma la nascita di un dialogo che spero collaborativo”.

Argomento: Chiesa

 Le Dat, il fine vita e il documento vaticano: "Nascondono l'eutanasia"

 

Il gioco è fatto: dopo anni di dibattito le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) cominciano in questi giorni il loro iter alla Camera, con un testo apparentemente soft, ma molto più pericoloso di quello delle legislazioni che acconsentono esplicitamente il suicidio assistito o l’eutanasia “solo in certi casi”.  Con questo ddl, infatti, “rischiano di essere uccisi e di morire di fame e di sete anche gli anziani, i disabili, i dementi”. A parlare di uno scenario che non ha nulla da invidiare al mondo della medicina nazista, dove almeno le persone fragili venivano uccise con iniezioni letali e non tramite lente agonie per mancanza di acqua e cibo, è il medico Giovanni Battista Guizzetti, direttore di una Rsa della bassa bergamasca. Guizzetti è anche medico in un centro in cui vengono curate le persone in “stato di veglia responsiva” ed erroneamente definite in “stato vegetativo: perché un vegetale non si commuove, non ti guarda, non reagisce, come invece fanno i miei pazienti”.

Guizzetti, cominciamo dal ddl sulle Dat: cosa ne pensa?
L’articolo 3 è pericolosissimo. Si definiscono trattamenti l’“alimentazione e idratazione”, quando non è così. La logica dice che è trattamento ciò che mira a farti guarire da un malanno o a controllare un sintomo. Il cibo e l’acqua sono invece sostentamenti vitali di cui nessun essere umano può fare a meno per vivere. Quindi toglierli a un malato significa provocarne la morte. La radicalità di questa proposta di legge sta anche nel fatto che viene estesa a tutti, mentre nei paesi in cui l’eutanasia o il suicidio assistito sono permessi all’inizio si faceva riferimento ai soli “malati terminali”. Le Dat invece possano essere redatte da chiunque, anche dai fiduciari di persone handicappate o incapaci di intendere e volere, che possono decidere di privarli di cibo ed acqua uccidendoli. 

Il ddl non vi dà nemmeno la possibilità di obiettare: dovrete seguire le disposizioni delle Dat? 
Se il testo approvato dirà questo, allora saremo al totalitarismo sanitario.

Come siamo arrivati fino a questo punto?
Ammettendo che si poteva legiferare in materia. Per chi ricorda il “caso Englaro”, assistiamo al riproponimento dello stesso. Con il rischio, appunto, di coinvolgere non solo le persone in “stato di veglia responsiva” come Eluna, ma anche i vecchietti o i malati di alzheimer. Ma il punto è che già ora si sente dire che se queste persone o gli anziani hanno la polmonite non vanno curati.  Il clima è terribile: proprio in questi giorni mi ha chiamato un amico con il papà ancora reattivo e cosciente, ma in hospice a causa di tumore: era angosciato perché gli hanno sospeso l’alimentazione e l’idratazione, perciò deve nutrirlo lui di nascosto. E’ un andazzo mortifero generale, basti pensare che un tempo si dosava la morfina a gocce solo per togliere il dolore, mentre oggi si usano i cerotti, che sono pensantissimi, oppure si somministrano 4 o 5 fiale azzerando la coscienza del paziente e sospendendo alimentazione idratazione. 

Mi scusi, ma dove sono i medici e le associazioni, in maggioranza cattoliche, che nel 2009/2010 alzarono la voce contro la legiferazione in questo campo?
Allora molti di noi spiegarono che una norma in questo caso era sbagliata. Che non esisteva compromesso possibile: ammettere di mettere la vita ai voti era relativizzarla. Qualsiasi cosa avrebbe prodotto un danno: il caso di ogni paziente è singolo, diverso e non normabile senza fare danni. Già allora però fu dura, perché i vesvovi italiani appoggiavano un ddl, che, sebbene vietasse la sospensione di alimentazione e idratazione, doveva ammettere che “in certi casi” era lecito sospenderli (perché, ad esempio, a tre ore dalla morte non si dà da mangiare a un agonizzante). Di fatto si sarebbe aperto a interpretazioni pericolose e quindi ad altri casi “Englaro”. Non c’era altra via, in coscienza, se non quella di opporsi a qualsiasi legge, anche a costo di una sconfitta politica.

Non a caso il magistero della Chiesa in merito è chiarissimo: nell'ultima nota della congregazione per la dottrina della fede sul comportamento dei cattolici in politica (2002), l’allora prefetto, il cardinal Ratzinger, disse che “quando l’azione politica viene a confrontarsi con princìpi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno (…) i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale (…) E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia”, nessun fedele può favorire “soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”.
E chi ne sente più parlare? Eppure i “princìpi non negoziabili” del Magistero ripetuti dalla Chiesa ci aiutavano a tenere dritta la barra di fronte a un mondo che cerca di farti vacillare facendoti sentire “l’ultimo rimasto” a pensarla così. Oggi, invece, la Chiesa e le associazioni cattoliche non si rifanno più al Magistero: si parla solo di misericordia, ma come se questa prescindesse dalla verità. Così ognuno fa quel che gli pare. Non nascondo che è sconcertante assistere ogni giorno alla barbarie e non avere più un punto a cui ancorarsi.

Eppure per anni la Chiesa ha cercato di arginare le derive radicali facendo politica. Forse il tarlo era già lì?
Una volta avevamo una sponda: la dottrina che veniva ripetuta e calata dentro le questioni concrete. Il mondo spingeva contro la verità ma noi ci opponevamo perché sostenuti dalla Chiesa. Oggi, invece, leggo su Avvenire che Eluana Englaro sarebbe morta perché le hanno staccata la spina, il tutto corredato da una foto di suo padre responsabile dell’omicidio per fame e sete della figlia. Insomma, la menzogna che per anni ci hanno venduto i Radicali ora diventa il giudizio di un articolo scritto sul giornale dei vescovi. Per non palare di un fatto ancora più grave. Il Vaticano ha pubblicato la Carta degli Operatori sanitari pochi giorni fa e all’articolo 152 si legge: “La nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio”. Cure gravose? Sono sotentamenti vitali.

Se l'ambiguità della Carta non fosse una svista, sarebbe il sintomono di una crisi di fede nell’aldilà e nel fatto che nel momento finale della vita si possa davvero decidere tutto, persino ravvedersi ed evitare l’inferno…
Io spero davvero che non sia così, che non sia un pensiero apostata ad averci condotto fino a qui. Ma ricordo Giovani Paolo II e il cardinal Scola, che si espressero tassativamente anche contro la sedazione terminale (altra cosa è la sedazione profonda che, però, non mira a provocare la morte ma a controllare un sintomo incontrollabile altrimenti) proprio per ragioni di fede oltre che umane. 

Dopodiché ecclesiastici, magari formalmente ortodossi, anziché preoccuparsi di difendere la fede cercarono di salvare il salvabile facendo politica e di fatto distinguendo fra dottrina e prassi.
Questa mancanza mi fa venire in mente quando ancora era vivo don Giussani che negli anni Novanta lesse agli esercizi della Fraternità di Cl una lettera invita ai cristiani d’Occidente dal teologo cecoslovacco Josef Zverìna:  "Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo”. Ecco, oggi siamo al punto che non siamo più riconoscibili. Non c’è più nemmeno un moto di protesta, se non flebile e di pochi, ma comunque non sostenuto.

Infatti don Giussani proseguì profeticamente spiegando che per non conformarsi “occorre che la fedeltà a Cristo e alla Tradizione siano sostenute e confortate da un ambito ecclesiale veramente e fortemente consapevole di questa necessaria fedeltà”.
E così finiremo per permettere che persone che soffrono, ma gioiscono anche, e che misteriosamente interagiscono con i loro cari siano senza più difese. Permetteremo che siano uccise persone che se ci sono è perché sono volute anche senza il senno di un sano, che non è tutto perché esiste un’anima. E, a lungo andare, senza un giudizio diverso, arriveremo anche a pensare che sia normale.

 

di Benedetta Frigerio
da: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-le-dat-il-fine-vita-e-il-documento-vaticano-per-gli-operatori-sanitari-nascondono-l-eutanasia-19029.htm

Argomento: Vita

 E' facilissimo reperire manualetti, opuscoli, brochure che pretendono di insegnare come difendersi dal gender nella scuola. Purtroppo, quasi tutti invitano al dialogo, alla collaborazione, all'immischiarsi nella scuola: sono cioè in qualche modo subalterni al pensiero dominante, spesso anche collusi con i partiti che il gender hanno permesso, in primis i fedelissimi al cattolicesimo democratico: Area Popolare, NCD e UCD.

Si dimentica che, fin dall'Unità d'Italia, lo Stato totalitario liberale "affidò alla scuola il fare gli italiani" (D. Bertoni Iovine), cioè il condizionarne l'istruzione in modo da favorire che gli scolari divengano individui isolati e schiavi dello Stato.

Si dimentica che, in questa quarta fase della dissoluzione dell'identità occidentale e cristiana, il divorzio, l'aborto, la pillola omicida del giorno dopo, la fecondazione artificiale, le unioni gay, l'eutanasia, la canna libera per tutti e la legge che ha introdotto il gender in tutte le scuole sono tasselli di un unico mosaico.

In questa prospettiva, la lotta per la difesa ai valori non negoziabili non può ammettere nè dialogo, nè accordi, ma deve sempre cercare il maggior bene possibile senza mai omettere di annunciare la verità piena.

Quel che segue non è il solito manualetto, ma pochi semplici consigli per una lotta intransigente, l'unica che abbia qualche efficacia immediata e in prospettiva.

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  1. La prima cosa di cui si deve tener conto è che il gender a scuola è legge dello Stato, come previsto dalla c.d. legge sulla “Buona scuola” (approvata grazie al voto determinante di NCD-Area Popolare-UDC) e quel che possiamo e dobbiamo fare è limitare i danni. Stessa situazione per l’educazione sessuale, anche se travestita da educazione all’affettività et similia.
    La difesa da queste iniziative va fatta da noi laici, preparandola per tempo e con intelligenza: teniamo conto che “il dialogo” con la scuola di Stato, anche se non sembra ideologizzata, è generalmente inefficace. La via legale e amministrativa, specialmente se coadiuvata dai media e da esponenti di vari partiti, risulta quasi sempre più efficace, ma va preparata oculatamente.
     
  2. Raramente la propaganda Gender è pianificata a breve: di solito si tratta di progetti preparati accuratamente con molti mesi in anticipo.
    Se ce ne accorgiamo tardi, l'unica strada percorribile è quella di una immediata richiesta di incontro col Dirigente scolastico. Un breve testo può aiutare a prepararlo: http://www.totustuustools.net/Consigli_operativi_per_dirigenti.pdf
    Si può ritenere che una decina di genitori firmatari della richiesta di incontro (meglio se di più) sia un numero sufficiente ad evitare rappresaglie sui nostri figli. Se tra costoro figura almeno uno degli eletti in Consiglio di Istituto aumentano le probabilità di riuscita, ma la richiesta non va caricata solo su costui o su un solo genitore.
    A volte il Dirigente offre la possibilità di ospitare un nostro co-relatore in cambio della non-belligeranza: è un’offerta che deve essere rifiutata, come eventuali altre simili, perché hanno il solo scopo di legittimare l’iniziativa tramite il consenso implicitamente ottenuto dai genitori.
     
  3. Le risposte dei dirigenti scolastici, provveditori e Ufficio Scolastico Regionale seguono sempre la medesima linea: "abbiamo seguito correttamente le procedure previste dalla normativa".
    In quest'ottica è opportuno imparare dal "caso Galvani 2015”:
    - La Curia contro l'Arcigay: "Colonizza la scuola": http://bologna.repubblica.it/cronaca/2015/03/29/news/la_curia_contro_l_arcigay_colonizza_la_scuola_-110764526/  (un cardinale, da solo, ottiene al massimo eco massmediatica)
    - Il provveditore: “Legittimi i corsi con Arcigay” http://bologna.repubblica.it/cronaca/2015/03/31/news/il_provveditore_sta_col_galvani_legittimi_i_corsi_con_arcigay_-110861218/ Iniziative legittime, al Galvani come in altri istituti, si tratta di progetti approvati dagli organi collegiali
    - La difesa della Ministro Valeria Fedeli: http://www.totustuustools.net/Risposta_Ministro_Fedeli.pdfazioni attivate in maniera legittima e senza contravvenzione alle leggi dello Stato e alle norme del sistema di istruzione
    - Stessa linea di difesa dell’Ufficio Scolastico Regionale: “hanno operato  garantendo  la  trasparenza, l’informazione e il coinvolgimento delle famiglie nelle scelte educative, nella definizione dell’Offerta Formativa e nella programmazione delle “attività didattichehttp://www.totustuustools.net/allegato_riposta_interrogazione_3843.pdf (prepararsi raccogliendo documentazione per dimostrare il contrario).
     
  4. In particolare, per quanto concerne la preparazione, occorre raccogliere documentazioni su:
    -   I fatti: in quali classi, in che data, che cosa esattamente è stato fatto, chi lo ha fatto, se son state chieste spiegazioni, in che forma son state chieste e cosa ci hanno risposto.
    - Il consenso informato: quale testo è stato utilizzato, come è stato mandato al dirigente scolastico, se costui ha risposto qualcosa.
    Il Comitato Genitori: esiste? sono disposti ad esporsi o sono socialisti? da quanti genitori è composto? qualcuno di costoro è rappresentante di classe o di istituto?
    - Procedimento amministrativo. Un rappresentante dei genitori ha titolo per chiedere l’accesso a documenti amministrativi relativi al testo del progetto (sia esso extra curriculare o “simil-curricolare”), al verbale del Collegio docenti e del Consiglio di Istituto che lo hanno deliberato. Da questi ultimi si ricava se il progetto è stato oneroso per l’Istituto.
    - Altre forme di protesta. Le forme di protesta pubblica (ad es. volantinaggio all’uscita) possono essere utili se permettono di coinvolgere nuovi genitori.

In generale, visto che ormai le iniziative intese a diffondere l'ideologia omosessualista sono diffuse (sono pochissime le scuole che ne sono immuni), conviene non farsi sorprendere ma prepararsi per tempo, anche quando non c'è l'esigenza immediata.
Ciò vale anche per gli istituti dove il fenomeno si è già manifestato. Se vi sono anche pochi operatori dotati di buona volontà, in tali istituti la resistenza dovrebbe essere più facile da organizzare.
A questo scopo si offre un Vademecum di base da leggere prima di agire: http://www.totustuustools.net/vademecum_scuola_ridotto.pdf

iGpM
totustuus.it

 (di Cristina Siccardi) Nella Quaresima di Pasqua dell’A.D. 2017 e dell’anno del centenario di Nostra Signora di Fatima, la Chiesa subisce ciò che subì Cristo durante i 40 giorni nel deserto: le tre tentazioni di Satana furono quelle di cercare di piegare il Figlio di Dio a porre termine al suo digiuno (penitenza); a piegarlo all’orgoglio e superbia di se stessi; a curvarsi alle voglie della terra, pegno del demonio, principe appunto di questo mondo.

Le forze malefiche oggi cercano, infatti, di piegare la Chiesa in queste stesse tre direzioni: evitare le pratiche di penitenza, di rinuncia, di astinenza; seguire la propria autorità secondo indirizzi ideologici terreni e non parametri dottrinali della Tradizione; accogliere con leggerezza i peccati come tali e non come schiavitù e premessa alla giusta punizione delle anime, come è sempre stato insegnato dalla Teologia cattolica. Ogni tentazione fu da Gesù Cristo rifiutata con una citazione della Bibbia, tratta dal libro del Deuteronomio. La prima risposta fu: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matteo 4,4). La seconda: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo» (Matteo 4,7). La terza fu – oltre che netta come le altre e come sempre fu il suo parlare – decisiva: «Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto» (Matteo 4,10).

Questi due ultimi ordini divini scendono nel giorno delle Ceneri come acqua gelida sull’attuale Chiesa: distratta, tentata, accecata, assordata dalle contemporanee tematiche sociali non sa discernere con sapienza i malsani problemi di questa ex civiltà cristiana, incapace di riconoscere il bene dal male, il brutto dal bello, l’equilibrio dall’informe, e le anime sono così indotte a lasciarsi trascinare verso il baratro dei loro sensi e dei loro vizi, verso gli abissi delle loro deformazioni culturali e psicologiche,verso il buco nero delle loro frustrazioni intellettuali e spirituali, conseguenza di scelte più immanenti che trascendenti.

Esasperati egoismi ed edonismi hanno spiazzato i palpiti della coscienza che soltanto la Chiesa di Cristo potrà risvegliare. Nei nostri giorni la Quaresima viene vissuta dal mondo cattolico soprattutto come momento di solidarietà con chi ha esigenze di carattere materiale; mentre a coloro che chiedono assistenza spirituale si offre la medicina della falsa e crudele misericordia, quella che lascia la persona così com’è, privandola della liberazione dal peccato grazie al pentimento e alla conversione, ovvero il cambio di vita, quella a cui fece riferimento Gesù al buon Nicodemo: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3).

Schiacciata fra le tenaglie del peccato e dei presunti diritti individuali, la persona non trova più nelle chiese la risorsa del lavacro della conversione, un lavacro sempre riproposto con forza proprio durante la Quaresima. La Chiesa ha sempre vissuto questo tempo come momento di penitenza, di rinuncia, di astinenza, di più intensa preghiera e di perfezionamento spirituale, quello teso al dovere e non ai diritti, al perfezionamento dell’anima, alla pratica delle virtù teologali e cardinali, all’assiduo accostamento dei Sacramenti.

La Madonna a Fatima insegnò ai tre innocenti pastorelli una preghiera per la conversione dei peccatori in pericolo di dannazione, preghiera che da allora viene recitata dopo le decine del Rosario: «Gesù mio, perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’Inferno e portate in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Vostra misericordia».

Pregare e offrire sacrifici a Dio per il bene dei peccatori, questo chiese la Madonna all’umanità. D’altra parte il Salvatore lo disse: «In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16, 23-24). La Chiesa in orazione può ottenere molto di più della Chiesa in azione: l’opera tangibile otterrà i suoi vincenti effetti soltanto quando la preghiera e le rinunce avranno aperto la strada alla Provvidenza.

La missione profetica di Fatima, come ben sappiamo, non si è conclusa. La Madonna nel 1917 parlò anche agli uomini e alla Chiesa di oggi. Maria Santissima venne sulla terra per avvertire dei tragici accadimenti bellici del XX secolo, della sofferenza della Chiesa, del Papa, dell’infedeltà e dell’apostasia presenti. Il rimedi o ai mali fu indicato nel Santo Sacrificio, nella recita del Rosario,nella penitenza, nel sacrificio, nella rinuncia e nella consacrazione della Russia al Sacro Cuore Immacolato di Maria.

Il messaggio di Fatima richiama le coscienze sopite dei cristiani ad un risveglio immediato alla vera Fede e alla Tradizione:«Parla dei pericoli dell’oscuramento degli insegnamenti della Chiesa e tutto ciò che dice in questi messaggi suona ancora più incisivo degli altri precedenti. È innanzitutto un appello urgente alla preghiera, soprattutto alla recita meditata del Rosario e alla pratica della comunione riparatrice. Un’esortazione incalzante e impressionante alla penitenza e alla conversione (G. Hierzenberger-O. Nedomansky, Tutte le apparizioni della Madonna in 2000 anni di storia, Piemme, 1996, p. 40).

Questi 40 giorni di Quaresima che ci separano dalla Pasqua possano essere vissuti sotto lo sguardo della Madonna di Fatima, Madre di Dio e corredentrice, e nell’umiltà della cenere, consapevoli di un Credo che ci obbliga a partecipare alle sofferenze del Redentore durante la Passione, il Calvario, sulla Croce. Soltanto dalla Via Crucis potrà rinascere al suo intrinseco splendore questa Chiesa dilaniata dal grande tentatore.

(Cristina Siccardi per http://www.corrispondenzaromana.it/la-quaresima-sotto-lo-sguardo-della-madonna-di-fatima/ )

Argomento: Devozione

 11 Febbraio 2017

ANALISI E COMMENTO AL TESTO UNIFICATO ELABORATO DAL COMITATO RISTRETTO DEI PROGETTI IN MATERIA DI CONSENSO INFORMATO E DI DICHIARAZIONI ANTICIPATE NEI TRATTAMENTI SANITARI

 

 

1. La vicenda parlamentare.

Il Comitato ristretto della XII Commissione della Camera dei Deputati ha elaborato un testo unificato delle diverse proposte in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari. E' stato assegnato un termine brevissimo per la presentazione degli emendamenti al testo in vista del passaggio all'Aula della Camera, già stabilito per il 30 gennaio.

Si intravedono le medesime disinvolte modalità di gestione degli istituti parlamentari che hanno permesso l'approvazione della legge sulle unioni civili: è evidente che il termine ristretto per la presentazione degli emendamenti e per la loro discussione dimostra la volontà della maggioranza di giungere in ogni caso al 30 gennaio con un testo assai vicino – se non identico – a quello del testo unificato elaborato dal Comitato ristretto.

Vale la pena, quindi, analizzarlo a fondo.

 

2. Il contenuto essenziale del progetto: la liberalizzazione dell'eutanasia, consensuale e non consensuale.

Anche il testo della proposta unificata dimostra la chiara volontà di questa maggioranza trasversale. In effetti l'elaborato ha un pregio: spazza via ogni equilibrismo, ogni proposta di compromesso, ogni ipocrisia.

La proposta va dritta al punto: come e quando uccidere le persone, possibilmente molte persone. Rispetto al testo che la Camera dei Deputati approvò il 12 luglio 2011 (e che fu ad un passo dall'approvazione definitiva da parte del Senato) scompaiono, quindi, i proclami sul riconoscimento del diritto inviolabile ed indisponibile della vita umana, sul divieto di qualunque forma di eutanasia nonché dell'omicidio del consenziente e sull'aiuto al suicidio; scompare il concetto di "fine vita" e la regola sull'astensione dai trattamenti straordinari; la natura delle dichiarazioni anticipate di trattamento viene chiarita già nel nome, diventando esse "disposizioni", quindi vincolanti; si indica chiaramente uno degli obiettivi taciuti, l'esenzione da ogni responsabilità civile e penale del medico che uccide il paziente, e così via, come vedremo.

Queste ipocrisie permanevano tutte nelle proposte di legge cosiddette "cattoliche", piene di affermazioni di principio destinate a trasformarsi, nelle intenzioni dei proponenti, in "paletti" della legge, il cui destino sarebbe segnato: cadere uno ad uno.

In questo caso, i paletti sono caduti prima, a dimostrazione della debolezza politica (se non dell'irrilevanza) della posizione di coloro che propongono le "DAT cattoliche", palesemente isolati: si pensi che il testo unificato è stato approvato anche dal Presidente della Commissione, on. Marazziti, nonostante egli fosse il primo firmatario della proposta sottoscritta anche dall'on. Gigli, Presidente del Movimento per la Vita.

Del resto, la "strategia" dei deputati cosiddetti "cattolici" è confusa e limitata a "prendere tempo" (l'on. Roccella sostiene che "ad oggi non c'è nessuna urgenza di chiudere la discussione in tema di biotestamento") o a sottolineare alcune "criticità" del provvedimento: la mancata previsione dell'obiezione di coscienza oppure la sospendibilità della nutrizione assistita.

Occorre, invece, affermare con chiarezza che la proposta è totalmente inaccettabile e in nessun modo emendabile: cosicché la presentazione di migliaia di emendamenti si giustifica soltanto nell'ottica di un doveroso ed apprezzabile ostruzionismo contro un testo ingiusto ed incostituzionale.

Qualche deputato ha fatto riferimento ad un possibile ostruzionismo: si deve esprimere apprezzamento e sostegno a questa intenzione, sperando che si tradurrà in pratica.

Al contrario, la ricerca di un "compromesso" è utile soltanto ad attribuire visibilità ad alcuni parlamentari che, in cambio, sono pronti a sottolineare che la legge, opportunamente ritoccata, sarebbe "un argine a possibili futuri provvedimenti assai peggiori": è la logica del "minor male" e del "primo passo nella giusta direzione", già utilizzata in occasione dell'approvazione delle leggi sulla fecondazione artificiale e sulle unioni civili, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le leggi ingiuste non permettono compromessi o cedimenti: non si può legalizzare l'uccisione di un innocente solo per determinate ipotesi fingendo che la pratica omicida non sarà estesa ad altri casi, così come non è possibile ammettere solo entro certi limiti il ricorso alla fecondazione extracorporea fingendo che la pratica diventerà – in fatto e in diritto – totalmente libera.

Si tratta di conseguenze che non più soltanto la logica, ma anche l'esperienza delle leggi sull'aborto e sulla fecondazione artificiale rendono evidenti.

 

3. La legalizzazione dell'eutanasia di minori e incapaci.

Il fulcro principale della proposta di legge – ovviamente nascosto alla generalità dei cittadini, come avviene per tutte le leggi ingiuste che, come tali, sono necessariamente menzognere – è costituito dall'art. 2, intitolato: Minori e incapaci.

 

La norma è composta di due commi. Il primo serve solo a fare ombra al secondo: proclamando il diritto dei minori o incapaci o sottoposti ad amministrazione di sostegno "alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione" nonché a ricevere "informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità" e di "esprimere la propria volontà", enuncia principi privi di qualsiasi effetto giuridico.

L'effettivo contenuto della norma è nel secondo comma: "Il consenso informato di cui all'art. 1 è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall'amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno".

Queste poche parole legalizzano l'eutanasia non consensuale.

Ricordiamoci che l'eutanasia è l'uccisione "pietosa" di una persona decisa da un'altra persona e che, ad essere colpiti da questo odio profondo verso la vita umana che pervade la società, sono innanzitutto e primariamente i soggetti "deboli" ed "imperfetti" che – nella maggior parte dei casi – sono minori di età oppure possono essere interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno: quindi neonati o bambini in tenera (o meno tenera) età, persone prive di capacità di comprensione od incapaci di manifestare la propria volontà, come i soggetti che si trovano in stato vegetativo persistente, od affette da deficit intellettivo, anziani in stato di demenza progressiva, malati cronici giunti ad uno stadio avanzato della malattia.

Queste persone sono considerate inutili per la società perché non producono ricchezza economica e non lo faranno mai; quindi sono viste come un costo che pesa sui conti pubblici e sui patrimoni familiari; la loro assistenza è gravosa, sia dal punto di vista economico che psicologico; esse danno scandalo, perché dimostrano che la vita esiste e ha un valore anche quando conosce l'handicap, la malattia anche grave, la demenza e che addirittura può essere felice pur in queste condizioni. Nell'ideologia che propugna l'eutanasia queste persone "devono" morire, hanno il "dovere di morire" (teorizzato anche su base filosofica). Di conseguenza se non scelgono di farsi uccidere - perché non sono in grado di esprimersi o di manifestare una volontà valida – devono essere eliminate ugualmente sulla base della decisione di altre persone e quindi senza il loro consenso o addirittura contro il loro consenso, esplicito o implicito.

Nel mondo la stragrande maggioranza delle uccisioni di tali soggetti vengono decise e sono state decise così: come l'aborto è l'uccisione di un uomo che disperatamente vuole continuare a crescere e la fecondazione extracorporea produce la morte di migliaia di concepiti, così – in Italia e nel resto del mondo – i casi come quello di Eluana Englaro si moltiplicano, dimostrando che si vuole uccidere persone che non hanno mai chiesto di morire, attribuendo ad altri – per esempio ad un tutore – il potere di ordinare la morte sulla base dei criteri di "qualità della vita" propri di chi decide.

Ecco perché il vero contenuto della legge sono le poche parole dell'articolo 2: mentre viene continuamente riproposta la figura "eroica" di Piergiorgio Welby e gli avvoltoi ben conosciuti hanno ripreso a volteggiare su un'altra persona, pronti ad assistere alla sua uccisione e a proclamare il suo diritto a decidere di morire, molto più concretamente il legislatore sta operando per permettere l'uccisione di tante persone inconsapevoli e incolpevoli, vittime della "cultura dello scarto" che ben conosciamo.

Non è certamente un caso che tutte le proposte di legge in materia di DAT e consenso informato contengano norme sui minori e incapaci; non certo per un'esigenza di completezza legislativa, ma perché essi sono i veri obiettivi della proposta.

 

4. L'articolo 2 della legge: come funziona?

Vediamo come concretamente opera l'articolo 2 e cosa permetterà quando sarà approvato.

Chi decide dei trattamenti sanitari su minori e incapaci?

La risposta è evidente: i genitori del minore, il tutore o l'amministratore di sostegno. Infatti, il minore o l'assistito (quando possono) esprimono la volontà rispetto alle scelte terapeutiche, ma sono genitori, tutori ed amministratori di sostegno ad esprimere il consenso informato di cui all'art. 1.

Dal punto di vista giuridico, la volontà espressa dal minore o dall'assistito è inefficace; il consenso informato, invece, è l'unico ad essere efficace. Cosa possono decidere genitori, tutori o amministratori di sostegno?

Viene fatto un richiamo integrale all'art. 1. Il primo comma dell'art. 1 della proposta di legge stabilisce che "nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato".

Il quinto comma dell'articolo 1 specifica che il consenso comporta: a) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi accertamento diagnostico; b) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi trattamento sanitario o anche singoli atti del trattamento stesso; c) la possibilità di revocare il consenso in precedenza prestato con conseguente diritto all'interruzione del trattamento.

Cosa intende il legislatore per trattamento sanitario?

Il concetto è generico e ampio, tanto che comprende espressamente la nutrizione ed idratazione artificiale: quindi i genitori, i tutori e gli amministratori di sostegno potranno impedire che, nei confronti del figlio o dell'assistito, sia iniziata la nutrizione o idratazione artificiale, o che sia proseguita e hanno il diritto a farla interrompere; analogamente potranno fare per qualsiasi terapia.

Il diritto di genitori, tutori ed amministratori di sostegno riguarda anche trattamenti salvavita?

Certamente sì, come già si comprende dal riferimento alla nutrizione ed idratazione artificiale; quindi riguarda anche farmaci salvavita e – sembra inevitabile ritenerlo – anche la respirazione artificiale e, comunque, qualsiasi pratica terapeutica che mantiene in vita il soggetto.

Il comma 6 dell'articolo 1 contiene un riferimento esplicito: "Il rifiuto del trattamento sanitario indicato o la rinuncia al medesimo non possono comportare l'abbandono terapeutico. Sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n. 38". Le cure palliative sono "l'insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un'inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici": sono quindi, gli interventi nei confronti di che sta morendo. In definitiva, l'interruzione dei trattamenti sanitari può condurre a morte il paziente che, in tal caso, sarà assistito con le cure palliative fino alla sua morte.

I medici possono rifiutarsi di interrompere i trattamenti sanitari, anche salvavita, o possono intraprendere nuovi trattamenti sanitari contro o senza la volontà di genitori, tutori o amministratori?

Assolutamente no: il comma 7 dell'art. 1 stabilisce che "il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente" e, quindi, quanto a minori, interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno, a quella espressa da genitori, tutori ed amministratori.

Non è prevista alcuna possibilità di ricorso all'Autorità Giudiziaria: i medici devono soltanto dare attuazione alle decisioni prese da quei soggetti.

 

5. I casi concreti di eutanasia di minori e incapaci permessi dall'art. 2 della proposta.

Scopriamo cosa permetterà la normativa.

Il primo esempio è ovviamente quello di Eluana Englaro: l'uccisione di quella giovane donna in stato di incoscienza fu decisa dal padre – tutore (era necessaria la nomina del padre a tutore perché la vittima era maggiorenne) che vide riconosciuto dai giudici il diritto a fare interrompere la nutrizione ed idratazione artificiale alla figlia interdetta, con conseguente morte per fame e per sete. La Corte d'appello di Milano, nel decreto che dette il via libera all'uccisione della Englaro, dispose che l'interruzione di nutrizione e idratazione fosse accompagnata, appunto, da cure palliative, per ridurre il disagio che la donna avrebbe provato – e che certamente provò.

Questo è il modello cui si è ispirato il legislatore, permettendo nel futuro altre analoghe uccisioni con le stesse modalità di tanti soggetti in stato di incoscienza per decisione dei loro tutori.

La norma permette l'uccisione dei neonati prematuri o disabili.

Si tratta di una "categoria" di potenziali vittime dell'eutanasia su cui l'attenzione è concentrata da molti decenni: il famigerato "Protocollo di Groningen" prevede che ogni neonato (soprattutto quelli prematuri che, in ragione del loro sviluppo non completo, possono sopravvivere, se adeguatamente curati con gli strumenti di rianimazione neonatale sempre più sviluppati, con una buona percentuale di successo, ma con la previsione di future disabilità) sia "classificato" per verificare se e quante sono le probabilità di successo della rianimazione e soprattutto se la sua condizione faccia prevedere una qualità della vita, in caso di sopravvivenza, "accettabile".

In effetti, l'eliminazione dei neonati disabili è perfettamente coerente con l'ideologia eutanasica: i nuovi soggetti vengono immediatamente eliminati se non corrispondono al "modello" utile alla società.

Dal punto di vista giuridico, la soluzione più "semplice" per ottenere il risultato perseguito è di far decidere i genitori – ovviamente influenzandoli nella loro decisione con la previsione di scarse possibilità di successo e di futuri problemi derivanti dall'avere dei figli disabili.

Ebbene: a norma dell'art. 2, i genitori potranno decidere di non far intraprendere manovre di rianimazione neonatale e di far sospendere qualsiasi trattamento intensivo (incubatrici ecc.).

Sarà possibile realizzare anche il cd. "aborto post-natale" teorizzato da Giubilini e Minerva e che ha scandalizzato molti (ma non tutti).

Si tratta pur sempre di uccisione di neonati, ma sulla base di un ragionamento più radicale: se la legge, alla luce delle condizioni di quel bambino (ad esempio: affetto da sindrome di Down) autorizzava la donna ad abortire, uccidendolo prima della nascita, dovrebbe essere permesso eliminarlo anche subito dopo la nascita, se essa crea i problemi per la sua famiglia e per la società che l'aborto poteva evitare.

E' la logica che ammanta anche la fecondazione extracorporea che, mediante la  diagnosi genetica preimpianto, cerca di eliminare prima del trasferimento in utero tutti gli embrioni "imperfetti".

Giubilini e Minerva non spiegavano come i neonati dovrebbero essere uccisi entro pochi giorni dalla nascita: ma è nozione comune che tutti i neonati (e soprattutto quelli che sono affetti da malattie o disabilità), nei primi giorni di vita, necessitano di trattamenti sanitari (almeno secondo lo stato della scienza e della medicina che conosciamo nel mondo avanzato, in cui il parto avviene negli ospedali e il neonato è seguito, sottoposto ad analisi e alle terapie necessarie).

Ecco che la possibilità per i genitori di negare il consenso per qualsiasi attività diagnostica e terapeutica permetterà la morte di questi bambini.

Sarà possibile anche l'eutanasia di minori affetti da gravi patologie (ad esempio: tumori). La legge risolve il possibile contrasto tra la volontà del bambino/ragazzo e quella dei genitori: anche se il primo volesse proseguire in terapie gravi o invasive (ad esempio: un ennesimo ciclo di chemioterapia, amputazioni, operazioni chirurgiche gravi), i genitori potranno negare il loro consenso e determinarne la morte.

Analogamente genitori, tutori e amministratori potranno rifiutare le trasfusioni di sangue (la cui legittimità è attualmente invocata dai Testimoni di Geova e da altre sette o Chiese) per i figli minori, per gli interdetti o gli assistiti.

Abbiamo già parlato degli adulti in stato cd. vegetativo; più in generale sono a rischio tutti gli adulti (e soprattutto gli anziani) in stato di incoscienza o di demenza e quindi sottoposti a tutela o ad amministrazione di sostegno (che magari verrebbe richiesta proprio per questo motivo, se non vi sono interessi economici). I tutori e gli amministratori di sostegno potranno, quindi, negare il consenso a nuove terapie od interventi da eseguire quando il paziente non è più in stato di coscienza o non è in grado di manifestare la propria volontà, o revocare il consenso a terapie in corso; ma potranno anche non autorizzare interventi diagnostici per la ricerca di patologie.  Pensiamo ad un anziano ricoverato in una casa di riposo o in ospedale per nuovi problemi di salute e incapace di manifestare il proprio consenso: l'ospedale non potrà né sottoporlo a diagnosi, né operare senza ottenere il consenso dei rappresentanti legali, che potranno negarlo.

Qui emerge la questione degli interventi di emergenza: l'art. 1 comma 8 della proposta di legge dispone che "Nelle situazioni di emergenza o di urgenza, il medico assicura l'assistenza sanitaria indispensabile, ove possibile nel rispetto della volontà del paziente". Quindi, un medico che giungerà in un luogo di un incidente o di un malore con l'autoambulanza o che si troverà in condizioni simili, potrà operare per salvare la vita del soggetto a prescindere dal fatto che lo stesso sia cosciente o meno. Si noti, però, che l'intervento consentito è limitato alla "assistenza sanitaria indispensabile"; quindi, cessata la fase di emergenza (ad esempio: salvata la vita del soggetto, stabilizzato il paziente e trasportato in ospedale) la questione di quali terapie intraprendere si riproporrà e sarà risolta con il ricorso alla DAT (se è stata compilata) ovvero con la richiesta di consenso alle terapie ai rappresentanti legali che saranno all'uopo nominati e che potranno, quindi, negarlo.

Quindi – terminata la primissima fase di rianimazione – potrà essere pretesa la cessazione delle terapie che mantengono in vita il paziente in stato di coma, anche se vi sono possibilità di recupero della coscienza, per impedire che il soggetto continui a vivere seppure disabile o menomato ovvero per evitare che il coma conduca allo stato vegetativo.

 

6. L'illegittimità della regolamentazione.

Per concludere, è evidente che questa parte della normativa sia clamorosamente incostituzionale.

L'articolo 1 della proposta di legge richiama "il rispetto dei principi di cui agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione".

Ebbene: non appartengono al minore e all'incapace il diritto inviolabile alla vita (garantito dall'art. 2 della Costituzione) e quello ad essere curato adeguatamente (art. 32 della Costituzione)? I minori e gli incapaci sono una categoria di soggetti inferiori, i cui diritti possono essere violati e dei quali altri adulti possono disporre a piacimento?

Certamente no: i "diritti inviolabili" spettano all'uomo in quanto tale (art. 2: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo"); la salute è un "fondamentale diritto dell'individuo" (art. 32), tanto che la Repubblica "garantisce cure gratuite agli indigenti": come fa a garantire doverosamente la salute dei poveri e insieme permettere che le terapie necessarie od opportune siano negate a minorenni e ad incapaci?

 

7. La scomparsa dell'accanimento terapeutico e l'adozione integrale del principio del consenso informato.

Si è detto che la proposta di legge non è ipocrita e, quindi, elimina direttamente tante problematiche di cui, in passato, si è tanto discusso. Tra queste il tema dell'accanimento terapeutico nei confronti dei pazienti in stato terminale o – così i parlamentari cosiddetti cattolici volevano qualificarli – in stato di "fine vita".

La vicenda di Piergiorgio Welby aveva già dimostrato che si trattava di una cortina di fumo che nascondeva altro. Welby, infatti, lamentava che nei suoi confronti era in corso un accanimento terapeutico, ma il Consiglio Superiore di Sanità fu di parere opposto: non vi era nessun accanimento, il soggetto non era affatto in stato terminale (cioè prossimo ad una morte imminente e inevitabile) e i trattamenti non erano sproporzionati.

Eppure Welby riuscì a farsi uccidere sulla base del diverso principio del consenso informato; Mario Riccio fu infatti prosciolto dall'accusa di omicidio del consenziente perché il Giudice ritenne che il paziente aveva validamente revocato il consenso alle terapie con la conseguenza che il medico "curante" era obbligato ad interromperle, anche se ciò ne avrebbe provocato la morte. La proposta di legge adotta interamente questa visione: non vi sono più terapie ordinarie o straordinarie, proporzionate o sproporzionate, ma trattamenti sanitari vietati o permessi a seconda che il paziente – o il suo legale rappresentante – abbia espresso il consenso o l'abbia negato o revocato. Per i morenti sono disponibili, poi, le terapie palliative.

8. Le norme sul consenso informato dei soggetti maggiorenni e capaci.

Abbiamo visto che il fulcro di questa proposta di legge – che qualcuno ha l'ardire di definire "equilibrata"! – è di permettere l'uccisione di tutte le categorie di soggetti deboli che sono state individuate dai fautori dell'eutanasia, senza o contro il loro consenso. Comprendiamo quindi che le norme sul consenso informato dei soggetti maggiorenni e capaci di intendere e di volere, dal punto di vista strettamente operativo, così come quelle sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, sono chiaramente secondarie: scritte, appunto, per i casi Welby (quindi forse per uccidere quanto prima anche il povero Fabiano Antoniani) o per ingannare coloro che pensano che il testamento biologico permetterà loro di "morire con dignità", ignari delle esperienze in tutto il mondo che dimostrano che le volontà scritte in quelle disposizioni non vengono affatto rispettate e che i "do not resuscitate" sono semplicemente considerati dai medici una categoria da lasciare al loro destino.

Tuttavia, queste norme fanno comprendere che l'ideologia della disponibilità della vita umana - di cui esse sono attuazione, permettendo alle persone di disporre la propria morte in ragione delle proprie condizioni di salute o di "qualità della vita" – porta inevitabilmente con sé la pretesa di pesare il valore o la qualità della vita delle altre persone e di decidere se e come eliminarle.

Così come alla donna incinta è riconosciuto il diritto di far uccidere il figlio sulla base di valutazioni sulla qualità della propria vita, attuale o futura, allo stesso modo se la propria vita è riconosciuta come disponibile – con il conseguente diritto a farla cessare – la disponibilità si estende anche alla vita degli altri e alla loro possibile cessazione.

Ancora, lo Stato che afferma la liceità dell'uccisione di persone innocenti come i bambini concepiti, inevitabilmente giunge a stabilire che è possibile (od opportuno o addirittura necessario) che persone già nate ottengano di morire o siano uccise sulla base degli stessi criteri.

9. L'articolo 1 della legge.

In base all'art. 1, comma 1 del progetto di legge, "nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato della persona interessata".

Ma quando il consenso è libero?

La legge non lo specifica affatto e nemmeno chiarisce se e in che modo il medico che "ha l'obbligo di rispettare la volontà del paziente" possa accertarlo. Non solo; ai sensi del quarto comma dello stesso articolo, "il consenso informato è espresso in forma scritta", cosicché possiamo essere sicuri che sarà impossibile indagare della effettiva libertà della persona che ha rifiutato una terapia salvavita od un accertamento diagnostico importante: conterà il pezzo di carta con la firma dell'interessato (anzi: sarà impossibile indagare anche se il rifiuto di terapie salvavita da parte del paziente è stato consapevole, se cioè egli ha compreso il contenuto del foglio che gli veniva fatto sottoscrivere).

Sarà davvero libero nel rifiutare le terapie l'anziano lasciato solo dai suoi parenti in una casa di riposo o in ospedale o che si sente "di peso" ai familiari?

Rendiamoci conto – sarà bene: prima o poi tutti ci passeremo! - che la comparsa all'orizzonte della possibilità di rifiutare terapie salvavita o comunque importanti e magari costose mette di per sé l'anziano o il malato cronico o grave in una situazione psicologica pesante: tutte le volte che sarà chiamato a nuove scelte terapeutiche non dovrà più soltanto chiedersi – con l'aiuto del medico – se si tratta di terapie necessarie ed utili, ma dovrà risolvere il quesito se vale la pena continuare a vivere e a lottare contro la malattia o l'età avanzata, interrogandosi se gli altri (i parenti, la società) ritengono la sua permanenza in vita utile o inutilmente costosa o gravosa.

Proprio quando la scienza medica ha trovato e trova rimedi e medicine nuove che curano patologie una volta incurabili, la società (e la stessa medicina) si ferma e si chiede se ne vale la pena, gravando il paziente di questa domanda!

Non si tratta – si badi bene – di domanda che viene posta ai malati ormai inguaribili e prossimi alla morte, per i quali è legittima la domanda se – ad esempio – un ennesimo ciclo di chemioterapia che prolungherà la vita di qualche mese sia davvero opportuno; è una domanda che viene posta a tutti i pazienti anche se non terminali e che potrebbe ricevere una risposta negativa dettata da una costrizione morale.

La legge, d'altro canto, favorisce anche scelte non consapevoli: il comma 3 dell'articolo 1 permette al paziente di "rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni (sulle proprie condizioni di salute) ovvero indicare i familiari o una persona di fiducia incaricati di ricevere informazioni in sua vece".

Come farà il paziente che ha rifiutato di ricevere informazioni ad esprimere un rifiuto di terapie "libero e informato"?

La legge facilita le decisioni di persone non consapevoli e si disinteressa della loro libertà nell'esprimere il consenso.

10. L'operatività del principio del consenso informato.

Cosa permetterà questa regolamentazione?

Si è detto del caso Welby che – come il caso Englaro – viene autorizzato con la legge: quando il paziente chiederà l'interruzione delle terapie – quindi anche della respirazione artificiale – il macchinario dovrà essere spento o staccato e il paziente morirà.

Allo stesso modo potrà essere rifiutata o interrotta ogni terapia, anche salvavita.

La previsione che il consenso possa essere revocato (e non soltanto rifiutato prima che la terapia sia intrapresa) muta decisamente la situazione. Già oggi ognuno di noi, se è maggiorenne ed è adeguatamente informato, può rifiutare una terapia che il medico ritiene necessaria e il medico (salvo i casi di trattamenti sanitari obbligatori) non può costringermi ad assumerla e si deve astenere (si pensi, ad esempio, ad un'operazione chirurgica).

La possibilità per il paziente di revocare una terapia già in atto fa sorgere l'obbligo di interromperla e, quindi, crea – nella maggior parte delle situazioni – la nascita di un obbligo giuridico di fare (cioè di uccidere) che grava sul medico.

Per questo obbligo non è prevista alcuna obiezione di coscienza.

11. Le Disposizioni anticipate di trattamento.

L'articolo 3 regola le "Disposizioni anticipate di trattamento": il mutamento del nome (da "Dichiarazioni" a "Disposizioni") vuole indicare il loro carattere vincolante nei confronti del medico.

In effetti, dice il comma 3 dell'articolo, "il medico è tenuto al pieno rispetto delle DAT"; l'unica eccezione – ma occorre l'accordo del fiduciario o dei familiari della persona non più capace di autodeterminarsi – è costituita dal caso in cui "sussistano motivate e documentabili possibilità, non prevedibili all'atto della sottoscrizione, di potere altrimenti conseguire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita".

Anche per le DAT il legislatore si disinteressa del tutto della libertà effettiva di chi le effettua e, soprattutto, della sua effettiva informazione (che, per di più, è in buona parte impossibile perché si tratta di disposizioni formulate per un futuro incerto, senza che il soggetto possa davvero rendersi conto delle condizioni in cui forse si troverà); si limita a pretendere che esse siano redatte in forma scritta "davanti ad un pubblico ufficiale, ad un medico o a due testimoni" (art. 3 comma 4), senza nemmeno specificare chi debba essere il pubblico ufficiale e rendendo opzionale la presenza del medico.

Tanto è disinteressato il legislatore delle formalità e della garanzia che esse dovrebbero dare all'interessato, da stabilire, all'art. 5, che sono validi come DAT le dichiarazioni illegittimamente depositate presso i Comuni o i notai fino a questo momento.

Abbiamo già detto che le DAT, od il testamento biologico, altro non sono che un inganno nei confronti delle persone che, credendo di tutelare la propria dignità nella malattia e senza rendersi conto delle reali condizioni in cui potranno trovarsi, daranno il via libera al loro abbandono terapeutico, così rischiando di non essere curate adeguatamente quando ciò sarà invece possibile.

Questo dimostra l'esperienza del testamento biologico nel mondo, così come dimostra l'incapacità dei fiduciari di comprendere e rispettare davvero la volontà del dichiarante.

12. A cosa servono il consenso informato e le DAT?

I due istituti servono certamente a determinare la morte anticipata del paziente in conseguenza del rifiuto di terapie o di revoca del consenso, ma non servono né a garantire al paziente terapie migliori, né a vincolare il medico ad eseguire determinate terapie.

Secondo l'art. 1, comma 9 della legge "il tempo della comunicazione tra medico e paziente è da considerarsi tempo di cura"; affermazione che forse potrà sollecitare i medici a prestare maggiore attenzione ai pazienti, ma che nasconde l'ideologia del consenso informato: il paziente viene curato anche se, in conseguenza del colloquio, viene lasciato morire per la mancata erogazione di terapie salvavita.

Le terapie sono quelle indicate dal medico, ma la legge non stabilisce alcun obbligo per il medico di indicare la migliore terapia. Cosicché, a norma del comma 2, "è promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato nel quale si incontrano l'autonomia decisionale del paziente e la competenza professionale, l'autonomia e la responsabilità del medico": parole assai vaghe, che in realtà comportano un obbligo per il medico di non erogare o interrompere terapie e una sua discrezionalità in caso il consenso sia prestato.

Ecco l'ulteriore illusione per i firmatari delle DAT.

Se essi sperano di obbligare i medici a mantenerli in vita, curandoli al meglio e con ogni mezzo necessario, si sbagliano: nella DAT essi esprimeranno "le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari", ma ad essere vincolanti per il medico saranno solo "il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche".

L'obbligo è solo per la morte, non per la vita!

13. Quale medico?

L'art. 1 comma 7 della legge contiene il secondo fulcro centrale del progetto, anch'esso nascosto alla generalità dei cittadini, ma ben presente ai proponenti: "Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente e, in conseguenze di ciò, è esente da responsabilità civile o penale".

La norma è ribadita per le DAT: "Fermo restando quanto previsto dal comma 7 dell'art. 1, il medico è tenuto al pieno rispetto delle DAT …".

Siamo al termine del percorso che ha avuto inizio con la contestazione della figura del "medico paternalista", che decideva delle terapie da erogare o meno senza interpellare il paziente e senza nemmeno informarlo adeguatamente.

Che davvero esistessero medici così è assai dubbio: la storia ha tramandato figure luminose di medici coraggiosi ed eroici e davvero impegnati a curare adeguatamente i propri pazienti; quello che è certo è che del medico disegnato da questo progetto di legge non possiamo che diffidare.

L'obiettivo esplicito è: nessuna responsabilità civile e penale! Per raggiungere questo risultato, la legge indica una strada ben precisa al medico: cura ed agisci solo se hai in precedenza ottenuto un consenso scritto che ti metta al riparo; altrimenti astieniti.

Quindi: fai quello che ti ordina il paziente e nient'altro.

In realtà, il "prezzo" di questa esenzione di responsabilità tanto agognata dai medici è molto più alto: egli deve essere disposto anche ad uccidere le persone. Lo sappiamo: così come, secondo alcuni, "il buon medico non obietta" e quindi è disposto ad uccidere i bambini su richiesta, più in generale i modelli di "buoni medici" sono Mario Riccio e i sanitari che hanno accuratamente annotato e seguito l'agonia di Eluana Englaro, sempre ottemperando al "consenso informato" del paziente o del tutore della incapace.

Il buon medico è quello che uccide su richiesta?

Non basta; questo medico non è libero nemmeno rispetto allo Stato e alle Direzioni dell'ospedale dove lavora: l'art. 1, comma 10 del progetto stabilisce che "ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge, assicurando l'informazione necessaria ai pazienti e l'adeguata formazione del personale".

Quindi, di fronte a tutori che negheranno il consenso a terapie salvavita, saranno le Direzioni ospedaliere a mettere in riga i medici riottosi e, se necessario, a licenziarli quando tenteranno di continuare a curare il paziente.

Questo medico che esegue gli ordini non può, ovviamente, usare la propria coscienza, umana e professionale: cosicché, in questo avanzare del "totalitarismo gentile", non è certo frutto di una dimenticanza il fatto che - sebbene la natura dell'attività abortiva e dell'interruzione di terapie salvavita sia la medesima: una persona viene volontariamente e consapevolmente uccisa su richiesta di colui al quale la legge attribuisce questo potere – l'obiezione di coscienza non sia affatto contemplata (e, siamo certi, non sarà affatto tollerata).

14. Le ulteriori conseguenze della legge.

Se venisse approvata una legislazione come quella commentata, quali sarebbero le evoluzioni prevedibili?

L'esperienza di tanti paesi è eloquente.

In primo luogo potrebbe affermarsi il principio (o la prassi) secondo cui l'uccidere mediante interruzione delle terapie non sia un atto esclusivamente riservato al medico,

ben potendo eseguirlo anche un infermiere: si ricordi che gli infermieri sono stati espressamente coinvolti dal decreto della Corte d'appello di Milano nell'uccisione di Eluana Englaro e, d'altro canto, alcune attività potrebbero essere semplici.

Forte sarà, poi, la spinta verso l'uccisione diretta dei pazienti.

Diciamolo brutalmente: invece di riservarle tre giorni di agonia, non sarebbe stata una soluzione migliore per Eluana Englaro una iniezione letale?

Non c'è dubbio che, dal punto di vista normativo, sarebbe difficile giungere a questo punto: la presenza di medici e il divieto di eutanasia attiva sono funzionali alla finzione che le uccisioni che saranno compiute abbiano la natura di trattamenti sanitari; una finzione che, del resto, è adottata anche per l'aborto legale (si finge che l'intervento abortivo sia eseguito per il pericolo per la salute della donna) e per la fecondazione extracorporea (non a caso definita "medicalmente assistita" dalla legge 40 del 2004, nonostante le tecniche non curino nessuna malattia e, al contrario, determino la morte di innumerevoli embrioni).

Tuttavia la prassi potrebbe ben presto superare la realtà normativa che – secondo lo spirito odierno – dovrebbe allora adeguarsi.

Infine, è evidente che la regolamentazione svuoterà dall'interno il divieto di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio presenti nel codice penale.

Del resto, il concetto di "salute" come "completo benessere psicofisico" che ben conosciamo permette di ricomprendere nell'ambito sanitario situazioni in cui la salute non entra per nulla.

Arriveremo ad una depenalizzazione di questi reati o, quanto meno, ad una riduzione delle pene edittali?

 

Giacomo Rocchi
su richiesta del Consiglio Direttivo del Comitato Verità e Vita
Bologna, 23 gennaio 2016 - http://www.comitatoveritaevita.it/pub/editoriale_read.php?read=424

Argomento: Vita

 Avvenire e il dovere di avere qualche cosa da dire


 di Renzo Puccetti

Sulla morte del Dj Fabo, nato Fabiano Antoniani, molto si è scritto e per un po' ancora si scriverà. Poi, come inevitabile, l'emozione e il clamore passeranno e per alcuni rimarrà il silenzio della morte, del cadavere e della tomba, per la massa quello del trentanovenne deceduto in un villino di Zurigo secondo il protocollo suicidario svizzero, sarà un caso pietoso e controverso che ha preso il suo navigare nel passato.

I giornali di ieri hanno dedicato ancora grande spazio al fatto e così ha fatto anche Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, con alcuni interventi molto belli, tra cui quelli del palliativista Marco Maltoni e del fisiatra Angelo Mainini che ha seguito Fabo.

L'editoriale di Avvenire è stato affidato al professor Giuseppe Savagnone, storico e filosofo universitario, di cui ricordo una squisita conversazione sul gender nella sua magnifica Sicilia prima di un congresso. Come allora, accanto ad elementi di assoluta identità di vedute, devo registrare punti su cui non posso dire di concordare con le riflessioni di Savagnone sul caso Antoniani.

Trovo molto acuta la risposta dell'editorialista di Avvenire e a coloro che accusano l'Italia di non conformarsi alle legislazioni eutanasiste di altri Paesi: "È vero", scrive Savagnone, "L’Italia forse è l’unica democrazia matura a non ammettere alcuna forma di eutanasia. Ma è rimasta anche l’unica a non alzare muri per bloccare l’ingresso dei migranti e a continuare a spendere soldi per cercare di salvare vite umane dalla morte per annegamento".

Touché, la contraddizione tra individualismo etico e comunitarismo sociale è infilzata. E concordo con Savagnone anche nello stigmatizzare la strumentalizzazione ideologica di un caso "in cui tutte le forme di pudore sono sistematicamente travolte dalla logica dello spettacolo". Un primo elemento di distanza dall'analisi di Savagnone risiede nel fatto che la spettacolarizzazione, in questo caso, così come in quello Welby, non è avvenuta senza il consenso del protagonista della vicenda.

Proprio il rispetto della ragione e della volontà di cui gode la persona mi obbliga a prendere atto che Fabo ha scritto pubblicamente al presidente della Repubblica, ha rilasciato un'intervista alle Iene, appare ritratto con un logo apposta coniato: "Fabo libero, per vivere liberi fino alla fine". L'ex Dj ha sì commesso l'omicidio di se stesso, ma prima di questo si è reso protagonista di una campagna affinché ciò che lui ha fatto fosse un diritto legalmente riconosciuto in Italia. Questa cosa ha un nome e si chiama azione politica.

Il suo fine è una legge per l'eutanasia e l'auto-eutanasia. Per questo non concordo con Savagnone quando egli afferma di non avere "nulla da dire sulla tragica scelta di questa persona". Al contrario di Savagnone, e dato per scontato il riconoscimento della tragicità e della sofferenza di Fabo, io ho molto da dire sulla sua scelta. Questa, così come ogni atto moralmente rilevante, chiama in causa la ragione e la libertà della persona ed è soggetta al giudizio morale di chi la compie, come di chi, facendo parte di una comunità sociale, direttamente o indirettamente ne risulta toccato.

Questo non significa giudicare la persona, ma ciò che la persona compie è giudicabile, tanto più se costituisce un atto politico. Fabo non ha chiesto aiuto per la sua sofferenza, o meglio l'ha fatto per un periodo, come rivela il dottor Mainini, ma ad un certo punto la sua richiesta è cambiata ed è diventata quella di morire per non soffrire più, una richiesta chiaramente eutanasica, attuata mediante suicidio assistito.

Il magistero della Chiesa e la scienza danno dell'eutanasia la stessa definizione: "L'atto o la pratica di uccidere o consentire la morte degli individui irrimediabilmente malati o feriti in modo relativamente indolore per motivi di pietà", è la definizione del dizionario medico Merriam-Webster, praticamente coincidente con quella fornita dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980 nel documento Iura et bona. Fabo si è auto-eutanasizzato. Non concordo con Savagnone quando egli afferma che nel caso Welby "si sarebbe potuto valutare il peso di quell’accanimento terapeutico che anche la morale cattolica condanna e, di conseguenza, il diritto etico della persona di rinunziare all’uso di mezzi eccezionali e senza speranza di guarigione".

Presentare in questo modo il caso Welby non credo sia rendere giustizia alla verità fattuale. Come Fabo, anche Welby scrisse al presidente della Repubblica, partecipò alla campagna mediatica radicale, e non chiese di interrompere la terapia perché non più proporzionata, o di alleviare la sofferenza. Nella sua lettera scritta a Napolitano si legge: "la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie e? oggi nella mia mente piu? chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia". È la motivazione era esplicitata in quello stesso scritto: "Ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche".

Per Welby "Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico". L'antropologia soggiacente è evidente: la vita è tale, è degna di essere vissuta, se e fino a quando determinate condizioni sono adempiute, in loro assenza rimangono solo funzioni biologiche. Prendere atto della volontà di Welby di attuare l'eutanasia rifiutando i funerali religiosi da parte della diocesi di Roma, seppure considerato allora un'offesa, fu in realtà un atto di grande rispetto per il libero arbitrio di Piergiorgio Welby.

Ha ragione Savagnano ad evidenziare la differenza tra Fabo e Eluana, la donna deceduta dopo interruzione della nutrizione e idratazione assistita su richiesta del tutore, il padre, mediante ricostruzione giudiziaria, retrospettiva e indiziaria delle volontà della figlia. Tuttavia si dovrebbe prendere atto che anche in questo caso l'intenzione fu chiaramente eutanasica; "Eluana, purosangue della libertà" fu lo slogan martellante di quei giorni. La triade eutanasica nei casi Welby, Eluana, Fabo è sempre presente: vita indegna di essere vissuta, intenzione pietosa, mezzi idonei a provocare la morte. Volontaria o involontaria, con mezzi omissivi o commissivi, si tratta di aspetti accidentali, non sostanziali.

Il testamento biologico è solo lo strumento giuridico strumentale messo in piedi per affiancare questi casi pilota ad accelerare quel cambio di paradigma auspicato e predetto da Maurizio Mori: "dal vitalismo ippocratico", ad "un aurorale controllo della propria vita da parte delle persone". Se qualcuno dalle parti della CEI dovesse accondiscendere sarebbe tragico e scandaloso.

 

da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-avvenire-e-il-doveredi-avere-qualchecosa-da-dire-19095.htm

Argomento: Vita

 La morte di Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj rimasto cieco e tetraplegico dal 2014, in seguito ad un incidente stradale – e recatosi in Svizzera per porre fine a quella che considerava «una lunga notte senza fine» – è al centro, come prevedibile, di un dibattito inteso, senza dubbio appassionato, ma estremamente disonesto, nel quale le imprecisioni abbondano a tutto vantaggio di una lettura emotiva e non ragionata dei fatti. Per cercare di rimettere ordine, ritengo opportuno mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali, al di là dei quali l’intera vicenda continuerà ad essere equivocata.  Anzitutto, c’è da dire che Dj Fabo non era un paziente terminale dilaniato dalle sofferenze fisiche. Era, certo, una persona colpita da una condizione molto grave e senza, sulla base delle conoscenze attuali, concreta prospettiva di ripresa, ma non stava morendo. Versava cioè in una situazione serissima, ma la malattia e l’accanimento terapeutico – che si concreta nella somministrazione di cure inutili, sproporzionate o addirittura controproducenti per la salute di un paziente – non c’entravano affatto col suo stato. Sostenere il contrario, molto semplicemente, significa ignorare i contorni dell’intera vicenda.

Una vicenda – secondo aspetto da considerare – che non si è conclusa con un’eutanasia ma, più precisamente, con un suicidio assistito. L’eutanasia propriamente detta, infatti, è legale solo nei tre paesi del Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussembugo), mentre Dj Fabo era stato accolto per morire nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, poiché in Svizzera il suicidio assistito è legale. Come mai i media, da bravi, preferiscono parlare di eutanasia? La risposta è semplice: perché sono molti più gli italiani favorevoli all’eutanasia che al suicidio assistito. E chi vuole condizionare l’opinione pubblica, lo sa benissimo.

Un terzo aspetto da considerare è strettamente procedurale. Dignitas stessa, infatti, tiene a precisare che «per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter DIGNITAS che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito» (Come funziona Dignitas, p.4). Ora, come sappiamo Dj Fabo è morto ieri, lunedì 27 febbraio. Ecco, anche se molti non lo fanno osservare, non si tratta di una data casuale.

Per un motivo semplice: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato. Ora, possibile che una morte che richiede – secondo Dignitas – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data, o forse tutto ciò risponde ad un disegno politico? Pare il caso di chiederselo. Di certo la tempistica, come si è visto, dà da pensare. Inclusa quella di diffusione della notizia. A chi non l’avesse notato, infatti, ricordiamo che dj Fabo è morto alle 11:40, neppure dieci minuti dopo – alle 11:48 – Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera, ha twittato “la notizia”, che alle 11.55 era già il titolo di apertura di tutte le grandi testate nonché quella di tutti i telegiornali. Nessun complottismo, sia chiaro, ma se qualcuno avesse cinicamente pianificato a tavolino il tutto, per dare una eco mediatica massima a questo fatto, non avrebbe potuto fare di meglio. A questo punto, uno potrebbe intelligentemente obiettare che si sta parlando di una morte per suicidio assistito, mentre il Parlamento si sta occupando di biotestamento.

Ebbene, questo qualcuno coglierebbe nel segno nell’evidenziare che o le due cose – il suicidio assistito di Fabo e il testamento biologico – sono disgiunte, oppure strettamente connesse pur sembrando distinte. L’ipotesi corretta è la seconda. Infatti, anche se formalmente il suicidio assistito in Italia è punito (smettiamola, per piacere, di mentire dicendo che in Italia una legge non c’è: esiste eccome, e sanziona quello che correttamente definisce omicidio del consenziente), introducendo il biotestamento, apripista dell’eutanasia omissiva, si mira a renderlo presto legale, magari grazie a qualche sentenza “creativa” della magistratura. Morale della favola, al di là del dolore per la morte del quarantenne italiano, quella che resta è la sensazione d’aver assistito ad un macabro teatrino allestito per condizionare l’opinione pubblica. Nascondendo alla gente molte curiose coincidenze così come il fatto che laddove si riconosce il diritto a morire, la morte si fa cultura e porta oltre l’immaginabile. Cito due esempi soltanto. Il primo è quello dell’Oregon, dove il suicidio assistito è legale dal 1998, e dove il tasso di suicidi nella popolazione generale è del 49% più elevato rispetto alla media nazionale; la stessa Svizzera ha un tasso di suicidio circa doppio a quello italiano.

Il suicidio assistito può favorire una tendenza al suicidio? Così sembrerebbe, ma non ve lo raccontano: i dubbi seri, a chi fa propaganda, non interessano. Secondo esempio per riflettere. E’ la storia di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Non è una bufala. Le bufale le raccontano i promotori della cosiddetta autodeterminazione assoluta, che da una parte allestiscono teatrini di morte, e dall’altra ci fanno credere che la contrarietà al suicidio sia un valore cattolico, quando basterebbe leggersi Immanuel Kant: «Chi si toglie la vita […] si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri» (Lezioni di etica, Laterza, Bari, 2004, pp. 170-171). Che dire? Mentono, mentono sempre. Ed hanno i media dalla loro. Ma non il buon senso, che rimane esclusiva degli apoti, quelli che non la bevono.

Giuliano Guzzo

https://giulianoguzzo.com/2017/02/28/dj-fabo-la-morte-e-quello-che-ci-nascondono/

Argomento: Vita

 Sapere che un uomo che nella sua vita e fino alla fine ha fatto tanto male, come Marco Pannella, abbia però goduto dell’amicizia di un sacerdote, è in qualche modo consolante. Si può sperare che quel filo con Dio che non si è mai spezzato possa aver provocato almeno alla fine un ravvedimento, un pentimento, per salvare la sua anima.

 Ma la speranza si fa amarezza sapendo che quel sacerdote è monsignor Vincenzo Paglia, ex vescovo di Terni (diocesi da lui ridotta sull’orlo della bancarotta), disastroso ex presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, da pochi mesi presidente della Pontificia Accademia per la Vita nonché cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la Famiglia, istituti dove ha iniziato una sistematica opera di demolizione di quanto voluto da san Giovanni Paolo II.

Ma non è da queste “medaglie” che nasce l’amarezza: per capirne il motivo invece basta ascoltare il video che da due giorni rimbalza da un sito all’altro scandalizzando migliaia e migliaia di semplici cattolici. Si tratta dell’intervento che il presidente della Pontificia Accademia per la Vita ha fatto lo scorso 17 febbraio in un evento organizzato dal Partito Radicale per presentare l’autobiografia (postuma) di Marco Pannella (clicca qui per il video).  

Ovvio che chi ha condiviso un’amicizia vera con una persona, anche se proveniente da esperienze diverse e perfino opposte, cerca di valorizzarne l’umano, ma nelle parole di monsignor Paglia non c’è l’affetto dell’amico che ha condiviso un dialogo sincero sulla verità della vita; c’è invece l’entusiastica adesione all’ideologia che ha mosso Pannella e che oggi continua a muovere i suoi seguaci. Un’ideologia figlia e amplificatrice di quella che san Giovanni Paolo II definiva "cultura della morte":

Pannella è direttamente responsabile degli oltre sei milioni di bambini uccisi con l’aborto volontario, è stato uno dei più tenaci distruttori della famiglia, è all’origine delle campagne per l’eutanasia che stanno dando il colpo di grazia al nostro popolo. E poi la droga, la prostituzione, le coppie gay, il controllo delle nascite: tutto ciò che  è il rovesciamento del piano creatore di Dio ha trovato in quest’uomo e nei suoi seguaci dei fanatici missionari dediti al proselitismo.

Un uomo con un fardello così pesante sulla sua coscienza avrebbe avuto bisogno di un uomo di Dio capace di richiamarlo alla sua verità; è stato invece “punito” con un sacerdote che l’ha giustificato ed esaltato nella sua perversione e ora sente anche il bisogno di annunciarlo al mondo: «Marco era un uomo di grande spiritualità», «la sua è una grande perdita per questo nostro paese», «un uomo spirituale che ha combattuto e sperato contro ogni speranza, come dice San Paolo», «una storia per la difesa della dignità di tutti», «ha speso la vita per gli ultimi», «un tesoro prezioso da conservare», «un uomo che sa scendere nella profondità e sa aiutarci a sperare», «ispiratore di una vita più bella per il mondo che ha bisogno di uomini che sappiano parlare come lui».

Non bastasse, ci arriva anche la lezioncina, perché Pannella – dice ammiccante Paglia - «rimproverava noi cattolici perché lasciamo da parte il Vangelo». Ah, sarà per questo allora che si è dato tanto da fare per cancellare ogni traccia di cattolicesimo.

Nessuno più di Pannella in Italia ha lavorato contro la vita e contro la famiglia, e a tesserne le lodi è colui che è presidente della Pontificia Accademia per la Vita ed è stato a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Non ci sono parole sufficienti per esprimere lo sdegno e il disgusto per questa esibizione.

Ma, se possibile, non è questa la cosa più grave. Perché l’elogio di Pannella fatto da monsignor Paglia svela anche la prospettiva culturale che muove – con Paglia - una parte influente della Chiesa. Ha detto il monsignore: «Oggi è indispensabile trovare una prossimità che unisce i diversi per edificare una unità di disegno o una unità che abbracci tutti»; e ancora: «Contro i muri, Marco è figura che parla di universalità, libertà per la costruzione», «speranza in un mondo che si ricomponga».

La prosa non è fluida ma il concetto è chiaro: la prospettiva è l’unità del genere umano guardando a ciò che unisce; popoli, culture e religioni che devono fondersi, rinunciando alle proprie identità, per poter diventare una cosa sola. E la Chiesa al servizio di questa utopìa che, peraltro, ha all’Onu i suoi teorici. Non si annuncia più Cristo ma i valori umani comuni; si parla di Gesù ma in funzione di un non meglio chiarito servizio all’umanità; non si lavora per portare tutte le genti a Cristo, ma Cristo è il pretesto per perdersi nel pensiero unico dominante. Insomma, quello che si persegue è la fine della Chiesa.


Riccardo Cascioli, per La Nuova Bussola http://www.lanuovabq.it/it/articoli-pontificiaaccademiadella-morte-19052.htm

Argomento: Chiesa

 Difendere la libertà di opinione dei cattolici
è difendere la libertà di tutti

Come vescovo, ho il compito di guardare lontano, e a volte vedo delle cose che non riguardano soltanto noi cattolici, ma tutta la comunità civile. Scrivo per dare un segnale d’allarme finché siamo in tempo, finché l’astio delle parti non prende il sopravvento sul buon senso. Scrivo a tutti gli uomini di buona volontà e di intelligenza di qualsiasi parte politica o religiosa. Scrivo perché vedo nubi oscure profilarsi all’orizzonte.

L’immagine di riferimento. Il 20 agosto 2011 ero alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2011 a Madrid. Ero Responsabile di Pastorale Giovanile e al sabato sera mi trovavo con due milioni di giovani alla veglia con il S. Padre all’aeroporto Cuatro Vientos, il più antico della Spagna. Già, Cuatro Vientos: un nome, una garanzia. Ad un certo punto sento soffiare con insistenza un vento proveniente da dietro di noi. Mi volto e vedo dense e oscure nubi con i tipici pennacchi filamentosi che arrivano fino a terra. Così appare la pioggia da distante. Il fatto che si trovassero proprio dalla parte dalla quale proveniva il vento significava che quelle nubi erano dirette verso di noi. Ci avrebbero messo circa 20 minuti. Ho passato voce ai giovani di organizzarsi a quattro a quattro: ciascuno di noi aveva in dotazione un telo di plastica. Uno sarebbe servito per coprire quattro zaini, uno per farci stare sopra quattro persone, preservandole dalle acque che avrebbero potuto scorrere o accumularsi al suolo, altri due per coprire, rimboccando il telo di sotto, i quattro giovani. In quel modo ci siamo salvati da un diluvio intenso e insistente che si è abbattuto sul campo interrompendo la veglia con Papa Benedetto XVI. A sei anni di distanza, con un altro ruolo, sono qui a fare sostanzialmente lo stesso: avvertire di un pericolo.

Le nubi all’orizzonte. In Francia la camera ha votato una legge che d’ora in poi consentirà di punire con due anni di carcere e fino a 30.000 euro di multa chi s’impegna per la vita e contro l’aborto usando anche i canali della comunicazione digitale.

Il vento che tira. È il vento di un reato di opinione e il vento che tira da quella direzione si chiama dittatura. Agli albori di ogni dittatura tira il vento del reato di opinione o di discriminazione, con il quale si cerca di eliminare chi non ha il pensiero “conforme”. Non potendo toccare i pensieri ci si limita a censurare le opinioni. E qui sta il confine tra la dittatura e la democrazia: la democrazia punisce i comportamenti, la dittatura non consente di esprimere liberamente le opinioni e le punisce.

La visione strategica. In questi anni come vescovo ho partecipato a molte giornate commemorative riguardanti la resistenza, l’olocausto, le foibe e altri momenti della vita civile che hanno fatto risaltare il bene della democrazia che abbiamo ereditato dai nostri padri a seguito di tragici momenti di perdita di essa nel nostro passato recente. Si sono scritte pagine di storia di altissimo valore a prezzo di grandi sacrifici. Oggi viviamo orgogliosamente nella nostra democrazia. Tuttavia essa è fragile, esposta com’è alle pressioni sociologiche della manipolazione di massa prima di tutto a livello della comunicazione sociale. È sotto gli occhi di tutti che non siamo in un’epoca di grandi statisti: un grande statista per esercitare il suo dono deve essere eletto. E per essere eletto deve essere un grande comunicatore. Questa dote, sempre più importante, sfronda in misura crescente il numero dei grandi statisti che possono mettere a frutto il loro talento. La nostra democrazia va difesa. E oggi l’attacco viene dalla parte della sociologia e della comunicazione sociale che, usate in modo improprio, possono diventare gli strumenti della manipolazione di massa e della dittatura.

Giocare d’anticipo. Ogni forma di dittatura va riconosciuta sul nascere, anche nelle sue nuove forme, prima che inneschi le sue mortali dinamiche di parte. Le idee delle dittature cambiano, ma lo stile rimane lo stesso ed è liberticida. Dobbiamo fare quadrato e dire di no al reato d’opinione, dire di no a ogni tentativo di impedire l’espressione delle proprie idee. Perché le nostre memorie civili, che sono patrimonio essenziale e irrinunciabile di tutti, cattolici e non, non vengano retrocesse a memorie di parte, valide e condivisibili soltanto per alcuni. Non temo la persecuzione. Temo la rassegnazione, che apre la strada all’orribile spettacolo del volto dell’uomo sfigurato dalla spietatezza.

mons. Guido Gallese

da: http://lavocealessandrina.it/2017/02/23/difendere-la-liberta-di-opinione-e-difendere-la-liberta-di-tutti/

Sarò un sentimentale. Sarò un romantico. Sarò un retrogrado integralista trapiantato dal medioevo. Insomma, sarò quel che vi pare, ma io non mi rassegno.

I fatti: un genitore della provincia di Vicenza mi ha inviato copia di un libricino in uso a sua figlia di quinta elementare. Il titolo del libro è “Col cavolo la cicogna”, scritto e diffuso dal dott. Alberto Pellai, guru dell’educazione sessuale molto ben introdotto anche nel mondo cattolico. L’autore – con la sua fatica - si ripromette di andare a insegnare ai nostri figli come conoscere “Tutta la verità sull’amore e sessualità”.

Considerando la natura della pubblicazione, il sottotitolo mi pare un tantino borioso, ma tant’è…

Io però vengo dalla generazione romantica e cavalleresca e per me – seguendo le poche parole di mio padre in merito – le donne non si toccano neanche con un fiore, quindi leggere che a bambini e bambine di 9 anni (dicasi nove anni) si spieghi - con dovizia di particolari e con l’ausilio di immagini dettagliate (vedi pagina 114) - il funzionamento della vulva, del meato uretrale e del clitoride mi provoca qualche fastidio. Quando poi leggo a pag. 137 che “due persone che si amano molto (…) Possono decidere di fare l’amore cioè di esprimere quello che provano in un modo molto speciale: stanno molto vicini e così l’uomo può far entrare il suo pene nel corpo della donna attraverso l’apertura della vagina”, il fastidio lascia posto all’orrore.

Si, avete capito bene, orrore. Sono infatti convinto sia orribile trasmettere ai bambini di nove anni nozioni di meccanica sessuale quando magari non l’hanno chiesto e comunque non hanno né gli strumenti né la capacità di reggere l’immenso portato emozionale, psicologico e relazionale dell’amore. Stiamo togliendo ai nostri figli la magia della vita, la poesia dei corpi e delle anime, il mistero dell’amore, sostituendo il tutto con tristi pubblicazioni in ossequio agli “Standard dell’educazione sessuale” dell’OMS.

Penso sia orribile che tutto questo sia veicolato da libricini scolastici, con tanto di “compitino” per riempire le paroline mancanti in fondo al testo…. Sono soprattutto terrorizzato che tutto questo avvenga a scuola, in un contesto di algida e comunisteggiante “pubblica istruzione”.

Ci sono cose che un uomo deve apprendere da suo padre e una donna deve apprendere da sua madre. E poi ci sono cose che ciascuno deve scoprire da solo. Da sempre spetta ai genitori il compito di custodire e tramandare il segreto della vita, quel segreto che ci rende pienamente umani, in cui riposa tutta la nostra forza e tutta la nostra dignità, quel segreto che porta l’uomo a sfiorare l’eternità, a sfidare il tempo e la morte, a toccare il cielo. Con questi libricini stiamo demandando a ignoti “specialisti” – per bravi che siano – il più prezioso dei legati che un genitore può lasciare ai suoi figli.

La generazione che verrà, sarà espertissima di tecniche sessuali. A 5 anni il sesso fetish, come proposto da:“Piselli e farfalline” di Vittoria Facchini, dove un uomo adulto nudo succhia i piedi di una donna altrettanto nuda e la didascalia informa che “ai corpi e ai cuori fa piacere assaggiare tutti i sapori, sentire i profumi e gli odori”. A nove anni il sesso “del missionario” come proposto dal libro del cavolo. Poi magari a 16 il sesso gay come al liceo di Perugia, poi le varie perversioni catalogate sui siti porno in una infinita girandola del sesso discount, per presto approdare al non senso...

I ragazzi conosceranno fin da giovanissimi come si fa a far sesso, ma non sapranno più – neppur da grandi - come si fa a far l’amore… Giovani nel corpo, ma morti nell’anima.

I dotti assicurano che questo sfacelo è in realtà il progresso che avanza e che tanto lo saprebbero dai compagni o dal cellulare e che così si prevengono le gravidanze indesiderate e le malattie veneree. Sicuri? Perché i fatti sono testardi: nei civilissimi Stati Uniti, dopo anni e anni di educazione sessuale di Stato nelle scuole elementari, assistiamo ad un record di gravidanze indesiderate tra le più giovani; lo stesso in Gran Bretagna e in Nord Europa, mentre nella arretrata e borbonica Italia, dove fino a pochi anni fa erano i genitori a educare i loro figli, i tassi di gravidanza tra le under 14 sono tra i più bassi al mondo. Tassi ovviamente in leggera crescita, visto il proliferare della stramaledetta educazione sessuale di Stato fin dalla più tenera età…

Del resto non serve la fantascienza per capire che se a un ragazzino di nove anni spieghiamo a scuola come si fa a copulare non possiamo poi meravigliarci che passi in men che non si dica dalla teoria alla prassi, magari con la vicina di casa o con la compagna di banco. Perché non gli spiegargli come costruire una bomba? (Si, una bomba... Perché la potenza contenuta in quel gesto è una vera e propria bomba atomica, capace di portare vita o di portare morte a sé e agli altri a seconda dell’uso che se ne fa.) Noi stessi adulti non sappiamo governare l’immensa energia creatrice della sessualità, e pretendiamo che un libricino da 7 Euro faccia il nostro lavoro? Stolti.

Impariamo a tenere i nostri figli a casa nelle ore di educazione sessuale e profittiamo per legger loro “il piccolo Principe”, oppure raccontiamo loro di Ulisse e Penelope, di Amore e Psiche, di Ettore, di sua moglie e del loro piccolo Astianatte. Lasciamo che si commuovano leggendo di Tristano e Isotta, mostriamo nel cielo estivo le costellazioni di Perseo e Andromeda, sveliamo loro i misteri della vita affettiva con la bellissima storia di Tobia e Sara o con gli immortali versi di Dante e Shakespeare. Facciamo loro ascoltare la Turadont, portiamoli a vedere le statue di Canova o i dipinti di Chagall. E insegniamo loro la difficilissima arte del pudore, della verecondia, della riservatezza. Nutriamo la loro anima di amore, quello vero. Il corpo capirà da solo cosa fare quando l’anima avrà incontrato la sua anima. E quando sarà il momento. Senza fretta. Lasciando sempre spazio alla meraviglia.

Per carità, viviamo in una società pluralista, e ognuno insegni ai suoi figli quel che gli pare. Sappia però bene - chiunque avesse in mente di avvicinarsi ai miei di figli con il manuale del piccolo Kamasutra - che non tollererò cose del genere, abbiano o no il bollino di qualche ministero inutile, di qualche sessuologo di grido, di qualche università venduta o di qualche prete svampito.

Sappia inoltre che non sarò solo, visto che avremo cura di spiegare nel dettaglio agli altri genitori (compresi i numerosi amici mussulmani), quello che si sta cercando di inculcare più o meno subdolamente ai nostri figli. Siamo per l’accoglienza no? Sono sicuro che saprete rispettare e accogliere il mio, il nostro, punto di vista.

Anche perché nell’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nell’art. 30 della Costituzione e nell’art. 315 bis del Codice Civile c’è scritto che abbiamo ragione noi.

 

Simone Pillon

da EducazioneLibera del 23/2/2017

Argomento: Socialismo

 Molestie e aggressioni sessuali, in Germania un anno dopo Colonia non è cambiato niente

 

Dopo la Gran Bretagna, la nostra ricerca sulle persecuzioni e sulle violenze sessuali inflitte alle donne e alle giovani ragazze in Europa prosegue in Germania.

Il Paese dei fatti di Colonia, quando durante il capodanno del 2016 migliaia di donne furono aggredie a fatte oggetto di molestie da parte di immigrati arabi e nordafricani. All’epoca, fu necessario molto tempo prima che le autorità fornissero i numeri reali e inimmaginabili della notte di Capodanno.

Oggi, a distanza di un anno di tempo, la stampa tedesca continua a disegnare così il profilo degli autori di abusi sessuali nel Paese: "dall’aspetto straniero" (ausländisches Erscheinungsbild); "dai tratti somatici arabi" (arabischem Aussehen); "stranieri dal dialetto incomprensibile" (ausländischen, unbekannten Dialekt); "uomini dalla pelle scura" (dunkler Hautfarbe). Una vaghezza disarmante, una serie di eufemismi poco fantasiosi per mascherare qualsiasi riferimento alle origini e soprattutto alla fede di aggressori e molestatori.

Per dare un’idea del clima che si respira in Germania, abbiamo selezionato solo alcuni degli episodi registrati lo scorso mese. Il 6 gennaio un tredicenne, immigrato dalla Siria, ha aggredito sessualmente due ragazze in una scuola di Schwerin.
A Linden, un “individuo del sud" (südländisch) ha commesso gli stessi reati su una ragazza di 16 anni. L’uomo era con la ragazza sull'autobus, e quando l'ha vista scendere, l'ha seguita e molestata. Il 15 gennaio un uomo "dal dialetto straniero" ha aggredito una donna vicino al municipio di Metelen.
Lo stesso giorno, in una piscina pubblica di Bockum, cinque immigrati siriani di età compresa tra gli undici e i quattordici anni hanno aggredito due dodicenni.
Il 24 gennaio un immigrato siriano di quarantaquattro anni è stato arrestato con l'accusa di aver aggredito sessualmente più di venti donne a Wetzlar. Durante il processo, si è giustificato dalla accusa di averle leccate in faccia spiegando che si trattava di una pratica normale dei suoi costumi: "è così che si dimostra affetto per le donne".

Qualche giorno dopo è toccato a una donna di quarantasei anni essere aggredita su un treno a Stoccarda. Evidentemente all'uomo non era andata troppo a genio la richiesta della donna di togliere i piedi dal sedile, così lui ha deciso di fracassarle la testa contro il finestrino.
Su un altro treno, a Öhringen, una ragazza di diciassette anni è stata aggredita da un altro "uomo del sud", mentre un gruppo di dodici uomini "dalla pelle scura" infieriva su una ragazzina a Gelsenkirchen.
Il 20 gennaio si è concluso il processo contro Abubaker C., un ventisettenne pakistano che ha strangolato una signora anziana sul suo letto a Bad Friedrichshall, e poi dipinto versi del Corano sulle pareti della stanza. I pubblici ministeri hanno riferito che si è trattato di un omicidio a sfondo religioso: il musulmano sunnita ha assassinato la donna perché era una devota cattolica.  
I rapporti della polizia mostrano che l'emergenza di stupri e violenze, per mano di immigrati in Germania, non accenna a diminuire. 

Secondo un rapporto dell'ufficio della Polizia Criminale Federale (Bundeskriminalamt, BKA), nel 2013 i reati sessuali commessi da immigrati sono stati 599, una media di due al giorno.
Nel 2014 si è passati a 949 crimini sessuali, pertanto circa tre al giorno.
Nel 2015 se ne sono contati 1683, più o meno cinque al giorno.
Nei primi nove mesi del 2016 il numero di aggressioni sessuali ha raggiunto la soglia di 2790, dieci al giorno.
Considerando i crimini sessuali che non vengono denunciati, il numero effettivo di crimini sessuali legati a immigrati in Germania potrebbe essere almeno il doppio o il triplo di quelli registrati dalla polizia.
Secondo André Schulz, capo della Criminal Police Association, solo il 10% dei crimini sessuali commessi in Germania compaiono nelle statistiche ufficiali.
Del resto i dati forniti dalla Federal Criminal Police includono solo i crimini che sono stati risolti. E  secondo le statistiche della polizia, in media, solo la metà dei casì vengono risolti.

I dati, inoltre, non coprono i casi provenienti dalla Renania Settentrionale-Vestfalia: il più popolato dei Lander tedeschi e quello con il maggior numero di immigrati.
Ma soprattutto, come ci ha insegnato la vicina Inghilterra, anche nella terra della signora Merkel si tende ad omettere il riferimento agli immigrati, alle loro origini o alla loro fede, nelle notizie di reato.
C'è un sistema giudiziario isterico, che, ossessionato dalla privacy e dal politicamente corretto, aggrava il problema, imponendo ritardi imperdonabili. Sono tantissimi, infatti, i casi in cui passano mesi prima che venga pubblicata l'immagine degli immigrati ricercati.
L'apatia del governo tedesco ci porta a domandarci se lo scopo di questo sistema, giudiziario, sociale, sia diventato paradossalmente quello di educare le società occidentali ad una sorta di “cultura dello stupro”, una cultura in cui molestie e aggressioni sessuali non vengono punite o accertate fino a in fondo, ancora una volta per non incrinare il muro del politicamente corretto in materia di immigrazione.

L’ennesimo frutto marcio del multiculturalismo, in una Europa che ormai sembra aver perso la bussola dei suoi valori, innanzitutto quello della libertà delle donne. Iniziamo ad essere davvero stanchi di ogni sorta di aneddotica islamicamente corretta.

 

di Lorenza Formicola | 18 Febbraio 2017: https://www.loccidentale.it/articoli/144632/molestie-e-aggressioni-sessuali-in-germania-un-anno-dopo-colonia-non-e-cambiato
 
Argomento: Islam

 Palazzo Chigi finanzia la prostituzione omosessuale

Ormai è ufficiale, non vede solo chi non vuole vedere: dietro ai temi della discriminazione, delle differenze di genere, del bullismo, del femminicidio e simili, si nasconde un progetto inteso a distruggere le radici cristiane l'identità d'Italia .
 Divorzio, aborto, pillola del giorno dopo, fecondazione artificiale, unioni civili, gender a scuola, eutanasia.... tutto congiura a corromperci e farci perdere identità e valori.
Sullo sfondo, il sogno del socialismo antico: lasciare ogni uomo solo, indifeso davanti allo Stato, schiavo.

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Unar sta per «Ufficio anti-discriminazioni razziali». All’interno del Dipartimento Pari opportunità della presidenza del consiglio, si occupa di promuovere la «parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni» razziali, etniche e sessuali con campagne di comunicazione e adottando progetti «in collaborazione con le associazioni no profit». Nel mirino della iena Filippo Roma è finito un finanziamento di 55mila euro ad un’associazione di «promozione sociale» dietro cui, secondo la trasmissione televisiva, si nasconderebbe il business del sesso gay a pagamento. Ecco il testo del servizio che andrà in onda stasera su Italia 1.

Con che criteri l’Unar sceglie le associazioni da accreditare e finanziare con migliaia di euro? Il suddetto ufficio del governo ha come compito quello di contrastare le discriminazioni su razza o sesso e a tal fine gestisce anche denaro proveniente dai contribuenti.

Accreditate nel registro dell’Unar si annoverano alcune associazioni molto conosciute come Amnesty International, Unicef, Croce Rossa Italiana, Comunità di Sant’Egidio. In questo elenco, però, compaiono anche associazioni poco o per niente note. Una di queste, con l’ultimo bando assegnato qualche settimana fa, si è aggiudicata circa 55.000 euro. Di cosa si tratta?

lo scoop de "Le Iene"


Proprio su questa associazione un segnalatore, che ha preferito tenere nascosta la propria identità, ha fatto avere a Filippo Roma le seguenti dichiarazioni.

Segnalatore: In realtà questi circoli non sono altro che dei locali con ingresso a pagamento, dove si incontrano persone gay per fare sesso, a volte anche questo a pagamento.
Iena: Quindi tu ci stai dicendo che in questi circoli si fa sesso e pure a pagamento?
Segnalatore: Sì, perché si tratta di un’associazione di imprenditori del mercato del sesso gay. Si nascondono dietro l’etichetta di associazioni di promozione sociale. Le stesse che dovrebbero avere come mission quella di aiutare le persone, ma in realtà, il loro unico scopo è quello di fare soldi senza pagare le tasse.
Iena: In che modo?
Segnalatore: Sfruttando la denominazione di associazione a cui sono concesse delle agevolazioni. Se si trattasse di un locale commerciale dovrebbero pagare le tasse sull’ingresso, sulle bibite, su tutto ciò che viene venduto, compresi i massaggi. E dovrebbero anche comprarsi una licenza. Alle associazioni invece, non è richiesto niente di tutto questo, proprio perché l’attività principale dovrebbe essere senza fini di lucro. Basta andare sui siti di quei posti per capire che cosa offrono.
Iena: Che cosa sono le dark room? (ndr, sul sito di uno di questi circoli tra i servizi offerti vengono citate le «dark room»).
Segnalatore: Sono delle stanze buie dove la gente entra vestita, nuda, per fare sesso con chi capita, senza guardarsi in faccia. Là dentro succede di tutto, molto spesso senza nemmeno usare protezioni. Ti puoi immaginare i rischi per le malattie.
Quello che trovo assurdo è che un’associazione come questa, con circoli, saune, centri massaggi, dark room, ma soprattutto dove si pratica la prostituzione, possa aver vinto un bando della Presidenza del Consiglio, soldi pubblici.
Iena: Chi è che si prostituisce?
Segnalatore: Normalmente lo fanno i massaggiatori. Finito il massaggio chiedono esplicitamente al cliente se vuole andare oltre, con qualche servizietto extra a pagamento. Esistono dei veri e propri listini, ogni cosa ha il suo prezzo.
Iena: Normalmente quanti clienti si fanno fare il massaggio extra?
Segnalatore: Quasi tutti quelli che chiedono il massaggio lo fanno per avere prestazioni sessuali, altrimenti andrebbero in qualsiasi altro centro che costa anche di meno.
Iena: Ma come è possibile che alla Presidenza del Consiglio non si accorgano di queste cose?
Segnalatore: Effettivamente è strano. È ancora più strano che il direttore dell’Unar, l’ufficio che distribuisce i finanziamenti, sia associato a uno di questi circoli.


Riguardo a quest’ultima sua affermazione, il segnalatore dice di essere a conoscenza dei riferimenti relativi al presunto tesseramento del direttore dell’Unar. Si tratterebbe del codice socio e del numero della tessera, con data di rilascio e di scadenza e data di nascita fornita dal socio al momento dell’iscrizione.
La Iena decide per tanto di far luce sulla vicenda recandosi in alcuni di questi circoli. Filippo Roma mostra quindi immagini esclusive che confermerebbero come tra le attività prevalenti in questi luoghi ci sarebbe la pratica del sesso libero e anche estremo. In alcuni casi, servizi come dark room o glory hole sono chiaramente segnalati sui siti di questi circoli. A volte, i servizi di massaggi offerti all’interno dei suddetti circoli, come affermato dal segnalatore, includerebbero anche, con tanto di tariffario, prestazioni extra che prevedono sesso a pagamento. (...)


Per avere delucidazioni in merito alle parole del segnalatore anonimo, Filippo Roma intervista Francesco Spano, direttore dell’Unar.
Iena: Lei è il direttore dell’Unar, giusto?
Spano: Sì.
Iena: Che è l’organismo della Presidenza del Consiglio che si occupa di assegnare una serie di fondi a varie associazioni che sono in prima linea contro le discriminazioni sessuali e razziali, giusto?
Spano: Sì, fra i compiti ha anche quello di gestire l’attività contro la discriminazione.
Iena: Queste associazioni per essere accreditate presso il registro dell’Unar che requisiti fondamentali devono avere?
Spano: Devono avere tutta una serie di requisiti di legge previsti che si possono trovare anche sul nostro sito.
Iena: Infatti, li abbiamo trovati e abbiamo letto questa cosa qua che tra…
Spano: Scusate un secondo..
Iena: Prego, prego (ndr, il direttore Spano si allontana). Aspetti, ma dove va?
Spano: Un secondo, riesco subito.
Quando gli vengono chiesti quali sono i requisiti per essere accreditate presso il registro dell’Unar, Spano entra improvvisamente negli uffici della Presidenza del Consiglio dicendo di aver ricevuto una telefonata.
Filippo Roma raggiunge Spano in un secondo momento per rivolgergli ulteriori domande:
Iena: Avvocato, ci eravamo preoccupati che fosse andato via o scappato.
Spano: No, scusate ero al cellulare, perché devo scappare? Anzi, vi chiedo scusa.
Iena: Ci mancherebbe altro. Tra le varie associazioni che nel 2016 hanno ottenuto questi finanziamenti della Presidenza del Consiglio ce n’è una che ha ottenuto 55 mila euro.
Spano: Partecipava ad un progetto, mi pare.
Iena: Esatto. E come attività preminente, ha ben altro.
Spano: Allora, noi stiamo a quello che ci dichiara lo statuto delle associazioni.
Iena: Però, dicevo, a voglia a fare tante altre cose rispetto alla lotta contro la discriminazione…
Spano: A noi risulta che fa questo, poi non so che altro fa.
Iena: Glory Hole, sa che cos’è?
Spano: No, assolutamente no.
Iena: È una pratica sessuale dove c’è un buco …
Spano: Questo non lo so. Ora, grazie se mi date questa segnalazione grazie, ora verificheremo.
Iena: dark room?
Spano: No, ora questo lo verificheremo, insomma, l’importante...
Iena: Ci hanno segnalato dark room dove avviene un po’ di tutto…
Spano: Questa sarà una cosa che riguarderà la vita privata delle persone, non rileva a noi, però, verificheremo.
Iena: Per carità, questa è la vita sessuale delle persone, però, soprattutto, in questi circoli si pratica la prostituzione.
Spano: Questo spero di no. La prostituzione è un reato.
Iena: E si pratica nei circoli accreditati con l’Unar?
Spano: No, questo no. Allora, assolutamente no, le posso assicurare. Noi verifichiamo.
Iena: Le assicuro io, invece. Le faccio vedere un filmato, guardi..
Spano: Non mi interessa il filmato.
Iena: Come non le interessa il filmato? Lei è quello che dispensa questi finanziamenti pubblici.
Spano: Nel senso, ci credo, lo verificheremo.
Iena: Guardi un po’ che abbiamo visto. (ndr, Filippo Roma mostra il filmato al direttore). Questo è un massaggio che avviene dentro a una sauna, un massaggiatore che propone un extra. Un extra di natura sessuale. Poi, un’altra sauna…
Spano: No, no, non mi interessa questa cosa, grazie… Ci credo, dal punto di vista di vederlo non mi aggiunge niente. Mi ha dato l’informazione. Comunque, guardi, io oggi stesso, ora torno in ufficio, convocherò il Presidente di *** e verificherò questa cosa, perché se l’attività è, come voi dite, legata alla prostituzione, ci mancherebbe altro.
Iena: Lei come direttore dell’Unar, non svolge dei controlli su cosa combinano queste associazioni?
Spano: Le ripeto, io faccio un controllo cartaceo e formale su quello che viene dichiarato.
Iena: Un po’ a caso?
Spano: No, no, non è che posso andare nei circoli a vedere cosa succede, questo non…
Iena: Direttore, questo lo sappiamo noi che non facciamo parte dell’Unar e non lo sa lei che è il direttore dell’Unar?
Iena: 55 mila euro. Ma perché i contribuenti italiani devono finanziare con le proprie tasche associazioni dove si pratica la prostituzione?
Spano: Assolutamente no.
Iena: Lei, di fronte a queste scene, se la sente di assegnare questi fondi?
Spano: Ora, su questo faremo la verifica che stiamo facendo e se fosse un’associazione che, come voi dite, con questi fondi sosterrebbe la prostituzione ovviamente no. Ma va in automatico, le assicuro. Stia tranquillo, su questo guardi sono tranquillissimo.
Iena: Con un direttore che controlla così le associazioni che ricevono questi fondi non sono tranquillissimo...
Spano: Stiamo ulteriormente facendo dei controlli. Oggi stesso, io, anche grazie alla vostra segnalazione, convocherò il Presidente di *** e chiederò se c’è una difformità rispetto a quello che è dichiarato nello statuto e quella che è la loro attività svolta. Nel caso, annulleremo questa assegnazione.
Iena: Lei non conosceva l’attività di ***?
Spano: L’attività di *** la conosco come attività di promozione, di seminari, hanno un giornale, cose di questo tipo.
Iena: Perché qualcuno ci ha detto che lei è socio dell’associazione ***?
Spano: No, assolutamente no. Non so di cosa stai parlando.
Iena: Sicuro? Perché a noi sono arrivati degli estremi di una tessera…
Spano: Ora però devo andare…
Iena: Abbiamo quasi finito, poi la lasciamo andare.
Spano: La prego davvero.
 Iena: Ci risulta un numero di tessera, ***, fatta il XX.X.XXXX a nome suo.
Spano: Non so, io no ho…dove e come?
Iena: Non è tesserato?
Spano: No.
Iena: E perché noi abbiamo questi estremi?
Spano: Non lo so.
Iena: Ci toglie una curiosità per cortesia?
Spano: Sì.
Iena: Noi ci chiediamo. Sia mai che chi dispensa fondi pubblici a una serie di associazioni, sia anche socio di quella associazione, no? Se no ci sarebbe un conflitto di interessi?
Spano: Ora vi devo salutare, però, davvero. Arrivederci.

 

 

Da: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12308826/palazzo-chigi-finanzia-prostituzione-gay-le-iene-filippo-roma.html

 Come la Madonna tratta le anime elette

L'esempio di Giacinta e Francesco di Fatima

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Quando apparvero le prime notizie sulla possibile beatificazione dei veggenti di Fatima, Giacinta e Francesco, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira commentò la portata e l'importanza di quanto si sarebbe realizzato, quasi dieci anni dopo, il 13 maggio 2001

 


Io do grande importanza a questa beatificazione. Quel che leggiamo sulla vita di Giacinta e Francesco parla con enfasi di un'esistenza santa, tale da meritare l'onore degli altari. Sia Giacinta, per tutto ciò che soffrì, che Francesco si ammalarono ed ebbero a soffrire difficili e penose infermità. Tutto fa credere che Giacinta fosse pienamente gradita dalla Madonna, quando avvennero le apparizioni. Però, con suo fratello non era così.


Egli in qualcosa dispiaceva alla Vergine, il che comunque non gli impedì di essere un testimone delle apparizioni e, quindi, di costituire un trio con sua cugina, Lucia, e con la sorella (*). Infatti, Francesco non udiva ciò che la Madonna diceva, ma "soltanto" La vedeva … (Magari potessimo vederLa! Neanche immagino che cosa potrei esprimere!). Ma fu chiaro che lui "soltanto" vedeva perché in qualcosa dispiaceva alla Santissima Vergine.

Dunque, considerate il modo in cui Lei tratta le anime elette - come Francesco in effetti lo era e morì in odore di santità: la Madonna gli limitò in qualche modo la conoscenza di ciò che accadeva. Quindi, egli ricevette la grazia di vederLa, ma non quella di ascoltarLa. Così, la Madonna fu severa nel non consentire a Francesco di udire la sua voce; ma dopo, avendogli concesso la grazia di pentirsi, gli diede pure la grazia di emendarsi. Dunque, una vita breve, tutta fatta di olocausto, una vita santa e una morte in odore di santità.


Giacinta si trovava su un gradino più alto, perché udiva quel che la Madonna diceva. Quindi, si fece carico di tutto il peso delle privazioni e persino delle incomprensioni delle persone del suo tempo e morì amorosamente rivolta alla Vergine. Sono due anime che, se saranno beatificate, riuniranno in sé un ricco insieme di insegnamenti per noi. Coloro che ebbero la grazia di giammai peccare, potranno vedere in Giacinta una speciale protettrice; temo, però, che il numero dei protetti di Francesco sia maggiore e che coloro che hanno peccato vedano proprio in Francesco un particolare protettore. E che, insomma, in quell'occasione due nuovi protettori fioriranno per noi in Cielo. Che cosa vuol dire "fioriranno in Cielo"? Infatti, loro sono ormai in Cielo e, quindi, già sbocciati. Però, otterranno la gloria estrinseca (cioè terrena) che decorrerà dalla beatificazione ed è in questo senso che uso il termine “sbocciare”.


(*) Nota: Francesco infatti ebbe dalla Madonna la promessa di andare in Cielo a condizione di dire molti rosari. Alla vigilia della morte, quando era evidente che si trovava purificato dei suoi difetti, chiese a sua sorella e a sua cugina di ricordargli i peccati commessi in altri tempi. Loro lo fecero con grande franchezza e Francesco accettò con altrettanta umiltà le osservazioni fattegli.

 

(Da una riunione per soci e cooperatori della TFP brasiliana nel 1992. Tratto dalla registrazione magnetofonica, senza revisione dell'autore)

 

*    *     *     *

 

Francesco e Giacinta: un capolavoro della Madonna di Fatima

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Dal libro del P. Demarchi, "Era una Signora più brillante del sole…", Seminario delle Missioni della Madonna di Fatima, Cova da Iria, 3ª Edizione:

"La vera direttrice spirituale di Giacinta, Francesco e Lucia fu, essenzialmente, la Madonna. La benevola Signora della Cova da Iria assunse l'incarico di realizzare questo capolavoro e, come non poteva essere altrimenti, lo portò a termine con pieno successo. Dalle sue mani sorsero tre angeli rivestiti di carne, che però, allo stesso tempo, erano tre autentici eroi. La materia prima era di una plasticità ammirevole, e cosa dire ancora sull'Artista? Alla sua scuola i tre piccoli montanari fecero, in breve tempo, passi da gigante nel cammino della perfezione. In essa si avverarono alla lettera le parole di un gran devoto di Maria, San Luigi Maria Grignion da Monfort. Egli ci conferma che alla scuola della Vergine, l'anima progredisce più in una settimana che nel corso di un anno fuori di essa.

“Infatti, la pedagogia della Madre di Dio non conosce confronti. In due anni la Vergine Santissima riuscì ad elevare i due fratellini - Francesco e Giacinta - sino alle più alte cime della santità cristiana. Il ritratto di Giacinta delineatoci dalla mano ferma di Lucia è rivelatore:

"'Giacinta aveva sempre un portamento serio, modesto e amabile, che sembrava trasmettere la presenza di Dio in tutti i suoi atti, il che è proprio delle persone di età già avanzata e di grande virtù. Non vidi mai in lei quella eccessiva leggerezza e quell'entusiasmo dei bambini per i gingilli e gli scherzi. Non direi che gli altri bambini corressero appresso a lei, come lo facevano con me, forse perché la serietà del suo atteggiamento era assai superiore alla sua età. Se alla sua presenza qualche bambino oppure un adulto diceva qualcosa o faceva qualunque azione meno che conveniente, lei li rimproverava dicendo: 'Non lo fate perché offende Dio, Nostro Signore, ed Egli è già tanto offeso'".

 

Commenta il prof. Plinio Corrêa de Oliveira:

Questo brano racconta la storia di una grazia straordinaria, segnalando diversi aspetti dell'opera della Madonna in relazione a questi tre bambini.

Anzitutto, dobbiamo considerare il valore simbolico dell'opera della Madonna sui bambini. Sbagliano coloro che immaginano che un'opera come questa miri soltanto ai tre bambini: è tutto un nuovo modo di operare della Grazia. Quest'opera trasformò soavemente quei piccoli, da un momento all'altro, con il semplice fatto delle ripetute apparizioni della Madonna.

Qui abbiamo qualcosa di somigliante al Segreto di Maria enunciato da San Luigi Maria Grignion da Monfort, cioè una di quelle azioni profonde della grazia sull'anima, che si sviluppano senza che la persona se ne renda conto, e la fa sentire sempre più libera, sempre più disinvolta nel praticare il bene, mentre i difetti che la intralciano e la legano al male man mano si dissolvono.

La persona cresce nell'amore di Dio, nel desiderio di impegnarsi nel bene, nell'opposizione al male. Tuttavia, tutto questo accade in maniera meravigliosa all'interno dell'anima, in modo che essa non intraprende le grandi e metodiche battaglie dell'ammirabile ascesi, della virtù, della santità come coloro che combattono secondo il sistema classico della vita spirituale; invece, la Madonna trasforma l'anima da un momento all'altro.

Possiamo ben domandarci se quest'opera della Madonna sui tre pastorelli, e specialmente su Francesco e Giacinta, non abbia un valore simbolico, e non indichi quale sarà l'azione di Maria Santissima su tutta l'umanità quando Ella compirà le promesse fatte a Fatima.

Possiamo, quindi, domandarci se non si dovrebbe vedere qui un inizio del Regno di Maria, cioè, del trionfo del Cuore Immacolato di Maria su due anime annunciatrici della grande rivelazione della Madonna, e che in seguito aiutarono tante anime - con i loro sacrifici e preghiere sulla terra, e poi con le loro suppliche in Cielo - ad accogliere il messaggio di Fatima. E lo fanno ancora.

Questo ci porta direttamente a una conclusione: Se così fosse, allora Francesco e Giacinta sono gli intercessori naturali perché si chieda alla Madonna che inizi al più presto il Regno di Maria dentro di noi, mediante questa misteriosa trasformazione che è il Segreto di Maria.

Dobbiamo chiedere con insistenza - sia a Giacinta sia a Francesco - che comincino a trasformarci, ad ottenere per noi i doni che loro stessi hanno ricevuto, e che abbiano cura specialmente di coloro che, come noi, hanno la missione di diffondere il messaggio di Fatima.

Sarebbe molto importante dire una parola sul rapporto tra il messaggio di Fatima e noi. È già stato detto mille volte tra noi, che la nostra vita spirituale cresce nella misura in cui prendiamo sul serio il fatto che il mondo attuale si trova in una deplorevole decadenza e che si avvicina alla sua rovina. Inoltre, che questa rovina significa la realizzazione dei castighi previsti dalla Madonna a Fatima e che, di conseguenza, quanto più ci collochiamo in questa prospettiva, tanto più la nostra vita spirituale si infervorerà. E che, al contrario, quanto più ci allontaniamo da questa ottica, tanto più la nostra vita spirituale decaderà.

Dunque, per intercessione di Francesco e di Giacinta, dobbiamo dire alla Madonna: Venga a noi il vostro Regno, o Signora, venga con urgenza!

 

(Estratti della conferenza tenuta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira ai soci e collaboratori della TFP, il 13 ottobre 1971. Senza revisione dell'autore.)

Argomento: Madonna

Il Beato Giuseppe Toniolo contro lo spretato Romolo Murri XVII legislatura - Comportamento dei parlamentari 

 

  1. Noi cattolici molto spesso ci fidiamo troppo e votiamo in base ai “sentito dire”.
    C'è anche chi controlla i programmi pre-elezioni... ma quasi mai ci ricordiamo di verificare a posteriori se le promesse sono state mantenute.

     
  2. Per aiutare il discernimento, anche in vista delle prossime elezioni, sono stati esaminati - in modo imparziale e basandosi sulle fonti ufficiali di Camera e Senato - i comportamenti di tutti i deputati e senatori.
     
  3. L’attenzione è stata limitata alle sei leggi contro la famiglia varate dal Governo del Partito Democratico e Area Popolare (Nuovo Centro-Destra, UDC) e riassunti in un file excel di facile consultazione che permette una verifica puntuale di comportamenti dei singoli e dei partiti.
    Si può scaricare cliccando qui:
    http://www.fattisentire.org/db/20170210_Leggi_sensibili_riepilogo.zip
     
  4. Le leggi analizzate sono le seguenti:
  • Semplificazione del procedimento per divorziare
  • Divorzio breve
  • Buona scuola (introduzione del “gender” al comma 16)
  • Ius culturae (annacquamento dell’identità italiana)
  • Unioni civili (nozze gay)
  • Cyberbullismo (divieto di dissentire dalla diffusione dell’omo‑sessualismo)

Per ciascuna votazione, sia della Camera che del Senato, le valutazione sono state attribuite così:
- favorevole alla legge anti-famiglia, punti -2
- contrario alla legge anti-famiglia, punti +1
- astenuto o assente, punti -1

_____

Il risultato è ricco di sorprese: quasi tutti coloro che davanti alla TV si proclamano difensori della vita e della famiglia hanno qualche pecca.
Tuttavia, ci sono anche 6 deputati e 7 senatori che hanno votato sempre bene ma nessuno lo dice.

Vediamo subito i nomi dei “bravi”:

  • DEPUTATI a punteggio pieno:
  1. Borghesi Stefano (LEGA NORD, Circoscrizione Lombardia 2)
  2. Bragantini Matteo (Gruppo Misto, Circoscr. Veneto 1)
  3. Guidesi Guido (LEGA NORD, Lombardia 3)
  4. Molteni Nicola (LEGA NORD, Lombardia 2)
  5. Prataviera Emanuele (Gruppo Misto, Veneto 2)
  6. Rondini Marco (LEGA NORD, Lombardia 1)
  • SENATORI a punteggio pieno:
  1. Aracri Francesco (FORZA ITALIA Lazio)
  2. Bruni Francesco (Conservatori&Riform, Puglia)
  3. D’Ambrosio Lettieri Luigi (Conservatori&Riform, Puglia)
  4. Gasparri Maurizio (FORZA ITALIA Lazio)
  5. Mandelli Andrea (FORZA ITALIA Lombardia)
  6. Milo Antonio (ALA Scelta civica, Campania)
  7. Tarquinio Lucio (Conservatori&Rifor, Puglia).
     

Meno sorprese, invece, per quanto riguarda la valutazione complessiva del voto medio dei partiti.

  • Camera, i due peggiori partiti sono:
    • Partito Democratico (punti medi -9,98)
    • Minoranze linguistiche (punti medi -9,67).
  • I due migliori sono:
    • Gruppo Misto – Fare! (punti +4,67)
    • Lega Nord (+1,04).
  • Senato, i due peggiori:
    • Partito Democratico (punti -7,61)
    • Area Popolare – Nuovo Centro-Destra – UDC (punti – 5,82).
  • I due migliori:
    • Conservatori e Riformisti (punti +1,44)
    • Forza Italia (Punti +0,88).

_____

Da oggi è quindi a disposizione dei cattolici ed in generale di chiunque abbia a cuore la vita e la famiglia uno strumento per non venire di nuovo tradito!

Non facciamoci più buggerare o incantare da promesse e programmi: verifichiamo personalmente chi ci chiede il voto.

Scarichiamolo e facciamolo conoscere a tutti!

 

FattiSentire.org, gennaio 2017

 

 

P.S.
La raccolta di tutti i files excel utili a verificare la visione sintetica è scaricabile da qui:
http://www.fattisentire.org/db/20170210_senato.zip
http://www.fattisentire.org/db/20170210_camera.zip

Argomento: Politica

 RAPPORTO VAN THUAN SULLE MIGRAZIONI. PER CAPIRE, OLTRE LA DEMAGOGIA, LA RETORICA E L’INTERESSE ALL’ACCOGLIENZA.

Marco Tosatti

 E’ stato presentato ieri a Roma, nella sala Marconi di Radio Vaticana, l’ottavo Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan (edito da Cantagalli), che quest’anno ha per titolo “Il caos delle migrazioni, le migrazioni nel caos”.

Un’opera di 215 pagine, preziosa per osservare il fenomeno al di là delle pulsioni emozionali, della demagogia, ecclesiale e non che impera nell’informazione, a partire dai vertici della Chiesa, in particolare quella italiana, e degli interessi economici che in particolare nel nostro Paese, ma non solo, rendono molto sensibili le realtà politiche ed ecclesiali verso la politica delle porte non solo aperte, ma spalancate indiscriminatamente. E naturalmente degli organi di informazione, o presunta tale che ne esaltano solo, in maniera strumentale, gli aspetti emotivi.

A organizzare la presentazione è il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), che parla delle migrazioni come “tema centrale di strettissima e drammatica attualità”. “Il tema di questo VIII Rapporto, le migrazioni – spiega Carlo Costalli, presidente Mcl – s’imponeva all’Osservatorio come obbligato, data la vastità del fenomeno, le sofferenze a esso collegate, la destabilizzazione internazionale che provoca e da cui è provocato e i tanti fenomeni con esso collegati, non ultimo l’insicurezza per il futuro che caratterizza le persone che emigrano ma anche quelle che le accolgono. Economia, politica, cultura, religione: non c’è un ambito della nostra vita sociale che non sia interessato e spesso sconvolto dal fenomeno delle migrazioni. Non c’è nemmeno un ambito geografico che ne sia immune”.

Vi consigliamo di leggere il Rapporto, stilato a cura dell’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, e del dott. Stefano Fontana. Afferma mons. Crepaldi, facendo appello alla virtù troppo spesso negletta da alcuni del realismo cristiano: “Se esiste quindi un diritto ad emigrare va tenuto anche presente che c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare. L’emigrazione non deve essere forzata, costretta o addirittura pianificata”.

Crepaldi invita a non “cedere alla retorica superficiale…realismo significa non cedere a spiegazioni semplificatorie dei fenomeni migratori”. E aggiunge: “L’accoglienza del prossimo non può essere cieca o solo sentimentale, la speranza di chi emigra va fatta convivere con la speranza della soscietà che li accoglie”.

 Di particolare interesse, perché viene da una persona che ha incarichi di alto livello nel mondo finanziario e bancario, quello di Ettore Gotti Tedeschi. L’economista ha sviluppato un’analisi di lungo periodo, vedendo nel fenomeno delle migrazioni in particolare dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa, un disegno nato negli anni ’70 dai progetti di creazioni del Nuovo Ordine Mondiale. Gotti Tedeschi ha presentato nel suo intervento tutta una serie di elementi e di dichiarazioni, anche scritte, di personaggi centrali della politica mondiale, da Henry Kissinger al Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon che possono fare oggetto di una riflessione. L’economista cita le spiegazioni economiche che vengono spesso presentate come motivo del fenomeno, tipo colmare il gap di popolazione dovuto alla denatalità o a esigenze di mano d’opera, per quanto riguarda l’importazione; carestie, guerre e cambiamenti climatici per ciò che attiene all’esportazione. “Credo però che quasi nessuna di queste spiegazioni sia realmente sostenibile per spiegare il fenomeno nella sua interezza. Una serie di considerazioni e riflessioni lascia invece immaginare che detto fenomeno, più che spiegabile attarverso analisi tecniche e valutazioni economiche sia stato previsto e voluto per modificare la struttura sociale e religiosa della nostra civiltà, in pratica per ridimensionare il cattolicesimo, religione assolutista, fondamentalista e dogmatica”, per sostituirla con una religione più consona al Nuovo Ordine Mondiale, e ai “valori” che esso propugna.

Il libro presenta oltre ad articoli di commento, un’analisi della Dottrina Sociale della Chiesa nei cinque continenti, e i documenti del Pontefice regnante più rcenti in tema di migrazioni.

 

da: http://www.marcotosatti.com/2017/02/16/rapporto-van-thuan-sulle-migrazioni-per-capire-oltre-la-demagogia-la-retorica-e-linteresse-allaccoglienza/

Argomento: Fede e ragione

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