Totus tuus network: Fede e ragione

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 Il materialismo, attraverso i media, modificando l’etimologia della parola, cambia, senza che noi ce ne accorgiamo, il nostro modo di pensare, così, imponendoci il suo pensiero, può costruire nuove coscienze ed una nuova società
di Giorgio Barghigiani

 

C’è un profondo legame tra il linguaggio e la realtà, infatti il linguaggio ha la funzione di esprimere e di comunicare con il mondo e, di conseguenza, di rivelarlo. Ma la parola serve per descrivere la realtà ed è per questo che diventa lo strumento della verità; se prima c’è la verità poi, però, viene la parola che la esprime; pertanto è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Purtroppo le ideologie socio-politiche di ogni tempo non vogliono riconoscere la realtà per quello che è: infatti se nel ventre della madre c’è un maschietto, lui, diventando grandicello, proprio per natura, sarà attratto da una femmina, ma coloro che vogliono creare una propria realtà, inventeranno che nel ventre della madre c’è un grumo di cellule e un maschio, può anche essere attratto da un altro maschio e se è femmina può essere attratta anche da un’altra femmina.

Così la realtà non è quella che è, ma è quella che vorrebbero che fosse. Questo si chiama razionalismo ossia la costruzione di una realtà esistente solo nella mente di chi l’ha ideata e che vuole imporre alla realtà vera ed unica. Per creare una nuova realtà, è necessario però demolire quella vecchia ed i vari termini che la indicavano per impedirne altre forme di pensiero.

 

L’involuzione linguistica

Il continuo martellamento dei media delle nuove parole e del loro significato ci porteranno a costruire sia una nuova società sia un nuovo vocabolario per descriverci realtà di cui non avevamo conoscenza.

In questo modo tutti i valori che fino ad oggi abbiamo conosciuto, studiato e messi in pratica verranno cestinati; termini propri della filosofia metafisica come essenza o natura umana o lo stesso lemma metafisica (la scienza che studia l’essenza ultima delle cose e cerca di spiegare il mondo e la vita); termini di carattere morale: virtù, castità, fortezza, mitezza, umiltà, verginità, nobiltà, lealtà; termini di carattere religioso: giudizio, inferno, paradiso, purgatorio.

Da tutto questo si arriva, senza rendersene conto, alla sterilizzazione linguistica: togliere le armi linguistiche al nemico, togliergli i concetti forti. Bisogna impoverire così la lingua da renderla debole e inefficace persino nella forma dialettale. Pertanto questo impoverimento porterà in seguito le persone a parlare male (chi male parla anche male pensa).

Cambiando le parole che indicano la realtà, si cambia persino la percezione della realtà stessa. Per annientare un vecchio mondo per costruirne uno nuovo bisogna eliminare i termini troppo duri e sgraditi e sostituirli con altri più graditi ed “orecchiabili”. Adolf Eichmann, il criminale nazista, durante il processo a Gerusalemme si difese dicendo che non si trattava di deportazioni di ebrei, ma di “emigrazione controllata”. Anche il Parlamento italiano ha preferito usare l’espressione “unioni civili” e non “matrimonio omosessuale” perché la nostra società non è ancora pronta per accettare quest’ultimo “passo”.

“Il depauperamento del linguaggio è un vantaggio, giacché più piccola è la scelta, minore è la tentazione di riflettere”, George Orwell, pseud. di Eric Blair, (1903-1950).

 

Con la mutazione linguistica si riesce a possedere la coscienza e la realtà

Mutando una espressione da un ambito e trasferendola ad un altro ambito, snaturandone però il senso, riusciamo ad ottenere degli stravolgimenti inimmaginabili. Prendiamo ad esempio il lemma “genere”: questo termine venne preso dalla grammatica latina dove ci sono i generi maschile, femminile e neutro e fu introdotto in psicologia e sociologia per far credere che esiste anche il sesso/genere neutro. Questa operazione linguistica venne ideata dal prof. John Money che fondò nel 1965, all’interno dell’Università John Hopkins, la “Clinica per l’identità di genere”.

Questo regresso culturale iniziò a formarsi attraverso le applicazioni moderne dell’esistenzialismo (il complesso di filosofie contemporanee che assumono la dimensione dell’esistenza individuale come fondamento della comprensione del mondo), del costruttivismo (la corrente di pensiero secondo la quale i costruttori teorici vanno definiti attraverso dimostrazioni costruttive anziché attraverso il metodo assiomatico-deduttivo) e dello strutturalismo (la teoria e il metodo fondati sul riconoscimento di una funzione globale dei vari organi definibili nel loro insieme e nelle loro interrelazioni), che furono studiate, assorbite e reinterpretate nelle università americane negli anni ‘70 ed ‘80 dalle attiviste femministe ed è proprio da questa sintesi che nacque la gender theory, ma è nel 1995, a Pechino, che nel corso della Conferenza mondiale sulle donne, la nota femminista Judith Butler teorizzò, per la prima volta, in quel contesto così importante, un netto dualismo tra genere e sesso.

Mutando il significato delle parole riusciamo a mutare le coscienze e, di conseguenza, la realtà; infatti se il “feto” è solo un “prodotto” del concepimento sarà impossibile difendere i suoi diritti dato che un prodotto non ha diritti. In questo modo abbiamo non omicidio del consenziente o aiuto al suicidio ma “eutanasia”, dolce morte, biodignità, ecomorire, fine cosciente; non sindrome a-relazionale ma “stato vegetativo” per suggerire che l’uomo da persona è diventato vegetale e quindi lo possiamo uccidere come quando recidiamo un fiore; non fecondazione artificiale ma “procreazione medicalmente assistita”, espressione che rappresenta in modo falso la realtà dato che il medico non aiuta le coppie a procreare ma si sostituisce ad essa in questo atto; non selezione eugenetica (la scienza che studia il miglioramento biologico della razza umana) ma diagnosi genetica “reimpianto”; non marito e moglie ma semplicemente “coniuge n. 1 e 2”, termine che annulla in sé le differenze di sesso potendo essere i coniugi entrambi maschi o entrambe femmine; non marito e moglie ma compagno e “partner” usati in modo indistinto sia per i coniugi sia per i conviventi perché matrimonio e “convivenza” sono la stessa cosa; non pillola abortiva ma contraccezione “di emergenza”; non fidanzato, ma “ragazzo”, oppure “tipo”, fino al “mi vedo con uno” per rendere i rapporti sempre più iniqui e meno responsabili. Sostituendo un termine con un altro le parole nascondono la realtà, perdendosi in un mondo linguistico astratto e artefatto. In questo modo chi non conosce la realtà non può giudicarla correttamente.

Pertanto per seppellire il nostro modo di pensare occorre depotenziare i termini. Prendiamo ad esempio la parola “natura”, che da termine di carattere metafisico, è diventato solo un sinonimo di “ambiente”; l’anima invece si è svilita in un termine tra il romantico e il New age e non indica più la forma razionale dell’uomo; l’amore addirittura non è più volere il bene dell’altro o non significa più la donazione totale, ma è divenuto solo un moto emozionale. I termini “bene” e “male” hanno perso di oggettività e, di conseguenza, di forza e vigore contenutistico e servono solo ad indicare opinioni soggettive.

“Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni”, Thomas Hobbes (1588-1679).

La parola porta con sé un’aura di stigma sociale che va al di là del suo significato e colpisce chi la usa, quindi occorre depotenziare i termini per svilirli; parole come “autorità”, “famiglia”, “pudore” suscitano o repulsa o ilarità o scherno, oppure riprovazione.

“Per me l’aborto è male, per te è bene”, sono come contenitori vuoti, che ognuno riempie a piacere.

 

Con nuove parole si costruisce un mondo nuovo

Un mondo nuovo, per essere descritto, ha bisogno di parole nuove; questo processo può articolarsi attraverso l’uso dei neologismi.

Oggi infatti viviamo in una selva di neologismi: “genitore sociale” (indica una persona, spesso omosessuale, che ha frequentato i figli di un’altra persona a cui è legata affettivamente); “donna-biologica” (indica il transessuale uomo che ha subito la rettificazione sessuale); “omofobia” (termine inesistente in letteratura scientifica, ma coniato ad hoc per sdoganare l’omosessualità ed attaccare la famiglia); “eco-morire” (perché il termine “eutanasia” farebbe capire a tutti che si tratterebbe di un omicidio); “femminicidio” (per far intendere che siamo di fronte ad un nuovo genere di omicidio di dimensioni spaventose quando invece la Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento ci informa che il numero di donne uccise decresce e invece il numero di vittime maschili è superiore a quelle femminili e in continua crescita); “animali non umani” (per far intendere che le bestie sono persone e le persone bestie).

Un’altra tecnica linguistica efficace per costruire un mondo nuovo è quella di mutare un termine da un ambito proprio ad uno improprio. Spieghiamoci con un semplice esempio: le unioni civili vengono definite dalla legge 75/2016 come “formazioni sociali” ex art. 2 della Costituzione.

Ma le formazioni sociali – minute alla mano dei lavori preparatori dei padri costituenti, sono invece i partiti politici, le confessioni religiose, i sindacati, etc. – non sono certo le coppie omosessuali.

 

La persuasione linguistica

Non è sufficiente creare parole nuove, importandole da altri contesti o sostituendo quelle vecchie con altre nuove, è indispensabile che tali nuovi lemmi siano accettati dalla maggioranza del popolo. Per raggiungere questo scopo ci sono diverse soluzioni.

Una di queste soluzioni fa riferimento all’uso degli slogan. Questi ultimi servono per sintetizzare un pensiero complesso – e quindi per loro natura rappresentano una tecnica comunicativa valida; ma spesso dietro lo slogan c’è poco o nulla. Lo slogan non di rado diffonde un modo di pensare senza fondamento e proprio perché è sintetico è necessariamente ambiguo, allusivo: dice tutto e niente, quindi di suo è difficile da attaccare perché bisogna spiegare molte cose per smontarlo. Lo slogan è geniale e quindi sensibilizza il lato emotivo della persona, il suo cuore, la sua immaginazione, i suoi sogni e desideri ed è teso più ad eccitare gli animi, a persuadere che a descrivere e a provare la fondatezza di una tesi.

Gli slogan servono per suggestionare, per persuadere e convincere, ma spesso dietro gli slogan c’è il vuoto, non ci sono argomentazioni valide.

Vediamo alcuni esempi di ieri e di oggi: Dio è morto, falce e spinello cambiano il cervello, siamo realisti, esigiamo l’impossibile, l’utero è mio, love is love, diritto al figlio, vietato vietare, carpe diem, la morale cambia, l`amore può finire, va’ dove ti porta il cuore, meglio divorziare che far soffrire i figli, essere se stessi, rispettare l’opinione degli altri.

Una strategia per persuadere le folle è l’uso di termini talismano. Ve ne sono alcuni con accezione positiva, infatti è sufficiente accostarli a qualsiasi parola che questa diventa positiva.

Oggi le parole-talismano più usate sono libertà e diritto. Così abbiamo il diritto di abortire, ad avere un figlio, di “sposarsi” per le persone omosessuali, i diritti degli animali, la libertà di morire, di cambiare sesso, di divorziare, e così via.

Altri termini talismano molto in voga, in casa cattolica, sono: accoglienza, misericordia, inclusione, incontro, dialogo ...

Esistono però anche le parole talismano di senso negativo, termini la cui accezione è solo dispregiativa e che condannano socialmente la realtà o i soggetti a cui sono riferiti: “reazionario”, “conservatore”, “moderato”, “revisionista” (ma la storia può essere oggetto di revisione), “fideista”, “integralista cattolico” (è un complimento, perché il cattolico deve accettare la dottrina integralmente e viverla integralmente). O anche semplicemente “cattolico”.

 

Per vivere dignitosamente in una società a misura umana vi è una impellente necessità di tornare ad un ordine naturale

In questo inizio di secolo abbiamo la grande necessità di tornare ad un ordine naturale e tutta la società se ne rende conto. Il grande dibattito sui temi del “gender” e della famiglia dovrebbero essere discussi e trattati con il solo scopo di capire per fare il bene di tutta l’umanità, poiché ad uno scopo ordinato dovrebbe corrispondere un punto di partenza ordinato, che sono quei principi condivisibili poiché sono naturali.

Il gender, prima ancora che un problema che coinvolge le scuole, è una sfida alla cultura tradizionale, una vera e propria ideologia di natura antropologica, diffusa dalle lobby, con la scusa di far passare un messaggio apparentemente innocuo, che è quello di insegnare ai giovani ad essere maggiormente tolleranti verso certe differenze sessuali e la classe politica, a sua volta, dovrebbe recuperare l’attenzione ai problemi reali della gente, poiché l’ideologia del gender è un tentativo per capovolgere l’alfabeto umano, che mira a ridefinire l’umanità dal pericolo della colonizzazione ideologica; anche riconoscendo che i diritti individuali sono sacrosanti, sarebbe un errore considerare ogni diritto individuale come una via per andare verso il bene comune.

La gender theory, in sintesi, afferma che la sessualità umana non ci è data dalla natura ma è una conseguenza di una scelta operata dalla società e dalla cultura in cui l’individuo vive.

L’essere maschio o femmina è una scelta che fa la persona a suo piacimento. Secondo questa teoria, la quale ha avuto le sue radici in una certa cultura confusa e trasgressiva, tipica degli anni successivi al 1968, afferma che ne esistono vari generi, noi ne ricordiamo cinque: maschile, femminile, omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale.

Secondo l’ideologia delle femministe, la storia, per secoli, è stata dominata dall’oppressione dell’eterosessualità come condizione necessaria per la riproduzione dell’essere umano, ma “finalmente” le catene della schiavitù saranno spezzate con l’ectogenesi, ossia con la biotecnica attraverso la quale si potranno avere dei bambini al di fuori di un corpo femminile.

L’ideologia del gender in sostanza nega la natura umana nei suoi generi maschile e femminile, da cui ogni essere umano deriva e pertanto sparisce la visione della persona come unità di anima e corpo per cui si sceglie il sesso che piace.

Con questo pretesto della uguaglianza assoluta, viene negata la differenza che invece è complementarietà e ricchezza ossia il femminile ed il maschile.

Su questi temi, il metodo di confronto, dovrebbe essere corretto e preciso, ma essendo inquinato da interessi di parte (come abbiamo già detto: ideologici, politici ed economici), vive così caoticamente che a volte la scelta più facile è quella di non fare alcun dibattito.

C’è una grande e impellente necessità di ordine nelle nostre facoltà intellettive: se la conoscenza è il fine dell’intelletto, bisogna usare quest’ultimo per creare conoscenze comode ed auto-pacificanti a scapito della verità e questo è disordinato.

Per agire e parlare con ordine, per il bene futuro, dobbiamo avere il coraggio di partecipare ai dibattiti per la costruzione di un sistema di principi saldi, senza innervosirsi ed alzare la voce quando qualcosa, purtroppo, va nel senso sbagliato poiché ogni bambino sente il bisogno che gli adulti siano i suoi punti di riferimento affidabili e fermi.

Per tutto questo occorrono i fondamenti per costruire una società a misura umana ed uno dei piloni portanti, forse il più discusso ma sicuramente il più importante è la formazione culturale dei giovani e la teoria del gender mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.

L’istruzione, per avere una preparazione alla vita, è molto importante ma gli insegnanti dovrebbero saper coinvolgere i loro studenti alla cultura, ma anche i discepoli, a loro volta, dovrebbero essere disponibili ad apprendere quanto viene loro insegnato. Se tutto questo non avviene la società, nel prossimo futuro, imploderà su se stessa, poiché ogni sforzo sarebbe inutile anche perché, nel nostro tempo, con il dilagare di informazioni manipolate ad arte, è assai difficile riuscire ad insegnare quello che veramente può formare le menti dei nostri giovani.

Nella Bibbia, nel libro di Geremia, al capitolo 7, versetto 34, leggiamo: “Io farò cessare nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme le grida di gioia e la voce dell’allegria, la voce dello sposo e della sposa, poiché il paese sarà ridotto a un deserto”. E ancora, nell’Apocalisse, capitolo 18 versetti 21-23, troviamo: “… e la voce di sposo e di sposa non si udrà più in te”.

Non vorrei passare per un profeta catastrofista, ma la società concepita dai fautori del gender, priva della differenza tra uomini e donne che possano unirsi e procreare, diventerebbe un deserto.

Giorgio Barghigiani

Argomento: Fede e ragione

La strage di Tanta e di Alessandria è un brusco richiamo alla realtà per papa Francesco, alla vigilia del suo viaggio in Egitto. Gli attentati in Medio Oriente, come in Europa, non sono sciagure naturali, evitabili con incontri ecumenici, come quello che papa Bergoglio avrà il 28 aprile con il Grande Imam di Al-Azhar, ma sono episodi che ci ricordano l’esistenza sulla terra di profonde divisioni ideologiche e religiose che possono essere sanate solo dal ritorno alla verità.

E la prima verità da ricordare, se non si vuole mentire a sé stessi e al mondo, è che gli attentatori di Alessandra e di Tanta, come quelli di Stoccolma e di Londra, non sono squilibrati o psicolabili, ma portatori di una visione religiosa che dal VII secolo combatte il Cristianesimo. Non solo l’Europa, ma l’Occidente e l’Oriente cristiano, hanno definito nei secoli la propria identità difendendosi dagli attacchi dell’Islam, che non ha mai rinunciato alla sua egemonia universale.

Diversa è l’analisi di papa Francesco che, nell’Omelia della Domenica delle Palme ha ribadito la sua vicinanza a coloro che «soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, per le malattie. Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire».

Alzando quindi gli occhi dal foglio, il Papa ha aggiunto: preghiamo anche per la conversione del cuore «di quelli che fanno e trafficano le armi». Papa Bergoglio ribadisce quanto ha spesso dichiarato: non è né l’Islam in sé stesso, e neppure una sua deviazione a minacciare la pace nel mondo, ma gli “interessi economici” dei trafficanti di armi.

Nell’intervista con il giornalista Henrique Cymerman, pubblicata sul quotidiano catalano La Vanguardia il 12 giugno 2014, Francesco aveva affermato: «Scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno fatto sempre i grandi imperi. Ma, visto che non si può fare la terza guerra mondiale, allora si fanno guerre locali. E questo cosa significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e così facendo i bilanci delle economie idolatriche, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si sanano».

Il Papa non sembra credere che si possa scegliere di vivere e di morire per inseguire un sogno politico o religioso. Ciò che muove la storia sono gli interessi economici che un tempo erano quelli della classe borghese contro la classe proletaria, oggi sono quelli delle multinazionali e dei paesi capitalisti contro “i poveri della terra”. A questa visione degli eventi, che discende direttamente dall’economicismo marxista, si contrappone oggi quella geopolitica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

Trump e Putin, hanno riscoperto gli interessi nazionali dei rispettivi paesi e sullo scacchiere del Medio Oriente combattono una dura partita sul piano diplomatico e su quello mediatico, non escludendo di trasporla sul piano militare. L’Islam agita a sua volta lo spettro della guerra religiosa nel mondo.

Quali sono le parole che, alla vigilia della Santa Pasqua, i fedeli attendono dal Capo della Chiesa cattolica? Aspettiamo di sentirci dire che le vere cause delle guerre non sono né di ordine economico, né di ordine politico, ma innanzitutto di ordine religioso e morale. Esse hanno le loro origini più profonde nel cuore degli uomini e la loro radice ultima nel peccato. È per redimere il mondo dal peccato che Gesù Cristo ha sofferto la sua Passione, che oggi è anche la Passione di una Chiesa perseguitata in tutto il mondo.

Nella preghiera per la pace che compose l’8 settembre 1914, non appena esplose il primo conflitto mondiale, Benedetto XV esortò a implorare privatamente e pubblicamente «Dio, arbitro e dominatore di tutte le cose, affinché, memore della sua misericordia, allontani questo flagello dell’ira con il quale fa giustizia dei peccati dei popoli. Imploriamo che nei nostri voti comuni ci assista e favorisca la Vergine Madre di Dio, la cui faustissima nascita, che celebriamo in questo stesso giorno, rifulse al travagliato genere umano come aurora di pace, dovendo ella dare alla luce Colui nel quale l’eterno Padre volle riconciliare tutte le cose, “rappacificando con il sangue della sua croce sia le cose che sono sulla terra, sia quelle che sono nei cieli” (1 Col. 1, 20)».

È un sogno immaginare che un Papa possa rivolgere all’umanità parole di questo genere in una situazione internazionale tempestosa come quella che oggi viviamo?

(Roberto de Mattei, Il Tempo, 10 aprile 2017)

Argomento: Fede e ragione

 Una meditazione politica sulla Passione e il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo

 

Legga questo testo con attenzione. Siamo nella Settimana Santa del 1937. Sul mondo incombono due minacce speculari: ad Est il comunismo sovietico, ad Ovest i totalitarismi di stampo nazionalista, apparentemente opposti ma in realtà profondamente affini e in rapporti di mutua dipendenza.

Plinio Corrêa de Oliveira, allora giovane leader delle Congregazioni Mariane e direttore del maggiore settimanale cattolico in Brasile, O Legionário, scrive una «Meditazione politica sulla Passione e il Trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo», rivendicando la supremazia della Chiesa e richiamando i cattolici al dovere.

Molti analisti stanno oggi commentando le analogie fra l'attuale situazione internazionale e quella che precedette la seconda Guerra mondiale.

Di fronte all’odierna liquefazione morale e culturale del mondo occidentale, di fronte alla minaccia sempre più incombente dell'islamismo militante, e alla speculare ascesa di false reazioni, sia all'Est sia qui da noi in Europa, le parole di Plinio Corrêa de Oliveira risuonano con attualità: solo la Chiesa ha parole di vita eterna!

 

*         *         *         *         *

 

         Gli eventi che, a partire da oggi, Domenica delle Palme, celebreremo per tutta la prossima settimana, offrono ai cattolici, in mezzo alla tempestosa situazione in cui viviamo, spunti per una meditazione politica molto utile.

         Ci sono due errori funestissimi che, non di rado, incidono sui cattolici. La Settimana Santa ci offre una straordinaria opportunità per smascherarli. Come spesso accade, questi errori non procedono tanto da premesse false quanto incomplete. Sono frutto di una visione parziale e ristretta, e perciò appunto incompleta. Solo una meditazione accurata, fatta alla luce di considerazioni naturali e di argomenti soprannaturali, potrà estirpare il germe velenoso che vi si cela.

         Il primo di questi errori è di ritenere inefficiente l’azione della Chiesa nell’arginare la crisi contemporanea. Si sente dire qua e là, sia in ambienti cattolici sia in ambienti che ruotano intorno ad essi, che la Chiesa è ormai incapace di far fronte, da sola, al comunismo. Dovremmo, quindi, fare appello a un’altra organizzazione al fine di salvare la civiltà cristiana dalla catastrofe incombente.

         Analizziamo con calma l’obiezione. Facciamolo con l’autorità infallibile dei Romani Pontefici. Se per un cattolico un argomento ispirato alle parole dei Papi non è sufficientemente convincente, allora è meglio che se ne torni a studiare il Catechismo prima di tentare di “salvare la civiltà”.

         Papa Leone XIII e, dopo di lui, tutti i Pontefici hanno insegnato che il comunismo è un male di origine eminentemente morale. Nella genesi del movimento comunista vi sono anche fattori economici e politici, ma non sono i principali. Prima di tutto, il comunismo è un movimento che provoca il crollo dei valori morali della civiltà. A sua volta, questa crisi morale ne genera altre economiche, sociali e politiche. Possiamo dunque concludere che i problemi economici, sociali e politici dei popoli contemporanei si risolveranno solo quando si risolverà il problema morale di fondo.

         Orbene, la soluzione al problema morale non può avvenire se non per l’azione della Chiesa, perché solo il cattolicesimo, munito delle risorse naturali e soprannaturali, ha il dono meraviglioso di produrre nelle anime i frutti della virtù, indispensabili perché fiorisca la civiltà cristiana.

         Quanto abbiamo detto è tratto direttamente dalle encicliche dei Papi. Basta studiarle con cura per trovarvi queste verità. O tutti i Papi hanno sbagliato, oppure dobbiamo riconoscere che solo il cattolicesimo può salvare il mondo dalla crisi in cui è immerso. Inutile, dunque, dire che il tal o tale Paese stia agendo bene, oppure che il tal o tale leader dica delle cose giuste.

         Se è vero che solo la Chiesa può rimediare ai mali contemporanei, è nelle fila della Chiesa che noi dobbiamo cercare di lottare per eliminare questi mali. Poco ci importa se altri non fanno il proprio dovere. Facciamo noi il nostro. E se, dopo aver fatto tutto il possibile – sottolineo “tutto”, non parlo di “molto” né di “un po’” – se dopo aver fatto tutto saremo travolti dalla valanga rivoluzionaria, non ci dobbiamo angosciare. Anche se il nostro Paese dovesse sparire, anche se la Chiesa sarà devastata dai lupi dell’eresia, Ella è immortale. Ella saprà galleggiare sopra le acque tempestose del diluvio. Se restiamo nel suo sacro grembo, come Noè nell’arca, dopo il diluvio vi troveremo gli uomini che fonderanno la civiltà cristiana di domani.

         Purtroppo, pochi cattolici vogliono guardare in faccia a questa terribile prospettiva. Come gli ebrei, vogliono vedere Cristo solo su un trono di gloria. Gli sono fedeli solo la Domenica delle Palme, quando la folla Lo acclama e copre la strada con i propri mantelli. Per loro, Cristo deve essere un Re terreno che domina il mondo. Se, invece, per un periodo, l’empietà Lo riduce a un Re crocefisso e vilipeso, allora non ne vogliono più sapere…

         Per tali persone, Cristo non è venuto per salvare le anime per l’eternità. Egli è venuto, piuttosto, per stabilire il regime corporativo oppure per combattere il comunismo. E se, per un attimo, il comunismo sembra vincere, poco manca perché queste stesse persone prendano in mano il flagello e si uniscano agli aguzzini di Cristo: è Lui il grande colpevole della nostra sconfitta!

         Cristo, invece, ha voluto subire tutti gli insulti, gli oltraggi, le umiliazioni, proprio per insegnarci che la storia della Chiesa è piena di Calvari. È molto più meritevole essere fedeli sul Golgota che non sul Tabor.

         C’è, però, un altro errore opposto che non di rado incide su certi cattolici. Ed è per illuminare costoro che Cristo ha voluto la gloria della Domenica delle Palme.

         Ci sono persone dalla mentalità odiosa, che ritengono normale che Cristo soffra, che la Chiesa sia calpestata, umiliata, perseguitata. È gente pigra, che ha come dio il proprio ventre. È gente che pensa che, giacché la Chiesa deve imitare Cristo, è naturale che contro di Essa si scaglino tutti i nemici e la facciano soffrire. Dicono che non sia altro che la Passione di Cristo che si ripete continuamente. E, mentre la Passione si ripete, fanno una vita agiata e confortevole, in mezzo al tumulto dei peccati e all’esacerbazione della sensualità.

         Con tali persone Nostro Signore usò la frusta, scacciandole dal Tempio.

         Non è vero che possiamo incrociare le braccia mentre la Chiesa è assalita dai suoi nemici! Non è vero che possiamo dormire mentre Nostro Signore è portato al Calvario! Cristo stesso ha raccomandato ai Suoi apostoli di “vigilare e pregare”. Se è vero che dobbiamo accettare le sofferenze della Chiesa con la rassegnazione con cui la Madonna accettò le sofferenze del suo Figlio, non è meno vero che sarà per noi motivo di dannazione eterna se contempliamo i dolori del nostro Divino Salvatore con indifferenza, con sonnolenza, con la vigliaccheria dei discepoli infedeli.

         La verità è solo una: dobbiamo essere sempre con la Chiesa, perché solo Ella ha parole di vita eterna. Se la Chiesa è attaccata, dobbiamo lottare per la Chiesa. Dobbiamo lottare fino all’effusione del sangue, impegnandovi tutte le nostre risorse di energia, animo e intelligenza. Se, nonostante tutto ciò, la Chiesa continuerà a essere oppressa, dobbiamo soffrire con la Chiesa, come san Giovanni Evangelista ai piedi della Croce. Così facendo, siamo sicuri che, in questo mondo o nell’altro, Gesù misericordioso non ci rifiuterà lo splendido premio di assistere alla Sua gloria divina e suprema.

 

di Plinio Corrêa de Oliveira 
(Tratto da «O Legionário», N° 236, 21 marzo 1937)

Argomento: Fede e ragione

 Anzitutto il muro della casa, che difende l'intimità e gli affetti familiari, dove si può entrare solo attraverso la porta (per tener fuori estranei, ladri e assassini); poi i muri delle città...

 di Gianfranco Morra

 

 La civiltà è nata col muro. Anzitutto quello della casa, che la circonda e la difende come il luogo degli affetti familiari e dell'intimità. Dentro la quale si può entrare solo attraverso la porta, il cui simbolismo (morale e religioso) in ogni cultura è uno dei più forti.

Dalla casa, dal castello e dall'abbazia si estese a quella grande Casa che è la città. E ancora oltre: gli Stati hanno eretto lunghe muraglie, come quelle di circa 120 km tra Gran Bretagna e Scozia volute da Adriano e Antonino Pio. Il primato spetta ai cinesi: una Grande Muraglia lunga 8.800 km.

Senza dubbio, per esigenze di difesa contro i nemici e per tener fuori estranei, ladri e assassini. Ma non minori erano le valenze simboliche. Muro significa identità e solidarietà. Le mura trasformavano la città in un microcosmo, di cui racchiudevano la perfezione: spesso erano circolari, come il moto delle sfere celesti. In Occidente, il loro modello erano le mura della Gerusalemme celeste, costituita da un quadrato perfetto: «un muro grande e alto munito di dodici porte presso le quali vi erano dodici angeli» (Apocalisse, 21, 12).

CIVILTÀ DEL PASSATO
Ancor oggi restiamo stupiti di fronte alla grandiosità delle mura erette dalle civiltà del passato. In alcune città vi sono ancora tracce di tre o quattro cerchia di mura, corrispondenti ai successivi ampliamenti dell'abitato. Mirabili ancora le mura di Roma, che risalgono a Romolo («possa morire chiunque osi scavalcare le mura», in Tito Livio).

Ma anche le mura volute da tanti i papi sono fra le più grandiose, soprattutto quelle leonine, fatte erigere da Leone IV per difendere Roma dagli islamici: la fede religiosa ha sempre protetto l'ordine sociale contro il disordine che può giungere dall'esterno. Grandiose quelle del Vaticano, tuttora custodite e controllate ad ogni porta da guardie svizzere. Le mura erano strumenti di difesa. In latino moenia deriva da munire, fortificare, proteggere. Le mura potevano essere anche una prigione. Ma tutte avevano le porte, che si chiudevano la sera e si riaprivano all'alba.

La civiltà moderna ha inventato armi così potenti che le mura della città sono divenute inutili. Quasi ovunque sono state rase al suolo dai progetti urbanistici dell'Ottocento, la città è divenuta aperta e i trasporti rapidi. Era nata l'Europa della sicurezza, quel «mondo di ieri» (Zweig) nel quale si viaggiava tra i vari paesi senza difficoltà. Senza dubbio un progresso, al quale però è corrisposto però un mutamento paradossale. Le mura non le abbiamo più, ma l'incomunicabilità e la solitudine, anziché diminuire, sono aumentate, sino a divenire una malattia endemica del tecnopolitano.
E la criminalità dilaga.

Le porte delle case non sono più aperte, come spesso nel passato, ma chiuse da complicate serrature e difese da sofisticati sistemi d'allarme. Tolte le mura, non abbiamo avuto una società libera, ma atomistica e angosciata. Una civiltà del «muro», come ha esemplificato Jean Paul Sartre, una barriera invisibile che impedisce la comunicazione e il rapporto fra le persone, come ne Le mur di Sartre (1939): «L'inferno sono gli altri» (l'enfer c'est les autres). Ma il muro non può essere uno strumento di egoismo e di sopraffazione, quando impedisce a popolazioni misere e profughe di trovare uno spazio vitale nei paesi ricchi e civili, che le escludono?

UNA FORTE INCOSCIENZA
La polemica del cattopopulismo ha come primo bersaglio il «muro», al quale contrappone un'altra immagine antropologica, quella del ponte. Alla base della quale c'è un autentico sentimento di solidarietà, dato che è un dovere cristiano e più generalmente umano aiutare chi soffre. Ma esprime anche una forte incoscienza sugli aspetti reali, distruttivi della identità e della sicurezza dei popoli raggiunti dalle migrazioni senza regole che da anni sempre più numerose investono l'Europa.

In contrasto con la reale situazione di disagio e di insicurezza delle popolazioni europee, soprattutto dei poveri, che di fronte alla immigrazione selvaggia sono i più disarmati.

Una paura reale e motivata, che va considerata in ciò che ha di reale, non demonizzata, col falso ragionamento che occorre farla tacere e accogliere tutti. Si confonde così l'effetto con la causa: sono i migranti che producono la paura, dalla quale gli invasi impauriti cercano di difendersi con la richiesta di una programmazione e di un controllo.

E quei paesi che, per farlo, hanno eretto dei muri, che più spesso sono reticolati, non possono essere bollati e infamati come «anticristiani». Non l'hanno fatto di buon grado, ma perché ne sono stati costretti. Ciò vale in Europa per Francia e Regno Unito, Germania e Spagna, Austria e Ungheria, Grecia e Macedonia, Slovenia, Norvegia ed Estonia. E vale anche per gli Stati Uniti, dove il muro col Messico è stato una scelta condivisa da tutti gli ultimi presidenti, elefantini o asinelli che fossero. Basta ripercorrerne la storia: fu iniziato dal repubblicano Bush senior nel 1990 e continuato da Bush junior nel 2006. Lo potenziò anche un democratico come Clinton nel 2005 e votarono a favore Hillary e Obama (allora senatori).

Ma la polemica contro il muro per fermare i messicani rientra nella campagna di squalificazione contro il Presidente Trump, colpevole di aver vinto le elezioni democratiche. Chi le ha perse aveva bisogno di una strega e di un capro espiatorio. Anche perché Donald sta facendo qualcosa di peggiore, cerca di attuare quelle promesse, che ha fatto durante la campagna elettorale convincendo i cittadini. Inaudito.

 
 
Fonte: Italia Oggi, 22/02/2017
Argomento: Fede e ragione

 RAPPORTO VAN THUAN SULLE MIGRAZIONI. PER CAPIRE, OLTRE LA DEMAGOGIA, LA RETORICA E L’INTERESSE ALL’ACCOGLIENZA.

Marco Tosatti

 E’ stato presentato ieri a Roma, nella sala Marconi di Radio Vaticana, l’ottavo Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan (edito da Cantagalli), che quest’anno ha per titolo “Il caos delle migrazioni, le migrazioni nel caos”.

Un’opera di 215 pagine, preziosa per osservare il fenomeno al di là delle pulsioni emozionali, della demagogia, ecclesiale e non che impera nell’informazione, a partire dai vertici della Chiesa, in particolare quella italiana, e degli interessi economici che in particolare nel nostro Paese, ma non solo, rendono molto sensibili le realtà politiche ed ecclesiali verso la politica delle porte non solo aperte, ma spalancate indiscriminatamente. E naturalmente degli organi di informazione, o presunta tale che ne esaltano solo, in maniera strumentale, gli aspetti emotivi.

A organizzare la presentazione è il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), che parla delle migrazioni come “tema centrale di strettissima e drammatica attualità”. “Il tema di questo VIII Rapporto, le migrazioni – spiega Carlo Costalli, presidente Mcl – s’imponeva all’Osservatorio come obbligato, data la vastità del fenomeno, le sofferenze a esso collegate, la destabilizzazione internazionale che provoca e da cui è provocato e i tanti fenomeni con esso collegati, non ultimo l’insicurezza per il futuro che caratterizza le persone che emigrano ma anche quelle che le accolgono. Economia, politica, cultura, religione: non c’è un ambito della nostra vita sociale che non sia interessato e spesso sconvolto dal fenomeno delle migrazioni. Non c’è nemmeno un ambito geografico che ne sia immune”.

Vi consigliamo di leggere il Rapporto, stilato a cura dell’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, e del dott. Stefano Fontana. Afferma mons. Crepaldi, facendo appello alla virtù troppo spesso negletta da alcuni del realismo cristiano: “Se esiste quindi un diritto ad emigrare va tenuto anche presente che c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare. L’emigrazione non deve essere forzata, costretta o addirittura pianificata”.

Crepaldi invita a non “cedere alla retorica superficiale…realismo significa non cedere a spiegazioni semplificatorie dei fenomeni migratori”. E aggiunge: “L’accoglienza del prossimo non può essere cieca o solo sentimentale, la speranza di chi emigra va fatta convivere con la speranza della soscietà che li accoglie”.

 Di particolare interesse, perché viene da una persona che ha incarichi di alto livello nel mondo finanziario e bancario, quello di Ettore Gotti Tedeschi. L’economista ha sviluppato un’analisi di lungo periodo, vedendo nel fenomeno delle migrazioni in particolare dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa, un disegno nato negli anni ’70 dai progetti di creazioni del Nuovo Ordine Mondiale. Gotti Tedeschi ha presentato nel suo intervento tutta una serie di elementi e di dichiarazioni, anche scritte, di personaggi centrali della politica mondiale, da Henry Kissinger al Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon che possono fare oggetto di una riflessione. L’economista cita le spiegazioni economiche che vengono spesso presentate come motivo del fenomeno, tipo colmare il gap di popolazione dovuto alla denatalità o a esigenze di mano d’opera, per quanto riguarda l’importazione; carestie, guerre e cambiamenti climatici per ciò che attiene all’esportazione. “Credo però che quasi nessuna di queste spiegazioni sia realmente sostenibile per spiegare il fenomeno nella sua interezza. Una serie di considerazioni e riflessioni lascia invece immaginare che detto fenomeno, più che spiegabile attarverso analisi tecniche e valutazioni economiche sia stato previsto e voluto per modificare la struttura sociale e religiosa della nostra civiltà, in pratica per ridimensionare il cattolicesimo, religione assolutista, fondamentalista e dogmatica”, per sostituirla con una religione più consona al Nuovo Ordine Mondiale, e ai “valori” che esso propugna.

Il libro presenta oltre ad articoli di commento, un’analisi della Dottrina Sociale della Chiesa nei cinque continenti, e i documenti del Pontefice regnante più rcenti in tema di migrazioni.

 

da: http://www.marcotosatti.com/2017/02/16/rapporto-van-thuan-sulle-migrazioni-per-capire-oltre-la-demagogia-la-retorica-e-linteresse-allaccoglienza/

Argomento: Fede e ragione

 IL FILM CHE SMASCHERA IL FANATISMO DEI DARWINISTI

 Altamira: nel 1878 un nobile spagnolo scopre una grotta preistorica con pitture rupestri, ma i darwinisti non gli credono perché smentisce l'evoluzionismo (VIDEO: trailer)

 di Rino Cammilleri

 

Prima o poi uscirà (forse) anche nelle nostre sale un bel film spagnolo, Altamira, in cui si narra una vicenda veramente interessante per noi appassionati di darwinismo. La storia comincia nella regione della Cantabria, dalle parti di Santander, ad Altamira giusto il titolo.

Qui nel 1878 un possidente locale, don Marcelino Sanz de Sautuola (interpretato da Antonio Banderas) si diletta di ricerche archeologiche e partecipa al dibattito internazionale, a quel tempo infiammato, tra darwinisti e no.

La sua figlioletta, per caso, scopre nelle sue proprietà una grande grotta nascosta la cui la volta e le pareti sono affrescate da pitture preistoriche che raffigurano bisonti. L'uomo intuisce che risalgono all'era glaciale e, non potendo utilizzare macchine fotografiche (i lampi del magnesio e il fumo rovinerebbero le pitture), le fa riprodurre da un pittore francese onde poterle mostrare a qualche congresso antropologico a Parigi (capitale, con Londra, della «nuova scienza»).

Sua moglie (l'attrice che fu anche in Apocalypto di Mel Gibson) è una devota cattolica, divisa tra il marito non praticante (ce l'ha con Dio perché ha perso due figliolette) e la Chiesa. Ora, quest'ultima nel film non fa la solita parte della fanatica intransigente creazionista, perché la storia mostra diversi preti che non vedono alcun contrasto tra la paleontologia e la fede. Ma una figura fanatica e intransigente c'è, l'arciprete (impersonato da un irriconoscibile Rupert Everett), che in realtà ce l'ha con la filosofia darwinista, ateista e fanatica pur'essa.

Ritengo che si tratti non del consueto j'accuse contro il clero quanto di un espediente narrativo per far emergere il dissidio della donna, sinceramente dilaniata tra l'amore al marito e quello alla religione.

Ora, il bello del film che qui i fanatici veri sono i darwinisti, che si rifiutano perfino di entrare nella grotta e fanno come i colleghi (laici) di Galileo, i quali si rifiutavano di guardare nel suo cannocchiale (mentre erano i gesuiti a dargli ragione). Come le macchie solari scoperte da Galileo (menzionato nel film) erano liquidate come imperfezioni della lente, anche le pitture di Altamira vengono classificate un trucco: è stato il pittore francese, pagato da don Marcelino, a farle.

Inutilmente il pittore fa osservare che nessun falsario dipingerebbe così (le figure stilizzate ricordano piuttosto il Picasso del XX secolo e proprio quest'ultimo avrà a dichiarare che la sua arte vi si ispirava).

Ma al IX Congresso mondiale di antropologia i darwinisti francesi calano il loro atout: le gotte sono al buio; come sarebbero stati realizzati i dipinti se non c'è traccia di fuliggine sulle pareti? Ma perché i darwinisti negano l'evidenza? Perché le loro teorie dicono che l'uomo preistorico al tempo dei bisonti iberici era una scimmia, perciò incapace di dipingere.

Il povero don Marcelino morirà di crepacuore, dopo aver visto la sua cameriera adoperare una lampada a olio alimentata da midollo osseo animale. Che non produce fuliggine.

Vent'anni dopo, nella Dordogna francese vengono scoperte pitture analoghe in grotte analoghe. Hanno 35mila anni.

Da allora i darwinisti hanno dovuto fare come i Testimoni di Geova: questi sono costretti a spingere in avanti la data della fine del mondo, quelli non fanno altro che spingere indietro la comparsa dell'homo sapiens.
Contra ideologiam non valet argumentum.

Rino Cammilleri per La Nuova Bussola Quotidiana, 05/12/2016


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Qui sotto il trailer del film Altamira (in inglese, in quanto ancora non è stato distribuito in Italia)
https://www.youtube.com/watch?v=mJ7VPiSr7R0

Argomento: Fede e ragione

  Se c’è un settore delle scienze umane nel quale domina, praticamente incontrastata, la dittatura del relativismo –secondo la nota espressione dell’allora card. Joseph Ratzinger- questo è certamente la moderna filosofia: non solo per i contenuti del pensiero della pressoché totalità dei filosofi  maggiormente in voga ma anche per il modo –forse meno appariscente ma certo più incisivo - con il quale questa disciplina viene più o meno ovunque insegnata.

Infatti, da quando nell’800 presero voga il positivismo e l’idealismo, quella che si fa studiare non è tanto la filosofia quanto piuttosto la storia della filosofia.

La prima –la filosofia- è infatti un’indagine incessante sui primi principi della realtà per arrivare a comprendere ciò è il vero, il bene, il bello. Nelle scuole, lo studente è invece impegnato solo ad apprendere il pensiero dei principali filosofi secondo la loro successione cronologica. Spesso poi, quando il manuale ha un’impostazione marxista o quasi, la stessa riflessione filosofica viene presentata come il frutto delle condizioni economiche e sociali della sua epoca. Ne deriva che oramai, la stessa forma mentis dei giovani, si costruisce in modo da non poter neanche concepire, se non a prezzo di non comuni sforzi personali individuali, la stessa possibilità che esista una verità.

Tutto questo, in fondo, altro non è che il trionfo anzi, la dittatura, del relativismo.

Non sono certo mancati nel tempo tentativi di impostare l’insegnamento secondo metodi più classici, presentando cioè agli studenti non una carrellata storica di illustri opinioni ma le fondamentali questioni: metafisiche, etiche ecc. di cui si è discusso, esponendo poi, intorno ad esse, le risposte dei maggiori filosofi. Il pensiero corre, per esempio, ai tre gradevoli volumi degli Elementi di Filosofia di Sofia Vanni Rovighi (1908-1990), a lungo docente a Milano presso l’Università cattolica, la cui ricezione però è andata poco più in là di tale ateneo e non certo per colpa dell’autrice.

Sta di fatto che in questo modo -e tranne sempre più rare eccezioni- anche dalle scuole cattoliche, dai seminari, dai noviziati degli ordini religiosi, perfino di quelli votati all’apostolato culturale, è scomparso quel modo di fare filosofia che, almeno da sant’Agostino in poi, per oltre 1500 anni, aveva fornito le basi su cui si era costruita la teologia e, più in genere, la stessa cultura cristiana. Avendo infatti sullo sfondo la lezione dei 3 grandi greci (Socrate, Platone ed Aristotele), esse avevano infatti trovato il loro solido fondamento nella filosofia dei grandi dottori della scolastica medievale (sant’Anselmo d’Aosta, sant’Alberto Magno, san Bonaventura da Bagnoregio e, soprattutto, san Tommaso d’Aquino). Ed anche quando la moderna filosofia aveva preso il sopravvento, non erano mancate figure di alto livello che ne avevano continuato l’opera come, ancora nel ‘900, Étienne Gilson, i domenicani Reginaldo Garrigou-Lagrange e Santiago María Ramírez e lo stimmatino Cornelio Fabro: tutti immancabilmente, per lo più, dimenticati.

Ne ha molto sofferto anche la teologia che, privata del suo solido retroterra filosofico (cioè di vere radici culturali), ha finito frequentemente per divenire vittima di un vero e proprio complesso di inferiorità verso le varie filosofie contemporanee. Così, ad esempio, ci sono stati teologi che, in nome dell’inculturazione, hanno preso a prestito forme proprie delle culture africane o asiatiche; altri (teologia della liberazione sud-americana in testa) hanno cercato di sposare il messaggio cristiano con la filosofia marxista; altri ancora (soprattutto in Europa e nord America) sono ricorsi all’ermeneutica ed allo strutturalismo quando addirittura non hanno adottato un informe eclettismo.

Addirittura –soprattutto nella tumultuosa stagione del post-concilio- v’è stato in molti teologi il dichiarato intento di de-ellenizzare della Chiesa cioè di privarla di quelle basi filosofiche che si sono appena ricordate sulle quali però erano state costruite anche le basi del dogma cattolico. Il risultato in termini di babele teologica è, del resto, sotto gli occhi di tutti ed era ben presente, fin dai tardi anni ’60, allo stesso Joseph Ratzinger che più d’una volta, nei suoi scritti, metteva in guardia contro i pericoli che ne derivavano.

*****

In questo quadro, assai poco entusiasmante, è veramente apprezzabile l’uscita di questo piccolo (di mole ma non di contenuto) libro di Stefano Fontana, giornalista pubblicista di formazione filosofica, direttore dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa e Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace oltre che autore di varie pubblicazioni in materia di dottrina sociale cristiana.

L’esposizione -come dice il titolo: “da Socrate a Ratzinger”- segue più o meno la successione storica del vari filosofi che è oramai, per tutti, il modo più familiare di approccio alla materia e ne presuppone anche un minimo di conoscenza anche solo scolastica: sarebbe stato infatti praticamente impossibile sintetizzare in appena 160 pagine, ben 2500 anni di pensiero filosofico e decine di pensatori con tanto di riferimenti a date, scuole, opere ecc.

Altri e ben più importanti sono però i pregi dell’opera, tra i quali emerge anzitutto lo stile, sempre semplice, sintetico, gradevole e spesso, anche ironico ma senza amari sarcasmi.

In secondo luogo, la chiara convinzione che soggiace a tutta l’esposizione secondo cui la verità esiste: certo, la sola ragione, non può pervenire sempre e su tutto ad imperiture certezze ma questo non esime dall’impegno della continua ricerca.

Di non minor rilievo è poi il continuo richiamo dell’autore alle certezze del comune buon senso cioè alla convinzione che ciascuna persona normale ha, della propria esistenza, di quella delle cose e delle altre persone e che tutto questo è da lei ben distinto. Chiunque abbia anche solo un minimo di nozioni di filosofia moderna ben sa come essa abbia invece incessantemente combattuto tali fondamentali certezze sulle quali però, di fatto, ognuno basa la propria esistenza: anche gli stessi filosofi che le negano.

A più riprese, Fontana ricorda quindi come, abbandonandole e pretendendo di ricostruire il mondo a partire da se stessi, quella ragione che pretendeva di rifare il mondo si è invece solo smarrita. Da qui, la convinzione che era stata invece la filosofia classica -greca e poi medievale e cristiana- ad incamminarsi sulla via giusta anche se oggi essa è per lo più negletta insieme ai suoi migliori frutti: la metafisica, il primato dell’oggettività, il sano realismo.

Infine, costituiscono non ultimo pregio del libro le pagine finali dedicate ad alcuni mostri sacri del moderno pensiero cattolico: Jacques Maritain  e Karl Rahner. Di tutti costoro, Fontana, al seguito di eminenti filosofi pure cattolici come Santiago Ramírez e Cornelio Fabro, non manca di mettere in evidenza i pesanti limiti che hanno non poco inciso sulla teologia contemporanea.

Concludendo, crediamo che, se ben utilizzata, questa piccola e così felicemente anomala, storia della filosofia potrebbe costituire una buonissima base di partenza per stimolare la riscoperta della più autentica filosofia. É proprio in questa ottica che ci permettiamo una sola modestissima osservazione: forse, alla fine, non sarebbero state fuori posto, una o due paginette, con l’indicazione di almeno alcuni riferimenti bibliografici che, grazie a Dio, non mancano. Oltre agli autori citati, pensiamo ad esempio, ai libri del padre saveriano Battista Mondin, di Luigi Bogliolo, di Antonio Livi, del salesiano don Dario Composta e dell’americano McIntyre: forse li si potranno ricordare in una prossima edizione.

Andrea Gasperini

Cfr. Stefano Fontana – Filosofia per tutti – Una breve storia del pensiero da Socrate a Ratzinger – Fede & Cultura – Verona – 2016 - pp. 159 - €. 15,00

Argomento: Fede e ragione

 Cos'hanno a che fare l'arte con la Montagna del sale di Mimmo Paladino, le Superfici magnetiche di Boriani, le tele squarciate di Fontana, le sfere bronzee di Pomodoro, i suoni di Stockhausen? Quante volte siamo rimasti basiti di fronte a "opere d'arte" vergognandoci di pensare "Questo l'avrei fatto anche io"? Come si è arrivati, da Caravaggio, Bach, Bernini all'orinatoio di Duchamp? Cosa ha provocato il decadimento della bellezza? Cos'ha a che fare il processo rivoluzionario con l'arte?
Roberto Marchesini ci accompagna in un viaggio appassionante e sorprendente attraverso l'arte moderna e contemporanea, alla ricerca di quel significato nascosto che essa porta senza renderlo esplicito.
Con un linguaggio semplice e chiaro (lontano da quello solitamente utilizzato nei libri dedicati all'arte) l'autore ci accompagna alla scoperta della Rivoluzione nell'arte: una sfida alla bellezza del creato.

L'arte, dove si leva il grido della grande Bellezza

di Giulia Tanel

 

«Quale bellezza salverà il mondo?», si chiedeva Dostoevskij ne L'idiota. L'ultima fatica, originale nel tema e appassionante nella trattazione, dello psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini è una sfida aperta in tale direzione: La rivoluzione nell'arte - Una sfida alla bellezza del creato (D'Ettoris Editori, 2016). infatti, «[...] non è un testo di storia dell'arte, semplicemente una raccolta di riflessioni sul significato dell'arte».

 

Il testo prende avvio da alcuni interrogativi, solo in apparenza capziosi: cos'è l'arte? Arte e bellezza sono legate? E, ancora, di che forma di bellezza si sta parlando? Per rispondere alla prima domanda è necessario andare indietro nella storia. Così facendo si scopre che fino al Settecento vi era un'idea abbastanza precisa di cosa fosse da considerare “arte”: essa era «[...] un agito in conformità alla natura, al fine delle cose e all'armonia del creato».  

È questa la concezione “tradizionale” dell'arte, cardine certo della cultura e punto di partenza della riflessione. E questo ben prima dell'avvento del cristianesimo, che comunque ha investito l'ambito artistico di una significazione nuova e sommamente più elevata. Basti, a titolo d'esempio, guardare ad Aristotele (vissuto nel 300 a.C.) e a San Tommaso (vissuto nel 1200): per il primo, considerato a ragione uno dei massimi filosofi dell'antichità, il compito dell'arte era quello di “imitare la natura”; una convinzione, questa, dalla quale il Doctor Angelicus ha preso le mosse, per approfondirla e svilupparla ulteriormente «integrandola con elementi originali».

Questo era dunque lo status questionis fino alla “rottura”, che ha segnato l'inizio di una rivoluzione in ambito artistico ancora oggi in atto, intesa – per riprendere Plinio Correa de Oliveira - «[...] come un processo volto a sovvertire e distruggere l'ordine e l'armonia del creato», andando a mettere in discussione – e, perfino, a negare – le basi stesse di fondamento del pensiero dell'intero Occidente. È la nascita della “estetica”, secondo il termine coniato dal filosofo tedesco Baumgarten: la bellezza diventa dominio dei sensi, non più della ragione; ogni definizione oggettiva di quanto sia da considerarsi “bello” viene meno, così come viene negato un riferimento obiettivo e l'arte diventa fine a se stessa, relegata all'appagamento dei sensi.

Nel suo testo Marchesini propone al lettore un affondo dentro le pieghe di questa rivoluzione, che ha coinvolto diversi campi artistici: la musica, la pittura, l'architettura, la scultura, la letteratura, il teatro, la danza, la fotografia e il cinema. E lo fa portando esempi e stimolando riflessioni, senza alcuna pretesa di esaustività, ma con il solo obiettivo di cercare una possibile risposta alla domanda antica e sempre nuova: quale bellezza più grande riconosciamo nelle opere d'arte che ci rapiscono? Di che cosa abbiamo nostalgia, pur non avendolo mai conosciuto? «Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, over per poco il cor non si spaura» (Leopardi, L'Infinito). La risposta è lì, nelle pagine del libro...

 

Roberto Marchesini La rivoluzione nell'arte - Una sfida alla bellezza del creato, D'Ettoris Editori, 2016.
da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-larte-dove-si-leva-il-grido-della-grande-bellezza-16090.htm

Argomento: Fede e ragione

 Massoneria: "Seminare il dubbio" 

 Quasi mai un cambiamento sociale è spontaneo; quasi sempre c'è una minoranza elitaria che prepara il sommovimento: gli agenti della Rivoluzione.
 La massoneria è una di queste minoranze che, prima dell'arcigay e del Partito radicale, ha operato per la dissoluzione d'Italia e dell'Occidente.
 Ancora oggi la sua azione segue un preciso modello organizzativo e operativo che permette di influenzare il nostro modo di pensare. 
 Ancora attualissima l'enciclica "Humanum genus".
 Alcuni recenti e utili informazioni ricavate da una celebrazione.

Massoni, metti una sera a cena con una loggia

In un hotel per i 130 anni della ‘Risorgimento VIII Agosto’ Bisi, il Gran Maestro: «Non si parla di religione e politica»

 

Bologna, 26 settembre 2016 - «Le nostre riunioni sono così segrete che la cena per i 130 anni della loggia si tiene nel ristorante di un hotel, sotto gli occhi di tutti». Sono circa 120 i partecipanti alla festa per un compleanno speciale: quello della loggia massonica ‘Risorgimento VIII agosto’, la più antica di Bologna e quella che oggi conta il numero maggiore di iscritti. Una serata normale, quella di sabato, al Savoia: completi scuri e cravatta per gli uomini, tacchi e giro di perle per le signore.

Le quali, certo, hanno raggiunto i mariti soltanto a cena, perché nella prima parte, quella dei ‘riti’, non sono ammesse. Ed è lì, a metà pomeriggio, che compaiono grembiuli e spadoni. «Cappucci? Ma per favore, sono stati aboliti da anni». In una sala riservata dell’hotel è stato ricostruito un ‘tempio’: 12 colonne, candelabro a 7 bracci, squadra e compasso.
L’età media è alta, ma ci sono anche tanti quaranta-cinquantenni. Molti si avvicinano, stretta di mano e sorriso, pochi aggiungono il cognome dopo il nome. «Eppure tutti sapevano che stasera alla cena avrebbe partecipato l’occhio del Carlino e nessuno ha scelto di non venire». Al vertice della loggia festeggiata c’è un dirigente di banca.

L’unico che per statuto può parlare pubblicamente è Stefano Bisi, Gran Maestro (il capo nazionale) del Grande Oriente d’Italia.
La ‘Risorgimento VIII Agosto’ venne fondata nel 1886 da Carlo Carli, quello che nel 1890 sarebbe poi diventato sindaco di Bologna.
Tra i membri onorari Giosue Carducci, Gaetano Tacconi (sindaco dal 1875 al 1889), Andrea Costa, Quirico Filopanti.

Ora è una delle 13 logge del Grande Oriente sotto le Due Torri. Ha 67 iscritti.
«A Bologna saremo circa 600. Mille e 200 in tutta la regione, divisi in 42 logge», fa i conti Bisi.

I ‘fratelli’ si riuniscono due volte al mese. «Dove? Ma a Bologna lo sanno tutti: in via Castiglione, a fianco di Palazzo Pepoli.
Nei locali ci sono due ‘templi’ e le 13 logge si trovano tutte lì, ruotando a turnazione», prosegue Bisi. Come con il calcetto? Non proprio. «I nomi dei nostri iscritti non sono segreti, sono riservati. Per rispetto della privacy. Del resto, la lista degli iscritti al Pd mica è pubblica. Io non ho mai fatto mistero della mia scelta. Ma c’è tanta discriminazione al contrario e bisogna rispettare chi preferisce non rivelare l’appartenenza a una loggia».

Medici, avvocati, commercialisti, informatici, ingegneri e manager. «Ma non è una cricca, non siamo una élite. È necessario studiare, documentarsi, leggere molto. Avere voglia di coltivare il dubbio. Con una regola: non si parla di religione né di politica».

All’anno, alla Risorgimento VIII Agosto, arrivano 3 o 4 quattro domande. «Ma chi crede di entrare per ottenere favori e prebende, sbaglia di grosso. C’è l’obbligo ad aiutare i ‘fratelli’, ma sempre nei limiti del giusto e del lecito. Noi giuriamo sulla Costituzione italiana».

 

(Da: Il Resto del Carlino del 26/9/2016: http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/massoni-loggia-gran-maestro-bisi-130-anni-1.2546960 )

Argomento: Fede e ragione

 Aldo Vendemiati
IL DIRITTO NATURALE – DALLA SCOLASTICA FRANCESCANA ALLA RIFORMA PROTESTANTE
Urbaniana University press - Via Urbano VIII n. 16 – 00165 Roma – 2016 - pag. 128 - €.14,00

 

 

L’autore, docente presso la Pontificia università Urbaniana, si occupa di temi etici con solida impostazione tomista (legata cioè al pensiero di san Tommaso d’Aquino), in continuità con quella tradizione che anche in un recente passato, ha annoverato, negli atenei pontifici romani, eccellenti figure come i domenicani Raimondo Spiazzi e Reginaldo Pizzorni ed il salesiano don Dario Composta.

Dopo avere affrontato in due precedenti opere, il tema della Legge naturale (1995) in generale e quindi il rapporto tra San Tommaso e la legge naturale (2011), nel suo ultimo libro, Vendemiati tratteggia il complesso itinerario che verso la fine del Medioevo, ha portato all’abbandono della prospettiva tomista.

*****

Due parole almeno, prima di continuare, per ricordare che, con l’espressione ‘diritto naturale’ si fa riferimento all’esistenza di un insieme di regole di giustizia (diritto alla vita, alla proprietà ecc.) che preesistono agli ordinamenti giuridici dei singoli Stati. Questi pertanto non potrebbero né abrogarle né violarle e le leggi che, eventualmente, fossero emanate in contrasto con esse, dovrebbero ritenersi ingiuste e prive di efficacia anche se sostenute dalla forza coattiva dello Stato.

Si tratta di una concezione (cui si da il nome di gius-naturalismo cioè diritto di natura) che è oggi generalmente rifiutata nel mondo occidentale in cui –tutt’al più- si riconosce al diritto naturale il valore di una vaga aspirazione alla giustizia, in quanto tale però, priva di valore giuridico. Esso è poi del tutto disconosciuto nella pratica degli Stati moderni che non ammettono limiti al proprio legiferare se non quelli che essi stessi si sono imposti e che, ovviamente, sempre possono cambiare anche se nelle costituzioni (come ad esempio, nell’art. 29 di quella italiana laddove si tratta della famiglia) talvolta, si trova l’aggettivo ‘naturale’.

Vano pertanto è sempre rimasto, in Italia ed altrove, il richiamo al diritto naturale da parte di chi si opponeva ad innovazioni legislative che, come divorzio, aborto e, più di recente, matrimoni ed adozioni gay, andavano a toccare strutture essenziali della persona e della società.

*****

Trascurando la ‘volontà di potenza’ dello stato moderno per rimanere invece su di un terreno più propriamente culturale, bisogna riconoscere che, almeno in un punto, le critiche al diritto naturale trovano un certa giustificazione. Ė vero infatti che i più famosi teorici del ‘moderno’ diritto naturale –il nome di alcuni dei quali è ben noto: Ugo Grozio, Thomas Hobbes, John Locke, Jean Jacques Rousseau, Immanuel Kant- finiscono per fondarlo su basi teoriche assai fragili e così ‘riempirlo’ di contenuti diversi l’uno dall’altro esponendolo alla facile critica di chi lo considera poco più che un vuoto contenitore buono per tutti gli usi. Ė questa ad esempio una delle critiche se non forse, la più pungente che, al concetto di diritto naturale, ha rivolto il noto filosofo del diritto e politologo Norberto Bobbio nel suo saggio più volte ristampato ‘Giusnaturalismo e positivismo giuridico’ (Laterza, 2011).

In realtà, dove l’idea di diritto naturale è nata e si è diffusa, ad Atene grazie soprattutto ad Aristotele ed a Roma con Marco Tullio Cicerone e, più in genere, con un po’ tutti i grandi giuristi dell’epoca (Ulpiano e Gaio in testa), l’idea che se ne aveva era assai meno vaga. Tale diversa concezione, quantomeno nelle sue linee portanti, è rimasta inalterata per oltre un millennio, fino cioè a san Tommaso d’Aquino (1225-1274). Il doctor angelicus –come egli era chiamato nelle scuole medievali- l’ha infatti ripresa inserendola nel suo sistema filosofico fornendole così fondamento e contenuti non esposti a soggettive e sempre mutevoli interpretazioni.

Sintetizzando e pur con il rischio di banalizzare, si può ricordare che la costruzione del diritto naturale per san Tommaso deriva dal riconoscimento del fatto che Dio non ha solo creato il mondo ma l’ha anche, per così dire, ordinato verso un fine. Tutto il reale che ci circonda costituisce cioè un cosmo razionale dotato di proprie leggi. La legge naturale altro dunque non è che l’insieme delle inclinazioni di quella natura umana che vive ed opera all’interno del creato e che, in quanto dotata di ragione, è capace -sia pure entro i limiti del suo essere creatura- di scoprire il fine assegnatogli da Dio e ad esso adeguare i propri comportamenti. Il diritto naturale, non è pertanto rimesso all’arbitrio dei filosofi ma scaturisce/è scritto nella stessa costituzione del reale e può essere appreso dal suo esame. Un po’ allo stesso modo -ci si consenta-  mesi orsono, Antonio Socci, quando fu data notizia della verifica sperimentale dell’esistenza delle cosiddette ‘onde gravitazionali’, notava che, se un secolo prima, il noto fisico Albert Einstein, le aveva già ‘scoperte’ a tavolino, ciò dipendeva dal fatto che esse dovevano esserci necessariamente proprio, anche in questo caso, a causa della natura ‘ordinata’ del cosmo.

Dopo san Tommaso, il diritto naturale è stato invece a poco a poco, estratto dal contesto culturale in cui era nato nell’antica Grecia ed al quale il doctor angelicus aveva solo dato solido fondamento, per percorrere un itinerario che Vendemiati descrive con chiarezza. Nel libro si succedono così figure note (come  Duns Scoto, Guglielmo d’Ockham, Martin Lutero e Giovanni Calvino) insieme ad altre che lo sono meno fino ad arrivare al filosofo calvinista Giovanni Althusius (1557-1638). In questa figura, Vendemiati individua il punto di arrivo del suo ‘viaggio’, dal momento che il diritto naturale è oramai ridotto a fatto di coscienza: ‘in forza di una conoscenza impressa da Dio che viene chiamata coscienza […]

 l’uomo è spinto da un misterioso istinto della natura a fare ciò che ha compreso essere giusto o a non fare ciò che ha compreso essere iniquo’ (cit. a pag. 103). Non è dunque difficile vedere come questa riduzione della legge naturale a poco più di un istinto necessariamente soggettivo, apre la porta a giustificarne tutti i contenuti possibili ed immaginabili e quindi, in pratica, a renderlo un concetto evanescente e privo di valore.

*****

Vendemiati, ovviamente, non è il primo a percorrere questo itinerario che, dalla frantumazione della sintesi tomistica, conduce il diritto naturale fino agli albori dell’età moderna. Già lo avevano delineato, anche solo per uscire dall’ambiente delle università pontificie romane, il belga Georges de Lagarde  (di cui la Morcelliana ha tradotto nel 1961 i primi due volumi con il titolo ‘Alle origini dello spirito laico’) ed il francese Michel Villey, (‘La formazione del pensiero giuridico moderno’, ed. Jaka book, 1986). opere entrambe divenute classiche. Mentre però il primo si muoveva prevalentemente sul terreno della filosofia della politica ed il secondo in quello della filosofia del diritto, merito del nostro autore è di approfondire l’argomento in termini essenzialmente filosofico-teologici.

Certamente il suo libro presuppone un minimo di conoscenza della storia della filosofia: non più però di quanto se ne apprenda generalmente nel triennio dei licei. Lo stile è piano, i tecnicismi filosofici ridotti veramente al minimo e le citazioni degli autori sono sempre in lingua italiana. Tutto questo insieme alle dimensioni contenute del saggio, invoglia alla lettura.

Né si pensi che il tema sarebbe alquanto … esotico: è infatti soltanto un giusnaturalismo ancorato alla natura delle cose ed al loro ordine oggettivo secondo la prospettiva tomista, che potrà aiutare a costruire un terreno comune tra tutti ‘gli uomini di buona volontà’. Lo si è visto del resto quando, su scottanti temi di attualità (aborto, fecondazione artificiale, gender), non sono mancate personalità di rilievo di area laica che hanno difeso l’ordine naturale: non sono state molte, questo purtroppo, è vero però la loro presenza è stata significativa. E perché magari questo possa ripetersi occorre che, anche da parte cattolica l’argomentazione si fondi su solide basi.

Andrea Gasperini

Argomento: Fede e ragione

terremotiI terremoti più gravi sono di ordine spirituale

(di Roberto de Mattei, Il Tempo, 30 agosto 2016)

 

Nel corso dell’Angelus di domenica 28 agosto Papa Francesco ha annunciato che «appena possibile» si recherà a visitare le popolazioni terremotate del Lazio, dell’Umbria e delle Marche, per portar loro di persona «il conforto della fede, l’abbraccio di padre e fratello, e il sostegno della speranza cristiana».

Quell’«appena possibile» non è legato all’agenda del Papa, che sarebbe voluto partire immediatamente, quanto ad evitare che la sua presenza possa risultare d’intralcio al lavoro dei pompieri, della protezione civile, delle forze dell’ordine. Come ricorda Andrea Tornielli, il blitz di Giovanni Paolo II, a sole 48 ore del sisma che il 23 novembre 1980 colpì Campania e Basilicata, provocò accese polemiche. Ci fu chi disse che Giovanni Paolo II aveva intralciato i soccorsi e distratto le forze dell’ordine da altri compiti più urgenti. Benedetto XVI, per contro, attese 22 giorni prima di visitare l’Aquila devastata dal sisma del 6 aprile 2009, e 36 giorni prima di recarsi in Emilia, dopo il terremoto del 20 maggio 2012.

La scelta di rinviare la visita appare dunque opportuna per varie ragioni. Nelle prime settimane immediatamente successive alla catastrofe, i terremotati hanno bisogno di soccorso soprattutto materiale. È nei mesi successivi, quando la loro situazione non fa più notizia, che essi si sentono abbandonati e hanno bisogno di sostegno spirituale e morale. E nessuno, meglio del Papa, può portare questo soccorso che consiste, soprattutto, nel ricordare che tutto nella vita cristiana ha un senso, anche le peggiori catastrofi.

È questa la risposta che si deve dare a chi, come Eugenio Scalfari, su La Repubblica del 28 agosto pontifica su Il terremoto di Amatrice e tutti gli altri mali del mondo, chiedendosi qual è la ragione, non solo del sisma che ha sconvolto il centro Italia, ma del caos che sconvolge oggi il mondo, cercando la risposta nel pessimismo cosmico leopardiano.
È necessario anche che siano evitate le inevitabili accuse di protagonismo, pronte ad essere lanciate a chi ama troppo il palcoscenico, come Papa Francesco, che nei giorni scorsi è stato impegnato in riprese cinematografiche nei Giardini Vaticani, legate, sembra, all’interpretazione di se stesso in un film, malgrado lo scorso febbraio il Vaticano abbia smentito che Papa Bergoglio abbia intenzione di fare l’attore.

È vero però che la tragedia del terremoto si inserisce in una situazione internazionale tempestosa. Le prime pagine dei giornali nelle ultime settimane sono state occupate quasi solamente dalle notizie sul sisma in Italia e poco rilievo si è dato ad informazioni inquietanti, come quella dell’invito del governo tedesco di fare scorte di cibo ed acqua in previsione di un’eventuale emergenza nazionale.

I fedeli si aspettano infine che il Papa ricordi che le sciagure materiali distruggono i corpi, ma esistono cataclismi spirituali e morali, ancor più violenti, che travolgono le anime. E la stessa Chiesa cattolica è scossa oggi, al suo interno, da un terremoto.

Su Internet gira la foto di una statua della Madonna miracolosamente rimasta illesa tra le macerie di una chiesa di Arquata del Tronto. Le invocazioni alla Madonna si sono moltiplicate tra i terremotati e Antonio Socci si è fatto portavoce della richiesta rivolta da alcuni cattolici italiani al cardinale Bagnasco di rinnovare la consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria. Ma la Madonna non ha trovato posto neppure in uno stand del Meeting di Rimini, e la devozione mariana è incompatibile con l’abbraccio ecumenico con musulmani e protestanti.

(Roberto de Mattei, Il Tempo, 30 agosto 2016)

Argomento: Fede e ragione

 Matteo Liberatore s.j. – Il naturalismo politico - Introduzione e cura di Giovanni Turco
Ed. Ripostes - Giffoni Valle Piana - 2016 – pp.107 - €.12,00

 

Il padre Liberatore (1810-1892) è stato uno dei più illustri gesuiti italiani dell’800; nato a Salerno ed entrato a far parte della provincia napoletana della Compagnia di Gesù nel 1826, già nel ’48, durante la Rivoluzione napoletana, sarebbe stato incluso tra i padri da sopprimere. Riparato a Malta insieme ai confratelli e quindi tornato a Napoli dopo che il re Ferdinando II ebbe sedato la rivolta, si segnalò ben presto tra i protagonisti della c.d. rinascita tomista cioè dello studio del pensiero di S. Tommaso d’Aquino, di cui era stato iniziatore il suo confratello e maestro il p. Luigi Prospero Taparelli d’Azeglio s.j.

Prolifico scrittore di saggi filosofici, il p. Liberatore si occupò molto anche di questioni giuridiche ed economiche. Per dare un’idea del rilievo del personaggio, basti ricordare che i suoi principali manuali di filosofia (Institutiones logicae et metaphysicae, Ethicae et iuris naturae elementa ed Institutiones Philosophicae, delle quali ultime correva anche una riduzione in italiano), nell’anno della sua morte, avevano oltrepassato le 30 edizioni. Fu inoltre tra i principali collaboratori del pontefice Leone XIII nell’elaborazione di alcune delle sue encicliche di maggior rilievo: Aeterni patris (1879) diretta a favorire la ripresa nella Chiesa dello studio di S. Tommaso; Immortale Dei (1885) sulla costituzione cristiana degli stati e Rerum novarum (1891), di cui gli fu affidata la prima stesura e che avrebbe poi costituito per decenni la pietra miliare della dottrina sociale della Chiesa.

A partire dall’anno della sua fondazione (1850), il nome del p. Liberatore è però principalmente legato alla Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti nata a Napoli e poi, dopo l’arrivo dei risorgimentali, trasferita a Roma, della quale egli fu l’animatore insieme al p. Taparelli d’Azeglio, al p. Carlo Maria Curci -poi allontanatosi dell’ordine- ed al p. Antonio Bresciani. Nei decenni in cui vi collaborò, il p. Liberatore si distinse –tra l’altro- per la sua polemica contro il liberalismo.

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Ė in tale ambito che si collocano tre saggi, aventi la lunghezza consueta (allora come oggi) di tutti quelli della rivista, cioè di circa una decina di pagine l’uno che, nel corso del 1883, egli dedicò al ‘modernismo’. La parola, a tale momento, non poteva certo riferirsi a quel movimento teologico-culturale che successivamente sarebbe poi stato bollato come eretico (ma nel 1907) dal papa S. Pio X con l’enciclica Pascendi dominici gregis ed il decreto Lamentabili, entrambi del 1907.

Per modernismo, il p. Liberatore intende piuttosto “lo spirito che avviva l’odierna rivoluzione. Esso consiste nella così detta autonomia dell’uomo, nella emancipazione della sua volontà da ogni legge positiva o naturale divina, nella sostituzione dell’uomo a Dio nel governo della società umana” (p.591). I tre saggi sono stati raccolti con il titolo ‘Il naturalismo politico’ da Giovanni Turco che li ha fatti precedere da una lunga introduzione volta ad inserirli nel contesto dell’opera dall’autore e delle polemiche del suo tempo. Lo spunto per la loro stesura derivò dalla pubblicazione, avvenuta lo stesso anno, di una raccolta di scritti di politica ed economia di Charles Périn (1815-1905), docente all’università cattolica di Lovanio (Belgio) ed eminente figura del cattolicesimo sociale di quella nazione. Tra i saggi che la compongono, l’attenzione del p. Liberatore è però dedicata a quello dal titolo “Il modernismo nella Chiesa nelle lettere inedite di La Mennais”; illustrandone il contenuto, il nostro autore ha così modo di esporre anche le sue riflessioni.

Più che riassumere il contenuto dei tre articoli, servirà qui richiamarne i punti di maggior interesse, quelli cioè che, a distanza di oltre 130 anni, ne hanno suggerito la ristampa.

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Anzitutto, secondo il p. Liberatore, l’errore di fondo del modernismo (inteso nel senso che si è detto) risiede nel fatto che “tolto Dio e la sua legge, non resta che l'uomo mutabile, soggetto a tutti gli errori della sua fallibile ragione, e a tutte le corruzioni della sua fragile volontà. Una società, formata con tali elementi, non può avere né stabilità di principii che accordi le menti, né amore di bene che leghi gli affetti. Essa naturalmente deve scindersi in partiti: ciascun dei quali cerchi di prevalere, ed agitarsi in cerca di un ignoto avvenire, che non serve ad altro che a fargli odiare il presente. Sempre malcontenta, sempre bramosa, sempre in lotta intestina, una società cosiffatta finirà collo sciogliersi e perdere la stessa effimera unità che tien congiunte le morte membra di un corpo separato dall'anima” (p.61). Si tratta di un’analisi che troverà puntuale conferma nelle vicende dei decenni successivi ed in particolare, per venire ad anni assai più recenti, nelle rivolte del ’68, quando apparirà chiaro a molti come la modernità, al di là dei suoi splendori tecnologici, costituisce in realtà la causa di un’inarrestabile decadenza della civiltà occidentale e cioè della dissoluzione della società ed in primis della famiglia.

Il p. Liberatore mostra poi la falsità dell’argomento cardine di tale modernismo secondo cui, in una società dove l’uomo è libero di scegliere tra la verità e l’errore, la prima finirà senz’altro per imporsi; “ciò avverrebbe, se la verità e l'errore combattessero nell'ordine astratto come due forme platoniche, per sé sussistenti. Ma amendue combattono nell'ordine concreto, individuate entrambe nell'uomo; e bene spesso l'una senza il presidio della scienza, come accade nelle ignare moltitudini, ed osteggiata da furenti passioni; mentreché l'altro oltre il potente aiuto di esse passioni, ha per sé il lenocinio della viva immaginazione, dell'accessibile sofisma e della seducente eloquenza. Se l'errore affrontasse la verità nella sola persona sona de' dotti ed adulti e morigerati, de' forti insomma; anche noi non dubiteremmo della vittoria di questa. Ma esso va ad assaltarla nella persona de' deboli, vale a dire de' popolani, de'giovani, de' magagnati dalle lusinghe del vizio. In costoro la verità, per difetto non suo ma del sog­getto, non ha forze bastevoli da resistere, e soccomberà senza fallo, se non viene protetta dai poteri pubblici, il cui compito principale è appunto la protezione del debole”.

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A fronte di tale attacco che investe un po’ tutti i principi dell’ordine sociale il p. Libratore lamenta la presenza, all’interno del campo di chi ad esso dovrebbe opporsi, di pericolose tendenze al compromesso. Da qui, la critica serrata contro il ‘cattolicesimo liberale’, quella tendenza cioè “a sempre cedere” sostituendo “ai princìpi, gli espedienti”. Essa è la dottrina degli “opportunisti .. che .. si studiano di schivare il nemico .. con …concessioni intese a placare l’avversario mentre in realtà “finiscono per cadergli nelle mani” (p.76).

Non meno incisive sono le critiche del p. Liberatore al moderno concetto di libertà. Con logica stringente, ricorrendo a san Tommaso, egli ricorda che si è veramente liberi solo quando si è padroni delle cause. Poiché invece vi sono molte cose di cui l’uomo non è affatto causa, a cominciare dal proprio essere, dal creato che lo circonda ecc., anche la sua libertà non potrà che essere circoscritta. Invece, “lo spirito rivoluzionario de’ tempi nostri ha pervertito il concetto di libertà … (perché) ... ha voluto che s’intendesse in senso assoluto, quando essa doveva intendersi in senso relativo” (p.80). Ha poi “trasferito la libertà dall’ordine individuale all’ordine politico e nell’uno e nell’altro l’ha concepita come fine a se stessa. Quinci la massima liberalesca che la libertà vuol piena balìa (= potere) come pel bene così pel male. Massima che, al trar de’ conti, viene a distruggere ogni distinzione tra il bene ed il male, e si fonda ultimamente nella negazione di Dio. L’uomo ateo, la società atea è il vero principio da cui quella massima discende” (p.81).

Ne discende che “la libertà voluta dal modernismo è propriamente la libertà del male, l’oppressione del bene.. e .. la società sotto il dominio del modernismo, è una società irrazionale e contro natura” (p.86).

Necessaria conseguenza di tutto ciò è la bruta legge del numero. Poiché infatti, il principio assoluto del ‘modernismo’ non è altro “che la libertà stessa indipendente degli individui .. che produce dissenso, non c’è altro mezzo per trovare in essa un principio di unità (e per) produrre un arbitrario consenso, (che ricorrere) alla prevalenza del numero … Ma il numero come tale non da che la forza ... La forza dunque e l’arbitrio, in luogo del diritto e della ragione debbono diventare il principio governativo della società (pp.88). Ė questa dunque –e non altra- per il p. Liberatore la necessaria conseguenza di quella modernità che invece, a parole, affermava di voler rivendicare la massima dignità dell’uomo.

Per chiudere, si può solo aggiungere che il p. Liberatore ebbe anche il dono di uno stile piano, facile e ragionato, per cui, al di là di certi inevitabili arcaismi, le sue pagine scorrono agevolmente e rendono gustosa la lettura.

Andrea Gasperini

1 I numeri di pagina senza altra indicazione si riferiscono al saggio recensito

Argomento: Fede e ragione

Sinodo sopravvalutato. Nella Chiesa c'è prima di tutto una crisi di fede

È ciò che sostiene il cardinale africano Robert Sarah nel suo libro "Dio o niente" e nella discussione che ne è seguita. In esclusiva l'anticipazione di un suo intervento, sul prossimo numero de "L'Homme Nouveau"

di Sandro Magister

Argomento: Fede e ragione

Vita, famiglia e società: tra bioetica e Dottrina Sociale della Chiesa

Osservatorio Van Thuân, 10/09/2015 (n.615) (fonte: www.bastabugie.it)

Cosa sta avvenendo? A mio avviso si sta compiendo una completa istituzionalizzazione della perversione. Non do a questo termine un significato primariamente morale, anche se il suo fine ultimo è certamente morale, di pervertimento della coscienza umana oltre che dei costumi. Vi assegno un significato primario di tipo metafisico. La perversione è il rifiuto della versione corretta delle cose, il rifiuto del loro ordine e del loro senso e la celebrazione del loro dis-ordine e del loro contro-senso.
La perversione morale è sempre esistita. Ma oggi si assiste ad un fatto radicalmente nuovo. Come racconta Dostoevski ne I Démoni, la perversione deve diventare un diritto, il "diritto al disonore". La perversione viene così programmata, elargita, esigita, rimborsata fiscalmente.

Argomento: Fede e ragione

GIACOMO BIFFI: PENSIERI LIBERI DI UN GRANDE UOMO DI CHIESA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 16 luglio 2015

La morte dell’ottantasettenne cardinale-arcivescovo emerito di Bologna (milanese di nascita e di spirito), avvenuta l’11 luglio alle 2.30, ci ha spinto a ritrovare una parte della sua numerosa pubblicistica, di forte stimolo per il cristiano (e non solo) che voglia vivere la propria testimonianza nelle difficili contingenze attuali. Per ricordarlo secondo verità non c’è modo migliore che riproporre alcuni (pochi) passi dei suoi scritti, attuali come non mai.

Argomento: Fede e ragione

#Gender: la profezia di Chesterton

Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 5 maggio 2015
Riflessioni attuali – o forse inattuali, visto il clima culturale nel quale siamo immersi.

“Sebbene abbia affidato questa terra a Nostra Signora,
che mi aiutò ad Athelney,
sebbene non esistano alberi più maestosi,
prati più rigogliosi e colline più serene
di quelli del giardino della Madre di Dio,
tra la riva del Tamigi ed il mare,

so che anche lì le erbacce attecchiranno
più in fretta di quanto possiamo bruciarle;
e sebbene essi vaghino e si disperdano,
tra molti secoli, tristi e lenti,
– io ho una visione – io so
che i pagani ritorneranno
.

Argomento: Fede e ragione

Il libro. Giovanni Fausti
Albania, dialogo di un martire
Laura Badaracchi
Avvenire 21 febbraio 2015
Un'attualissima raccolta di scritti sulla «conoscenza reciproca» fra cristianesimo e islam del gesuita Giovanni Fausti, missionario ucciso per la fede dal regime comunista «È la carità l'unico vero segno che distingue i discepoli di Cristo»

Argomento: Fede e ragione

IL CATTOLICESIMO PRODUCE EVASORI? NIENT’AFFATTO. ED E’ ANZITUTTO LO STATO CHE VIOLA IL PATTO SOCIALE

Rossella Orlandi, il nuovo direttore dell’Agenzia delle entrate, ha esordito con una gaffe: “In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione”.

Parole che hanno indignato “Libero” e suscitato l’ovvia reazione dei cattolici a cui ha dato voce “Avvenire”. E proprio con una lettera al quotidiano dei vescovi la Orlandi si è scusata per la “battuta ironica”, spiegando che “era indirizzata a tutti coloro che non rispettano le leggi ma confidano sempre in una sanatoria o in un condono per espiare i propri comportamenti scorretti. Nessun riferimento, quindi, ai princìpi solidaristici della cultura cattolica che hanno sempre ispirato i miei comportamenti e la mia vita. Mi scuso se le mie parole possano aver creato fraintendimenti o aver urtato la sensibilità di qualcuno”.

Argomento: Fede e ragione

I MONDIALI DI CALCIO SECONDO RATZINGER. ALLA RICERCA DEL PARADISO NEL CAMPO DI CALCIO. E POI LEOPARDI, AGOSTINO, KEROUAC, MARSHALL E IL GIOVANOTTO CHE BUSSA AL BORDELLO…

di Antonio Socci

Da “Libero”, 15 giugno 2014

La febbre planetaria dei Mondiali di calcio è un fenomeno che nessuno sa spiegare.

Il banale conformista celebrerà l’evento come la solita festa della fraternità, con la retorica dell’agonismo leale, del dialogo fra i popoli, contro il razzismo e la guerra (tutti gli slogan grigi del politically correct).

Il moralista col birignao – che è l’altra faccia del banale conformista e a volte pure la stessa persona – lamenterà la superficialità di un mondo che – con tutti i problemi che ha – impazzisce per il calcio, poi dirà che il calcio è l’oppio dei popoli e s’indignerà per tutti i miliardi spesi mentre la gente (pure in Brasile) muore di fame.

Tutto vero, ma anche tutto ovvio, noioso e superficiale.

Però, grazie al Cielo, nel mondo accade a volte il miracolo, accade che ci sia qualche vero poeta o perfino un profeta, un genio di quelli che vedono la profondità delle cose e colgono l’oceano nella goccia d’acqua e l’eterno nell’istante.

Argomento: Fede e ragione

Chiesa sotto processo. La parola alla difesa

Le si imputa di essere intollerante e violenta, in nome di Dio. Ma un documento della commissione teologica internazionale ribalta l'accusa. È la dittatura del relativismo a voler bandire la fede dal consorzio civile

di Sandro Magister

Argomento: Fede e ragione

Corrispondenza Romana  11-12-13

Scienziati in tonaca di Agnoli e Bartelloni

(di Cristina Siccardi) Il Cristianesimo ha portato progresso scientifico e benessere materiale ovunque: là dove la ragione si è sposata alla Fede si è creato un tessuto civile idoneo al miglioramento di tutte le condizioni della vita, sia quella morale, che culturale, che scientifica, che produttiva. Là dove la Verità viene seminata e recepita, la bellezza trova la sua giusta dimora nelle arti e, quindi, la civiltà occidentale ha reso possibile lo sviluppo intellettivo e creativo dei popoli.

Argomento: Fede e ragione

L’amico di tutti Enzo Bianchi, grande ipnotista e profeta immaginario

bose

di ALFONSO BERARDINELLI

Per il settantesimo compleanno di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, la Einaudi ha pubblicato “La sapienza del cuore” (760 pp., 28 euro), un volume impressionante di omaggi, di saluti e di lodi francamente iperboliche redatte senza battere ciglio da intellettuali di solito caratterizzati dall’autocontrollo riflessivo, dallo scetticismo, dall’agnosticismo religioso, dall’ateismo dichiarato e dall’impegno militante contro ogni chiesa e ogni fede.

Argomento: Fede e ragione
Avvenire 9-7-2013
I golden boys dell’altro ’68

Erano i ragazzi-meraviglia della Tradizione, i golden boys dell’altro Sessantotto. Mentre tutto intorno imperversava il marasma ideologico degli anni Settanta, loro restavano saldi al magistero di Augusto Del Noce. Pubblicavano per editori che, all’epoca, non godevano di buona stampa: la Vallecchi rimodellata da Geno Pampaloni, la Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani. Tra di loro c’erano promettenti accademici come Emanuele Samek Lodovici, autodidatti di genio come il filosofo-operaio Mario Marcolla e professori di liceo con la statura del maestro come Rodolfo Quadrelli, probabilmente il più eclettico del gruppo. Nato a Milano nel 1939 e morto nell’84, a soli 46 anni, per un incidente domestico, Quadrelli fu infatti poeta e saggista, autorevole studioso di Shakespeare e cronista acuto della crisi di cui gli era toccato essere contemporaneo.

Argomento: Fede e ragione

Tempi.it

L’attacco di Nature al Vaticano è «vergognoso. Noi siamo per la scienza, non trattiamo le persone come cavie»

aprile 19, 2013 Leone Grotti

Nature attacca il Vaticano, paragonandolo a Stamina. Intervista a monsignor Trafny: «Tutto falso. Ci dissociamo completamente da Stamina»

Argomento: Fede e ragione

Incrocinews.it

Il cardinale Scola: «Libertà vera di scelta per uscire dalla crisi»

In 30 mila alla 31' marcia "Andemm al Domm". L'Arcivescovo di Milano ai ragazzi delle scuole paritarie: «Non è pubblico solo ciò che è statale, ma ciò che nasce per il popolo»
di Filippo MAGNI

Argomento: Fede e ragione

Corsera 10-1-13

L'Europa e il populismo di Pilato

I fini della natura e della ragione a confronto con la fede nel pensiero del filosofo Robert Spaemann e del cardinale Ruini

Argomento: Fede e ragione

NASCE GESU’, NOSTRA CONSOLAZIONE, FORZA E FELICITA’

di Antonio Socci

24 dicembre 2012 da Libero

La storia è un’immensa macelleria, diceva il vecchio Hegel. Ed è vero. Per secoli e secoli sulla scena del mondo stavano pochi protagonisti e molte comparse.

I protagonisti erano capibanda, re, imperatori e tiranni vari: di solito grandi (o piccoli) macellai. Le comparse erano i popoli da loro assoggettati: carne da macello.

Argomento: Fede e ragione
Avvenire 23-11-2012
 
Roger Scruton: «Ma senza Chiese l'Europa non esiste»

Roger Scruton, 68 anni, intellettuale conservatore, tra i più brillanti filosofi inglesi in attività, è stato uno dei protagonisti del convegno su Dio organizzato dal Progetto culturale della Cei nel 2009. Non sarà presente al prossimo forum del Progetto culturale, intitolato «Processi di mondializzazione, opportunità per i cattolici italiani», però il suo ultimo libro è un contributo a distanza alla discussione, seppur da una prospettiva non cattolica. Si chiama Our Church, la nostra Chiesa, edito da Atlantic Books, ed è una personale rivisitazione di quella confessione che Scruton, figlio di genitori atei, abbracciò in gioventù. E che oggi si trova, nella patria che ha plasmato, in una condizione di sofferta minoranza.

Argomento: Fede e ragione

l'Occidentale 5-9-2012

Davanti al feretro del Cardinale

Alcune critiche alla speculazione intellettuale di Carlo Maria Martini 

di Pietro de Marco

Argomento: Fede e ragione

CorSera 5-9-2012
L'intervista - L'ex presidente della Cei

Ruini: la Chiesa oggi non è indietro
Martini non era antagonista del Papa


«Una grande personalità, leader mondiale» E sul Vaticano II: è stata una grazia anche se ha portato danni molto grandi

Argomento: Fede e ragione

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