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 Donald Trump taglia i finanziamenti al Fondo Onu per la popolazione e accusa: "Promuovono l'aborto coercitivo"

 All'organizzazione per il 2017 verranno negati 32,5 milioni di dollari

 
Come annunciato dal presidente Donald Trump, gli Stati Uniti hanno ritirato i finanziamenti per il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), un'agenzia che interviene nlle popolazioni in zone di crisi concentrando il suo lavoro su pianificazioni familiari e salute (aborto, sterilizzazioni inconsapevoli, ecc. NdR) di mamme e bambini in oltre 150 Paesi.
 
L'annuncio è stato dato dal Dipartimento di Stato con una lettera indirizzata al presidente della commissione esteri del Senato Usa, Bob Corker, in cui si sottolinea che il fondo Onu "sostiene, o partecipa alla gestione di, un programma di aborto coercitivo o sterilizzazione involontaria". Si tratta della prima decisione del presidente Trump per tagliare i finanziamenti alle Nazioni Unite.

L'agenzia, alla quale per il 2017 verranno negati 32,5 milioni di dollari, ha fatto sapere che si "rammarica per la decisione", ribadendo di non aver infranto nessuna legge. In particolare definisce "sbagliate" le affermazioni contenute nel provvedimento dove si sottolinea che il fondo delle Nazioni Unite è "partner dell'agenzia governativa cinese responsabile dei programmi di controllo delle nascite".

[...]

Per tagliare i finanziamenti all'agenzia, Trump ha chiamato in causa una legge degli Stati Uniti, il Kemp-Kasten Amendment, in base alla quale "nessuno stanziamento può essere assegnato ad alcuna organizzazione o programma che, come stabilito dal presidente degli Stati Uniti, sostenga o prenda parte alla gestione di un programma di aborto forzato o di sterilizzazione non voluta".

Il Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite è stato spesso il bersaglio di amministrazioni repubblicane conservatrici. Il presidente Ronald Reagan, così come entrambe le amministrazioni Bush, hanno tolto i finanziamenti per lo stesso motivo.

Il denaro che era stato assegnato all'Unfpa per l'anno 2017 sarà "trasferito e riprogrammato per Global Health Programs", ha detto il Dipartimento di Stato.

Da: http://www.huffingtonpost.it/2017/04/04/donald-trump-taglia-i-finanziamenti-al-fondo-onu-per-la-popolazi_a_22025055/ del 04/04/2017

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ONU pro-morte

Per le Nazioni Unite, l’aborto dovrebbe rientrare nel sistema sanitario ed essere gratis – a richiesta – in tutti i Paesi del mondo.

Siamo – purtroppo – abbastanza abituati a queste prese di posizione antinataliste e anti vita delle organizzazioni internazionale che dovrebbero essere votate alla difesa dei diritti umani. In primis il diritto alla vita.

Un’ennesima posizione pro morte dei funzionari dell’ONU, in questo senso, ci è stata riportata da LifeSite News.

Babatunde Osotimehin, direttore esecutivo del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) ha criticato l’ex primo ministro del governo conservatore canadese, Stephen Harper, colpevole di non aver incluso, nel piano sanitario che per il decennio 2010-2020 ha destinato un finanziamento 6,3 miliardi di dollari alla salute materna, anche il “servizio” dell’aborto.

Secondo il funzionario, il problema è che “non dobbiamo trattare le donne come organi che forniscono i bambini, ma come esseri umani con diritti e dignità“.

In pratica, secondo il capo della UNFPA, questo piano sanitario per la salute materna approvato in Canada, che ha salvato la vita e migliorato la salute e il benessere di 6 milioni di donne e bambini, non era abbastanza buono per la visione che l’ONU ha del controllo della popolazione.

In altre parole, secondo Osotimehin, le cure per le madri in difficoltà, che le aiutano a far nascere i loro bambini in modo sicuro, non servono a trattarle con dignità.

Invece aiutarle ad uccidere i propri figli è dignitoso.

È una cosa terribile che un funzionario africano abbia detto questo”, ha dichiarato la fondatrice di Culture of Life Africa, Obianuju Ekeocha. Il pensiero prevalente in Africa è che l’aborto sia un attacco diretto contro la vita umana”, ha detto a Lifesitenews Ekeocha, nigeriana di nascita, nell’intervista telefonica dal Regno Unito. “Questo è il pensiero più diffuso tra i cristiani, tra i musulmani, tra la stragrande maggioranza del popolo africano.”

La Nigeria ha uno dei più alti tassi di mortalità materna nel mondo: sostenere e aiutare le donne incinte dovrebbe costituire la priorità di uno Stato.

E invece, lunedì scorso, il Ministro per lo sviluppo internazionale, Marie-Claude Bibeau, ha promesso 81,5 milioni di dollari all’UNFPA per finanziare fantomatici “diritti riproduttivi e iniziative per la salute”.

Tali fondi, ha dichiarato la Bibeau, sono destinati a migliorare i sistemi sanitari nei vari paesi, in modo da finanziare anche l’aborto.

 “È una sorta di “carota” davanti ai leader africani – denuncia la Ekeocha –… vengono messi a disposizione fondi che possono essere destinati unicamente alla promozione dell’aborto, compresa la formazione dei medici all’esecuzione di aborti.”

Come abbiamo più volte denunciato, i popoli africani vengono ricattati con la promessa di aiuti umanitari a condizione che accettino contraccezione, aborto, omosessualismo e ideologia gender.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: difendere la salute della donna non significa aiutarla ad uccidere il figlio che porta in grembo; significa sostenerla moralmente, psicologicamente ed economicamente nel momento più importante della sua vita.

Laura Bencetti per https://www.notizieprovita.it/notizie-dal-mondo/aborto-e-onu-pro-morte-ci-siamo-abituati/

Argomento: Politica

 Guida bioeticamente scorretta per cattolici adulti

Una potente ironia percorre questa meditazione quaresimale e civica sul principale fattore di distruzione del cattolicesimo italiano.
Per non dimenticare chi ci ha tradito ci serve capire come ragiona: per non ripetere gli errori del passato.

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Il cattolico adulto lo sa, sa di essere diverso, aperto ai tempi che mutano e che richiedono un mutare della Chiesa, del suo rigore dottrinale, del suo essere astratta istituzione

Sì, lo si sa: il cattolico adulto è uno che la sa lunga, mica come quei cattolici bigotti che ancora credono nei sacramenti, nella confessione, magari nella presenza reale del Salvatore nell’eucaristia, nell’indissolubilità del matrimonio, nella verità della rivelazione cristiana o perfino in posti da isteria collettiva di massa come Fatima, Lourdes o Medjugorje.

Il cattolico adulto lo sa, lo sa bene che quello che conta è la speranza nell’uomo, nella possibilità di essere tolleranti e moderni, non come chi ritiene che vi siano principi e norme universali; il cattolico adulto sa bene che ciò che conta è la fede di portare il progresso nella società, nella concretezza delle opere, non nell’astrazione dello spirito; ciò che conta per il cattolico adulto è la carità per il prossimo, come assistenza dei più poveri e degli emarginati, non con l’asettico rigore del rispetto di astratte verità teologiche e morali.

Tutto questo, e in effetti anche ben altro, il cattolico adulto ce l’ha sempre ben presente, ed è ciò che lo distingue, grazie a Dio (pensa tra sé), dagli altri, dagli altri cattolici, intolleranti e retrogradi che dopo un rosario, magari predicano una assurda verità assoluta sull’uomo riflesso di una ancor più assurda verità su Dio, o che magari ritengono che la Chiesa non debba essere un insieme di operatori sociali per il benessere umano, ma la sposa mistica del Cristo.

No, il cattolico adulto è maturo, non ha più bisogno di madre Chiesa che gli indichi la via; quello è tipico di quei cattolici che, appunto, adulti non sono, né nella fede, né nell’agire sociale e politico. Il cattolico adulto lo sa, sa di essere diverso, aperto ai tempi che mutano e che richiedono un mutare della Chiesa, del suo rigore dottrinale, del suo essere astratta istituzione.

Il cattolico adulto sa che la Chiesa orienta, ma non guida; sa che le Sacre Scritture sono solo orientative, non indicative; sa che il Cristianesimo è amore e che quindi non vi possono essere principi, norme o divieti.

Il cattolico adulto non solo sa, ma sa anche di sapere tante cose, tante più degli altri, sicuramente più di coloro che, cattolici non-adulti, hanno una fede semplice, popolare, ingenua, perfino mistica talvolta, e che se non è mera superstizione è sicuramente qualcosa non più al passo con i tempi.

Il cattolico adulto, per esempio, ritiene che l’aborto sia soltanto un disagio personale della donna e che nessuno possa intromettersi, non invece, come insegna S. Giovanni Paolo II «l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (Evangelium vitae, n. 58).

Il cattolico adulto, sempre per esempio, ritiene che la maternità surrogata sia legittima, perché legittimo è il diritto di avere figli, non come insegna la Congregazione per la Dottrina della Fede secondo la quale, invece, la maternità surrogata è «una mancanza oggettiva di fronte agli obblighi dell’amore materno, della fedeltà coniugale e della maternità responsabile; offende la dignità e il diritto del figlio ad essere concepito, portato in grembo, messo al mondo ed educato dai propri genitori» (Donum vitae, II, 3, 22 febbraio 1987).

Il cattolico adulto, ancora per esempio, reputa che l’ideologia gender non esista, essendo soltanto una trovata omofoba di certi ambienti cattolici conservatori ancora attaccati a modelli familiari ancestrali e non più al passo con i tempi, non avendo alcuna importanza le parole di Papa Francesco per il quale «un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare. D’altra parte, la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie. Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata» (Amoris laetitia, n. 56).

Il cattolico adulto ritiene del resto che non vi sia nulla di male nell’approvazione delle unioni civili, poiché i tempi cambiano e con essi la famiglia, occorrendo garantire i diritti di tutti, anche di coloro che non rientrano nella definizione cristiana di famiglia, non risultando rilevanti le parole di Papa Leone XIII per il quale «è dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia» (Rerum novarum, n. 11).

E, infine, il cattolico adulto, che non ritiene fondamentale la resurrezione tra i paradigmi escatologici del Cristianesimo, e che ha elaborato una idea tutta propria della morte, magari schiacciando l’occhio anche a qualche tentazione orientalista che predica la reincarnazione, sa bene che nessun Dio buono può costringere i propri figli alla sofferenza, non potendo così essere illecita l’eutanasia, specialmente se richiesta da persone estremamente sofferenti, non avendo alcuna importanza le parole di Papa Benedetto XVI per cui «va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana» (Caritas in veritate, n. 75).

Il cattolico adulto, quindi, partecipa attivamente o anche soltanto passivamente, ma sempre con gioia, all’approvazione e alla diffusione di leggi e meccanismi culturali che favoriscono l’aborto, la maternità surrogata, l’ideologia gender, le unioni civili, l’eutanasia, poiché sa, sa cosa in effetti è il Cristianesimo e sa quando la Chiesa sbaglia non avendo importanza nemmeno le parole di S. Paolo: «La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia» (1Cor., 13,9).

Il cattolico adulto, insomma, pare sia molto adulto anche se a scapito del suo stesso essere cristiano, poiché il suo pensiero, specialmente nell’ambito della bioetica, sebbene sia proprio al passo con i tempi non c’entra più nulla con l’impianto morale del Cristianesimo.

Aldo Vitale, 3 marzo 2017 per http://www.tempi.it/guida-bioeticamente-scorretta-per-cattolici-adulti#.WN9QCaLj-M8
Argomento: Politica

 Obbligo di fare il male. Nuovo totalitarismo e cattolici distratti.

 10-03-2017 - di Stefano Fontana

 
 

 La definitiva approvazione in Francia della legge che punirà chi cercherà di distogliere le donne dall’aborto è un nuovo segno che la soglia del totalitarismo è stata superata. Questa soglia viene superata quando lo Stato non solo permette il male ma anche obbliga a farlo e considera reato fare il bene. Quando lo Stato non solo ammette per legge deviazioni dal diritto naturale ma le impone, obbligando ad un diritto innaturale o contro-naturale. Quando diventano non negoziabili i principi contrari a quelli non negoziabili. 

Tutti vedono che questa soglia è stata superata ormai in molti casi. Lo era stata, per esempio, quando la Corte suprema americana aveva obbligato tutti gli Stati federati a contemplare per legge il matrimonio tra persone omosessuali. Lo era stata quando il Parlamento francese aveva approvato la legge Taubira sul “matrimonio per tutti” senza concedere l’obiezione di coscienza ai sindaci. Lo abbiamo anche visto quando in Italia è stata approvata la legge Cirinnà sulle unioni civili. Da quel momento, infatti, qualsiasi politica familiare sarebbe andata anche a vantaggio delle unioni civili. Nessuna amministrazione pubblica, da allora, può esimersi dal fare il male: tutte vi erano obbligate. Lo è stata, di recente in Italia, quando l’Ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per soli medici abortisti e quando una Asl di Treviso ha indetto un concorso per due posti di biologo che non facciano obiezione alla fecondazione artificiale.

E’ da tempo che ci si è messi su questa strada. Nella storia le cose possono cambiare. Ma questo non ci esime da valutare le tendenze in atto che, da questo punto di vista, sono molto preoccupanti. Ammettiamo che vadano in porto le leggi attualmente giacenti al Parlamento italiano. Ne uscirebbe uno Stato che impone di fare il male: ai giornalisti, agli insegnanti, ai dipendenti pubblici, ai medici, ai farmacisti, agli infermieri... Pensiamo, per esempio, al disegno di legge sull’eutanasia attualmente in discussione alla Camera. Il medico sarebbe costretto a rispettare le Disposizioni anticipate di trattamento del paziente anche se il paziente stesso avesse cambiato nel frattempo idea, dimenticandosi di revocare la DAT, e se lui stesso, il medico, fosse eticamente contrario. Saremo obbligati ad uccidere, a diseducare i nostri ragazzi nelle scuole, a presentare l’omosessualità come cosa normale.

Saremo obbligati. Lo saremo dal nostro Stato ed anche dall’Unione europea e dagli organismi internazionali. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha chiesto di aumentare il finanziamento dell’aborto nel mondo per compensare i tagli della nuova amministrazione americana.

Volgiamo lo sguardo attorno ma non vediamo una grande presa di coscienza della situazione. Veramente si crede di far fronte a questa situazione con il dialogo? Non ci è dato di sapere se ci sarà e quale sarà il livello oltre il quale i cattolici diranno di no e si tireranno fuori. Quale soglia dovrà essere superata perché si dica no allo Stato oppure no all’Europa?

Molti si chiedono cosa fare. Certamente la prima cosa da fare è tornare a fare quello che si sarebbe dovuto fare; impegnarsi e battersi per i principi non negoziabili. A seguito del “caso San Camillo” ricordato sopra, il generale atteggiamento dei cattolici è stato di protestare perché così “viene snaturata la legge 194”. In questo modo i cattolici si sono atteggiati a difensori della legge che permette l’aborto. I cattolici hanno smesso da molto tempo di combattere contro quella legge ed ora se ne fanno paladini. E’ la logica del male minore che presenta il conto. I cattolici hanno anche ormai cessato di lottare contro lo stravolgimento delle legge 40 sulla fecondazione assistita. Lo stesso dicasi per la Cirinnà. Ora, la prima cosa da fare è ricominciare a combattere.

Oltre a stare “dentro” combattendo, i cattolici dovrebbero però cominciare a pensare anche a costruire scialuppe di salvataggio e arche di Noè. Iniziative ed opere – scuole prima di tutto – libere perché viventi al di fuori dello Stato. Come fecero dopo l’Unità d’Italia, ma in forme nuove. Se l’obbligo a fare il male diventa istituzionale, bisogna tirarsi fuori il più possibile dalle istituzioni.

Stefano Fontana

Direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2466

Argomento: Politica

Il Beato Giuseppe Toniolo contro lo spretato Romolo Murri XVII legislatura - Comportamento dei parlamentari 

 

  1. Noi cattolici molto spesso ci fidiamo troppo e votiamo in base ai “sentito dire”.
    C'è anche chi controlla i programmi pre-elezioni... ma quasi mai ci ricordiamo di verificare a posteriori se le promesse sono state mantenute.

     
  2. Per aiutare il discernimento, anche in vista delle prossime elezioni, sono stati esaminati - in modo imparziale e basandosi sulle fonti ufficiali di Camera e Senato - i comportamenti di tutti i deputati e senatori.
     
  3. L’attenzione è stata limitata alle sei leggi contro la famiglia varate dal Governo del Partito Democratico e Area Popolare (Nuovo Centro-Destra, UDC) e riassunti in un file excel di facile consultazione che permette una verifica puntuale di comportamenti dei singoli e dei partiti.
    Si può scaricare cliccando qui:
    http://www.fattisentire.org/db/20170210_Leggi_sensibili_riepilogo.zip
     
  4. Le leggi analizzate sono le seguenti:
  • Semplificazione del procedimento per divorziare
  • Divorzio breve
  • Buona scuola (introduzione del “gender” al comma 16)
  • Ius culturae (annacquamento dell’identità italiana)
  • Unioni civili (nozze gay)
  • Cyberbullismo (divieto di dissentire dalla diffusione dell’omo‑sessualismo)

Per ciascuna votazione, sia della Camera che del Senato, le valutazione sono state attribuite così:
- favorevole alla legge anti-famiglia, punti -2
- contrario alla legge anti-famiglia, punti +1
- astenuto o assente, punti -1

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Il risultato è ricco di sorprese: quasi tutti coloro che davanti alla TV si proclamano difensori della vita e della famiglia hanno qualche pecca.
Tuttavia, ci sono anche 6 deputati e 7 senatori che hanno votato sempre bene ma nessuno lo dice.

Vediamo subito i nomi dei “bravi”:

  • DEPUTATI a punteggio pieno:
  1. Borghesi Stefano (LEGA NORD, Circoscrizione Lombardia 2)
  2. Bragantini Matteo (Gruppo Misto, Circoscr. Veneto 1)
  3. Guidesi Guido (LEGA NORD, Lombardia 3)
  4. Molteni Nicola (LEGA NORD, Lombardia 2)
  5. Prataviera Emanuele (Gruppo Misto, Veneto 2)
  6. Rondini Marco (LEGA NORD, Lombardia 1)
  • SENATORI a punteggio pieno:
  1. Aracri Francesco (FORZA ITALIA Lazio)
  2. Bruni Francesco (Conservatori&Riform, Puglia)
  3. D’Ambrosio Lettieri Luigi (Conservatori&Riform, Puglia)
  4. Gasparri Maurizio (FORZA ITALIA Lazio)
  5. Mandelli Andrea (FORZA ITALIA Lombardia)
  6. Milo Antonio (ALA Scelta civica, Campania)
  7. Tarquinio Lucio (Conservatori&Rifor, Puglia).
     

Meno sorprese, invece, per quanto riguarda la valutazione complessiva del voto medio dei partiti.

  • Camera, i due peggiori partiti sono:
    • Partito Democratico (punti medi -9,98)
    • Minoranze linguistiche (punti medi -9,67).
  • I due migliori sono:
    • Gruppo Misto – Fare! (punti +4,67)
    • Lega Nord (+1,04).
  • Senato, i due peggiori:
    • Partito Democratico (punti -7,61)
    • Area Popolare – Nuovo Centro-Destra – UDC (punti – 5,82).
  • I due migliori:
    • Conservatori e Riformisti (punti +1,44)
    • Forza Italia (Punti +0,88).

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Da oggi è quindi a disposizione dei cattolici ed in generale di chiunque abbia a cuore la vita e la famiglia uno strumento per non venire di nuovo tradito!

Non facciamoci più buggerare o incantare da promesse e programmi: verifichiamo personalmente chi ci chiede il voto.

Scarichiamolo e facciamolo conoscere a tutti!

 

FattiSentire.org, gennaio 2017

 

 

P.S.
La raccolta di tutti i files excel utili a verificare la visione sintetica è scaricabile da qui:
http://www.fattisentire.org/db/20170210_senato.zip
http://www.fattisentire.org/db/20170210_camera.zip

Argomento: Politica

  L'insensata crociata di Avvenire contro il neopresidente degli Usa

C’è davvero qualcosa che non torna se, di fronte al terrorismo islamico che giura guerra (e la fa) all’America e all’Europa, un presidente che cerca di regolare l’accesso alle frontiere viene additato come xenofobo dal direttore del giornale dei vescovi in un editoriale di martedì. C’è certamente qualcosa che non quadra se chi chiude temporaneamente le entrate ad alcuni paesi dove le ambasciate Usa (come ha spiegato sulla NBQ Stefano Magni) non hanno la possibilità di controllare le identità dei richiedenti asilo, mentre la nostra gente viene uccisa a suon di Kamikaze, viene praticamente additato da Marco Tarquinio come un senza cuore. Peggio, come un mostro paragonabile al capo dei Jihadisti al Bagdadi che ha posto sulle case dei cristiani la “N” di Nazareno per dare il via a una carneficina. Soprattutto c’è qualcosa di sospetto, dato che il direttore di Avvenire non può non sapere che Trump ha promesso di proteggere i cristiani, concedendo loro asili speciali e chiamandone parecchi nella sua squadra di governo. Ancor più difficile credere che sia all'oscuro del fatto che nel 2013 Obama restrinse gli accessi a questi paesi, non per tre, come ha chiesto Trump, ma per ben sei mesi.

D’accordo la critiche sull’opportunità o meno di certe politiche. Come, ad esempio, quella del patriarca iracheno Louis Sako, che ha sconsigliato la corsia preferenziale per i cristiani preoccupato di ulteriori ritorsioni sulla comunità locale (colpa di Trump che li vuole accogliere o delle polemiche incendiate dalla stampa?), ma il livello di livore sulle pagine di quelli che demonizzano i muri in nome del dialogo appare davvero ingiustificabile. Soprattutto se si pensa, anche se si preferisce tacerlo, che la guerra all'Occidente è stata dichiarata ed è solo all'inizio. Dentro un quadro simile si comprende dunque il successivo imbarazzo di fronte a un "al Bagdadi come Trump", che il giorno successivo all’editoriale di Tarquinio ha chiesto la nomina alla Corte Suprema di Neil Gorsuch, uno strenuo difensore della legge naturale:“Un giudice conservatore per la Corte suprema”, ha titolato Avvenire sottolineando le critiche anticlericali e femministe sul fatto che Gorsuch sarebbe “contro i lavoratori” e “ostile ai diritti delle donne”, piuttosto che ricordare la sua difesa della libertà religiosa in diverse cause, tra cui quella delle Little Sister of the Poor. L’ordine di suore che assistono la popolazione americana più bisognosa e che Obama voleva bloccare nella loro attività solo perché contrarie all’aborto e alla contraccezione. Ad aggravare lo smarrimento è lo spazio esiguo dato alla notizia dei provvedimenti del presidente contrari all’aborto e quella dell’invio storico, per la prima volta da quando l’aborto è legale in Usa, del suo vice Mike Pence alla Marcia per la Vita di Washigton, per dire “a nome del Presidente degli Stati Uniti (…) Siate certi, ma certi, che insieme a voi, noi non ci stancheremo, non avremo pace finché non avremo ripristinato una cultura della vita in America”.

A questo punto, però, è inevitabile chiedersi cosa rappresenta di così pericoloso Trump, per suscitare in chi ama parlare di “ponti” un astio tanto irrazionale da falsificare la realtà? L’editoriale di Tarquinio descrive, usando i termini irenisti e semplicisti dell’ideologia globale, del sogno di una “casa comune” che vieta di ergere “muri” , accusando Trump di disinteresse per i “poveri” . Ora, a parte il fatto che il direttore di Avvenire non può non sapere che la classe media americana è scomparsa sotto la presidenza del liberal Obama, e non può nemmeno non porsi qualche domanda davanti all’odio che nutrono per le ricette del neo eletto presidente le multinazionali e i "big" della Silicon Valley (che si arricchiscono con fatturati miliardari dando lavoro a un numero esiguo di persone, come spiega Baldini sulla Verità di ieri), in questo modo la voce dei vescovi viene ridotta a politica. Un quotidiano espressione dell’episcopato dovrebbe infatti preoccuparsi più che altro di evangelizzare, leggendo i fatti alla luce della fede in Gesù Cristo e del suo Magistero, che ha il compito di difendere l’uomo da un potere che odia i princìpi della vita e della famiglia. Quelli che la Chiesa ha sempre riconosciuto come gli unici non negoziabili nel valutare la politica, perché strettamente legati alla difesa della fede e perché unico antidoto al potere mondano.

Assumere invece il linguaggio della globalizzazione, dell’ideologia multiculturale, significa servire queste due filosofie diaboliche che mirano a livellare tutte le identità a una, quella dell’Occidente laico che vuole appiattire l’uomo ai suoi istinti per farne uno schiavo. E sì che la dottrina sociale della Chiesa mette in guardia dal pacifismo e dall’egualitarismo ricordando che non c’è uguaglianza senza riconoscimento di situazioni differenti, che non esiste dialogo senza identità forti, che non c’è prosperità senza valorizzazione della propria economia. Che non si ottiene stabilità senza difesa dei confini, anche quando non piacesse alla Germania che fa da bandiera alla globalizzazione per soggiogare gli altri paesi europei, come ha denunciato martedì il consigliere economico di Trump, Peter Navarro. Ma si sa che svelare certe cose spaventa quanti strizzano l’occhio a chi è espressione di quel potere e a chi, come Gentiloni, ha twittato contro Trump: “Società aperta, identità plurale, nessuna discriminazione”. Proprio secondo l’utopia descritta che ha ben poco a che fare con il realismo cristiano di una pace sofferta e che si ottiene anche combattendo. 

Solo un cristianesimo che perde l’orizzonte verticale e che mira ad espandersi attraverso la tattica fatta di silenzi sulla verità, nell’illusione di allargare la sua cerchia di consensi, può arrivare all'odio di sé e di chiunque gli ricordi la sua vera identità. Eppure questa pare la mentalità che va per la maggioranza fra i vertici della Chiesa che, mentre accusano quanti difendono i princìpi non negoziabili di tentazione egemonica (peccato che non ci sia nulla di più socialmente invalidante oggi), dimenticano la fede nell’Aldilà per un piatto di lenticchie servito da chi usa l’umanitarismo per distruggere i popoli. Siamo dunque al paradosso di una fetta di cristiani pro Trump che, combattendo per un posto lassù, si sente più rappresentata da un presidente che promette di arginare l’ideologia dei nemici della fede (si può ancora usare questa parola e chiedere di essere difesi senza accuse di integrismo tipico delle personalità deboli?), che dai loro pastori "accoglienti". E attualmente più indaffarati a fare politica e schierarsi contro un presidente americano che, ridando speranza alla Chiesa militante messa all'angolo, mette in crisi il loro piano mondano di assicurarsi un posto quaggiù.

Benedetta Frigerio: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-trump-che-non-t-aspetti-contro-il-clerically-correct-18842.htm
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TRUMP AFFERMA CHE LA LIBERTA' NON E' UN DONO DEL GOVERNO, MA DI DIO

 Mentre da due giorni girava una foto del presidente Donald J. Trump in preghiera alla Casa Bianca insieme al suo Vice Mike Pence, noto cristiano pro life, al suo portavoce Sean Spicer, cristiano convinto che la fede debba plasmare l'attività politica, alla moglie e il figlio sacerdote cattolico del giudice defunto della Corte Suprema, Antonin Scalia, e al suo sostituto Neil Gorsuch, giovedì scorso il presidente pronunciava a braccio il suo discorso al National Prayer Breakfast. Durante l'evento, a cui ogni anno partecipano i rappresentati delle religioni di tutto il mondo, risuonavano queste parole: "Qui a Washington non smetteremo mai e poi mai di chiedere a Dio la saggezza per servire il popolo secondo la sua volontà".

Una frase che stride solo perché di Obama non è nota appena l'immagine con cui prega insieme ai musulmani genuflesso come loro, ma anche i suoi discorsi diametralmente opposti. Basti prendere quello al National Prayer Breakfast del 2015, dove parlava della fede come "fonte di divisioni e di atti terroristici", dell'Isis come "tradimento dell'Islam", così come delle crociate messe sullo stesso piano del terrorismo islamico, veri e propri "atti barbarici commessi in nome di Cristo". Trump, giovedì, ha ribaltato i termini, spiegando che la fede "fa avanzare" e "prosperare l'America".

STO PREGANDO PER TE
E' la fede "insieme alla vostra preghiera che mi ha sostenuto in momenti molto duri". Trump ha quindi voluto cominciare chiedendo preghiere e ringraziando gli americani "le cui parole e preghiere sono state una continua fonte di forza". In campagna elettorale, ha continuato, "ho girato tutto il paese e le parole che ho sentito più spesso sono queste cinque parole, che mai, mai una volta hanno mancato di toccare il mio cuore: "I'm praying for you". Ho sentito così spesso dire: "Sto pregando per te mister president".
Poi il presidente Usa ha elogiato la "famiglia" dell'esercito, come a rinnovare la sua intenzione di rinforzarlo, ricordando la sua partecipazione recente al funerale di un ufficiale che "ha dato la vita in difesa della nostra gente: la sua morte per lui, e anche per la sua famiglia, non è eterna, la sua vita è senza fine". E poi ancora: "Non dimenticheremo mai le persone che indossano l'uniforme. Da generazioni la loro vigilanza ha permesso alla nostra libertà di esistere, la nostra libertà ha vinto grazie al loro sacrificio e la nostra sicurezza è mantenuta tramite il loro sudore, il loro sangue e le loro lacrime. Dio ha benedetto la nostra terra dandoci persone così, eroi e patrioti, davvero molto, molto speciali, perciò noi ci prenderemo cura di loro".

Il presidente ha successivamente fatto un passaggio sull'origine vera della crisi e della povertà dilagante che ha suscitato nel pubblico un lungo e commosso applauso: "L'America è una nazione di credenti", perciò ha promesso "noi non ci dimentichiamo facilmente, è così facile dimenticarselo, che la qualità della nostra vita non dipende dal nostro successo materiale ma dal nostro successo spirituale. Ve lo dico da uno che ha avuto successo materiale" ma che sa "che molti di quelli che hanno avuto successo materiale sono miserabili e infelici, mentre conosco molte persone felici con una grande famiglia e una grande fede e che non hanno soldi, almeno non quanto loro".

Trump ha quindi chiarito di conoscere la responsabilità di chi, come lui, ha ottenuto molto nella vita: "Ho avuto la grazia di crescere in una famiglia di cristiani praticanti, mia madre e mio padre mi hanno insegnato che a chi viene dato di più, di più viene chiesto". E qui ha ricordato l'origine dei valori americani, dalla "Bibbia con cui mia madre ci educava da piccoli". Poi, ammettendo che "le persone presenti in questa stanza vengono da background diversi" e che "ciò che ci unisce tutti è la fede nel nostro creatore e la ferma credenza che siamo tutti uguali ai suoi occhi", ha preso le distanze dal materialismo statalista, secondo cui i diritti vengono dal governo: "Non siamo solo carne, sangue e ossa siamo esseri umani con un'anima. La nostra repubblica si è fondata sulle base del fatto che la libertà non è un dono del governo, ma la libertà è un dono di Dio. Eh sì, è stato il grande Thomas Jefferson a dire che "il Dio che ci ha dato la vita, ci ha dato la libertà". Jefferson poi chiede: "Può la libertà di una nazione essere al sicuro quando viene rimossa la convinzione che questa libertà viene da Dio?".

LA LIBERTÀ RELIGIOSA È MINACCIATA OVUNQUE
Inoltre, mentre le agenzie riportavano la notizia diffusa da "The Nation", circa un provvedimento federale che tutelerebbe l'obiezione di coscienza, cancellando le norme obamiane che sanzionano quanti si rifiutano di pagare la contraccezione e l'aborto nelle assicurazioni o di allinearsi al pensiero omosessualista, Trump spiegava: "Fra queste libertà c'è quella di professare la fede secondo il proprio credo, questa è la ragione per cui mi sbarazzerò e straccerò integralmente il "Johnson amendment" (emendamento del 1954 che proibisce alle denominazioni e associazioni religiose di appoggiare un candidato politico, di fatto mettendo in pericolo la libertà di intervenire ed esprimersi rispetto alla cosa pubblica) permettendo così ai rappresentati delle fedi di parlare liberamente e senza paura di sanzioni. Lo farò. Ricordatevelo!". Anche perché, "la libertà religiosa è un diritto sacro, ma questo diritto è minacciato ovunque".

Di qui l'affondo sullo scenario globale e sulla "seria, seria minaccia espressa in molti modi, non me ne ero mai reso conto così tanto e così apertamente da quando mi sono insediato come presidente, che il mondo è davvero in pericolo". Ma, ha chiarito giurando guerra ai nemici della libertà religiosa, "noi ne usciremo. Questo è quello che devo fare, risolvere i problemi e lo faremo, ne usciremo. Credetemi". Anche se questo ci costringe "ad essere duri, è tempo che usiamo un po' di durezza" dato che "abbiamo visto violenze incredibili", violenze "contro le minoranze religiose" da parte del terrorismo che "minaccia la libertà religiosa: deve essere fermato e sarà fermato". Non illudendo nessuno di una pace facile e senza costi, Trump non ha quindi nascosto che "potrebbe non essere facile per un certo periodo di tempo, ma servirà a fermarlo".

ABBIAMO COMINCIATO
Per quanto riguarda le minoranza perseguitate il presidente non ha fatto differenze, citando "i musulmani amorevoli e pacifici brutalizzati, vittimizzati, uccisi e perseguitati dagli assassini dell'Isis", ricordando "le minacce e lo sterminio degli ebrei" e soprattutto "la campagna dell'Isis e un genocidio dei cristiani a cui sono state tagliate le teste come non accadeva da Medioevo, perché è da allora che non vediamo la decapitazione (...) tutte le nazioni hanno il dovere di parlare contro violenze simili, tutte le nazioni hanno il dovere  di lavorare insieme e di affrontarli con la forza se è necessario. Quello che dico oggi agli americani è che la mia amministrazione farà tutto quello che è in suo potere per difendere e proteggere la libertà religiosa nel nostro paese. L'America rimarrà una società come sempre tollerante e rispettosa dove tutti i cittadini si possano sentire protetti e sicuri, dobbiamo sentirci protetti e sicuri".

Già in questi giorni, ha sottolineato rispondendo alle violente polemiche e menzogne sui suoi provvedimenti, "abbiamo cominciato ad agire per raggiungere questo scopo: la nostra nazione ha il sistema di immigrazione più generoso del mondo, ma ci sono quelli che usano della nostra generosità per minacciare i valori in cui crediamo, per questo ora abbiamo bisogno di sicurezza".

E affermando quello che ci si aspetta da ogni statista ha assicurato che se è vero che "c'è chi cerca di entrare nel nostro paese per diffondere la violenza (...) non permetteremo nemmeno a una piccola parte di questa violenza di diffondersi nella nostra nazione". L'immigrazione sarà quindi controllato cercando "di sviluppare un sistema per aiutare ad assicurare che chi viene ammesso nel nostro paese abbracci pienamente i nostri valori, la nostra religione e libertà personale e che respinga ogni forma di oppressione e discriminazione.

UN PAESE SICURO E LIBERO
Vogliamo che le persone entrino nel nostro paese, ma vogliamo persone che amino noi e i nostri valori non che odino noi e i nostri valori. Saremo così un paese sicuro e libero, un paese dove ogni cittadino possa vivere la propria fede senza la paura dell'ostilità o della violenza. L'America, infatti, prospererà solo se alla nostra libertà e particolarmente alla nostra libertà religiosa sarà permesso di fiorire.

L'America avrà successo solo se ai nostri cittadini più vulnerabili, e abbiamo tanti cittadini indifesi, verrà data una via possibile per avere successo". Ma soprattutto "l'America prospererà solo nel momento in cui continueremo ad avere fiducia l'uno nell'altro e fede in Dio". Perché, secondo Trump, è "questa fede in Dio ad aver ispirato molti uomini e donne a sacrificarsi per i bisognosi (...) per assicurare uguali diritti alle donne, uomini e bambini del nostro paese". Il presidente non ha dimenticato che le radici degli Stati Uniti sono "la fede che ha spinto i padri pellegrini ad attraversare l'oceano (...) e tutti coloro che hanno raggiunto la nostra terra a coronare il proprio sogno (...) noi ripristineremo questi sogni nel momento in cui avremo Dio con noi, mai da soli (...) è Dio che ci darà sempre consolazione, forza e conforto, abbiamo bisogno di andare avanti così".

Quindi la promessa: "Qui a Washington non smetteremo mai, mai di chiedere a Dio la saggezza per servire il popolo secondo la sua volontà. Questa è la ragione per cui il presidente Eisenhower e il senatore Carlson avevano avuto la saggezza di incontrarsi qui e di iniziare questa tradizione 64 anni fa. Ma questa non è l'unica cosa che hanno fatto insieme, fatemi raccontare tutta la storia: il sentore Carlson è stato fra i membri del Congresso ad inviare al presidente una risoluzione congiunta che fece aggiungere al "Pledge allegiance" (il giuramento di alleanza alla bandiera americana, ndr) la formula "al cospetto di Dio", perché questa è la nostra identità ed è quello che sempre saremo. Ed è quello che vuole il nostro popolo. Essere una bella nazione al cospetto Dio. Grazie, che vi benedica. Dio benedica l'America".

di Benedetta Frigerio per La Nuova Bussola Quotidiana, 04-02-2017

Argomento: Politica

 Ecco il giudice pro-life scelto da Trump quale erede di Scalia

 

 Neil M. Gorsuch è il giudice scelto dal presidente Donald J. Trump per la Corte Suprema federale. Scelta ottima sul piano tecnico poiché la sua carriera è impeccabile e ottima sul piano politico-culturale perché è l’opposto alla deriva trionfata durante la presidenza di Barack Obama.

 

 49 anni, di Denver in Colorado, episcopaliano (gli anglicani americani), se confermato sarà il giudice supremo più giovane da che il presidente George W.H. Bush Sr. nominò nel 1991 il 43enne Clarence Thomas. Sua madre, Anne Gorsuch Burford (1942-2004), tra il 1981 e il 1983 è stata la prima donna amministratrice dell’Agenzia per l’ambiente, nominata dal presidente Ronald Reagan (1911-2004).

Nel 1988 ha conseguito la laurea di primo livello alla Columbia University, nel 1991 il titolo di Juris Doctor ad Harvard e nel 2004 il Ph.D. in Giurisprudenza allo University College di Oxford sotto la supervisione di un campione del diritto naturale come l’australiano John Finnis, autore di testi imprescindibili quali Gli assoluti morali. Tradizione, revisione & verità (trad. it. Ares, Milano 1998) e Dio, l’uomo, il mondo e la società in Tommaso d’Aquino (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2014), in Italia studiato, tra gli altri, da Fulvio Di Blasi e Tommaso Scandroglio.

Poi ha operato come assistente del giudice David B. Sentelle nella Corte d’appello del Circuito di Washington dal 1991 al 1992 e come assistente dei giudici della Corte Suprema federale Byron White (1917-2002) e Anthony Kennedy dal 1993 al 1994. Avvocato per la Kellogg, Huber, Hansen, Todd, Evans & Figel di Washingon dal 1995, nel 2005 è stato nominato Vice Procuratore generale associato e il 10 maggio 2006 il presidente George W. Bush jr. lo ha voluto alla Corte d’appello del Decimo Circuito, confermato all’unanimità dall’apposita Commissione del Senato incaricata della ratifica.

Non appena Trump lo ha scelto, Ilyse Hogue, presidente di una delle maggiori lobby abortiste di Washington, il NARAL Pro-Choice America, ha sparato a zero dicendo «con la sua sola esistenza Gorsuch rappresenta una minaccia all’aborto legale» e che dunque «[…] non dovrà mai indossare la toga di giudice della Corte Suprema».

In realtà, Gorsuch di aborto non si è mai dovuto occupare direttamente, ma di eutanasia sì, difendendo la sacralità della vita umana e scrivendo un libro, The Future of Assisted Suicide and Euthanasia (Princeton Univeristy Press, Providence [New Jersey] 2006). Un altro suo cavallo di battaglia è la difesa della libertà religiosa. Famoso il suo coinvolgimento nel caso della Hobby Lobby Stores Inc., la catena di hobbistica e oggettistica di Oklahoma City gestita da David e Barbara Green (500 esercizi per 13mila assunti), che l’“Obamacare” voleva costringere (come voleva costringere tutti i datori di lavoro) a passare “come mutua” ai dipendenti metodi per il controllo delle nascite (contraccezione, aborto, sterilizzazione). Nel 2012 i Green fecero causa, nel 2013 Gorsuch si schierò con loro in appello e nel 2014 la Corte Suprema ha chiuso il caso a favore di Hobby Lobby.

Il giudice scelto da Trump ha pure sostenuto le Piccole sorelle dei poveri, un ordine di suore cattoliche analogamente oppostesi nel 2012 agli obblighi immorali dell’“Obamacare” e altrettanto premiate dalla Corte Suprema nel maggio 2016, e più volte ha difeso il diritto degli americani alla dimensione anche pubblica della fede cristiana.

Oggi Gorsuch è necessario perché la scomparsa di Antonin G. Scalia (1936-2016), gran conservatore cattolico, ha lasciato vacante uno dei nove seggi a vita del massimo tribunale americano. Subito dopo la sua scomparsa, Obama cercò di sostituire Scalia con il progressista Merrick Garland, ma infuocava la campagna elettorale e i Repubblicani, che controllavano (e ancora controllano) il Congresso cui spetta la conferma o la bocciatura del prescelto presidenziale attraverso gli appositi test della Commissione senatoriale ad hoc, sono riusciti a rimandare sine die il calendario delle audizioni fino a far decadere l’indicazione di Obama per intervenuto cambio di guardia alla Casa Bianca. Merrick avrebbe infatti reso impari la sfida, consegnando all’ala liberal della Corte Suprema un vantaggio enorme (6 a 3), difficilissimo da colmare.

Nel pieno del dibattito, e delle primarie, Trump promise quindi che avrebbe immediatamente nominato, qualora ne avesse avuto la possibilità in quanto presidente, un giudice nel solco di Scalia e così ha fatto, come su National Review evidenziano Ramesh Ponnuru ed Ed Wheelan, ma pure, dall’alta parte dello spettro politico, Adam Liptak su The New York Times. Il “marchio” di Scalia cui i conservatori non vogliono rinunciare è infatti l’“originalismo”, ovvero l’interpretazione della Costituzione in base all’intento originario dei Padri fondatori e rigorosamente al testo scritto, evitando ogni altra considerazione, aggiunta o pressione, dunque anche applicandosi per appurare la mentalità e la cultura che produsse la legge fondamentale del Paese così come essa è da più di due secoli, nella convinzione che quanto stabilito dai costituenti allora sia fondato su princìpi sempiterni. Ne tratta bene uno studio fondamentale, Originalism: A Quarter-Century of Debate curato da Steven G. Calabresi con una premessa proprio di Scalia (Regnery, Washington 2007), e l’idea è da sempre la bestia nera dei liberal poiché ne ferma le ermeneutiche di rottura. Del resto, nel 1973 la Corte Suprema legalizzò l’aborto scovando “tra le righe” del testo costituzionale un inesistente “diritto alla privacy” delle donne entro cui è stata fatta rientrare la soppressione dei bambini non-nati. Ebbene, “originalista” è dichiaratamente anche Gorsuch (cosa di per sé non scontata nemmeno tra i giuristi conservatori). Per questo la direzione di National Review sentenzia già «una vittoria per la Costituzione».

Jeremy Kidd, della Mercer University di Macon in Georgia, ha persino stilato uno “Scalia Index” per valutare il tasso di vicinanza al giudice defunto dei papabili di Trump e Gorsuch è più che promosso. La prima cosa che ha fatto dopo essere stato scelto è stato infatti rendere omaggio alla vedova di Scalia, Maureen, e a suo figlio Paul, sacerdote cattolico.

Che la battaglia per i princìpi sia davvero una… questione di giustizia lo mostra un ottimo studio qual è The Rise of the Conservative Legal Movement: The Battle for Control of the Law (Princeton University Press, Providence 2008) di Steven M. Tales. Trump sembra averlo capito bene.

 

di Marco Respinti, per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ecco-il-giudice-pro-life-scelto-da-trump-quale-erede-di-scalia-18820.htm

Argomento: Politica

  Donald Trump inverte la rotta su aborto e gay

 Il 20 gennaio 2017 Donald Trump, nel corso di una solenne cerimonia a Capitol Hill, ha giurato come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, recitando la classica formula di rito sulla Bibbia, davanti ad oltre un milione di persone.

Nel suo discorso di insediamento il neo presidente americano ha utilizzato i toni schietti e duri della campagna elettorale, confermando, senza giri di parole, le sue intenzioni di “rivoltare il banco”: «A partire da adesso cambia tutto (…) il potere da Washington torna nelle mani del popolo americano. (…) Questo momento vi appartiene. Affronteremo sfide e ci confronteremo. Siamo una sola nazione, condividiamo un solo cuore, una sola casa e un solo destino glorioso. Il giuramento di oggi è un giuramento di alleanza con tutti gli americani. Per molti decenni abbiamo arricchito le industrie estere, abbiamo difeso i confini di altre nazioni rifiutando di difendere i nostri confini. Abbiamo speso trilioni e trilioni di dollari all’estero mente le infrastrutture americane sono state lasciate in rovina. (…) La nostra politica sarà molto semplice. Compra americano, assumi americani. Ricostruiremo il nostro Paese con lavoro e mani americane. Insieme determineremo il corso dell’America e del mondo per molti anni a venire».

Parole chiare e, secondo il suo stile, “politicamente scorrette”, alle quali hanno fatto immediatamente seguito due importanti atti concreti: lo stop ai fondi federali per l’aborto e la rimozione della sezione LGBT dal sito web della Casa Bianca.
All’indomani della sua elezione e il giorno successivo alla 44esima ricorrenza della famigerata sentenza della Corte Suprema Roe vs. Wade che ha introdotto l’aborto negli Stati Uniti nel 1973, Donald Trump ha infatti firmato un ordine esecutivo che ha ripristinato la Mexico City Policy.

La Mexico City Policy, denominata così perché annunciata durante la Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite sulla Popolazione che si tenne a Città del Messico nel 1984, è la policy che blocca i finanziamenti del governo federale alle organizzazioni non governative internazionali che praticano o promuovono all’estero l’aborto.
La regola, introdotta dall’amministrazione di Ronald Reagan nel 1985 e mantenuta da G. W. Bush senior, è stata poi rimossa da Bill Clinton nel 1993, ripristinata da George W. Bush nel 2001, ed infine eliminata nuovamente da Barack Obama nel 2009.

Grazie alla reintroduzione della Mexico City Policy, le ONG come International Planned Parenthood Federation (IPFF) e Pathfinder International, impegnate in tutto il mondo a promuovere e diffondere la pratica dell’aborto, non riceveranno più i lauti fondi dall’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale.

Interrogato sul tema, il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha spiegato ai giornalisti come l’ordine esecutivo appena firmato dal neo presidente sia del tutto normale e scontato, viste le note posizioni di Trump in materia di aborto: «È risaputo che il presidente ha posizioni pro-life, lo ha fatto sapere in modo chiaro. (…) Il presidente vuole difendere tutti gli americani, anche quelli che non sono ancora nati, e penso che la reintroduzione di questa norma non sia soltanto un modo per riflettere questo valore ma anche per rispettare i contribuenti».

Donald Trump, appena insediatosi, inverte dunque la rotta abortista intrapresa dagli Stati Uniti in questi ultimi otto anni sotto l’amministrazione Obama, una folle politica ideologica che, nel solo 2016, secondo una stima del Guttmacher Institute, ha portato gli Stati Uniti a finanziare organizzazioni abortiste in tutto il mondo per ben 607,5 milioni di dollari (quasi 566 milioni di euro).

A conferma della nuova linea pro life degli Stati Uniti d’America vi è inoltre la notizia che il vice-presidente Mike Pence venerdì 27 gennaio parlerà dal palco dell’annuale March for Life di Washington.
Un’inedita e assai significativa presenza che fa ben sperare per il proseguo dell’operato pro-life dell’amministrazione Trump.

Il secondo importante atto in netta discontinuità nei confronti della precedente amministrazione e del diktat etico dell’establishment globale, è stata l’immediata rimozione dal sito della Casa Bianca dell’intera sezione dedicata ai “diritti” LGBT.
Un’area riservata del sito governativo, raggiungibile all’indirizzo web whitehouse.gov/lgbt, in cui l’ormai ex presidente Barack Obama che aveva fatto della “causa omosessuale” una delle sue priorità di governo, teneva informati i suoi elettori e, in particolare, le lobby gay, sullo stato di avanzamento delle sue tante iniziative legislative in materia di “diritti” LGBT.

Ora collegandosi alla pagina web LGBT si viene accolti da un messaggio che recita: «Iscriviti per avere aggiornamenti sul presidente Donald J. Trump!» e «Spiacenti, la pagina che stai cercando non è stata trovata» accanto al nuovo logo presidenziale del presidente.
La rimozione della sezione LGBT dal sito della Casa Bianca ha determinato prevedibili ripercussioni sul web e sui social, dove gli attivisti gay si sono scagliati contro la nuova Amministrazione chiedendo l’immediato ripristino dell’area web “arcobaleno” governativa.

Alle polemiche e agli attacchi delle organizzazioni LGBT ha risposto un funzionario della Casa Bianca che si è giustificato dichiarando come l’amministrazione Obama si sia impegnata a ripulire i propri account digitali e tutte le piattaforme prima della riconsegna e che il nuovo sito sarà presto aggiornato con ulteriori informazioni: «L’Amministrazione Trump popolerà il sito con i nuovi contenuti nelle settimane e nei mesi successivi».

Ci auguriamo che anche qui Trump e il suo staff, tra i quali figurano personalità con posizioni notoriamente anti-gay, invertano con fatti concreti la catastrofica “rotta arcobaleno” intrapresa dagli Stati Uniti negli ultimi 8 anni, istituendo leggi e normative che avviino un processo di de-omosessualizzazione degli Stati Uniti.

(Lupo Glori per http://www.corrispondenzaromana.it/donald-trump-inverte-la-rotta-su-aborto-e-gay/)

Argomento: Politica

 Otto anni di Obama: un bilancio fallimentare

Dalla riforma sanitaria alle primavere arabe: tutti i “flop” del presidente uscente. Il giornalista Marco Respinti, esperto di politica americana, spiega: “Nemmeno la ripresa economica è merito suo”

 

Difficile salvare qualcosa degli otto anni di presidenza Obama. Assolutamente negativo è il bilancio che ne trae in un’intervista con ZENIT, Marco Respinti, giornalista professionista, saggista, traduttore, studioso del pensiero conservatore anglosassone, Senior Fellow a The Russell Kirk Center for Cultural Renewal (Michigan).

Secondo Respinti, Obama, che domani lascerà ufficialmente la Casa Bianca, cedendo il testimone a Donald Trump, ha rinnegato i valori che da oltre due secoli animano gli Stati Uniti d’America, al punto da meritarsi l’appellativo di “primo presidente post-americano della storia”.

Anche le pagine apparentemente più brillanti della sua amministrazione, come la ripresa economica dopo la più grande crisi finanziaria degli ultimi settant’anni, sono in realtà più ascrivibili alla tenacia della società civile americana e al suo genio imprenditoriale che non alle politiche del suo presidente. Eppure Obama è ancora convinto di passare alla storia, come dimostra il “profilo alto” che sta mantenendo fino all’ultimo.

Partiamo dall’attualità: a differenza della maggior parte dei suoi predecessori, Obama non sembra affatto intenzionato a una conclusione di mandato in sordina: ripetute feste d’addio con i vip, la fine della politica wet foot, dry foot con gli immigrati cubani ma, soprattutto, la voce grossa con la Russia e con il presunto spionaggio alle ultime elezioni presidenziali. A cosa è dovuto questo “colpo di coda” nel protagonismo del presidente uscente?

Ritengo sia dovuto a due ordini di cose. Il primo è la convinzione di essere un personaggio da libri di storia (il primo presidente nero degli Stati Uniti, il Premio Nobel “alla carriera” prima ancora di averlo meritato…); forte di questa idea, Barack Obama ha fatto di tutto per chiudere con un colpo di teatro. Il secondo è che ha poca intenzione di andare “in pensione”: dopo la disfatta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca e la rotonda sconfitta del Partito Democratico al Congresso federale, il fronte liberal è tutto da ricostruire e il parterre dei suoi potenti supporter da rassicurare. I suoi ultimi fuochi sono un messaggio: “non me vado del tutto”…

Otto anni fa, al suo insediamento, Obama aveva promesso epocali cambiamenti sia in politica interna che estera. «Change» è stata a lungo la parola chiave della sua amministrazione. È stato davvero così?

Sì, ma in peggio. Gli Stati Uniti di oggi non sono affatto migliori di quelli di ieri; non tutti i guasti sono imputabili a Obama ma di molti è responsabile l’ideologia con cui il presidente ha guidato il Paese. Lo ha scritto lo stesso Obama su The Economist e in Italia su la Repubblica ammettendo che, alla fine della sua era, vi è «[…] scontento diffuso in tutto il mondo», «[…] scetticismo verso le istituzioni internazionali, gli accordi commerciali e l’immigrazione», «[…] produttività in calo e […] aumento delle ineguaglianze» che «[…] hanno rallentato la crescita degli introiti delle famiglie a basso e medio reddito. La globalizzazione e l’automazione hanno indebolito la posizione dei lavoratori e la loro capacità di garantirsi un salario dignitoso». Un disastro, insomma.

In politica interna, la più grossa innovazione portata dall’amministrazione Obama è stata la riforma sanitaria: che bilancio se ne può trarre a quasi sette anni dall’approvazione?

La cosiddetta Obamacare non ha affatto garantito la copertura sanitaria a tutti i cittadini americani, ma in compenso ha aumentato a dismisura i costi, complicando il sistema in maniera insostenibile. Inoltre, un numero enorme di americani vive oggi di food-stamp, quei sussidi che asservono le persone a uno Stato che le considera solo riserve elettorali, laddove sarebbe invece bastato ridurre drasticamente le tasse e dimagrire la macchina pubblica per innescare quel circolo virtuoso mediante il quale i cittadini invece di farsi mantenere divengono imprenditori di se stessi. Se gli Stati Uniti hanno oggi superato la crisi economica meglio di altri Paesi, soprattutto europei, lo si deve infatti soltanto alla solerzia e all’industriosità degli americani che nonostante l’Amministrazione Obama, e non per suo merito, sono riusciti a sfangarla…

Che dire, invece, della politica estera?

Sul piano internazionale, le scelte insipienti della Casa Bianca hanno prodotto instabilità e insicurezza: il fallimento delle “primavere arabe”, la guerra sbagliata in Libia voluta dagli europei a cui Obama si è accodato, il ritiro sciocco dall’Iraq che ha permesso lo sviluppo dell’ISIS, tutti gli errori compiuti nel disastro siriano e l’inutile provocazione alla Russia. Non bisogna essere dei fan di Vladimir Putin per dirlo.

Un aspetto rilevante della sua politica è stato l’aver messo in discussione la libertà religiosa, con tutto quello che ne consegue…

Dei “princìpi non negoziabili”, Obama è un nemico giurato. L’Obamacare è stata la grande scusa per imporre il controllo della nascite (contraccezione, aborto, sterilizzazione) a spese dei datori di lavoro, ivi comprese le istituzioni religiose. Di aborto e gender Obama è stato un grande sacerdote, e della libertà religiosa il guastatore supremo. L’ha manomessa in tutti i modi, diretti e indiretti, temendo come poche altre cose la sua piena applicazione. Negli USA, infatti, la libertà religiosa è il primo diritto politico dei cittadini, iscritto a lettere d’oro nel primo Emendamento alla Costituzione federale, il che significa che da esso derivano e dipendono tutti gli altri diritti politici. Per com’è espressamente formulato, il diritto alla libertà religiosa è anzitutto diritto all’espressione pubblica della fede, il diritto cioè che la fede sia anche cultura, persino politica. Di questo Obama e il suo mondo hanno paura, e questo Obama e il suo mondo hanno combattuto e combattono con decisione e asprezza.

Per che cosa sarà ricordato, quindi, nei libri di storia, il 44° presidente degli Stati Uniti d’America?

L’ex ambasciatore all’ONU John R. Bolton ha definito Obama il “primo presidente postamericano” della storia. Mi sembra un titolo adeguato.

Qual è stato, a suo avviso il risvolto più positivo degli otto anni di amministrazione Obama?

Fatico a rispondere. Cerco, ma non trovo. Probabilmente l’avere provocato la reazione che ha messo fine alla prosecuzione del suo progetto ideologico via Clinton. Le elezioni per la Casa Bianca e per il Congresso federale dell’8 novembre sono state un referendum su Obama, e Obama ha perso.

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19 gennaio 2017 Notizie dal Mondo

https://it.zenit.org/articles/otto-anni-di-obama-un-bilancio-fallimentare/

[Seguirà domani, venerdì 20 gennaio, una nuova intervista a Marco Respinti, sul programma politico del nuovo presidente USA, Donald Trump]

Argomento: Politica

 ALEPPO, LE MENZOGNE DEI MEDIA E LA REALTÀ VISSUTA DA CHI L’HA VISSUTA.
PARLA UN MEDICO, NABIL ANTAKI.

La fine della battaglia di Aleppo ha segnato un altro episodio di sostanziale vergogna per la maggior parte dell’informazione occidentale, compresa quella italiana. Era solo qualche mese fa che denunciavamo come i media occidentali si facevano strumento della propaganda dei propri governi, e facevamo nostro l’incipit di un commentatore del Boston Globe: “La copertura della guerra siriana sarà ricordata come uno dei più vergognosi episodi nella storia della stampa americana. E i reportage sul massacro nell’antica città di Aleppo ne sono l’ultimo episodio”. 

Per quelli che conoscono l’inglese, è una lettura istruttiva. Ne avevamo tradotto alcune parti in questo articolo.

In realtà doveva ancora venire la copertura delle presidenziali USA, con tutte le élite giornalistiche schierate per Hillary Clinton e partecipi – senza una scusa ai propri lettori traditi – della disfatta. Ma dal momento che tutto si tiene, non possiamo non ricordare che Hillary Clinton è stata una delle artefici del massacro del popolo e della nazione siriana.

La fine della battaglia di Aleppo, che ha ridato acqua, elettricità e libertà – sì, libertà, più di quella che offrivano i tagliagole alleati di Turchia, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, e difesi (!) dalla UE – ai milioni di cittadini di Aleppo sottoposti negli ultimi quattro anni a bombardamenti quotidiani ignorati dai nostri mezzi di informazione. La foto che vedete è quella dell’albero di Natale che gli aleppini del quartiere di Azizieh hanno eretto per festeggiare il primo Natale senza bombe e morti e feriti da anni. E questo è il video della musica armena suonata per la festa.

Vi offriamo a questo punto la testimonianza di Nabil Antaki, un medico cristiano siriano, la cui lettera è stata pubblicata da Ora Pro Siria, il sito che si è fatto voce della gente reale nel Paese martoriato. Nabil Antaki è un medico che ha deciso di restare ad Aleppo per aiutare i suoi concittadini negli anni di una guerra resa ancora più dura dall’assedio imposto dai ribelli, che privava milioni di persone di acqua ed energia elettrica. I ribelli cosiddetti “moderati” appoggiati dai governi occidentali.

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”Pubblico la mia risposta ad una amica che è stata interpellata da due persone dopo la diffusione della nostra ‘’lettera da Aleppo n. 28’’

Cara F.
Comprendo bene la confusione di uno dei due tuoi interlocutori o il disagio dell’altro, e comprendo anche la tua domanda: ‘qual è la verità? ’

Capisco molto bene la reazione di queste persone sottomesse alla martellante propaganda mediatica occidentale di parte. Una propaganda manichea con i buoni definiti ribelli o rivoluzionari (dimenticando che essi fanno parte dei due gruppi (Daesh e al-Nusra) che la Comunità internazionale ha classificato come organizzazioni terroristiche. Si dimentica anche che 90.000 jihadisti stranieri sono venuti nel nostro Paese per fare la jihad. E si dimentica che il fine di questi terroristi è la realizzazione di uno Stato islamico.

Dall’altro lato, ecco i malvagi, demonizzati da una massiccia disinformazione, sin dagli inizi degli avvenimenti, per accelerare la caduta del regime.
I ribelli-terroristi che invasero i quartieri est di Aleppo nel luglio del 2012 e Mosul nel 2014 sono gli stessi che commisero gli attentati a Parigi nel 2015.
A Parigi, erano terroristi che bisognava eliminare.

A Mosul, voi applaudite (giustamente) l’assalto dell’esercito iracheno appoggiato dai raids aerei statunitensi e della coalizione, per liberare la città dai terroristi di Daesh, (ben sapendo che questi raids faranno ovviamente delle vittime civili, senza che in Occidente qualcuno se ne dispiaccia).
Ad Aleppo, voi invece condannate l’assalto dell’esercito dello Stato siriano il cui scopo è liberare una parte della città, controllata da quattro anni e quattro mesi dagli stessi terroristi di al-Nusra. (Ricordiamo che Daesh e al-Nusra erano un unico gruppo, scissosi in due circa due o tre anni fa, poiché al-Nusra voleva seguire al Qaïda e giurare fedeltà al delfino di Ben Laden, mentre Daesh voleva giurare fedeltà al califfo auto-proclamatosi Baghdadi).

Dov’è la verità? Non certo presso i giornalisti e i media.
Essa si trova presso coloro che vivono qui.
Presso gli abitanti di Aleppo-ovest (che non sono soltanto cristiani, dato che siamo rimasti in pochi), che ieri sera hanno manifestato la loro gioia nelle strade all’annuncio della liberazione di una gran parte di Aleppo-est. Coloro che hanno subito durante quattro anni e mezzo bombardamenti quotidiani da parte dei terroristi di Aleppo-est con decine di vittime tutti i giorni (naturalmente ignorati dai media occidentali e nessuno che abbia sentito imbarazzo). I terroristi li hanno privati d’acqua potabile per più di due anni (1 milione e mezzo di abitanti a cui si è tagliata l’acqua corrente è un crimine di guerra e contro l’umanità) e nessuno ne è stato sconvolto. Sono stati gli Aleppini a supplicare l’esercito ed il governo di liberare i quartieri orientali ed era dovere dello Stato intervenire.

La verità sta presso gli abitanti liberati dei quartieri orientali di Aleppo, che erano ostaggi dei terroristi, anzi scudi umani. Bisogna vederli scoppiare di gioia, mentre si gettano tra le braccia dei soldati, e piangere quando ritrovano membri della propria famiglia. Bisogna ascoltarli raccontare le sofferenze per ciò che i terroristi gli hanno fatto subire. Naturalmente, tutto ciò è documentato con dei video in arabo che non vi mostrano.

I bombardamenti russi e siriani, che tanto hanno disturbato i nostri amici europei [sensibili e cinici a fasi alterne o a seconda della collocazione topografica delle vittime. N.d.T.], ebbene sì, hanno fatto vittime tra i civili e noi lo deploriamo. Ma voi, voi siete altrettanto addolorati per le vittime civili fatte dalla coalizione occidentale nei bombardamenti di Mosul? O la bomba americana è forse più intelligente della russa ?. In Siria no. Infatti i raids della coalizione occidentale sui terroristi hanno mietuto ogni volta vittime civili e l’ultimo raid aereo francese ne ha fatte 110 in un colpo solo, ma non ve lo dicono. Durante una presa di ostaggi, dopo negoziazioni e tentativi infruttuosi per liberarli pacificamente, la polizia non dà forse l’assalto pur essendo consapevole che potrebbero esserci delle vittime tra gli ostaggi?

Non esistono guerre pulite (dimenticate che stiamo vivendo in guerra da cinque anni e mezzo), però i media europei hanno esagerato i fatti, modificando e amplificando la realtà. Il martellamento che avete subito è intessuto di menzogne. Vi hanno annunciato dieci volte in sei mesi la distruzione dell’ultimo ospedale di Aleppo-est: come se per un colpo di bacchetta magica l’ospedale potesse risorgere in due settimane. Vi hanno mostrato il ‘Sindaco di Aleppo-est’ in tutte le salse: conferenze-stampa, ricevuto da Hollande, imbarcandosi con Duflos in un farsesco viaggio ad Aleppo. Ma si dà il caso che questo signore non sia sindaco di Aleppo e neppure di Parigi. Egli è semplicemente un impostore fatto uscire come un coniglio dal cappello di un prestigiatore per appoggiare la campagna mediatica messa su per arrestare l’avanzata dell’esercito lealista, pretendendo una tregua per ragioni ‘umanitarie’: cioè per permettere ai terroristi (geneticamente modificati dagli Occidentali in ‘ribelli moderati’) di riprendersi.

I Siriani, che hanno sofferto troppo per questa guerra e gli Aleppini in particolare, non accetteranno la proibizione di esprimere la loro gioia nel vedere la disfatta dei terroristi (almeno in Aleppo), i loro concittadini di Aleppo-est liberati, e di poter vivere senza piangere ogni giorno la morte di un parente, di un amico, di un vicino, uccisi dai proiettili di ribelli-terroristi.

Nabil

P.S La campagna mediatica è stata orchestrata alla perfezione: un martellamento quotidiano di menzogne che le persone, pur di buona volontà e con un certo spirito critico, arrivano a credere, non avendo una conoscenza diretta della situazione sul terreno. ‘Non possono mentirci tanto, sicuramente c’è del vero’ pensano.
Se voi mentite, mentite e continuate a mentire, qualcosa delle vostre menzogne sarà creduto. ’’

_____
 

Marco Tosatti
da: http://www.marcotosatti.com/2016/12/21/aleppo-le-menzogne-dei-media-e-la-realta-vissuta-da-chi-lha-vissuta-parla-un-medico-nabil-antaki/
 

Argomento: Politica

  E’ ufficiale: la ministra Fedeli non ha neanche il diploma di maturità

Dopo le dichiarazioni del neoministro all’Istruzione Valeria Fedeli di poter fare tranquillamente la ministra senza avere la laurea è intervenuto Mario Adinolfi, ex Direzione Nazionale del PD, il quale affidandosi a facebook ha affermato che non solo la ministra non ha la laurea ma non ha nemmeno il diploma di maturità.

Insomma per la prima volta – andiamo a memoria – nella storia della Repubblica,  il ministro che deve dare le linee politiche all’Istruzione  sia alla scuola che all’università non solo non è in possesso della laurea che “erroneamente” aveva dichiarato nel suo CV, ma non ha nemmeno il diploma.

E’ inutile dirvi che sul web oltre all’ironia feroce tipica degli utenti della rete si sta registrando l’indignazione dei docenti che chiedono le dimissioni  immediate del ministro.

Siamo sicuri che la neoministra all’Istruzione non abbia nemmeno il diploma?

Il quotidiano Libero si dice sicuro: non ha il diploma.

Il giornale ha contattato lo staff della ministra Fedeli chiedendo se le affermazione di Mario Adinolfi corrispondessero al vero.

Lo staff – scrive il quotidiano – “non ha potuto far altro che confermare le parole di Adinolfi. Il corso frequentato – sottolineano dallo staff – è quello triennale della Scuola magistrale. E alla fine del percorso di studio non è previsto l’esame di maturità. Inoltre affermano, sempre dallo staff, che in questo caso il ministro non ha mai inserito nel Cv informazioni imprecise su questo punto”.

Da: http://www.informazionescuola.it/e-ufficiale-la-ministra-fedeli-non-ha-neanche-il-diploma-di-maturita/

ELENA DONAZZAN ASSESSORE SCUOLA DEL VENETO:
A NEO MINISTRO FEDELI DICO:
"NO A TEORIA GENDER IN CLASSE, IL VENETO CONTRARIO A OGNI FORZATURA IDEOLOGICA"

14 Dicembre 2016 14:40

Il Veneto si è già espresso chiaramente, ai massimi livelli istituzionali, contro l'insegnamento a scuola di teorie 'gender' che destrutturano la famiglia naturale. Sappia il nuovo ministro che vigileremo, che scuole e genitori terranno alta la guardia nel segnalare alla Regione ogni eventuale forzatura che dovesse avvenire nei luoghi deputati all’educazione pubblica di bambini e ragazzi.

Quanto appreso dalle cronache in merito al neo ministro Valeria Fedeli, alla quale è stata affidata la massima carica per l'Istruzione in Italia mi preoccupa moltissimo.
La principale posizione politica che pare caratterizzare il profilo dell'ex sindacalista della CGIL, è la sua propensione a diffondere nelle scuole la teoria del genere. Al nuovo ministro ricordo che la Regione Veneto, che ispira la propria azione amministrativa alla promozione della famiglia naturale, fondata sull'unione tra uomo e donna , che ha pubblicamente aderito al Family day e che ha formalmente impegnato i precedenti governi a non applicare il documento standard dell'Oms per l'educazione sessuale in Europa, terrà alta l'attenzione su ogni eventuale intervento ministeriale diretto a veicolare nelle scuole teorie ideologiche che considera pericolose per una corretta educazione all'identità di genere e alla tutela del valore costituzionale della famiglia naturale.

Che il nuovo ministro parta male è oggi oggetto della cronaca ma mi auguro non voglia usare una carica delicata come il dicastero all'Istruzione per piantare bandierine ideologiche che mirano a cambiare i connotati culturali del popolo italiano!

Argomento: Politica

 Sarebbe ben triste se ora ci fermassimo alla soddisfazione per la sconfitta della riforma costituzionale e del duo Renzi-Boschi. 

Sì, è vero: c’è stata una vittoria schiacciante dei “No” malgrado il potente schieramento a favore del “Sì”: dalla grande industria alla stampa, dai governi europei e americano al mondo della finanza, tutti a sostenere la riforma del duo Renzi-Boschi.
Invece c’è stata una grande partecipazione e il popolo italiano ha detto "No" perché ha capito che si trattava di un cambiamento della Costituzione che avrebbe significato un ulteriore asservimento a uno Stato onnipotente e a potenze sovranazionali.
Si è trattato dunque di una esperienza significativa, il popolo italiano ha dimostrato che quando ci sono in ballo questioni sostanziali per il futuro non dà la delega in bianco a nessuno.

Ma è certo che non può finire qui, la crisi morale prima ancora che economica e sociale che si trascina ormai da decenni non si risolve con un pur importante “No” a chi voleva dare il colpo di grazia.
È a questo punto che non si può nascondere la preoccupazione quando si guarda coloro che oggi si presentano come i vincitori, la strana coalizione per il “No”.

«Una accozzaglia», li aveva definiti Renzi e in questo caso è difficile dargli torto: Salvini, Grillo, Brunetta, D’Alema, Berlusconi, Bersani, una serie di vecchi personaggi che non hanno in comune nulla se non la reazione ideologica a una persona.
È più che ragionevole temere l’inizio di un balletto politico, affermazioni piene di promesse a cui tante volte sembra non credano neanche quelli che le affermano.
Tutte cose già viste, e il rischio concreto è una nuova stagione di risse politiche che facciano perdere all’Italia un’altra occasione per imboccare una strada positiva.

In effetti l’unico vero elemento di novità – anche politica - che si è registrato è la presenza in questa “accozzaglia” di quel popolo che negli ultimi anni è intervenuto con decisione per difendere la concezione naturale della famiglia, il diritto dei genitori a educare i propri figli, la libertà di educazione.
È il popolo dei family day, che si è mosso anche in questa occasione. Non con grandi manifestazioni di piazza ma con un lavoro di sensibilizzazione città per città, piccolo comune per piccolo comune. Un lavoro che è passato inosservato sui media, ma che ha permesso di incontrare e mobilitare tante persone.
È il popolo del “Renzi, ci ricorderemo”, e si è ricordato. Non per semplice spirito di rivalsa, ma nella consapevolezza che questa riforma costituzionale avrebbe ulteriormente accelerato la discesa dell’Italia verso una legislazione contraria alla famiglia, alla vita, al rispetto della dignità umana.

Il grave errore politico di Renzi è stato l’avere sottovalutato in modo quasi da scherno questa tradizione culturale cattolica a cui evidentemente il popolo italiano è molto più legato di quanto si pensi.
Sostenuto da grandi poteri internazionali Renzi ha invece affermato una concezione materialistica e consumistica ridefinendo il concetto di famiglia, degradata a comprendere qualsiasi tipo di unione, il concetto di genitorialità, sdoganando pratiche indegne come l’utero in affitto.
Pensava che bastasse il potere delle elites per vincere, per indirizzare il popolo, e invece no.

Si è sottovalutato il peso della tradizione culturale cattolica: non nel senso di una fede oggi condivisa, ma come eredità di una Chiesa che ha veramente educato un popolo, dove la fede ha profondamente forgiato la cultura.
Così, non si può impunemente rottamare la famiglia, la sacralità della vita, la sacralità del processo che la natura ha fissato per la procreazione.
Non si può sostituire a questi valori che portano il segno dell’eterno le piccole convenienze immediate, gli interessi che maggiormente corrispondono all’istinto. 

Se c’è una novità è dunque questa: la presenza di gente che ha una coscienza precisa della propria identità. Non è ovviamente tutto l’elettorato che ha votato “No”, ma i cattolici di cultura che sono andati a votare non sono neanche una quota marginale.

Il problema, come già rilevava ieri su queste colonne Alfredo Mantovano, è la mancanza di leader politici che rappresentino e guidino questo popolo.
Ma forse il problema nasce ancora prima, in una Chiesa italiana che, nella sua forma istituzionale, da tempo ha smesso di educare i cattolici alla fede e, quindi, anche a un giudizio politico che da questa nasca.

È quella Chiesa che ha contrastato i Family Day, e che non a caso ha sostenuto Renzi anche in questa tornata referendaria, pur senza dirlo apertamente.
Ma bastava leggere in queste settimane Avvenire per capire da che parte stava la Cei. Con Renzi ha perso anche quel monsignor Galantino che, alla difesa aperta della famiglia e dei nostri figli, ha preferito cercare la strada degli accordi sottobanco con il Pd, ha preferito il compromesso, poi rivelatosi un fallimento.
Ma a Renzi non è mai mancato il suo sostegno, per non parlare di quel monsignor Paglia che da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia si è fatto registrare mentre – pensando di parlare al telefono con il vero Renzi – con una familiarità imbarazzante lo incoraggiava, a nome della Chiesa, ad andare avanti «su tutto». Ed eravamo in piena bagarre per l’approvazione della legge sulle unioni civili.

In questo tempo il popolo cattolico ha dimostrato di sapersi muovere senza aspettare il richiamo dei vescovi, ma ciò non toglie che sia importante che almeno da alcuni pastori riparta un’iniziativa educativa forte: a una fede che sappia generare cultura, capace di abbracciare tutta la realtà, di giudicare il mondo. E come conseguenza rilanciare lo studio della Dottrina sociale della Chiesa. Perché i leader politici non nascono dal nulla.

 

Riccardo Cascioli per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-lavoro-comincia-adesso-18279.htm

Argomento: Politica

 Le parole hanno un senso. E quelle del commiato di Renzi ne hanno uno chiarissimo: «Lasciamo la guida del Paese con un’Italia che ha finalmente una legge sulle unioni civili», ha detto. Spiegando anche come tale normativa, nota come Cirinnà, vada intesa. Come una di quelle «con l’anima, quelle di cui si è parlato di meno ed alle quali tengo di più». Che se ne sia parlato di meno è vero tanto quanto che abbia un’anima. O meglio: ammesso e non concesso che ce l’abbia, è sicuramente nera, opponendosi frontalmente al Catechismo, al diritto naturale, ai principi non negoziabili ed alla famiglia intesa dal buon senso quale cellula fondante della società.

E questo, il «cattolico» Renzi – come lui stesso ebbe a definirsi nel maggio scorso a Porta a Porta, proprio parlando di unioni civili –, dovrebbe saperlo bene. Dovrebbe, poiché nel corso della stessa intervista specificò di far «politica da laico», avendo «giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo», introducendo così una schizofrenia morale tra pubblico e privato, del tutto in contrasto con l’enciclica Evangelium Vitae, che anzi al n. 68 bolla tale atteggiamento come «relativismo etico», biasimando chi pensi che, «nell’esercizio delle funzioni pubbliche e professionali», possa «prescindere dalle proprie convinzioni» nel «rispetto dell’altrui libertà di scelta», delegando in realtà le proprie responsabilità «alla legge civile, con un’abdicazione alla propria coscienza morale». Sembra un vestito cucito ad arte addosso a Renzi. Il quale, però, senza crucci, né rimorsi, né dubbi, ha ribadito esser quella sulle unioni civili una delle leggi cui tiene di più: il premier più fotografato all’uscita dalle Messe ritiene motivo di vanto aver varato per primo le “nozze” gay in Italia.

E quali sarebbero gli altri “record” del suo esecutivo? Elencarli tutti richiederebbe tempo. Ma come dimenticare, ad esempio, oltre alla citata legge Cirinnà, quella sul cosiddetto «divorzio breve», per dirsi addio in soli sei mesi, norma definita addirittura «di portata storica» dall’esecutivo Renzi? Oppure quella sulla sedicente «Buona Scuola» coi riferimenti alla «prevenzione della violenza di genere» ed all’art. 5 della legge 119/2013, quella cosiddetta sul «femminicidio», entrambi grimaldelli per introdurre nelle aule i corsi sulla teoria gender, come i fatti e le cronache hanno poi ampiamente dimostrato. Insomma, tutti provvedimenti atti a minare alle fondamenta la famiglia naturale, introducendone piuttosto parodie artificiali.

Allora Renzi, benché a parole non perda occasione per dirsi ed apparire cattolico, non può certo vantar coerenza tra i proclami ed i fatti. Anche di recente, lo scorso primo dicembre per la precisione, sui social, nel corso della rubrichetta «Matteo risponde», alle critiche mossegli per le posizioni del suo esecutivo su matrimonio, omofobia, gender nelle scuole, eutanasia e via elencando, ha replicato non argomentando, bensì offendendo: «Da cattolico Le dico che non so di che cosa stia parlando – ha esordito, non senza una dose industriale di sfrontatezza – So che c’è una parte del mondo cattolico che dice certe cose, dall’altro lato c’ho una strana congiunzione astrale tra questa parte di mondo e il mago Otelma che fa le riunioni con i maghi per cercare di avere la mia sconfitta e le mie dimissioni».

Burlette, che, se non fossero giunte dalla bocca di un (allora) premier, sarebbero state liquidabili come vaniloqui privi di senso. Purtroppo, in politica, anche i vaniloqui hanno un proprio peso specifico. Di fronte ad un tale virulento e pervicace attacco alla famiglia, chiunque credesse nel bene comune e nel diritto naturale non poteva non cogliere la prima occasione utile, per fermare un governo non eletto, eppure mossosi come un’autentica macchina da guerra, scontentando tutti, non solo i cattolici, e seminando crescente malcontento e dissapori. Ora che la farsa è finita, Renzi ha però ritenuto di poter gettare la maschera e dismettere quei panni da «Papaboys» che lui stesso si era dato nel corso di un’intervista al mensile «Vita» dell’agosto 2011, raccontando le due Gmg cui partecipò, nel 1997 e nel 2000.

Così, stranamente, per la prima volta, nel discorso di commiato, mai ha fatto riferimento al suo esser cattolico. Ha ricordato la sua esperienza scoutistica, ha citato il fondatore degli esploratori Robert Baden-Powell, ma zero riferimenti al dato confessionale. Tutt’altro. Il tono è improvvisamente cambiato e si è repentinamente secolarizzato. Così, al posto dell’incenso, ecco spuntare un inedito appello ad una “laica vocazione” non meglio identificata, sospesa forse tra le velleità giacobine alla francese e le “liturgie” radicaleggianti alla Pannella. Ormai, però, è tardi: gli Italiani han già fatto le proprie valutazioni ed han deciso di tracciare una croce su questo governo. Non per votarlo, bensì per rottamarlo. Un governo sedicente cattolico, da archiviare, in realtà, come uno dei peggiori che l’Italia abbia mai avuto. Piaccia o meno a Renzi.

(Mauro Faverzani per http://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-di-un-premier-sedicente-cattolico/)

Argomento: Politica

 “Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”

 REFERENDUM. GANDOLFINI: “DOMENICA ALLE URNE PER IL NO. DIFENDIAMO LA SOVRANITÀ E LA RAPPRESENTANZA DELLE FAMIGLIE ITALIANE”

 

Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”. Afferma il presidente del Comitato promotore del Family day, Massimo Gandolfini.

In questi mesi il ‘Comitato famiglie per il NO’ ha svolto centinaia di incontri in tutta Italia per sostenere un NO motivato e ragionato.
Siamo convinti – spiega Gandolfini – che la disintermediazione e l’accentramento del potere in un’unica direzione nega di fatto la democrazia e il bilanciamento dei poteri. L’annullamento dei corpi intermedi, primo fra tutti la famiglia, allontana la partecipazione del popolo alle decisioni che lo riguardano”.

Anche quest’ultima settimana è passata, senza che Renzi ci degnasse di una risposta rispetto al nostro invito ad un confronto pubblico sul merito della riforma – prosegue Gandolfini -. A noi non resta che esortare tutte le persone di buon senso a rigettare il nuovo assetto istituzionale disegnato da Renzi, Boschi e Verdini, che, anche a causa della riforma elettorale, accentra il potere nella figura del premier e subordina la sovranità del parlamento italiano ai diktat provenienti dall’Unione Europea”.

Un sistema che verrà utilizzato, come dicono gli stessi vertici del Pd, per completare la trasformazione del tessuto sociale italiano. Le unioni civili sono infatti solo il capo fila di una politica tesa all’approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell’estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; della regolamentazione dell’utero in affitto, delle leggi liberticide sulla omo-fobia e della legalizzazione delle droghe”, conclude Gandolfini.

Roma, 1 Dicembre 2016                                                                 Comitato Famiglie per il NO

Ufficio Stampa 393.8182082

Argomento: Politica

 Il vice-presidente degli Stati Uniti Mike Pence è un “combattente culturale” pro-life e pro-famiglia

 

La vittoria di Trump è fumo negli occhi della comunità “LGBT+” che vede di colpo bruscamente frenare la propria travolgente avanzata avviata sotto l’Amministrazione Obama.

A spaventare gli attivisti della rivoluzione genderista non è tanto la persona di Donald Trump quanto il suo vice Mike Pence, nemico dichiarato delle lobby gay e, per questo, già in passato, bersaglio di numerosi duri attacchi da parte degli attivisti gay. 

Il vice di Trump è stato ora messo a capo del cosiddetto “transition team“, ovvero la squadra che sta gestendo la delicata fase della transizione presidenziale.

Pence, di origini irlandesi, 57 anni, sposato con Karen, padre di tre figli, avvocato e politico di professione, è governatore dell’Indiana da tre anni. Nato cattolico e “rinato evangelico”, sostenitore del Tea Party, l’ala più “dura” del partito repubblicano, si è auto-definito nell’ordine “un cristiano, un conservatore e un repubblicano”.

PREFERITO a Chris Christie

Pence è stato preferito da Trump nel ruolo di vice-presidente a Chris Christie, governatore del New Jersey, malvisto dall’ala più conservatrice del Grand Old Party (GOP), proprio per alcune sue precedenti aperture LGBT. Tra tali imperdonabili colpe, l’aver firmato una legge che mette al bando le cosiddette “terapie riparative” dell’omosessualità per i minori.

Al contrario Mike Pence ha un’ottima reputazione tra i sostenitori pro-life e pro-family.

UN “COMBATTENTE CULTURALE

Il neo vice-presidente degli Stati Uniti è infatti visto come uno dei politici più solidi e affidabili sulle questioni etiche all’interno del partito repubblicano. Pence ha fama di “combattente culturale”, avendo condotto, come membro del Congresso, battaglie ideologiche di ogni tipo: dall’ampliamento del diritto di aborto, ai fondi federali per la ricerca sugli embrioni, dall’opposizione nei confronti dei “matrimoni” dello stesso sesso, fino al blocco di nuovi fondi federali per l’organizzazione abortista “Planned Parenthood“.

Una fama guadagnata sul campo, come quando, in occasione del recente dibattito vice-presidenziale con il senatore democratico Tim Kaine, ex governatore della Virginia e candidato vice di Hillary Clinton, Pence è stato violentemente attaccato dalla succitata “Planned Parenthood” come “il legislatore più estremista del 21° secolo”. Un insulto che ha avuto l’indesiderato effetto di trasformarlo immediatamente in paladino dei difensori della vita in tutto il paese americano.

OPPOSITORE DELL’AGENDA GENDER

Pence è stato ed è anche un fermo oppositore dell’agenda gender arrivando a guadagnarsi un onorevolissimo rating “0 per cento” e una grande quantità di durissimi attacchi da parte della potente lobby LGBT+ “Human Rights Campaign“.

Nel 2006, come capo di una Commissione di studio del partito repubblicano, il vice-presidente degli Stati Uniti si è espresso convintamente a sostegno di un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna. In quell’occasione, citando un ricercatore di Harvard, Pence puntò, senza mezzi termini, il dito contro il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, screditandolo come un “collasso sociale che ha sempre portato in seguito all’avvento del deterioramento del matrimonio e della famiglia“. Interpellato sull’omosessualità l’ormai ex governatore dell’Indiana ha inoltre sottolineato come l’essere gay sia una scelta e che decidere di non legiferare per il “matrimonio” gay non è discriminazione ma esecuzione del “piano di Dio”.

Parole che sono musica per le orecchie dei sostenitori pro-life e pro-family. Ci auguriamo che il nuovo vice-presidente degli Stati Uniti mantenga e confermi la sua fama di “combattente culturale” e metta in campo tutti i suoi poteri, come hanno fatto i suoi predecessori, per invertire il prepotente processo di omosessualizzazione degli Stati Uniti imposto al popolo americano dall’Amministrazione Obama.

 

di Rodolfo de Mattei, per Corrispondenza Romana del 12/11/2016
https://www.osservatoriogender.it/vice-presidente-degli-stati-uniti-mike-pence-un-combattente-culturale-pro-life-pro-famiglia/

 

Argomento: Politica

 L'NCD di Alfano (nuovo centro-destra o, meglio, nuovi cristiani democratici) perde un altro pezzo: l'On. Pagano, che già aveva votato contro la fiducia in occasione della famigerata legge sui "matrimoni" gay (vedi foto a lato del momento della dichiarazione).

 Il tradimento dei valori di vita e famiglia da parte del NCD, dovuto alla subalternità storica di ogni DC verso il socialismo, si è concretizzato nel sostegno a ben 8 leggi contro la famiglia (due approvate da un solo ramo del Parlamento) che qui di seguito si elencano.

 Più sotto, una bella intervista all'On. Pagano.

Il Governo PD-NCD e la famiglia – aggiornamento 16/11/2016

  1. 2014 novembre: Negoziazione assistita per i procedimenti di separazione e divorzio. Si prevede un accordo da parte dei coniugi dinanzi a un avvocato, o anche solo davanti all’impiegato del Comune, senza necessità di comparire davanti al giudice. Ci si pone sulla strada della privatizzazione della famiglia e della banalizzazione del matrimonio
  2. 2015 Aprile: Divorzio breve. La norma prevede una riduzione dei tempi di separazione dagli attuali tre anni a sei mesi se la separazione è consensuale, a 12 mesi se è “giudiziale” (cioè chiesta da solo uno dei due coniugi).  http://www.tempi.it/divorzio-breve-il-clap-clap-della-stampa-e-una-domanda-perche-non-lasciarsi-via-sms#.V7V25NIw9xB
  3. 2015 Luglio: “Legge sulla buona scuola”, che all’art. 1, comma 16, che ha legittimato e confermato un’azione di inserimento della cosiddetta ideologia del “gender” nelle scuole. Si veda anche la Circolare MIUR per la giornata contro omofobia:  “supportare […] sulle delicate questioni legate all’identità di genere o a qualsiasi altra forma di violenza“. https://www.osservatoriogender.it/miur-promuove-lideologia-del-gender-nella-scuola-italiana/
  4. 2015  ottobre: Ius soli – ma soprattutto ius culturae - alla Camera. Approvato alla Camera lo “Ius soli”: lo scopo è il “metticciato culturale”, ridurre l’importanza della cultura occidentale e cristiana, basta nascere sul territorio italiano. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ius-soli-temperato-ecco-cosa-cambia  
  5. 2016 Maggio: “Matrimoni” gay. Approvato in via definitiva l'11 maggio 2016 il disegno di legge “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. http://www.governo.it/approfondimento/unionicivili/4707
  6. 2016 giugno: stepchild adoption.  Avvocatura dello Stato: permessa l’adozione bambini da parte di coppie omosessuali (stepchild adoption). http://www.loccidentale.it/articoli/141959/e-meno-male-che-avevano-stralciato-la-stepchild-adoption 
  7. 2016 Luglio:  promozione dell’ LGBT. Il governo Renzi accelera su gender e omosessualità, lanciando un nuovo portale web nazionale, interamente dedicato alla promozione dell’agenda LGBT. https://www.osservatoriogender.it/governo-renzi-lancia-portale-nazionale-lgbt/  
  8. 2016 Settembre: il bullismo sostituisce la “Scalfarotto”. approvata alla Camera la PDL intesa a punire penalmente “la molestia reiterata… al fine di provocare sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione… aventi per oggetto la razza, la lingua, l’orientamento sessualehttp://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5094  


Prossimamente sui nostri schermi:
- Educazione sessuale nelle scuole:  http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/educazione-sentimentale-legge-_b_10695924.html?utm_hp_ref=italy#
- Eutanasia / testamento biologico: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=41308
- Abolizione cognome paterno: DdL approvato nel febbraio 2014, torna di attualità grazie a un parere della Corte Costituzionale del novembre 2016: disgregazione dell’identità familiare, “identità liquida” http://www.siallafamiglia.it/il-cognome-paterno-potrebbe-diventare-un-optional/ 
- Legalizzazione cannabis: http://www.business.it/legalizzazione-cannabis-cosa-prevede-la-legge/
- Persecuzione per chi cura l’omosessualità: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/presentata-al-senato-una-legge-contro-le-terapie-riparative/
- Utero in affitto: http://blog.openpolis.it/2016/05/10/progetti-legge-sulla-maternita-surrogata/7871

In generale: http://www.quotidiano.net/politica/governo-riforme-1.2156512 e: http://www.tempi.it/i-due-anni-poco-family-friendly-del-governo-renzi

 

Intervista al parlamentare nazionale di San Cataldo che ha aderito alla Lega dei Popoli di Salvini:
“Noi portiamo avanti un progetto politico importante”

 

Alessandro Pagano, deputato nazionale di San Cataldo, ex Ncd, ha da poche ore aderito alla Lega dei Popoli di Matteo Salvini. Per stamani ha convocato giornalisti e fotografi. Una conferenza stampa per spiegare le sue ragioni, la sua scelta, meditata a lungo, dopo lo strappo a maggio con il suo ex partito sul ddl sulle unioni civili.  La Voce del Nisseno l’ha intervistato a lungo per saperne di più. A conclusione del ping pong verbale, afferma: “Noi portiamo avanti un progett o politico importante. E’ quello della rinascita del nostro popolo siciliano. Ci vogliono le basi culturali e politiche”.  

Onorevole Pagano, perché ha aderito alla Lega dei Popoli di Matteo Salvini?

La Lega dei Popoli rappresenta oggi il partito che più di ogni altro in Italia difende i valori, i principi e i sentimenti più positivi del popolo italiano. Mi riferisco alla difesa della libertà economica minacciata da questa Unione europea che sta impoverendo il nostro popolo. Mi riferisco a questo Euro che sta uccidendo la nostra economia. Mi riferisco alla sicurezza che è minacciata da questi flussi migratori che vengono gestiti in maniera irresponsabile dal Governo Renzi. Mi riferisco anche ai valori sacrosanti della vita e della famiglia che sono stati calpestati con le unioni civili e con tutte le altre leggi come la liberalizzazione delle droghe e così via che questo Governo Renzi si è intestato. E che pervicacemente continua a difendere.   

Come fa a conciliare i suoi valori cristiani con l’estremismo leghista? Lo sa che Salvini vuole radere al suolo i rom con le ruspe?

Intanto stiamo parlando con una Lega dei Popoli che ha una valenza nazionale. E quindi è un superamento non soltanto geografico, ma anche politico e culturale di tutte le posizioni precedenti. Dico questo con assoluta certezza perché Bossi, che era l’autore di queste teorie, è oggi una netta minoranza all’interno della Lega come è stato certificato a Pontida il 18 settembre. Tant’è che la dimensione futura non è la Lega del Nord ma la Lega dei Popoli. Una Lega che ha una caratterizzazione nazionale e che supera gli schemi legati al passato.  

Forse Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni incarna meglio ciò che sono i suoi valori. Ci ha pensato?

Fratelli d’Italia è un partito gemello che va sicuramente ad affiancarsi, a federarsi con la Lega dei Popoli. Come è noto, come è stato dichiarato e come la storia recente dimostra. Nel prossimo futuro si vedrà un accoppiamento. Paradossalmente la Lega dei Popoli è più concreta, più precisa e più rispondente ai valori che ho appena accennato. Faccio un esempio concreto. Il 30 gennaio di quest’anno c’è stato, come è noto, il famoso Family Day. Un milione di persone in piazza. A protestare contro le unioni civili. Le uniche tre regioni presenti con i loro stendardi erano Veneto, Lombardia e Liguria. Un dato interessante.

Prego, onorevole Pagano.

La prova concreta che i valori cristiani a cui io faccio riferimento, a cui fa riferimento la stragrande maggioranza del popolo italiano, vedevano nelle tre Regioni amministrate dalla Lega direttamente la presenza fisica e tangibile di una testimonianza e di un’appartenenza politica. Mi sento di essere coerente. Ho abbandonato il mio ex partito che è al potere e al Governo proprio perché non mi interessa niente né il potere né il Governo. Credo invece ai principi, ai valori e alla mia missione. E la Lega dei Popoli, da questo punto di vista, rappresenta il mio approdo naturale. Grande rispetto per Fratelli d’Italia. Sarà sicuramente un destino che ci vedrà camminare assieme da qui a brevissimo in tutta Italia. Glielo posso anticipare. Per quanto riguarda la mia appartenenza ho deciso – consultandomi con tutti gli amici, che le assicuro sono tanti – di aderire pienamente alla Lega dei Popoli “Noi con Salvini”.             

Ha escluso a priori completamente l’ipotesi di rientrare in Forza Italia o ha avuto qualche tentazione?

Guardi, io sono uno che ha grande rispetto di tutti. Il capogruppo di Forza Italia in Parlamento, Brunetta, è un mio amico personale. Non nascondo che lui ha avuto con me tentativi di abboccamento. C’è un passato che rispetto ed amo profondamente, rappresenta la mia storia (sono entrato in politica con Forza Italia). Lì si è troppo legati al leader e non a un’idea. In questo momento ritornare indietro, per me, rappresentava un ritorno al passato e non ad una riproposizione. Tornare indietro sarebbe stata una minestra riscaldata. Sono convinto che non devo andare incontro alle mie esigenze ma soddisfare i bisogni del popolo. La mia gente. E come ho detto rispondendo alla sua prima domanda, è soltanto Salvini e la Lega dei Popoli che sui grandi temi che oggi fanno male alla gente, su cui c’è tanto malessere, motivo di disordine, che riesce a dare risposte.      

In queste poche ore, sta ricevendo più critiche o più consensi da parte dei cittadini?

Ma guardi, lo dico citando una fonte che so che non è in alternativa alla vostra. Radio CL 1 mi ha detto, nella sua intervista, che ha avuto cinquemila visualizzazioni, momenti di contatto. Una cosa mai accaduta. C’è molto interesse. La gente soffre e sta male, sta morendo di fame, vedere che si spendono dieci miliardi di euro per accogliere dei migranti a cui non si potranno dare delle risposte. E’ chiaro che non si potranno dare risposte. Non sono dei rifugiati politici che bisogna evidentemente aiutare perché perseguitati. Sono persone che cercano lavoro che non c’è. I nostri vanno via. E’ solo per aiutare quel business delle cooperative che gestiscono questo tipo di affare.     

Senta, che tipo di adesione istituzionale sta raccogliendo sul territorio?

Mi sono appena cimentato. Quello che le posso dire è che sicuramente io ho la responsabilità delle provincie di Enna, Agrigento, Caltanissetta, Trapani e Palermo. E ho una classe dirigente, per la prima volta nella mia vita, posso selezionare e cercare in tutta questa fetta di regione. Dall’altra parte, come è noto, c’è l’onorevole Attaguile che già faceva parte della Lega dei Popoli. Dirle che c’è tanto interesse è dirle poco. Le porte sono aperte per tutti gli uomini di buona volontà che hanno sani principi. La Lega Nord era al 3%...

Adesso i sondaggi danno la Lega al 15%.

Bravissimo. Nel 2013 era al 3%. Oggi in cinque regioni quasi al 15%. Penso che la stessa cosa si vedrà al Sud. La gente soffre, è in difficoltà, vede queste ingiustizie sociali e questo Governo Renzi prende in giro anche con questa riforma costituzionale… La gente ha bisogno di risposte. La Lega dimostra che ha costruito la classe dirigente sui sindaci, sugli amministratori locali. Se io sono stato cercato è forse anche perché ho dimostrato il mio valore quando sono stato assessore regionale in Sicilia. Mi sono fatto onore in settori delicati e strategici. Con gioia ho risposto sì. Dopo ampie riflessioni.      

In questi mesi di tormento, onorevole Pagano, con chi ha condiviso il suo percorso interiore e il suo travaglio politico?

Con centinaia di amici a cui avevo anche manifestato l’idea di abbandonare la politica. Dopo aver preso le distanze, l’11 maggio, dal mio ex partito, avevo messo in conto anche questo. Tutti mi hanno detto: non è possibile che questo bagaglio di esperienze, culture, conoscenze, di rete, di credibilità si disperda. Non faccio mai le cose d’istinto. Le faccio anche con una riflessione interiore. Intendo spirituale. E’ stata una scelta meditata molto a lungo.

Lei si è autosospeso dal Nuovo Centrodestra, a maggio, a seguito del ddl sulle unioni civili. Qual è attualmente il suo rapporto con il ministro degli Interni, Angelino Alfano?

Guardi, io sono uno che i rapporti umani li sa trattare. Ci sono persone che non mi votano con i quali ho un rapporto personale buonissimo. Perché dovrei rompere da un punto di vista umano?! La buona educazione è stato un sentimento che i miei genitori mi hanno inculcato. Spero di mantenerlo per tutta la vita. Poi è chiaro che su cento argomenti, su 99 la pensiamo diversamente. Tipo: all’appoggio esterno al Governo Crocetta in Sicilia, che l’Ncd dà in maniera indignitosa… Il mio disagio risale a circa due anni fa. Ultimamente era un disagio grosso.    

Il prossimo anno si voterà per le Regionali in Sicilia. Potrebbe essere candidato alla carica di Governatore?

Noi portiamo avanti un progetto politico importante. E’ quello della rinascita del nostro popolo siciliano. Ci vogliono le basi culturali e politiche. Lei sta parlando di amministrazione e questo è l’ultimo stadio. Non ci penso nemmeno. Oggi voglio aiutare il mio popolo. Voglio dare una speranza. E la speranza non si dà candidandomi a presidente della Regione. Sarebbe una cosa che fa anche ridere! No, no. Io ho le mie soddisfazioni. Sono un uomo fortunato. Ringrazio Dio che mi ha dato le soddisfazioni politiche che sono state inimmaginabili. Voglio continuare a servire la gente. La gente vuole risposte di tipo sociale e politico. Non di tipo amministrativo. Non è l’ora, non è il momento… Il solo parlarne - non le nascondo - mi dà anche fastidio. Le ho appena spiegato il mio progetto. E’ un progetto sano e positivo. Lungi da me pensare a cose che non mi appartengono.

di Michele Bruccheri per http://www.lavocedelnisseno.it/Articoli/Incontri/Post/559/ALESSANDRO-PAGANO-VOGLIO-AIUTARE-IL-MIO-POPOLO-E-DARE-UNA-SPERANZA

Argomento: Politica

 "Le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili"

 

Migranti, la rivolta di Gorino e le colpe dei governi

 

 

Mentre infiammano le polemiche sulla rivolta che ha portato al rifiuto di oltre una decina di immigrati da un ostello di Gorino, in provincia di Ferrara, e mentre si accusano i residenti di razzismo, si rischia però di dimenticare l’origine del problema: “Il dramma  - spiega alla Nuova BQ L'Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Luigi Negri - di un’immigrazione massiccia e regolata con approssimazione”. La prefettura ha infatti ordinato la requisizione della struttura alle 12.55 di lunedì annunciando l’arrivo immediato dei migranti e costringendo i proprietari a cancellare le prenotazioni, generando la ribellione dei cittadini. Proprio in questi giorni anche in Francia la polizia, nel mirino degli immigrati, ha protestato contro il governo che, mentre si avvicinano le elezioni, si rifiuta di prendere provvedimenti contro i delinquenti che assediano le caserme. “Una convivenza è possibile solo a partire da regole comuni e queste si insegnano attraverso una politica che non fa dell’integrazione una bandiera pericolosa ma un obiettivo da raggiungere”.

Sua Eccellenza, la vostra diocesi ha espresso solidarietà a quanti sono stati respinti dall’ostello, come si spiega invece la reazione dei cittadini ferraresi?

Come ho sempre ricordato parlando di immigrazione, il rifiuto all’ospitalità, anche la più faticosa, è contrario ad una coscienza cattolica. Ma è chiaro che questa affermazione solenne deve poi fare i conti con una realtà che si fa di giorno in giorno sempre più problematica ed esclusiva. Infatti, le due affermazioni che si ripetono e che sembrano contrastarsi, quelle del “tutti dentro” o all’opposto del “tutti fuori”, sono entrambe ideologiche e quindi anziché risolvere o integrare generano esattamente l’opposto: esclusione ed esasperazione.

Quali soluzioni suggerisce invece uno sguardo cristiano?

Una visione autenticamente cristiana, e quindi realista, suggerisce ad esempio l’accoglienza secondo un numero che permetta davvero di realizzarla. Altrimenti si produce sia lo sconvolgimento dell’esistenza civile dei cittadini sia degli stranieri. Questo sconvolgimento è aggravato dal fatto che l’Italia apre le porte da sola, mentre l’Europa stenta a farsi carico del problema. Su questo concordo con il Presidente del Consiglio, per cui non possiamo fare da soli quello che gli altri non fanno.

Eppure il governo spinge i Comuni ad ospitare gli immigrati tramite bonus economici, mentre in Francia la polizia sta protestando. Cosa ne pensa?

Non sono un politico, posso però fare una considerazione personale: le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili. Noi cristiani vogliamo aiutare la gente, tanto che la Diocesi ha offerto le proprie strutture e il proprio aiuto nel pensare a un piano di accoglienza, ma sappiamo che le iniziative populiste con il fine di guadagnare consenso e voti peggiorano solo la situazione di tutti. E’ così evidente l’insostenibilità della vicenda che anche la brava gente o la polizia, esasperate, sono spinte a gesti di protesta. La responsabilità principale è dei governi: dovrebbero badare di più alla realtà dei propri cittadini che alle ideologie perseguite da anni senza più governare in maniera quantomeno corretta.  

Cosa intende per corretta?

Non basta accogliere, bisogna preparare i propri cittadini all’accoglienza. Inoltre, occorre integrare davvero, dandosi cioè un obiettivo fondamentale per permettere la convivenza. Ad esempio, non si può non chiedere a chi emigra in Europa di sottoscrivere alcuni valori sostanziali, non si può non domandare il rispetto per la dignità di ogni essere umano e il rifiuto dello strapotere dei maschi sulle femmine. Infine, non si può non pretendere il riconoscimento della divisione fra legge civile e religiosa, la cui confusione farebbe retrocedere la nostra civiltà di mille anni. Occorre incentrare l’integrazione sulla comune ragione che unisce gli uomini, da qualsiasi regione o religione del mondo essi provengano, nel riconoscimento della legge naturale. Solo da qui può partire un cammino che porti all’obiettivo dell’integrazione. Attenzione quindi alla mediocrità e all’approssimazione che creano disastri molto più gravi di quelli che si dice di voler risolvere.

Un’altra soluzione l’hanno proposta recentemente alcuni prelati nigeriani, libici, siriani e iracheni che hanno chiesto all’Occidente di smettere di promettere accoglienza, illudendo quanti lasciano tutto per un sogno che spesso si trasforma nell’incubo della delinquenza.

La posizione di questi prelati è di assoluto realismo. Un realismo che distingue i pastori preoccupati della vita dei loro figli e anche del bene comune dei paresi in cui vivono, da quanti parlottano sui mass media per interessi politici di parte. Ho visto e letto interviste fatte a questa povera gente immigrata, gente illusa da chi invoca l’accoglienza, magari sorvolando sugli incidenti e i morti prodotti dagli scafisti che cariano la gente su barconi fatiscenti a prezzi esorbitanti. Questa è una forma di schiavitù sostanziale di persone che, se non muoiono prima, vengono poi abbandonate dai nostri Paesi, incapaci di integrare, alla delinquenza. Possiamo, per aderire ad una visione ideologica essere conniventi con questa situazione? Vorrei capire cos’è davvero questa "comunità internazionale" che dovrebbe affrontare questi problemi, mentre dal predicare un’accoglienza come responsabilità obiettiva passa nei fatti a una connivenza con la delinquenza. 

di Benedetta Frigerio
26-10-2016
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-migranti-la-rivolta-di-gorino-e-le-colpe-dei-governi-17834.htm

Argomento: Politica

  Ricetta Jp Morgan per l'Italia: liberarsi dalla Costituzione

 

Che un gigante della finanza globale produca un documento in cui chiede ai governi riforme strutturali improntate all’austerity non fa più notizia. Ma Jp Morgan, storica società finanziaria (con banca inclusa) statunitense, si è spinta più in là. E ha scritto nero su bianco quella che sembra essere la ricetta del grande capitale finanziario per gli stati dell’Eurozona. Il suo consiglio ai governi nazionali d’Europa per sopravvivere alla crisi del debito è: liberatevi al più presto delle vostre costituzioni antifasciste.

In questo documento di 16 pagine datato 28 maggio 2013, dopo che nell’introduzione si fa già riferimento alla necessità di intervenire politicamente a livello locale, a pagina 12 e 13 si arriva alle costituzioni dei paesi europei, con particolare riferimento alla loro origine e ai contenuti: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea” (traduzione da http://culturaliberta.wordpress.com/).

JPMorgan è stata tra le protagoniste dei progetti della finanza creativa e quindi della crisi dei subprime che dal 2008. Fino a essere stata formalmente denunciata nel 2012 dal governo federale americano come responsabile della crisi, in particolare per l’acquisto della banca d’investimento Bear Sterns. Ecco che invece dai grattacieli di Manhattan hanno pensato bene di scrivere che i problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che “i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

E per colpa delle idee socialiste insite nelle costituzioni, secondo Jp Morgan, non si riescono ad applicare le necessarie misure di austerity. “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Quindi Jp Morgan, dopo avere attribuito all’Europa l’incapacità di uscire dalla crisi per la colpa originaria della forza politica dei partiti di sinistra e delle costituzioni antifasciste nate dalle varie lotte di liberazione continentali, ammonisce che l’austerity si stenderà sul vecchio continente “per un periodo molto lungo”. 

di | per: Il Fatto quoridiano del 19 giugno 2013

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 JP Morgan all’Eurozona: “Sbarazzatevi delle costituzioni”

18 giugno 2013, di Redazione Wall Street Italia

 

NEW YORK (WSI) – Gli economisti del gigante finanziario americano JP Morgan lo dicono senza troppi fronzoli ai governi europei: “Dovete liberarvi delle vostre costituzioni sinistroide e anti fasciste”.

Lo si legge in un documento di 16 pagine in cui vengono elencate le modifiche da apportare nell’area euro per riuscire a sopravvivere alla crisi del debito.

 

Oltre alla parte sul buon lavoro fatto sin qui, la sezione piu’ interessante riguarda il lavoro che resta ancora da fare in termini di deleveraging delle banche e di alleggerimento del debito sovrano e delle famiglie.

Le riforme strutturali piu’ urgenti, oltre a quelle politiche, sono secondo la banca quelle in termini di riduzione dei costi del lavoro, di aumento della flessibilita’ e della liberta’ di licenziare, di privatizzazione, di deregolamentazione, di liberalizzazione dei settori industriali “protetti” dallo stato.

Gli autori della ricerca osservano che nel cammino che porta al completamento degli accorgimenti da apportare alla propria struttura politico economica, l’area euro si trova a meta’ strada.

Cio’ significa che l’austerita’ fara’ con ogni probabilita’ ancora parte del panorama europeo “per un periodo molto prolungato“.

L’analisi dei banchieri risale ormai a piu’ di due settimane fa. Stupisce vedere che non abbia ricevuto un’attenzione maggiore. Gli unici ad avere scritto qualcosa sono i giornalisti del Financial Times, che pero’ non fanno il benche’ minimo cenno alla parte piu’ eclatante, quella sulla costituzione.

Probabilmente l’idea che le grandi banche – in parte colpevoli per la crisi scoppiata in Usa ormai sei anni fa – anticipino altri anni di austerita’ e rigore non sarebbe stata accolta con grande favore dall’opinione pubblica e dai governi.

Nessuno si illude che l’austerity scompaia da un giorno all’altro e nemmeno spera che lo faccia a breve. Tuttavia, ai paesi che hanno fatto ricorso al programma di aiuti internazionali della Troika (FMI, Bce e Commissione Ue) sono state fatte concessioni. Come premio delle modifiche strutturali apportate, e’ stato offerto in cambio un alleggerimento degli impegni presi in materia di riduzione del debito.

E’ un peccato che l’analisi di JP Morgan non abbia ricevuto l’attenzione che meritava. Si tratta infatti del primo documento pubblico in cui dei banchieri ammettono francamente come la pensano su certi temi.

Il problema non e’ solo una questione di reticenza fiscale e di incremento della competivita’ commerciale, stando alla loro spiegazione, bensi’ anche di “eccesso di democrazia” che va assolutamente ridimensionato. L’elite finanziaria internazionale lascia intendere che se i paesi del Sud d’Europa vogliono rimanere aggrappati alla moneta unica devono rassegnarsi a rinunciare alla Costituzione.

DI SEGUITO UNA PARTE DEL DOCUMENTO ORIGINALE:

Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Quando i politici tedeschi parlano di processi di riforma decennali, probabilmente hanno in mente sia riforme di tipo economico sia di tipo politico.

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).

Argomento: Politica

 Nell'azione di de-costruzione della famiglia l'attuale Governo del PD non dimentica le scuole libere.
 Inizio scuola nel peggiore dei modi, tra lo Stato che fa incetta di insegnanti, fondi in ritardo e soliti pregiudizi.
 Intervista a Virginia Kaladich di Fidae

«Paritarie mai così umiliate come quest’anno. E ci chiamano “le scuole dei ricchi”»

di Elisabetta Longo per Tempi.it del19 settembre 2016 

 

«Umiliata». È così che dice di sentirsi Virginia Kaladich, presidente di Fidae, la “Federazione istituti di attività educative” che riunisce quattromila scuole cattoliche italiane.
La scuola ha preso il via da pochissimi giorni ma non tutto è cominciato nel migliore dei modi, per le paritarie.
Il motivo di maggior preoccupazione per la professoressa Kaladich riguarda il personale docente.
Sono tantissimi infatti gli insegnanti delle paritarie che stanno ancora aspettando l’esito dell’ultimo concorso pubblico per docenti.
Se il giudizio finale della loro prova sarà positivo, abbandoneranno gli alunni delle scuole paritarie in cui sono attualmente impiegati.

Professoressa Kaladich, molti vostri alunni si troveranno improvvisamente senza docenti. L’apprendimento di una classe delle paritarie vale meno di quello di una classe statale?
È questo il primo paradosso. Con la legge Berlinguer del 2000, le scuole paritarie sono entrate a far parte del sistema pubblico.
Dovrebbero avere lo stessa trattamento delle statali, ma questo non avviene.
I dirigenti scolastici si sentono umiliati, io per prima mi sento così. L’inizio dell’anno scolastico è sempre fatto di momenti concitati, ma mai come questo settembre.
Non faccio altro che ricevere telefonate di dirigenti e colleghi che mi raccontano preoccupati del gran numero di docenti che perderanno a breve, perché sceglieranno di andare a insegnare in una scuola statale.
Avevamo chiesto la possibilità di “congelare” il ruolo del nostro corpo docente fino all’anno successivo, o di poter fare ricorso al part time, per lo meno per le classi che necessitavano di una continuità di insegnamento, ma ci è stato negato. Così da un giorno all’altro molti studenti si troveranno senza prof.

Quanti professori cambieranno istituto?
È difficile fare una stima del numero al momento, visto che il concorso è nelle ultime fasi di svolgimento. Stamattina mi ha chiamato una dirigente scolastica di una primaria per raccontarmi che da lei su nove insegnanti se ne andranno in sette. In casi come questi praticamente così bisogna ripartire da zero.

Il percorso scolastico viene così lasciato a metà.
Secondo quanto stabilito dalla legge, abbiamo permesso ai professori delle nostre scuole di conseguire l’abilitazione, prima partecipando al Tfa e poi ai Pas, e durante questi periodi abbiamo dovuto riorganizzare il corpo docente. In tutto ciò abbiamo continuato a formarli personalmente, e a riprenderli a lavorare da noi una volta terminato.
Ora,  molti dirigenti scolastici statali mi stanno facendo i complimenti per il modo in cui sono stati formati i nostri docenti, l’attenzione e la cura che mettono nell’insegnare. Sono contenti di aver acquisito i nostri professori, e questo mi fa soffrire doppiamente. Abbiamo perso risorse preziose per i nostri alunni.

Parliamo del problema dei ritardi dei fondi pubblici.
Guardi, ci sono scuole paritarie che stanno ancora aspettando i contributi statali inerenti al 2014. Capisce in che situazione difficile vivono?
Per agevolare la velocità di distribuzione lo Stato ha dato incarico alle Regioni, ma non tutte si sono comportate in maniera impeccabile.
Purtroppo in questo momento stiamo vivendo il caso di una Regione che ha utilizzato i 24 milioni di euro destinati alle scuole paritarie per altre finalità. Non voglio farne il nome per il momento perché spero si possa risolvere al più presto questa incresciosa situazione. In caso contrario qualcuno dovrà rispondere dei propri errori.

Si è parlato molto, in maniera positiva, dei contributi per gli alunni disabili.
Lo ritengo un buon gesto per iniziare. Ma mille euro al mese per alunno è una cifra molto piccola. Non basta nemmeno per pagare lo stipendio del suo insegnante di sostegno. Se va bene con mille euro si copre la metà del costo che una scuola paritaria deve sostenere.

Come sono andate le iscrizioni quest’anno? Si leggono notizie che parlano di cali notevoli.
La Fidae sta raccogliendo i dati proprio in questi giorni, pensiamo di diffonderli a metà del mese prossimo. È vero che molto spesso si leggono sui giornali titoli negativi, ma i numeri sono da verificare e da comprendere.
Un calo di iscrizioni in una determinata area rispetto all’anno precedente potrebbe essere dovuto per esempio alla chiusura di una scuola, che è sempre una brutta notizia ma potrebbe non indicare una tendenza generale.

Qual è il futuro delle paritarie?
Vogliono costringerci ad alzare le rette, per poter andare avanti. Ma aumentarle significherebbe rendere ancora più inaccessibile per le famiglie meno abbienti la possibilità di iscrivere i propri figli liberamente alla scuola che vogliono. E pensare che continua a circolare la leggenda che le paritarie siano “le scuole di ricchi”, a dimostrazione che il modo in cui vengono trattati i nostri istituti è non è paritario. Ma umiliante.

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Sullo stesso argomento vedere anche:
Argomento: Politica

 Perché impegnarsi anche oggi per i valori non negoziabili

Rodolfo Casadei, per Tempi.it del 15 ottobre 2016
 
 

Incontro un vecchio amico un po’ su di giri per non so quale motivo, che mi apostrofa così: «Allora, ti prepari a nuove battaglie in nome dei valori non negoziabili? Sprecherai energie per battaglie perse in partenza sul gender nelle scuole, la cannabis legalizzata e l’eutanasia? Ancora non lo capite che la testimonianza chiesta oggi ai cristiani è un’altra?».

Gli faccio notare che l’espressione e il concetto di “valori non negoziabili” provengono da papa Giovanni Paolo II e dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede card. Joseph Ratzinger, cioè dall’autorità della Chiesa.
E che sul dovere dei cristiani di essere attivi sul piano pubblico quando la vita è minacciata, Giovanni Paolo II si è espresso in toni drammatici. Gli ricordo l’omelia della Messa a Washington, durante la prima visita apostolica negli Stati Uniti nel 1979: «Reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata», con annesso elenco di temi bioetici e socio-economici che richiedono al cristiano di esporsi politicamente.
«Sono interventi del passato che oggi non puoi riproporre tali e quali», mi risponde. «Vanno reinterpretati. E comunque il punto è che col tuo approccio non cambierai né la vita morale delle singole persone, né le leggi che osteggi».

Avrei voluto rispondergli che i Vangeli sono in giro da quasi duemila anni, e che la loro forza comunicativa sta proprio nel fatto che sono riproponibili senza reinterpretazioni. Ma ho lasciato perdere, giudicando che fra noi non c’era il clima di un autentico dialogo. Oggi tutti si riempiono la bocca con la parola “dialogo”, ma più spesso ripetono la parola, meno la mettono in pratica.

Prenderò parte, nella misura in cui la mia pigrizia e il mio poco coraggio me lo consentono, alle prossime battaglie verosimilmente perse in partenza sul gender nelle scuole, la legalizzazione della cannabis e dell’eutanasia, il matrimonio e l’adozione per le coppie dello stesso sesso, l’utero in affitto, la regolamentazione legale della prostituzione, il diritto all’obiezione di coscienza per chi è coinvolto come pubblico ufficiale in tutte queste pratiche, la difesa della libertà di pensiero, di parola e di espressione contro tutte le leggi Scalfarotto di questo mondo.
E lo farò nella consapevolezza che oggi il clima culturale dominante è tale, e i rapporti di forza sono tanto sbilanciati a favore dei nemici della vita (autoproclamati promotori di inesistenti diritti), che l’esito politico di queste battaglie sarà prevalentemente negativo.

Lo farò non per coprire con l’attivismo un qualche vuoto di esperienza esistenziale, ma per rispondere a una vocazione, a una chiamata. La chiamata ad accettare e abbracciare l’ora della persecuzione che scocca sul quadrante della storia e, poiché io sono un contemporaneo, della mia vita personale.
Per usare il linguaggio di Viktor Frankl, lo psicanalista ebreo viennese che ha creato la logoterapia, vivo le presenti circostanze non come homo faber, ma come homo patiens.
Il primo è l’uomo che realizza il senso della sua esistenza con atti creativi che modificano il dato di realtà: costruisce una casa, fonda una scuola, scrive un poema, vince una guerra o una competizione elettorale politica, approva una Costituzione, difende il buon diritto dei piccoli e dei deboli promulgando leggi giuste e abolendo quelle ingiuste, dà da mangiare agli affamati e dà da bere agli assetati, avvia un’impresa industriale o un ente no profit, eccetera.

Il secondo, invece, è colui che assume consapevolmente su di sé, che fa proprio e interiorizza, un destino inevitabile, che non ha scelto lui, ma che gli è stato presentato dalla vita senza possibilità di alternative.
È l’uomo che, come Cristo nel Getsemani, prega con le parole: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». L’homo patiens è il malato terminale di cancro, è il portatore di handicap gravissimo, è il condannato a morte prossimo all’esecuzione della sentenza, è l’ergastolano, è la sposa di un matrimonio combinato dalla sua famiglia, è il figlio su cui ricadono i debiti contratti dal padre, è il balbuziente, è il dislessico, è l’uomo o la donna sterili: sono tutti coloro ai quali tocca una sofferenza che non possono in alcun modo evitare con azioni, reazioni, iniziative.
Tranne che con quel tipo di azioni che pongono fine alla loro vita: il suicidio o l’eutanasia. Tali azioni implicherebbero un giudizio: che quella condizione di sofferenza non ha alcun senso, che in quelle determinate condizioni la vita diventa totalmente priva di significato e dunque di dignità. L’homo patiens ha la possibilità di dimostrare che quel giudizio è falso.
Egli può fare un’esperienza di appagamento, analoga a quella del politico che vince un’elezione o dello scrittore che scrive un bellissimo romanzo o dell’artigiano che produce un bellissimo mobile, se accetta come missione, come compito, quello di abbracciare e portare la sofferenza inevitabile che gli tocca. Se dimostra a se stesso e al mondo che «si può vivere così».
Anzi: questa azione così speciale che è l’accettazione della croce è moralmente più meritoria dell’azione creatrice che ha per scopo un determinato risultato.
Scrive Frankl: «La accettazione, almeno nel senso che essa ci fa sopportare in modo giusto e leale un destino autentico, è essa stessa un’azione; meglio ancora, essa è non solamente “una” prestazione, ma “la più alta” prestazione che all’uomo sia dato di realizzare».

Perché l’appagamento che viene dall’accettazione della sofferenza, cioè dall’accettazione della frustrazione dei propri desideri, sarebbe moralmente superiore, sarebbe più nobile dell’appagamento che viene dalla realizzazione dei propri progetti, dal compiersi dei propri desideri da parte dell’homo faber?
Perché quello dell’homo patiens è un appagamento che non ha bisogno del successo. L’homo faber gode solo se riesce nei suoi intenti, l’homo patiens gode nel cuore stesso del suo fallimento.

La malattia o una particolare condizione di schiavitù sociale non sono le uniche forme di destino doloroso cui non ci si può sottrarre, e del quale si può affermare il significato solo accettandolo e abbracciandolo.
Ci sono destini ai quali è la coscienza del singolo che non si può sottrarre: l’ostetrica svedese che non potrà più lavorare nel suo paese perché nessuna clinica assume personale che si rifiuta di compiere interruzioni di gravidanza, il Testimone di Geova eritreo che si fa vent’anni di lager perché rifiuta il servizio militare, l’impiegata cristiana pentecostale del Kentucky incarcerata perché nega la registrazione di un matrimonio omosessuale, gli uomini yazidi che vengono passati per le armi dall’Isis perché si rifiutano di abiurare la loro religione, il sacerdote cattolico caldeo iracheno che viene trucidato perché rifiuta l’ordine dei jihadisti di chiudere i battenti della sua parrocchia in quanto «io non posso chiudere le porte della casa di Dio».
In tutti questi casi, a imporre di abbracciare un destino doloroso non è una costrizione biologica o fisica, ma la costrizione della coscienza, il vincolo indissolubile della coscienza.

È proprio con questo spirito che oggi molti, cristiani e non solo, rispondono alla chiamata alle armi delle battaglie culturali e politiche che si profilano all’orizzonte.
Non si tratta di una militanza scelta in vista della vittoria, ma dell’assunzione su di sé di un destino che non possiamo eludere, di una croce che ci è chiesto di portare perché si compia il Suo disegno.
In analogia con quanto è stato chiesto a Gesù: «E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare». (Mc 8,31).
A chi in Occidente non rinuncia a richiamare le coscienze alla verità e alla giustizia sulle materie della vita, della famiglia, del diritto all’obiezione di coscienza, toccherà un martirio che probabilmente non sarà quello fisico cruento richiesto a Cristo.
Sarà una combinazione di violenze morali e psicologiche: emarginazione, demonizzazione, esclusione dai posti di responsabilità e da certe professioni, punizioni simboliche, ecc.

Chi oggi invita i cristiani ad astenersi dall’impegno pubblico sui temi sopra citati in considerazione del probabile fallimento politico dei loro sforzi, propone un’etica che non è quella cristiana: l’etica del successo.
Ma non sarà mai vero che un’azione, di qualunque tipo, ha senso solo se coronata da successo.
L’etica cristiana comporta l’essere liberi dall’esito, perché l’esito di ogni cosa è nelle mani di Dio, Suo è il disegno, Signore della storia è Lui, non noi.
L’indisponibilità di tanti a rendere testimonianza pubblica nel tempo presente anche alle verità cristiane che sono diventate scomode per la cultura e i poteri dominanti, giustificata con un misto di argomentazioni teologiche e sociologiche, appare dettata dal desiderio di non patire la sofferenza della sconfitta, del ritrovarsi in minoranza, del linciaggio morale.
Salire sulla croce non è una decisione facile, Gesù in persona ha cercato di eluderla.
Certo, deve essere una decisione libera e nessuno deve permettersi di gettare la suddetta croce sulle spalle di chi non la vuole portare.
Ma se chi non la vuole portare per giustificarsi sente il bisogno di accusare di nefandezze varie (fondamentalismo, integralismo, ideologismo, ecc.) quelli che stanno cercando di abbracciarla, una puntualizzazione come questa diventa una necessità.

Rodolfo Casadei

Argomento: Politica

 “I bambini non si comprano e le donne non sono cave di estrazione. Non possiamo limitarci a denunciare, ma dobbiamo scendere in piazza perché è Gesù che ci ha detto di gridare sui tetti”.
  Non è una chiamata alle armi, ma un appello forte quello che il Cardinale Carlo Caffarra fa in questa intervista alla Nuova BQ commentando la decisione della Regione Emilia Romagna di acquistare da banche del seme estere gameti femminili e maschili per promuovere la fecondazione eterologa.
 Caffarra dice di intervenire non come arcivescovo emerito di Bologna, ma come figlio di questa terra secondo “un diritto che mi è dato dall’essere io un emiliano”.
  Ma sull’iniziativa duplice dell’assessore regionale Sergio Venturi (acquisto di gameti all’estero e donazione gratuita di volontari “altruisti” italiani) ha deciso che non è più il momento di stare con le mani in mano.

"I bambini non si comprano, scendiamo in piazza"

di Andrea Zambrano, 08-10-2016

 

Eminenza, la decisione della Regione porta a un punto di non ritorno?

E’ una cosa gravissima e aberrante. Non ci si rende conto che si sta sradicando la genealogia della persona dalla genealogia naturale. La persona umana nasce radicandosi in carne e sangue in una genealogia ed è incredibile che a dire questo debba essere un vescovo perché non sto facendo altro che richiamare la coscienza civile a una dimensione naturale e biologica della persona. Così si distrugge il tessuto delle relazioni dentro le quali la persona umana cresce armoniosamente.

Eppure l’iniziativa è benedetta con i crismi di legge, a quanto pare…

I nostri padri costituenti non vedevano un altro modo di essere famiglia se non quello del matrimonio tra uomo e donna. E non riconoscerlo significa essere accecati da un’ideologia che impedisce di vedere come stanno veramente le cose.

A poco serve dunque dire che i gameti verranno donati?

Se ho capito bene qui si parla di dono, in realtà questo si riferisce alla campagna di raccolta, ma la Regione ha già avviato anche un bando per trovare le banche dei gameti esteri da cui acquistare soprattutto ovociti femminili. Ma questo non è gratuito: la regione spenderà 650mila euro nel biennio! E per farlo ha indetto un bando con una manifestazione di interesse. Ci rendiamo conto che stiamo trattando cellule riproduttive come un appalto stradale? Non siamo in grado di comprendere che stiamo usando denari pubblici per comprare uomini?

Finché le istituzioni controllavano un mercato tra privati c’era sempre l’ipocrisia di potersi chiudere gli occhi...

Ma ormai la veterinaria è entrata pienamente nell’umano. Gli ordinamenti giuridici hanno sempre avuto un trattamento di favore verso il matrimonio tra uomo e donna. Era il cosiddetto privilegium juris, questo non significa che bisogna punire gli omosessuali o i celibi, ma l’autorità pubblica che è responsabile del bene comune sa che la pietra fondamentale dell’edificio sociale è il rapporto uomo e donna da cui derivano in ordine alla procreazione e alla educazione nuove persone umane. Questa scelta di agire e di non favorire il matrimonio è contro il bene comune.

Si ammanta il tutto con la giustificazione dell’inverno demografico…

…ma non si dice mai quanti embrioni vengono distrutti, né si dice mai quali sono le percentuali di insuccesso. E neppure si fa comprendere che la donna sarà sottoposta a dei trattamenti ormonali massacranti. E’ un grande inganno, compiuto con fondi pubblici. Non si può tacere.

Ancora una volta la sua Emilia, regione all’avanguardia dei nuovi diritti e della nuova antropologia dei desideri che si fanno diritti. Oltre che sazia disperata adesso è anche transumana?

E’ con grande dolore che constato ciò. Ma non vedo altra soluzione se non un grandissimo impegno educativo, non possiamo pensare di ricostruire il tessuto collettivo del sociale se non attraverso una vera svolta nell’ambito educativo. E’ un processo lungo, ma non vedo altre strade.

Ma come? Siamo in una terra governata da politici che si dicono cattolici…

Qui tocchiamo un tasto dolente. Noi vescovi dobbiamo pronunciare dei grandi mea culpa: abbiamo lasciato cadere nelle nostre comunità l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, abbiamo smesso di educare a una fede che diventi criterio di giudizio su ciò che accade nella storia degli uomini e delle donne. Non abbiamo fornito criteri di valutazione, il risultato è che non vediamo più il legame tra ciò che celebriamo alla domenica e ciò che faremo al lunedì.

Provi a spiegarlo lei: perché disporre dei gameti è un atto contro natura?

Perché si producono le cose, non i bambini e questa è una produzione di bambini. Ma la logica della produzione deturpa la dignità della persona. Il bambino viene così deturpato nella sua dignità. In secondo luogo il corpo della donna non è una miniera, una cava da cui estrarre ciò che mi serve per compiere i miei desideri, perché un ovocita non è il tessuto della cornea di cui mi servo per dare la vista a un cieco. L’ovocita ha in sé la potenza di dare origine ad una nuova persona, non è una cellula qualsiasi.

Sembra un concetto semplice, ma ormai è diventato difficile da far capire…

E’ un problema culturale.

Perché la Chiesa si trova sempre a rincorrere queste tematiche?

In realtà la Chiesa che viene accusata di essere in ritardo, è sempre la prima a dire le cose. Solo che non viene ascoltata. Quando Benedetto XV definì la I Guerra Mondiale un’inutile strage, venne attaccato e lo apostrofarono come “Maledetto XV”. Oggi tutti gli storici sono concordi nel definire la Grande Guerra in questo modo.

Anche questa di disporre della vita umana come un oggetto è un’inutile strage?

Direi che ha in sé i crismi dell’ingiustizia contro il Creatore. Papa Francesco ha riferito una frase del Papa emerito Benedetto XVI che in una conversazione con lui ha detto che i peccati oggi sono peccati contro Dio Creatore, è Dio che si sta sfigurando.

Eppure, sempre a proposito di vescovi reticenti, non si ricorda mai che cosa rischia un’anima che li compie.

Certo, infatti proprio la prossima settimana presenterò il libro del cardinal Ruini che parla di Inferno e Paradiso. C’è un’eternità nella vita felice, ma c’è un’eternità anche nella dannazione.

Il mondo cattolico però è combattuto: è sufficiente denunciare questa deriva antiumana o bisogna fare qualcosa di più?

Il male va fermato. Papa Francesco ha parlato di una guerra mondiale che mira alla distruzione del matrimonio. Se ci troviamo di fronte ad una guerra non possiamo limitarci a dire “Io queste cose non le faccio, io non sono un soldato di questa guerra”. No, dobbiamo scendere in piazza e fare di tutto per fermare il male e rispettare il diritto alla vita e all’educazione libera.

E’ una posizione da Chiesa nelle catacombe?

Non siamo ancora nelle catacombe, ricordo che la Chiesa non ha mai scelto di andarci. Quando ce l’hanno mandata c’è stata, ma la Chiesa non sceglie mai le catacombe. Dobbiamo essere fedeli e saldi al dettato di Gesù, di cui spesso per il nostro torpore e i nostri peccati ci dimentichiamo: “Quello che vi dico nelle orecchie, gridatelo sui tetti”.

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da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-bambini-non-si-comprano-scendiamo-in-piazzacaffarra-accusa-la-sua-emilia-aberrante-17638.htm

Argomento: Politica

 Vi spiego perché ho partecipato alla convention di Stefano Parisi.
Parla Massimo Gandolfini

 

All’interno della variegata galassia del Family Day c’è chi ha contestato la sua decisione di accettare l’invito di Stefano Parisi e di parlare dal palco del MegaWatt di Milano. Massimo Gandolfini, però, non ha dubbi nel rivendicare la sua scelta: “Penso sia sempre importante che il nostro popolo faccia sentire la sua voce e le sue istanze“.

In questa conversazione con Formiche.net il portavoce del Family Day – e coordinatore del comitato Difendiamo i Nostri Figli – si dice convinto della necessità di osservare con attenzione cosa accade nel panorama politico italiano per verificare se “ci sia qualche forza che intenda rappresentare e tutelare i nostri valori“.

Gandolfini, è venuto alla convention parisiana per tastare il terreno?

Visto che si tratta di una novità assoluta, ho pensato che sarebbe stato utile e interessante partecipare, in modo da capirci qualcosa di più e da ribadire le nostre priorità.

E che impressione si è fatto di questa iniziativa?

Ovviamente è ancora presto per sapere con certezza quali politiche Stefano Parisi e il suo movimento metteranno in campo. A maggior ragione – dato che ci troviamo in una fase assolutamente preliminare –  ritengo sia fondamentale indicare le nostre aspettative, cosa ci attendiamo che una forza politica popolare faccia. Dopodiché valuteremo le proposte concrete e ci comporteremo di conseguenza.

Cos’ha capito finora del progetto politico di Parisi? 

Mi pare ci siano moltissimi punti in comune: in particolare il ruolo della famiglia non solo – o non tanto – dal punto di vista antropologico, ma soprattutto sotto il profilo sociale ed economico.

E’ ormai ufficiale che il popolo del family day non si costituirà in un movimento politico autonomo?

Si può dire che rimarrà un grande movimento culturale, portatore di principi antropologici imperniati sui valori della vita e della famiglia. Secondo la mia visione, non si strutturerà in un partito, ma avrà gli occhi ben aperti per capire quali forze politiche faranno proprie e difenderanno le sue istanze.

Non si sta riferendo a Matteo Renzi immagino. Giusto?

Assolutamente no, figuriamoci. La storia dice chiaramente che Renzi non ci rappresenta.

Perché secondo lei non è giusto fare un partito della famiglia?

Un partito costruito su istanze esclusivamente etiche e antropologiche non potrebbe mai funzionare. Tutti i partiti devono avere un ventaglio di proposte a 360 gradi. Noi vogliamo portare avanti questo grande movimento che conta centinaia di migliaia di persone per fare pressing sulle forze politiche e le istituzioni in modo che riconoscano e tutelino i nostri valori.

In conclusione, la sua partecipazione alla convention di Parisi ha fatto storcere il naso a più di qualcuno all’interno del Family Day. Come risponde a queste critiche?

Guardi, troveremo sempre chi si ostina a non capire o a dare letture autonome e personalistiche. La realtà è ben diversa: io sono attento alle iniziative di chiunque tratti temi che possono riguardare la famiglia. Se trovassimo qualcuno che rappresenti il nostro sistema di valori all’interno del mondo istituzionale e politico, è chiaro che avrebbe la nostra simpatia e il nostro interesse.

 

da: http://formiche.net/2016/09/17/gandolfini-parisi-convention-family-day/

Argomento: Politica

 Scuola gender/ Gandolfini : “Ministro Giannini faccia subito chiarezza riguardo all’educazione all’affettività”

Il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha annunciato che «entro la prima metà di ottobre» verranno presentate le linee-guida del comma 16 della legge 107, la Buona scuola, relative all’attivazione di percorsi educativi di lotta alla 'discriminazione per orientamento di genere'.
Ancora una volta dobbiamo rinnovare la richiesta di fare chiarezza assoluta riguardo ai contenuti, prima che tali percorsi vengano implementati.
Non è infatti ammissibile che, utilizzando il nobile scopo della lotta alle discriminazioni, al bullismo e al violenza contro le donne, si propongano percorsi educativi che educhino alla libera scelta dell’identità di genere, come trapelerebbe da alcune indiscrezioni di stampa risalenti allo scorso luglio e mai smentite.
Rilanciamo inoltre la richiesta di ufficializzazione del consenso informato preventivo per affermare il diritto del primato educativo dei genitori

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All’interno della vicenda del comma 16 della “Buona Scuola” le dichiarazioni del ministro Giannini rilasciate pochi giorni fa al Corriere della Sera (link) risultano estremamente critiche.
 
Il ministro ha affermato che saranno presentate a breve le linee guida per introdurre  tramite la formazione degli insegnanti “l’educazione all’affettività” nelle scuole italiane (“perché la scuola non parla d’amore”); attività che il Corriere ha inquadrato ancor più direttamente in quell’“educazione sessuale“ di cui l’Italia sarebbe deficitaria rispetto alla ovviamente  più “progredita” Europa (sul “Falso mito dell’ educazione sessuale a scuola”: https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/).
 
Parlando di educazione all’affettività circa questo documento di imminente diffusione, il ministro Giannini sembra lasciar intendere che il comma 16 della Buona scuola, non assicurerà genericamente solo “l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo (…) l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”, ma che con esso si potrebbe arrivare a tutti gli effetti all’introduzione di un’educazione affettiva e sessuale “di stato” e obbligatoria, senza considerare quindi le differenze educative e culturali che caratterizzano gli alunni e le famiglie italiane, la cui la libertà di educazione – su temi tanto delicati – verrebbe a tutti gli effetti scavalcata.
Tutto questo sembra svilupparsi all’interno di un progetto molto ben articolato: da un lato il comma 16 della “Buona Scuola”, dall’altro le ben otto proposte di legge in discussione proprio in questi giorni alla Camera per l’introduzione nei curricoli scolastici dell’educazione sessuale e di genere –   alcune delle quali estremamente ideologiche – che scavalcano di fatto il primato educativo dei genitori, delle quali a quanto pare si dà già per scontata l’approvazione.
 
Come ha argomentato su Il Giornale lo scrittore e psicoterapeuta Claudio Risè, se l’educazione all’affettività “diventa esercizio di potere del governo sugli studenti e sulle loro emozioni, esercitato con «linee guida» e altri orpelli governativi (…) fa solo accapponare la pelle” link
Il ministro Giannini ha spiegato poi che il lavoro sulle linee guida è “praticamente concluso”. Questo conferma purtroppo il timore delle associazioni dei genitori di non aver alcuna voce in capitolo su un tema così fondamentale e, dopo la “presentazione mancata” al FONAGS del documento nel luglio scorso, di non venir più consultate se non per mera formalità.
 
Il ministro ha assicurato però al Corriere che le linee guida non avranno una “forma prescrittiva” per gli insegnanti ma le scuole poi potranno tradurre questo “progetto educativo” in “totale autonomia”.
Ci domandiamo come si possa conciliare questa dichiarazione con il fatto che da mesi il MIUR non stia assicurando le garanzie richieste da più parti sul fatto che queste forme di educazione, qualora introdotte, non saranno imposte come obbligatorie.
 
Ci sembra d’altra parte urgente ufficializzare  e rendere obbligatorio il “consenso informato preventivo” per i genitori e la possibilità di esonero su tutti i temi educativi sensibili, per i quali la facoltà di scelta spetta alle famiglie anche qualora venissero affrontati in orario scolastico.
Proprio nella totale “autonomia” delle scuole infatti molti progetti non condivisi sono stati già introdotti, senza rispettare le posizioni dei genitori nei consigli d’istituto e di classe e le richieste delle associazioni dei genitori, che proprio per la legge sull’autonomia scolastica, dovrebbero essere coinvolte dalle scuole nelle proprie scelte educative.
 
Gravissimo anche che nell’intervista sul Corriere venga citata come esempio di Associazione competente per “parlare d’ amore ai ragazzi” l’Ombelico, la quale lavora anche nelle scuole d’infanzia e sottoscrive  iniziative per educatori  – come il convegno “Educare alle “differenze”-  insieme all’Arcigay e al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Il che dovrebbe almeno far considerare il rischio di una visione della sessualità un filino di parte.
Uno dei punti critici di molti progetti educativi negli ultimi due anni è stata proprio la mancanza di requisiti per l’accreditamento dei formatori esterni lasciati entrare nelle scuole.
 
Infine, sentendo il ministro affermare che su questi temi “si tratterà di una formazione obbligatoria” per i docenti, possiamo senza dubbio affermare che si profilano scenari preoccupanti.
Quali garanzie ci sarebbero in una formazione di stato dei docenti su questi temi così delicati e controversi sul piano scientifico e pedagogico (senza considerare le variegatissime culture delle famiglie dei bambini e ragazzi presenti nelle classi nostrane)?
 
Un esperimento fatto dal MIUR con l’associazione SOROPTMIST mesi fa ha mandato in giro per l’Italia, a formare gli insegnanti sui temi del comma 16, proprio i collaboratori della “Strategia Nazionale  UNAR” contro le discriminazioni come il prof. Giuseppe Burgio di Palermo. Ricordiamo che detta  strategia aveva coinvolto SOLO associazioni LGBT escludendo tutte quelle dei genitori. Alla faccia del pluralismo culturale.
E la libertà di insegnamento – tutelata anch’essa dalla nostra Costituzione insieme al primato educativo dei genitori – che fine farebbe in questo scenario? Saremo costretti ad affrontare la gravissima questione dell’obiezione di coscienza da parte dei docenti?
E i genitori? Immaginate se gli insegnanti dei vostri figli venissero formati per fare un’educazione sessuale ispirata ad una visione diversa – seppur legittima – dalla vostra. Vi farebbe piacere che si insegnassero ai vostri figli comportamenti sessuali e affettivi o modi di intendere l’identità sessuale diversi da quelli voi ritenete buoni per loro?
 
A fronte di tutti questi aspetti non ci resta che sottoscrivere quanto hanno scritto preoccupati, in una lettera al Corriere, i presidenti di tre storiche associazioni di genitori accreditate al MIUR (AGE, MOIGE e FAES), ribadendo di non ricevuto ancora neanche  una bozza di queste linee guida:
“Come è possibile conciliare l’educazione all’affettività ritenuta idonea da un genitore che crede in una sessualità coniugale, stabile e fedele, con quella di chi – altrettanto legittimamente – desidera educare i figli a una sessualità promiscua, magari infedele, comunque staccata dall’affetto? Questi sono semplicemente due casi limite, che esprimono il pluralismo sul sesso.
 
Non possiamo accettare che lo Stato ‘carpisca’ ai genitori questo primordiale e inalienabile diritto, come sta avvenendo in questi giorni al Parlamento con ddl sull’educazione sessuale e l’educazione di genere. Uno Stato autenticamente laico deve amare la libertà dei singoli e la libertà educativa dei genitori, come prescrivono sia la Costituzione sia la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.
Crediamo in uno Stato libero e laico che non può, assolutamente, arrogarsi il diritto di educare all’affettività, alla sessualità, e all’orientamento sessuale scavalcando o eludendo il ruolo genitoriale, in quanto queste tematiche appartengono, per diritto sovranazionale (vedi dichiarazione universale diritti dell’uomo) alla sfera didattica ed educativa dei genitori.”
 
Da: http://comitatoarticolo26.it/su-buona-scuola-ed-educazione-allaffettivita-nella-scuola/
Argomento: Politica

 Aborto, immigrazione, Lgbt e lotta all’islamofobia 
  Tutti i sogni nel cassetto di George Soros

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Per alcuni conservatori è il diavolo in persona, un puparo che si cela dietro a ogni evento funesto. Per altri è solo un cinico speculatore che compie ogni mossa per lucrare sulle perdite altrui. Stiamo ovviamente parlando del finanziere George Soros, uno degli uomini più ricchi del pianeta, classe 1930, ungherese ed ebreo “non sionista”. Torna alla ribalta in questo periodo ferragostano perché è vittima di una delle operazioni di hacker più eclatanti del decennio. Oltre 2500 documenti della sua Open Society Foundation sono stati infatti pubblicati sul sito DC Leaks. Dai quali possiamo capire meglio chi sia veramente e soprattutto a cosa miri.

L’Open Society nacque nel 1984 per contribuire alla liberazione dell’Est europeo dal giogo comunista. La prima sede fu aperta in Ungheria, sfidando la repressione del regime, per distribuire fotocopiatrici, con cui potevano essere replicati scritti proibiti. Altre sedi vennero aperte anche in Polonia e in Russia, negli anni a cavallo del collasso del blocco orientale. In parte la prima missione della Open Society è rimasta la stessa: aiutare i paesi usciti dal comunismo a compiere una transizione verso la democrazia e il libero mercato. L’impegno prosegue tuttora con l’Ucraina, di cui Soros è uno strenuo difensore. E’ soprattutto per questo motivo che non gode di buona stampa nella Russia post-sovietica (che ne ingigantisce a dismisura le colpe). E pare che anche lo stesso furto di dati di cui si parla sia opera di hacker russi, stando a fonti dell’agenzia Bloomberg. Tuttavia, a questa missione storica nell’Est europeo post-comunista, si è poi aggiunto tutto il resto dell’agenda progressista, come nel caso di tante altre organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani nate durante la guerra fredda e poi cresciute nel ventennio successivo. Ci limitiamo a sottolinearne gli aspetti principali, quelli che interessano anche direttamente i principi non negoziabili, la politica europea e italiana. Ne emerge quella che è l’agenda di tutta la sinistra occidentale, nordamericana ed europea.

Immigrazione

Un documento pubblicato da DC Leaks invita a considerare il fenomeno dell’immigrazione in Europa, non come una crisi, ma come un “nuovo standard di normalità”, dunque permanente. L’obiettivo implicito della Open Society è quello di sottrarre le decisioni sull’immigrazione agli Stati nazionali per trasferire la loro gestione a enti sovranazionali. Insomma, quel che l’Ue ha provato a fare (senza riuscirci) con le quote di distribuzione dei rifugiati. Secondo un memorandum redatto da Anna Crowley e Kate Rosin dell’International Migration Initiative, si sollecita con un certo cinismo ad “approfittare della condizione creata dalla crisi attuale (sic!) per influenzare il dibattito sul ripensamento della gestione delle migrazioni”, cioè “riforme volte a una governance globale delle migrazioni”. Obiettivo dichiarato è quello di far accettare all’Ue almeno 300mila rifugiati all’anno, in cambio di 30 miliardi di euro all’anno per realizzare un piano di asilo completo. Anche all’Ucraina (con 2 milioni di profughi interni causati dalla guerra nel Donbass) si propone di accettare una quota di rifugiati in cambio di aiuti economici. In un documento che riguarda gli Stati Uniti, risalente al febbraio del 2015, risulta che la Open Society abbia anche cercato di influenzare un verdetto della Corte Suprema, nel caso Texas contro Corte Suprema: lo Stato americano confinante col Messico aveva fatto causa contro un ordine esecutivo del presidente Obama, che avrebbe permesso il ricongiungimento dei parenti con gli immigrati regolari. L’arma che la fondazione di Soros ha scelto per influenzare il parere dei giudici è una campagna a mezzo stampa, attraverso i suoi membri inseriti nei media più influenti, come Danielle Allen (Washington Post) Rosa Brooks (Foreign Policy) e Steve Coll (decano della scuola di giornalismo della Columbia University).

Islam

Ovviamente la campagna pro-immigrazione, specialmente in Europa, non può essere disgiunta dal tema dell’islam. In questo caso, DC Leaks rivela lo sforzo per combattere contro l’“islamofobia” a tutti i livelli. Un memorandum del 2011, “U.S. Models for Combating Xenophobia and Intolerance”, propone un finanziamento al Center for American Progress (fondato da John Podesta, capo della campagna elettorale di Hillary Clinton) per un programma contro l’islamofobia. Un programma articolato in tre punti: “studiare il fanatismo anti-musulmano nella sfera pubblica”, “condurre un’inchiesta sul movimento islamofobo” e “riunire un convegno di esperti, compresi i rappresentanti di organizzazioni progressiste e della comunità araba, mediorientale, musulmana e sudamericana per formulare una strategia comune contro la xenofobia anti-islamica”. Fra gli “islamofobi” identificati nello studio figurano anche opinion maker di punta del mondo conservatore, come Pamela Geller e David Horowitz, Liz Cheney (figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney) e Cliff May. La campagna riguarda soprattutto Israele. Con buona pace dei teorici della cospirazione che vedono in Soros un sionista volto a promuovere lo Stato ebraico, la sua fondazione finanzia iniziative anti-israeliane arabe e di sinistra, come l’Ong araba Adalah (beneficiaria di 2,7 milioni di dollari dal 2001) che considera Israele come una “impresa colonialista”. E l’Ilam Media Center (beneficiario di 1 milioni di dollari) che nel 2014 chiese al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu di condannare e isolare lo Stato ebraico per la sua guerra a Gaza contro Hamas. In generale, citando uno dei documenti trapelati dal suo ufficio mediorientale, la fondazione di Soros vanta un “successo nella sfida alle politiche razziste e antidemocratiche di Israele nell’arena internazionale”.

Xenofobia

La lotta all’islamofobia è chiaramente una parte di una più ampia battaglia contro la xenofobia. Una lotta contro i mulini a vento, se consideriamo quanta attenzione venga riposta dal legislatore nordamericano ed europeo alla lotta contro il razzismo. Eppure la Osepi, la branca della Open Society che si occupa delle politiche europee, fornisce agli eurodeputati socialisti e democratici un corso di aggiornamento su come contrastare e letteralmente tacitare gli “xenofobi” europei, fra cui figura anche l’italiana Lega Nord. La Osepi, in uno dei documenti pubblicati da DcLeaks, ammette di organizzare incontri con gli eurodeputati per “riscrivere le regole del Parlamento al fine di vietare ogni discorso di odio”. Termine generico in base al quale si potrebbe tacitare ogni argomento non gradito alla sinistra multiculturale. Tra i beneficiari della campagna di Soros contro la xenofobia risulta anche l’italiana Associazione 21 Luglio un’organizzazione non profit impegnata nella promozione dei diritti umani di rom e sinti. Ha ricevuto 49.782 dollari per il progetto “Per i diritti, contro la xenofobia”, svoltosi dal 1 gennaio al 1 luglio 2014, nell’anno delle elezioni europee. Ma un impegno ancor più vasto è volto a sostenere la lotta all’omofobia, quella che viene considerata come la nuova forma di “razzismo”…

LGBT

In Italia, l’Arcigay ha ricevuto ben 99.690 dollari per un progetto durato dal dicembre del 2013 al dicembre del 2014, sempre l’anno delle elezioni. Il titolo del progetto era “LGBT Mob-Watch Italy-Europe 2014”, e aveva quale obiettivo: “smuovere, canalizzare ed ampliare la voce e la domanda del popolo LGBT italiano ed i loro alleati per le elezioni europee del 2014, costruendo uno strumento permanente di monitoraggio, campagna, mobilitazione e lobbying per queste e le prossime elezioni”. Negare che esista una “lobby gay” d’ora in avanti non sarà più possibile. Chiaramente il programma di Soros non si limita alla sola Italia, ma va a beneficiare anche la Ilga Europa (68.000 dollari ricevuti) per il progetto “European elections 2014: Cross-communities mobilization project for a universal and indivisible EU equality agenda”. In Grecia, l’organizzazione “Athens Pride” ha ricevuto 26.000 dollari per il progetto “Vote for your rights” volto a promuovere la comunità LGBTQ greca sempre in vista del voto europeo. Il grosso dello sforzo per promuovere i “nuovi diritti” è ovviamente negli Usa, dove Soros ha elargito nel 2013 altri 100.000 dollari alla Gay Straight Alliance, la stessa organizzazione che ha promosso l’ormai celebre “guerra dei bagni pubblici” nella North Carolina. L’anno successivo, Soros ha elargito una somma ingente, mezzo milione di dollari, a Justice at Stake, un’associazione che promuove la “difesa della diversità” nei tribunali. Perché “una maggior diversità negli uffici dei giudici migliora la qualità della giustizia per tutti i cittadini”. Cosa vorrà dire? Sarà possibile intuirlo dopo le prime sentenze sulla diversità e sulla libertà di religione.

Vita

Ovviamente, assieme all’impegno per la comunità Lgbt non poteva mancare anche la campagna per l’aborto. La Open Society si è impegnata a promuoverlo in Irlanda e l’anno scorso si preparava a festeggiare la vittoria così, come leggiamo in un documento pubblicato da DC Leaks: “Con una delle leggi più proibizioniste del mondo, una vittoria là (in Irlanda, ndr), potrà avere un notevole impatto sull’opinione pubblica di altri paesi cattolici in Europa, come la Polonia, e fornire la necessaria prova che un cambiamento è possibile, anche nei posti più conservatori”. Cora Sherlock, attivista pro-life, dichiara a Catholic News Agency che ora si spiega il perché di tanta potenza di fuoco del partito avversario: era estremamente difficile esprimersi a favore del diritto alla vita, difficile competere contro un avversario super-finanziato che alla fine è riuscito ad abrogare l’Ottavo Emendamento della Costituzione irlandese, quello che proteggeva la vita sin dal concepimento. L’impegno della Soros, dopo l’Irlanda, proseguirà in Messico, Zambia, Nigeria e Tanzania. Ovunque ci sono organizzazioni locali pronte a ricevere il messaggio e i soldi necessari, in un piano triennale che si dovrebbe concludere entro il 2019.

Sebbene sia impossibile trarre conclusioni definitive su una piccola parte di documenti rivelati e consultabili da meno di una settimana, il quadro che emerge sinora è quello di una fondazione che sta contribuendo a plasmare l’agenda delle sinistre occidentali. La Open Society non è unica nel suo genere: anche altre iniziative filantropiche miliardarie, come la fondazione di Bill Gates, hanno agende simili, a cui si aggiunge la campagna contro il riscaldamento globale. Lascia perplessi, piuttosto, che una fondazione che si intitola Società Aperta (dal titolo del classico del liberalismo di Karl Popper) agisca con metodi non molto aperti, né troppo trasparenti per influenzare classi dirigenti in tutto il mondo. Lo dimostra il fatto stesso che c’è voluto un gruppo di hacker per sapere cosa bolle in quella pentola. E’ segno che queste politiche non potrebbero essere sostenute da ampie maggioranze dell’opinione pubblica, se fossero palesi sin da subito. La sinistra ha perso il marxismo, ma non rinuncia alla sua agenda globalista in cui l’unico valore è ora la “diversità”, nuova declinazione dell’uguaglianza sociale. E sempre con i vecchi esponenti della vecchia sinistra, se è vero che, nel nostro paese, i possibili “compagni di strada” delle politiche europee promosse da Soros sono Sergio Cofferati (ex Cgil), Barbara Spinelli (L’Altra Europa con Tsipras) e Cécile Kyenge.  

(di Stefano Magni su La Nuova Bussola Quotidiana del 24 agosto 2016)

Argomento: Politica

 Cannabis: Non c’è niente di leggero!
di Don Chino Pezzoli – Fondatore della Cooperativa Sociale Promozione Umana.
agosto 2016

 

Spesso ritorna questa notizia: uso della cannabis a scopo terapeutico.

Si ripetono le solite sparate, la solita superficialità.

Dopo tanti anni di esperienza con i tossicodipendenti non riusciamo proprio a classificare alcune droghe come “leggere”.   Se per droghe leggere si intendono le sostanze canna biche (hashish e marijuana) occorre spiegare ai giovani e adulti che cosa si intende per “leggere”.

Un errore, ormai diffuso, consiste nel classificare come “leggere” le sostanze con le quali si può convivere. Si procede nel pubblicizzare l’uso delle sostanze canna biche.

Si assicura l’opinione pubblica che tali sostanze non fanno male, che occorre permettere l’uso.

Autorevoli personaggi fanno conoscere la loro opinione in merito, che il più delle volte suona come una sentenza o peggio, invito alla trasgressione.

Non va dimenticato poi come l’uso della cannabis è il consolidato “rito” iniziale per passare alle altre sostanze “pesanti” come eroina ma in particolar modo la cocaina.  Le schede che compiliamo ai nostri centri d’ascolto, quando i ragazzi vengono per chiedere la comunità, ci danno questo dato chiaro e preciso: più dell’85% dei ragazzi dipendenti da droga hanno iniziato con gli “spinelli”.  

E ormai più che certo, oggi, che la cannabis è diventata la droga d’inizio.

L’uso precoce di cannabis può avere un ruolo importante nella sensibilizzazione cerebrale verso la ricerca e la sperimentazione di sostanze stupefacenti a più alto rendimento farmacologico.

In molte persone, non in tutte, l’uso precoce può indurre un comportamento di ulteriore sperimentazione evolutiva di droghe.

Chi usa cannabis corre un rischio 60 volte maggiore di passare ad altre sostanze illecite rispetto a chi non consuma.   Credo, poi, che sia necessario considerare, prima di tutto, il significato dell’uso di una sostanza stupefacente all’interno della cultura giovanile e le sue implicanze psichiche sullo sviluppo dell’io.

Bisogna riconoscere che nella cultura contemporanea c’è un’alta incidenza e un’ampia accettazione dell’uso di marijuana, di hashish.

La maggior parte dei diciottenni (2/3 circa) hanno sperimentato tali sostanze.

Un tasso di sperimentatori e consumatori così alto ci preoccupa e non può essere considerato un comportamento deviante da tollerare o da legittimare con una legge.

Il periodo dell’adolescenza è difficile, il giovane affronta il compito evolutivo di differenziazione dai genitori per raggiungere una identità autonoma.

La sperimentazione dei nuovi valori e delle nuove convinzioni, la ricerca di nuovi ruoli e identità, la verifica dei propri limiti e dei confini del proprio sé, non possono essere turbati da una sostanza alternativa della psiche.    Affermare che gli adolescenti, proprio per la loro esigenza di sperimentazione evolutiva e verifica dei propri limiti, sono tentati di sperimentare l’uso di sostanze canna biche è davvero una pazzia scientifica.

La mente debole e non ancora strutturata dell’adolescente passa facilmente dall’uso all’abuso delle sostanze canna biche. Spesso l’adolescente trova in queste sostanze lo sfogo emotivo e la compensazione per la carenza di rapporti umani significativi.

E’ estremamente pericoloso favorire al giovane l’uso di sostanze disinibitorie per permettergli un inserimento adeguato nel gruppo dei pari.

Non è la marijuana il “farmaco” che disinibisce e permette la comunicazione, il dialogo.

Una mente alterata non comunica con gli altri, ma solo riesce a fondersi nel gruppo perdendo completamente l’autonomia, l’identità.  

Forse alla nostra cultura piace il giovane in balia di spinte emozionali incontrollate, di gesti euforici e disordinati, di comportamenti rambeschi.

Ecco perché si scrive e si dice che i giovani che consumano cannabis hanno migliori capacità di istaurare rapporti sociali, hanno un maggior senso d’avventura e si preoccupano maggiormente dei sentimenti degli altri.

Sono bugie professionali che non possono essere sostenute se non si vuole confondere la maturità dell’io con la stupidità.

Qualcuno poi ha anche sostenuto che l’uso della marijuana e hashish facilità un concetto positivo di sé. Ipotecare una simile eresia equivale a sostenere la tesi che tutte le persone per evolvere e prendere coscienza del proprio io, dovrebbero conoscere l’impiego di cannaboidi o di altre sostanze. Siamo veramente in una cultura demenziale!    Si vuole a tutti i costi legittimare una devianza con tesi assurde.

Si cerca, inoltre, di sostenere che il consumo di cannabis abbia assunto, nella cultura giovanile, gli stessi significati psico-sociali che erano associati all’alcool nelle generazioni precedenti.

Di fronte a simili affermazioni pericolose, sarà bene precisare alcuni rischi derivanti dall’uso delle cannabis.

Prima di tutto, è bene ribadirlo, che sono pochissimi gli sperimentatori della cannabis che riflettono una normale fase di esplorazione e di curiosità. I giovani sperimentatori, ben presto, diventano consumatori. I consumatori abituali sono  incapaci di investire energie in relazioni interpersonali significative o di trarne soddisfazione.

Inoltre, la loro sfiducia, la loro ostilità e il loro isolamento emotivo, impediscono che le relazione ottenute sotto l’effetto della sostanza divengano realtà.

Non sono in grado di investire le loro energie nella scuola, nel lavoro, o di impegnarle per il raggiungimento di obiettivi significativi.

In altre parole, sono alienati “dall’amore e dal lavoro”, da ciò che da significato alla vita e permette di trarne soddisfazione. Parallelamente si sentono infelici e inadeguati con tutti e con tutto. Sentendosi infelici e incapaci, questi giovani rifiutano qualsiasi rapporto continuo e costruttivo e vivono in un “mondo-altro” palesando reattività e aggressività verso una vita normale.

Dimostrano, quindi, incapacità nel controllare e regolare gli impulsi. Non c’è in loro interessi per i rapporti umani, vale a dire, non c’è rapporto con ciò che dà alla vita un senso di stabilità, uno scopo.

L’impulso del momento diventa per loro fondamentale, non viene però trasformato gradualmente e mediato da un sistema più ampio di valori e di obiettivi, perché il sistema psichico è alterato e quindi carente di funzionalità elaborativa dei contenuti.

Nella mancanza e abbassamento delle capacità interiori, la pazienza e tolleranza sono impossibili. Gli stessi sentimenti vengono “offuscati”in quanto la sostanza offre momentanee gratificazioni illusive di relazione, di contenuto, di rapporto con gli altri.

Si hanno, inoltre, seri motivi (questo è grave) per ritenere che l’uso della cannabis procuri al consumatore disagi assai gravi, come la riattivazione di stati latenti schizofrenici. Sono ormai parecchi i casi accertati di giovani compromessi nella psiche in modo irreversibile per l’uso di tali sostanze.

Cannabis e alterazioni cerebrali

Secondo gli studi del Dott. Ameri (1999), la tossicità della marijuana è stata sottovalutata per molto tempo. Tuttavia, recenti scoperte hanno evidenziato che il principio attivo della THC tetraidrocannabinolo (quintuplicato in questi ultimi anni), induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del DNA nell’ippocampo. L’esposizione al THC nella fase dell’adolescenza è stata associata a deficit cognitivi a lungo termine e ad una minore efficienza delle connessioni sinaitiche nell’ippocampo in età adulta. Gli studi sugli effetti cognitivi dell’uso di cannabis riportano deficit nell’attenzione sostenuta, nell’apprendimento, nella memoria, nella flessibilità mentale. Gli studi sugli umani indicano che più precoce è l’inizio d’uso di cannabis, maggiori e più gravi sono le conseguenze cognitive associate.

Cannabis e disturbi psicotici

Il consumo i cannabis ha effetti molto gravi sempre a partire dall’adolescenza: confermano che le alterazioni conseguenti all’uso di cannabis alterano la capacità dei neuroni di svilupparsi in maniera appropriata, con il risultato che il cervello di un adulto che da adolescente ha consumato cannabis risulta (più leggero) più vulnerabile ed esposto all’insorgere di disturbi mentali (depressione, psicosi, e disturbi affettivi) (Le Bec 2009)

Dipendenza e astinenza

L’uso di cannabis a lungo termine può condurre a dipendenza. I sintomi di una possibile dipendenza, quali umore irritabile o ansioso, accompagnato da modificazioni fisiche come tremore, sudorazione, nausea, modifiche dell’appetito e turbe del sonno, sono stati descritti anche in associazione a dosi molto alte di cannabis.

Cannabis e cancro

Il fumo di cannabis altera la composizione genetica del DNA aumentando il rischio di cancro. La tossicità colpisce a livello osseo, respiratorio (danno alle mucose bronchiali 3-4 spinelli al giorno corrispondono a quello derivante da 20 o più sigarette al giorno) e psichiatrico.

Cannabis e sessualità

Molti soggetti consumatori di cannabis possono risultare incapaci di raggiungere l’erezione. E’ noto da tempo, infatti, l’effetto negativo sulla sfera sessuale del principio attivo della cannabis (THC) sia sugli uomini che sulle donne. Il consumo di marijuana è stato anche associato all’inibizione dell’orgasmo. L’abuso di sostanze potrebbe contribuire a provocare l’infertilità nell’uomo. E’ stato osservato una minor incidenza di spermatozoi competenti, cioè in grado di fecondare, nei fumatori di cannabis rispetto ai non fumatori. Per la fertilità femminile, aumento dei livelli testosterone, alterazione del ciclo mestruale.

Cannabis, alcool ed effetti sulla guida

Alcool e cannabis sono le due sostanze psicoattive più diffuse tra i consumatori di droghe, spesso assunte in maniera combinata anche prima di mettersi alla guida e, per questo causa di numerosi incidenti stradali. Gli effetti della cannabis alla guida variano in relazione alla dose di principio attivo assunta, alla via di somministrazione, alle esperienze pregresse dell’utilizzazione, alla vulnerabilità individuale e al contesto di assunzione. Sia gli studi sperimentali che gli studi epidemiologici che analizzano gli effetti della cannabis sulle prestazioni psicomotorie evidenziano scompensi gravi rispetto ad una serie di funzioni necessarie alla guida.

Uso di cannabis e comportamenti criminali

Il consumo di cannabis in età adolescenziale aumenta la possibilità di essere successivamente coinvolti in attività criminali.

Conclusioni

Facciamo nostre le parole del Dipartimento Nazionale delle Dipendenze: “..gli effetti negativi della cannabis e dei suoi derivati sulla salute sono molteplici e tutt’altro che sottovalutabili. La letteratura scientifica, a questo proposito, non lascia dubbi. Non si comprende quindi come, alla luce di queste evidenze, vi siano ancora percezioni e opinioni secondo cui tali sostanze non sarebbero pericolose o addirittura dotate di effetti positivi per l’organismo umano. Si ritiene per tanto che il termine comunemente ed erroneamente usato di “droghe leggere” per definire queste sostanze sia completamente fuori luogo e totalmente inadatto, oltre che fonte di interpretazioni distorte e non veritiere. Nessun altra sostanza al mondo, con queste caratteristiche così ben documentata da studi autorevoli, verrebbe altrettanto classificata come “leggera” e quindi fatta percepire come non pericolosa, consentendone, quindi, implicitamente, se non addirittura esplicitamente l’uso. E’evidente, a questo punto, che esistono altri fattori, al di là della razionalità e della semplice logica, che sottostanno alle ragioni di chi ritiene queste sostanze scevre da rischi e pericoli per la salute e pretende la loro esclusione dalla lista delle sostanze proibite”.

Argomento: Politica

Poligamia, burka e burkini: l’Islam sveglia l’Occidente ?

di Rodolfo de Mattei, per Osservatorio Gender del 20 agosto 2016

 

L’Islam suona la sveglia all’Occidente mettendone a nudo le intrinseche fragilità ed evidenti contraddizioni. Negli ultimi mesi, l’Europa laica e liberale, di fronte all’intensificarsi dei tragici attentati, dei sempre più massicci flussi migratori provenienti dalle incendiarie coste libiche, in aggiunta agli impietosi dati statistici sul pesantissimo inverno demografico che attende il nostro continente, si è infatti trovata di fronte ad un’accesa e paradossale discussione in merito alla “tollerabilità” di alcuni diritti sociali costitutivi dell’Islam. Tra questi, in particolare, il diritto alla poligamia e il diritto ad indossare il cosiddetto “burkini” sulle spiagge europee.

La polemica sulla poligamia

A far scoppiare il caso sulla poligamia è stato Hamza Roberto Picardo il fondatore dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche, il quale, il giorno della celebrazione della prima unione gay a Palazzo Reale da parte del sindaco di Milano Beppe Sala, ha così commentato su Facebook:

“Se è solo una questione di diritti civili, ebbene la poligamia è un diritto civile”.  «I musulmani – ha aggiunto Picardo- non sono d’accordo neppure sulle unioni omosessuali e tuttavia non possono che accettare un ordinamento che le ha consentite. Il problema è che se le convinzioni etico e spirituali delle persone non hanno titolo d’interdizione nella sfera pubblica, allora non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata, di più, aborrita».

La dichiarazione del rappresentante dell’Ucoii ha immediatamente suscitato un fiume di prevedibili sdegnate reazioni, come quella del senatore del PD Luigi Manconi, il quale, in un editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” del 8 agosto 2016, ha replicato a Picardo, sottolineando come l’istituto della poligamia non abbia diritto ad alcuno spazio nell’ordinamento giuridico italiano in quanto violerebbe in nuce i principi fondanti del nostro “vivere civile”:

“Piccardo sbaglia di grosso, sin dalla premessa: la poligamia non è affatto «una questione di diritti civili». La poligamia, per contenuto morale e per struttura del vincolo, si fonda — e non può che fondarsi — su una condizione di disparità, che viene riprodotta e perpetuata. Comunque la si voglia argomentare e manipolare fino a immaginare il suo rovesciamento speculare (più uomini sposati con una sola donna), si tratta in ogni caso di un rapporto fondato su uno stato di diseguaglianza”.

Il fatto non tollerabile evidenziato da Manconi sarebbe quindi lo stato di diseguaglianza in cui si verrebbe a trovare la donna all’interno di una relazione poligama, una disparità nei suoi confronti inaccettabile, da rifiutare senza indugio:

“La parità tra i sessi e la tutela della dignità contro ogni discriminazione, costituiscono un diritto fondamentale della persona, che è (proprio per questo) non disponibile. Ovvero, un diritto non alienabile (e non limitabile, modificabile o cedibile) persino da parte del suo stesso titolare. Un diritto, cioè, sottratto ad ogni potere dispositivo: fosse anche quello del suo stesso beneficiario (…). Questa discussione è di cruciale importanza perché consente di tracciare un discrimine limpido tra quanto – delle tradizioni, delle confessioni e delle culture di diversa origine – è accettabile all’interno del nostro ordinamento giuridico e della nostra vita sociale e quanto, al contrario, deve essere rifiutato. (…) Di conseguenza, il relativismo culturale, che è manifestazione propria di una concezione liberale della società, non può accettare l’esclusione delle ragazze dall’istruzione scolastica o la loro subordinazione ai maschi, i matrimoni precoci e le mutilazioni genitali femminili (…)”.

La polemica sul burkini

Il secondo “tormentone” di questa estate 2016 è stato il “si o no” al burkini, vocabolo ibrido tra burqa e bikini on il quale viene indicato il particolare costume da bagno per le donne musulmane, ideato nel 2000 da una stilista australiana di origini libanesi, che lascia scoperti solo viso, mani e piedi.

A scatenare l’infuocato dibattito sono stati i divieti di indossarlo istituiti da alcuni sindaci della Costa Azzurra e della Corsica, intenzionati con le loro decisioni a dare un messaggio forte alla comunità musulmana.

Contro il burkini si è schierato anche lo stesso primo ministro francese Manuel Valls, definendolo “incompatibile con i valori della Francia“ in quanto “espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”.
Sulla stessa linea, anche la Germania della cancelliera Angela Merkel, che attraverso il suo ministro dell’Interno Thomas de Maiziére si è espressa contro l’utilizzo del burka e del burkini, dichiarando:

“rifiutiamo, all’unanimità il velo integrale. Mostrare il proprio volto è fondamentale nella nostra società”. Quello che si prospetta in Germania, come si legge sul “Corriere della Sera” del 20 agosto è dunque “una parziale messa al bando del velo integrale islamico (burqa o niqab): nessuna donna potrà indossarlo a scuola, nelle università, durante manifestazioni, ai controlli di sicurezza, mentre guida o quando svolge funzioni pubbliche”.

Alcune riflessioni sul tema

Gli accesi dibattiti attorno poligamia e burkini di queste settimane suggeriscono alcune riflessioni.

La discussione sul diritto alla poligamia e quella sulla messa la bando del burkini hanno fatto emergere le due anime contrapposte dell’Occidente contemporaneo: l’anima relativista e libertaria e l’anima laicista e ugualitaria.

La prima in nome del liberalismo e dell’autodeterminazione della donna, abituata in Occidente a disporre senza limiti del proprio corpo, sente di non poter “proibire” alla donna la libertà di scelta di intraprendere una relazione poligama o di coprire il proprio corpo dove, quando e come crede.

La seconda anima, emblematicamente incarnata dalla laicité francese, applicando il secolarismo di Stato, rifiuta per principio qualsiasi simbolo che richiami una qualche appartenenza religiosa.

Per uscire dall’ angusto ed imbarazzante vicolo cieco, che vede l’Islam mettere in crisi il decantato pluralismo occidentale, la via di fuga, ben espressa dal senatore Manconi, è quella di passare con un agile balzo dall’ideologia liberale a quella egualitaria, affermando che

la parità tra i sessi e la tutela della dignità contro ogni discriminazione, costituiscono un diritto fondamentale della persona, che è (proprio per questo) non disponibile. Ovvero, un diritto non alienabile (e non limitabile, modificabile o cedibile) persino da parte del suo stesso titolare. Un diritto, cioè, sottratto ad ogni potere dispositivo: fosse anche quello del suo stesso beneficiario (…)“.

DA VOLTAIRE A ROUSSEAU

Vista la mala parata del liberalismo sfrenato ci si rifugia nell’egualitarismo radicale. Da Voltaire si passa a Rousseau. Liberalismo ed egualitarismo mostrano così di essere frutto dello stesso albero. Il passaggio dal primo al secondo non è altro che una tappa del processo rivoluzionario descritto dal pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995):

«Quando la Rivoluzione si rese conto che, se si lasciano liberi gli uomini, diseguali per le loro attitudini e la loro volontà di impegno, la libertà genera la diseguaglianza, decise, in odio a questa, di sacrificare quella. Da ciò nacque la sua fase socialista. Questa fase ne costituisce soltanto una tappa. La Rivoluzione spera, al suo termine ultimo, di realizzare uno stato di cose in cui la completa libertà coesista con la piena uguaglianza. Così, storicamente, il movimento socialista è un semplice compimento del movimento liberale».

L’attuale scontro culturale attorno ai presunti “diritti” della comunità musulmana mette in luce la debolezza dell’impianto relativista sulla quale è stata costruita la società occidentale. L’odierna politica occidentale volta ad allargare all’infinito la sfera dei diritti soggettivi, se vuole essere coerente con sé stessa, non può negare la rivendicazione del diritto alla poligamia di Picardo o la richiesta di poter coprire il proprio corpo sulle spiagge europee.

La stessa “madrina” della legge sui diritti civili alle coppie omosessuali, Monica Cirinnà, ha sottolineato che, essendo la

“libera scelta e l’autodeterminazione delle donne il faro guida, è giusto che la donna possa liberarsi del burkini o di altri simboli se vi è un’imposizione o un obbligo e la donna non vuole subirlo. Ma se lo indossa per libera scelta deve essere libera di indossarlo”.

D’altro canto, l’Occidente che si scandalizza per le donne coperte e vieta il burkini è lo stesso che permette sulle proprie spiagge la libera esibizione di topless e nudismo integrale senza colpo ferire.


La verità sembra essere che l’Occidente secolarizzato, che ha preteso di espellere la religione da ogni ambito pubblico, rinnegando la propria identità cristiana, dopo decenni di fallimentari politiche multiculturali, si trova oggi a fare i conti con la radicata identità politico-religiosa della popolazione musulmana presente sul suo territorio.

La strategia della “mano tesa” finalizzata a favorire l’integrazione dei musulmani sul suolo europeo attraverso costruzioni di moschee ed innumerevoli concessioni dimostra nei fatti il suo disastroso fallimento. La tanto sbandierata “reciprocità” non c’è e non c’è mai stata. In cambio della nostra politica di accoglienza abbiamo ricevuto solo bombe e il più grande esodo di cristiani dal Medio Oriente della storia.

In questo contesto, il no di alcuni governanti europei alla poligamia e al burkini sembra essere una estemporanea prova di forza, fatta anche per accontentare l’esasperato elettorato, destinata a rivelarsi del tutto velleitaria, senza una autentica riscoperta e valorizzazione dell’identità e delle radici cristiane dell’Europa.

Argomento: Politica

 La costante opera dei sempre più numerosi Comitati Difendiamo i Nostri Figli ha provocato la scomposta reazione di un vice ministro all'istruzione: il comunista On. Davide Faraone. Qui un resoconto della vicenda.

Quel che sembra infastidire il Partito Democratico è che la famiglie vogliano poter decidere quale tipo di educazione impartire ai propri figli: ciò va contro la politica di diffusione dell'ideologia omosessualista intesa a trasformare gli italiani in schiavi dello Stato, automi senza valori e senza coscienza. Qui una sintesi del progetto socialista del Governo.

Ricordiamo ancora la petizione intesa a fare pressione sul Governo: è solo un modo con cui le famiglie tentano la resistenza: http://www.citizengo.org/it/35380-difendi-liberta-di-educare-i-tuoi-figli

 

Cosa rappresenta davvero l'Italia del Family day?

L’Italia del Family Day

Roberto de Mattei, per Corrispondenza Romana del 3 febbraio 2016, 3 giorni dopo il Family Day.

 

Il Family Day del 30 gennaio ha portato alla luce l’esistenza di un’altra Italia, ben diversa da quella relativista e pornomane che ci viene presentata dai media come l’unica reale. L’Italia del Family Day è quella porzione di popolo, più ampia di quanto si possa immaginare, che è rimasta fedele, o ha riconquistato negli ultimi anni, quelli che Benedetto XVI ha definito «valori non negoziabili»: la vita, la famiglia, l’educazione dei figli, nella convinzione che solo su questi pilastri possa fondarsi una società bene ordinata.

L’Italia del Family Day si pone come antitetica all’Italia della legge Cirinnà, che prende nome dal disegno di legge presentato dalla senatrice Monica Cirinnà, per introdurre matrimonio e adozioni omosessuali nel nostro Paese.
L’Italia del Family Day non è solo un’Italia che difende l’istituto famigliare, è anche un’Italia che si schiera contro i nemici della famiglia, a cominciare dal gruppo di attivisti che, dietro lo schermo della legge Cirinnà, vuole imporre al Paese un’ideologia e una pratica pansessualista.

Questa minoranza è supportata dall’Unione Europea, dalle lobby marx-illuministiche e dalle massonerie di vario livello e grado, ma gode purtroppo della simpatia e della benevolenza di una parte dei vescovi e dei movimenti cattolici.
In questo senso l’Italia del Family Day non è quella di mons. Nunzio Galantino, segretario della Conferenza Episcopale Italiana, né è quella di associazioni come Comunione Liberazione, l’Agesci, i Focolari, il Rinnovamento dello Spirito, che il 30 gennaio hanno disertato il Circo Massimo.

Mons. Galantino ha cercato in tutti i modi di evitare la manifestazione, poi nell’impossibilità di fermare la mobilitazione, avrebbe voluto imporre ad essa un altro obiettivo: quello, come osserva Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola quotidiana del 1 febbraio di «arrivare a una legge sulle unioni civili che le tenga ben distinte dalla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e che eviti l’adozione. In altre parole la CEI vuole i DICO contro cui aveva combattuto otto anni fa».
Il primo Family Day, nel 2007, fu promosso infatti dai vescovi italiani contro la legalizzazione delle unioni civili (DICO), giustamente presentata come porta aperta al pseudo-matrimonio omosessuale. Oggi si sente raccontare che bisognerebbe accettare le unioni civili, proprio per evitare il cosiddetto matrimonio gay.

Lo racconta, tra gli altri, in un’intervista, mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano: «In linea di principio, non ho obiezioni al fatto che sotto il profilo pubblico si dia consistenza giuridica a queste unioni. Mi sembra che la reazione riguardi il tema della generatività, le adozioni, non il riconoscimento pubblico delle unioni. L’importante è che non vengano assimilate alla realtà del matrimonio». E, a scanso di equivoci, aggiunge: «Una legge sulle unioni civili si può senz’altro fare» (Corriere della Sera 31 gennaio).

La posizione è chiara: no all’adozione omosessuale, sì alla legalizzazione delle unioni omosessuali, purché non vengano ufficialmente definite matrimonio. Se dal disegno di legge Cirinnà fossero tolti alcuni elementi che equiparano in tutto le unioni civili omosessuali al matrimonio, allora un cattolico potrebbe consentirvi. Mons. Semeraro è considerato, come mons. Galatino, un uomo di fiducia di papa Francesco.

Sorge quindi spontanea la domanda: qual’è la posizione del Papa in proposito? Antonio Socci, su Libero del 31 gennaio, rileva come sia stata «evidentissima l’assenza e palpabile la freddezza» di Papa Francesco, il quale non ha inviato nemmeno un saluto al Family Day e non vi ha fatto accenno né nel discorso dell’udienza del sabato mattina, né nell’Angelus del giorno successivo. Come giudicare questo silenzio, nel momento in cui il Governo e il Parlamento italiano si apprestano a infliggere una ferita morale al nostro Paese?

Eppure la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che l’omosessualità non può reclamare alcun riconoscimento, perché ciò che è male agli occhi di Dio non può venire ammesso socialmente come giusto (Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, del 1 ottobre 1986, n. 17).

L’Italia del Family Day ignora forse questo documento, che il Papa non può ignorare, ma, armata solo di buon senso, il 30 gennaio ha espresso il suo no, chiaro e netto, non solo alla cosiddetta stepchild adoption, ma a tutto il decreto Cirinnà. E quale fosse il sentimento della folla che gremiva il Circo Massimo lo si può capire dalla forza degli applausi che hanno accompagnato gli interventi più forti di alcuni relatori italiani e stranieri, come Seljka Marrkic, leader dell’Iniziativa civica che in Croazia ha avviato il referendum che ha bocciato le unione civili e tre mesi dopo ha travolto anche il presidente del Consiglio.

Bisogna dar atto, con serena oggettività alla Marcia per la Vita. che si svolge in Italia dal 2011, di aver rotto il ghiaccio, sfatando un complesso che pesava sul mondo pro-life italiano: l’idea che fosse impossibile, o comunque controproducente una grande manifestazione di piazza in difesa della vita.
Sulla scia della Marcia per la Vita, ma anche della grande Manif por tous francese, è nato il Family Day che, per volere agglomerare una massa il più ampia possibile, raccoglie al suo interno anime diverse. Intransigenti alcune, disponibili al compromesso altre.
La ragione del suo successo in termini numerici è anche la ragione della sua debolezza in termini di sostanza e di prospettive.

La battaglia in atto non è infatti politica, ma culturale, e non si vince tanto con la mobilitazione delle masse, quanto con la forza delle idee che si contrappongono all’avversario. È una battaglia tra due visioni del mondo, fondate entrambe su alcuni princìpi cardine. Se si ammette che esiste la verità assoluta e l’assoluto Bene, che è Dio, nessun cedimento è possibile. La difesa della verità deve essere condotta fino al martirio.

La parola martire significa testimone della verità e oggi, accanto al martirio cruento dei cristiani, che si rinnova in tante parti del mondo, esiste un martirio incruento, ma non meno terribile, inflitto attraverso le armi mediatiche, giuridiche e psicologiche, con l’intento di ridicolizzare, far tacere, e se possibile imprigionare i difensori dell’ordine naturale e cristiano.

Per questo attendiamo dal “Comitato in difesa dei nostri figli”, promotore del Family Day, che, continui a denunciare l’iniquità della legge Cirinnà anche se questa malauguratamente passasse, sia pure addolcita. La Manif pour tous francese, portò per la prima volta quasi un milione di persone in piazza il 13 gennaio 2013, qualche settimana prima della discussione in Parlamento della legge Taubira, ma continuò a manifestare, con vigore ancora maggiore, anche dopo l’approvazione del pseudo matrimonio omosessuale, innescando un movimento che ha aperto la strada a tanti altri in Europa. E proprio in questi giorni Christiane Taubira, da cui prende nome la scellerata legge francese, è uscita di scena, dando le dimissioni da Ministro della Giustizia.
Ci aspettiamo dunque in Italia nuove manifestazioni, condotte con forza e determinazione, anche se il numero dei partecipanti dovesse essere minore, perché ciò che conta non è l’ampiezza del numero, ma la forza del messaggio:

Non abbiamo usato l’espressione “Family Day” per connotare gli organizzatori di quell’evento, ma per attribuire identità a una piazza che va ben al di là di quella fisicamente riunita al Circo Massimo il 30 gennaio. Quest’Italia non è rassegnata, vuole lottare e ha bisogno di guide.
Le guide devono essere veritiere, nelle intenzioni, nelle idee, nel linguaggio e nei comportamenti. E l’Italia del Family Day è pronta a denunciare le false guide, con la stessa forza con cui continuerà a combattere i veri nemici.

Argomento: Politica

 Priorità per il Governo del Partito Democratico è l'imposizione al paese dell'omosessualismo: il “Portale Nazionale LGBT” è operativo e si propone di “promuovere una maggiore conoscenza della dimensione LGBT per contrastare ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere” (leggere qui).
Aumentano i casi di discrimazione e di violenza verso gli eterosessuali e la famiglia naturale, mentre le amministrazioni locali "rosse" (es. Bologna) finanziano addirittura film porno gay (leggere qui) nell'inquietante silenzio delle opposizioni.

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La famiglie tentano la resistenza: sono ormai settimanali le denunce del Comitato Difendiamo i Nostri Figli e una petizione online: http://www.citizengo.org/it/35380-difendi-liberta-di-educare-i-tuoi-figli
I partiti politici di opposizione al PD si facciano sentire.

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Rivoluzione gay a scuola

Obbligato a studiare omosessualità: la scelta del governo su tuo figlio

di Simona Bertuzzi, Libero del 9 luglio 2016 (con modifiche "cattoliche")

 

L’insidia è dietro l’angolo. E ha tutto il sapore della cattiva notizia camuffata da buona.
Partiamo dalla cattiva (la buona non c'è): il ministero dell’Istruzione si appresta a varare delle linee guida che di fatto introdurranno nelle scuole la parità di genere e la lotta a ogni forma di violenza e all’omofobia.
E però - questa è ancora più cattiva - il documento, così formulato, potrebbe essere il viatico, o l’inquietante pertugio, attraverso cui arriveranno sui banchi di scuola anche le famose teorie gender, quelle appoggiate da chi, con la scusa della parità uomo-donna, vuole annullare le differenze di sesso, fino ad affermare che anche il trans è normalità e genitore A e genitore B sono meglio di mamma e papà.
Lo dice anche la bozza del Miur: «La differenza sessuale può essere vissuta in un ampio spettro di inclinazioni». Il che, capirete, non c’azzecca molto con i desiderata di milioni di famiglie preoccupate di dare un’educazione tradizionale ai loro figli. O con gli obiettivi di un ministero che dovrebbe tappare le falle della formazione scolastica e riprendersi i cervelli fuggiti all’estero, piuttosto che occuparsi delle questioni di letto dei giovani che andrà a formare.

Nei fatti, e stando alle indicazioni ministeriali, i nostri ragazzi sentiranno parlare di parità di genere a ogni ora del giorno e della notte «perchè il principio deve investire l’intera progettazione didattica». Una full immersion fatta e finita «interconnessa a tutte le discipline».
Non solo: la grammatica dovrà piegarsi alle nostalgie femministe della Boldrini e dunque declinare le professioni e pure gli umori. Avremo un papà astronauto e una mamma assessora come se piovesse, e provi qualcuno a dire il contrario.
Che ci fosse lo zampino della Boldrini, d’altronde, dovevamo capirlo subito. Già nel 2013 la presidente della Camera chiedeva di introdurre la parità di genere nelle scuole ed è sua la recente idea di confezionare l’ora di educazione sentimentale (intesa come eliminazione di pregiudizi). Il che farebbe supporre un piano ben congeniato per arrivare dritti allo scopo. E allora è bene fissare qualche paletto o rischieremo di perderci anche noi tra le pieghe buoniste del testo convinti che basti un sigillo ministeriale ad essere garanzia di buona scuola.

«SOGGETTI DEBOLI»
Il Miur, nel suo sforzo di predicare la parità di genere, descrive il mondo occidentale come imperniato su una tradizione oscurantista di cui sinceramente, da generazioni, si è persa ogni traccia.
Si parla di donne considerate storicamente «deboli, incapaci di pensiero astratto, dominate da una realtà corporea invadente ed emotive». In pratica delle mentecatte e inette, senza vita autonoma, figurarsi un pensiero razionale.
Addirittura nel mondo occidentale immaginato dal Miur, le bambine sono ancora descritte come vittime di una mentalità per cui devono essere gentili e sensibili, amare le faccende sentimentali, e essere ossessionate dal fisico. Mentre ai maschietti sarebbero negate la sensibilità e la dolcezza, e imposti il calcio e la competizione. Costrette le femmine a fare le principesse, i maschi a giocare violento. E non importa se «esistono culture più violente come quelle in cui si operano sulle bimbe mutilazioni genitali, o non si può guidare la macchina e scegliere lo sposo». L’emergenza è in Italia.

Mettano, dunque, i piedi per terra i soloni del ministero e si facciano un giro nelle nostre scuole e nelle nostre case. Abbiamo appena festeggiato la prima donna sindaco di Roma. Abbiamo donne nei cda e a capo dei progetti di ricerca. Quelle che fuggono all’estero non lo fanno perché i maschietti le maltrattano ma perché il sistema universitario e la ricerca fanno acqua e non incoraggiano i talenti. C’è l’esigenza di ridare chance a una generazione di studenti che, arrivati alla maturità, non sanno da che parte voltarsi e vanno a ingolfare le fila di chi non studia e non cerca più lavoro. Semplicemente si è fatta da parte.
Di questo dovrebbe preoccuparsi il Miur. E quanto alle bambine condannate al ruolo passivo e svilente di principessine tonte, ho due figlie femmine, nate nella stessa famiglia e dalla stessa madre, ma una gioca con le macchinine l’altra con le bambole. Una sta con le femmine, l’altra vuole solo far giochi da maschi. Dunque, è la tradizione occidentale e oscurantista che ha infierito sull’una e salvato l’altra, o hanno caratteri diversi e si comportano in base alle loro inclinazioni? Sono di parte, ma propendo per la seconda.

GENITORI A E B
Nossignori, non è la parità di genere l’emergenza. [...] È però l’esigenza, insistita, urlata, oserei dire sclerotica di metterci tutti su uno stesso piano - uomini e donne -, di dire che la differenza sessuale è diseguaglianza e dunque sbagliata, che spaventa.
Perché di questo passo arriveremo dritti al genitore a e genitore b.
Perchè di questo passo lasceremo i nostri figli a scuola la mattina pensando, povere mamme illuse e buontempone, che imparino le tabelline e le poesie mentre invece vengono indottrinati su un certo Cenerentolo, vittima dei fratellastri cattivi, e su papà A che compra 8 mele mentre papà B ne prende solo 5.
Questo preoccupa le povere menti di noi comuni mortali, e il fatto che il Miur si appoggi all’Unhar - organizzazione che per prima accredita le associazioni Lgbt come enti di formazione - non è un buon inizio.

Diceva la circolare ministeriale del 2015 che la teorie gender non sarebbero finite nelle linee guida per le scuole, che le famiglie e il diritto all’educazione dei figli sarebbero stati salvaguardati.
Dicevano, ma stanno già deragliando.

Argomento: Politica

Argomento: Politica

  Proposte per non continuare a prenderci in giro

 by Massimo Viglione · 9 giugno 2016

 

 I risultati del primo turno delle amministrative del 2016 stanno dando adito a dibattiti all’interno del mondo cattolico “pro-family”, a causa dell’evidente insuccesso del partito di Adinolfi. C’è chi difende comunque la scelta e vuole che si continui nel progetto, chi invece lo definisce un fallimento e propone altre vie o comunque un ripensamento generale.

Premetto che, personalmente, non solo non credo ai partiti, ma credo che la democrazia moderna, figlia della Rivoluzione Francese e del liberalismo, sia la causa prima della nostra rovina e lo strumento principale utilizzato dalle forze del male per attuare la devastazione odierna: e pertanto tutto quello che dirò deve essere inteso alla luce di questo mio pensiero. Ma siccome in questo mondo viviamo, questa è la situazione in cui ci troviamo, lasciamo perdere per il momento le grandi questioni metapolitiche e gli ideali supremi e guardiamo lucidamente in faccia alla realtà delle cose come essa oggi si presenta. Parlerò schiettamente.

  1. I due strumenti immediati utilizzati dalle forze del male per imporre l’immensa sovversione dissolutoria nella società italiana sono i partiti e i media. Noi cattolici non controlliamo né gli uni né gli altri. Pertanto, rebus sic stantibus, fondare partiti può servire a poco, serve solo a illudere chi soffre, a creare sfogatoi di future speranze annichilite, e, al massimo, a far far carriera a un limitatissimo numero di persone, senza alcun vantaggio reale alla grande causa per cui tutti ci battiamo, in quanto, queste pochissime persone, pur volendo ammettere (con non poca fatica) che poi non tradiranno coloro che li hanno votati, saranno poche gocce nell’oceano della partitocrazia (e della superfinanza che tutto controlla, per non parlare del potere delle lobby internazionali), e non potranno fare quasi nulla di concreto per cambiare le cose, in quanto il loro peso politico reale sarà sempre limitatissimo e sarà facile che vengano controllati o almeno isolati. Anzi, è fortemente probabile che siano loro stessi, al fine della sopravvivenza politica, ingoiati dal meccanismo mediatico e partitocratico. Abbiamo tanti esempi del passato e del presente a conforto di questa preoccupazione.
  2. Ma se anche si volesse fondare un partito, non si fa con un blitz improvviso che lascia tanti altri – con cui si era condiviso un progetto importante – al palo, cominciando a correre senza un fischio d’inizio, senza un coinvolgimento generale, senza un piano condiviso, perché così l’impressione che si lascia è quella di voler fare i furbacchioni e battere sul tempo gli altri in una gara per affermarsi al comando. Che sia stata questa o meno l’intenzione, è innegabile che la sensazione data non può essere diversa da quanto detto. E ciò non facilita certo la fiducia delle persone.
  3. Ma ovviamente non è questo il problema principale. Il problema principale è il fatto che se si vuole creare un partito politico, specie se lo si fa dal nulla e senza l’appoggio dei media e senza i soldi necessari, non ci si può assolutamente ridurre a un solo tema, per quanto giusto e impellente sia. Questo è il nodo da cui molti vogliono fuggire ma dal quale in realtà non si sfugge. Un partito non può essere un contenitore di persone che si battono per un ideale solo. Un partito deve rispondere a ogni – almeno grande – problema della società odierna, se vuole avere speranza di diffusione popolare. Se si vogliono conquistare i consensi di ampie fasce della società, e quindi togliere i voti ai grandi partiti, è necessario non ridursi a parlare solo di famiglia, morale, gender (per quanto fondamentali e vitali siano tali problematiche), ma anche dei problemi creati dall’ideologia immigrazionista, dell’islamizzazione della società, della miseria avanzante per milioni di famiglie che non sanno più come arrivare alla fine del mese (e se mancano i soldi per vivere, la gente non si mette a preoccuparsi del gender o di altro), del ruolo devastante dell’Unione Europea, il Moloch che tutto sovrasta e dirige, di una giustizia che manda in libertà i delinquenti e in galera gli italiani che si difendono, e si potrebbe continuare a lungo con gli esempi.
  4. Non solo: per ciascuno di questi problemi, non basta la denuncia: occorre fornire soluzioni. E le soluzioni devono essere condivise e per essere condivise devono essere adeguate e ben spiegate.
  5. Inoltre, la questione dei leader. Se noi combattiamo il gender e l’omosessualismo, ovvero le istanze prime per cui primariamente trova significato e scopo l’esistenza del PD (e tutta la sinistra odierna, compreso i Cinque Stelle) e abbiamo come leader una persona che non solo viene da quel mondo (pazienza, tutti possiamo sbagliare) ma ribadisce pubblicamente che egli rimane un uomo di sinistra che guarda al PD… beh, è come denunciare di avere l’influenza ma al contempo uscire tutti sudati e scoperti quando tira vento freddo… ci stiamo prendendo in giro da soli. E questo vale anche per coloro che ancora ci vengono a proporre il “sostegno” dei politici democristiani o si preoccupano di obbedire a quelle gerarchie ecclesiastiche odierne che chiaramente simpatizzano con chi noi dobbiamo combattere. Ci stiamo prendendo in giro da soli. Volete ancora tutti essere presi in giro? Non basta ancora? I veri leader del nostro futuro saranno coloro che hanno spezzato per sempre il cordone ombelicale con il mondo politico del passato, responsabile, direttamente o indirettamente, al 100% dello sfascio odierno a tutti i livelli, per proiettarsi in un vero e concreto cambiamento per la salvezza totale della società italiana.
  6. Ma infine: ci riusciremo mai a fare il partito? Non a costituirlo, questo lo può fare chiunque in qualsiasi momento, come abbiamo visto, basta andare dal notaio e pagare; si può anche arrivare a prendere qualche migliaio di voti; ma, intendo dire, a creare un partito che possa avere realmente la possibilità di imporsi nella vita politica italiana con un consenso di popolo tale che gli permetta di attuare gli ideali che vuole difendere e condurre in parlamento e nei media le battaglie necessarie.
    Detto in altri termini: ci vogliamo prendere ancora in giro?
    Per influire nella politica occorre avere milioni di voti, occorre essere protagonisti nei media (non ricevere qualche sporadico invito tra altri alligatori di professione pronti ad azzannarci al collo ogni secondo), occorre essere presenti ovunque nel territorio e per questo occorrono centinaia o migliaia di persone pienamente impegnate. Come e quando otterremo tutto questo, se non siamo nemmeno capaci di fare autocritica e ammettere a noi stessi queste primissime e banalissime considerazioni appena fatte?

 

Una grande “rete” di associazioni unite

E allora? Non dobbiamo fare nulla? Io non ho la soluzione in tasca, e, del resto, nessuno ce l’ha, altrimenti tutti la seguiremmo. Forse, dico forse, sarebbe più utile creare una grandissima “rete” (mi si passi la bruttissima espressione tipicamente sinistrorsa) di tante associazioni locali che agiscono sul territorio tramite convegni, conferenze, attività locali di difesa effettiva del bene e di lotta al male, attività di formazione politica e culturale invitando coloro che sono in grado di arricchire in maniera corretta gli altri in tal senso, trovando modi e sistemi di ricerca di fondi finanziari ma, soprattutto, che organizzino costantemente momenti di preghiera comune, affinché non si dimentichi mai che “senza di Me non potete fare nulla” e non si cada ingenuamente nell’attivismo del tutto umano e politicizzante che è poi una delle cause essenziali del fallimento di ogni attività sociale da parte dei buoni.

Questa “rete” di associazioni locali collegate e in contatto non solo sarebbe possibile da realizzare (in quanto lo sforzo umano ed economico sarebbe delocalizzato e inoltre già esistono decine e decine di associazioni sul territorio che meritevolmente si adoperano in tal senso), ma potrebbe svolgere quel lavoro – tanto basilare quanto imprescindibile – di preparazione culturale delle persone per renderle maggiormente disponibili alla comprensione del problema del gender – e di tutti gli altri problemi sopra elencati e di altri ancora – senza la quale ben difficilmente noi potremo aumentare i consensi. Insomma, quello che voglio dire è che per agire veramente e concretamente nella società italiana dobbiamo prima compiere l’immenso sforzo di parlare agli italiani e di convincerli delle nostre denunce e quindi proporre loro alternative (politiche, economiche, morali), serie per un radicale cambiamento di rotta.

Cari amici, la verità è che l’italiano della porta accanto, il nostro vecchio compagno di classe che ogni tanto risentiamo, nostro zio, del gender non sa ancora nulla e se sa qualcosa non vuole sapere perché non vuole fastidi, né mentali né morali né operativi. Se noi prima non spezziamo questa catena di ignoranza e omertà, potremo fondare tutti i partiti che vogliamo che non servirà a nulla. Milioni e milioni di italiani non sono con noi non perché nemici del bene, ma perché non ancora pronti, non ancora consapevoli: noi dobbiamo prepararli prima, poi possiamo proporre loro alternative politiche.

Il punto chiave: la necessaria formazione per poter guidare gli altri

Ma per preparare gli italiani, occorre anzitutto che i primi ad essere preparati, ad avere una formazione piena a corretta, siano i leader di questo movimento.
Non ci si improvvisa persone preparate. Uomini al servizio della Politica, e non politici.

Non si tratta ovviamente di cultura spicciola, ma di chiarezza di idee, di preparazione politica, storica, scientifica, economica, bioetica, giuridica e anche e forse soprattutto teologica, corretta. Alcuni di questi leader si occuperanno proprio specificamente della formazione pubblica degli italiani con scritti, libri, articoli, conferenze, convegni, ecc., ognuno nel suo campo di professionalità. Altri avranno i compiti più politici e organizzativi. Altri cureranno il rapporto fondamentale con i media. Altri dovranno occuparsi dell’attività fondamentale del reclutamento di fondi finanziari. Ma tutti devono essere preparati: nessun soldato, tanto meno cavaliere, può essere un buon combattente se non ha la giusta e puntuale preparazione al combattimento.
Non deve accadere che qualcuno non si senta rappresentato da un leader per le scempiaggini che dice o che fanno i suoi uomini in ottemperanza al buonismo dilagante. “Con il buonismo non si va da nessuna parte”, dice un noto giornalista appena epurato… E noi che facciamo? I buonisti, come il noto pazzesco caso di Napoli… O sentiamo dire incongruenze inaccettabili.

Queste decine e decine di associazioni locali si dovrebbero poi tenere in contatto continuo – anche tramite i mezzi informatici odierni – per conoscersi, organizzare eventi sempre più grandi (non tanto altri circhi massimi, che sono prove di forza ma ai quali partecipa chi è già convinto delle buone idee e che possono essere utili solo in prossimità di elezioni o referendum) destinati a propagare tra la gente gli scopi delle nostre battaglie e la formazione corretta dei nostri ideali, fornirsi l’un l’altra formazione e chiarezza di idee nei vari settori dell’azione politica e sociale (bioetica, economia, politica, cultura, apologetica e anche teologia), invitare esperti in ogni settore a tenere conferenze specifiche, anche per individuare future menti adatte a condurre a loro volta la formazione e la battaglia in uno specifico settore.

Più che annuali grandi sforzi di popolo, occorrono settimanali piccoli, locali ma costanti sforzi di associazioni.

Fino a raggiungere consensi sempre più vasti. Si tratta insomma di una vera e propria evangelizzazione politica (e anche spirituale, visto che coloro che dovrebbero farla in grandissima parte pensano a tutt’altro) e culturale della società italiana. In tal modo, si diventerà sempre più forti, al punto tale che a un certo punto o realmente si potrà creare un partito “vero” nel senso di cui dicevamo prima, oppure, più realisticamente, si potrà avere la forza necessaria per influenzare le scelte politiche e le battaglie pubbliche di quei partiti a noi più vicini, che, sentendo il fiato sul collo, ci diventeranno sempre più vicini. È un po’ quello che fanno i Think tank americani. Certo, loro hanno i miliardi. Ma noi abbiamo la fede.

Concludo: prima di fondare partiti, occorre preparare gli italiani (e non il contrario) e prima di poter preparare gli italiani occorre essere preparati noi stessi. Poi, queste stesse associazioni, guidate dai leader che saranno scaturiti naturaliter, dovranno al contempo affrontare ogni situazione di pericolo che si viene a presentare nei vari momenti della politica nazionale e internazionale. Ovvero, dovranno fare Politica. Ma la faranno con ben altra preparazione, consapevolezza e consenso.

Una vera ricchezza che già esiste: l’associazionismo cattolico

Esistono oggi molte persone che sono in grado di fare formazione in uno o più settori tramite conferenze, convegni, ecc. Così come esistono tante associazioni locali che fanno grandi e meritevoli sforzi per invitarle a parlare in modo da fornire al proprio pubblico e alla propria gente la conoscenza basilare per comprendere e combattere la buona battaglia. Altre si impegnano nell’editoria, altre nell’organizzazione di grandi eventi. Sono questi i veri eroi di oggi, sono queste associazioni la nostra vera ricchezza (potrei farne un lungo elenco su quasi tutto il territorio nazionale). Tutti dobbiamo aiutare costoro come possiamo nella battaglia quotidiana che conducono, la quale, richiede, anzitutto, purtroppo come sempre, l’aiuto economico, oltre che quello organizzativo e la buona volontà della partecipazione attiva nostra e del coinvolgimento altrui.

Io invito tutti gli amici, specie quelli più legati ai temi della famiglia, ad abbandonare certi sentimentalismi e ad attivarsi con razionalità. Non è più tempo di culti delle personalità e ingenue adesioni a chiunque dica o faccia qualsiasi cosa, correndo da tutte le parti a festeggiare chiunque apra bocca qua e là. Siamo in guerra con un nemico tanto potente quanto spietato e i primi a essere in pericolo sono i nostri figli. Occorre ora essere lucidi, forti, realisti, e, ovviamente, puri come colombe ma anche astuti come serpenti. Occorre saper fare le giuste scelte, sia a livello politico che a livello umano e operativo. Costi quello che costi.

In tempi passati, anche difficili, è stato proprio l’associazionismo cattolico a salvare la Chiesa e la fede in Italia. Certo, allora essi avevano il clero dalla loro parte e il bene era chiamato bene e il male male. Ma questo è un altro fardello che dobbiamo portare noi. Noi, l’amore per il bene e la consapevolezza del male li  abbiamo nel cuore. E tanto deve bastarci. Poi, ogni ecclesiastico farà le sue scelte, di cui risponderà un giorno al Giudice Eterno.

Cari amici, la città è assediata, Hannibal ad portas. È inutile correre tutti a difendere un’unica porta, lasciando sguarnite le altre.
Occorre difendere tutte le porte contemporaneamente. Non che tutti possano fare tutto, ovviamente, ma tutti, oltre a seguire le proprie inclinazioni, possono aiutare anche gli altri nella loro specifica missione e nello svolgere il loro compito naturale.
Solo con questa unione di intenti e collaborazione di ruoli si potrà fare vera Politica (con o senza partiti) e fare del bene per i nostri figli, la nostra società e civiltà e per noi stessi. Almeno speriamo. E, comunque, sempre e solo con la coscienza certa che noi dobbiamo operare come se tutto dipendesse da noi ma sapendo perfettamente che tutto dipende da Dio. E per questo la preghiera rimane la prima arma a nostra disposizione. Chi non ha capito questo, si crede furbo, ma, in realtà, non ha capito nulla.

Argomento: Politica

UNIONI CIVILI/CREPALDI: LEGGE PESSIMA, PASSATA GRAZIE AI ‘CATTOLICI’

di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 8 marzo 2016

Le riflessioni accorate, lucide, severe del vescovo di Trieste e segretario emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul voto di tanti senatori cosiddetti ‘cattolici’ al disegno di legge sulle unioni civili Cirinnà-Boschi. Una dura correzione fraterna per chi ha tirato in ballo ingiustificatamente perfino Giovanni Paolo II e la dottrina del ‘male minore’

Argomento: Politica

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