Totus tuus network: Tracce per omelie

Cerca in questo argomento:   
[ Vai in Home | Seleziona un nuovo argomento ]

Commento al Vangelo — III Domenica di Pasqua

 

Cristo è risorto! Viva è la nostra Fede!

 

La notizia della Resurrezione di Gesù suscitò nel Cenacolo e nel Sinedrio un clima febbricitante. Il tema era lo stesso, le testimonianze, però, del tutto differenti, e ancor più i destinatari dei racconti. Il dogma della Resurrezione sarebbe stato fondamentale per la Religione ed era indispensabile la testimonianza, con una solida e fondata dichiarazione, di coloro che avevano visto Gesù vivo, nei giorni successivi alla Sua morte.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

Vangelo

35 "Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. 37

Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma 38 Ma egli disse: ‘Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho’. 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: ‘Avete qui qualche cosa da mangiare?’. 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44 Poi disse: ‘Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi’.

45 Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: 46 ‘Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Vós Di questo voi siete testimoni.’" (Lc 24, 35-48).

 

I – Gli Apostoli ed il Sinedrio davanti alla Resurrezione

L’ipotesi che, una volta morto Gesù, i Suoi discepoli abbiano rubato e occultato il Suo corpo, con l’intento di diffondere la notizia della Sua Resurrezione, riappare con frequenza nel corso della Storia.

Poco dopo che il Salvatore aveva operato il grande miracolo di riprendere la Sua vita umana in corpo glorioso, i suoi avversari, quelli stessi che avevano pianificato e voluto la Sua morte, comprarono la testimonianza di soldati venali e — per timore e odio — misero in circolazione quest’ipotesi (cfr. Mt 28, 11-15).

Ancora oggi, non è raro ascoltare echi di questa insolente presa in giro.

 

Il contrario di fanatici e allucinati

D’altra parte, l’idea di considerare la Resurrezione del Signore un mito nato dall’allucinazione sofferta da poche persone, non fu estranea agli stessi Apostoli. Fu quello che accadde quando ascoltarono la narrazione fatta dalle Sante Donne dopo il loro incontro con Gesù quel "primo giorno" (cfr. Lc 24, 1-11).

Lo stesso fatto è la conferma che i discepoli non possono essere stati gli autori di una favola su questo miracolo, poiché l’esperienza insegna quanto sia in funzione di un grande desiderio, o di un grande timore, che l’allucinato comincia a vedere miraggi. L’ipotesi che — per pura allucinazione — fossero stati gli Apostoli gli autori del "mito" della Resurrezione del Signore non smise di circolare attraverso le bocche e le penne degli eretici, in questa o in quell’epoca.

In realtà, essi non avevano compreso la portata delle affermazioni del Signore su quanto sarebbe accaduto il terzo giorno dopo la Sua morte, non giungendo neppure alla condizione di temere o desiderare la Resurrezione, motivo che li indusse a negare, senza esitazioni, la veridicità della narrazione fatta dalle Sante Donne. Essi dimostrarono di essere del tutto estranei rispetto all’accusa di essere stati dei fanatici e allucinati a proposito della Resurrezione, poiché non accettavano neppure la semplice possibilità che questa potesse effettivamente verificarsi. L’esempio massimo della loro impostazione di spirito si verificò in San Tommaso, il quale si arrese soltanto di fronte a un fatto irrefutabile: mettere il dito nelle piaghe di Gesù.

Inoltre, negare la veridicità della Resurrezione, lanciando la calunnia di essere stata una invenzione di allucinati, corrisponderebbe, ipso facto, a riconoscere l’esistenza di un miracolo di non molto minore portata: quello della conquista e riforma del mondo, portata a termine da un ridotto numero di deviati.

 

Domenica di Resurrezione nel Cenacolo

La Storia ci fa conoscere quanto, la mattina di quella Domenica, gli Apostoli si trovassero in uno stato di dolore e tristezza (cfr. Mc 16, 10). Mancava loro la speranza, poiché nessuno di essi credeva all’ipotesi che il Maestro ritornasse in vita.

I fatti si succedevano, ma nonostante le Sante Donne fossero entrate nel Cenacolo con molta agitazione per raccontare il sorprendente avvenimento di aver trovato vuoto il sepolcro e un Angelo al suo interno, nessuno di loro era indotto a supporre la Resurrezione. Senza dubbio, Pietro e Giovanni si diressero immediatamente al sepolcro, con Maria di Magdala, confermando al loro ritorno, il racconto delle Sante Donne: il sepolcro era vuoto (cfr. Lc 24, 1-12). Coloro che vivevano ad Emmaus tornarono a casa molto afflitti, sconsolati, commentando le esagerazioni — secondo loro — dell’immaginazione femminile.

Subito dopo, Maria di Magdala ritornò al Cenacolo ad annunciare euforicamente l’incontro che aveva appena avuto col Signore. Ancora dopo, le altre Sante Donne entrarono per narrare l’apparizione di Gesù Risorto. Anche sommando questi episodi ai precedenti, ancora una volta, non credettero alle loro parole (cfr. Mc 16, 1-11). Pietro si avviò al sepolcro e, al ritorno, affermò che di fatto il Signore era risorto, poiché gli era apparso (cfr. Lc 24, 34). Alcuni gli credettero, altri no (cfr. Mc 16, 14).

La notte, fu la volta dei due discepoli di Emmaus a dare la loro minuziosa testimonianza sul famoso avvenimento che sarebbe culminato con l’aprirsi dei loro occhi, riconoscendolo "nello spezzare il pane" (Lc 24, 35). Nel Cenacolo si trovavano tutti riuniti a commentare l’apparizione del Signore a Pietro. Ancora, nonostante ciò, la maggioranza continuava a negare la Resurrezione di Gesù.

Considerazioni del Sinedrio di fronte al miracolo

Parallelamente a quanto si discuteva con tensione, suspense e una certa paura nel Cenacolo, i principi dei sacerdoti e il Sinedrio in generale discorrevano sulla narrazione fatta dai soldati, la quale rendeva evidente il fatto che Gesù fosse risorto. Era un’ipotesi ardua ugualmente per loro, ma sapevano considerarla pragmaticamente, misurando bene tutti i danni che da una simile realtà potevano derivare.

In città, celebrato già il sabato, le attività erano state riprese in tutta normalità. Soltanto nel Cenacolo e nel Sinedrio dominava la frenesia, in quelle ore del dopo cena. Il tema era lo stesso, le testimonianze, però, molto differenti, e ancor più i destinatari dei racconti. Il dogma della Resurrezione è fondamentale per la Religione ed era indispensabile la ferma testimonianza di coloro che avevano visto Gesù vivo, nei giorni successivi alla Sua morte. Nonostante i Suoi insistenti avvisi e profezie, se non ci fossero stati dei testimoni oculari, sarebbe stato difficile credere in un così grande miracolo.

È proprio a questo punto che, pur essendo sprangate le porte e le finestre, Gesù entrò nel Cenacolo, iniziando il brano evangelico della Liturgia di oggi.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – 2ª Domenica di Pasqua

 

"La pace sia con voi"
È per il nostro beneficio che gli Apostoli hanno visto Gesù risorto, hanno creduto nella Risurrezione e di essa hanno dato testimonianza: affinché noi, credendo, otteniamo la vita eterna.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

 

[19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". [20] Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. [21] Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". [22] Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; [23] a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi". [24] Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. [25] Gli dissero allora gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò". [26] Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". [27] Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". [28] Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". [29] Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!".[30] Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. [31] Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv 20, 19-31).

 

I – "Mentre erano chiuse le porte"

[19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!".

Per vari motivi, la redazione dei Vangeli, malgrado sia di una precisione insuperabile, è sintetica. Per un sapiente soffio dello Spirito Santo, i suoi autori scelgono non soltanto i termini ideali, ma anche gli aspetti essenziali e più importanti degli episodi narrati per trasmettere ai fedeli il messaggio ispirato. Vediamo, per esempio, come è ricca di significato questa succinta affermazione: "Mentre erano chiuse le porte".

Paura e insicurezza degli Apostoli

Molti sono i commentatori che mettono in risalto questo particolare. Beda mostra che il motivo della dispersione degli Apostoli, in occasione della Passione – il timore dei giudei -, è lo stesso che li mantiene poi riuniti e con le porte chiuse. Secondo Crisostomo, la paura avrebbe dovuto aumentare di intensità, in loro, al cadere della sera. E, realmente, è probabile che l’insicurezza abbia pervaso le anime di tutti a partire dal momento in cui fu comunicato da Maddalena e constatato da Pietro e Giovanni, che il Corpo del Divino Maestro era scomparso dal sepolcro. Sicuramente il Sinedrio avrebbe preso misure di rappresaglia una volta informato dalle guardia di quanto successo.

La paura è spesso un fattore di aggregazione, e alle volte di dispersione. Quest’ultima già si era verificata. In quel momento, erano tormentati nelle loro coscienze dal dolore e da un senso di disorientamento totale. Soltanto riunendosi avrebbero potuto ottenere un sicuro sostegno morale. L’istinto di socialità esigeva (questa) il ricongiungimento di tutti di fronte alla grande perplessità causata dai tragici avvenimenti di quei giorni.

Questi sono gli aspetti di ordine naturale e psicologico che spiegano quella situazione. Comunque, di maggiore rilevanza sono i disegni di Dio.

 

Dimostrazione irrefutabile della Risurrezione

La paura che, per una efficace azione della grazia, non aveva colpito il cuore di Maria Maddalena né quello dei Discepoli di Emmaus, penetra invece nel cuore degli Apostoli, mescolandosi con le angosce causate da tanta sofferenza accumulata. Quale la ragione di tutto questo? Se agli uni la Provvidenza aveva riservato prove di grande consolazione e affetto, agli altri era destinata la dimostrazione di una irrefutabile e autentica risurrezione. Porte sprangate e invalicabili rendevano evidenti le qualità del glorioso stato del corpo del Salvatore. Questa opinione è condivisa da autori di grande prestigio come, per esempio, da Teofilo, che fa notare come Gesù sia penetrato in quel recinto (recinto significa "spazio circondato da uno steccato". Secondo me va meglio luogo) fermamente sprangato usando la stessa capacità grazie alla quale era uscito dal sepolcro. Sant’Agostino fa un accostamento tra la nascita del Divino Bambino, che ha lasciato il ventre materno di Maria Santissima senza ledere la sua Verginità, e questa penetrazione nell’ambiente degli Apostoli, affermando che niente potrebbe impedire il passaggio di un corpo abitato dalla Divinità.

 

Caratteristiche del corpo glorioso

In effetti, la Teologia ci insegna che la gloria del corpo trova la sua causa nella gloria dell’anima, dunque, essendo l’uomo una creatura mista, è indispensabile che tanto il corpo quanto l’anima siano oggetto della glorificazione celeste; pertanto è essenziale che quando l’anima è glorificata, anche il corpo lo sia. Questa è la dottrina chiaramente sostenuta da San Tommaso d’Aquino:

"Vediamo che quattro cose provengono al corpo dall’anima, e tanto più perfettamente quanto più vigorosa è l’anima. Per prima cosa gli dà l’essere; pertanto, quando l’anima raggiunge il sommo della perfezione, gli darà un essere spirituale. In secondo luogo, lo preserva dalla corruzione (...); quindi, quando essa sarà perfettissima, conserverà il corpo interamente impassibile. In terzo luogo, gli darà bellezza e splendore (...);e quando arriverà alla somma perfezione, renderà il corpo luminoso e splendente. In quarto luogo, gli dà movimento, e tanto più leggero sarà il corpo quanto più potente sarà il vigore dell’anima su lui. Per questo, quando l’anima ormai sarà all’estremo della sua perfezione, darà al corpo agilità"

Ecco dunque il risultato di questa profonda unione, nella quale l’anima è la forma del corpo. In questo stato di prova in cui ci troviamo, quasi sempre il corpo è una zavorra e un ostacolo per i voli dell’anima, proprio come ci dice il Vangelo: "Lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mt 26, 41). Ma, nella beatitudine eterna, il corpo spiritualizzato sarà pienamente armonizzato con l’anima, che avrà un dominio assoluto su tutti i movimenti corporei (,) ed in questo consisterà la sua agilità. Gli stessi sensi fisici, nell’ambito della loro stessa natura, potranno essere usati dall’anima a suo piacimento. Per questo, dopo la nostra risurrezione, potremo passeggiare per gli astri e per le stelle senza l’ausilio di nessuna nave spaziale; e, all’estremo opposto, ci sarà facilissimo contemplare le molecole o gli atomi costitutivi di una bella pietra preziosa.

Lasciando da parte le altre caratteristiche dei corpi gloriosi – del resto, anch’esse straordinariamente meravigliose -, per incantarci basterebbe che noi considerassimo solo questa: la sottilezza, utilizzata dal Salvatore, per entrare nel recinto/luogo del Cenacolo attraverso le "porte chiuse". San Tommaso ci spiega che i corpi gloriosi avranno "ogni volta e sempre che lo vogliano", la facoltà di passare, o no, attraverso altri corpi . Cita a questo proposito precisamente l’uscita di Gesù risorto dal Santo Sepolcro, come pure il suo ingresso nel Cenacolo a porte chiuse, oggetto ora della nostra analisi, oltre che la sua Nascita .

 

Gesù li saluta augurando loro la pace

Gli Apostoli erano sprofondati in uno stato estremamente doloroso per l’incommensurabile perdita e Gesù provava compassione per la grande sofferenza che quella circostanza aveva determinato in loro, per questo non lascia terminare il giorno senza mostrarSi ancora una volta a quegli uomini. In precedenza si era fatto vedere dalle sante donne, da Pietro e dai discepoli di Emmaus. Questa volta, di notte, si presenta agli Apostoli riuniti, "mentre erano chiuse le porte", e così rende manifesta la sua miracolosa risurrezione.

Gesù ha approfittato del sopraggiungere della notte, poiché era il momento in cui tutti sarebbero stati insieme (,) e Si è collocato in mezzo a loro, per poter così essere meglio contemplato da tutti.

Secondo un bel commento di San Gregorio Nazianzeno, Gesù li saluta augurando loro la pace – il che, del resto, era comune tra i giudei – non solo perché sarebbe stato riconosciuto da loro immediatamente, ma anche per servire a noi da esempio. Soltanto a coloro che chiudono le porte dell’anima alle deleterie influenze del mondo, Cristo appare offrendo la consolazione della vera pace.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – Pasqua di Risurrezione del Signore

Una donna ha preceduto gli Evangelisti

La verità più importante del Vangelo è stata annunciata, in prima battuta, da una donna, Maria Maddalena: lei è stata il primo araldo della Risurrezione di Gesù. Dio l’ha scelta per il suo fervido amore a Gesù.

Don João Scognamiglio Clá Dias, E.P.
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

 

 

  Vangelo

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!". Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti (Gv 20, 1-9).

 

I – Vittoria di Cristo sulla morte

"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto…"

Sarebbe sufficiente questo amore infinito del Padre per il Suo Unigenito perché si operasse la Sua risurrezione, tuttavia, oltre a ciò ha concorso per questo la luce della giustizia divina, conformemente a quanto scrive San Tommaso d’Aquino: A questa spetta esaltare quelli che si umiliano a causa di Dio, come dice San Luca (1, 52): "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili". E visto che Cristo, per il suo amore ed obbedienza a Dio, si è umiliato fino alla morte in croce, era necessario che Egli fosse esaltato da Dio fino alla risurrezione gloriosa.

Colti da adorazione, ancora una volta ci è stato possibile seguire liturgicamente nel corso della Settimana Santa, quanto la morte abbia avuto un’apparente vittoria sul calvario. Tutti coloro che passavano di là, potevano constatare la "sconfitta" di Chi tanto potere aveva manifestato non solo nelle innumerevoli guarigioni operate, ma anche nel Suo camminare sulle acque o nelle due moltiplicazioni dei pani.

I mari e i venti Gli obbedivano e persino i demoni erano, per sua volontà, stanati ed espulsi. Quello stesso che tanti miracoli aveva prodigato, era stato crocifisso tra due ladroni e, di fronte alle Sue estreme sofferenze, quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!". Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!" (Mt 27, 39-43).

Tuttavia, il modo in cui era stata rimossa la pietra del sepolcro e la scomparsa delle guardie, erano di per sé, una prova sensibile di quanto era stata sconfitta la morte, conformemente a quanto lo stesso San Paolo commenta: "La morte è stata ingoiata dalla vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (1Cor 15, 54-55). I fatti successivi hanno reso ancor più palese la trionfante Resurrezione di Cristo e per questo i prefazi della Pasqua cantano successivamente:

"Morendo, ha distrutto la morte, e, risorgendo, ci ha dato la vita" (I). " La nostra morte è stata redenta dalla sua e nella sua resurrezione è risorta la vita per tutti" (II). "Immolato, già non muore; e morto, vive eternamente" (III). "E, distruggendo la morte, ci ha garantito la vita in pienezza" (IV).

Queste frasi costituiscono una sequenza di affermazioni che proclamano la vittoria di Cristo non solo sulla propria morte, ma anche sulla nostra. Egli è il capo del Corpo Mistico ed essendo risuscitato, recherà necessariamente la nostra rispettiva risurrezione, poiché questa ci è garantita dalla Sua presenza nel Cielo, nonostante siamo, per ora, sottomessi all’impero della morte. Paradossalmente, il sepolcro violentemente aperto a partire dal suo interno, ha dato alla morte un significato opposto, questa è passata ad essere il simbolo dell’ingresso nella vita, poiché Cristo ha voluto "distruggere con la sua morte colui che aveva il dominio della morte, cioè il demonio", e così liberare coloro che "erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2, 14).

L’anima di San Paolo esulta di gioia di fronte alla realtà della Risurrezione di Cristo. In essa, proprio come lui stesso ci dice, troviamo il nostro trionfo sulla morte: "e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo" (1Cor 15, 22); "… Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti" (1Cor 15, 20-21).

Nella Risurrezione vediamo, inoltre, realizzata da Gesù, la profezia che Egli stesso aveva fatto poco prima della Sua Passione: "Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori" (Gv 12, 31). Di fatto, il compimento, propriamente detto, di questa profezia era iniziato durante i quaranta giorni di ritiro nel deserto ed è continuato passo dopo passo lungo la Sua vita pubblica espellendo i demoni che incontrava nel cammino, per giungere all’apice nella Sua Passione: "avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo" (Col 2, 15).

In seguito, non solo il demonio, ma il mondo stesso è stato sconfitto: innumerevoli pagani hanno cominciato a convertirsi e mo lti hanno sacrificato la loro vita per difendere la croce, animati dalle luci della risurrezione del Salvatore. In funzione di questa, hanno cominciato ad essere accolti nel Corpo Mistico tutti i battezzati che, rivitalizzati dalla grazia e senza smettere di restare inclusi nel mondo, hanno reso perpetuo il trionfo di Cristo: "Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo" (Gv 16, 33). Si tratta, pertanto, di una vittoria ininterrotta, che mantiene il suo rifulgente splendore intatto come nel giorno della Sua risurrezione, senza venire mai diminuita. Con la redenzione, Cristo ha sigillato le porte del seno di Abramo dopo aver liberato, dal suo interno, le anime che lì aspettavano l’ingresso nel piacere della gloria eterna.

Argomento: Tracce per omelie

GIOVANNI PAOLO II
OMELIA
28 Marzo 1999,
Domenica delle Palme

 

1. «Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2, 8).

La celebrazione della Settimana Santa inizia con l'«osanna!» di questa Domenica delle Palme e trova il suo momento culminante nel «crucifige!» del Venerdì Santo. Ma questo non è un controsenso; è piuttosto il cuore del mistero che la liturgia vuole proclamare: Gesù si è consegnato volontariamente alla sua passione, non si è trovato schiacciato da forze più grandi di Lui (cfr Gv 10,18). E' Lui stesso che, scrutando la volontà del Padre, ha compreso che era giunta la sua ora e l'ha accolta con l'obbedienza libera del Figlio e con infinito amore per gli uomini.

Gesù ha portato i nostri peccati sulla croce e i nostri peccati hanno portato Gesù sulla croce: Egli è stato schiacciato per le nostre iniquità (cfr Is 53,5). A David che ricercava il responsabile del misfatto raccontatogli da Natan, il profeta rispose: «Tu sei quell'uomo!» (2 Sam 12,7). La stessa cosa la Parola di Dio risponde a noi che ci chiediamo chi ha fatto morire Gesù: «Tu sei quell'uomo!». Il processo e la passione di Gesù, infatti, continuano nel mondo di oggi e sono rinnovati da ogni persona che, abbandonandosi al peccato, non fa che prolungare il grido: «Non costui, ma Barabba! Crucifige!».

Argomento: Tracce per omelie

Omelia per la Quinta Domenica di Quaresima

I Lettura: Ger 31,31-34
II Lettura: Eb 5,7-9
Vangelo: Gv 12,20-33


SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: Cristo insegna l'amore di donazione.
Obiettivo: Spiegare che l'amore cristiano è donazione, è sacrificio a vantaggio del prossimo.

1. Amore di donazione.
a) Un errore comune è pensare che l'amore sia un sentimento: se ci si sente bene è perché si ama.
b) L'amore autentico è donazione: è dare il meglio alla persona amata.
c) Dio concede il perdono dei peccati, fino a giungere a "dimenticarsi di essi" (Ger 31,34).

2. Cristo insegna ai cristiani a donarsi.
a) Cristo è venuto incontro all'uomo. Ora viene cercato e lui si lascia incontrare.
b) Cristo definisce se stesso un chicco di grano che deve morire per dare vita.
I) Questa lezione di generosità è per ogni cristiano.
II) Morire per dare la vita è il compimento di quel che Cristo dirà più tardi: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».


LA CATECHESI E IL MAGISTERO

«Tutta la sostanza della dottrina e dell'insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri della attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all'amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall'amore come nell'amore ha d'altronde il suo ultimo fine» (CCC n. 25).

«La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e di Dio, e di questo Regno costituisce in terra il germe e l'inizio» (CCC n. 768).


I PADRI

«Il Signore ci esorta poi a seguire gli esempi che egli ci offre della sua passione: Chi ama la propria anima, la perderà (Gv 12,25). Queste parole si possono intendere in due modi: "Chi ama, perderà", cioe: se ami, non esitare a perdere, se desideri avere la vita in Cristo, non temere la morte per Cristo. E nel secondo modo: "Chi ama l'anima sua, la perderà", cioè: non amare in questa vita, se non vuoi perderti nella vita eterna. Questa seconda interpretazione ci sembra più conforme al senso del brano evangelico che leggiamo (Sant 'Agostino, Comment. in Ioan, 51,10).

«Grande e mirabile verità, nell'uomo c'è un amore per la sua anima che la perde, e un odio che la salva. Se hai amato smodatamente, hai odiato; se hai odiato gli eccessi, allora hai amato. Felici coloro che hanno odiato la loro anima salvandola, e non l'hanno perduta per averla amata troppo. Ma guardati bene dal farti venire l'idea di ucciderti da te stesso, avendo inteso che devi odiare in questo mondo la tua anima» (Sant'Agostino, Comment. in Ioan, 51,10).

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – IV domenica di Quaresima

La conversazione notturna

Ricevendo con affabilità un potenziale discepolo, Gesù,
il primo evangelizzatore della Storia,
fa in modo di prepararlo con cura e tatto didattico
ad essere capace di credere nella sua divinità.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

In quel tempo, dice Gesù a Nicodemo: 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15  perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna". 16 Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. font size="2">17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (Gv 3, 14-21).

I – Introduzione:
Gesù fortifica la fede di un discepolo discreto

Animi divisi davanti alla figura di Gesù

Il presente Vangelo è la parte finale della conversazione notturna avuta tra Gesù e Nicodemo. Prima di questo incontro, Egli aveva realizzato il miracolo alle nozze di Cana ed espulso i mercanti dal Tempio. Cresceva il numero dei convertiti, poiché tutti confermavano la grandiosità di Gesù "nel vedere i miracoli che faceva" (Gv 2, 23). Nello stesso tempo non era integra, come doveva essere, la fede di quegli ammiratori, perché le speranze del popolo giudeo erano rivolte ad un Messia politicizzato, colmo di doti umane. Per questo "Gesù non si confidava con loro" (Gv 2,24). Se è vero che alcuni riuscivano a discernere le sembianze sovrannaturali di Gesù, mancava loro comunque un’adeguata abnegazione e dedizione per seguirLo incondizionatamente.

Nonostante ciò, da parte del popolo semplice, la nota dominante era di franca simpatia.

Non succedeva la stessa cosa con le autorità religiose. Era apparso davanti a loro un profeta che predicava una dottrina nuova, dotato di potenza, che scuoteva la struttura dei principi religiosi da loro appresi in una scuola di lunga tradizione. A questa difficoltà, se ne era aggiunta un’altra grave: l’espulsione dei mercanti dal Tempio. A causa di quest’ episodio, i loro animi erano fortemente irritati, e la figura di Gesù, oltre a creare loro un tormentoso problema di coscienza, ad ogni piè sospinto faceva loro sanguinare le ferite mal cicatrizzate del risentimento

La fedeltà discreta di Nicodemo

Entro questa cornice socio-psico-religiosa, appare la figura di Nicodemo. Secondo San Giovanni, si tratta di un fariseo, principe dei giudei, che temendo di compromettere la reputazione tra i suoi compagni, cercò di incontrarsi con Gesù di nascosto.

In effetti, tale era il furore dell’indignazione dei farisei contro il Divino Maestro che, se Nicodemo non avesse proceduto in questo modo, avrebbe subito terribili persecuzioni. I Vangeli sono ricchi di particolari a questo riguardo, ma basterebbe ricordare quanto detto dai farisei quando si indignarono contro coloro che avrebbero dovuto catturare Gesù: "C’è stato, per caso, qualcuno tra i capi del popolo o dei farisei che Gli ha creduto? Quanto a questa gente che non conosce la Legge è maledetta" (Gv 7, 48-49). Questa è la ragione per la quale Nicodemo, come Giuseppe di Arimatea, pur sempre fedele, mantenne una grande discrezione fino alla fine (cfr. Gv 19, 39.) Malgrado ciò, è degna di nota l’imperfezione della fede di Nicodemo nell’Uomo-Dio; Lo chiama Maestro a causa dei suoi miracoli, ma Lo vede solo come un grande uomo aiutato dal potere di Dio.

Il Redentore approfittò della circostanza della sua visita per rettificare e fortificare la fede di questo nuovo e segreto discepolo (cfr. Gv. 3, 2-13), preparandolo ad accettare la sua divinità, facendogli conoscere qualcosa sul Battesimo e l’Incarnazione. Così finisce per dichiarargli l’obiettivo ultimo della sua venuta su questa terra: la salvezza degli uomini attraverso la sua morte, e la morte in croce. Questa è la tematica della Liturgia di oggi.

II – Il serpente di bronzo Simbolo del figlio dell’uomo

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna".

San Cirillo di Alessandria fa un accostamento tra il Battesimo, anteriormente enunciato da Gesù, e la raffigurazione del serpente di bronzo. Secondo lui, per il fatto che Nicodemo forse non ha colto il significato degli aspetti sovrannaturali di questo Sacramento, il Maestro ha deciso di ricordargli questo episodio così ben conosciuto da tutto il popolo israelita, a fortiori da chi era fariseo come il suo visitatore.

Partito dal monte Hor in direzione del mar Rosso, il popolo ebraico si era ribellato contro Mosé e addirittura direttamente contro Dio stesso. Questo per la stanchezza, la nausea e la mancanza di pane, acqua e altro cibo che non fosse la manna. Per castigo, Dio inviò serpenti i cui morsi provocavano infiammazione, febbre e, infine, la morte; da qui il loro nome: "di fuoco". I giudei allora implorarono l’intercessione di Mosé presso Dio. Questi non eliminò il male, ma concedette loro un rimedio: chiunque fosse stato attaccato dal mortifero animale sarebbe stato immediatamente guarito se avesse guardato un serpente di bronzo che, per ordine divino, il Profeta aveva fissato su un palo ().

Questo oggetto fu considerato dal popolo come un simbolo della guarigione che gli era concessa da Dio.

Nicodemo doveva conoscere l’interpretazione esatta di questo miracolo, che si trova narrato nel Libro della Sapienza: "Ed ebbero subito un pegno di salvezza (…) Infatti chi si volgeva a guardare questo pegno era salvato non da quel che vedeva, ma solo da Te, Salvatore di tutti gli uomini" (16, 5-7).

Tutti saranno vivificati in Cristo

È divina la didattica di Gesù. D’accordo con i commentatori, tra le molteplici immagini della Redenzione del genere umano, nessuna è superiore a questa: un serpente senza veleno per guarire i mali prodotti dai morsi dei serpenti. Afferma San Paolo: "Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita" (Rm 5, 18). – "E, come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo" (1Cor 15, 22).

Per quale ragione è il bronzo il materiale del serpente salvatore? Svariate sono le opinioni. Preferiamo quella di Eutimio: per rappresentare Cristo, il serpente non doveva essere di una sostanza fragile, in maniera che potesse risultare lampante la differenza tra la nostra carne, soggetta al peccato, e quella del Redentore, forte e invulnerabile senza il minimo margine di imperfezione.

"Attirerò tutti a Me"

Il Figlio dell’Uomo sarebbe dovuto essere elevato come il serpente di bronzo di Mosé. Il primo significato di questo paragone che viene in mente è quello di rappresentare la glorificazione. Certamente così lo ha inteso Nicodemo, poiché non ha chiesto spiegazioni a questo riguardo, come avrebbe fatto la moltitudine più tardi: "Allora la folla gli rispose: "Come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?" (Gv 12, 34). Questa nota di gloria traspare chiaramente nella voce che è venuta dal cielo: "Io L’ho glorificato e di nuovo Lo glorificherò!". (Gv 12, 28), su cui Gesù commenta: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a Me" (Gv 12, 32). In altre parole, tutti i popoli, giudei e pagani, Lo avrebbero riconosciuto come il Salvatore.

Prefigura della Risurrezione

Nel frattempo, è anche prefigurata la crocifissione, evidenziata da tutti i commentatori, come, per esempio, Sant’Agostino:

"Che significa il serpente elevato? La morte del Signore sulla croce. La morte provocata dal serpente è stata rappresentata dalla statua del serpente. Il morso mortale del serpente rappresenta la morte vitale del Signore. Si guarda al serpente affinché il serpente non uccida. Ma alla morte di chi? Alla morte della Vita, se così si può dire. (...) Cristo non è la Vita? Nondimeno, è stato messo in croce. (...) Ma la morte è stata uccisa con la morte di Cristo, perché la Vita che è stata uccisa ha ammazzato la morte.

"Così come quelli che guardando al serpente di bronzo non morivano per i morsi dei serpenti, così coloro che guardano con fede alla morte di Cristo sono guariti dai morsi del peccato. Ma quelli erano liberi dalla morte concernente la vita temporale, mentre questi hanno la vita eterna. Qui sta la differenza tra la raffigurazione e la realtà. La raffigurazione dava la vita temporale, e la realtà dà la vita eterna" ()

Delicatezza nel preparare l’intelligenza ad accettare il dogma

Resta da dire una parola sull’espressione "il Figlio dell’Uomo", che appare 82 volte nel corso dei Vangeli, quasi sempre proferita dalle adorabili labbra di Gesù e, oltretutto, esclusivamente riferita a Lui. L’Antico Testamento porta alla superficie questa stessa espressione, ora in riferimento ad un semplice uomo, ora ad un essere sovrannaturale superiore ad un uomo comune ().

In Cristo noi troviamo una misteriosa unione di due nature – quella divina e quella umana – in una sola Persona. Era necessario preparare gradualmente le mentalità all’accettazione, basata sulla fede, di questo altissimo dogma. Oggi – dopo due millenni, con tutta la tradizione ed il grande sviluppo dottrinario della Teologia – ci è più facile abbracciare questa fondamentale verità rivelata. Al contrario, a quei tempi, la cultura religiosa pronosticava una figura messianica molto differente. Il Messia avrebbe dovuto essere un grande conestabile di nazionalità giudaica che avrebbe dato al suo popolo la supremazia su tutti gli altri popoli, liberandolo da qualsiasi onere, sottomissione o tributo. Soprattutto in quel momento in cui i giudei stavano sottomessi politicamente e tributariamente all’Impero Romano, il termine "Messia", evocato, metteva in movimento una dinamica catena di sentimenti nazionalisti.

Sapienziale l’impiego dell’espressione "Figlio dell’Uomo"

In che modo allora utilizzare il linguaggio umano per approssimare le intelligenze all’accettazione di uno dei più alti dogmi della nostra Fede? Dirsi semplicemente "Figlio di Dio" non avrebbe risolto il problema e perfino avrebbe potuto condurre il popolo giudeo, tradizionalmente credente in un solo Dio, di fronte ad un’enorme perplessità: accettare l’esistenza di un Dio-Uomo! È stato, d’altronde, quello che più tardi è avvenuto: "Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: "Io sono il pane disceso dal cielo". E dicevano: "Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?"(Gv 6, 41-42).

Di conseguenza era molto sapienziale l’impiego dell’espressione "Figlio dell’Uomo". Essa permetteva, a chi ascoltava, di situarsi a qualsiasi livello del suo cammino di Fede. Se si fosse trattato di un semplice naturalista, il suo giudizio su Gesù sarebbe stato meramente umano, non discernendo costui la sua divinità, e questa espressione lo avrebbe lasciato tranquillo. Se, al contrario, si fosse trattato di un grande mistico, la natura divina avrebbe lasciato risplendere i suoi riflessi sull’umanità di Gesù e, in questo caso, l’espressione in questione sarebbe stata come un’ulteriore manifestazione di umiltà di Gesù. Questa è la costante trovata in non poche pagine dell’Agiografia: vediamo i santi far uso di un linguaggio non interamente esplicito o categorico, al fine di evitare perplessità nei loro ascoltatori, molte volte anche tra i loro discepoli.

Da qui si capisce quanta delicatezza Gesù abbia utilizzato in questa conversazione con Nicodemo, nel far uso dell’immagine del serpente elevato da Mosè nel deserto, approssimandola, metaforicamente, a quella del Figlio dell’Uomo, "in modo che chiunque creda in Lui abbia la vita eterna". Ormai era pronto quel fariseo buono ad accettare l’affermazione contenuta nel versetto immediatamente successivo.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo — III Domenica di Quaresima

Ci sarà bontà nel castigare?

Tutto in Gesù era di illimitata perfezione. In quella situazione stabilita per consuetudine attraverso i tempi, non sarebbe servito a nulla l’impiego di dolcezza per persuadere coloro che avevano trasformato il Tempio di Dio in un autentico bazar.

 

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

Vangelo

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del Tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato". 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. (Sl 68,10). 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?". 19 Rispose loro Gesù: "Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere". 20 Gli dissero allora i Giudei: "Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. 24 Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo (Gv 2, 13-25).

 

I – Il Tempio

"E subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento" (Ml 3, 1b-3a).

Così profetizza lo Spirito Santo, attraverso le parole di Malachia, sull’inizio del ministero, la predicazione ufficiale del Messia, che avrebbe dovuto iniziare nel Tempio della città di Gerusalemme.

Con questa rivelazione, diventava chiaro, per coloro che avessero buona disposizione di spirito, quanto il sorgere del Re atteso dai giudei non avrebbe dovuto manifestarsi come un potere politico o finanziario (supremazia su tutti i popoli o sospensione delle imposte), ma attraverso una chiara azione santificatrice. Egli sarebbe andato al Tempio per purificare e affinare i figli di Levi.

Secondo la narrazione di San Giovanni, era appena avvenuto il miracolo alle nozze di Cana, dopo il quale Gesù si diresse a Cafarnao, dove rimase alcuni giorni con Maria e i Suoi discepoli. Il momento da Lui scelto per iniziare la missione pubblica non poteva essere migliore. La Città Santa e lo stesso Tempio straripavano di uomini e donne provenienti da tutta Israele.

Se il popolo avesse accettato con fervore la predicazione del Precursore — "Io sono la voce che grida nel deserto" (Gv 1, 23)—, sarebbe stato in condizione di vedere, nell’entrata di Gesù nel Tempio, un inequivocabile segno dell’apparizione del Messia: "…allora essi saranno per il Signore coloro che presenteranno le loro offerte come conviene" — continua Malachia — "allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani" (Ml 3, 3b-4).

 

Il Cortile dei Gentili

L’insieme di tutti gli edifici che costituivano il Tempio formava un quadrilatero con i suoi cinquecento cubiti (1) in ogni lato, protetto da mura. In esso si entrava attraverso otto enormi porte guarnite da torri di difesa. C’erano al suo interno tre cortili particolarmente santi: quello dei sacerdoti, dove si trovava il naos, una costruzione anch’essa quadrata, in marmo bianco e rivestito in oro, localizzata nell’angolo nord-ovest; più ad oriente, il cortile degli uomini e, a seguire, quello delle donne.

Attorno a questi tre cortili, c’era un grande spazio delimitato da colonne, denominato Cortile dei Gentili o dei Pagani, l’unica parte accessibile ai non giudei. Era lì che, con un tacito accordo delle autorità del Tempio, si erano istallati banchi di scambio ed un vero mercato.

In contrasto con gli altri tre, che erano considerati sacri, quest’ultimo cortile assunse il carattere di una specie di bazar orientale. In esso di trovavano in vendita sale, olio, vino, colombe — che le donne offrivano per purificarsi —, pecore e persino vitelli per i sacrifici di maggior importanza. Si scambiavano anche le monete straniere — greche o romane, per esempio — con quella sacra, con la quale si pagava l’imposta fissata dal Signore per la manutenzione del Tempio (cfr. Es 30, 13-16).

Da aggiungere il fatto che il Cortile dei Gentili facilitava l’accesso agli altri, poiché chi non lo utilizzava come scorciatoia, si vedeva costretto a fare il giro all’angolo del Tempio. Così, uno spazio che avrebbe dovuto avere una certa parvenza di sacro, si trasformò in un dissipato e agitato "covo di ladri".

Viene ufficializzata la missione del Messia

Il Tempio era il punto di riferimento più denso di simbolismo religioso, e persino nazionale, di Israele. Non c’era in tutta la nazione un posto più santo. Quel luogo era stato scelto da Dio stesso per convivere con il popolo eletto. Per queste ed altre ragioni, nessun giudeo si sarebbe mai consolato se avesse visto arrivare l’ora della propria morte senza aver varcato i suoi portici, corridoi ed edifici per pregare e offrire sacrifici. Ancora ai giorni nostri, il grande sogno degli israeliti consiste nel poter incontrarsi davanti a quelle rovine per toccarle, baciarle e bagnarle con le lacrime rafforzando così la loro speranza.

Varcando la soglia di una delle otto porte esterne, si penetrava nell’immenso Cortile dei Gentili, aperto a tutti: giudei o pagani, ortodossi o eretici, puri o impuri. Da questo luogo, per entrare nel cortile esclusivo dei giudei, c’erano tredici porte e davanti ad ognuna di queste, una colonna con iscrizioni, che proibivano, sotto pena di morte, l’accesso a persone indegne.

È in questi atrii che si sono svolte molte delle vicende della vita pubblica di Gesù, ed è proprio nell’episodio narrato da San Giovanni, nel Vangelo di oggi, che si ufficializza la missione del Messia. Fino a quel giorno, egli frequentava il Tempio come un semplice giudeo, senza emettere alcun giudizio sulla condotta delle autorità locali.

Argomento: Tracce per omelie

Seconda Domenica di Quaresima

Sacra Scrittura
I Lettura: Gn 22,1-2.9a.10-13.15-18;
Salmo: Sal 115,10.15-19;
II Lettura. Rm 8,31b-34;
Vangelo: Mc 9,2-10


NESSO TRA LE LETTURE

Il più grande atto di fede dell'Antico Testamento ci porta al più grande atto d'amore del Nuovo. Il gesto straordinario di Abramo, che è disposto a sacrificare suo figlio Isacco (prima lettura), è solo una vaga rappresentazione di ciò che anticipa: il sacrificio da parte di Dio del suo unico Figlio (seconda lettura). Sul Monte Tabor, Dio ha voluto rivelare ad alcuni apostoli la vera identità di Gesù, e lo ha fatto non solo perché la loro fede potesse sopravvivere alla tragedia della Passione, ma anche perché potessero capire quanto era profondo il suo amore per gli uomini (Vangelo).


Messaggio dottrinale

Padre... La liturgia di oggi è dominata da due rapporti padre-figlio, entrambi caratterizzati da un eroismo ineffabilmente grandioso. Ognuno dei due padri ama il proprio figlio come nessun altro. Abramo vive per Isacco; nei testi sacri si è voluto sottolineare l'amore profondo che prova per il ragazzo. Siamo di fronte ad un amore paterno ineguagliabile. Quando Dio parla del suo amato Figlio - come sappiamo per fede e attraverso la teologia, che è "fede che cerca di capire" -, esprime un amore che supera ogni tipo di amore materno e paterno nella storia dell'universo. Ognuno dei due padri è pronto ad offrire il proprio figlio prediletto in sacrificio: Abramo per obbedienza e fede nei confronti di Dio, il cui mistero e i cui pensieri lo trascendono; Dio Padre per obbedienza al suo amore fedele per gli uomini; essendo lo stesso amore, anche questo è infinitamente più grande dell'amore umano, più profondo e più puro. …e figlio. Ognuno dei due figli prende liberamente su di sé il peso richiesto dal sacrificio e, anche se nessuno di loro potrebbe desiderare umanamente di essere la vittima ("Dov'è la vittima per il sacrificio?", "Padre, se è possibile allontana da me questo calice"), entrambi hanno fiducia nell'amore del padre, che mai potrebbe abbandonarli (i versetti della Genesi con questi particolari non figurano nella lettura di oggi). Ognuno di loro è una vittima innocente, ma sappiamo che l'innocenza del secondo, l'Agnello di Dio, è completamente diversa; sappiamo che Egli accetta il Suo sacrificio essendo pienamente consapevole di ciò che Lo aspetta; che continuerà ad aver fiducia anche in una situazione in cui sembra che il Padre sia completamente assente e Lo abbia abbandonato. E come Pietro e i suoi compagni impareranno sul monte, Egli non è solo un figlio di Abramo, ma il Figlio unigenito dell'Onnipotente.

Per il nostro bene. Per Gesù, inoltre, non ci sarà una "commutazione della pena". Dio dice ad Abramo di sostituire Isacco con un ariete, ma Gesù è proprio l'Agnello con cui vengono sostituiti tutti i figli di Dio, cioè tutti noi. Obbligato soltanto dall'amore, "non ha risparmiato suo Figlio e lo ha sacrificato per il bene di tutti noi". Dopo una dimostrazione di questo tipo niente può essere considerato davvero generoso. Il fatto che Dio sacrifichi suo Figlio, che ama infinitamente, vuol dire che è infinito anche l'amore che prova per coloro a favore dei quali viene offerto il sacrificio. È questo ciò che viene dedotto da san Paolo, con tutte le "garanzie" che implica la sua interpretazione.

Catechesi: la Provvidenza e lo scandalo del male (272-73; 309-14); l'amore del Padre (cfr. la catechesi per la quarta domenica di Quaresima).

Argomento: Tracce per omelie

Omelia per la Prima Domenica di Quaresima

Sacra Scrittura
I Lettura: Gn 9,8-15;
Salmo: Sal 24,4-9;
II Lettura: 1Pt 3,18-22;
Vangelo: Mc 1,12-15

 

NESSO TRA LE LETTURE

Gesù arrivò in Galilea proclamando il Vangelo di Dio: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Pentitevi e credete al Vangelo". La Chiesa ci invita ad ascoltare la proclamazione iniziale della buona novella di salvezza come se fosse la prima volta e a fare dell'inizio del nostro viaggio quaresimale un nuovo inizio per seguire Cristo. La promessa di un'alleanza irrevocabile (seconda lettura) fatta a Noè è realizzata completamente in Lui attraverso il mistero della sua morte e resurrezione, in cui noi siamo battezzati (seconda lettura).


Messaggio dottrinale

Il viaggio verso la Pasqua. Il riferimento battesimale dirige il nostro sguardo verso la Pasqua. La Quaresima ha avuto origine come un periodo intenso per terminare la preparazione dei catecumeni in vista del loro Battesimo, nella vigilia di Pasqua. Con il tempo, è stato estesa all'intera comunità cristiana, e questo è importante perché il nostro Battesimo merita molto più dell'attenzione superficiale che molti gli rivolgono. È l'evento più importante della nostra vita! In questa Quaresima il nostro compito è quello di far sì che il rinnovamento dei nostri voti battesimali, in occasione della Pasqua, sia reale ed efficace e non un semplice simbolo rituale.

Il regno è vicino. Com'è successo durante i quaranta giorni del Diluvio Universale, "animali selvatici" convivono pacificamente con un figlio dell'uomo, un segno evidente che le leggi del regno sono ancora in vigore (cf. Is 11,6-9). Questo è ancora presente in tutta la sua essenza nella persona di Gesù. La cosa più importante e significativa, quindi, è il fatto che l'importante annuncio della salvezza - finalmente vicina! - è preceduto dal digiuno di quaranta giorni nel deserto di Gesù ed è seguito non da un banchetto nuziale o da uno squillo di trombe, ma da un invito a pentirsi e a cambiare completamente il proprio cuore. Non si tratta di un calcolo errato di Dio o di una coincidenza irrilevante: è stato lo Spirito che "Lo ha portato nel deserto". Non si è trattato di un ritiro calmo ed idilliaco, ma di una lunga lotta contro l'assalto aggressivo del tentatore, Satana.

Il viaggio con Cristo. Nonostante tutto, ciò che viene proclamato da Gesù è il Vangelo, la buona novella! La Quaresima non è un periodo di tristezza, così come la vita cristiana non è una lotta triste e severa contro la tentazione e i desideri della carne. Sono entrambe un invito a seguire Cristo, ed è su questo che si basa la chiamata alla conversione e a credere e aderire completamente al messaggio del Vangelo. Ci dobbiamo convertire non a qualcosa di severo, noioso o avvilente, ma alla vita con Cristo e a somiglianza di Cristo, una vita meravigliosa, piena di tutto il significato e della massima dignità a cui possiamo aspirare, come fratelli e sorelle di Cristo, al punto che perfino gli angeli, riconoscendoLo in noi, si sentiranno spinti ad aiutarci come hanno fatto con Lui. L'alleanza di Dio con noi è definitiva: Egli non revocherà mai la Sua decisione, grazie a Suo Figlio, che è morto per noi ed è risorto perché noi possiamo seguirLo non solo in teoria, ma nei fatti.

Catechesi: il Regno dei cieli, inaugurato in terra da Gesù e fondamentale per la sua predicazione (CCC 541-53), è un argomento importante spesso trascurato nella catechesi. Ci si può soffermare sulla grazia del Battesimo (CCC 1262-74; cfr. 1219).

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – VII Domenica del Tempo Comune

Può l’uomo perdonare i peccati?

Cos’è più difficile: perdonare i peccati o curare un paralitico? Questa interessante questione sollevata da Gesù nel Vangelo che oggi commentiamo, ci mostra la grandezza e l’efficacia del Sacramento della Riconciliazione.

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao, e si seppe che Egli era in casa 2 Si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. 3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". 6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?". 8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua". 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!" (Mc 2, 1-12).

 

I – Introduzione

"Assueta vilescunt", si dice in latino, il che vuol dire: l’uso frequente di qualcosa, quasi sempre, finisce per usurarla, non importa quale sia la grandezza dell’oggetto usato e neppure la sua sostanza. Per esempio, non c’è niente di più banale, per noi, della quotidianità del corso solare ciò che invece Sant’Agostino considera come uno dei miracoli naturali di Dio.

Neanche i miracoli sovrannaturali sfuggono a questa regola. Da circa duemila anni, il Sacramento della Confessione è a disposizione di qualunque penitente, nondimeno, perdiamo con facilità la nozione della misteriosa grandezza del perdono che riceviamo attraverso questo sacramento. La stessa nozione della gravità del peccato, facilmente, si dissolve in noi quando la nostra vigilanza e la nostra vita di devozione non sono sufficientemente determinate. E può succedere che siamo chiamati ad aderire con fede integra a panorami sovrannaturali inediti, subito dopo aver elaborato sofismi per giustificare la nostra permanenza nel vizio. In questo caso, è di fatto difficile per noi reagire con piena rettitudine.

Questi presupposti spiegano in un certo qual modo il comportamento degli scribi, additato nel Vangelo di oggi.

Formati in scuole serie, conoscevano i segnali che precedevano ed indicavano l’avvento del Messia e persino la sua stessa nascita (). Ma non si era soltanto infiacchita la fede in questi dottori della Legge, – peggio ancora – essi avevano modellato alle loro convenienze egoistiche tutti i concetti appresi. Avevano elaborato un sistema dottrinario ed etico a margine della vera ortodossia.

Ora, poiché desiderava la salvezza di tutti, inclusi gli scribi, Gesù, penetrando divinamente nel loro pensiero, dimostrava loro che è Lui il Cristo e che può perdonare i peccati come Dio e come uomo, e confermando il suo potere con uno sprepitoso miracolo.

Qual è la reazione della moltitudine lì presente? Quale quella degli stessi scribi? La Liturgia di oggi ci risponderà.

San Matteo (9, 2-8) e San Luca (5, 18-26) raccontano l’episodio in questione. A parte differenze di cronologia – Luca e Marco collocano l’avvenimento all’epoca in cui le autorità giudaiche cominciano a lanciare invettive contro Gesù -, i tre si mostrano impegnati a trasmettere il grande obiettivo del Signore, ossia, la prova del suo potere di perdonare i peccati.Dei tre narratori del fatto, San Marco, come accade sempre con lui, è quello che renderà più vivi i colori della sua presentazione.

 

II – Commento al Vangelo

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao, e si seppe che Egli era in casa.

Maldonato () ipotizza che Gesù debba essere entrato in città di notte ed in modo molto discreto, facendolo sapere soltanto ai discepoli e a nessun altro, così da poter riposare. Il suo intento non fu raggiunto, poiché l’annuncio del suo arrivo corse velocemente per la città.

Probabilmente si trattava della casa di Pietro, e non si può scartare l’ipotesi che la notizia sia stata diffusa da qualche amico, o addirittura da un suo parente. Non è facile far passare inosservata la presenza di Gesù, visto che la stessa virtù partecipata – quella dei santi -, nessuno riesce a nasconderla.

Il periodo di assenza da Cafarnao non deve essere stato solo di "qualche giorno", ma di settimane, perché si deduce che Egli predicò nei giorni di sabato in varie Sinagoghe, prima di far ritorno alla casa di Pietro.

2 Si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la Parola.

Era talmente tanta la quantità di persone, che queste ostruivano il passaggio a chinque. È comune, in tutti i tempi, il verificarsi della curiosità, compenetrata di egoismo, da parte della moltitudine che si accalca e si spinge a gomitate. Oltretutto, non doveva essere esiguo il numero dei rappresentanti di tutte le località. Lí ci dovevano essere anche dei farisei della Giudea e della stessa Gerusalemme, ansiosi di fare di Gesù uno dei loro o altrimenti, di condurlo al Calvario.

Insomma, traspaiono in questo versetto, in una sintesi elegante, la fretta e l’impegno un po’ agitati nell’approssimarsi a Lui, da parte di tutti.

 

Il Paralitico, simbolo delle anime deboli

3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone.

Alcuni autori – come nel caso di Maldonado () - sono sostenitori dell’ipotesi che si trattasse di un paralitico di un certo potere e per questo probabilmente si faceva accompagnare dai suoi familiari e persino da amici.

Quanto al numero "quattro", puntualizzato da San Marco, c’è una controversia tra i commentatori. Alcuni, come San Beda, attribuiscono una certa allegoria al fatto, approssimandolo ai quattro Evangelisti o alle quattro virtù che ci conducono a Cristo. Altri, - tra i quali ritroviamo Maldonado – lo interpretano come risultato della preoccupazione di San Marco di mettere in risalto il carattere drammatico della paralisi dell’infermo. La sua capacità di locomozione era così ridotta che doveva essere caricato da quattro persone. Questa peculiarità darà al miracolo maggiore grandiosità.

C’è anche chi fa un parallelismo tra la paralisi fisica e la debolezza spirituale, perché la tendenza del debole è di raffreddarsi nella pratica della virtù, stancarsi nel suo progresso. Per non aver preso sul serio il peccato veniale, la sua volontà si debilita, conducendolo ad un lento e progressivo abbandono della preghiera e, infine, alla caduta nel peccato grave. Questo male è recriminato dal Signore: "Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca" (Ap 3, 15-16).

Nel considerare come valida quest’interpretazione, il Vangelo di oggi ci addita una soluzione per la paralisi spirituale: cercare Gesù, anche se attraverso l’aiuto di altri. Dove potrà meglio trovarLo un’anima debole? Nella confessione frequente, fatta con amore e serietà; in essa, oltre al beneficio del nostro pentimento, opererà in noi la stessa forza di Nostro Signore Gesù Cristo. Chi applica in tal modo questo metodo non sarà mai colpito da una terribile infermità spirituale.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo — VI Domenica del Tempo Ordinario

Quale lebbra è la peggiore?

La "lebbra" dell’anima è più contagiosa e terribile del male di Hansen. Essa strappa la pace della coscienza, rende amara la vita e prepara la morte eterna. Se fosse così visibile quanto la lebbra fisica, quanto più repellente sarebbe ai nostri occhi!

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

"Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ‘Se vuoi, puoi guarirmi!’. Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: ‘Lo voglio, guarisci!’. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: ‘Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro’. Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte" (Mc 1, 40-45).

 

I – Onnipotenza del Verbo

Gesù Cristo ha fatto notare la Sua umanità nascendo in una grotta a Betlemme, con la sua fame, sete o stanchezza, e addirittura quando ha dormito nella barca. Inoltre, ha manifestato la Sua divinità attraverso innumerevoli miracoli realizzati, per esempio, quando ha calmato i venti e i mari con l’imperio della voce, o quando ha risuscitato Lazzaro. In quanto Essere Infinito, Egli è onnipotente,

 

1 e per questo, escluso ciò che sia contraddittorio, tutti i possibili sono oggetto del Suo potere. "Onnipotente" è il nome proprio di Dio (cfr. Gen 17,1), poiché la Sua Parola è sufficiente, per se stessa, a produrre tutte le creature (cfr. Gen 1, 3-30).

I miracoli di Gesù sono prova della Sua divinità

Ora, secondo quanto ci insegna San Tommaso, per il fatto che la Sua natura umana è unita a quella divina, Gesù ha ricevuto come Uomo la stessa onnipotenza che il Figlio di Dio ha dall’eternità, poiché entrambe le nature possiedono ipostaticamente una sola e unica Persona.2 La stessa anima adorabile di Cristo, in quanto strumento del Verbo — e non solo per se stessa — ha ogni potere.3 Essa è la ragione per la quale Cristo Gesù dominava qualsiasi infermità (cfr. Mt 8, 8), perdonava i peccati (cfr. Mt 9,6; Mc 2, 9-11), scacciava i demoni (cfr. Mc 3, 15), ecc. Per questa ragione Egli ha potuto affermare: "Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in Terra" (Mt 28, 18); e più tardi, San Paolo ha potuto insistere su questo punto fondamentale della nostra fede: "Per noi, è forza di Dio" (I Cor 1, 18); "Cristo è forza di Dio e sapienza di Dio" (I Cor 1, 24); e più avanti: " risusciterà anche noi con la sua potenza" (I Cor 6, 14).

La fede in questa onnipotenza di Dio ci permette di ammettere più facilmente le altre verità, specialmente le azioni che oltrepassano l’ordine naturale. A un Dio onnipotente, sono proprie le opere eccellenti e mirabili: "Perché a Dio nulla è impossibile!" (Lc 1, 37).

Ci dice San Tommaso d’Aquino: "Col potere divino è concesso all’uomo di fare miracoli per due ragioni: la prima, e principale, per confermare la verità che uno insegna. Le cose che appartengono alla fede sono superiori alla ragione umana e per questo non si possono provare con ragioni umane; è necessario che si provino con dimostrazioni di potere divino. In questo modo, quando la persona realizza opere che soltanto Dio può realizzare, si può credere che ciò che dice viene da Dio; come quando uno presenta un documento col sigillo del re, si può credere che quanto contenuto nel documento provenga dalla volontà del re. In secondo luogo, per mostrare la presenza di Dio nell’uomo con la grazia dello Spirito Santo. Quando la persona fa le opere di Dio, si può credere che Dio in lei abita per la grazia. Si dice nella Lettera ai Galati: ‘Quello che vi dà lo Spirito e realizza miracoli tra voi’ (Gal 3, 5).

Ora, in Cristo, bisognava dimostrare l’una e l’altra cosa, cioè che Dio stava in Lui per mezzo della grazia, non di adozione, ma di unione; e che il suo insegnamento soprannaturale proveniva da Dio. Per questo, era del tutto conveniente che Cristo facesse miracoli. Egli stesso affermò: ‘Se non volete credere in Me, credete nelle mie opere’ (Gv 10, 38). Ed anche: ‘Le opere che mio Padre Mi ha concesso di realizzare, sono quelle che danno testimonianza di Me’" (Gv 5, 36).4

Questi sono i motivi che hanno portato gli Apostoli a credere in Gesù dopo il miracolo da Lui operato alle Nozze di Cana di Galilea (cfr. Gv 2, 11); e molti altri sono stati portati a credere, dopo la resurrezione di Lazzaro (cfr. Gv 11, 1-44).

Lo stesso Gesù giunge a citare le Sue opere come prova della Sua divinità: "Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella" (Mt 11, 4-5), "Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre" (Gv 10, 25; 37-38).

La Chiesa: un miracolo permanentemente rinnovato

Sì, Gesù Cristo è il Figlio di Dio vivo, come ha affermato Pietro a Cesarea di Filippo (Cfr. Mt 16, 16), pertanto, onnipotente quanto il Padre. Tra la moltitudine dei Suoi miracoli, quale sarà stato il più straordinario? Difficile dirlo con piena sicurezza ma si può fare un’ipotesi di considerevole sostanza che appare come la più probabile.

La Santa Chiesa è passata attraverso numerosi drammi lungo i suoi venti secoli di esistenza; drammi capaci di far sparire qualsiasi stato o governo. Già ai suoi primordi, essa ha dovuto affrontare il "fissismo" religioso del popolo giudeo.

La Redenzione si è operata nell’ambito di questa nazione: le prime azioni, organizzazioni, proselitismo sono stati effettuati da giudei — lo stesso Fondatore, gli Apostoli, ecc. — ed esclusivamente sugli israeliti. Tuttavia, trattandosi di una mentalità blindata nelle proprie concezioni, c’era da temere che la Chiesa venisse ad essere soffocata al suo nascere. Chi avrebbe potuto prevedere le decisioni del primo concilio, quello di Gerusalemme, che rifiuta il giudaismo e si apre ai gentili? Se lo Spirito Santo non avesse ispirato gli Apostoli in questo senso, quanti anni di vita sarebbero stati concessi alla Chiesa?

Pari passu, è sorta l’eresia della Gnosi che assecondava le cattive inclinazioni di quei tempi. I suoi adepti dicevano di aver ricevuto la missione di spiegare e risolvere il problema dell’esistenza del male nel mondo. È stato un grande pericolo per la Chiesa in quell’epoca storica.

Non si finirebbe più, se cercassimo di enumerare tutti gli attacchi subiti dalla Chiesa nel corso dei suoi due millenni. Ci basti ricordare le persecuzioni romane, l’invasione dei barbari, l’arianesimo, i catari e gli albigesi, Avignone, il Rinascimento, il protestantesimo e umanesimo, la Rivoluzione Francese, il comunismo. In altre parole, la Santa Chiesa ha via via ricevuto i più violenti attacchi che la Storia abbia conosciuto, sia esternamente che internamente.

Tuttavia, non si può mai dire che sia arrivata la fine. Questo avverrà soltanto quando si compirà la profezia di Gesù: "Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine" (Mt 24, 14). Fu in funzione di questa profezia che Egli inviò i Dodici a percorrere il mondo intero, per predicare e battezzare, persino nelle persecuzioni, ma sempre convinti che "le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (Mt 16, 18).

Il Redentore ha anche categoricamente affermato: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. […] Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 18. 20). Vediamo, in questi due versetti, quanto la Chiesa sia esistita, esiste ed esisterà sempre per un miracolo permanentemente rinnovato dalle divine e adorabili mani del suo Fondatore.

È in considerazione dell’onnipotenza divina, tanto chiaramente confermata dai miracoli dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, in maniera speciale o dall’immortalità della Santa Chiesa, che si deve comprendere la guarigione del lebbroso narrata nel Vangelo di questa VI Domenica del Tempo Ordinario.

Argomento: Tracce per omelie

Quarta Domenica del Tempo Ordinario


I Lettura: Dt 18,15-20
II Lettura: 1 Cor 7,32-35
Vangelo: Mc 1,21-28


 

SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: Gesù il grande Maestro d'Israele
Obiettivo: Far sì che vediamo più facilmente i segni di credibilità che indicano che Cristo è Dio

1. Erano stupiti dal suo insegnamento
a) Gli scribi insegnavano la legge di Mosè. Ma con la loro vita mettevano in cattiva luce gli insegnamenti della stessa legge di Dio.
b) Cristo è veramente "il profeta in mezzo ai suoi fratelli" e Dio Padre ha posto sulle sue labbra le sue parole di vita eterna (prima lettura).

2. Una dottrina nuova
a) Questa dottrina nuova è quella promessa da Dio nel Deuteronomio: "non proferiranno menzogna; non si troverà più sulla loro bocca una lingua fraudolenta" (prima lettura).
b) La dottrina antica è la legge dell'amore, della carità verso il prossimo.
I) Questa carità è distintiva del cristiano autentico: "Guardate come si amano!" diranno i pagani a proposito dei cristiani a Gerusalemme.
II) È il suo comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato".


LA CATECHESI E IL MAGISTERO

"Cristo" viene dalla traduzione greca del termine ebraico «Messia» che significa «unto». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel Nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, dei sacerdoti e, in rari casi, dei profeti.
Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, ad un tempo come re e sacerdote ma anche come profeta. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re (CCC, 436).


I PADRI

Di fronte alla grandezza del miracolo, ammirano la novità della dottrina del Signore, e sono spinti dalle cose che hanno viste a far domande su quello che hanno udito. Non c'è dubbio, infatti, che a questo miravano i prodigi che il Signore stesso operava servendosi della natura umana che aveva assunta, o che dava facoltà ai discepoli di compiere. Per mezzo di questi miracoli gli uomini credevano con maggior certezza al vangelo del regno di Dio che veniva loro annunciato: infatti coloro che promettevano agli uomini terreni la felicità futura mostravano di poter compiere in terra opere celesti e divine. In verità, mentre i discepoli operavano ogni cosa per grazia del Signore, come semplici uomini, il Signore operava miracoli e guarigioni da solo, per virtù della sua potenza, e diceva al mondo le cose che udiva dal Padre. Dapprima infatti il Vangelo attesta che «egli insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi»; e ora la folla testimonia che egli «con autorità comanda agli spiriti immondi ed essi gli obbediscono» (Beda il Venerabile, In Evang. Marc, 1, 27).

"Ed entrarono a Cafarnao" (Mc 1,21). Significativo e felice è questo cambiamento: abbandonano il mare, abbandonano la barca, abbandonano i lacci delle reti ed entrano a Cafarnao. Il primo cambiamento consiste nel lasciare il mare, la barca, il vecchio padre, nel lasciare i vecchi vizi. Infatti nelle reti, e nei lacci delle reti, sono lasciati i vizi. Osservate il cambiamento. Hanno abbandonato tutto questo: e perché lo hanno fatto, per trovare che cosa? «Entrarono — dice Marco — a Cafarnao»: cioè entrarono nel campo della consolazione. "Cafar" significa campo, "Naum" significa consolazione. Oppure (dato che le parole ebraiche hanno vari significati, e, a seconda della pronunzia, hanno un senso diverso), "Naum" vuol dire non solo consolazione, ma anche bellezza. Cafarnao, quindi, può essere tradotto come campo della consolazione o campo bellissimo... (Girolamo, Comment. in Marc, 2).

LA BIBBIA

«Un grande profeta è sorto tra noi: Dio ha visitato il suo popolo» (Lc 7,16).

«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1,4).

Argomento: Tracce per omelie

Terza Domenica del Tempo Ordinario


I Lettura: Gio 3,1-5.10
II Lettura: 1 Cor 7,29-31
Vangelo: Mc 1,14-20


SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: Vocazione: chiamata all'amore
Obiettivo: Far sì che i fedeli scoprano che la vocazione all'apostolato laicale è una chiamata d'amore

1. Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini.
a) La chiamata di Cristo e imprevedibile:
I) Nel quotidiano.
II) Nella realtà della nostra vita abituale.
b) Diventeranno pescatori di uomini:
I) Cristo chiama i suoi a fare ciò che facevano prima (i pescatori), ma con una nuova sfumatura: la salvezza degli uomini.
II) La vocazione consegna all'uomo un orizzonte imprevisto di realizzazione personale.
Pescare uomini per la salvezza eterna dà una profonda gioia spirituale.
Gli stessi uomini "pescati" sono grati, già in questa vita, per il generoso sforzo di chi li ha aiutati ad avvicinarsi a Dio.
c) In ogni caso, questo testo manifesta l'interesse di Dio nell'avvicinarsi alle sue creature ed è una preparazione al grande miracolo dell'Incarnazione del Verbo divino.

2. Subito, lasciate le reti, lo seguirono.
a) La chiamata di Cristo esige una risposta:
I) se è affermativa: riempie di gioia il cuore di chi si mette a seguire il Maestro.
II) se è negativa: procura tristezza, come accadde al giovane ricco che non volle vendere tutto quel che possedeva.
b) Lasciare subito ogni cosa:
I) gli apostoli sono un esempio di come dare una risposta: subito! Essi lasciarono le reti e tutto quel che esse rappresentavano nella loro vita.
b) Seguire Cristo.
I) Questo è il fine della vocazione: seguire Cristo fin dove egli voglia portarci.
II) Seguire Cristo è quel che dà maggior felicità, perché chi segue Dio realizza se stesso.


LA CATECHESI E IL MAGISTERO

Le differenze stesse che il Signore ha voluto stabilire fra le membra del suo Corpo sono in funzione della sua unità e della sua missione. Infatti "c'è nella Chiesa diversità di ministeri, ma unità di missione. Gli Apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l'ufficio di insegnare, santificare, reggere in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il Popolo di Dio assolvono compiti propri nella Chiesa e nel mondo" [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2]. Infine dai ministri sacri e dai laici "provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici. . . sono consacrati in modo speciale a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa" [Codice di Diritto Canonico, 207, 2] (CCC 83).

I PADRI

«Il tempo è compiuto», è un'espressione, questa, che concorda perfettamente con la frase dell'Apostolo: "Ma quando venne la pienezza dei tempi Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sottoposti alla legge" (Gal 4,4-5).
Il tempo dunque è compiuto, pentitevi. Da quanto tempo si ripete questa esortazione, e voglia il cielo che una buona volta venga ascoltata! Poiché il tempo è compiuto e «il regno di Dio è vicino, pentitevi e credete al vangelo»: cioè rinunziate alle opere morte e credete nel Dio vivente.
A che giova credere senza le opere buone? Non è il merito delle opere buone che ci ha condotto alla fede; ma la fede comincia affinché le opere buone la seguano. (Beda il Venerabile, In Evang. Marc, 1, 1, 14-15).

Essi dunque lasciarono il loro padre nella barca. Ascolta, monaco, imita gli apostoli: ascolta la voce del Salvatore, e trascura la voce carnale del padre.
Segui il vero Padre dell'anima e dello spirito, e abbandona il padre del corpo. Gli apostoli abbandonano il padre, abbandonano la barca, in un momento abbandonano ogni loro ricchezza: essi, cioè, abbandonano il mondo e le infinite ricchezze del mondo.
Ripeto, abbandonarono tutto quanto avevano: Dio non tiene conto della grandezza delle ricchezze abbandonate, ma dell'animo di colui che le abbandona.
Coloro che hanno abbandonato poco perché poco avevano, sono considerati come se avessero abbandonato moltissimo (Girolamo, Comment. in Marc, 1).

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – II domenica del Tempo Comune

"Incontriamo il Messia"

La semplicità con cui il Battista ha indirizzato i suoi discepoli a Gesù; l’infiammato zelo di Andrea e Giovanni nell’incontrare il Redentore; Simon Pietro, magnifico frutto di questo apostolato...Nel Vangelo di questa domenica troviamo il paradigma dell’azione evangelizzatrice per tutti i tempi.

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

35 Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l’agnello di Dio!". 37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38 Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cercate?". Gli risposero: "Rabbì (che significa maestro), dove abiti?". 39 Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40 Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41 Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)" 42 e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)" (Gv 1, 35-42).

 

I – Tutti siamo chiamati a evangelizzare

Dio vuole che "tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della Verità" (1 Tim 2, 4). A questo scopo, Gesù ha creato la Chiesa, istituzione essenzialmente missionaria e apostolica, che, nel corso dei secoli, è andata a compiere in crescendo questa grandiosa missione. Egli stesso ci ha detto: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10).

Il richiamo all’apostolato non è privilegio esclusivo dei religiosi. Esso si estende anche ai laici, come ci insegna il Concilio Vaticano II:

"L’apostolato dei laici, infatti, derivando dalla loro stessa vocazione cristiana, non può mai venir meno nella Chiesa. La stessa sacra Scrittura mostra abbondantemente quanto spontanea e fruttuosa fosse tale attività ai primordi della Chiesa.

I nostri tempi poi non richiedono minore zelo da parte dei laici; anzi le circostanze odierne richiedono assolutamente che il loro apostolato diventi ancora più intenso ed esteso. Infatti l’aumento costante della popolazione, il progresso scientifico e tecnico, le relazioni umane che si fanno sempre più strette, non solo hanno allargato straordinariamente il campo dell’apostolato dei laici, in gran parte accessibile solo ad essi, ma hanno anche provocato problemi nuovi, che richiedono il loro sollecito impegno e zelo.

Tale apostolato si è reso tanto più urgente, in quanto l’autonomia di molti settori della vita umana si è assai accresciuta, com’è giusto; ma talora ciò è avvenuto con un certo distacco dall’ordine etico e religioso e con grave pericolo per la vita cristiana. Inoltre in molte regioni, in cui i sacerdoti sono assai pochi, oppure, come talvolta avviene, vengono privati della dovuta libertà di ministero, senza l’opera dei laici la Chiesa a stento potrebbe essere presente e operante.

Il segno di questa molteplice e urgente necessità è l’evidente intervento dello Spirito Santo, il quale rende oggi sempre più consapevoli i laici della loro responsabilità e dovunque li stimola a mettersi a servizio di Cristo e della Chiesa" (1).

In modo non meno incisivo del Concilio Vaticano II, il Dottor Angelico mette in risalto questa responsabilità dei laici, specialmente nelle situazioni di crisi di religiosità: "Quando la fede si trova in pericolo, tutti sono obbligati a propagarla fra gli altri, sia istruendoli e confermandoli, sia reprimendo e contrastando gli attacchi dei nemici" (2).

Già, Pio XII, a suo tempo, condannava l’inazione in materia di apostolato: "Il Papa deve, nella sua posizione, vigilare incessantemente, pregare, e con prodigalità, affinché il lupo non finisca per penetrare nel recinto per rubare e disperdere il gregge (...). i collaboratori del Papa nel governo della Chiesa fanno tutto quanto è nelle loro possibilità. Ma questo oggi non basta; tutti i fedeli di buona volontà devono risvegliarsi dal letargo e sentire la parte di responsabilità che compete loro per il buon esito di questa opera di salvezza" (3).

In sintesi, la nostra vita interiore esige – nella ricerca della sua più completa perfezione – che aiutiamo tutti coloro che si trovino alla portata della nostra attività apostolica, al fine di incamminarli nel seno della Chiesa.

Questa magnifica opera evangelizzatrice ha il suo paradigma nella Liturgia di oggi.

Argomento: Tracce per omelie

Il battesimo del Signore

Due massime figure si incontrano: il Precursore e il Messia. Chi è stato il Battista e perché Gesù ha voluto esser battezzato?

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo". [9] In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc 1, 6-11).

 

Nel passo del Vangelo di domenica, 12 gennaio, tratto da San Marco, abbiamo il racconto del battesimo più simbolico di tutta la storia. È interessante conoscere preliminarmente i retroscena in cui si è svolto questo fatto così significativo.

Una voce chiama nel deserto

Tagliando l’antica terra di Israele da nord a sud, il fiume Giordano deve la sua importanza agli eventi storici che si sono verificati lungo il suo corso, più che al fatto di essere un elemento indispensabile per il mantenimento della vita in quell’arido territorio.

Era stato palco di molti miracoli e aveva assistito a scene grandiose, nelle quali era brillata la giustizia di Dio. Tuttavia, intorno all’anno 28 della nostra era, quello che avvenne superò di gran lunga tutto il passato. Giovanni, figlio del sacerdote Zaccaria, lasciò il suo isolamento nel deserto e cominciò a percorrere la regione del fiume, "predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati" (Lc 3, 3).

A corroborare la sua autorità morale, il Battista aveva la sua vita di penitente del deserto, straordinariamente santa e mortificata: "Andava vestito di manto di cammello e portava una cintura di cuoio ai fianchi, e si alimentava di locuste e miele selvatico". Aumentava la sua reputazione, la sua nascita miracolosa, a molti ben nota.

Inoltre era noto tra il popolo eletto che era stata profetizzata la venuta di un precursore del Messia: "Com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri’" (Lc 3, 4).

Le sue esortazioni provenivano, così, da uno con tutte le credenziali di autenticità per condurre alla conversione.

Grande commozione in Israele

Erano circa 400 anni che nessun profeta faceva udire la sua voce in Israele.

Nulla di più esplicabile, dunque, dell’entusiasmo causato da San Giovanni Battista. Da tutte le parti affluivano moltitudini per ascoltarlo. Vedendole davanti a sé, egli le ammoniva, e le sue parole penetravano a fondo nelle anime, portando molti al pentimento: "Egli diceva: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Mt 3, 2).

Simbolo della purificazione della coscienza, necessaria per ricevere questo "regno dei cieli" che era "prossimo", il battesimo conferito da San Giovanni confermava la buona disposizione dei suoi ascoltatori. "Confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano", racconta San Matteo (3, 6).

Israeliti di tutte le classi accorrevano dal profeta della penitenza, ben disposti a purificare il loro cuore. Ma, vi erano anche gli oppositori. Sadducei, farisei e dottori della legge, che lo avevano visto inizialmente di buon occhio, non tardarono a votargli una profonda antipatia. Infastiditi per la sua straordinaria influenza, irritati per le predicazioni, nelle quali condannava i vizi in cui essi incorrevano, cominciarono ad agire contro Giovanni. Misero in discussione il suo diritto a battezzare e gli prepararono delle insidie. Dimostrando grande sagacità, San Giovanni non si lasciò imbrogliare.

Inesorabile verso gli ipocriti e i superbi, il profeta si mostrava dolce con i sinceri e gli umili. "Preparatevi!", ripeteva instancabilmente, "aprite la via del Signore!".

Gli si affiancarono discepoli, che lo assistevano nel suo ministero, e che passarono a costituire un modello di pietà più fervente.

Infine, la sua predicazione produceva un grande movimento popolare verso la virtù, come mai si era visto nella storia di Israele.

Incontro con il Messia

La missione del Precursore era preparare le vie del Messia. Viveva, pertanto, nell’attesa dell’incontro con Lui.

Non aspettò molto tempo. Un giorno notò la presenza di Gesù nel mezzo dei pellegrini. Preso da una soprannaturale emozione, si chinò verso il nuovo venuto, esimendosi dal darGli il battesimo: "Io ho bisogno di esser battezzato da te e tu vieni da me!".

Gli rispose, però, Gesù: "Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia". Obbediente, San Giovanni Lo immerse nel Giordano.

Non appena uscì dall’acqua, Gesù si mise a pregare. Allora il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese su di Lui nella forma di una colomba. "E si udì dai cieli una voce: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto".

Missione conclusa

Qualche tempo dopo aver battezzato il Messia, San Giovanni si avvia verso il martirio, lasciando la scena storica, come egli stesso aveva predetto: "Egli deve crescere ed io, invece, diminuire" (Gv 3, 30). Era entrato in scena il Salvatore, era compiuta la missione del Precursore. Gli restava soltanto l’ultimo atto della sua grandiosa vita: il martirio.

Come afferma San Tommaso d’Aquino, "tutto l’insegnamento e l’opera di Giovanni erano preliminari all’opera di Cristo, come l’opera del praticante e dell’operaio inferiore è preparare la materia perché riceva la forma introdotta poi dal principale artefice".

I grandi artisti ebbero apprendisti che dipinsero le parti meno importanti dei loro quadri, occupandosi appena degli aspetti essenziali. Anche i grandi intagliatori ebbero aiutanti che affilavano gli strumenti, pulivano l’atelier, compravano i legni adatti, ecc.

Questo fu il lavoro di San Giovanni: preparare la venuta di Nostro Signore.

Davanti all’altissima vocazione del Battista, i Dottori della Chiesa espressero sempre grande ammirazione. San Tommaso d’Aquino, per esempio, collocava Giovanni tra i profeti del Nuovo Testamento. Se lo considerassimo dell’Antico — diceva l’Aquinate — sarebbe più grande di Mosè.

Già San Francesco di Sales vede Giovanni come profeta dell’Antico Testamento, l’ultima luce della Legge mosaica e — dice senza titubare — la maggiore.

Comunque sia, la grandezza di Giovanni era tale che lo stesso Gesù dichiarò che lui era più che un profeta, aggiungendo questo elogio supremo: "Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista" (Mt 11, 11).

Argomento: Tracce per omelie

Questa traccia è di Padre Eamonn O´Higgins, LC 


Omelia per il 1° gennaio 2011
Solennità di Maria Madre di Dio

Letture
Num 6,22-27;
Salmo 67;
Gal 4,4-7;
Lc 2,16-21

TEMA DELLE LETTURE

Il libro dei Numeri presenta il modo in cui i sacerdoti israeliti solevano invocare le benedizioni del Signore sulla suo popolo. Il sacerdote deve chiedere la benedizione e la protezione del Signore. Così, è evidente che ogni pace e prosperità proviene dal Signore. Il salmo 67, un inno per il raccolto, è un adattamento di questa preghiera sacerdotale, con una differenza. Include il desiderio che tutte le nazioni lodino Dio e conoscano le sue vie, quando vedranno la sua bontà verso Israele. Il Salmo finisce col riconoscere che il raccolto è il segno della benedizione di Dio. Le letture del Nuovo Testamento parlano di Maria, ma con scopi diversi; Paolo ricorda ai Galati che Dio si è fatto uomini e nacque da una donna per liberare tutti coloro che erano sotto il vincolo della Legge ebraica, donando a loro e a noi il suo Spirito. Ora noi viviamo liberi in quanto figli di Dio. Il brano evangelico narra semplicemente di alcuni pastori che raccontano la loro visione a Maria e Giuseppe. Maria medita sul significato di tuto ciò. L´ultimo verso, piuttosto che la circoncisione di rito, sottolinea significativamente il fatto che il nome di Gesù sia di origine divina.

MESSAGGIO DOTTRINALE

Tutte le cose vengono da Dio. Per strano che sembri al nostro modo di pensare, il popolo ebraico considerava tutte le cose come provenienti dalla mano di Dio e che, perciò, occorre chiedere a Dio tutte le benedizioni necessarie. Questo è, infatti, quel che Dio vuole, perché è Lui che ispira a Mosè la formula sacerdotale. Se gli israeliti cercano il favore del Signore, se il Signore "farà splendere il suo volto su di loro" (cfr. v. 25), tutto andrà bene. Qui troviamo la religiosa convinzione che la pace, la protezione e un´esistenza felice sono doni, benedizioni di Dio. Il salmo 67 esprime la stessa convinzione, vedendo nel raccolto un segnale del favore di Dio. Il riconoscimento e l´adorazione del Signore sono, perciò, il fattore determinante nella vita del popolo ebraico. I profeti dell´Antico Testamento dimostrano continuamente che ciò è vero, nelle alterne fortune del popolo ebraico. I cristiani affermano la stessa convinzione. Il fattore determinante nella vita e nella società, il fattore dal quale in definitiva ogni altro dipende, è la misura in cui la persona, individualmente e collettivamente, riconosce e adora Dio.

Questo atteggiamento fondamentale e determinante ha un´altra conseguenza. Il salmo 67 desidera che tutte le nazioni possano conoscere e riconsocere Dio, vedendo il suo favore nei confronti del popolo eletto (v. 2). Noi cristiani affermiamo lo stesso. La gioia dell´esperienza autentica di Dio (il dono di Dio dello Spirito Santo) è la realtà che professiamo, "è incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con Gesù Cristo, Via, Verità e Vita" (n.88, Veritatis Splendore). È questa testimonianza il nostro miglior argomento, appello ed apologia.

Riferimenti nel catechismo: i paragrafi 279-301 parlano di Dio come Creatore di tutte le cose, e di Dio come fautore e sostenitore della creazione; i paragrafi 2084-2132 trattano dell´adorazione dovuta solamente a Dio, non avendo altri dèi al di fuori di Lui e non ponendo idoli; i paragrafi 2142-2159 trattano del rispetto per il nome del Dio; i paragrafi 2168-2188 si riferiscono al rispetto per il sabato, il giorno del Dio.

Maria, la Madre di Dio. Questo titolo sembra insolito e ha bisogno di essere compreso. La natura umana di Gesù Cristo trasse origine da Maria, così come la natura di un figlio attinge alla natura dei suoi genitori. In questo modo, possiamo parlare della maternità naturale di Maria. Lei è la madre naturale di Gesù come uomo. Ma la maternità è molto più della dipendenza naturale. Uno può dire che una madre è sempre intenta a plasmare suo figlio. La crescita del bambino e lo sviluppo della sua natura sono frutto dell´amore della madre. Anche in questo vero senso Maria è madre della natura umana di Gesù. Dio sceglie di apprendere la sua umanità attraverso Maria.

Riferimenti nel catechismo: i paragrafi 456-478 trattano dell´Incarnazione di Dio e di come il Figlio di Dio è vero Dio e vero uomo; i paragrafi 484-507 parlano della maternità di Maria nel piano di Dio.

La Legge e lo Spirito. La lettera di Paolo ai Galati sottolinea la libertà cristiana dall´osservanza della Legge ebraica. Come Dio ha donato il suo Spirito al cuore del cristiano, il nostro adempimento del duplice comandamento d´amore di Dio e del prossimo è il risultato di un´esperienza interiore di desiderio piuttosto che un vincolo esteriore della legge. Il modo cristiano di vivere, la moralità, non è soltanto un insieme di regole. Piuttosto, è il modo di esprimere la realtà dello Spirito di Dio dentro di noi.

Riferimenti nel catechismo: i paragrafi 1961-1974 trattano della Legge Antica e della Legge Nuova del Vangelo.

Argomento: Tracce per omelie

IL SANTO GIORNO DI NATALE
di dom Prosper Gueranger O.S.B.

 

Il lieto giorno della Vigilia di Natale volge al termine. La santa Chiesa ha già chiuso i divini Uffici dell'Attesa del Salvatore con la celebrazione del grande Sacrificio. Nella sua materna indulgenza, ha permesso ai suoi figli di rompere, a mezzogiorno, il digiuno di preparazione; i fedeli si sono seduti alla tavola frugale, con una gioia spirituale che fa loro presentire quella che inonderà i loro cuori nella notte che darà loro l'Emmanuele.

Ma una solennità sì grande come quella di domani deve, secondo l'usanza della Chiesa nelle sue feste, avere un preludio nel giorno che la precede tra pochi istanti, l'Ufficio dei Primi Vespri nel quale si offre a Dio l'incenso della sera, chiamerà i cristiani alla Chiesa; e lo splendore delle cerimonie, la magnificenza dei canti apriranno tutti i cuori alle emozioni d'amore e di riconoscenza che li debbono disporre, a ricevere le grazie del momento supremo.

Aspettando il sacro segnale che chiamerà alla casa di Dio, impieghiamo gli istanti che ci restano a meglio penetrare il mistero di sì grande giorno, i sentimenti della santa Chiesa in questa solennità e le tradizioni cattoliche mediante le quali i nostri antenati la hanno così degnamente celebrata.

 

Sermone di san Gregario Nazianzeno.

Innanzitutto, ascoltiamo la voce dei santi Padri che risuonò con un'enfasi e una forza capaci di ridestare qualsiasi anima. Ecco per primo san Gregorio, il Teologo, il Vescovo, di Nazianzo, che inizia così il suo trentottesimo discorso, consacrato alla Teofania, o nascita del Salvatore. Chi potrebbe ascoltarlo e rimanere freddo davanti alle sue parole?

"Cristo nasce; rendete gloria. Cristo discende dai cieli; andategli incontro. Cristo è sulla terra; uomini, alzatevi. Tutta la terra canta il Signore! E per riunire tutto in una sola parola: Si rallegrino i cieli ed esulti la terra, per Colui che è insieme del cielo e della terra. Cristo riveste la nostra carne: siate ripieni di timore e di gaudio: di timore a motivo del peccato; di gaudio a motivo della speranza. Cristo nasce da una Vergine: o donne, onorate la verginità per diventare madri di Cristo.

Chi non adorerebbe Colui che era fin dal principio? chi non loderebbe e non celebrerebbe Colui che è nato? Ecco che le tenebre svaniscono; è creata la luce; l'Egitto rimane sotto le ombre, Israele è illuminata da una lucente nube. Il popolo che era seduto nelle tenebre dell'ignoranza, scorge il lume d'una scienza profonda. Le cose antiche sono finite; tutto è ridiventato nuovo. Fugge la lettera e trionfa lo spirito; le ombre sono passate, e la verità fa il suo ingresso. La natura vede le sue leggi violate: è giunto il momento di popolare il mondo celeste: Cristo comanda; guardiamoci bene dal resistere.

Genti tutte, battete le mani; perché ci è nato un Bambino, ci è stato dato un Figlio. Il segno del suo principio è sulla sua spalla: perché la croce sarà il mezzo della sua elevazione; il suo nome è l'Angelo del grande consiglio, cioè del consiglio paterno.

Esclami pure Giovanni: Preparate le vie del Signore! Per me, voglio far anche risuonare la potenza di sì gran giorno: Colui che è senza carne s'incarna; il Verbo prende un corpo; l'Invisibile si mostra agli occhi, l'Impalpabile si lascia toccare; Colui che non conosce tempo prende un principio; il Figlio di Dio è diventato figlio dell'uomo. Gesù Cristo era ieri, è oggi, e sarà sempre. Si senta pure offeso il Giudeo; se ne rida il Greco; e la lingua dell'eretico si agiti nella sua bocca impura. Crederanno quando lo vedranno, questo Figlio di Dio, salire al cielo; e se anche in quel momento si rifiutano, crederanno quando ne discenderà e comparirà sul tribunale di giudice.

 

Sermone di san Bernardo.

Ascoltiamo ora, nella Chiesa Latina, il devoto san Bernardo, che effonde una soave letizia in queste melodiose parole, nel iv sermone per la Vigilia di Natale.

"Abbiamo ricevuto una notizia piena di grazia e fatta per essere accolta con trasporto: Gesù Cristo, Figlio di Dio, nasce in Betlemme di Giuda. La mia anima si è sciolta a queste parole: lo spirito ribolle in me, spinto come sono ad annunciarvi tanta felicità. Gesù significa Salvatore. Che cosa è più necessario di un Salvatore a quelli che erano perduti, più desiderabile a degli infelici, più vantaggioso per quelli che erano accasciati dalla disperazione? Dov'era la salvezza dov'era perfino la speranza della salvezza, per quanto debole, sotto la legge del peccato, in quel corpo di morte, in mezzo alla perversità, nella dimora d'afflizione, se questa salvezza non fosse nata d'un tratto e contro ogni speranza? O uomo, tu desideri, è vero, la tua guarigione; ma, avendo coscienza della tua debolezza e della tua infermità, temi il rigore del trattamento. Non temere dunque: Cristo è soave e dolce; la sua misericordia è immensa; come Cristo, egli ha ricevuto in eredità l'olio, ma per effonderlo sulle tue piaghe. E se ti dico che è dolce, non temere che il tuo Salvatore manchi di potenza; perché è anche Figlio di Dio. Esultiamo dunque, riflettendo in noi stessi, e facendo risplendere al di fuori quella dolce sentenza, quelle soavi parole: Gesù Cristo. Figlio di Dio, nasce in Betlemme di Giuda!".

 

Sermone di sant'Efrem.

È dunque veramente un grande giorno quello della Nascita del Salvatore: giorno atteso dal genere umano per migliaia di anni, atteso dalla Chiesa nelle quattro settimane dell'Avvento che ci lasciano così cari ricordi; atteso da tutta la natura che riceve ogni anno sotto i suoi auspici, il trionfo del sole materiale sulle tenebre sempre crescenti. Il grande Dottore della Chiesa Sira, sant'Efrem, celebra con entusiasmo la bellezza e la fecondità di questo giorno misterioso; prendiamo qualche brano dalla sua divina poesia, e diciamo con lui:

"Degnati, o Signore, di permettere che celebriamo oggi il giorno stesso della tua nascita, che la presente solennità ci ricorda. Quel giorno è simile a tè; è amico degli uomini. Esso ritorna ogni anno attraverso i tempi; invecchia con i vecchi, e si rinnova con il bambino che è nato. Ogni anno, ci visita e passa; quindi ritorna pieno di attrattive. Sa che la natura umana non potrebbe fare a meno di lui; come te, esso viene in aiuto alla nostra razza in pericolo. Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest'anno simile a tè, e porti la pace fra il cielo e la terra. Se tutti i giorni sono segnati della tua liberalità, non è giusto forse che essa trabocchi in questo?

Gli altri giorni dell'anno traggono la loro bellezza da questo, e le solennità che seguiranno debbono ad esso la dignità e lo splendore di cui brillano. Il giorno della tua nascita è un tesoro, o Signore, un tesoro destinato a soddisfare il debito comune. Benedetto il giorno che ci ha ridato il sole, a noi erranti nella notte oscura; che ci ha recato il divino manipolo dal quale è stata diffusa l'abbondanza; che ci ha dato la vite che contiene il vino della salvezza che deve dare a suo tempo. Nel cuore dell'inverno che priva gli alberi dei loro frutti la vigna si è rivestita d'una divina vegetazione; nella stagione glaciale, un pollone è spuntato dal ceppo di Jesse. È in dicembre, in questo mese che trattiene nel grembo della terra il seme che le fu affidato, che la spiga della nostra salvezza, spunta dal seno della Vergine dove era disceso nei giorni di primavera, quando gli agnelli vanno belando nei prati".

Non è dunque da stupire che questo giorno il quale è caro a Dio stesso sia privilegiato nell'economia dei tempi; e conforta vedere le genti pagane presentire nei loro calendari la gloria che Dio gli riservava nella successione delle età. Abbiamo visto del resto che i Gentili non sono stati i soli a prevedere misteriosamente le relazioni del divino Sole di giustizia con l'astro mortale che illumina e riscalda il mondo; i santi Dottori e tutta la Liturgia sono molto prodighi riguardo a questa ineffabile armonia.

Argomento: Tracce per omelie

Quarta Domenica di Avvento


I Lettura: 2Sam 7,1-5.8b-l2.14a.l6
II Lettura: Rm 16,25-27
Vangelo: Lc 1,26-38


SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: I patti di Dio sono patti d'amore

l. Dio stringe un patto d'amore con gli uomini.
a) Dio strinse patti fin dai tempi antichi: Noè e l'arcobaleno; Abramo e la circoncisione; Davide e il regno perpetuo; Maria e l'Incarnazione.
b) Dio non è obbligato a nessun patto. Dio è libero. Perciò, se Dio stringe un patto, lo stabilisce per amore. Se rispetta il patto è per fedeltà a se stesso.

2. I patti di Dio sono smisurati rispetto ai nostri stessi meriti.
a) Davide voleva costruire una casa per Dio: Dio gli dà un regno eterno.
b) Maria accetta il piano di salvezza: la rende Madre di Dio e di tutti gli uomini.
c) Se noi rispondiamo alla sua Volontà: egli farà grandi cose in noi.

3. Dobbiamo accogliere con umiltà, fede e gioia la fedeltà di Dio.
a) Umiltà: solo gli umili possono accogliere con semplicità i piani di Dio.
b) Fede: perché solo la fede è capace di accettare con semplicità la rivelazione di Dio (la creazione, l’Incarnazione, la morte e la Risurrezione; la maternità divina, eccetera).
c) Gioia: il cristiano che crede veramente in queste realtà di fede, vive una vita gioiosa, nonostante le difficoltà quotidiane.


LA CATECHESI E IL MAGISTERO

«Il Nome divino "Io sono" o "Egli è" esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l'infedeltà del peccato degli uomini e il castigo che merita "conserva il suo favore per mille generazioni" (Es 34,7). Dio rivela di essere "ricco di misericordia" (Ef 2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch'egli porta il Nome divino: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che lo sono" (Gv 8,28)» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 211).

«In ebraico, "Amen" si ricongiunge alla stessa radice della parola "credere". Tale radice esprime la solidità, l'affidabilità, la fedeltà. Si capisce allora perché l’"Amen" può esprimere tanto la fedeltà di Dio verso di noi quanto la nostra fiducia in lui (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1062).


I PADRI

«Hai sentito [o Maria] che concepirai e partorirai un figlio; hai sentito che ciò avverrà senza concorso di uomo, bensì per opera dello Spirito Santo. L'angelo aspetta la risposta: è ormai tempo che a Dio faccia ritorno colui che egli ha inviato.
Anche noi aspettiamo, o Signora, la parola di misericordia, noi cui pesa miserevolmente la sentenza di condanna.
Ecco che ti si offre il prezzo della nostra salvezza; se acconsenti, saremo liberati sul momento.
Nel Verbo eterno di Dio tutti siamo stati creati, ed ecco che moriamo; nella tua breve risposta siamo destinati ad essere ricreati, sì da esser richiamati alla vita. È ciò che ti chiede supplichevole, o pia Vergine, il fedele Adamo, esule dal paradiso con la sua progenie; è ciò che ti chiedono Abramo e David. Lo sollecitano del pari gli altri santi Padri, o meglio i tuoi padri, che pure popolano la regione dell'ombra di morte. Lo attende tutto il mondo, prostrato ai tuoi ginocchi. E non a torto, dal momento che dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, il riscatto degli schiavi, la liberazione dei condannati, e per finire, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutta la tua stirpe.
Da' in fretta, o Vergine, la tua risposta. Pronuncia, o Signora, la parola che la terra, gli inferi e i cieli aspettano.
Lo stesso Re e Signore di tutti, tanto desidera il tuo cenno di risposta, quanto ha bramato il tuo splendore: risposta in cui, certamente, ha stabilito di salvare il mondo. E a chi piacesti nel silenzio, ora maggiormente piacerai per la parola, quando ti chiamerà dal cielo: "O bella tra tutte le donne, fammi udire la tua voce!".
Se tu dunque gli fai sentire la tua voce, egli ti farà vedere la nostra salvezza.
Non è forse questo che chiedevi, che gemevi, che giorno e notte, pregando, sospiravi? Che dunque? Sei tu colei cui tutto questo è stato promesso, o dobbiamo aspettarne un'altra? Sì, sei proprio tu, e non un'altra. Tu, voglio dire, la promessa, tu l'attesa, tu la desiderata, dalla quale il santo padre tuo Giacobbe, già vicino a morire, sperava la vita eterna, quando diceva: "Aspetterò la tua salvezza, o Signore" (Gen 49,18). Colei, nella quale e per la quale, finalmente, lo stesso Dio e nostro Re dispose prima dei secoli di operare la nostra salvezza.
Speri forse da un'altra ciò che è offerto a te? Aspetti attraverso un'altra ciò che tosto verrà operato per tuo tramite, purché tu esprima l'assenso, pronunci la tua risposta?
Rispondi perciò al più presto all'angelo, o meglio al Signore tramite l'angelo.
Pronuncia la parola, e accogli la Parola; proferisci la tua, e concepirai la divina; emetti la transeunte, e abbraccia l'eterna!
Perché indugi? Perché trepidi? Credi, confida, e accetta!
L'umiltà assuma l'audacia e fiducia la verecondia. Mai come ora si conviene che la verginale semplicità dimentichi la prudenza.
Solo in questo caso non temere, o Vergine prudente, la presunzione; infatti, anche se è gradita la verecondia nel silenzio, è ora tuttavia più necessaria la pietà nella parola.
Apri, o Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra alla confessione, il grembo al Creatore.
Ecco, il desiderato di tutte le genti è fuori e bussa alla porta. O se, per il tuo indugiare, dovesse egli passare oltre; dolente, tu cominceresti di nuovo a cercare colui che la tua anima ama!
Alzati, corri, apri. Alzati per fede; corri per devozione; apri per confessione.
"Eccomi", rispose, "sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38)» (Bernardo di Chiaravalle, Oratio IV de B.M.V, 8 s.).

 

LA BIBBIA 

«Se alcuni non hanno creduto, la loro incredulità può forse annullare la fedeltà di Dio? Impossibile! Resti invece fermo che Dio è verace» (Rm 3,3-4).

«Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10,13).

Argomento: Tracce per omelie

III domenica di Avvento - Anno B


I Lettura: Is 61,l-2 61 ,10-11
II Lettura: 1 Ts 5, 16-24
Vangelo: Gv 1,6-8.19-28


 

SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: La tua identità di cristiano

1. Giovanni Battista conosce la propria identità.
a) Inizia il suo dialogo con gli ebrei dicendo "chi egli non è": non è Cristo, né Elia, né un profeta.
b) Conclude affermando chi egli è: "La voce che grida nel deserto".
c) Il Battista ha scoperto la sua stessa identità nel modo più profondo. Egli ha riconosciuto se stesso e la propria missione nella Sacra Scrittura.

2. Noi dobbiamo scoprire chi siamo.
a) Chi sono io? Quali sono i miei gusti, i miei desideri, le mie paure e speranze? Devo cercare la conoscenza sincera ed esaustiva di me stesso.
b) Devo riconoscere anche me stesso nella Sacra Scrittura. Anch'io ho una missione nella mia vita cristiana.
c) Di conseguenza, devo vivere coerentemente la mia vita cristiana. Devo evitare di lasciarmi guidare dai criteri edonisti che mi offre questo mondo.


LA CATECHESI E IL MAGISTERO

«Con il Battesimo, il cristiano è sacramentalmente assimilato a Gesù [...] Tutto ciò che è avvenuto in Cristo ci fa comprendere che, dopo l'immersione nell'acqua, lo Spirito Santo vola su di noi dall'alto del cielo e che, adottati dalla Voce del Padre, diventiamo figli di Dio». (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 537)


LA BIBBIA

«Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». (Gv 1,22-23)

«Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa». (Lc 15,20-24)

I PADRI«Giovanni è la voce, ma il Signore "da principio era il Verbo" (Gv 1,1). Giovanni una voce per un tempo, Cristo il Verbo fin dal principio, eterno. Porta via l'idea, che vale più una parola? Se non si capisce niente, la parola diventa inutile strepito. La parola senza un’idea batte l'aria, non alimenta il cuore». (Agostino, Sermo, 293)

«Viene ritenuto il Cristo, dichiara di non essere ciò che è ritenuto, né si avvantaggia per il suo prestigio dell'errore altrui. Se dicesse: Io sono il Cristo, quanto facilmente sarebbe creduto, se, prima ancora che lo dicesse, già lo era ritenuto! Non lo disse. Si ridimensionò, si distinse, si umiliò. Capì dove era la sua salvezza: capì ch'egli era una lucerna ed ebbe paura di essere spento dal vento della superbia». (Agostino, Sermo, 293)

La voce è quella di Giovanni, la parola però che passa per quella voce è Nostro Signore. La voce li ha destati, la voce ha gridato e li ha radunati, e il Verbo ha distribuito loro i suoi doni. (Efrem, Diatessaron, 3,15)


PENSIERI E FRASI

«Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, reso consorte della natura divina, non voler tornare all'antica bassezza con una vita indegna. Ricorda a quale Capo appartieni e di quale Corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel Regno di Dio». (Leone Magno, Serm. 21,2-3)

Argomento: Tracce per omelie

Beato Angelico, Imposizione del nome al battistaOmelia per il 4 dicembre 2011
II domenica di Avvento

I Lettura: Is 40,l-5 40,9-11
II Lettura: 2Pt 3,8-14
Vangelo: Mc 1,1-8

SCHEMA RIASSUNTIVO

Tema: Sollievo in Cristo

1. L'afflizione e sempre presente nella nostra vita.
a) Sofferenze fisiche: malattie, incidenti, ecc.
b) Sofferenze morali: problemi di lavoro, in famiglia, ecc.

2. Consolate, consolate il mio il popolo! Dice il vostro Dio.
a) Dio è venuto per consolare, per dare sollievo e salvezza all'uomo.
b) "Ecco, il Signore Dio viene con potenza" (prima lettura).
c) Dio dà sollievo con tenerezza. Così s'intuisce quando la Scrittura dice: "con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri" (prima lettura).

3. Cristo è la buona novella.
a) Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, che può essere inteso come:
I) la "buona novella" predicata dà Gesù.
II) Gesù stesso - la sua persona, il suo messaggio - è la "Buona Novella".
b) Giovanni presenta Cristo come chi dà e battezza nello Spirito Santo.

LA BIBBIA

«Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità» (Is 40,l-2).

«Il nostro Dio ha fatto brillare i nostri occhi e ci ha dato un po' di sollievo nella nostra schiavitù» (Esd 9,8).

LA CATECHESI E IL MAGISTERO

«Dopo averla creata, Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell'essere, le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine. Riconoscere questa completa dipendenza in rapporto al Creatore è fonte di sapienza e di libertà, di gioia, di fiducia:

Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita (Sap 11,24-26)» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 301).

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – I domenica dell’Avvento

L’Avvento

Nell’apertura dell’Anno Liturgico, Gesù ci esorta ad essere sempre vigili, poiché l’ora del Giudizio arriverà all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo. Uno dei punti per i quali dobbiamo rivolgere la nostra vigilanzia, secondo l’allerta di vari Papi, è l’azione dei mezzi di comunicazione sociale, che molte volte invadono le nostre anime e le nostre case propagando messaggi ed influenze contrari alla fede e alla morale.

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

33 State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. 34 È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. 35 Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, 36 perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. 37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!" (Mc 13, 33-37)

 

I – Le due venute di Gesù

Il cerchio e la losanga sono le più perfette figure geometriche secondo il concetto di San Tommaso d’Aquino, perché rappresentano il movimento dell’effetto che ritorna alla sua causa. Cristo è la più alta realizzazione di questa simbologia perché, oltre ad essere il principio di tutto il creato, è anche il fine ultimo. Per questo troviamo, tanto al termine dell’anno liturgico, come nella sua apertura, i Vangeli che trascrivono le rivelazioni di Gesù sulla sua ultima venuta.

La penitenza, nell’attesa del Natale

La Chiesa non ha elaborato le sue cerimonie attraverso un programma preliminare. In quanto organismo soprannaturale, nata dal sacro costato del Redentore e vivificata dal soffio dello Spirito Santo, possiede una vitalità propria con la quale si sviluppa, cresce e diventa bella, in maniera organica. Così si è andato costituendo l’anno liturgico nel corso dei tempi, nelle sue varie parti. In concreto, l’Avvento è sorto tra i secoli IV e V come una preparazione al Natale, sintetizzando la grande attesa da parte dei buoni giudei per l’apparizione del Messia.

All’aspettativa di un grande avvenimento mistico-religioso, corrisponde un’attitudine penitenziale, per questo i secoli precedenti la nascita del Salvatore sono stati marcati dal dolore dei peccati personali e di quello dei nostri progenitori. Più marcante ancora è divenuto il periodo anteriore alla vita pubblica del Messia: una voce acclamante nel deserto invitava tutti a chiedere perdono dei propri peccati e a convertirsi, affinché così diventassero diritte le vie del Signore.

Speranza pervasa dal desiderio di santità

Desiderando creare le condizioni ideali affinché possiamo partecipare alle festività della Nascita del Salvatore – la sua prima venuta -, la Liturgia ha selezionato testi sacri relativi alla sua seconda venuta: la nota dominante di uno è la misericordia e quella dell’altro, la giustizia. Per il momento, questi due incontri con Gesù, formano un tutto armonico tra il principio e la fine degli effetti di una stessa causa. I Padri della Chiesa hanno ampiamente commentato il contrasto tra l’uno e l’altro, ma, secondo loro, dobbiamo vedere nell’Incarnazione del Verbo l’inizio della nostra Redenzione e nella resurrezione dei morti la sua pienezza.

Per essere all’altezza del grandioso avvenimento natalizio, è indispensabile che ci collochiamo nella prospettiva degli ultimi avvenimenti che precederanno il Giudizio Finale. Di qui il fatto che la Chiesa per molto tempo ha cantato nella Messa la sequenza "Dies Irae", la famosa melodia gregoriana.

Più che semplicemente ricordare il fatto storico del Natale, la Chiesa vuole farci partecipare alle grazie proprie della festività, nella stessa misura in cui ne godevano la Santissima Vergine, San Giuseppe, i Re Magi, i Pastori, ecc; dunque, una grande speranza, pervasa dal desiderio di santità e da una vita penitenziale, sorreggeva il popolo eletto in quelle circostanze. Così noi dobbiamo imitarne l’esempio e seguirne i suoi passi, in prospettiva non solo del Natale ma anche della pienezza della nostra redenzione: la gloriosa resurrezione dei figli di Dio.

La prima e la seconda venuta di Gesù si uniscono davanti ai nostri orizzonti in questo periodo dell’Avvento, facendo sì che noi le analizziamo quasi in una visione eterna, forse, per meglio dire, da dentro gli stessi occhi di Dio, per Il Quale tutto è presente. Ecco alcune ragioni grazie alle quali si capisce la scelta del viola per i paramenti liturgici, in queste quattro settimane. È tempo di penitenza. Non a caso il Vangelo di oggi ci parla della vigilanza, per il fatto che non sappiamo quando ritornerà il "padrone di casa". È indispensabile che egli non ci sorprenda mentre dormiamo.

È venuto come reo, tornerà come Giudice

È necessario considerare che il Signore non verrà come Salvatore, ma come Giudice, non solo in quanto Dio, ma anche in quanto Uomo, proprio come ci spiega San Tommaso: "Avendo dunque (Dio) collocato Cristo-Uomo alla testa della Chiesa e dell’umanità, e avendogli sottomesso tutto, gli ha concesso anche – e con maggior diritto – il potere giudiziale" (1)
"Cristo ha meritato, oltretutto, questo ufficio, per aver lui lottato per la giustizia e aver vinto, avendo avuto una ingiusta sentenza. "Colui che è stato in piedi davanti al giudice – dice Agostino – si siederà come giudice, e colui che è stato calunniosamente chiamato reo, condannerà gli autentici rei" (2).

Gesù sarà il Grande Giudice, nella sua umanità santissima unita ipostaticamente alla Saggezza divina ed eterna. Così, Egli conosce i segreti di tutti i cuori, proprio come scrive San Paolo ai Romani: "Nel giorno in cui Dio giudicherà, tramite Gesù Cristo, le azioni occulte degli uomini" (Rm 2, 16).

Egli apparirà in tutta la sua gloria, poiché, nella sua prima venuta, siccome si disponeva ad essere giudicato, si è rivestito d’umiltà. Pertanto, dovrà rivestirsi di splendore, nel ritornare come Giudice (3). San Tommaso considera inoltre che, nascendo a Betlemme, il Figlio si è incarnato per rappresentare la nostra umanità presso il Padre, per questo dovrà dimostrare la gloria d’ambasciatore del potere eterno di Dio.

Questo giudizio sarà universale, perché lo è stata anche la stessa Redenzione. Ascoltiamo le spiegazioni date da Sant’Agostino riguardo le due venute di Gesù: "Cristo, Dio nostro e Figlio di Dio, ha realizzato la prima venuta senza sfarzo; ma per la seconda verrà presentandosi come Egli è. Quando è giunto in silenzio, non Si è fatto riconoscere se non dai suoi servi; quando si manifesterà, Si mostrerà ai buoni e ai cattivi. La prima volta è venuto in incognita, per essere giudicato; la seconda lo farà con maestà, per giudicare. Prima è venuto come reo, ha mantenuto il silenzio annunciato dal Profeta: ‘Non ha aperto la bocca, come agnello portato al mattatoio, come pecora muta davanti ai tosatori...’ (Is 57, 7), ma non dovrà rimanere così in silenzio, quando avrà da giudicare. In verità, neanche adesso sta in silenzio per colui a cui piace ascoltarLo; se dice che non tacerà, Egli lo dice perché allora dovranno udirLo coloro che ora Lo disprezzano" (4).

Considerazione benefica, tanto per i buoni quanto per i cattivi

Niente sarà dimenticato, i minimi pensieri o desideri saranno ricordati con la forza di realtà: azioni e omissioni, riguardo Dio, il prossimo e persino se stessi. Il Divino Giudice non lascerà una sola virgola senza analisi, senza che sia debitamente valutata, e, per ognuno, proferirà pubblicamente un’inappellabile e definitiva sentenza. Alcuni alla sua destra, altri alla sinistra. Di questi ultimi, quanti saranno lì per aver cercato un piacere fugace, o per essersi rifiutati di fare uno sforzo insignificante? Bisogna mettere in conto che questo tragico panorama del Giudizio Finale sarà una ripetizione pubblica del giudizio particolare di ognuno.

Ma, d’altro lato, quanta gioia avranno i buoni! "I patimenti del tempo presente sono niente in confronto con la gloria che ha da essere manifestata per noi" (Rom 8,18). I corpi dei giusti saranno liberati dalle malattie e infermità, saranno immortali e spiritualizzati, assimilati alla luce di Cristo. Nel vedersi riuniti in Maria e in Gesù, si sentiranno inondati di piacere e gioia, in quel giorno di trionfo.

Da qui si deduce quanto sia benefico, tanto per i cattivi come per i buoni, prendere in seria considerazione questa seconda venuta del Signore. Alcuni forse saranno commossi dal timore di Dio, altri potranno essere incoraggiati, in mezzo ai dolori e ai drammi di questa vita, dalla speranza di questa cerimonia di apoteosi.

Segnali precursori negli ultimi avvenimenti

A questo punto possiamo meglio penetrare nelle parole di Nostro Signore trascritte da Marco nel Vangelo di oggi. Il capitolo XIII è tutto quanto escatologico. Comincia con un dialogo tra i discepoli ed il Maestro a proposito della solidità degli edifici che si elevavano nelle prossimità del Tempio, meritando da parte di Gesù la profezia: "Non rimarrà pietra su pietra che non sia distrutta" (v. 2). Evidentemente, quest’ affermazione ha acuito la curiosità degli Apostoli e la grande domanda riguardava l’occasione in cui si sarebbero svolti questi avvenimenti. Gesù non rivela date, ma annuncia i segnali che la precederanno: "Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori. State attenti!" ( v. 8).

Altri segnali e consigli sono concessi da Lui agli Apostoli nei versetti successivi, che culminano con una viva descrizione degli ultimi avvenimenti prima della conflagrazione finale del mondo: "Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe, ma Egli ha abbreviato quei giorni in considerazione degli eletti che si è scelto" (v. 20). "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (v. 31).

In questo passaggio del suo discorso escatologico, Gesù risponde alla domanda iniziale degli Apostoli: "Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre" (v. 32). I Padri della Chiesa commentano che, collocandosi tra coloro che non sanno, Gesù ha fatto uso della diplomazia per non rattristare i discepoli con il fatto di non voler fare loro rivelazioni, ma sarebbe impossibile che non lo sapesse, perché non ci può essere alcuna differenza fra il Padre e il Figlio: "Sempre quando [Egli] manifesta di ignorare qualcosa non si trattiene per ignoranza, ma perché non è il momento giusto per parlare o agire" (5)

Questi sono gli antecedenti che spiegano il Vangelo d’oggi.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo della 34ª domenica del tempo ordinario

Il premio e il castigo

Nostro Signore descrive gli ultimi momenti della storia del mondo, quando saremo tutti riuniti per il Giudizio Finale

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo (...). Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. (...) E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna" (Mt 25, 31-46).

 

 

Per ragione di brevità, del Vangelo della 34ª domenica del tempo ordinario focalizzeremo solo i passi citati sopra.

Nelle letture dei giorni precedenti, Gesù insiste sulla necessità di essere preparati al momento di comparire davanti al tribunale divino. In questo senso è la parabola delle vergini stolte e sagge, con cui inizia il capitolo 25 di San Matteo. Lo stesso si dica della parabola dei talenti, che sopraggiunge subito dopo. Entrambe illustrano il discorso escatologico iniziato nel capitolo 24 dallo stesso evangelista, quando il nostro Redentore ammonisce sugli avvenimenti che segneranno la fine del mondo: "Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo ...".

Era naturale che, a seguito di questi insegnamenti, Egli passasse alla descrizione dell’ultimo atto della storia dell’umanità: il Giudizio Finale.

La seconda venuta di Gesù

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a Lui tutte le genti ...".

Così Nostro Signore inizia la descrizione degli istanti finali degli uomini su questa terra. Meditiamo su questo, seguendo il categorico consiglio dell’Ecclesiastico: "In tutte le tue opere, medita sui tuoi novissimi e non peccherai eternamente" (7,40). "Novissimo" è un termine che viene dal latino novus, e vuol dire anche "ultimo". È con questo significato che la Scrittura lo utilizza, per indicare gli ultimi avvenimenti della nostra vita: morte, giudizio, Cielo o Inferno.

Per iniziare, osserviamo il linguaggio utilizzato ora dal Divino Maestro. Non si esprime più per comparazione né per metafora ("Il regno dei cieli è simile..."), ma parla direttamente: "Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria ...".

Non ci lascia dubbi quanto alla realizzazione del Giudizio Universale, verità, del resto, annunciata altre volte da Lui stesso: "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. (...) nel giorno del giudizio per Tiro e per Sidone ci sarà una sorte meno dura della vostra!" (Mt 11, 21-22). "Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona" (Mt 12, 41).

Il tribunale

"Tutte le genti saranno riunite davanti a lui", dice il Signore. Ossia, nessun uomo, per quanto potente sia stato, potrà sottrarsi a questa convocazione. Non ci sarà spazio per eccezioni, tergiversazioni, ritardi. L’ordine è perentorio.

Anche gli angeli dovranno comparire, afferma Gesù: "... e tutti gli angeli con lui". Ora, se sono gli uomini che saranno giudicati, qual è la ragione di questa presenza angelica?

Come spiega la Summa Teologica, il Giudizio Finale "si relaziona in qualche modo con gli angeli, nella misura in cui essi hanno interferito negli atti degli uomini". Così, il principale ruolo delle creature angeliche sarà quello di servire da testimoni.

Tuttavia, in qualche maniera, anche gli angeli saranno giudicati: "Non sapete che giudicheremo gli angeli?", chiede San Paolo (1 Cor 6, 3). E San Pietro afferma lo stesso riguardo ai demoni: "Dio, infatti, non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell'inferno, serbandoli per il giudizio" (2 Pe 2, 4). Gli angeli di Dio avranno un premio, che sarà la grande gioia in vista della salvezza dei loro protetti, mentre i demoni avranno un’aggiunta di tormento, "moltiplicandosi la rovina dei malvagi che da loro furono indotti al peccato" (Summa, Supplem. 89, 8).

Anche per quanto concerne la costituzione del tribunale, certi uomini avranno un ruolo importante: saranno co-giudici con Nostro Signore. Questo è affermato, tra l’altro, da San Paolo: "Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?" (1 Cor 6,2). Secondo la Summa, questi co-giudici, "uomini perfetti", giudicheranno per comparazione con se stessi, perché "hanno impresso in se stessi i decreti della giustizia divina" (Supplem. 89, 1).

Separazione dei giudicati: la fine dei relativismi

Torniamo alle parole del Signore nel Vangelo:

"... ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra".

Nella vita su questa terra, l’anima umana, per una specie d’istinto spirituale, cerca incessantemente la verità, il bene e il bello. Anche quando commette peccato, questi istinti spirituali continuano a operare. Inoltre, ogni uomo ha come impressi nell’anima i Dieci Comandamenti.

Per tutto questo, nessuno riesce a praticare il male per il male, professare l’errore per l’errore, ammirare l’orrendo per l’orrendo.

Così, se i pensieri, desideri e atti di un individuo cominciano a fuggire abitualmente dalle leggi di Dio, egli sente la necessità imperiosa di giustificarli, razionalizzandoli, cioè, cercando per loro spiegazioni razionali, per quanto assurde esse siano. E la via di uscita consiste generalmente nel cercare una conciliazione tra la verità e l’errore, il bene e il male, il bello e l’orrendo.

Tutto quello che prima era per lui di una luminosità cristallina, diventa di un’indefinitezza nebulosa e bigia. Ed egli affonda nel relativismo, funesto difetto morale, tanto comune nel corso della storia, causa di tanti errori dottrinari che hanno allontanato dalla Chiesa Cattolica e dalla via della virtù milioni e milioni di anime.

Nel Vangelo qui commentato scompaiono ogni capriccio e fantasticheria riguardo la conciliazione tra questi valori inconciliabili. "Non datur tertius" — non esiste una terza soluzione possibile nel giorno del Giudizio. Il nostro destino sarà il Cielo o l’Inferno. Sarà la più folgorante e universale manifestazione dell’Assoluto nell’ordine della creazione.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Una via sicura
per la salvezza eterna

 

I servi fedeli trascorrono tutto il periodo d’assenza del loro padrone servendolo con serietà e sospirando in attesa del suo ritorno. Al suo arrivo, sapendo che li vuole vedere, gli vanno velocemente incontro. Il servo infingardo, al contrario, lo accusa di essere ingiusto. Il suo modo di fare si erge, così, a paradigma del comportamento dei peccatori che cercano di giustificare le proprie colpe, attribuendo a Dio la causa delle stesse.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones

courtesy of http://www.salvamiregina.it

 

Vangelo

"Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" (Mt 25, 14-30).

 

I – Serietà in tutti i nostri atti

Nella parabola dei talenti — così come in quella delle vergini sagge che la precede e con la quale forma un insieme coerente — Gesù ci insegna la via della felicità eterna. Entrambe iniziano con una analogia: "Il regno di Dio è simile a…". Infatti, parabola, nella lingua greca, significa: comparazione.

Il capitolo precedente del Vangelo di San Matteo, precedendo questi due passaggi, ci riporta la descrizione della fine del mondo, pronunciata dalle labbra dello stesso Salvatore. Anche la conclusione avviene tramite una parabola, quella del "servo malvagio", respinto e gettato nel luogo dove "ci sarà pianto e stridore di denti".

Nuova ottica per la parabola dei talenti

Nel passo del Vangelo di questa domenica immediatamente precedente a quella di Cristo Re, ultima dell’anno liturgico, gli esegeti sono soliti sottolineare il conto che, alla fine della vita, ognuno di noi dovrà rendere a proposito dei "talenti" ricevuti da Dio.

Gli insegnamenti di Gesù, tuttavia, sono di una ricchezza inesauribile e possono essere contemplati da un’infinità di punti di vista. Uno di questi — e molto importante — è la serietà con la quale ogni uomo deve cercare di assolvere il compito o esercitare la funzione che gli è stata affidata, soprattutto, se questi sono stati comandati, non da un padrone terreno, ma dallo stesso Dio.

Serietà nel vedere, giudicare e agire

La rapidità frenetica della modernità rende difficile la riflessione sugli avvenimenti quotidiani. Di qui il fatto che l’uomo contemporaneo tende alla superficialità di pensiero e a non analizzare in profondità le conseguenze, buone o cattive, dei propri atti.

Ora, tutto in questa vita è serio, poiché siamo creature di Dio ed "è in Lui che abbiamo la vita, il movimento e l’esistenza" (At 17, 28). Così, il più banale dei nostri atti ha una relazione con realtà altissime e può arrecarci gravi conseguenze o porci di fronte ad onerose responsabilità, se non è eseguito come si deve.

Per questo, esercitare seriamente una funzione, esige da parte nostra, in primo luogo, una completa obiettività. È necessario vedere la realtà come essa è, senza veli né preconcetti, e senza permettere che sia distorta da ansietà o frenesie. Da questa coerenza di visione e giudizio, emanerà la serietà nell’agire. Quello che si deve fare deve essere cominciato subito, eseguito per intero, senza perdita di tempo e senza interruzioni inutili.

Siamo alberi i cui frutti sono poveri, raggrinziti e, frequentemente, marci

Non dimentichiamo che senza l’ausilio della grazia, la natura umana è incapace di praticare stabilmente la propria Legge Naturale e perfino di fare qualcosa di meritorio per la salvezza eterna (1). Per la nostra natura decaduta, siamo alberi i cui frutti sono poveri, raggrinziti e, frequentemente, marci. Solo quando la linfa della grazia circola con forza nel fusto e nei rami di quest’albero, raggiungendo perfino il fogliame più distante dalla radice, produciamo frutti abbondanti e buoni.

Argomento: Tracce per omelie

Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

Sacra Scrittura
I Lettura: Sap 6,12-16;
Salmo: Sal 62;
II Lettura: 1Tes 4,13-18;
Vangelo: Mt 25, 1-13


NESSO TRA LE LETTURE

È indispensabile acquisire quella saggezza che ci dispone all'incontro definitivo con Dio, nostro Signore.
La liturgia di oggi ci prepara per la solennità di Cristo Re dell'Universo. La prima lettura fa un elogio della sapienza, e sottolinea che "colui che la ricerca la trova". Dunque, non è lontana da noi. Se vogliamo, possiamo trovarla (prima lettura). Questa saggezza non consiste effettivamente in un gran *censura*ulo di dati scientifici, ma è piuttosto una "sapientia cordis". È una conoscenza profonda, è esperienza di Dio e del suo amore; una conoscenza chiara di se stessi e degli uomini, fratelli in Cristo.

Anche il Vangelo ci parla della saggezza e della prudenza delle vergini, ben preparate per l'arrivo dello sposo. Il Regno dei cieli è paragonato ad un banchetto nuziale, e viene ribadita la necessità di essere preparati, perché non si conosce l'ora in cui lo sposo arriverà. Le vergini sono sagge, perché hanno saputo prepararsi adeguatamente, portando con sé una buona scorta d'olio, che manterrà accese le loro lampade. Le altre vergini sono stolte, perché si sono lanciate sprovvedutamente per le strade della vita; non avevano immaginato che lo sposo avrebbe potuto tardare; non si sono rese conto che il tempo avrebbe potuto dissolvere le loro aspirazioni e le loro speranze, e così hanno scoperto con sgomento che, quando già si poteva udire la voce dello sposo, non c'era più olio a tener accesa la loro lampada. Non erano pronte a intraprendere la processione finale, quella che conduce alla casa dello sposo (Vangelo).

San Paolo, nella sua lettera ai Tessalonicesi, parla loro dell'importanza di mantenere la fede, e compatisce coloro che muoiono come se non ci fosse un'altra speranza. Tutti coloro che credono in Cristo e appartengono a Cristo, "staranno sempre col Signore". Per questa ragione, il cristiano deve vivere consolato dalla gioiosa e profonda speranza di Cristo Gesù.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo della XXXI domenica del Tempo Comune

Il lievito farisaico

 

"Voi avete per padre, il diavolo..." (Gv 8, 44)

Così come la santità contiene tutte le virtù, il fariseismo – per così dire – abbraccia tutti i peccati. Per proteggerci dal "lievito dei farisei", male di tutte le epoche, Gesù lancia contro di loro un’invettiva implacabile, arrivando al punto di chiamarli "figli del diavolo".

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

Vangelo

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato (Mt 23, 1-12).

 

I – Odio dei farisei contro Gesù

Il demonio in origine era un angelo, puro spirito creato da Dio nella verità. In questa egli si comportava in stato di prova, che consisteva nel restituire al Creatore l’essere, i doni e le qualità da Lui ricevuti, prestandogli un giusto culto di latria. Ad un certo momento, quest’angelo di luce ha deciso di abbandonare, per libera volontà, questo cammino, penetrando nelle tenebre della morte, del peccato e della falsità. È stato lui a fare il primo passo nella rottura con l’ordine dell’universo e, soprattutto, con lo stesso Dio, comandando l’opposizione contro il Supremo Legislatore. Si è ribellato ed ha respinto l’invito ad essere luce in Dio, per diventare menzogna lui stesso; per pura presunzione, ha voluto essere Dio lui stesso, smettendo di esserlo per partecipazione; ha preferito l’adorazione della sua natura tratta dal nulla, per ottenere così l’eterno disprezzo di Dio.

Questo è il diavolo! E i farisei sono i suoi figli, secondo quanto afferma la voce infallibile di Gesù.

Antagonismo tra Gesù e i farisei

I vangeli sono imbevuti da cima a fondo di una radicale opposizione tra Gesù e i farisei. Questo antagonismo ha inizio già con il Precursore, tanto ricercato dai giudei per aver egli fama di santità e di profetismo. Così Giovanni Battista ha trattato i farisei ( come anche i sadducei), prima ancora della comparsa del Messia: "Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Non crediate di potervi giustificare interiormente, dicendo: Abbiamo Abramo per padre" (Mt 3, 7-9).

Da parte sua, lo stesso Gesù – nel dichiarare i parametri, le dottrine e i fini apostolici dell’azione che da Lui sarebbe stata svolta – ha reso manifesta l’impossibilità di un avvicinamento o di un’armonia con i farisei. Il sermone delle beatitudini (1) colloca in equilibrio chiaro e definito i principi etico-morali adottati da Gesù, nella loro grande maggioranza in contrapposizione a quelli dei farisei. Saremmo veramente ingenui se pensassimo che è stata solo l’invidia la causa dell’odio deicida dei farisei contro il nostro Redentore. Certo, questo vizio capitale avrà potuto concorrere come una delle componenti della furia demolitrice, ma il dissenso ha avuto come base due concezioni differenti, addirittura alternative, di carattere religioso-politico.

Egolatri e approfittatori, i farisei rifiutano Dio

I farisei avevano ridotto la religione a una scrupolosa osservanza di microprecetti, a scapito della pratica della vera Legge: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del *censura*ìno e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. (...) Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!" (Mt 23, 23-24). Questo succedeva, tra le altre ragioni, anche a causa della grande presunzione nella quale erano immersi, come è facile notare nella parabola del fariseo e del pubblicano, narrata da Gesù riferendosi ad "alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri" (Cfr Lc 18, 9-14). Ad essi non era estranea nemmeno l’avarizia. Per farci un’idea approssimativa di questo fondo di cattiveria, basti ricordare la parabola dell’amministratore infedele, alla fine della quale l’Evangelista ci racconta: "I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: "Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio" (Lc 16, 14-15). Per essersi posti al centro delle loro stesse preoccupazioni, per essere essi egolatri e pertanto, per aver voltato le spalle a Dio, abusavano dei poteri spirituali, approfittandone per accumulare beni materiali.

Questo rifiuto di Dio, che è così fortemente recriminato da Gesù, costituisce uno dei grandi peccati dei farisei: "So che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste" (Gv 5, 42-43). Poiché essi non praticano l’amore a Dio, non lo esercitano neppure in relazione al prossimo: "Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa" (Mt 12, 7). Questa carenza di bontà dei farisei traspare più ancora nella parabola del buon samaritano, nella quale il levita e il sacerdote sono condannati per la mancanza di misericordia verso il loro fratello, mentre il samaritano viene indicato come modello da seguire: "Va’ e fa’ anche tu lo stesso" (Lc 10, 30-37).

Invettive di Gesù

Le discussioni di Gesù con i farisei sono diventate via via sempre più tese fino ad assumere il carattere di censure vere e proprie. Egli li condanna in forma violenta, chiamandoli figli del diavolo e imitatori del loro padre, omicidi e ladri, vipere e varie volte ipocriti (2). Per quanto riguarda quest’ultimo appellativo e più specificatamente le recriminazioni riportate nel capitolo 23 di Matteo, alcuni esegeti arrivano a definirle come il sermone delle otto maledizioni, in contrapposizione alle otto beatitudini. Secondo questi esegeti, con un sermone Matteo apre, nel suo Vangelo, la narrazione della vita pubblica di Gesù, e con l’altro la chiude.

In ogni occasione Gesù fa cadere i farisei in contraddizione con sé stessi a proposito delle loro attitudini e delle loro dottrine. D’altronde, succede sempre che, nel momento in cui Dio smette di essere il centro delle preoccupazioni, dei pensieri e delle azioni di un singolo o di un gruppo sociale, non tardano a sorgere le contraddizioni, perché quando manca la premessa maggiore, è compromessa la sostanza del sillogismo. Sarebbe troppo lungo ricordare ad uno ad uno tutti gli scontri di Gesù con i farisei. È sufficiente rievocare il caso della guarigione di un idropico nel giorno di sabato, a casa di uno di loro. Gesù lancia contro di essi un’invettiva: "Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?" (Lc 14, 5).

Questo atteggiamento così categorico e perentorio di Gesù contro i farisei ha un suo solido fondamento, se si considera che essi erano veri lupi travestiti da pastori. Non si stancavano mai di calunniare il Signore, manifestandoGli in ogni occasione una forte antipatia. Lo accusavano di essere posseduto dal demonio, di lasciarsi coinvolgere da persone di malaffare, di infrangere la legge del sabato, ecc. Inoltre, erano sempre pronti ad alterare i fatti e le parole da Lui proferite, come è successo, per esempio, nell’episodio dell’espulsione del demonio che aveva reso sordomuto un povero uomo; in questa occasione lo hanno calunniato, affermando che lo aveva esorcizzato e guarito in virtù del potere di Belzebú (3).

Furia dei farisei

Questa opposizione, latente all’inizio, è diventata via via sempre più manifesta, categorica e pubblica, al punto da produrre una scissione nell’opinione pubblica del popolo giudaico. Da un lato, la maggioranza si chiedeva se di fatto Gesù non fosse davvero il Messia, ritenendo impossibile che qualcuno fosse in grado di realizzare più miracoli di Lui (4). Dall’altro, questo crescente mormorio, tra la gente, ha portato i farisei ad appoggiare i capi dei sacerdoti quando questi hanno decretato di imprigionare il Salvatore. Intanto, le stesse guardie affermavano: "Nessun uomo mai ha parlato come quest’uomo", e non hanno voluto catturarlo (Gv 7, 46).

Se l’odio dei farisei contro Gesù si manifesta tanto radicale alla fine del settimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, al termine dell’ottavo esso è ancora più drastico: "Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio". (Gv 8, 59). Nel capitolo seguente, dopo la guarigione di un cieco, i farisei, furenti, gettano quest’ultimo fuori dalla sinagoga, insultandolo e accusandolo di essere discepolo di Gesù. Il capitolo 10 ci riferisce di un nuovo vano tentativo di catturare il Signore. Il punto culminante di questa collera si verifica dopo la resurrezione di Lazzaro: "Da quel giorno dunque decisero di ucciderLo" (Gv 11, 53).

Si direbbe che, crocifiggendo Gesù, sarebbero stati finalmente soddisfatti. Ma così non fu. I capi dei sacerdoti e i farisei pretesero da Pilato una stretta vigilanza presso il sepolcro, al fine di evitare che venisse rubato il corpo di Gesù, e, a seguire, sigillarono la pietra del sepolcro, lasciando lì due guardie.

Nelle sue linee generali, questa è la realtà dell’odio dei farisei contro il Divino Maestro, che è indispensabile tener ben presente per poter analizzare il Vangelo di oggi.

 

Argomento: Tracce per omelie

La sapienza umana contro la sapienza divina!

 

La domanda presentata dal fariseo a Gesù è frutto della sapienza umana ed è diretta a colui che è colmo di Sapienza divina. Il dottore della legge però non pone tale domanda per conoscere la verità, ma per provocare Gesù, il quale gli risponde in modo semplice e sorprendente: l’amore a Dio!

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

 

"Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti" (Mt 22, 34-40).

 

I – La virtù dell’amore

Il fondamento dell’amore è molto più profondo di quanto generalmente si immagini. L’amore — come afferma Sant’Agostino (1) —  trascina come un peso coloro che si amano e produce un forte desiderio di presenza e di unione, trovando la sua espressione più significativa nell’abbraccio tra coloro che si amano.

Tutto ciò che è frutto della creazione trova la sua fonte nell’onnipotenza divina, incluso l’amore, il cui principio è eterno e procede dal Padre e dal Figlio. Entrambi, amandoSi, originano questa tendenza con una forza tanto straordinaria che genera una Terza Persona. Così come l’amore produce in noi un’inclinazione all’essere amato, Padre e Figlio, esseri infinitamente amabili, amano il Loro proprio Essere Divino. In ciò risiede l’origine dell’Amore, in quanto Persona proveniente dall’unione tra Padre e Figlio.

La Genesi, nel narrare la grande opera della Creazione, descrive l’ amore ed il compiacimento di Dio verso le opere da Lui create. Di conseguenza il grado di perfezione di ogni essere scaturisce dalla sua capacità di amare ed è in proporzione di questa.

La virtù più importante per la salvezza

Nel Vangelo, abbiamo innumerevoli esempi significativi dell’immenso amore di Dio e della sua infinita misericordia. In proposito basti ricordare quando il Figlio di Dio loda la Fede del centurione (cfr. Lc 7, 9) o quella della cananea (cfr. Mt 15, 28), a cui fece anche dei miracoli, o si ricordi quando Gesù esalta la fede di Pietro, dichiarando che la risposta di Pietro procede da una rivelazione fatta dal Padre e che per tale semplice ragione non esita a proclamarlo beato (cfr. Mt 16, 17).

Parlandoci dell’amore Gesù ci spiega, inoltre, come tale virtù sia, di per sé stessa, capace di perdonare un enorme numero di peccati. Ciò appare evidente quando arriva a difendere pubblicamente una peccatrice da coloro che l’accusavano: "Perché molto ha amato" (Lc 7, 47). Ora, non ci possiamo dimenticare di come il Signore conosce il valore e il premio di ogni atto di virtù. Dobbiamo, pertanto, di fronte alla salvezza eterna, comprendere quanto sia più importante amare che praticare la fede.

Gesù, supremo modello di amore

Alla luce di tutto ciò e per comprendere questa virtù nel suo più alto grado di perfezione è indispensabile ammirarla in Cristo Gesù e cercare di imitarLo.

L’amore del Verbo Incarnato, infatti, è veramente speciale, in quanto soprannaturale ed ha per oggetto l’Essere Supremo. C’è, però, una notevole differenza tra Lui e noi. Nel Figlio di Dio, l’amore divino e quello umano, per l’unione ipostatica, si congiungono in una sola Persona. Quanto a noi, "l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo" (Rm 5, 5), ossia, esso ci è stato donato ma per poterlo ottenere, dobbiamo chiederlo.

Nonostante questa differenza, Gesù è, e resta, il nostro insuperabile modello, poiché è impossibile trovare in Lui una volontà diversa da quella del Padre e, nella medesima direzione deve essere orientato il nostro amore. Tuttavia, sebbene in Gesù non ci sia mai stata fede – poiché, dal primo istante della sua esistenza, la Sua anima si è trovata nella visione beatifica – in noi, questa virtù deve esser sempre accompagnata da un caloroso amore, il più somigliante possibile a quello di Gesù.

La fede del cristiano e la fede dei demoni

Commentando la prima lettera di San Giovanni, così si esprime Sant’Agostino: "‘Perché anche i demoni credono e tremano’, come dice la Scrittura (Tg 2, 19). Che cosa hanno potuto i demoni credere di più che il dire: ‘Sappiamo chi sei tu, il Figlio di Dio’ (Mc 1, 24)? Quello che hanno detto i demoni, lo ha detto anche Pietro. […] Così, infatti, dice Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’ (Mt 16, 16). Dicono anche i demoni: ‘Sappiamo che sei il Figlio di Dio ed il Santo di Dio’. Com’ è evidente, Pietro, pur usando le medesime parole utilizzate dai demoni, attribuisce alle stesse un senso profondamente diverso.

"E come facciamo a dire che Pietro diceva questo per amore? Perché la fede del cristiano è sempre accompagnata da amore, mentre la fede del demonio non ha amore. In che modo è senza amore? Pietro diceva questo per abbracciare Cristo, mentre i demoni lo dicevano affinché Cristo si allontanasse da loro. Perché prima di dire ‘sappiamo chi sei tu, il Figlio di Dio’, avevano detto: ‘Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci prima del tempo?’ (Mc 1, 24). Appare ben evidente che riconoscere Cristo con l’intenzione di abbracciarLo, è ben diverso dal riconoscere Cristo col proposito di allontanarLo da sé.

"Dunque, è chiaro che quando, in questo passo, Giovanni dice: ‘Colui che crede’, intende riferirsi ad una fede peculiare, autentica e profondamente sentita, non ad una fede grossolana.

"Vi riferisco l’esempio dei demoni, cari fratelli, perché nessun eretico venga a dirci: ‘Anche noi crediamo’.Non vi rallegriate per le parole di quelli che credono, ma esaminiate le opere di quelli che vivono" (2)

Colui che ama il Padre ama il Figlio

Il grande Vescovo di Ippona conferisce una così grande importanza al fatto che alla fede si unisca l’amore, che non ha timore di fare commenti in proposito e di provocare e scuotere anche le mentalità più relativiste:

"E chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato (I Gv 5, 1). Ha unito in seguito l’amore con la fede, poiché la fede senza amore è vana. Con amore, è la fede del cristiano; senza amore, la fede del demonio. Ora, coloro che non credono sono peggiori dei demoni, più induriti degli stessi demoni. Si trova in giro qualcuno che non vuole credere in Cristo: questo qualcuno non imita neppure i demoni. Ci sono altri, tuttavia che non credono in Cristo, ma Lo odiano… Sono come i demoni, che temevano di essere castigati e dicevano: ‘Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?’ Sei venuto a rovinarci prima del tempo? (Mc 1, 24). Aggiungi a questa fede l’amore, al fine che si converta in quella fede di cui parla l’Apostolo: ‘ La fede che opera per mezzo dell’ amore’ (Ga 5, 6).

"Se hai incontrato questa fede, hai incontrato un cristiano, hai incontrato un cittadino di Gerusalemme, hai incontrato un pellegrino che sospira per il cammino, unisciti a lui, sia egli un tuo compagno, corri insieme a lui. Chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi da Lui è stato generato. Chi ha generato? Il Padre. Chi è stato generato? Il Figlio. Pertanto, che cosa dice Giovanni? Chiunque ama il Padre, ama il Figlio" (3).

Nell’amore troviamo la tanto agognata felicità

Certamente talmente tante sono le considerazioni circa la virtù dell’amore, che non può esserci enciclopedia capace di abbracciare i tesori emanati dall’oratoria e dagli scritti dei Santi, Padri, Dottori, teologi, esegeti, ecc.

Alla luce di una visione dell’amore così prospettata,, dobbiamo esaminare le tre letture della Liturgia di questa XXX Domenica del Tempo Ordinario. In questa fondamentale virtù, infatti, risiede la tanto agognata felicità, come ci insegna San Tommaso d’Aquino: "In quanto amore verso Dio, ci fa disprezzare le cose terrene e unirci a Lui. Per questo allontana da noi il dolore e la tristezza, e ci dà la gioia del divino: ‘il frutto dello Spirito Santo è carità, gioia, pace’ (Ga 5, 22)" (4). Considerato quanto esposto in precedenza, possiamo con viva fede sostenere che l’amore altro non è che il dulcis Hospes animae, l’Amico per eccellenza che abita in tutte le anime in stato di Grazia.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo della 29ª domenica del tempo ordinario

Dare a Cesare, o dare a Dio?

Vivendo in armonia e cooperazione, la società temporale e quella spirituale offrono le condizioni per il vero progresso umano.

João Scognamiglio Clá Dias, E. P.
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

L’uomo è stato creato da Dio per vivere in società, sotto due autorità: temporale e spirituale. Quale deve essere la sua attitudine verso l’una e l’altra? Ecco il tema del Vangelo della ventinovesima domenica del tempo ordinario.

"Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?". Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22, 15-21).

 

Non esiste una situazione estatica nella vita morale

La nostra vita morale si trova sempre in movimento. In altre parole, nella scala di valori tra l’estremo del bene e l’estremo del male, nessuno resta fermo in un grado determinato. Tutti stiamo in qualche modo camminando, anche se molto lentamente e impercettibilmente, in direzione di uno dei poli, o imbarazzati in un via vai continuo. Ci sono, anche, accelerazioni verso una direzione o l’altra, risultanti da un grande atto di virtù o da un gravissimo peccato. In questa scala, pertanto, il movimento è costante, come sottolineano numerosi teologi.

Ora, davanti al Figlio dell’Uomo, questo fenomeno si è verificato in forma intensa nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la grazia di conoscerLo e, più ancora, di convivere con Lui. Maria Santissima non ha fatto che ascendere in ogni istante nella sua già così alta unione con Dio. In contropartita, gli avversari di Gesù crebbero in modo continuo nell’odio verso di Lui.

I farisei giunsero a un grande grado d’indignazione udendo dalle labbra del Divino Maestro parabole allo stesso tempo severissime e di chiara applicazione su di loro, come quella dei vignaioli omicidi, e quella della festa di nozze, come narra il Vangelo:

"Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta" (Mt 21, 45-46).

È stata questa la circostanza che li ha portati a riunirsi urgentemente in consiglio. Questo stesso episodio è menzionato in altri termini da San Marco (Mc. 12, 12-13).

Tanto dalla narrazione dell’uno, quanto da quella dell’altro evangelista, è chiaro il dilemma nel quale si trovavano i farisei. Da un lato, desideravano catturare Gesù per ammazzarLo. Dall’altro, era loro impossibile agire in questo senso, poiché i miracoli, le parole e la stessa figura del Divino Maestro scuotevano il popolo, che non Lo abbandonava nemmeno un istante. Come realizzare questo orrendo crimine contro uno costantemente attorniato di fedeli? CatturarLo nel silenzio della notte, in forma inattesa, seria o ideale, ma anche impossibile, visto che il Redentore non dava mai loro l’opportunità di sapere dove Egli sarebbe stato dopo il calar del sole.

Argomento: Tracce per omelie

Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


Sacra Scrittura

I Lettura: Is 25,6-10a;
Salmo: Sal 22;
II Lettura: Fil ,4,12-14.19-20-9;
Vangelo: Mt 22, 1-14


NESSO TRA LE LETTURE

La lettura del profeta Isaia è un brano sommamente consolatore. Ci mostra l'intenzione salvìfica di Dio che prepara per i tempi messianici un sontuoso banchetto sul monte Horeb. Dio asciuga le lacrime da ogni volto, e allontana ogni bruttura e sofferenza. La promessa della salvezza sarà perfettamente compiuta (prima lettura). Anche il vangelo ci parla di un banchetto, ma toni e circostanze sono ben distinti. Si tratta della parabola degli invitati scortesi, che non accettarono l'invito a partecipare al banchetto nuziale (Vangelo). Nel testo del profeta Isaia si sottolineava, specialmente, il dono che Dio prepara per i tempi messianici, invitando tutti i popoli della terra. Nella parabola evangelica, invece, sono poste in rilievo la libertà e la responsabilità degli invitati al banchetto. Il matrimonio era pronto, ma gli invitati non lo meritavano. Vergognosamente, avevano alzato le mani sui servi, e li avevano percossi, fino ad ucciderli. Che strano modo di ricambiare qualcuno che ha appena offerto un invito ad un banchetto! Quanto tragica e drammatica è la fine di quegli invitati scortesi: le truppe del re incendiarono la loro città e sterminò gli assassini! Si tratta, dunque, di una parabola correlata con quella che abbiamo letto domenica scorsa (quella dei vignaioli omicidi), e che mostra chiaramente che coloro che erano stati scelti per partecipare al banchetto si sono comportati in modo spregevole, non hanno riconosciuto la propria condizione di invitati o di contadini prediletti. Hanno voluto arricchirsi delle proprietà del re, hanno voluto sostituirsi a lui, disprezzandolo, e hanno perduto se stessi, divenendo degli assassini. Dio, in Gesù Cristo, invita l'uomo al banchetto eterno, offrendogli la salvezza. Da parte di Dio, tutto è compiuto; ma è l'uomo che, liberamente e generosamente deve accorrere al banchetto. Come san Paolo, bisogna far esperienza di Cristo e del suo amore, per poter affrontare qualunque difficoltà della vita: "tutto posso in colui che mi dà forza" (seconda lettura).


Messaggio dottrinale

Nei tempi messianici Dio asciugherà le lacrime da tutti i volti. Un inno della liturgia delle ore dice: "Signore, mi hai dato gli occhi non solo per piangere, ma anche per contemplare". Capita, in alcuni momenti della vita, di credere che la propria esistenza non sia altro che pianto e sofferenza ininterrotta. Sono tante le pene degli uomini! Tribolazioni di interi popoli, sepolti nella loro miseria, perseguitati da flagelli e malattie come l'Aids o la malaria; il tormento di migliaia di giovani, prigionieri nella morsa della violenza, o della spirale della droga, del sesso, della perdita di senso; i patimenti di tanti malati incurabili, in stato terminale, o in stato critico; le angosce di tante famiglie disunite. Il Signore non è estraneo a tutte queste sofferenze. Egli raccoglie le nostre lacrime nelle sue mani, come descrive bene il salmo 56:
"I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli;" (Sal 56,9).

Il Signore "vede le nostre lacrime", (cf. 2Re 20,5), "ascolta le nostre lacrime" (Sal 39, 13). Il Signore si commuove davanti alle lacrime degli uomini. "Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me" (Is 49,16). Il Signore si prende cura di noi come un padre dei suoi figli: "Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare", (Os 11,3-4).

Il Signore prepara, dunque, un banchetto per la fine dei tempi. In suo Figlio, Egli ci ha espresso tutto il suo favore; in Lui ci ha mostrato quanto preziosa è agli occhi di Dio la vita dell'uomo, perché ha inviato suo Figlio in sacrificio: "per riscattare lo schiavo, consegnò suo Figlio". Egli ha cura di noi e nessuna delle nostre vie gli è ignota. Egli viene a cercarci là dove il peccato ci ha dispersi. Sì, alla fine dei tempi il Signore non solo asciugherà ogni lacrima di chi cercherà rifugio presso di Lui, ma già, fin da ora, è la consolazione e la gioia del cuore contrito e vilipeso. Apriamogli il nostro cuore, perché Egli possa prendersi cura di noi. Nella profezia di Isaia, per la prima volta, si postula il tema dell'immortalità: "Il Signore degli eserciti eliminerà la morte per sempre".

Dio ci dà le forze per superare le contrarietà. Nella seconda lettura, Paolo si rivolge ai Filippesi mostrando loro che egli è abituato a tutto. Sa vivere in povertà come nell'abbondanza. Conosce l'agio e la privazione, e si è esercitato nella pazienza, di fronte alle grandi difficoltà del suo ministero. "Tutto può in colui che gli dà forza". Il cristiano, come Paolo, sa che in Cristo trova la forza necessaria a perseverare nel bene, per realizzare la propria missione. Sa che non è mai solo, nelle alterne vicende della vita. È consapevole di continuare a riprodurre, con la propria esistenza, con le proprie sofferenza e col proprio amore, il mistero di Cristo. Per ciò, possiamo dire che:

- l'amore per Cristo ci dona la costanza nel compimento dei nostri doveri. Il nostro dovere di stato costituisce il nostro primo obbligo. Per mezzo di questa fedeltà ai doveri di ogni giorno, continuiamo a costruire il Regno di Cristo nel mondo. Quanti sono i santi, religiosi o laici che giunsero alla santità proprio attraverso il compimento ordinario dei loro doveri!

- l'amore per Cristo ci dona la pazienza per sopportare le contrarietà. Non sono poche né piccole le avversità che un uomo, un cristiano, una persona amante della giustizia e della verità deve affrontare. Ostilità di ogni tipo, a volte interiori, intime, profonde; a volte esteriori, offese dei nemici, incomprensioni con gli amici, attriti coi propri cari, malattie, morte... Solo l'amore di Cristo e l'amore per Cristo possono dare una risposta convincente al mistero del male.

- l'amore per Cristo ci dona il coraggio per vincere le nostre paure e diffidenze. Il Papa non cessa di ripetere, anche ora, nella sua vecchiaia, che non dobbiamo aver paura; che dobbiamo lottare per il bene, che dobbiamo "puntare al largo" che dobbiamo essere "le sentinelle" del mattino, che annunciano che la notte sta ormai passando, e che giunge la speranza di un nuovo giorno. In Cristo troveremo la forza per superare le nostre paure.

- l'amore per Cristo ci dona la forza per realizzare la nostra missione nella vita. Ogni persona ha una propria missione in questa vita. Spesso sentiamo di non avere le forze necessarie per portarla avanti. Ci si può sentire fragili o esauriti o scoraggiati, davanti alla grandezza della missione. Ma è Cristo che fortifica chi sta per cadere. Sono belle le parole che il Papa pronunciò nell'accettare la sua elezione: "A Cristo Redentore ho elevato i miei sentimenti e pensieri il 16 ottobre dello scorso anno, allorché, dopo l'elezione canonica, fu a me rivolta la domanda: "Accetti?". Risposi allora: "Obbedendo nella fede a Cristo, mio Signore, confidando nella Madre di Cristo e della Chiesa, nonostante le così grandi difficoltà, io accetto" (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n. 2).

Argomento: Tracce per omelie

Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


I Lettura: Is 5,1-7;
Salmo: Sal 79;
II Lettura: Fil, 6-9;
Vangelo: Mt 21, 33-43

NESSO TRA LE LETTURE

Le letture di questa domenica ci presentano l'immagine della vigna. Una vigna che simbolizza Israele, amato e assistito da Dio, ma che, tristemente, non produce i frutti che Dio si aspettava e che sapeva - poiché l'ha coltivata con amore - che essa poteva dargli: questo è il tema su cui riflettere in questa domenica. La prima lettura ci mostra il poema dell'"amico diletto" e della sua vigna. Con parole piene di trasporto, il poema ci presenta il padrone della vigna, prodigo di attenzioni, che ne dissoda il terreno, toglie di mezzo tutte le pietre, edifica una torre, vi pianta buone viti e scava un tino. Questo uomo ama la sua vigna, e si aspetta che essa dia buoni frutti, ma invece riceve uve selvatiche, acerbe, e che non maturano mai. L'uomo ha ragione di lamentarsi, e si domanda con animo affranto: cosa avrei potuto fare di più per la mia vigna che già non ho fatto? Niente, certamente. Aveva usato tutti i mezzi all'epoca noti per coltivare una vite eccellente (prima lettura). Nel vangelo torna nuovamente il tema della vite, in una specie di allegoria: il padrone della vite l'affida ad alcuni lavoratori e se ne va. Invia, dopo qualche tempo, i suoi ambasciatori per raccogliere i frutti, ma i vignaioli maltrattano gli inviati e, quando vedono venire il figlio, prendono la decisione di ucciderlo. Anche qui, il padrone della vigna non viene ricambiato del suo sollecito affetto per la vigna: i vignaioli non producono i frutti che il padrone si aspettava. In entrambi i casi, l'argomento dei frutti che Dio attende da Israele e dagli uomini è posto in speciale rilievo: l'uomo ha ricevuto molto da Dio e deve produrre frutti di vita eterna, di santità vera, di carità sincera (Vangelo). Da parte sua, Paolo, nella lettera ai Filippesi, continua la sua esposizione e li esorta a tenere in conto tutto quello che è vero, nobile, giusto e li invita a realizzare opere buone (seconda lettura).


 

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XXVI domenica del Tempo Comune

I due figli della Parabola
e gli altri due

Comportandosi in modo di gran lunga peggiore di quello dei due figli della parabola, i sacerdoti e gli anziani del popolo non solo si sono rifiutati di lavorare nella vigna del Signore, ma di fatto, non ci sono nemmeno andati. Questa sarebbe l’attitudine di un terzo figlio, manifestazione estrema del cattivo comportamento nei confronti del Padre! Ma c’è anche un quarto figlio: quello che ha udito con entusiasmo l’invito del Padre e dà la propria vita per Lui!

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

 

 

La Parabola dei Due Figli

28 "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Dicono: "L’ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli" (Mt 21, 28-32).

I – Introduzione: Innocenza e inerranza

Come sembra bella la vita onesta, in tutte le sue manifestazioni, quando si è capaci di analizzarla con occhi limpidi, disinteressati e innocenti! Nella vecchiaia essa si presenta permeata di fragilità, ma robusta e arricchita di esperienza. Si mostra forte, decisa e audace in gioventù, a mano a mano che però, entrando per le porte della maturità, si va arricchendo in riflessione, chiarificazioni e saggezza. Niente attira tanto l’attenzione del nostro sguardo, nel corso dell’esistenza umana, quanto lo sviluppo degli istinti primordiali in un bambino, dai suoi primi vagiti fino al raggiungimento dell’età della ragione. Si comprende come l’animo infantile, nel mettere in pratica a poco a poco gli atti dell’intelligenza o della volontà entri in possesso di un ricco tesoro di esperienze che si basano sui primi principi innati.

L’anima umana è alla ricerca della verità

Ci incanta il vedere con quale sicurezza gli animali – e persino gli stessi insetti – vadano in cerca degli alimenti di cui hanno bisogno. Non è difficile discernere la mano di Dio dietro a tutte queste attività, pur sapendo che Lui, evidentemente, non le sta orchestrando in forma diretta in ogni momento. Dio crea gli esseri viventi con istinti propri che sono conformi alle necessità e alle convenienze di ognuno. Anche l’uomo, essere razionale, nasce con stimoli iniziali e spontanei che gli daranno sicurezza nella ricerca degli obbiettivi per i quali è stato destinato. A questo proposito, la Tomistica ci spiega, con estrema chiarezza, che l’anima, creata e infusa nell’essere al momento del concepimento, è già arricchita dal senso dell’essere.

Approssimiamoci alla culla di un bambino e mostriamogli delle belle palle di differenti colori. Le sue reazioni dimostrano la meraviglia di questi istinti umani, i quali agiscono molto prima dell’uso della ragione. Egli sceglierà una palla del colore che più gli piace, dopo un po’ di tempo passerà a giocare con un’altra e così di seguito. Si tratta della ricerca istintiva del bene, del bello e del vero che finirà per condurre alla scelta di una delle palle rispetto le altre. Questi sono riflessi che precedono la costituzione della capacità di giudicare in forma razionale, in conformità a dei principi chiaramente stabiliti.

Il peccato fa perdere la capacità di giudicare correttamente

Eccellente a questo proposito è l’affermazione di un grande domenicano del secolo scorso, Frate Santiago Ramírez O.P., secondo cui l’anima umana è essenzialmente aristocratica, in quanto è sempre alla ricerca del meglio.

Se gli uomini hanno questi istinti, come si spiega allora l’esistenza dell’errore, della cattiveria e della bruttezza? Speriamo in un prossimo articolo di approfondire questa questione tanto essenziale. Per oggi basti dire che l’inerranza di questi istinti si mantiene solamente se si conserva l’innocenza, in altre parole è il peccato la causa della perdita della capacità di giudicare bene. Lo stesso San Tommaso d’Aquino ci insegna che il senso della verità, del bello e della bontà è un istinto aristocratico, perché soltanto gli innocenti lo possiedono in modo tanto solido. Ora – conclude il Dottore Angelico – pochi sono gli innocenti nel mondo, pertanto pochi sono coloro che ne godono in modo integrale.

È intorno a questa meravigliosa problematica che si svolge il Vangelo di oggi.

Argomento: Tracce per omelie

Motore di ricerca

Chi è online

Il Tuo IP: 174.129.92.127



Verifica umana
Quanto fa nove più cinque?
:

Condividi su:

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su Google Condividi su del.icio.us Condividi su digg Condividi su Yahoo Condividi su Windows Live Condividi su oknotizie Inserisci sul tuo blog Splinder