Totus tuus network: Islam

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 La persecuzione dei cristiani che l’Europa non vede, la cristofobia.
“Scontiamo la nostra debolezza, più che la forza dell’islam”.
Parla il cardinale Kurt Koch.


Talvolta, l’occidente dà l’impressione di aver finito per odiare se stesso e di pensare solo a evidenziare ciò che è distruttivo”. Il cardinale Kurt Koch, svizzero, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, conversa con il Foglio di Europa e fede, islam e cristianesimo, e richiama un passaggio di un vecchio discorso dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, che nel 2004 così parlò a un dibattito organizzato dal Senato italiano. Il futuro Benedetto XVI sottolineò quell’“odio strano che si può considerare solo come qualcosa di patologico”.

E’ l’occidente che “tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso”.
Sono convinto – dice Koch – che questa affermazione dell’allora cardinale Ratzinger sia profetica. E’ questa la realtà che abbiamo sotto gli occhi, anche se è difficile dire dove si trovino le sue ragioni, quali siano le cause specifiche. Ma è fondamentale mettere in rilievo anche la cristofobia che si respira in Europa. In molte realtà e in diversi ambiti ciò è palese: guardiamo alla satira, per esempio. E’ sempre la chiesa cattolica, il cristianesimo a essere oggetto del sarcasmo. Mai gli ebrei, raramente i musulmani. Questo atteggiamento contro il cristianesimo mi induce a riflettere su questa realtà così bene messa in luce dodici anni fa dal cardinale Ratzinger”.

Il discorso ricade puntuale sulle radici europee, rinnegate più d’un decennio fa, quando Bruxelles scelse di non ascoltare le suppliche di Giovanni Paolo II, che aveva anche fatto recapitare una lettera al presidente della Convenzione incaricata di stendere la Costituzione comunitaria, Valéry Giscard d’Estaing, in cui domandava quanto meno di valutare l’inserimento dei riferimenti alle fondamenta giudaico-cristiane nel Preambolo.
Ha ancora senso, vedendo come è andata a finire a quel tempo, riproporre il discorso sulle radici? “Sì. L’Europa senz’anima non ha un futuro e noi abbiamo bisogno di riscoprire l’anima”, dice Koch. “Oggi abbiamo un po’ l’impressione che l’unità in Europa abbia solo un carattere economico, che sia un’unità del mercato. Ma questa non è Europa. Ecco perché è necessario distinguere tra ciò che è l’Unione europea e ciò che è l’Europa, un qualcosa di ben più grande. Per un futuro positivo, io penso si debba riscoprire il concetto di Europa, che ha molte radici: ebraiche, cristiane, romane, greche”.

Senza questa necessaria operazione – osserva il cardinale Kurt Koch – il futuro non può essere buono. E questo va fatto soprattutto oggi che l’Unione è in grande crisi, come si vede dalla situazione tragica dei profughi”.
Il porporato invita a “non nascondere con falsa modestia” queste radici, perché “ogni famiglia che voglia riscoprire la propria realtà e prepararsi al futuro deve necessariamente riscoprire le radici delle propria famiglia e della propria storia. E l’Europa, in fin dei conti, non è altro che una grande famiglia. Senza questa domanda, senza questa volontà di recuperare la propria origine, l’avvenire non potrà essere buono”.

Il grande equivoco si ha quando il discorso sulle radici viene letto in chiave confessionale. “Ma le radici cristiane non sono soltanto una cosa che ha a che fare con la confessione. Sono un fatto storico, un’evidenza. Senza cristianesimo non si può vedere la storia d’Europa. Ritengo che ci sia una sorta di ideologia nel pensiero così diffuso a Bruxelles, dove si afferma che non si possono citare le radici perché siamo neutrali. Ma se siamo neutrali, non possiamo neppure negare tali radici… Seguendo questo ragionamento, poi, non solo la confessione di Dio, ma anche la posizione agnostica e quella atea sono una contraddizione rispetto alla neutralità. Joseph Weiler, ebreo, ha scritto un libro sull’Europa cristiana. Su questo concetto – sottolinea al Foglio il cardinale Koch – abbiamo tenuto l’ultimo congresso degli allievi di Joseph Ratzinger. Weiler, come ebreo, ha molto insistito su questo punto, sulla realtà delle origini cristiane in Europa. Questo messaggio, da parte di un ebreo e non di un cristiano, è molto importante”.

Lo Schülerkreis, l’annuale ritrovo degli allievi ratzingeriani, ha avuto luogo nello scorso fine settimana: “Abbiamo fatto un’analisi della situazione in Europa, non troppo ottimistica. Dobbiamo avere però speranza che la situazione odierna provochi una nuova riflessione sulla riscoperta dell’anima europea. C’è un po’ paura della realtà, è vero, ma anche speranza per il futuro. Soprattutto dal vescovo Egon Kapellari, che ha parlato di un idealismo realistico, è giunto questo messaggio: se vediamo la storia dell’Europa, non possiamo negare questa realtà, quindi il nostro compito è testimoniare”.

L’Europa ha dimenticato Dio? “Non lo so, è complicato da dire. La fede degli uomini è difficile da giudicare. Penso che il problema fondamentale sia la privatizzazione della religione nelle società europee. Che, cioè, la religione e la fede debbano essere solo un affare molto privato. E’ chiaro, la fede è una cosa personale, ma non per questo privata. In questo senso – aggiunge il cardinale Koch – la religione deve avere una dimensione pubblica. Vedo il problema nei segni religiosi: la nostra società è piena di segni, dalla polizia all’esercito, dai gruppi studenteschi ai musicisti. Tutti hanno segni, senza problemi. Il problema sono sempre i simboli religiosi, la croce. E questa è per me l’indicazione che la nostra società non ha un atteggiamento sano dinanzi alla religione. Questa deve essere la nostra sfida”.

C’è qui il paradosso di una società che invoca il dialogo interreligioso quando essa, per prima, ha fatto tutto il possibile per relegare la religione a fatto privato. “Sono convinto che una società che privatizza la religione non sia in grado di sviluppare un dialogo interreligioso. E sono soprattutto i musulmani che vengono nelle nostre società, in Europa, a dimostrarlo: non hanno paura del cristianesimo, bensì della grande secolarizzazione. Ritengo che i musulmani apportino alla nostra società la dimensione pubblica della religione. In Svizzera ho fatto l’esperienza di musulmani che hanno iscritto i loro bambini alla formazione religiosa delle scuole cattoliche, perché non possono comprendere di avere una vita senza religione. E’ per questo che a mio giudizio si deve riscoprire la pubblicità della religione. Altrimenti non saremo in grado di sviluppare un dialogo interreligioso”.

Da qui la considerazione, fatta sempre da Koch, che più che la forza dell’islam in Europa scontiamo la debolezza del cristianesimo. “Noi parliamo della sfida dell’islam, ma ritengo che questa sfida diventi più grande di quello che è perché non pochi cristiani non sono più in grado di dare una risposta. Per questo è importante conoscere la propria religione, parlare in pubblico e confessare la propria fede. In questo, mi pare di poter sostenere che il cristianesimo in Europa è debole. Ecco perché dico che la grande sfida in occidente è la debolezza del cristianesimo e non la forza dell’islam. Come ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, ‘perché avete paura dell’islam? Potete andare in chiesa la domenica e confessare la vostra fede’. Sarebbe opportuno e utile ripartire da qui”.

Certo, per una convivenza migliore è necessaria più reciprocità: “Dobbiamo insistere su questo, lo testimonia anche la mia esperienza. Da vescovo di Basilea, ricordo molti musulmani che venivano da noi a chiedere aiuto per la formazione degli imam. Abbiamo risposto di sì, domandando però che prima fosse riaperta la scuola teologica greco-ortodossa di Khalki, cosa poi non avvenuta. Insistere sì, dunque. Ma d’altra parte dobbiamo essere obbedienti alla nostra legislazione, non a quella dei paesi islamici. Abbiamo le nostre leggi e dobbiamo rispettarle. Non ci può essere un equilibro di ingiustizia”.

Il che non significa cedere al mantra multiculturale che tanto in voga pare essere: “E’ molto difficile comprendere ciò che vuol dire ‘multiculturalismo’. Significa che nelle nostre società abbiamo diverse culture. Ma quali sono le conseguenze? Io non conosco una cultura senza diritto. Quindi significa che dobbiamo avere, nelle nostre società, molti diritti diversi? Ma questo non va bene. Non dobbiamo di certo negare che nelle nostre società c’è una cultura principale né dimenticare che di questa cultura fa parte anche la virtù dell’ospitalità e l’apertura per persone che provengono da altre culture. Questo è un aspetto positivo, perché è un bene che uomini e donne di diverse culture arricchiscano le nostre società occidentali. Ma non credo che ciò sia sufficiente per parlare di multiculturalismo”.

La strada per la salvezza dell’Europa è una, e si chiama nuova evangelizzazione. “Serviranno tempo e pazienza, certo. Ma credo che il grande progetto dei papi dopo il Concilio Vaticano II – progetto che comincia già con Paolo VI e la sua lettera apostolica Evangelii nuntiandi – sia la nuova evangelizzazione del continente. Un’idea confermata poi da san Giovanni Paolo II, in America latina e in Europa. Infine, Benedetto XVI, che ha promosso quest’opera fino al punto di istituire un Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. A mio giudizio, però, è molto importante il modo in cui viene realizzata questa nuova evangelizzazione. Benedetto XVI, nell’omelia della messa di inaugurazione della Conferenza generale dell’episcopato dell’America latina, ad Aparecida, ha detto molto bene che l’evangelizzazione si fa non per proselitismo, ma per attrazione. Ciò significa che il cristianesimo deve riscoprire la sua bellezza, annunciare questo messaggio. Papa Francesco ha lanciato l’appello per una dimensione missionaria del cristianesimo, e io sono convinto che molti ascoltino questo messaggio per andare nel mondo e confessare. E’ da qui che bisogna ripartire”. Nonostante le stragi, le mattanze che il terrorismo compie qua e là in Europa. Ma è proprio da questo che qualcosa può rinascere, che la coscienza dell’uomo europeo potrà ridestarsi. Il cardinale Koch ne è convinto.

Guarda al martirio di padre Jacques Hamel, il sacerdote sgozzato sull’altare, in Normandia: “Questo caso va visto in un contesto più ampio, che è quello della grande persecuzione che i cristiani subiscono nel mondo di oggi. Questa persecuzione è maggiore che nei primi secoli, ma è una realtà che non è ancora sufficientemente presente nella consapevolezza dei popoli europei. Questi attacchi e attentati islamisti ci chiamano a rispondere alla grande sfida posta dalla cristofobia, mai prima d’ora così evidente. Per me – aggiunge il porporato – è anche una grande sfida ecumenica. Tutte le chiese, tutte le comunità cristiane hanno i loro martiri, oggi. In questo senso, già san Giovanni Paolo II parlò di ‘ecumenismo dei martiri’, e Papa Francesco insiste sull’‘ecumenismo del sangue’. E’ una sfida ecumenica, ma anche una grande speranza. Credo si possa ripetere quanto si diceva nella chiesa primitiva, e cioè che il sangue dei martiri sarà seme di nuovi cristiani. Sono convinto che oggi si possa dire che il sangue dei martiri sarà il seme dell’unità del Corpo di Cristo”.
 

Matteo Matzuzzi, per Il Foglio dell'11 Settembre 2016

Argomento: Islam

 Stoccolma come Rotherham: stupri nascosti in nome del "multikulti"

 

stoccolma festival  "Corsi e ricorsi storici" avrebbe detto Giambattista Vico di fronte all'ennesimo caso di censura ideologica targata politicamente corretto.
Ancora un caso in cui le notizie che scottano vengono nascoste sotto la botola che nasconde tutto quello che può turbare il mito del multiculturalismo. 
 
Siamo ancora in Svezia. La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli "attacchi insensati" di Donald Trump. La Svezia dell'Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l'importante è sentirsi se stessi, la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace.
 
Lo scorso anno anche il New York Times riportava le ansie svedesi, rese ancora più intense dai fatti estivi, come la storia di una donna e di suo figlio accoltellati a morte in un negozio Ikea di Vasteras da un richiedente asilo dell'Eritrea. Ma erano altri tempi, non c'era da difendersi dal pericolo trumpista. E noi che, invece, osiamo mettere in discussione quel paradiso in terra, finiamo per essere tacciati su Facebook come propagatori di bufale. Anche se, per raccontarvi l'ennesima storia taciuta di violenze sessuali da parte d'immigrati ai danni di ragazzine, per lo più minorenni, è servito uno stomaco di ferro, più che la fantasia.

 

La verità è che la Svezia, oltre agli stupri che aumentano in maniera esponenziale, le violenze, le aggressioni sessuali, i sobborghi messi a ferro e fuoco da immigrati che stanno prendendo il sopravvento su di una popolazione che, vittima di se stessa e di politiche contro la natalità, sta scomparendo, ha subito qualcosa di molto simile alla Gran Bretagna, quella del caso Rotherham che abbiamo raccontato sull’Occidentale, migliaia di ragazze molestate e aggredite sessualmente da immigrati asiatici e di fede musulmana.

"We Are Sthlm" – noi siamo Stoccolma – è un festival musicale che si tiene ogni anno, solitamente ad agosto, nel centro della città svedese, dal 2000. Una manifestazione talmente famosa e nota che, per intenderci, nel 2013 ha raggiunto la soglia di oltre mezzo milione di visitatori nel corso dei sei giorni. Considerato come il più grande festival musicale della gioventù d'Europa, è frequentato da ragazzi che hanno dai tredici ai diciannove anni. Ma quando a gennaio 2016 i fatti di Colonia – le molestie e le aggressioni alle donne tedesche la notte di Capodanno del 2016 – riescono a venire fuori e fanno il giro del mondo, una certa angoscia, o paura, o, semplicemente, una pulce nell'orecchio, riesce a dare coraggio a uno dei più noti quotidiani svedesi, con sede proprio a Stoccolma, Dagens Nyheter.

Così, il grande pubblico entra in contatto con la scabrosa serie di violenze sessuali avvenute durante il festival musicale, messe a tacere nel terrore d'essere tacciati di razzismo. Nel rapporto pubblicato dal DN vengono denunciati un numero indecifrato di stupri avvenuti nelle edizioni del 2014 e 2015 del festival, che la polizia, messa al corrente dei fatti, ha preferito insabbiare.

Esattamente come a Rotherham, nel Regno Unito. Inizialmente il giornale svedese riceve la soffiata da uno psicologo – che aveva incontrato, come pazienti, alcune vittime – ma non viene dato seguito alla denuncia. Contattata da un altro quotidiano svedese, il Nyheter Idag, la redazione del Dagen Nyheter ammette di essere stata contattata dallo psicologo – sotto anonimato – e che non avendo avuto manforte dalle forze dell'ordine ha preferito congelare per un po' la pubblicazione della storia. La redazione del giornale prova a giustificarsi, spiegando che l’editore non era interessato al caso, e chi avrebbe dovuto non insiste, pensando che una storia del genere avrebbe solo fomentato sentimenti razzisti in città.

Una patata bollente che tutti cercavano di scaricare. Fino a quando lo stesso Dagens Nyheter decide di pubblicare tutto. 

I giornalisti scoprono un memorandum interno della polizia in cui si esorta alla vigilanza durante il festival, dati i problemi delle edizioni precedenti, quando erano stati registrati casi di "giovani che si strofinavano contro le ragazze". Documento in cui la stessa polizia faceva menzione di immigrati per lo più provenienti dall'Afghanistan. Il 63% delle vittime prese di mira ai concerti non aveva neanche quindici anni. 
Anche il New York Times, lo scorso gennaio, fa riferimento ai fatti, in un breve pezzo, in cui riporta le dichiarazioni di un certo David Brax. Ricercatore sui crimini d'odio presso l'Università di Goteborg, Brax ritiene opportuno confidare al giornale quanto sia stato comprensibile il modus operandi della polizia.
Perché nel rendere pubblico quanto accaduto, le autorità svedesi avrebbero soltanto intensificato i sentimenti di paura della popolazione nei confronti degli immigrati. Insomma, meglio nascondere tutto.
Non solo. Secondo il professor Brax, e tanti altri come lui, questo genere di storie hanno come risultato semplicemente il portare acqua al mulino della "destra antimmigrazionista".

Ma è difficile tenere coperte 38 segnalazioni di stupri e violenze sessuali. E i dati sull’accaduto sono, ancora oggi, incerti.
L'edizione di un quotidiano locale svedese, sempre lo scorso gennaio, accusa la polizia di non voler dichiarare il vero numero di quanti erano rimasti coinvolti nei tragici eventi, e che, però, almeno 50 dei sospettati erano rifugiati afghani, "arrivati in Svezia senza genitori".
Secondo la BBC nell'agosto 2015 duecento persone, contemporaneamente, erano state espulse dal Paese, senza che però venisse fatta menzione di aggressioni sessuali. 
Ma non finisce qui. Un funzionario di polizia, che ha chiesto e ottenuto che il suo anonimato fosse rispettato, lo scorso anno raccontò all'ennesimo giornale locale che non si trattava mica di un fenomeno nuovo. La prima volta che lui stesso era entrato in contatto con episodi di stupri e violenze sessuali, il festival si chiamava ancora "Ung08", ed era il 2008. Parliamo di almeno otto anni fa.

L’agente conferma inoltre il sospetto che le aggressioni sessuali nel corso degli anni siano state molte di più di quelle che si potevano immaginare e che, già nel 2008, chi era a capo dell'organizzazione del festival aveva chiesto alla polizia di non andare troppo a fondo. Senza trovare alcuna resistenza.
Sebbene, poi, casi di stupri fossero stati registrati ancora prima. Già nel 2006 all'Arvika Festival, un altro raduno musicale annuale svedese, vennero denunciati due stupri cui la polizia, non trovando testimoni, non diede seguito.
Ad arricchire la cornice dei fatti già di per sé surreale, il Guardian, mentre i dettagli della vicenda vengono a galla, pensa bene di dare voce ad una certa Susanna Udvardi, direttore di una delle Ong che si occupa di aiutare i rifugiati ad integrarsi nel sud della Svezia:  "il volgare trattamento degradante delle donne, tra cui le molestie gravi, è ben lungi dall'essere appannaggio di uomini del Medio Oriente. Sono costernata dal clima semplicistico che anima il dibattito svedese. I rifugiati hanno enorme rispetto per le donne", dice l'esperta.
Il genere di commenti perentori che fanno bene alle vittime e ai loro parenti.

Ma per restare al "clima semplicistico", il quotidiano Expressen, ancora l'anno scorso, riportava oltre al consueto registro politicamente corretto sull'identikit degli aggressori – "tipo di origine africana", "aspetto asiatico", "pelle scura", "origine straniera"  –,  le dinamiche delle violenze di cui i giornalisti erano riusciti a venire a conoscenza. In ognuno dei giorni dell'edizione 2014 del festival, si era verificato almeno un episodio di violenza sessuale.
Alcune talmente terribili, che abbiamo preferito non riportarle. Quindicenni prese a calci e poi violentate da non ancora diciottenni identificati come "stranieri", in molti casi non identificati affatto.
Tant'è vero che nella lunghissima lista di episodi riportati dal quotidiano, l'espressione "colpevoli sconosciuti", ricorre spesso. 
Quasi tutti, comunque, pakistani, afghani, di origine eritrea.
Le ragazzine venivano immobilizzate, ustionate con i mozziconi di sigarette, stuprate in branco.
Dinamiche simili ripetute ad oltranza da uomini che uscivano di notte, a torso nudo, con le maglie legate in vita, certi che in quella folla avrebbero trovato ciò che cercavano. Gli aggressori non cercavano luoghi isolati, ma la folla, impassibile, assuefatta, forse, dalla musica, chissà.
Convinti che, tanto, poi, nessuno avrebbe osato reagire o dire qualcosa.

Ogni caso, infatti, archiviato, per mancanza di prove.
Tra tutti i sospetti, un solo quindicenne è stato arrestato. Accusato di aver stuprato due quattordicenni, se l'è cavata con 25 ore di servizio sociale e una multa di mille euro da pagare come risarcimento alle ragazze.

Sono storie che non diventano notizie, se non quando il caso appare eclatante.
Perché della dark side dell'immigrazione, del multiculturalismo e dell'islam, non si può parlare.
L'importante è non ammettere il problema, e provocare e insultare chi osa denunciarlo.

 

di Lorenza Formicola | 02 Marzo 2017 per https://www.loccidentale.it/articoli/144746/stoccolma-come-rotherham-stupri-nascosti-in-nome-del-multikulti
Argomento: Islam

 Molestie e aggressioni sessuali, in Germania un anno dopo Colonia non è cambiato niente

 

Dopo la Gran Bretagna, la nostra ricerca sulle persecuzioni e sulle violenze sessuali inflitte alle donne e alle giovani ragazze in Europa prosegue in Germania.

Il Paese dei fatti di Colonia, quando durante il capodanno del 2016 migliaia di donne furono aggredie a fatte oggetto di molestie da parte di immigrati arabi e nordafricani. All’epoca, fu necessario molto tempo prima che le autorità fornissero i numeri reali e inimmaginabili della notte di Capodanno.

Oggi, a distanza di un anno di tempo, la stampa tedesca continua a disegnare così il profilo degli autori di abusi sessuali nel Paese: "dall’aspetto straniero" (ausländisches Erscheinungsbild); "dai tratti somatici arabi" (arabischem Aussehen); "stranieri dal dialetto incomprensibile" (ausländischen, unbekannten Dialekt); "uomini dalla pelle scura" (dunkler Hautfarbe). Una vaghezza disarmante, una serie di eufemismi poco fantasiosi per mascherare qualsiasi riferimento alle origini e soprattutto alla fede di aggressori e molestatori.

Per dare un’idea del clima che si respira in Germania, abbiamo selezionato solo alcuni degli episodi registrati lo scorso mese. Il 6 gennaio un tredicenne, immigrato dalla Siria, ha aggredito sessualmente due ragazze in una scuola di Schwerin.
A Linden, un “individuo del sud" (südländisch) ha commesso gli stessi reati su una ragazza di 16 anni. L’uomo era con la ragazza sull'autobus, e quando l'ha vista scendere, l'ha seguita e molestata. Il 15 gennaio un uomo "dal dialetto straniero" ha aggredito una donna vicino al municipio di Metelen.
Lo stesso giorno, in una piscina pubblica di Bockum, cinque immigrati siriani di età compresa tra gli undici e i quattordici anni hanno aggredito due dodicenni.
Il 24 gennaio un immigrato siriano di quarantaquattro anni è stato arrestato con l'accusa di aver aggredito sessualmente più di venti donne a Wetzlar. Durante il processo, si è giustificato dalla accusa di averle leccate in faccia spiegando che si trattava di una pratica normale dei suoi costumi: "è così che si dimostra affetto per le donne".

Qualche giorno dopo è toccato a una donna di quarantasei anni essere aggredita su un treno a Stoccarda. Evidentemente all'uomo non era andata troppo a genio la richiesta della donna di togliere i piedi dal sedile, così lui ha deciso di fracassarle la testa contro il finestrino.
Su un altro treno, a Öhringen, una ragazza di diciassette anni è stata aggredita da un altro "uomo del sud", mentre un gruppo di dodici uomini "dalla pelle scura" infieriva su una ragazzina a Gelsenkirchen.
Il 20 gennaio si è concluso il processo contro Abubaker C., un ventisettenne pakistano che ha strangolato una signora anziana sul suo letto a Bad Friedrichshall, e poi dipinto versi del Corano sulle pareti della stanza. I pubblici ministeri hanno riferito che si è trattato di un omicidio a sfondo religioso: il musulmano sunnita ha assassinato la donna perché era una devota cattolica.  
I rapporti della polizia mostrano che l'emergenza di stupri e violenze, per mano di immigrati in Germania, non accenna a diminuire. 

Secondo un rapporto dell'ufficio della Polizia Criminale Federale (Bundeskriminalamt, BKA), nel 2013 i reati sessuali commessi da immigrati sono stati 599, una media di due al giorno.
Nel 2014 si è passati a 949 crimini sessuali, pertanto circa tre al giorno.
Nel 2015 se ne sono contati 1683, più o meno cinque al giorno.
Nei primi nove mesi del 2016 il numero di aggressioni sessuali ha raggiunto la soglia di 2790, dieci al giorno.
Considerando i crimini sessuali che non vengono denunciati, il numero effettivo di crimini sessuali legati a immigrati in Germania potrebbe essere almeno il doppio o il triplo di quelli registrati dalla polizia.
Secondo André Schulz, capo della Criminal Police Association, solo il 10% dei crimini sessuali commessi in Germania compaiono nelle statistiche ufficiali.
Del resto i dati forniti dalla Federal Criminal Police includono solo i crimini che sono stati risolti. E  secondo le statistiche della polizia, in media, solo la metà dei casì vengono risolti.

I dati, inoltre, non coprono i casi provenienti dalla Renania Settentrionale-Vestfalia: il più popolato dei Lander tedeschi e quello con il maggior numero di immigrati.
Ma soprattutto, come ci ha insegnato la vicina Inghilterra, anche nella terra della signora Merkel si tende ad omettere il riferimento agli immigrati, alle loro origini o alla loro fede, nelle notizie di reato.
C'è un sistema giudiziario isterico, che, ossessionato dalla privacy e dal politicamente corretto, aggrava il problema, imponendo ritardi imperdonabili. Sono tantissimi, infatti, i casi in cui passano mesi prima che venga pubblicata l'immagine degli immigrati ricercati.
L'apatia del governo tedesco ci porta a domandarci se lo scopo di questo sistema, giudiziario, sociale, sia diventato paradossalmente quello di educare le società occidentali ad una sorta di “cultura dello stupro”, una cultura in cui molestie e aggressioni sessuali non vengono punite o accertate fino a in fondo, ancora una volta per non incrinare il muro del politicamente corretto in materia di immigrazione.

L’ennesimo frutto marcio del multiculturalismo, in una Europa che ormai sembra aver perso la bussola dei suoi valori, innanzitutto quello della libertà delle donne. Iniziamo ad essere davvero stanchi di ogni sorta di aneddotica islamicamente corretta.

 

di Lorenza Formicola | 18 Febbraio 2017: https://www.loccidentale.it/articoli/144632/molestie-e-aggressioni-sessuali-in-germania-un-anno-dopo-colonia-non-e-cambiato
 
Argomento: Islam

 Il Papa sostituisce il vescovo coraggioso con il "prelato dei migranti"

 Al posto di Monsignor Luigi Negri, vescovo di Ferrara e critico in tema di islam e accoglienza, arriverà Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes

Il vescovo coraggioso e colto, più volte critico contro l'accoglienza indiscriminata, verrà sostituito dal direttore di Migrantes, la fondazione della Chiesa che si occupa di immigrati.

 

L'ufficialità è arrivata questa mattina dalla Sala Stampa Vaticana: a guidare l'Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio verrà chiamato monsignor Giancarlo Perego, 56enne cremonese conosciuto soprattutto per la sua militanza in associazioni caritative e assistenzialistiche. Prima la Caritas, poi la guida di Migrantes.

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Da sempre, dell’”invasione silenziosa” o «accoglienza diffusa», come la chiama, Mons. Perego è un convinto assertore: più di vent’anni fa fondò una cooperativa di servizi per l’accoglienza dei richiedenti asilo e su questi presupposti ha centrato la propria attività prima come responsabile dell’area nazionale di Caritas Italiana, poi come direttore generale di Fondazione Migrantes nazionale (dal 2009 ad oggi), infine, dal 2012, come consultore del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti.

Per gli immigrati trova sempre una giustificazione, un pretesto, un perché. Di fronte alle rivolte nei centri di prima accoglienza o nelle strade, la colpa, a suo giudizio, sarebbe non loro, bensì delle strutture «ingestibili e quindi esplosive»; i respingimenti ne lederebbero «profondamente i diritti», mentre i rimpatri di rom sarebbero «illegittimi», «discriminatori» e le loro espulsioni provocherebbero soltanto «nuovi campi abusivi».

Quando, due anni fa, alcuni musulmani ammazzarono 12 cristiani gettandoli dal barcone su cui si trovavano, al largo dalle coste siciliane, minacciando altri della stessa sorte, a suo giudizio si sarebbe stati di fronte non ad omicidi provocati dall’odio religioso, bensì ad un semplice «dramma della disperazione e della miseria umana», come dichiarò al quotidiano Repubblica il 17 aprile del 2015.

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Vescovo contro l'islam e i migranti

Forse si tratta solo di un caso, ma fa sorridere il fatto che Perego vada a sostituire quel monsignor Luigi Negri che più volte ha criticato le posizioni più irrazionali dell'episcopato italiano. L'elenco è lungo. Nell'aprile del 2014, il vescovo ferrarese disse senza mezzi termini che i cristiani hanno "la responsabilità di un popolo di cui non fanno parte solo gli stranieri, ma anche gli italiani". Come a dire: basta pensare solo ai migranti, ci sono troppi concittadini in difficoltà. Indicando una via in parte dissimile da quella tracciata da Bergoglio sull'accoglienza.

L'alto prelato, un tempo vicino a Cl e poi messo un po' da parte dal nuovo corso di Julian Carron, è stato molto duro anche in tema di islam e islamizzazione dell'Occidente. La sua diocesi è una delle poche che mostra con orgoglio sulla porta della curia la "N" di "Nazareno", il marchio di infamia che i miliziani dell'Isis disegnano sulle case dei cristiani perseguitati nel mondo. Nel commentare la decisione di esporlo, Negri disse che il dialogo con l'islam "non può essere perseguito ad ogni costo e non può rappresentare assolutamente una forma di dimissione della presenza cristiana nel Medio Oriente".

Il tentativo di ragionare e far chiarezza

A incrinare ulteriormente il rapporto con pontefice arrivò nel novembre del 2015 la rivelazione di un colloquio sul treno con il suo segretario. Ad alta voce il prelato si fece sfuggire dure critiche contro il Papa, contestando le nomine dei giovanissimi vescovi "di strada" di Palermo (Corrado Lorefice) e di Bologna (Matteo Zuppi). "Dopo queste nomine – disse – posso diventare Papa anch’io. È uno scandalo. Incredibile, sono senza parole. Non ho mai visto nulla di simile". Poi aggiunse di aver promesso a Caffarra, vescovo uscente del capoluogo emiliano, di "far vedere i sorci verdi a quello lì (Zuppi): a ogni incontro non gliene farò passare una". Monsignor Negri non smentì nulla, anche se chiese a Francesco un incontro "filiale" per provare a ricucire lo strappo. Forse inutilmente.

La svolta pro-migranti

Come da cerimoniale, infatti, Negri al compimento del 75esimo compleanno di età ha presentato le dimissioni. Bergoglio le ha accolte e ha deciso di sostituirlo con un prelato da sempre impegnato nell'accoglienza dei migranti, imprimendo una svolta "terzomondista" ad una diocesi fino ad oggi in improntata alla difesa dei valori cristiani. Nemmeno la dura presa di posizione ("ripugna alla coscienza cristiana", disse Negri) contro le barricate di Goro e Gorino, dove gli abitanti nell'ottobre scorso sbarrarono lo strada all'arrivo di 12 richiedenti asilo, aiutarono a ridurre le accuse di eccessivo "tradizionalismo" contro il vescovo di Cl. A breve i fedeli di Ferrara e Comacchio conosceranno un nuovo Arcivescovo, più allineato alla pastorale gradita alle sinistre.

Giuseppe De Lorenzo - Il Giornale, Mer, 15/02/2017

Argomento: Islam

 Intervista a Stefano Fontana sul ''Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo'' 

(nella foto accanto: uno dei centinaia di sbarchi di islamici in Italia: tutti maschi, perfettamente in salute, nessuno dei quali profugo)

 

Stefano Fontana è il direttore dell'Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, istituzione con sede a Trieste, diocesi affidata all'Arcivescovo monsignor Crepaldi che è Presidente dello stesso Osservatorio. Una delle principali attività è la pubblicazione del Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, un lavoro annuale che raccoglie dati e documenti in collaborazione con altri cinque centri di ricerca a livello internazionale.
L'ultimo Rapporto, Il caos delle migrazioni, le migrazioni del caos (edizioni Cantagalli p. 224, euro 14), si occupa di un tema di grande attualità. L'approccio è pragmatico, fondato su principi. «Il problema», dice Fontana, «non può essere banalmente ridotto a una sorta di filantropismo a slogan».

Dottor Fontana, dobbiamo arrenderci alle migrazioni?
Innanzitutto non dobbiamo chiudere gli occhi davanti a certe evidenze: i richiedenti asilo sono una stretta minoranza, la maggioranza dei migranti è costituita non da affamati, ma da persone che nei loro Paesi avevano qualche risorsa; i traffici internazionali sono organizzati e dimostrano una "mente" che li pianifica, la destabilizzazione di intere aree geopolitiche in Africa settentrionale e in Medio Oriente sono state volute da alcune potenze occidentali e certamente non a caso. Quindi accettare le migrazioni come qualcosa di ineluttabile non mi pare corretto.

D'accordo, ma rimane il fatto. L'unica soluzione è la società multietnica?
Se le attuali migrazioni sono in gran parte pianificate e pilotate, allora bisogna dire che anche la società multietnica ci viene in qualche modo imposta. A farne le spese sono soprattutto due cose molto importanti: una è la realtà delle nazioni con una propria identità culturale che oggi vengono sacrificate a questo globalismo multietnico; la seconda è la religione cattolica, che si è sempre rivolta, oltre che alle persone, ai popoli e alle nazioni, vivificandone la cultura e la civiltà. Chi si oppone alla prima conseguenza viene chiamato populista, chi si oppone alla seconda viene accusato di non avere misericordia.

A proposito di misericordia, per i cattolici si moltiplicano gli appelli all'accoglienza...
Nel nostro Rapporto annuale l'Arcivescovo Giampaolo Crepaldi indica quattro criteri per affrontare correttamente il problema dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa: a chi è nel bisogno va data assistenza umanitaria (assistere tutti, ma non accogliere tutti); c'è un diritto ad emigrare, ma non ad immigrare; lo Stato deve disciplinare i flussi migratori difendendo il bene comune della propria nazione, anche in relazione alla conservazione della sua identità culturale; e il fatto che l'Islam richiede una particolare attenzione.

Torniamo alla questione della società multiculturale. Secondo molti sarebbe una soluzione di pacificazione, è così?
La società multiculturale può essere una specie di "balcanizzazione" dell'Europa. Un arcipelago di isole sociali, ognuna autonoma e indipendente, con le proprie norme, il proprio sistema per garantire l'ordine, le proprie scuole. La società multiculturale è la frammentazione dell'Europa. Essa è una convivenza potenzialmente belligerante più che pacifica, e in molti casi ha già dato vita a forme di guerra civile. Così avverrà quando si supereranno certe soglie quantitative, come sta già avvenendo in vari Paesi europei. Nei suoi confronti un potere politico che non crede ormai più a nulla potrà al massimo applicare delle misure di ordine pubblico, ma sempre meno convinte. In certi quartieri metropolitani già ora la polizia non ha più accesso. Circa la mitica società multiculturale ci si fanno troppe illusioni.

Non vorrà dire che la tanto declamata laicità si risolve in uno Stato di polizia?
È il frutto amaro della nostra realtà occidentale, per cui importiamo religioni, culture ed esportiamo relativismo. La laicità viene oggi intesa come una zona pubblica neutra dagli assoluti religiosi, oppure come l'indifferenza alle religioni: o tutte fuori dallo spazio pubblico, come nel caso del giacobinismo alla Hollande in Francia, o tutte dentro come nella marmellata americana. In tutti e due i casi però il potere politico compie un atto di imperio assoluto che assomiglia molto ad una religione di Stato. Sia lo Stato contrario alle religioni sia quello indifferente alle religioni non è correttamente laico. Lo Stato deve distinguere tra le religioni con il criterio dell'umanesimo nato anche grazie al cristianesimo e difendere questi valori non solo perché appartengono alla propria storia ma anche perché sono veri e utili per la convivenza sociale.

E la libertà religiosa?
Prima di tutto non è un diritto assoluto. Per esempio uno Stato che voglia il bene comune non può concedere spazio pubblico a religioni che non rispettino la dignità della persona umana e le regole minime della legge morale naturale, che prevedano mutilazioni fisiche, per esempio, oppure la poligamia, o una legge parallela che non rispetti i diritti umani, o che pretendano istituire forme di potere teocratico. Da questo punto di vista l'Islam presenta caratteristiche di particolari difficoltà.

Quindi l'integrazione è un mito?
L'integrazione è molto difficile e in alcuni casi impossibile. L'occidente, e l'Europa in particolare, pensa che ad entrare dentro i suoi confini siano solo singole persone, ed invece importa popoli, culture e religioni. Importa altre civiltà e non sa chiedersi se siano compatibili con la propria, nata dal cristianesimo, perché non sa esportare che relativismo. L'Europa non è più in grado nemmeno di vedere se una religione contiene delle prassi che contrastano con la legge morale naturale, come per esempio col principio di uguaglianza tra uomo e donna. Il potere politico deve essere interessato alla verità (e alla falsità) delle religioni, perché ci sono anche religioni disumane o con tratti disumani. L'insegnamento di Benedetto XVI su questo punto è stato molto importante, ma non ha trovato molti interlocutori.

Qual è la vostra ricetta per evitare che le migrazioni diventino "migrazioni del caos"?
I governi occidentali dovrebbero selezionare gli ingressi tenendo conto della specificità delle culture di origine ed anche delle religioni che possono essere più o meno compatibili con una reale integrazione.
Dovrebbero fare delle politiche di sviluppo demografico e di sostegno alla famiglia per evitare il "sorpasso" degli immigrati sugli autoctoni.
Dovrebbero colpire le reti di trafficanti e boicottare operazioni militari destabilizzanti aree nevralgiche anziché collaborarvi.
Dovrebbero pretendere pariteticità dagli Stati islamici, difendere i cristiani perseguitati in questi Paesi, colpire anche militarmente i califfati insanguinati, e avere chiaramente in testa una rosa di valori da pretendere che gli immigrati condividano.




https://www.youtube.com/watch?v=MiEZBmvSSss

 
 
di Lorenzo Bertocchi, per: La Verità, 23 dicembre 2016
Argomento: Islam

 Criticare l'islam favorisce la radicalizzazione?
Pensarlo è un suicidio

 "E' proprio la mancanza di critica che ha condotto alla rinascita dell'islam militante", scrive il saggista americano William Kilpatrick

di Matteo Matzuzzi

 

Roma. Uno dei più grandi luoghi comuni del nostro tempo, così diffuso tra i media e le élite politiche, è che criticare l’islam (o anche solo l’islam radicale) avrà come unico risultato quello di radicalizzare i musulmani moderati. Falso, ha scritto sul Catholic Thing William Kilpatrick, docente e autore tra le altre cose di Christianity, Islam and Atheism: The Struggle for the Soul of the West e The Politically Incorrect Guide to Jihad.

Il ragionamento è smentito dai fatti, anche perché si potrebbe dire “altrettanto facilmente” che proprio “la mancanza di critica ha condotto alla rinascita dell’islam militante”.
Lungi dal criticare l’islam, “i governi occidentali, i media, il mondo accademico e persino le chiese si sono piegate per affermare che tutte le atrocità commesse nel nome dell’islam non hanno nulla a che fare con l’islam”.
Ma questo altro non è che “un rigido sistema di autocensura che impedisce di ammettere che queste atrocità sono attuate nel nome dell’islam”.
C’è la paura, insomma, “che potremmo dire qualcosa di provocatorio che finirebbe per trasformare un numero incalcolabile di musulmani pacifici in jihadisti”.

Si guardi, dice Kilpatrick, al problema causato dagli enormi flussi migratori verso l’Europa:
“Le conseguenze di questa migrazione di massa non sono mai state discusse, se non in termini entusiastici. Praticamente, l’unica cosa che s’è detta è che i migranti avrebbero risolto le carenze di manodopera, aiutato il welfare e arricchito culturalmente l’Europa. Questa era la linea ufficiale. Chiunque avesse deviato da tale impostazione – osserva il saggista americano – doveva aspettarsi la censura, la possibile perdita del posto di lavoro o anche un processo penale. Dire qualcosa di negativo riguardo l’immigrazione musulmana sulla propria pagina Facebook avrebbe potuto avere come conseguenza la visita della polizia. Dirlo in pubblico, una citazione in giudizio. E non importava se a farlo fosse stato un famoso scrittore (Oriana Fallaci), il presidente della Free Press Society danese (Lars Hedegaard) o un membro del Parlamento olandese (Geert Wilders)”.

Il modus pensandi così à la page in Europa non ha dunque ragion d’essere:
“In Europa pochi hanno osato criticare l’islam, ma la radicalizzazione si è concretizzata lo stesso. E’ stato il silenzio, più di ogni altra cosa, a permettere che l’islamizzazione e la radicalizzazione si diffondessero attraverso la Francia, la Germania, il Belgio, l’Olanda e la Svezia. Nessuno – prosegue Kilpatrick – per anni ha parlato delle zone inaccessibili, delle corti della sharia, della poligamia e dei matrimoni forzati, del rifiuto di integrarsi. Ora che si inizia a parlarne, potrebbe essere troppo tardi per evitare la capitolazione (che è il probabile destino della Svezia) o un sanguinoso conflitto (in Francia). Noi non temiano che criticare il cattolicesimo produca folle cattoliche arrabbiate che imperversano nelle strade. Non ci preoccupiamo che una parola sbagliata porti un giovane battista del sud a indossare una cintura esplosiva”.

Proviamo a guardare la cosa da una prospettiva diversa, che metta da parte il solito politicamente corretto e si concentri sul cuore del problema:
“Dato il suo passato e presente sanguinario, sarebbe del tutto irresponsabile non sottoporre l’islam a un’analisi critica. E lo scopo non sarebbe quello di allontanare i musulmani”.

Se “non è possibile criticare un sistema di credenze, perché così si ferirebbero i sentimenti di persone appartenenti a tali sistemi, allora – dice Kilpatrick – abbiamo sbagliato a criticare il nazismo, il comunismo e l’imperialismo giapponese. Certo, di solito, ci asteniamo dal criticare le altre religioni. Un approccio ‘vivi e lascia vivere’ è generalmente buono, ma quando l’altra religione pretende la conversione pena la morte, allora il ‘vivi e lascia vivere’ non è più un’opzione. Ed è suicida far finta che le cose stiano in altro modo”. 

da: http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/12/30/news/islam-occidente-europa-politicamente-corretto-chiesa-113040/

Argomento: Islam

 Ormai anche i più riluttanti cominciano ad aprire gli occhi. Esiste un piano organizzato per destabilizzare l’Europa attraverso l’invasione migratoria.

Questo progetto viene da lontano. Fin dagli anni Novanta, nel libro 1900-2000. Due sogni si succedono: la costruzione, la distruzione (Fiducia, Roma 1990), descrivevo questo progetto attraverso le parole di alcuni suoi “apostoli”, come lo scrittore Umberto Eco e il cardinale Carlo Maria Martini.

Eco scriveva: «Oggi in Europa non ci troviamo di fronte ad un fenomeno di immigrazione. Ci troviamo di fronte a un fenomeno migratorio (…) e come tutte le grandi migrazioni avrà come risultato finale un riassetto etnico delle terre di destinazioni, un inesorabile cambiamento dei costumi, una inarrestabile ibridazione che muterà statisticamente il colore della pelle, dei capelli, degli occhi delle popolazioni».

Il cardinale Martini, da parte sua, riteneva necessaria «una scelta profetica» per comprendere che «il processo migratorio in atto dal Sud sempre più povero verso il Nord sempre più ricco è una grande occasione etica e civile per un rinnovamento, per invertire la rotta della decadenza del consumismo in atto nell’Europa occidentale».

In questa prospettiva di “distruzione creatrice”, commentavo, «non sarebbero gli immigrati a doversi integrare nella civiltà europea, ma sarebbe al contrario l’Europa a doversi dis-integrare e rigenerare grazie all’influenza delle etnie che la occupano (…) È il sogno di un disordine creatore, di una scossa simile a quella che diede nuova vita all’Occidente all’epoca delle invasioni barbariche per generare la società policulturale del futuro».

Il piano era, e resta, quello di distruggere gli Stati nazionali e le loro radici cristiane, non per costruire un Superstato, ma per creare un non-Stato, un orrido vuoto, in cui tutto ciò che ha la parvenza di vero, di buono, di giusto, venga inghiottito nell’abisso del caos.
La postmodernità è questa: non un progetto di “costruzione”, come era stata la pseudo-civiltà nata dall’umanesimo e dall’illuminismo e poi sfociata nei totalitarismi del XX secolo, ma una nuova e diversa utopia: quella della decostruzione e della tribalizzazione dell’Europa.
Il fine del processo rivoluzionario che da molti secoli aggredisce la nostra civiltà è il nichilismo; il “nulla armato”, secondo una felice espressione di mons. Jean-Joseph Gaume (1802-1879).

Gli anni sono passati e l’utopia del caos si è trasformato nell’ incubo che stiamo vivendo.
Il progetto di disgregazione dell’Europa, descritto da Alberto Carosa e Guido Vignelli nel loro documentato studio L’invasione silenziosa. L’“immigrazionismo”: risorsa o complotto? (Roma 2002), è divenuto un fenomeno epocale.
Chi denunciava questo progetto veniva definito “profeta di sventura”.
Oggi sentiamo dirci che si tratta di un processo inarrestabile, che deve essere “governato”, ma non può essere frenato.

Lo stesso si diceva negli Settanta e Ottanta del ‘900 del comunismo, finché non arrivò la caduta del muro di Berlino, a dimostrare che nulla è irreversibile nella storia, tranne forse la cecità degli “utili idioti”.
Tra questi utili idioti sono sicuramente da annoverare i sindaci di New York, Parigi e Londra, Bill de Blasio, Anne Hidalgo e Sadiq Khan, che il 20 settembre, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in una lettera su The New York Times, dal titolo Our immigrants, our strenght (I nostri immigrati, la nostra forza), hanno lanciato un appello «a prendere misure decise per garantire soccorso e un rifugio sicuro ai profughi in fuga dai conflitti e ai migranti in fuga dalla miseria».

Le centinaia di migliaia di immigrati che approdano sulle nostre coste non fuggono né i conflitti, né la miseria.
Sono giovani in ottima salute, ben curati nell’aspetto, senza segni di ferite né di denutrizione, come accade a chi proviene da zone di guerra o di fame.

Il coordinatore dell’anti-terrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, parlando il 26 settembre al Parlamento europeo, ha denunciato una massiccia infiltrazione dell’ISIS tra questi immigrati.
Ma anche se, tra di essi, i terroristi fossero un’esigua minoranza, tutti i clandestini che sbarcano in Europa sono portatori di una cultura antitetica a quella cristiana e occidentale.

I migranti non vogliono integrarsi in Europa, ma dominarla, se non con le armi, attraverso il ventre delle loro e delle nostre donne.
Dove questi gruppi di giovani maschi islamici si insediano, le donne europee rimangono incinte, si formano nuove famiglie “miste”, sottomesse alla legge del Corano, le nuove famiglie richiedono allo Stato moschee e sussidi economici.
Ciò avviene con l’appoggio dei sindaci, delle prefetture e delle parrocchie cattoliche.

La reazione della popolazione è inevitabile e in paesi ad alto tasso di immigrazione come la Francia e la Germania sta diventando esplosiva. «Siamo sull’orlo di una guerra civile», ha dichiarato Patrick Calvar, capo della DGSI, la Direzione generale della sicurezza interna francese, davanti a una commissione parlamentare (Le Figaro, 22 giugno 2016).

Il governo tedesco, da parte sua, ha redatto un “piano di difesa civile” di 69 pagine, in cui si invita la popolazione a fare scorte di cibo e di acqua e a «prepararsi in maniera appropriata ad un evento che potrebbe minacciare la nostra esistenza» (Reuters, 21 agosto 2016).

Chi sono i responsabili di questa situazione?
Bisognerebbe cercarli a più livelli.
C’è naturalmente la classe dirigente postcomunista e sessantottina, che ha preso in mano le redini della politica europea; ci sono gli intellettuali che hanno elaborato teorie deformi nei campi della fisica, della biologia, della sociologia, della politica; ci sono le lobby, le massonerie, i potentati finanziari, che agiscono talvolta nelle tenebre, talvolta alla luce del sole. È noto, ad esempio, il ruolo del finanziere George Soros e della sua fondazione internazionale Open Society.

In seguito a un attacco hacker, oltre 2.500 mail sono state trafugate al server del magnate americano-ungherese e diffuse su Internet, attraverso il portale DC Leaks.
Dalla corrispondenza privata sottratta a Soros risulta il suo finanziamento di attività sovversive in tutti i campi, dall’agenda LGTB ai movimenti pro-immigrazione.
Attingendo a questi documenti, Elizabeth Yore, con una serie di articoli su The Remnant, ha dimostrato il sostegno di Soros, diretto e indiretto, anche a papa Bergoglio e ad alcuni dei suoi collaboratori più stretti, come il cardinale Oscar Andres Rodríguez Maradiaga e mons. Marcelo Sanchez Sorondo.

Tra George Soros e papa Francesco appare un’oggettiva convergenza strategica.
La politica dell’accoglienza, presentata come la “religione dei ponti” opposta alla “religione dei muri”, è divenuta il leit-motiv del pontificato di Francesco, al punto che qualcuno si chiede se la sua elezione non sia stata favorita proprio allo scopo di offrire agli artefici dell’invasione migratoria l’“endorsment” morale di cui essi hanno bisogno.
Quel che è certo è che oggi la confusione nella Chiesa e quella nella società avanzano di pari passo.
Il caos politico prepara la guerra civile, il caos religioso apre la strada agli scismi, che sono una sorta di guerra civile religiosa.

Lo Spirito Santo, a cui non sempre i cardinali corrispondono in conclave, non cessa però di operare e oggi alimenta il sensus fidei di coloro che si oppongono ai progetti demolitori della Chiesa e della società.
La Divina Provvidenza non li abbandonerà.

(Roberto de Mattei, per Corrispondenza Romana del 5 ottobre 2016)

Argomento: Islam

"L'Islam è un pericolo: vogliono sottometterci con le armi e con i figli"

Il prelato: "Quando saranno maggioranza imporre la sharia al mondo sarà un obbligo"

Fausto Biloslavo - Mar, 04/10/2016

 

Trieste L'Islam che vuole conquistare il mondo, le bandiere nere che puntano su Roma, l'immigrazione che sovverte la maggioranza, i cristiani sotto tiro pure in Occidente, nessuna alternativa alla famiglia tradizionale e Vladimir Putin «convertito» sono solo alcune risposte forti del cardinale Raymond Leo Burke nell'intervista esclusiva a il Giornale (guarda il video).

Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta e membro della Congregazione delle cause dei santi, il porporato del Wisconsin, classe 1948, è lo stendardo della chiesa tradizionale. Non pronuncia mai una parola contro Papa Francesco, ma durante tutta l'intervista naviga fuori dal coro del politicamente corretto a cominciare dalla difesa a spada tratta della famiglia classica.

Nel 2016 i cristiani sono ancora perseguitati?

«In certe parti del mondo sono perseguitati e anche espulsi dalle loro terre. E accade in paesi storicamente importanti dal punto di vista religioso come l'Iraq, dove arrivò Abramo, terra dei caldei. Ma anche nei paesi del primo mondo, per esempio nel mio paese (gli Stati Uniti, nda), c'è il tentativo di negare ai cristiani il diritto di seguire la propria coscienza. E di resistere all'aborto, alla sterilizzazione o altre prassi mediche che procurano la morte (eutanasia, nda). I problemi per i cristiani non riguardano solo il Medio Oriente, ma anche l'Occidente».

La stessa Unione europea, in nome del politicamente corretto, spesso chiude gli occhi sulle minacce ai cristiani. Cosa ne pensa?

«É chiaro che i musulmani hanno come obiettivo finale conquistare il potere sul mondo. L'Islam attraverso la sharia, la loro legge, deve governare il mondo e permette atti di violenza contro gli infedeli, come i cristiani. Ma noi stentiamo a riconoscere questa realtà e a reagire difendendo la fede cristiana».

Lei sostiene che chiudiamo gli occhi?

«Sì e penso che le ragioni siano molte. In tanti non capiscono cos'è veramente l'Islam. E creano questi slogan, che crediamo tutti nello stesso Dio, che siamo tutti quanti uniti dall'amore e così via. Non è vero. Un'altra ragione è che i cristiani hanno molto trascurato una verità fondamentale: c'è un solo salvatore del mondo, Gesù Cristo. Non dobbiamo fare proselitismo imponendo la cristianità, ma se crediamo in Gesù è nostro dovere darne testimonianza. Penso che questa testimonianza non sia più molto forte anche nei paesi che un tempo venivano chiamati cristiani, come le nazioni europee».

Lei ha appena scritto un libro, «Hope for the world: to unite all things in Christ», che parla anche di Islam.

«L'Islam è una minaccia nel senso, che per il vero musulmano Allah deve governare il mondo. Cristo nel Vangelo disse date a Cesare quello che è di Cesare. Al contrario la religione islamica che si basa sulla legge del Corano punta a governare nel Paese dove si trovano i musulmani. Fino a quando sono minoranza non possono insistere, ma quando diventano maggioranza devono applicare la sharia. Oggi ci sono enclave, interi quartieri, in Europa dove vige di fatto il regime musulmano».

Si riferisce a Molenbeek, le banlieue, quartieri in Inghilterra e paesi del Nord, villaggi in Bosnia. Rappresentano dei tentativi di integrazione falliti?

«É un fallimento perché si tratta di uno Stato dentro uno Stato. Il problema è che i musulmani puntano all'espansione. Tutta la storia della presenza islamica in Europa è un tentativo di conquistarla. Abbiamo appena celebrato l'8 settembre la vittoria dei cavalieri di Malta dopo tre mesi di assedio dei musulmani nel 1565. Malta sarebbe stato il trampolino di lancio verso l'Europa».

Sui muri di Sirte, ex roccaforte delle bandiere nere in Libia, c'erano tante scritte dello Stato islamico sulla conquista di Roma.

«É un pericolo reale. L'Islam si realizza nella conquista. E qual è la conquista più importante nei confronti dei cristiani? Roma».

In Siria e Iraq i cristiani rischiano di scomparire?

«Certo. Esiste un piano per sradicarli. I paesi cosiddetti cristiani insistono sull'eguale diritto per tutte le religioni, ma in determinate nazioni musulmane non si può neppure costruire una chiesa o professare il proprio credo in pubblico».

Contro lo Stato islamico bisogna intervenire militarmente?

«Bisogna fermarlo con i giusti mezzi a nostra disposizione trattandosi di criminali della peggior specie».

Il nostro giornale ha lanciato una campagna con il sostegno dei lettori per raccontare la tragedia attuale dei cristiani. Che ne pensa?

«Apprezzo quello che il Giornale sta facendo per rendere nota la persecuzione dei cristiani. Il vero servizio dei media non è ripetere le cose che piacciono alla maggioranza, ma rincorrere la verità dei fatti. Negli Stati Uniti, ma non solo, la gente non sente mai una voce diversa, fuori dal coro».

L'immigrazione è una risorsa o un pericolo?

«Ho sentito diverse volte degli islamici che spiegavano: Quello che non siamo riusciti a fare con le armi in passato lo stiamo facendo oggi con la natalità e l'immigrazione. La popolazione sta cambiando. Se va avanti così, in paesi come l'Italia, la maggioranza sarà musulmana».

Se così fosse siamo noi troppo deboli?

«Tutto questo accade per la corruzione dell'Occidente. Non ci sono più famiglie sufficientemente numerose. In maniera supina accettiamo prassi che sono contrarie alla legge naturale come l'aborto o il cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso. É la dimostrazione che non siamo più forti nelle fede. Ed una facile preda per la conquista».

Lei è americano. Vladimir Putin, il presidente russo, ex ufficiale del Kgb, è una minaccia o l'ultimo difensore di valori tradizionali?

«Sono molto soddisfatto della sua difesa della vita e della famiglia, come Dio ha creato dall'inizio con un uomo e una donna. Non possiamo negare ad un persona come Putin la conversione. É possibile che oggi abbia capito quello che non capiva 30 anni fa (ai tempi del Kgb, nda)».

Argomento: Islam

 Vescovi coraggiosi. L'aquila di Ferrara:
 "No ai musulmani alle messe cattoliche"

di Andrea Morigi, per Libero del 17 agosto

 

Ora basta con i musulmani a messa. Al termine della celebrazione eucaristica del 15 agosto, nella Cattedrale di Ferrara, l' arcivescovo Luigi Negri ha qualche sassolino da togliersi dalle scarpe. Così, prima della benedizione solenne, torna all' ambone e si rivolge all' assemblea: «Mi sembra fondamentale una chiarificazione», esordisce. Quel che aveva ritenuto di omettere nella predica è un avvertimento: «È certamente importante che in un tempo così delicato come quello che stiamo vivendo, si attivino tutte le possibilità di dialogo e di incontro per favorire la reciproca conoscenza tra gli appartenenti alle diverse religioni. Sono infatti sinceramente convinto che la conoscenza attraverso il dialogo possa favorire un clima sociale migliore».

Fin qui, tutto bene. Se non che, dopo la partecipazione di alcuni esponenti della comunità islamica alle celebrazioni liturgiche anche nel territorio della diocesi di Ferrara-Comacchio, un decreto di espulsione disposto il 10 agosto dal Viminale nei confronti dell' albanese Hidri Sajmir, residente nella vicina Vigarano Mainarda, ha fatto venire alla luce il lato oscuro delle moschee locali, quello violento. Per dirla con le parole del ministro dell' Interno Angelino Alfano, l' uomo svolgeva «un' attività di proselitismo rivolta ai fedeli con un linguaggio denso di tratti di fanatismo e consultava online, freneticamente, siti con contenuti riferibili allo Stato Islamico».

Gente così, meglio tenerla fuori dai confini italiani. In ogni caso, per quanto riguarda la pratica pastorale, non è di nessuna utilità invitare in chiesa fedeli di altre religioni o persone non battezzate che generano soltanto confusione e sconcerto fra i cattolici. Soprattutto dopo che meno di un mese fa, il 26 luglio, a Saint-Etienne-du-Rouvray, in Normandia, proprio dei fedeli di Allah hanno sgozzato un prete che stava celebrando. È naturale che anche fra i cattolici praticanti sorga qualche dubbio sull' improvviso embrassons-nous.

Infatti, in Francia, un' indagine sociologica dell' istituto Ifop pubblicata da Le Monde il 12 agosto indica che il 45% dei cattolici francesi percepiscono l' islam come «una minaccia». L' anno scorso, erano appena il 33%. Fra i francesi in genere, invece, solo una lieve variazione, dal 32 al 33%. Il buonismo delle gerarchie ecclesiastiche appare sempre meno convincente, secondo il sondaggio che registra anche l' opinione del 71% dei fedeli, per i quali l' islam è troppo influente e troppo visibile, alla faccia dei proclami sulla laicità. Quattro anni fa chi la pensava così era soltanto il 60%. E ora i cattolici non sopportano più nemmeno l' ostentazione del velo da parte delle donne musulmane: dal 54% di quattro anni fa, sono saliti al 67, contro il 63% della media francese. Altro che sottomissione.

Indipendentemente dalla lettura dei quotidiani d' Oltralpe, monsignor Negri coglie la medesima atmosfera nel suo piccolo gregge. È convinto «che le iniziative intraprese nelle celebrazioni eucaristiche delle scorse domeniche - da inquadrarsi nel momento drammatico dell' uccisione di P. Jacques Hamel, in cui i rappresentanti delle comunità islamiche hanno espresso vicinanza alle comunità cristiane - dopo aver raggiunto il loro obiettivo abbiano anche esaurito la loro funzione». Grazie a tutti, insomma.
Ma adesso ognuno torni a frequentare i propri luoghi di culto.

«È infatti un bene che i cattolici possano ora vivere autonomamente la santa messa come è nella natura della celebrazione liturgica di questo sacramento, che non è stato istituito allo scopo di far dialogare le diverse religioni, ma per far partecipare i battezzati al mistero della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio», spiega ancora il vescovo.
Quel che gli preme, infine, è scardinare le argomentazioni di quanti nell' occasione hanno sottolineato la presunta devozione mariana dei musulmani, o almeno la significativa presenza della Vergine Maria in una sura del Corano. La differenza con chi la venera come Madre di Dio è enorme. Dunque «noi non possiamo accettare che neanche per scherzo si possa parlare di Maria con un' accentuazione soltanto storica o storicistica. Non possiamo accettare di ridurre il mistero della Madre del Signore a realtà secondaria, che non toccherebbe la sostanza del dogma di Cristo. Chi riduce l' importanza del mistero della divina maternità della Vergine Maria attacca decisamente la sostanza della fede».

Non è nemmeno necessario che nomini i musulmani. Tanto il popolo di Dio, raccolto lì davanti, ha già capito tutto.

di Andrea Morigi

Argomento: Islam

 Padre Marco, piazzato sulla collina, levava il crocifisso verso il luogo dove maggiormente si manifestava il pericolo per le armi cristiane; Jan Sobieski, a capo della sua cavalleria, spalleggiato dagli alleati si diresse con disprezzo del pericolo e grandissimo coraggio direttamente verso il cuore dell’accampamento turco, la tenda di Kara Mustafà, e superò di slancio anche il fossato che la circondava per difenderla.
Il terrore si impadronì del Gran Visir che fece precipitosamente suonare la tromba della ritirata: la rotta fu totale!

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Si ricorda che il magnifico film di cui è protagonista il Beato Marco d'Aviano è visibile gratuitamente su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=A0Fh0BOUZLQ
 

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Preghiera del Beato Marco d'Aviano

da lui composta per l'occasione e letta all'alba del 12 settembre 1683, dopo la celebrazione della S. Messa e la benedizione impartita all'esercito cristiano che si accingeva a dare vittoriosamente battaglia ai
Turchi che assediavano Vienna

 

O grande Dio degli eserciti, guardaci prostráti qui ai piedi della Tua Maestà, per impetrarTi il perdono delle nostre colpe.
Sappiamo bene di aver meritato che gl’infedeli impugnino le armi per opprimerci, perché le iniquità, che ogni giorno commettiamo contro la Tua bontà, hanno giustamente provocato la Tua ira.
O gran Dio, Ti chiediamo il perdono dall’intimo dei nostri cuori; esecriamo il peccato, perché Tu lo aborrisci; siamo afflitti perché spesso abbiamo eccitato all’ira la Tua somma Bontà.
Per amore di Te stesso, preferiamo mille volte morire piuttosto che commettere la minima azione che Ti dispiaccia.
Soccórrici con la Tua grazia, o Signore, e non permettere che noi Tuoi servi rompiamo il patto che soltanto con Te abbiamo stipulato.

Abbi dunque pietà di noi, abbi pietà della tua Chiesa, per opprimere la quale già si preparano il furore e la forza degl’infedeli.
Sebbene sia per nostra colpa ch’essi hanno invaso queste belle e cristiane regioni, e sebbene tutti questi mali che ci avvengono non siano altro che la conseguenza della nostra malizia, síici tuttavia propizio, o buon Dio, e non disprezzare l’opera delle Tue mani. Ricordati che, per strapparci dalla servitù di Satana, Tu hai donato tutto il Tuo prezioso Sangue.
Permetterai forse ch’esso venga calpestato dai piedi di questi cani?
Permetterai forse che la fede, questa bella perla che cercasti con tanto zelo e che riscattasti con tanto dolore, venga gettata ai piedi di questi porci?
Non dimenticare, o Signore, che, se Tu permetterai che gl’infedeli prevalgano su di noi, essi bestemmieranno il Tuo santo Nome e derideranno la Tua Potenza, ripetendo mille volte: “Dov’è il loro Dio, quel Dio che non ha potuto liberarli dalle nostre mani?”
Non permettere, o Signore, che Ti si rinfacci di aver permesso la furia dei lupi, proprio quando T’invocavamo nella nostra miserevole angoscia.

Vieni a soccorrerci, o gran Dio delle battaglie! Se Tu sei a nostro favore, gli eserciti degl’infedeli non potranno nuocerci.
Disperdi questa gente che ha voluto la guerra! Per quanto ci riguarda, noi non amiamo altro che essere in pace con Te, con noi stessi e col nostro prossimo.
Rafforza con la tua grazia il tuo servo e nostro imperatore Leopoldo; rafforza l’animo del re di Polonia, del duca di Lotaringia, dei duchi di Baviera e di Sassonia, e anche di questo bell’esercito cristiano, che sta per combattere per l’onore del Tuo Nome, per la difesa e la propagazione della Tua santa Fede. Concedi ai príncipi e ai capi dell’esercito la fierezza di Giosué, la mira di Davide, la fortuna di Jefte, la costanza di Joab e la potenza di Salomone, tuoi soldati, affinché essi, incoraggiati dal Tuo favore, rafforzati dal Tuo Spirito e resi invincibili dalla potenza del Tuo braccio, distruggano e annientino i nemici comuni del nome cristiano, manifestando a tutto il mondo che hanno ricevuto da Te quella potenza che un tempo mostrasti in quei grandi condottieri.
Fa’ dunque in modo, o Signore, che tutto cospiri per la Tua gloria e onore, e anche per la salvezza delle anime nostre.

Te lo chiedo, o Signore, in nome dei tuoi soldati.
Considera la loro fede: essi credono in Te, sperano tutto da Te, amano sinceramente Te con tutto il cuore.
Te lo chiedo anche con quella santa benedizione, che io conferirò a loro da parte Tua, sperando, per i meriti del Tuo prezioso Sangue, nel quale ho posto tutta la mia fiducia, che Tu esaudirai la mia preghiera.
Se la mia morte potesse essere utile o salutare, per ottenere il Tuo favore per loro, ebbene Te la offro fin d’ora, o mio Dio, in gradita offerta; se quindi dovrò morire, ne sarò contento.

Libera dunque l’esercito cristiano dai mali che incombono; trattieni il braccio della Tua ira sospeso su di noi, e fa’ capire ai nostri nemici che non c’è altro Dio all’infuori di Te, e che Tu solo hai il potere di concedere o negare la vittoria e il trionfo, quando Ti piace.
Come Mosè, stendo dunque le mie braccia per benedire i tuoi soldati; sostienili e appóggiali con la Tua Potenza, per la rovina dei nemici Tuoi e nostri, e per la gloria del Tuo Nome. Amen.

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Breve descrizione degli eventi bellici della fine del Seicento
che videro questo grande europeo nel ruolo di assoluto e decisivo protagonista.


L’idea del Sultano era quella di creare un secondo impero turco al centro d’Europa con Vienna capitale.
Nel luglio 1683 il Visir Kara Mustafà giunse a Belgrado e la conquistò; nell’avanzare, le guarnigioni cristiane venivano massacrate.
I turchi dilagarono in Ungheria e l’Imperatore Leopoldo, per non essere fatto prigioniero fuggì a Linz.
Le truppe turche arrivate sotto Vienna, trasformarono i suburbii in un mare di fuoco. La città subì un assedio di due mesi.
La popolazione poteva vedere l’immensità dell’accampamento turco ed udire la sera ed il mattino il terribile grido di Allah Akbar.

Padre Marco, su istanza dell’Imperatore Leopoldo I, fu nominato, da Innocenzo XI, Legato Pontificio. La situazione destava grande preoccupazione ed il Papa temeva per la sorte del cattolicesimo e della cristianità in tutta Europa.
Padre Marco raggiunse immediatamente l’esercito della coalizione che era stata promossa dallo stesso Pontefice.

Contro l’esercito turco forte di 150.000 uomini, i príncipi cristiani ne potevano schierare a malapena 70.000: austriaci al comando del Duca Carlo di Lorena, polacchi guidati dal Re Jan Sobieski, tedeschi guidati dai Duchi di Baviera e di Sassonia, volontari italiani posti agli ordini delle truppe del principe Eugenio di Savoia, tutti erano coscienti del loro ruolo e del loro gravoso compito.
Mancavano del tutto i francesi e gli inglesi. I primi si erano addirittura alleati con la Sublime Porta in chiara posizione antagonista nei confronti dell’Austria: tutto sommato credevano che la caduta del Sacro Romano Impero germanico, avrebbe spalancato la porta alla loro egemonia sul continente, dopo che una dinastia francese aveva già sostituito i sovrani spagnoli. Balza alla vista la miopia di questo disegno e l’inconsistenza assoluta di certe mire. Ma se davvero i turchi avessero vinto, forse che si sarebbero fermati a Vienna o, secondo i loro piani politico-religiosi, sarebbero dilagati in Italia e messo in scacco e cercato di mandare in fumo i deliranti disegni del Re di Francia?
Gli inglesi, nel loro splendido isolamento insulare, erano pronti a fare affari con un’Europa musulmanizzata, ma alla fine il loro potenziale finanziario avrebbe comunque prevalso e reso dipendente in modo assoluto un Impero che oltre alla vis religiosa altro non offriva se non desertificazione e miseria!

I capi della coalizione cristiana, al solito, erano divisi, ognuno avrebbe voluto essere il capo della coalizione medesima a dispetto degli altri. Il tutto mentre a Vienna si moriva di fame e le sue difese erano sempre più rese inoffensive dalle mine che i turchi facevano brillare sotto i forti e sotto le mura della città.

Padre Marco con la forza che gli era concessa dal divino, dopo aver parlato con l’Imperatore Leopoldo, riuscì nella improba impresa di portare la pace e l’unità nel campo cristiano. Così si esprimeva in un dispaccio inviato al cardinale Cibo, Segretario di Stato Vaticano: «Due volte composi e sedai il Re di Polonia, altissimamente disgustato et indussi ad affrettare la marcia più di una settimana. Col Divino aiuto potei aggiustar moltissime e gravi differenze insorte nei primi capi dell’esercito».
Poi, scrivendo all’Imperatore, affermò: «… Ebbi tanta grazia di Dio da sollecitare il soccorso di almeno 10 giorni di quello che sarebbe conseguito; che essi soli cinque giorni fusse tardato, sarebbe forse caduta Vienna nelle mani dell’inimico».

L’8 settembre, festa della Natività di Maria, l’esercito cristiano nella pianura di Tulnn si fermò per una giornata di preghiera. Una cosa del genere non si era mai vista prima: JanSobieski, il Re polacco, scrisse alla moglie: «Padre Marco ha celebrato la Messa con molta devozione; ha tenuto un infiammato discorso; c’è chiesto di avere molta confidenza in Dio e nella Madonna, calata la sua benedizione, facendoci ripetere più volte: Gesù! Maria!».

Alle prime luci dell’alba del 12 settembre 1683, padre Marco, celebra la Messa sulla collina del Kahlemberg, Messa che viene servita dal Re di Polonia e da suo figlio Giacomo.
I paramenti usati per questo rito sono ancora conservati a Rizzios di Calalzo in Cadore, ovviamente del tutto ignorati e dimenticati. Certi avvenimenti e reliquie è meglio che cadano nell’oblio, come succede per la vittoria sui protestanti ottenuta da Wallenstein, oppure la Madonna sfregiata dagli stessi protestanti e conservata in Santa Maria delle Vittorie a Roma. È quasi assurdo ma sembra che ci si vergogni di certe vittorie cristiane volute e benedette da Dio.
Al rito seguì l’assoluzione e la distribuzione dell’Eucarestia ai comandanti cattolici; i protestanti furono comunque benedetti da padre Marco che, ricordiamolo, era il Legato Pontificio. Seguì la recita di una commovente preghiera da lui stessa composta.

Lo scontro fu brevissimo. Padre Marco, piazzato sulla collina, levava il crocifisso verso il luogo dove maggiormente si manifestava il pericolo per le armi cristiane; Jan Sobieski, a capo della sua cavalleria, spalleggiato dagli alleati si diresse con disprezzo del pericolo e grandissimo coraggio direttamente verso il cuore dell’accampamento turco, la tenda di Kara Mustafà, e superò di slancio anche il fossato che la circondava per difenderla.
Il terrore si impadronì del Gran Visir che fece precipitosamente suonare la tromba della ritirata: la rotta fu totale! Il potentissimo esercito turco abbandonò tutto: tende, armamenti, vettovaglie ed anche le ingenti ricchezze frutto dei saccheggi e delle ruberie precedenti.
Il numero dei cristiani morti fu basso, ma nel campo turco le perdite furono ingenti, molte dovute alla confusione e al panico che seguì l’assalto delle armate cristiane.
A Roma le campane suonarono a festa per tre giorni: in ricordo dell’evento Papa Innocenzo XI estese a tutta la Chiesa la festa del Santo Nome di Maria.
Il Re di Polonia Jan Sobieski scrisse al Pontefice: «Venimus, Vidimus et Deus vicit». Lo stesso padre Marco fu convinto che la vittoria era stata un miracolo: niente è impossibile a Dio!

Cosa ancora più toccante: mentre i comandanti cattolici cantarono il solenne Te Deum nella cattedrale di Santo Stefano nella Vienna liberata, padre Marco si ritirò nella chiesa dei Cappuccini per pregare per i soldati caduti, cristiani e musulmani, vittime loro malgrado della violenza bellica.
Padre Marco è sepolto nella Chiesa dei Cappuccini di Vienna, sopra alla celebre cripta dei cappuccini (Kapuziner Krypt), ove giacciono le spoglie di tutta la Casa d'Austria.

A Vienna c’è un monumento dedicato al cappuccino: «A padre Marco d’Aviano, anima della liberazione di Vienna. 12 settembre 1683».
Questo è scritto sul cippo del monumento.

L’attività e la sua missione in Austria continuò: riuscì a fare stipulare un’alleanza tra Santa sede, Serenissima Repubblica di Venezia e Polonia, che portò alla liberazione di Buda, capitale ungherese, dopo ben 145 anni di dominazione turca.
Padre Marco scrisse all’imperatore: «Viva Gesù e Maria! Buda è stata presa d’assalto. È un vero miracolo di Dio!».
Padre Marco d’Aviano passò attraverso la breccia della città portando una statua della Madonna che personalmente collocò nel Duomo di Santo Stefano che era stato trasformato in moschea dai turchi. Ottenne dall’Imperatore il restauro di tutte le chiese ungheresi che i turchi avevano devastato e che i sacerdoti svolgessero il ruolo di ufficiali di stato civile.

Nel 1688 anche la strategica roccaforte di Belgrado tornò ai cristiani. Dopo la caduta della città, 800 soldati turchi caddero prigionieri: essi temevano moltissimo per l’incolumità della propria vita, dal momento che era loro costume massacrare i prigionieri nemici; padre Marco intercedette per loro presso il Duca di Baviera e per loro ottenne che fossero risparmiati in quanto anch’essi figli di Dio.
I prigionieri volevano ricompensare il francescano con doni, ma fedele ai suoi voti di povertà ed umiltà mostrò loro che dovevano ringraziare Gesù Crocefisso.
Essendo scoppiata una rivoluzione nell’impero turco, padre Marco tentò di far liberare anche la Bosnia, la Moldavia e la Bulgaria. Non tutti sentivano, come lui, la causa dell’Europa unita in Gesù Cristo e libera dall’oppressione.
Possiamo facilmente immaginare, alla luce di ciò, quali esiti completamente differenti avrebbe potuto avere il corso degli avvenimenti recenti nella ex Jugoslavia.

Argomento: Islam

 Sotto la guida del Card. Biffi, i vescovi dell'Emilia Romagna firmarono il primo e forse unico documento episcopale di studio serio dell'islam. Si tratta di un testo semplice ed essenziale, che tutti i presbiteri e laici dovrebbero leggere e conservare. Benchè ormai introvabile, è disponibile qui:
- Islam e Cristianesimo (01): http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=319
- Islam e Cristianesimo (02): http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=320
- Islam e Cristianesimo (03): http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=321
- Islam e Cristianesimo (04): http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=322
- Islam e Cristianesimo (05): http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=323
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Proponiamo anche un istruttivo video sul tema sempre attuale:

Non esiste un Islam moderato o estremista ma esiste un solo Islam. A dirlo sono i musulmani

http://www.rightsreporter.org/non-esiste-un-islam-moderato-o-estremista-ma-esiste-un-solo-islam-a-dirlo-sono-i-musulmani/?utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=SocialWarfare

A un musulmano sono concessi con il mondo infedele solo trattati di tregua, non di pace. Una tregua può essere dovuta solo a un fattore: i musulmani sono in stato di inferiorità e necessitano di tempo per riorganizzare le proprie fila. Hamas, come l’Olp, sono disposti ad accordarsi su tregue, mai sulla pace. Tutto il mondo è terra dell’islam.

Quando noi doniamo a un islamico raccattato in mezzo al Mediterraneo di che sopravvivere e un qualsiasi tipo di sussidio, secondo la nostra mentalità stiamo facendo un atto di generosità. Secondo quella islamica stiamo pagando il tributo che è dovuto. Riconosciamo il nostro obbligo a questo tributo che deve essere congruo. E nessuna gratitudine ci spetterà, ma solo la sacrosanta protesta ogni volta che il tributo non sarà sufficiente. L’islam domina e non è dominato. La nostra democrazia offende l’islam, come ci ricordano gli imam, per cui saremo puniti.

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E' dunque indispensabile studiare e riflettere sul tema

Dhimmitudine

Il “dhimmi”, nella storia e nella legislazione islamica è colui che si “sottomette alla legge islamica per salvarsi la vita”.
I paesi non musulmani sono chiamati “dar al-harb”, paesi di guerra. Una possibilità di tregua può esistere solo a certe condizioni: il pagamento di un tributo e lo sviluppo dell’islamismo nel paese che sancisce la tregua. In questa situazione la “dhimmitudine” è una condizione simile a quella dell’ostaggio.
La "dhimmitudine" è la condizione assegnata ai cristiani e agli ebrei dalla dottrina musulmana.
Ne deriva che, per ogni musulmano, anche non osservante, i cristiani d´Europa, col loro dialogo e tolleranza, cercano protezione.
 

 

Non è sorprendente che il gruppo "Stato islamico in Iraq e Siria" stia imponendo le disposizioni della dhimmitudine sui cittadini cristiani di al-Raqqa. Inoltre non è sorprendente che ciò che questo gruppo ha fatto sia stato accolto con censura da molti tra i musulmani.
ISIS ha soltanto applicato un sistema messo in pratica in molti periodi della storia e che ha molte giustificazioni nella giurisprudenza islamica, che non ammette, né nel passato né oggi, l'uguaglianza dei diritti e dei doveri dei cittadini in uno stato basato sulla legge islamica.
 
Tale giurisprudenza, anche se pretende di adottare la cittadinanza come la base delle norme, continua a discriminare tra cittadini,  su basi religiose. Quando alcuni giuristi e pensatori islamici parlano della cittadinanza, li vedi fare eccezioni legislative o riserve per quanto riguarda la partecipazione dei non-musulmani nello stato islamico.
Oggi, le posizioni degli islamisti variano in relazione alla questione dell'applicazione della jizya nei paesi islamici, dove gruppi di "dhimmi"  vivono.
Queste posizioni oscillano tra riportare l’ imposizione della jizya, in quanto è stabilita nel Corano, e cancellare o cambiarne  il  nome se disturba i  cittadini "dhimmi".
 
Gli Islamisti considerano che  il principio della jizya è una distinzione per il popolo del Libro stabilita nel Corano, che distingue tra gente del Libro – tra cui i cristiani -, e politeisti. Così, mentre il Corano pone i politeisti tra due scelte, o inserirsi  nell'Islam o essere uccisi, chiede  ai cristiani solo di pagare la jizya, in cambio di essere mantenuti sani e salvi. Così essi deducono che l'Islam ha dato solo ai cristiani una distinzione, poiché ha  imposto loro la jizya, mentre comanda ai musulmani di combattere i politeisti fino a che non si sottomettano.
 
Lo Sheikh Yusuf al-Qaradawi, un pilastro di moderazione, insiste sulla dominanza  delle obbligazioni religiose su eventuali altri legami. Così egli rifiuta  tolleranza e apertura che si basano sul  "diluire" la religione con il pretesto di "nazionalismo o patriottismo" poiché egli ritiene che sia ipocrisia assoluta  far prevalere il legame patriottico o nazionale sul legame di religione o elevare la laicità sopra il legame della religione. Per lui, "Non è tollerato per i musulmani il tornare indietro dai decreti della loro religione e dalla legge del loro Signore, nel vanificare i suoi confini e nel dissolvere  il suo stile di vita per il bene delle minoranze non musulmane, in modo da non da farle preoccupare o non ferire i loro sentimenti".
Per lui, la tolleranza si basa "sul buon vicinato comandato da entrambe le religioni, l'amore del bene per tutti, e l'obbligo di giustizia con tutti."
 
Lo Sheikh Said Hawwa dei Fratelli Musulmani in Siria, segue esattamente la stessa tendenza quando rifiuta di abbandonare i principi islamici per la preferenza di una formula non-islamica che riunisce insieme musulmani e non musulmani in un unico stato.
Egli dice: "I popoli della Umma islamica non abbandoneranno l'Islam. La Storia testimonia. I fatti testimoniano.  E così i non -musulmani hanno una scelta: partire o fare un accordo con i musulmani sulla base di una sola formula. Se si vuole una terza opzione - per i musulmani  abbandonare il  loro Islam - né loro né altri potranno avere questo".
Hawwa poi avverte i non-musulmani che l'Islam inevitabilmente governerà e così li consiglia di affrettarsi "per trovare le formule per un accordo con i musulmani che piaccia a tutte le parti, prima del giorno in cui venga  imposto unilateralmente loro l'accordo."

Il sistema di dhimmitudine non è un'invenzione di ISIS. Infatti, si trova nel cuore della giurisprudenza islamica. Ora abbiamo un urgente bisogno di innovazioni giuridiche islamiche che ammettano la partnership nazionale e l'uguaglianza totale tra i cittadini senza riserve, siano esse legislative o di qualsiasi altro tipo.

Fr. Georges Massouh
(da http://oraprosiria.blogspot.it/2014/03/dhimmitudine-e-legge-islamica.html )

Argomento: Islam

 Nel rimandare ad un lungo studio del Cardinale Pell dedicato all'islam, s propone una sintetica vita del Beato Raimondo Lullo, che è forse il maggiore studioso dell'islam di tutti i tempi, in modo che ognuno possa "conoscere il loro pensiero".

A sinistra, un dipinto della Madonna delle milizie, Patrona di Scicli in Sicilia, che rappresenta l'intervento diretto di Maria Santissima nella battaglia contro i maomettani del 1091.

 Questi i link al Card. Pell: Islam e democrazie occidentali, parte I e parte II.
 Qui un discorso dell'allora Card. Ratzinger su L’Occidente, l’islam e i fondamenti della pace.

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PREGHIERA al beato Raimondo, martire dell'islam
 
O Dio, che hai infiammato il beato Raimondo Lullo
martire di ardore apostolico per la diffusione della fede,
fa’ che anche noi, per sua intercessione,
conserviamo incrollabile fino alla morte
la fede che abbiamo ricevuto dalla tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
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BEATO RAIMONDO LULLO: filosofo, teologo e mistico (1233-1315) :      SOLO CON LA RAGIONE E CON L'AMORE

 

Non è una figura molto conosciuta e citata in ambito ecclesiale, eppure è riuscito con la sua vita e con i suoi scritti a ritagliarsi un posto nella storia della filosofia (e teologia) e a conquistarsi anche un posto nella storia della mistica. Sto parlando del Beato Raimondo Lullo (Ramon Llull), nato a Palma di Maiorca nel 1233 e morto nella stessa isola nel 1315.

Per alcuni aspetti la considero una figura moderna, attuale, propositiva, degna di considerazione anche per capire certe problematiche (il totalitarismo islamico) che, guarda caso, sono presenti ma non sono risolte ancora oggi, ma che lui aveva intuito, studiato, sofferto e... tentato di risolvere.
Per la verità, la storia dice anche con risultati non esaltanti. Ma è degno del nostro ricordo perché lui almeno ci ha provato, e con tutta l’intelligenza e il suo amore. Vediamo due di questi aspetti.

Il primo: rapporto ragione e fede. È una problematica sempre esistita. Uno che crede non può non voler darsi ragione anche razionalmente, finché può, del fondamento della propria fede. Nel secondo secolo del Cristianesimo abbiamo avuto San Giustino, martire, che ha voluto indagare e ricercare anche filosoficamente, cioè razionalmente, sulla fede a cui era approdato dopo una lunga ricerca. Ma prima ancora di lui San Pietro esortava i primi cristiani ad “essere pronti a dare ragione della speranza” che avevano e che li faceva vivere e morire diversi dagli altri.

Recentemente abbiamo avuto Papa Giovanni Paolo II che ha scritto una magistrale Enciclica proprio dal titolo “Fides et Ratio” (1998). Riportiamo il suo famoso incipit: “La Fede e la Ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”.
Anche Benedetto XVI è ritornato con forza e precisione sullo stesso tema (specialmente nel confronto con l’Islam).
Altresì il nostro Raimondo già nel 1200 ha affrontato lo stesso problema e anche lui aveva già gli stessi interlocutori, i musulmani.

Ed è questo il secondo aspetto dell’attualità del Lullo.
Un po’ come noi oggi, in questa nostra Europa, sempre più secolarizzata, post moderna e post cristiana che ci dobbiamo confrontare con la presenza sempre più massiccia dei seguaci di Maometto, che talvolta non solo sono fonte di problemi ma anche di paura (vedi fondamentalismo e purtroppo anche il terrorismo di matrice islamica).

Anche Raimondo ha dovuto sperimentare già nella sua isola di Palma di Maiorca la presenza invadente (perché invasori) dei musulmani.
Ricordiamo che la penisola iberica fu una delle prime terre di conquista militare da parte degli eserciti musulmani, fino a che furono fermati (almeno un’avanguardia) a Covandonga nell'anno 722 d.C. dal re Pelayo.

Raimondo segui me

Raimondo è nato a Palma di Maiorca nel 1233, da una nobile e ricca famiglia catalana. Ricevette un’e­ducazione nella classe sociale dei cavalieri e fu anche maggiordomo di don Giacomo, che diventerà poi re di Maiorca. Quindi ha vissuto per molti anni la vita di corte, non certo una vita di povertà ma di benessere, di lusso, di feste. Il bel mondo di corte e dell’alta società, insomma. Raimondo, poeta e cavaliere di corte non si trovava a disagio.

Sembrava felice in mezzo alle belle e sorridenti dame, alle feste numerose, ai bei vestiti, componendo e cantando poesie d’amore. Contrasse anche matrimonio con donna Blanca, dalla quale ebbe due figli: Domenico e Maddalena. Ma Cristo lo aspettava al varco, un po’ come con altri santi.

Verso i 30 anni, quando oramai sembrava “perso” in quella vita e mentre scriveva poesie d’amore, ebbe una profonda crisi religiosa. L’origine? Delle strane visioni del Cristo Crocifisso. Questi gli apparve per ben cinque volte, dicendogli “Raimondo, segui me”. La fama e l’esempio di San Francesco e della sua scelta radicale di Madonna Povertà era giunto fino a Palma di Maiorca.
Raimondo dopo vari tentennamenti prese la grande decisione: conversione totale. D’accordo con la moglie e dopo aver lasciato beni sufficienti anche per i figli, lasciò la sua precedente vita di lusso e di agiatezza, vendette parte dei suoi beni, e si mise in cammino per visitare vari santuari, in preghiera e povertà, per alcuni anni.

Raimondo, pur portato alla vita eremitica e contemplativa, scelse l’azione. Da convertito voleva diventare un convertitore, cioè uno che aiutava gli altri nel loro cammino spirituale.
Sentiva la propria vocazione missionaria, specialmente verso i musulmani che aveva in patria. A questo però si doveva arrivare non solo con la predicazione e con il dialogo (fatto con amore) ma anche con la cultura (argomentazioni razionali).

Furono questi i due orizzonti che segnarono il pensiero e l’azione di Raimondo.
Che lo portarono ad approfondire la filosofia, la teologia, a studiare anche l’arabo e specialmente ad enucleare le tecniche della logica, facendone l’arte universale, comune e accessibile a tutti, come mezzo di dialogo e di incontro per la conversione universale (notevole a questo proposito la sua opera maggiore Ars Magna).
Il suo era un progetto di “crociata spirituale” (che non escludeva affatto quelle di altro tipo) della quale sollecitò anche i papi, vescovi, principi. La sua molteplice opera letteraria aveva essenzialmente lo scopo di istruire e confermare i cristiani, e di convincere gli altri alle ragioni della fede cristiana.

Raimondo missionario sfortunato

Per due anni (1287-1289) Raimondo fu anche insegnante all’Università di Parigi (prima di lui erano stati insigni “Magister” sia Tommaso d’Aquino sia Bonaventura di Bagnoreggio). Qui poté esporre i capisaldi della sua dottrina, dando lettura pubblica dell’Ars Magna (in seguito, per la sua cultura e per i suoiscritti, i posteri lo chiameranno Doctor Illuminatus). Ha insegnato anche a Roma e Napoli.

Essendo essenzialmente uomo di azione, anche la sua riflessione era concentrata su come rendere più efficiente ed efficace, più convincente e più convertente l’azione del missionario (e sua quando volle essere missionario). Egli insisteva molto sulla formazione intellettuale (studio della filosofia, teologia e delle lingue) del missionario. Essendo la predicazione del Vangelo un’altissima missione e apostolato non poteva essere lasciato solamente all’abnegazione e alla buona volontà del singolo. Occorreva preparare e prepararsi. Il suo pensiero (teso quasi a fondare scientificamente la missione) e la sua azione ne hanno fatto un precursore di quella che oggi si chiama Missionologia.

In tutto questo Raimondo si ispirava alle due grandi figure (e santi) del secolo: San Francesco e San Domenico. Del primo aveva preso l’idea che la predicazione del Vangelo deve esser fatto nel dialogo, nella dolcezza, nella pazienza, nell’amore (famoso il tentativo di Francesco d’Assisi di parlare del Vangelo con il sultano d’Egitto, rischiando la vita). Lo seguì anche diventando Terziario francescano.
Da San Domenico e dalla scuola domenicana invece prese l’importanza della preparazione culturale, delle conoscenze intellettuali a vari livelli e nei vari campi (anche linguistico), del dialogo razionale, della fiducia nel potere della ragione, se bene usata. Tutto però sempre nel rispetto della libertà della persona (era contro certe forme di battesimo forzato).

Raimondo non solo parlò di missione di evangelizzazione, volle anche provare ad attuarle, e non solo tra i musulmani di Palma di Maiorca.

Il primo vero tentativo missionario a 60 anni. Altro che pensione e vita tranquilla. Già per questo è degno di ammirazione. Era a Genova e voleva partire per Tunisi, in mezzo ai musulmani, per sperimentare un po’ le proprie teorie e testare le lunghe riflessioni fatte.
La verità è che Raimondo era terrorizzato però dalla paura della morte, molto probabile allora (e in alcuni paesi musulmani anche oggi!), per opera dei seguaci di Maometto. Terrore che lo inchiodò a Genova. Non partì. Ma arrivò invece una grave crisi psicologica, quasi sull’orlo della follia.

Vinti finalmente i timori e le paure partì per la sua missione a Tunisi. Ma venne quasi subito espulso.
Altro che dialogo.
Dopo nel 1307 si recò nell’odierna Algeria (a Bughia).
Sperava in una sorte migliore per sé e per le proprie teorie. Le intenzioni erano ottime, la preparazione anche.
Ma, i musulmani lo arrestarono, lo picchiarono, lo imprigionarono condannandolo a morte. Infine espulsero l’incauto predicatore del Vangelo.

Ma Raimondo non si arrese. Ultimo tentativo a 80 anni suonati: nel 1314. Ancora Tunisi, dove dedicò le proprie opere al sovrano musulmano e tentò di discutere con i dottori ed esperti del Corano.
Le cose non andarono meglio.
Finì per essere lapidato.
Venne raccolto da mercanti genovesi e riportato in patria, dove morì poco dopo nel 1315.

Oggi qualcuno mette in dubbio il suo martirio, ma è indubitabile che ha osato e sofferto molto per le proprie teorie sul dialogo con l'islam, pagandone un prezzo carissimo.
Il suo culto fu forte specialmente nella sua patria. E già nel sec. XVI era venerato come beato.
Infatti il Beato Raimondo è martire per la fede dal 1850, quando il Beato Pio IX ne estese il culto alla Chiesa universale.

 

                                                                             MARIO SCUDU sdb
da: MARIA AUSILIATRICE  2008 - 6  

Argomento: Islam

 Taqiyya o Kitman: mentire nell’interesse dell’Islam

 

Il concetto islamico di taqiyya per infiltrarsi nei paesi kafir e conquistarli 

Secondo la taqiyya, ai musulmani viene concessa la possibilità di infiltrarsi in Dar-al-Harb (la “casa della guerra”, ovvero i territori non islamici), fingendosi “moderati” per insediarsi nelle città e nei luoghi vitali dei nemici al fine di aprire la strada all’islam. Questi dissimulatori agiscono spesso per conto delle autorità musulmane, e di conseguenza non sono da considerarsi come apostati o come nemici dell’ortodossia islamica.

Costoro sono legittimi mujaheddin, la cui missione è quella di fiaccare la resistenza del nemico e il loro livello di mobilitazione. Uno dei principali obiettivi è quello di causare divisioni tra gli avversari sminuendo le responsabilità dell’Islam (“Oh, ma io non sono religioso”, “Oh, ma quello non è il vero Islam, ti stai sbagliando, c’è così tanta disinformazione”, “oh, ma quella è un’interpretazione sbagliata”, “fratello, l’Islam significa pace, amore”, “hey, leggi questo versetto pacifico“).

La taqiyya è infatti la pratica di mentire nell’interesse dell’Islam.
Lo scopo è quello di ingannare i miscredenti, convincendoli della bonarietà dell’Islam attraverso l’eliminazione di dubbi e preoccupazioni su questa religione, incoraggiando la loro conversione. La taqiyya è alla base della propaganda musulmana presente oggi in Occidente. UNo degli argomenti principali di chi pratica la taqiyya é quello di un Islam che promuove l’uguaglianza dei diritti per le donne.

Tutto questo è concepito con lo scopo di portare più persone possibili alla conversione. Su questo articolo l’Imam Durham ci fornisce un classico esempio di taqiyya, giacché afferma di sentirsi obbligato dalla sua religione a impedire a un vandalo di distruggere le proprietà di una chiesa o di una sinagoga.
Questo genere di affermazioni vengono diffuse in pubblico con l’intento di presentare aspetti della religione islamica che non riflettono la realtà.
Certamente l’atteggiamento storico dei musulmani verso le chiese e le sinagoghe NON E’ stato quello di proteggerle dal vandalismo ma anzi, piuttosto è stato il contrario.

Simili menzogne, quando i musulmani sono minoranza e deboli politicamente, devono essere proferite in pubblico per presentare l’islam in una luce positiva e tollerante in modo da risultare appetibile agli occidentali e poco criticabile, in modo da far loro credere che l’immagine dell’islam come religione intollerante e violenta è soltanto un mito creato dai razzisti o più semplicemente da che vuol diffamare la Vera Fede.

Questa sorta di santificazione della disonestà è anche giustificata agli occhi di molti musulmani sulla base della diffusa convinzione che chi si oppone all’Islam sta mentendo, perciò è legittimo usare la stessa arma.
Per la maggior parte dei musulmani è assolutamente inconcepibile rifiutare l’Islam, anche se lo si fa sulla base di ragionamenti razionali.
Di conseguenza l’insistere nella miscredenza denota una mancanza di intelligenza o di moralità da parte dell’infedele.

Frithjof Schuon su questo atteggiamento dei musulmani dice:

“Le basi intellettuali e quindi razionali dell’Islam hanno l’effetto nel musulmano medio di provocare la curiosa tendenza a credere che i non musulmani o sappiano che l’Islam è la verità e quindi la rifiutino per pura ostinazione, o siano semplicemente ignoranti riguardo ad esso e quindi possano essere convertiti da spiegazioni elementari; il fatto che qualcuno possa volersi opporre all’Islam con coscienza pulita eccede di gran lunga l’immaginazione musulmana, precisamente perché l’Islam coincide nella loro mente con l’irresistibile logica delle cose.”

Questa testimonianza ci fa capire molte cose che possono essere facilmente osservate da chi ha regolarmente a che fare con i musulmani.
Ci fa capire perché gli argomenti degli apologeti dell’islam sono elementari, quasi fanciulleschi, e perché molte volte questi apologeti si riducano ad insultare l’infedele che li ha confutati.
Ci fa capire inoltre del perché molti musulmani lodino pomposamente la “logica” e la “razionalità” dell’Islam mentre allo stesso tempo difendono la loro fede con ragionamenti circolari e spesso contraddittori.
E’ per questo che i musulmani possono, senza alcuna apparente ironia, affermare che l’Islam è una “religione di pace”, anche quando la testimonianza della storia e delle cronache odierne contraddicono nettamente questa affermazione.
Per molti musulmani l’idea che un infedele possa rifiutare l’Islam a causa di una sincera ricerca della verità è assolutamente inconcepibile.
Per loro la verità dell’islam è evidente, quindi un rifiuto di fronte all’evidenza è motivato dal fatto che l’infedele, con i suoi argomenti confutativi, stia mentendo, ed è persino molto abile a farlo dato che risulta impossibile controbattere in maniera logica a queste “menzogne sull’islam”.
Ed é anche in quesi casi che subentra il ricorso alla taqiyya, per deviare le “menzogne dell’infedele” così che la logica della verità, definita a priori come esclusivamente islamica, possa prevalere.

La taqiyya va al di la del semplice scopo di propaganda.
L’origine etimologica della parola significa “per proteggersi da, per mantenere (se stessi).”
Include quindi anche la dissimulazione da parte dei musulmani nel dare l’idea di non essere religiosi, in modo da non creare sospetti.
Sotto queste mentite spoglie un musulmano, se necessario, può mangiare carne di maiale, bere alcolici, e persino rinnegare verbalmente la fede islamica, fintanto che “non lo intenda nel suo cuore”.
Se il risultato ultimo di una menzogna è percepito dai musulmani come utile per l’islam o utile per portare qualcuno alla “sottomissione” ad Allah, allora la menzogna può essere permessa attraverso la taqiyya.

Il concetto di taqiyyah si trova anche nel Corano:

Che i fedeli non prendano per amici o protettori gli Infedeli al posto dei fedeli: se qualcuno lo facesse, in nulla vi sarà aiuto da Allah: eccetto come precauzione, così che possiate guardarvi da loro. Ma Allah vi avverte di ricordarlo; perché l’obiettivo finale è Allah.” Corano 3:28

In questo versetto si sconsiglia ai musulmani di prendere gli infedeli per amici, a meno che farlo possa essere utile a difendere l’Islam dai suoi nemici (o percepiti come tali), possa prevenire perdite o possa proteggere i musulmani da chi li minacci per la loro fede.
In altre parole, il fine giustifica i mezzi.
Se un musulmano deve dare l’apparenza di non credere nell’islam,  ad esempio andando contro il principio generale di non avere infedeli per amici, in base alla dottrina della taqiyya ció è accettabile.

Teniamo presente che tutto ciò che un musulmano praticante considera come “buono” è tutto ció che contribuisce alla diffusione e il trionfo dell’islam. Un esempio di qualcosa di “buono” é il numero e la posizione dei membri musulmani nelle forze armate Americane, alcuni dei quali sono stati arrestati mentre cercavano di trasmettere informazioni ad al-Qaeda e altre organizzazioni terroristiche islamiche.

 

da: http://islamicamentando.altervista.org/160/

Argomento: Islam

La messinscena di Fermo: due immigrati di colore stavano rubando una macchina e hanno picchiato un italiano che cercava di impedirgielo.La Presidente della Camera, esponenti del Governo e persino sacerdoti hanno subito solidarizzato con gli immigrati ladri e violenti.

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Il buonismo dell'ex presidente del Consiglio, Massimo d'Alema, che vuole istituire l'8x1000 a favore dell'islam e costruire molte moschee.

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Il grande politologo Luttwak spiega il funzionamento delle tre moschee: "E' una catena di montaggio che comincia con una moschea simpatica, il cui l'imam non si trova mai perché è sempre a qualche incontro interreligioso, oppure in televisione per dire a tutti che l'islam è una religione di pace. Lì non si predica minimamente la violenza, mai, però si predica l'identità musulmana. Quindi tu non sei un italiano di fede musulmana, tu sei un musulmano in Italia. C'è poi un secondo tipo di moschea, meno bella, più piccola, il cui imam si trova in giro spesso per qualche incontro interfede e così via. E lui dice: poiché voi siete musulmani, avete il dovere di essere solidali con tutti gli altri musulmani del mondo. Quindi non sei un cittadino italiano, che magari si incazza con qualche nemico dell'Italia: tu sei un musulmano che vive in Italia, quindi ti devi arrabbiare con chi attacca qualsiasi musulmano, ovunque. Sono quelli che si schierano con Hamas, con chi abita nella Striscia di Gaza. Poi c'è una terza moschea, che è molto disorganizzata, molto piccola, c'è poca gente. Lì vengono quelli usciti dalla seconda e dalla prima moschea. Quelli sono i "fratelli" e quelli, sì, vogliono agire. Molti chiacchierano, però poi qualcuno agisce."

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L'apologeta Corrado Gnerre, spiega che non siamo di fronte nè a malati mentali, nè a terroristi, ma soltanto a musulmani coerenti con il Corano:
"fa specie che l’attentatore di Nizza fosse un violento con i suoi parenti, un ubriacone, uno border-line, ecc… Ciò è del tutto irrilevante ai fini dell’atto definitivo, in questo caso dell’atto del cosiddetto “martirio”: immolarsi per la Jihad uccidendo se stesso per uccidere quanti più “crociati” possibile. Anzi, proprio perché finora si è vissuti in un certo modo, cioè in maniera difforme alla legge islamica, una scelta definitiva per Allah e la Jihad può cancellare tutto e far sì che si diventi addirittura più “santi” di coloro che invece, pur professando coerentemente la fede, non riescono a decidersi per atti del genere.
Queste considerazioni ci fanno capire quanto fuorvianti siano due approcci: quello di valutare questi atti sganciandoli dal contesto religioso e quindi dalla conoscenza dell’Islam, e quello di (approccio ancora più ingenuo) considerare l’Islam come una religione tutto sommato simile al Cristianesimo
".

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L’insopportabile autorazzismo di politici e media italiani

di Riccardo Piccinato, per Azione culturale del 14/07/2016

 

In questi giorni sono avvenuti quattro episodi degni di nota, risaltati dai media italiani: la strage degli italiani a Dacca, la bufala dei bengalesi pestati in Italia “perché non sapevano il Vangelo”, l’omicidio di Fermo e la strage di Dallas. Quattro episodi, tutti molto diversi tra loro in modalità, responsabili, contesto, ma purtroppo tutti riconducibili alla matrice “razziale” del problema.

Pare però che i media di casa nostra trattino le vicende in maniera nettamente diversa, soffermandosi in particolare a sottolineare il razzismo italiano (o presunto tale). Una sorta di cieco inno all’autorazzismo italico. Vediamone alcuni stralci pubblicati o scritti a grancassa, cominciando proprio dalla tragedia di Fermo, sulla quale il ministro Alfano ha dichiarato: “Siamo qui per scongiurare un contagio nazionale, ma l’Italia è campione d’accoglienza”. Gli fa eco Renzi su Twitter: “Il governo oggi a Fermo con don Vinicio e le istituzioni locali in memoria di Emmanuel. Contro l’odio, il razzismo e la violenza”.

Lo stesso Don Vinicio afferma che tra l’aggressione al nigeriano di 36 anni e gli ordigni trovati nei mesi scorsi davanti a parrocchie attive al fianco di immigrati “ci potrebbe essere qualche collegamento”. E aggiunge: “È’ un’aggressione razzista,  sta crescendo un clima di aggressività e di razzismo”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “addolorato dal gravissimo episodio di intolleranza razziale“. “È un episodio terribile che ci dà la misura di come non si è mai vaccinati, in nessun Paese, da qualcosa che pensavamo di non vedere mai più”, ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia: “Fa rabbrividire il fatto che un uomo, scampato insieme alla sua fidanzata al terrore di Boko haram in Nigeria abbia trovato la morte in Italia, per mano di un aggressore spinto da motivi di odio razziale”.

Tocca poi al segretario regionale del Pd Marche, Francesco Comi: “E chi sbaglia, come chi, in questo caso, si è fatto strumento di odio razziale e portatore del male assoluto, deve pagare. Non può rimanere impunito”. “Da sindaco di una città accogliente e aperta da sempre all’integrazione, mi sembra di precipitare in un incubo con quanto accaduto”, è il commento del sindaco di Fermo Paolo Calcinaro.

“È d’obbligo, ma non per questo taciuta, la ferma condanna non solo per quanto accaduto ma per quanto emerge dall’episodio, ovvero lo strisciante razzismo che non può e non deve trovare spazio nel modo più assoluto nella nostra città. La mia vicinanza va anche a don Vinicio Albanesi e a chi opera nelle strutture di accoglienza, per il loro lavoro quotidiano, perché il germe del razzismo non può in alcun modo proliferare in questa comunità”.

Per non parlare poi proprio dei titoli dati dai media. Una lista infinita, ma nella quale è giusto inserire qualche esempio: “La tranquilla crudeltà di provincia”, Huffington post. “Nigeriano ucciso a Fermo, ultrà fermato per omicidio: contestata aggravante razzismo”  Il sole 24 ore, mentre NeXt quotidiano scrive addirittura : “Per Matteo Salvini è colpa della vittima” o “Ecco come Salvini giustifica l’omicidio di Emanuel” (concetti, ovviamente, mai espressi dal leader della Lega). “L’omicidio di Fermo è l’ultimo atto del profondo razzismo italiano”,  l’Internazionale. Il livello è così elevato da avviare addirittura una petizione su change.org sul tema.

In più o meno tutti gli articoli viene sottolineato direttamente o indirettamente il razzismo italico verso i migranti, a causa di sciacalli e speculatori seriali come Salvini, puntualmente accusato di essere fomentatore dei sentimenti più beceri.
Stesso taglio nei vari articoli, poi puntualmente smentiti, sulla bufala del pestaggio dei bengalesi “che non sapevano il Vangelo” in una sorta di contrappasso per i fatti di Dacca. Peccato fosse tutto inventato, ma anche in quel caso quotidiani e telegiornali non hanno perso occasione si sottolineare il terrificante razzismo italico, quasi sia diventato lo sport nazionale.

Arriviamo poi ai fatti di Dacca e Dallas, dove i razzisti sono gli altri e i bersagli sono gli occidentali. Questa volta i media italiani sembrano quasi sottolineare una presunta “colpa” degli italiani morti, sfruttatori del Paese povero come imprenditori. E in fondo pare se lo siano meritati anche i poliziotti uccisi, perché le persecuzioni della polizia negli States dovevano finire.

 

Insomma, pare proprio che per le tragedie che vedono nostri connazionali vittime ci debba essere per forza una spiegazione socialmente giustificatrice, mentre quando avviene il contrario dalle nostre parti non c’è nessuna tendenza a cercar scuse, anzi, partono le condanne a raffica. Intendiamoci, nessuno cerca né giustificazioni né scuse, ogni violenza deve essere punita. Ma perché questi due pesi e due misure?

L’autorazzismo è, a tutti gli effetti, un fenomeno culturale di massa presente nella società italiana. Il fatto che sia autoriferito, masochistico, e non offensivo verso altre culture non lo rende certamente “meno razzista” di altri atteggiamenti. È un cancro arrivato a livelli tali che lo stesso sindaco di Fermo arriva a dire, quasi in lacrime: “Non criminalizzate la città”.
I media puntano immediatamente il dito sui colpevoli o presunti tali, rei di agire con pregiudizio, con il non trascurabile dettaglio di essere mossi a loro volta da pregiudizio: un paradosso non da poco.

Una dimostrazione si ritrova proprio nei fatti di Fermo: il migrante non aveva ancora fatto a tempo a morire che le agenzie battevano già la notizia di un assassino ultrà fascista della destra razzista. Salvo poi, rivedere diverse considerazioni. Stessa cosa per la ricostruzione dei fatti: subito aperture sul pestaggio di natura fascista per poi poi scoprire, referti alla mano, che l’omicida si era difeso da un pestaggio avvenuto addirittura con pali stradali, sferrando un unico pugno che poi ha provocato la morte solo a causa di una caduta scomposta.

La gestione dei testimoni della vicenda: ci mancherebbe altro, anche loro immediatamente definiti razzisti (e come tali minacciati di morte) e inattendibili perché a “difensori” del razzista italiano per poi scoprire che sì, erano attendibili, addirittura simpatizzanti di sinistra.

L’unica cosa che non appare, ad ora, smentita, è l’insulto iniziale, quello “scimmia” inteso in sfondo razziale. Non stiamo a raccontarci frottole e ovvietà: il gesto è da condannare e rappresenta un pessimo esempio da qualunque lato lo si guardi. Ma basta questo per ritenere che tale persona debba meritare un pestaggio multiplo? Qualcuno direbbe di sì, ma non sarebbe migliore di quei fascisti violenti che tanto critica e di cui ha tanta paura.

È stato sicuramente un fatto grave e degno di nota, ma vogliamo almeno attendere la vera ricostruzione dei fatti? La verità è che la stampa sta diventando peggio dei racconti al bar dello sport: solo tifoserie attira click, a chi grida più forte razzista, antirazzista, autorazzista.

Mentre il Bangladesh ricorda anche i nostri caduti con due giorni di lutto, l’Italia è impegnata a dimenticare i suoi morti e a colpevolizzare un’intera comunità a causa di un violento. Mentre lui rappresenta tutta l’Italia, i media ci ripetono che gli attentatori islamici invece sono solo casi isolati. Forse un po’ troppo frequenti, a dire il vero. E si parla di sciacallaggio di Salvini e della destra razzista, ma a quanto pare l’unico interesse sia di stanare/inventare gli sciacalli e mai di risolvere i problemi.

Le tifoserie continuano, eppure lo scontro culturale si allarga. Segno che, forse, sarebbe completamente da rivedere il modello del matrimonio forzato tra culture, anche e soprattutto per l’imbecillità di una classe politica che non è in grado di proporre ed attuare nulla, ma solo di fare il tifo.

 

Argomento: Islam

Nella foto a sinistra: "Allah akbar", scritta di oltraggio e profanazione della statua di San Petronio patrono di Bologna, una città in cui l'accoglienza agli immigrati - senza limiti nè condizioni - è una priorità sia per il sindaco che per l'arcivescovo.

Ci sono tantissime prove che gli islamici vengono in Occidente senza alcuna intenzione di integrarsi. Ecco soltanto qualche articolo.

 

1. Dita mozzate, Madonne distrutte, Sharia: la città italiana dove governa l'islam (Libero, 27/3/2016)

... lui sta lì a far da sentinella a uno degli ingressi del «Selestan», neo-ribattezzata area a sud di Salerno, nella sconfinata Piana del Sele di Eboli. Sì, proprio dove s’è fermato Cristo ma dove Allah qualcosa da dire sembra ce l’abbia. Fracassando statue della Madonna di Lourdes al grido di «maledetti cristiani», per esempio, com’è successo non più tardi di quindici giorni fa, per opera di un immigrato musulmano che s’è anche premurato di girare verso est, in direzione della Mecca, la statua di Santa Bernadette. Ne è seguito uno scontro con la popolazione locale, infastidita dal raid islamico, con parroci, comitati di quartiere e qualche «imam» a tentare di attenuare un fuoco sempre pronto a riaccendersi sotto la cenere. Non piace molto ammetterlo ma è così, l’ordine pubblico è solo uno dei problemi legati alla concentrazione islamica in un territorio come questo, che ha un tasso di immigrazione di circa l’11%, il più alto della Campania (dopo la casertana Sessa Aurunca). Eboli conta meno di 40mila residenti, gli immigrati sono oltre cinquemila, tanto per capirci.

2. "Qui troppi simboli cristiani". Migranti scioperano a Lucca

Un gruppo di profughi pachistani, ospiti di una cittadina in provincia di Lucca, ha incrociato le braccia in segno di protesta contro i troppi simboli religiosi presenti al camposanto in cui sono impiegati.

3. "E' sbagliato", urla un musulmano magrebino, e distrugge un crocifisso in una Chiesa veneta.

4. Fidenza, musulmane vestite nella piscina pubblica.

Sono senza parole: nelle piscine pubbliche non si può fare il bagno vestiti per chiare ed evidenti ragioni di tutela igienico sanitarie. È vergognoso che questo sia stato consentito con la scusa dei motivi religiosi a dei fedeli musulmani”.

5. Milano: egiziano cosparge la moglie di benzina e le dà fuoco

Ahmed El Sayed Abdelghany è un nullafacente. In Italia è arrivato da clandestino. E irregolarmente ci è rimasto finché non si è sposato e ha usufruito del ricongiungimento familiare. La donna è arrivata nel 2007 in Italia in modo regolare, assunta da un parente che aveva un ristorante nel Pavese dove lavorava come lavapiatti e cameriera. Conosciuto l’egiziano, i due si sono sposati in quattro e quattr’otto. All’inizio hanno vissuto separati in alloggi che ospitavano rispettivamente soli uomini e sole donne. Quando si sono trasferiti a Milano, dove sono andati a vivere insieme, la marocchina ha trovato lavoro in una pizzeria dove tuttora è regolarmente assunta, mentre lui ha continuato a farsi mantenere.

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6. Sono quasi quotidiani gli stupri, i furti, le rapine, le violenze in Italia.
Ma i media non ce lo dicono.
Ecco perchè.

Raccomandazione alle Questure: nascondete i crimini dei profughi

Necessario "tutelare" i richiedenti asilo, anche se delinquono. È discriminazione al contrario

- Il Giornale, 23/10/2015

 

La gogna non è uguale per tutti. Le Questure italiane, e i comandi dei carabinieri, hanno ricevuto una strana raccomandazione, un consiglio disceso da molto in alto, una sorta di velina a uso interno.

Se un profugo, un richiedente asilo, viene denunciato o addirittura arrestato mentre sta commettendo un reato non dovete raccontarlo a nessuno. Acqua in bocca. Omertà. Silenzio. Niente comunicati stampa, nessuna soffiata ai giornalisti. L'obiettivo è tutelare il migrante. Se, infatti, uno sta chiedendo aiuto allo Stato perché magari è perseguitato in patria significa che la sua vita è in pericolo. Nome, cognome e residenza sarebbero informazioni pericolose, notizie che i «regimi» potrebbero usare per colpire lui o la sua famiglia.

Uno viene a sapere una cosa del genere e pensa: bello, uno Stato garantista. Non c'è più il mostro in prima pagina. Solo che il principio vale solo per gli ospiti. Gli italiani devono solo pagare le tasse. Niente garantismo, nessuna tutela, neppure uno straccio di presunzione di innocenza. Anzi, quando poi si va a processo c'è la gara a far scappare dalle procure notizie, intercettazioni, frullati di vita privati, perfino di chi è capitato in quelle carte per caso, senza neppure essere indagato. E c'è anche una strana regia che calcola e razionalizza i tempi politici delle indiscrezioni. Questo è il Paese dove la condanna arriva per mezzo stampa prima dei processi e dove la carcerazione preventiva viene usata come arma di ricatto e addirittura di tortura.

Per gli italiani, insomma, il garantismo è un lusso che non si possono permettere. Siano essi personaggi famosi o sconosciuti, potenti o povera gente. È una forma di democrazia della gogna. Ora perché i profughi vengono risparmiati? Non per bontà. A quanto pare il governo non vuole turbative alla linea politica sull'immigrazione. Non parlate dei delitti dei profughi perché siccome accogliamo tutti, senza alcun controllo, pubblicizzare le loro malefatte potrebbe intaccare il consenso del governo e portare voti a chi critica le maglie larghe di Alfano e company. Meglio nascondere la realtà e continuare a raccontare agli italiani che tutto va bene, che tutto è sotto controllo. E se una notizia scappa dalle Questure, nessun problema, ci penserà Renzi a coprire Alfano. La colpa sarà stata di un gufo. Magari profugo.

 

Argomento: Islam

 L'avvertimento: "Vi spiego perché le vostre figlie avranno il velo"

 

«Allora ti vengo a prendere domani, arrivi con l' aereo delle velate».

Mi scusi, onorevole Sbai, ma chi sono le velate?
«Le italiane, mia sorella le chiama così. Quando vado a trovarla a Casablanca mi vede scendere dall' aereo che arriva da Roma circondata da marocchine immigrate. Sono tutte velate, vestite di nero, con gli occhi bassi».

E non è normale?

«Per niente. Sono arrivata in Italia a 19 anni, per amore, e prendo quell' aereo dagli anni '80. Era un tripudio di voci e colori. Sbarcavano sorrisi, donne felici, vestite di arancione, giallo, azzurro. Ora sembrano tutte vedove, solo che il marito è vivo e il lutto che portano è per la loro vita. La cosa terribile è che sono partite dal Marocco libere. Sono diventate schiave in Italia».

Mi spiega più nel dettaglio questo processo di schiavizzazione?
«L' islamico arriva in Italia per lavorare e ha tutte le difficoltà dell' immigrato: è solo, disorientato, debole. Ma noi non lo integriamo, non gli diamo i nostri valori, le regole, i costumi, ce ne disinteressiamo con la scusa di rispettarlo. Così l' unico riferimento che gli resta è la moschea fai da te. Lì predica un imam che risponde direttamente a Riad, quando non a Raqqa, e su cui lo Stato non esercita alcun controllo e l' immigrato impara l' islam estremista. Quando torna a casa lo impone alla famiglia. Quando poi in un palazzo la prima donna porta il velo, il gioco è fatto, gli altri mariti per dimostrare di essere loro a comandare in casa, lo impongono alle loro mogli. E, quando compiono 11 anni, alle figlie».

Il Qatar finanzia la costruzione di 33 nuove moschee in Italia...
«Non dovremmo consentirlo. Diventeranno vivai di terroristi. Il Marocco chiude le moschee integraliste, noi le apriamo. Siamo ignoranti, non capiamo che la seconda generazione farà più danni della prima. Nell' islam lo scontro tra padri e figli è più forte che in Italia ed è capovolto: nell' islam i giovani sono più rigidi e tradizionalisti dei padri. Io la chiamo la generazione dei convertiti, perché sono passati dall' essere musulmani a essere fanatici».

Com' è potuto accadere?
«La prima ondata migratoria, negli anni '80, era culturale o di lavoro qualificato; erano pochi, arrivavano da un islam pacificato, volevano integrarsi e avevano curiosità per il diverso, come l' avevo io. Poi è arrivata l' immigrazione rurale, su cui ha avuto presa l' islam estremista salafita predicato in molte moschee. Si è formata una comunità poco aperta al dialogo ma ancora rispettosa delle leggi. Ora tocca ai figli, che dovrebbero integrarsi in un' Italia in crisi, di valori ed economica. Non hanno lavoro né soldi ma vedono i soldi dei loro coetanei italiani, e non hanno neppure la propensione al sacrificio dei loro padri. Sono carne da macello per il jihad, migliaia di potenziali reclute del terrorismo islamico».

Come avviene il reclutamento?
«Con i soldi. L' Arabia, lo Yemen, il Qatar, l' Isis, fanno arrivare soldi alle moschee. I giovani vengono coccolati, pagati, viziati. Cadono nella rete e non possono più venirne fuori. Verrebbero uccisi se ci provassero».

Ma l' Italia cosa può farci?
«Deve smettere di dare soldi alle associazioni islamiche, perché vengono usati per fare proselitismo. E deve imporre il proprio modello, non lasciar fare. L' integrazione dev' essere obbligo non optional. Servono regole e divieti, perché gli estremisti vanno dove hanno più libertà. La nostra tolleranza ci condanna; gli islamici la interpretano come debolezza, si esaltano, ci giudicano molli e incapaci e attaccano. La conquista dell' Occidente è stata pianificata nella penisola araba negli anni '90. Punta a radicalizzare lo scontro e islamizzare l' Occidente infedele. È stata messa a bilancio una somma, sono state costruite moschee, formati imam, spediti in Europa soldi, armi e uomini per fare proselitismo».

Le aggressioni di Colonia rientrano in questo piano?
«Certo, alla voce terrorismo sessuale. È stata una rappresaglia. Dopo che la Merkel aveva annunciato una stretta sull' accoglienza e sulle norme anti-terrorismo è esplosa la rabbia integralista. Stuprare le donne del nemico è uno dei più classici atti di guerra».

Le donne occidentali hanno sottovalutato l' episodio?
«Le donne occidentali sono più buone e tolleranti con gli immigrati islamici che le stuprano che con i loro mariti. Immagini se quello di Colonia fosse stato un raid dell' estrema destra cosa avremmo sentito. Queste signore radical chic con la borsa Hermés che dicono che non bisogna strumentalizzare gli stupri di Colonia sono prigioniere dei loro stereotipi e non possono più tornare indietro. Identificano l' immigrato con il debole e non vedono altro. Ma così lo trattano da inferiore, sempre da immigrato e mai da uomo, si preoccupano solo di mettergli il panino in bocca. È un misto di buonismo perverso e ingenuità».

Cosa possono fare le donne italiane per le islamiche d' Italia?
«Farle uscire di casa, creare una rete amicale, degli incontri. E battersi contro il velo».

Dovremmo vietarlo in Italia?
«Il burqa, ma anche il velo. Difendere il velo non è rispetto per la cultura islamica ma complicità con chi sottomette le donne. Non conosco donne che portino il velo con orgoglio».

Ultimamente alcuni grandi stilisti occidentali hanno firmato collezioni con la donna velata...
«Sono contrarissima. Gli stilisti studino la moda marocchina, con capi bellissimi e rigorosamente senza velo. Avanti così, i padri italiani tra qualche anno si vedranno tornare a casa le figlie con il velo. Si comincerà per gioco, per imitare la compagna di classe, ma non si sa come finirà».

La Serracchiani in Iran ha esibito il velo, pubblicando un' allegra e orgogliosa fotogallery...
«Doveva rifiutarsi, per le straniere è obbligatorio solo in moschea. Ha voluto essere più realista del re. La Fallaci era diversa, non si mise il velo neppure davanti a Khomeini. Altre donne e altri tempi, l' Occidente è regredito. E la prova sono le velate. Oggi il Marocco importa estremismo dall' Italia. Da ragazza andavo in spiaggia in costume da bagno, ora non potrei. L' islam estremista, quello arabo-wahabita, attraverso l' Europa sta conquistando Paesi musulmani dove non aveva mai attecchito in centinaia d' anni».

Pensa che anche i media abbiano delle responsabilità?
«Enormi. I media hanno fame di islam integralista. Ormai in tv se non hai il velo non sei ritenuta attrezzata per parlare di islam, non ti chiamano come esperta di mondo arabo. Io sono un' eccezione, ma lo devo anche all' esperienza politica. E pensare che ero venuta in Italia per laurarmi in Lettere e studiare Petrarca e Leopardi».

E poi cos' è successo?
«Alla Sapienza mi hanno detto che di studiosi di Leopardi ne avevano tanti e che serviva qualcuno che si specializzasse in diritto islamico, per confrontarsi con il mondo arabo. Ho avuto un osservatorio privilegiato per studiare il fallimento dell' integrazione e della società multiculturale».

I moderati islamici chiedono un' intesa con lo Stato che regolamenti e dia diritti alla religione musulmana in Italia. Cosa ne pensa?
«Assolutamente no, la comunità islamica non ha nessun referente autorizzato a trattare. Sono tutte associazioni rappresentative solo di loro stesse. Sarebbe il caos, esattamente come nel mondo arabo di oggi».

C' è chi dice che l' islam è una religione che si nutre di violenza...
«Sono già destinataria di tante fatwe, non vorrei arricchire la collezione. C' è perfino una vignetta in cui vengo minacciata di morte».

Rischiamo un' altra fatwa, via...
«Posso dirle che alcune sure inneggiano alla guerra e alla sottomissione delle donne. Ma non è il punto decisivo, analoghi passaggi ci sono nella Bibbia. Il problema è che oggi in Europa l' islam moderato non esiste più, non parla, non scrive, neppure interessa».

Lei è cattolica o musulmana?
«Io sono laica. Ma posso dirle che in Italia non c' è libertà religiosa. Penso a Rachida, uccisa dal marito a Brescello perché si è convertita. In Italia i musulmani convertiti al cristianesimo non possono nemmeno indossare un crocifisso, pena la morte».

Cosa pensa del Papa, molto aperto al dialogo con l' islam?
«Che non si discute, è il Papa. Io sono arrivata con Wojtyla, grande politico e anticomunista. Di Ratzinger ho amato l' autenticità. Bergoglio non capisco dove vuole andare a parare. Dovrebbe occuparsi di più della mancanza di libertà religiosa dei cristiani nel mondo, e perfino in Italia».

Come mai è una così fervente anticomunista?
«Sono nata musulmana. La sinistra coccola gli islamici ma forse ignora che l' islam odia il comunismo almeno quanto il cristianesimo. Comunque sì, sono di destra, ho bisogno di regole, ordine. Mio padre invece era socialista, un medico, un musulmano illuminato, che ha mandato me e i miei sette fratelli alla scuola francese. E anche mia madre lo era».

I partiti di centrodestra li ha girati un po' tutti...
«Non li ho girati tutti, sono entrata nel Pdl da An. Ora a destra c' è solo la Lega, e quindi sono emigrata. Sono convinta che Salvini abbia le doti per diventare premier».

Non è troppo estremista?
«Al contrario, il suo difetto è che è un buono. E poi basta accusarlo di populismo e razzismo. Interpreta l' insofferenza mia e di molti verso il disordine. Gli italiani sono disperati, i giovani vanno via. Tra trent' anni rischiamo di essere completamente islamizzati».

Berlusconi le manca?
«Lui esiste ancora, ma solo lui. Se vuole far sopravvivere Forza Italia deve cambiare del tutto la classe dirigente. Mi manca molto in politica estera. Aveva capito gli arabi, teneva in pugno la Libia. Tra i motivi principali del complotto internazionale che l' ha destituito c' era la volontà di Usa e mezza Europa di sostituirlo nei rapporti privilegiati con molti Paesi arabi».

Complotto internazionale?
«Partiti e politici islamici sono profondamente antidemocratici, divisi e incapaci di gestire il potere. I dittatori erano funzionali alla stabilità del Medio Oriente e avevano rapporti consolidati con l' Europa. L' Arabia per ragioni economiche e religiose e gli Usa per ragioni economiche e politiche hanno voluto cambiare lo scenario puntando sui partiti religiosi e sono nate le primavere arabe. L' Europa non ha capito e ci è cascata, uscendone con le ossa rotte, ma anche Usa e Arabia hanno sbagliato i calcoli».

Perché?
«Per l' incapacità dei partiti islamici di governare, basta vedere quello che è successo in Egitto. È il Paese culturalmente più attrezzato e non a caso sono scesi in piazza in 30 milioni contro i Fratelli Musulmani».

E cosa pensa dell' Isis? Ha appena vinto il premio Nabokov con «Isis, il palcoscenico dell' orrore», il suo libro sullo Stato Islamico...
«È il risultato del fallimento delle primavere arabe. Agli estremisti sunniti è stata data una terra, tra Iraq e Siria, per portare la guerra in aree sciite, fino alle porte dell' Iran. L' Isis è un problema interno all' islam. Ora si troverà un accordo per spartirsi la Siria e lasciare una via di fuga ad Assad».

Di Putin possiamo fidarci?
«Conosce l' islam meglio di tutti, per averlo sconfitto in casa. Se vogliamo battere l' Isis militarmente dobbiamo farlo attraverso di lui. Gli Stati Uniti, abbiamo visto in Iraq e Afghanistan, non ne sono capaci. L' Europa non ne ha le forze e l' Italia non è nulla».

Pietro Senaldi
Libero, del 18/1/2016
 

Argomento: Islam

Il cardinale Burke: "La Chiesa abbia paura dell'islam"

Il cardinal Raymond Burke in un libro-intervista spiega perché l'islam vuole conquistare l'Occidente: "Musulmani e cristiani sono diversi nella relazione con Dio"

 

Raymond Burke è famoso per essere uno dei cardinali di Santa Romana Chiesa più fedeli all'ortodossia. Infatti, è tra coloro che, durante il Sinodo sulla famiglia, ha più volte contrastato gli sconti sulla fede: adulterio, divorzio, convivenze, gay e tutte le altre concessioni contrarie al cristianesimo. Niente divisioni, certo. Ma divergenza di opionioni con la linea "tedesca" di cui il Papa sembra fidarsi.

Anche sull'islam e sulla relazione tra musulmani e Occidente, Burke ha le idee chiare. E le ha messe nere su bianco in un libro-intervista dal titolo: "Hope for the World: To Unite All Things in Christ". Parole che alla luce di quanto accade in Normandia, Germania e Francia in questi giorni hanno il sapore della profezia.

"La Chiesa abbia paura dell'islam"

Secondo Burke, la Chiesa dovrebbe "avere paura dell'islam" e in particolare della sua incapacità di convivere insieme ad altre religioni. L'islam è minaccia, un pericolo per l'unità del mondo occidentale. "Non c'è dubbio che l'Islam vuole governare il mondo - ha scritto il patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta - Quando i musulmani diventano una maggioranza in qualsiasi paese poi hanno l'obbligo religioso di governarlo".

Un modo per dire che se tutto dovesse rimanere così come è, con la totale apertura del mondo occidentale a qualsiasi richiesta venga dalla cultura musulmana, il futuro non potrà che essere quello del dominio islamico sull'Europa. E questo perché "per sua natura", l'islam oltre che religione "deve farsi anche Stato". Ovvero permeare con la legge islamica tutte gli aspetti della società e del governo dove i musulmani vivono. A tutto ciò basta sommare la massiccia immigrazione e la frittata è fatta. I fedeli di Allah lo sanno e per questo non hanno timore a dire che la "sharia sarebbe una cura per la decadenza dell'Occidente".

"È importante - ha aggiunto Burke - che i cristiani si rendano conto delle differenze radicali tra Islam e cristianesimo in materia di loro insegnamento su Dio, sulla coscienza, ecc. Chi conosce davvero l'Islam, comprende facilmente che la Chiesa dovrebbe averne paura".

In una recente intervista a Religion News Service, inoltre, il cardinale ex prefetto del tribunale della Segnatura apostolica, ha ribadito che l'unico modo per rispondere alla diffusone dell'islam è recuperare la fonte cristiana dell'Europa. Le sue radici.

Argomento: Islam

 Presentiamo un lungo studio di Gianluca Martone. Per motivi tecnici viene completato cliccando su "Leggi tutto".

LE DONNE TEDESCHE STUPRATE DAGLI IMMIGRATI

da http://caserta24ore.altervista.org/19072016/le-donne-tedesche-stuprate-dagli-immigrati/ del 19 luglio 2016

 

Nel corso di questi ultimi mesi, si stanno diffondendo in Germania i casi di stupri commessi da parte degli immigrati sulle donne tedesche, fenomeno molto preoccupante e di inaudita gravità, che necessita di un’analisi corretta e precisa.

Di recente, si è conclusa l’inchiesta della polizia federale tedesca sugli agghiaccianti fatti avvenuti a Colonia nella notte di Capodanno. Sono i numeri più di ogni altra cosa a dare la misura di quanto è successo durante il Capodanno tedesco 2016: 1.200 le donne vittime di aggressioni sessuali in strada in una sola notte in tutto il Paese — delle quali 650 a Colonia e 400 ad Amburgo —; 2.000 gli aggressori, che quasi sempre hanno agito in gruppo; 120 gli indagati, in maggioranza provenienti dal Nordafrica e almeno la metà arrivati in Germania nell’anno precedente. Soltanto quattro (sì, quattro) le condanne.

È quanto emerge dal rapporto della Polizia federale anticipato ieri dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, e dalle emittenti Ndr e Wdr. «Dobbiamo aspettarci che non riusciremo a individuare i responsabili di molti di questi reati» ha dichiarato il presidente della polizia federale Holger Münch. Da quella notte la Germania non è più la stessa, scosso come mai il tradizionale senso di sicurezza nei luoghi pubblici che è una delle condizioni della libertà delle donne nel Paese. Uno choc che ha costretto la cancelliera Angela Merkel a tirare il freno sulla politica di accoglienza nei confronti dei rifugiati siriani.

Intanto ci sono voluti sette mesi perché fossero resi noti i primi dati raccolti dalla commissione d’inchiesta «Silvester» («ultimo dell’anno») su quello che la polizia ha definito «un fenomeno criminale nuovo», gli attacchi di gruppo alle donne durante eventi di massa: a Capodanno sono stati in tutto 642 i reati puramente sessuali, per i quali sono stati indagati 47 sospetti; 239 quelli in cui le molestie sono state accompagnate da furti o borseggi e 73 i relativi indagati. Sono avvenuti, oltre che a Colonia e Amburgo, anche a Stoccarda e Düsseldorf tra le altre città. Gli aggressori — è il dato che ha sconvolto l’Europa — sono quasi tutti stranieri, perlopiù nordafricani e circa la metà è arrivata in Germania da meno di 12 mesi: «C’è un legame tra l’emergere di questo fenomeno e l’ingente immigrazione del 2015» ha sintetizzato burocraticamente alla commissione d’inchiesta il presidente della polizia federale Münch. Secondo il quale inoltre «non ci sono prove» che le aggressioni siano state pianificate, contrariamente a quanto detto a caldo dal ministro della Giustizia Haiko Mass, che aveva parlato di «criminalità organizzata». Il rapporto, lungo 50 pagine, deve essere ancora sottoposto ai Land (gli Stati federali) prima di essere pubblicato ufficialmente. Ma alcuni elementi sono già evidenti.

Prima di tutto l’impreparazione della polizia: non solo non è riuscita a fermarlo, ma non ha neppure capito ciò che stava succedendo quella notte. E poi la difficoltà di perseguire le molestie di gruppo: Münch la ha attribuita a «ostacoli investigativi», perché non c’erano immagini chiare degli aggressori e le vittime non sono state in grado di riconoscerli o descriverli nel dettaglio. Anche quando c’erano però, non è bastato. Ad Amburgo, dove il numero delle molestie sessuali è stato ancora più alto che a Colonia, un fotografo amatoriale ha scattato inconsapevolmente sei foto dall’alto delle aggressioni nella Große Freiheit (ironicamente «grande libertà»), la strada con più locali della città dove si era ritrovata la folla che festeggiava il nuovo anno. Alcuni dei presunti colpevoli sono stati arrestati. E poi tutti rilasciati anche se erano stati identificati. Il diritto tedesco infatti permetteva di perseguire una violenza sessuale solo se le donne dimostravano di essersi opposte con la forza. E se un determinato reato veniva attribuito nello specifico alla persona che lo aveva commesso. Le mani che a Capodanno hanno molestato le donne tedesche invece sono rimaste anonime.

D’ora in poi però non sarà più così: la scorsa settimana è stata approvata la nuova legge sui crimini sessuali battezzata «No significa No» che punisce con pene fino a due anni tutti coloro che fanno parte del gruppo degli aggressori, anche se non hanno esercitato la violenza di persona ma si sono limitati a renderla possibile.
Inoltre fa sì che sia più facile espellere gli stranieri che hanno commesso reati: potranno essere respinti anche in Paesi dove potrebbero essere perseguitati. Infine introduce il reato di «molestia sessuale», finora non contemplato esplicitamente dal codice e soprattutto prevede che sia considerato violenza qualsiasi atto imposto contro la «volontà riconoscibile» della vittima. Erano anni che il movimento delle donne tedesco chiedeva queste modifiche, che alcuni anche tra nell’Unione cristiano democratica della cancelliera consideravano troppo ampie. Lo choc provocato dai fatti di Colonia ha permesso che venisse approvata in pochi mesi.

Gli eventi di quella notte furono agghiaccianti, in particolare il gioco arabo dello stupro, come riportò “il Giornale”.
Provate a immaginare una donna che cammina per strada e che ha solo una colpa: veste all’occidentale e non è accompagnata da un uomo appartenente alla sua famiglia. Improvvisamente viene circondata da un gruppo di uomini, dieci, venti talvolta di più. Alcuni la circondano, altri fanno da palo e sviano i curiosi. Dal gruppo si staccano tre o quattro che iniziano a toccare i seni della poveretta, le toccano il sedere, se ha la sventura di portare la gonna, gliela alzano, le strappano le mutande e le infilano le mani nelle parti intime tra risa e scherni.

In internet gira il video di una donna filmata durante questa pratica: se ve la sentite ascoltate il suo urlo. E’ agghiacciante. Le più fortunate vengono lasciate andare, le altre vengono violentate dal branco. La pratica si chiama Taharrush ed è segnalata nei Paesi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita, ma anche in Tunisia, in Egitto, in Marocco, soprattutto al termine del Ramadan ma in genere in occasione di grandi assembramenti. Perché la folla è ricercata dagli uomini che praticano le molestie di gruppo, la folla aiuta, nasconde, relativizza, la folla aiuta a punire le donne non velate. Come quelle che festeggiavano l’avvento del nuovo anno a Colonia e nelle altre città tedesche la notte di Capodanno.

La Bild l’altro giorno ha pubblicato i verbali delle donne che sono state aggredite. E’ un resoconto dell’orrore. A tutte hanno cercato di infilare dita nelle parti più intime. A tutte sono stati palpati seni e sedere. Tutte sono state circondate, umiliate, derubate. Alcune sono state violentate.

Pochi giorni dopo questi eventi orribili, il collega Andrea Riva de “il Giornale” ha riportato il rapporto di polizia con le testimonianze di quella notte nefasta per moltissime donne tedesche:” La Bild online rende pubblico il protocollo della polizia di Colonia che descrive, nel tipico gergo burocratico, le molestie, le violenze e i furti subiti dalle donne nella notte di Capodanno. Il “protocollo della vergogna” riporta, minuto dopo minuto, quello che è successo nella piazza della stazione centrale.

Tra le altre cose, si legge: “Ore 0:50, piazza del Duomo: più donne vittime. A tutte hanno cercato di infilare dita nella vagina, non riuscito grazie a collant. A tutte sono stati palpati seni e sedere. Una vittima è stata penetrata con un dito. Alle donne sono stati rubati soldi, documenti, iPhone e carte di credito”. “Ore 03:40, piazza del duomo: gruppo di 20 uomini nordafricani ha infilato mani nel pantalone davanti. In seguito rubato portafoglio. Furto: contanti e portafoglio”. O ancora: “Ore 01:30, Breslauer Platz: infilata mano nel pantalone, palpeggiato il sedere. Messa mano nella borsa, rubato il telefonino e toccata dappertutto. Telefonino via”. Scorrendo le descrizioni raccolte durante la notte risulta sempre più incomprensibile il tweet con cui la polizia di Colonia annunciava ufficialmente, al mattino del primo gennaio, che tutto si era svolto pacificamente.

A mezzanotte esatta un altro rapporto: “Ore 0:00: vittima infastidita da un gruppo di persone. Lei e la madre sono state palpeggiate, una persona ha cercato di baciarle mentre un complice rubava il portafoglio dalla borsa. Rubato il portafoglio con diverse carte di credito”. Ci sono anche vittime maschi nel “protocollo della vergogna”. Alcuni erano soli, altri accompagnavano amiche o fidanzate. “Ore 0:30 vittima maschile e femminile: gruppo di 20 uomini nordafricani bloccavano le vittime e infilavano mani nei pantaloni. Alla fine rubavano il portafoglio”.

Questi orrori rappresentano la terribile conferma di cio’ che avvenne alcuni anni fa ad una giovane ragazza tedesca. Un immigrato islamico, in Germania, si vanto’ di avere stuprato insieme ai suoi compagni una ragazza vergine. E’ talmente certo della ‘normalità’ della cosa, dal raccontare alle telecamere i particolari: Breve trascrizione – Ragazzi, eravamo in sette. Alcuni sul pavimento, tre sul letto. Era un letto da cuccetta. – Adin spense la luce e l’abbiamo fottuta. Adin l’ha deflorata, era vergine. Immagina! Era vergine! – E noi eravamo in sei ancora in attesa, davanti al letto. E lui bang! bang! – Poi noi sei ci siamo buttati sul letto: lei gridava e si opponeva, lottava.
– E amico, Sinan e gli altri. Uno dopo l’altro, amico. Vergine, amico! – Lei piangeva dopo lo stupro, e non poteva reggere ancora. E noi, come maiali le abbiamo sputato addosso. Sperma e sporcizia sopra tutto il suo corpo
.

Per comprendere nel migliore dei modi questi fatti gravissimi, sono molto interessanti le parole pronunciate dall’economista e sociologo Gunnar Heinsohn, che insegna presso la scuola NATO a Roma, in un’intervista alla Neuen Zürcher Zeitung di quello che sta per accadere ai cittadini europei in un futuro molto prossimo. E’ stato nel Califfato, e ne ha tratta una visione del nostro futuro cupa, con l’arrivo dei profughi. Ha assistito a stupri di massa di donne yazidi e cristiane, al traffico di donne tra i giovani combattenti, la decapitazione di uomini europei, e più e più volte alla proclamazione diretta ai kuffar, i miscredenti: “le vostre donne saranno le nostre puttane, i vostri figli nostri schiavi!”

Heinsohn fa un’analisi interessante delle motivazioni che spingono i cosiddetti profughi (al 90 per cento giovani maschi) a lasciare la Siria e gli altri Paesi islamici: la carenza di donne. La loro, dice in sostanza, è una jihad sessuale. La società occidentale si basa sul matrimonio monogamo, questo la rende equilibrata e pacifica: ogni uomo ‘ottiene’ la sua donna. Nelle società islamiche non è così, vige la poligamia: il maschio dominante (per qualsiasi motivo, ricchezza o brutalità) prende più mogli. Questo restringe la quantità di donne a disposizione, lasciando orde di maschi islamici in quella che Heinsohn definisce ‘modalità caccia-e-saccheggio permanente‘. In altre parole: quando un centinaio uomini dominanti hanno ciascuno quattro mogli, poi ci sono trecento uomini lasciati a mani vuote. Quindi non è la guerra, ma la mancanza di donne nel proprio paese che ha spinto questi giovani in Europa. Quindi, dice il sociologo, dobbiamo prepararci a “ migranti aggressivi, con interessi primari di base, tanto tempo a disposizione e che, molto ben collegati tra di loro con gli smartphone, vanno a caccia di femmine nelle loro vicinanze, che a loro volta, non possono difendersi e sono lasciate senza protezione“.

La collega Annalena Benini sul Foglio esamino’ accuratamente la causa di questi gravissimi episodi:” La prevalenza del maschio ha avuto la sua espressione plastica, carnale, aggressiva e nuova a Colonia (e in almeno altre tre città tedesche) a Capodanno: donne assalite da uomini, soprattutto giovani, arabi e nordafricani. Un rito di umiliazione, ma anche la dimostrazione di una forza maschile, di una pericolosità che può facilmente organizzarsi e attaccare i simboli e i corpi, la libertà e la vita come la conosciamo, come vogliamo viverla e come ci appartiene. Donne minacciate non solo fisicamente da uomini soli, donne occidentali, europee, aggredite da chi è venuto in Europa a cominciare un’altra vita o a odiare la nostra.

Molti giornali inglesi e americani (e anche Lucia Annunziata ieri sull’Huffington Post) hanno individuato una questione “maschilista” in quest’ondata di migranti “senza precedenti nella storia” (un milione solo lo scorso anno), anzi uno squilibrio: la stragrande maggioranza, un numero sproporzionato di migranti, sono, secondo conti ufficiali, giovani, non sposati, uomini non accompagnati. Partono soli, arrivano soli (ma molti sperano, una volta concesso l’asilo, di riunirsi con le proprie mogli e i figli). Più dei due terzi dei rifugiati che hanno raggiunto la Grecia e l’Italia, registrati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono uomini. Un quinto sono minorenni (la metà arriva senza genitori), il resto giovani adulti soli. In Svezia, paese che è stato particolarmente trasparente nelle statistiche sulle migrazioni, dallo scorso novembre il settantun per cento di tutti i richiedenti asilo è di sesso maschile. Più del ventun per cento, minori non accompagnati: undici ragazzi per ogni ragazza. Sono numeri molto maggiori di quelli cinesi, dove pure c’è un allarme sociale per mancanza di ragazze. “Comunque venga considerata la responsabilità per gli assalti di massa alle donne tedesche – scrive il Times – la crisi dei rifugiati rischia di distorcere l’equilibrio di genere in tutta Europa e nel medio oriente”.

Politico, magazine americano, ha pubblicato un lungo articolo intitolato: “Europe’s man problem”, spiegando che “potrebbe sembrare sessista in apparenza, ma anni di ricerche hanno mostrato che le società dominate dagli uomini sono meno stabili, perché più aperte ad alti livelli di violenza e maltrattamento delle donne”. Scrive il Times che ci sono sicure “correlazioni fra un equilibrio di genere distorto, specialmente se combinato con un ‘incremento di giovani’ e l’aumento della violenza, della radicalizzazione, il pericolo di rivolta, la radicalizzazione e la propensione a fare la guerra”. L’equilibrio va gestito dai paesi che portano il peso del flusso migratorio, ma la connessione è questa: molti uomini (senza donne), molta violenza. E molti uomini che odiano le donne, spesso in nome del fanatismo religioso, di un’idea di dominio, e vedono nella loro libertà di vivere, camminare, bere, ballare, baciare, un’offesa e insieme un’eccitazione, una provocazione insomma (anche senza jihadisti, che comunque sono, nella stragrande maggioranza degli attacchi terroristici, giovani uomini adulti senza legami).

Il Canada ha già chiuso le porte, per il 2016, a uomini soli dalla Siria (teenager non accompagnati e giovani maschi adulti): potranno entrare donne, bambini accompagnati e famiglie. Perché il normale rapporto tra i sessi è un “bene pubblico” e lo squilibrio genera mostri, e li moltiplica.

Queste agghiaccianti analisi fu confermata anche da un’imam di una moschea di Colonia, il quale è voluto tornare sui fatti della notte di Capodanno, sugli stupri ai danni delle donne tedesche ad opera di centinaia di immigrati. La guida religiosa ha voluto dire la sua. Anzi, ha deciso di “difendere” i profughi stupratori. Secondo Sami Abu-Yusu, imam della moschea Al Tawheed, infatti, la colpa delle violenze non è da imputare agli islamici e immigrati, ma al profumo delle donne. Avete capito bene. Al loro profumo: in pratica se una donna europea decide di comprarsi un buon profumo e ha la “folle” idea di indossarlo, dovrà sapere che in questo modo istiga gli uomini a violentarla. Ma la colpa, dice l’imam, non è di chi non rispetta le regole europee, di chi considera le donne poco più di un oggetto. Ma delle ragazze, accusate di vestire troppo all’occidentale e di essere troppo poco consone ai dettami dell’islam.

Gli eventi di Capodanno – ha detto l’imam in un’intervista rilasciata ad una tv russa e ripresa dal Daily Mail – sono colpa delle donne, perché erano seminude e indossavano il profumo”. “Non mi stupisce che gli uomini le abbiano attaccate – aggiunge – Vestire così è come gettare benzina sul fuoco”.

Nonostante queste incredibili affermazioni, non poteva di certo mancare lo sciacallaggio dell’osservatorio antifascista, come riportò il “Giornale”:” Le giustificazioni dell'”osservatorio antifascista” sui fatti di Colonia, dove circa mille immigrati hanno violentato più di 100 donne, rappresentano in tutta la sua ideologia il pensiero medio di chi, pur di difendere gli immigrati, s’inventa scuse assurde. Che mai avrebbe adottato per uno stupratore italiano. “Gli accusati, molto probabilmente – si legge nel post di Facebook – sono fuggiti da guerre, carestie e indigenze varie. Si saranno sentiti emarginati e in carenza di affetto, quindi hanno agito di conseguenza”.

Carenza di affetto. Se non fosse ancora rintracciabile online, potreste non crederci. Invece è così: pur di regalare una via d’uscita dal crimine che hanno commesso a quei “profughi”, gli “antifascisti” tirano fuori dal cappello la carenza d’affetto. E allora perché non giustificare anche i fidanzati che, abbandonati dalla ragazza, violentano e uccidono le loro “amate”. Nessuno sarebbe in grado di sostenere una tesi del genere. Ma gli “antifascisti” sì, solo se a commettere il reato sono gli stranieri. Poveri. È evidente che chi è in fuga da guerre, senza una casa, sia legittimato a stuprare e derubare delle donne indifese. Tutto torna. In fondo, sempre sullo stesso post si legge: “Non sono stupratori, non è giusto chiamarli in modo tale, ma andrebbero chiamati al massimo molestatori”.

Argomento: Islam

Per conoscere la storia del dialogo con l'islam, si consiglia la lettura di questo appassionante volume: http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=3111

 

Nizza: la guerra di religione continua

di Roberto de Mattei

 

Ha ragione Papa Francesco quando, da oltre un anno, afferma che è già in corso la “terza guerra mondiale”, combattuta “a pezzetti”, ma bisogna aggiungere, che si tratta di una guerra di religione, perché religiosi sono i moventi di chi l’ha dichiarata, e rituali sono perfino gli omicidi che in suo nome vengono perpetrati.

Francesco ha definito il massacro di Nizza un atto di “violenza cieca”, ma la furia omicida che ha spinto il conducente del Tir a seminare la morte sul Lungomare di Nizza, non è un atto irrazionale di follia: nasce da una religione che incita all’odio e istiga alla violenza. Gli stessi moventi religiosi hanno provocato i massacri del Bataclan di Parigi, degli aeroporti di Bruxelles e di Istanbul e del ristorante di Dacca. Tutti questi gesti, per quanto barbari, non sono “ciechi”, ma  fanno parte di un piano lucidamente esposto dall’Isis nei suoi documentii

Il portavoce dell’Isis Abu al-Adnani, con un audio diffuso a fine maggio su Twitter ha invitato ad uccidere in Europa in nome di Allah con queste parole: “Spaccagli la testa con una pietra, macellalo con un coltello, investilo con l’auto, gettalo da un luogo elevato, soffocalo o avvelenalo”. Non diversamente si esprime il Corano nei confronti degli infedeli. Continuare a ignorarlo è segno, questo sì, di cieca follia.

Ci si illude che la guerra in corso non sia quella dichiarata dall’Islam all’Occidente, ma una guerra che si combatte all’interno del mondo musulmano e che l’unico modo per salvarsi sia di aiutare l’Islam moderato a sconfiggere l’Islam fondamentalista, Ma l’Islam moderato è una contraddizione perché nella misura in cui i musulmani si secolarizzano e si integrano nella società occidentale, cessano di essere musulmani, o diventano dei musulmani non osservanti, dei cattivi musulmani. Un vero musulmano può rinunciare, per motivi di opportunità, alla violenza, ma la considera sempre legittima nei confronti dell’infedele, perché così insegna Maometto.

La guerra in corso è una guerra contro l’Occidente, ma è anche una guerra contro il Cristianesimo, perché l’Islam vuole sostituire la religione di Maometto a quella di Cristo. Per questo l’obiettivo finale della conquista non è Parigi o New York, ma la città di Roma, centro dell’unica religione che, fin dalla sua nascita, l’Islam vuole annientare.  La guerra a Roma risale alla nascita stessa dell’Islam, nell’VIII secolo. Hanno come obiettivo Roma gli arabi che e nell’830 e nel 846 occupano, saccheggiano e poi sono costretti ad abbandonare, la Città Eterna. Hanno di mira Roma i musulmani che decapitano gli 800 cristiani di Otranto nel 1480 e quelli che sgozzano i nostri connazionali a Dacca nel 2016.

Si tratta di’ una guerra religiosa che l’Isis ha dichiarato contro l’irreligione dell’Occidente, e contro la sua religione, che è il Cristianesimo. Ma nella misura in cui il Cristianesimo si secolarizza spiana la strada al suo avversario, che può essere vinto solo da una società dall’identità religiosa e culturale forte. Come osserva lo storico inglese Christopher Dawson, è l’impulso religioso che fornisce la forza di coesione a una società e a una cultura. “Le grandi civiltà non esprimono dal loro seno le grandi religioni come una specie di sottoprodotto culturale; le grandi religioni sono la base su cui poggiano le grandi civiltà. Una società che ha perduto la sua religione è destinata presto o tardi a perdere la sua cultura.”  

Questa guerra religiosa è ormai una guerra civile europea, perché si combatte all’interno   delle nazioni e delle città di  un continente invaso da milioni di migranti. Si sente ripetere che di fronte all’invasione dobbiamo costruire ponti anziché erigere muri, ma una fortezza assediata si difende soltanto sollevando il ponte levatoio e non abbassandolo. Qualcuno comincia a capirlo. Il governo francese ha previsto l’esplosione di una guerra civile destinata a svolgersi soprattutto all’interno dei grandi centri urbani, dove la multiculturalità ha imposto l’impossibile convivenza di gruppi etnici e religiosi diversi. Il 1 giugno 2016 un comunicato dello Stato maggiore ha ufficialmente ha annunciato la creazione di una forza convenzionale dell’esercito. «il Comando di Terra per il territorio nazionale” (COM TN)», destinata a combattere la jihad sul territorio francese.  Il nuovo modello strategico, battezzato “Au contact”, comprende due divisioni, sotto un comando unico, per un totale di circa 77.000 uomini destinati a fronteggiare la minaccia di una insurrezione islamica.

Contro questa minaccia occorrono le armi materiali, che si usano in ogni conflitto per annientare il nemico, ma servono soprattutto le armi culturali e morali, che consistono nella consapevolezza di essere gli eredi di una grande Civiltà che proprio combattendo contro l’Islam  ha definito nel corso dei secoli la sua identità. Chiediamo rispettosamente e urgentemente a Papa Francesco, Vicario di Cristo, di essere la voce della nostra storia e della nostra tradizione cristiana, di fronte al pericolo che ci minaccia.

(Roberto de Mattei su “Il Tempo” del 16/07/2016)

Argomento: Islam

Da ricordare innanzi tutto la profonda prolusione del Card. Ratzinger al Senato della Repubblica italiana: "La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie".

 

Islam, l’arcivescovo: siamo sotto attacco, occorre reagire uniti

Monsignor Negri e il sondaggio di Noto: i musulmani accettino leggi e valori: «Accoglienza non è integrazione»

 
da: Il Resto del Carlino: 18 luglio 2016
 
 
 
 

Ferrara, 18 luglio 2016 – «L’equivoco secondo cui basta accogliere per integrare ha mostrato la sua totale inconsistenza». Dal suo buen retiro di Celle Ligure, Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e Comacchio, non cede al politicamente corretto.

Dal sondaggio realizzato da Ipr Marketing risulta che il 54 per cento degli italiani ritiene i musulmani poco o nulla propensi a integrarsi: concorda?

«Un conto è accogliere, un altro è integrare. L’integrazione ha bisogno di reciprocità: si integra chi vuole essere integrato. E poi serve un’intesa di fondo su leggi e valori. Non avremo mica paura a dire che la società è retta da leggi! La mia diocesi è assalita e si lascia assalire perché è un popolo ospitale, ma l’ospitalità fatta in questo modo non creerà alcuna vicinanza. Poi ci stupiamo se chi non è integrato, perché non è aiutato o non si è lasciato integrare, commette i crimini orribili cui stiamo assistendo».

Lo stesso sondaggio rivela che, dopo gli ultimi attacchi terroristici, il 70 per cento dei giovani è preoccupato del futuro.

«Un dato che mi colpisce ma non vedo tracce consistenti di una preoccupazione che tocchi il fondo della questione: se riguarda la necessità di cambiare il nostro stile di vita, si tratta di una preoccupazione che vale in ogni tempo di crisi. Qui la questione è più radicale e cioè che siamo di fronte a un attacco frontale alle radici della nostra esistenza».

Quali i punti da chiarire per una vera integrazione con l’Islam?

«Formulata in termini ragionevolmente minimalisti, al centro ci sia almeno una concezione condivisa del valore della persona, della sua libertà e della sua dignità! Ci sono regole di fondo alle quali sottostare, altrimenti non ci si incontra. Senza questo, è inutile far scrivere con i gessetti colorati ai bambini di Bruxelles che ‘noi siamo forti e vinceremo’».

Secondo lei siamo di fronte a un conflitto di civiltà?

«Non sono in grado di dirlo. Io da vescovo ho la responsabilità di far rinascere il senso della fede perché essa accompagna a vivere la vita in modo dignitoso anche in circostanze terribili. Il punto è che abbiamo ammazzato Dio nel cuore degli uomini».

Non mi sembra manchi il senso religioso: questi terroristi agiscono invocando Allah!

«Ma questa professione di fede potenzia intelligenza, cuore e sensibilità dell’uomo? Rispetta la posizione altrui? Una religione che limita la libertà degli altri io non la chiamo neanche religione. Una ideologia che pone come missione la distruzione dell’altro non ha la dignità di essere considerata una forma di cultura».

Si tratta di schegge impazzite?

«Non ho la competenza ma di fronte a queste migliaia di morti, in uno stillicidio di attentati che va avanti da anni, dico solo: reagiamo uniti».

Non crede sia un errore minimizzare la componente islamica o islamista degli attentatori?

«Mi diceva un amico gesuita: ostinarsi a trattare il cancro come fosse un raffreddore rende responsabili della malattia. Serve il coraggio di dire le cose col loro nome».

Crede anche lei, come il rabbino Laras, che l’Occidente sia ‘fiaccato e inavvezzo a considerare il ricorso alla forza legittima’?

«Laras è uomo di grande cultura e formula ciò che io ho detto tante volte: l’Occidente ha più paura della religione cristiana e dell’ebraismo, che lanciano ponti, che dell’Isis».

Cosa fare, dunque?

«Faccio totalmente mia la ludicissima lettura di Laras che ho letto sul Qn: siamo circondati da mediocrità a tutti i livelli, non ci sono più leader che rappresentino le istanze profonde dell’uomo e della società. Siamo sotto un attacco radicale al quale bisognerebbe rispondere con una ripresa di coscienza della propria identità umana, prima che cristiana. Non vedo questo. E il profluvio di cose inutili dette da molte delle presunte autorità in questi giorni lasciano il tempo che trovano».

Cristiano Bendin

Argomento: Islam

 Sembra incredibile, ma c'è ancora qualche vescovo che ha il coraggio di dire che l'islam è una religione di guerra e violenza, e che si propone di dominare il mondo: si teme però che tali vescovi vengano presto rimossi.

Invece, dopo la strage, altri vescovi sono corsi nelle moschee: il musulmano interpreta questi gesti come il riconoscimento della sua superiorità rispetto al cristianesimo, e bisogno di sottomettersi alla sua religione.


Ci si dimentica delle parole di chi l'islam lo conosce bene:
"Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada".
Così, svelando qualcosa che non è certo un segreto, si è pronunciato mons. Raboula Antoine Beylouni, vescovo di Curia di Antiochia dei Siri nell'aula del Sinodo 2010, a Roma
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Dacca, i vescovi ora attaccano l'islam: "Secoli di guerre per Allah"

Una parte dell'episcopato italiano si schiera contro il mito dell'islam religione di pace. Ma ci sono forti divisioni all'interno della Cei

Claudio Cartaldo - il Giornale - Lun, 04/07/2016 - 09:30
 
In questo caso il coro non è all'unisono. Stona. E' malamente diviso in due parti, col rischio di dare adito a chi pensa che nella Chiesa italiana ci sia uno scontro in corso tra l'ala progressista, vicina a Papa Francesco, e quella più tradizionalista.

Quest'ultima, dopo ogni attentato islamico che insanguina l'Europa, non teme di dire la verità. Alcuni Vescovi non temono di sollevare dubbi riguardo il "mito dell'islam religione di pace", che tanti buonisti vogliono far passare.

Dopo Dacca, l'attacco dei Vescovi all'islam

Ebbene, anche dopo la strage di Dacca, questa parte più defilata del vescovato italiano è tornata a farsi sentire. Il capofila di questa frangia (non organizzata) può essere considerato il vescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, che a pochi giorni dall'attentato a Charlie Hebdo disse che era necessario "opporsi nettamente alle religioni nelle quali la violenza è teorizzata e indicata come atto pratico". Ovvero l'islam e il suo Corano.

Ma non c'è solo Negri. Come riporta il Resto del Carlino, il vescovo di Ascoli Piceno, Giovanni d'Ercole, smonta la teoria dell'islam religione di pace. E lo fa ricordando a quelli che si dimentiano la storia, che in nome di Allah i musulmani hanno fatto conquiste, distrutto civiltà cristiane, insediato l'Occidente. "Non voglio dire - afferma al Carlino - che ci sia unc erto buonismo nell'immagine che viene offerta della fede coranica. Credo, però, che sia importante ragionare a partire da una certa freddezza storica. Quella che ci porta a ricordare come nei secoli si siano avuti conflitti orditi da musulmani, in nome del loro credo, che hanno determinato la distruzione di fiorenti terre cristiane in Nord Africa, Asia minore e anche Europa". "Con l'emergere della furia terroristica - conclude - non si può negare il rischio di un ritorno al passato".

Sulla stessa linea anche il vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli: "E' fanatismo religioso" - attacca - ma va detto che i terroristi "separano accuratamente gli ostaggi musulmani dagli altri". Quindi inutile dire che l'islam non c'entra. C'entra eccome. E' anzi il centro del problema. E' il problema. E infatti Ghirelli, due anni fa, disse chiaramente che se i musulmani non cambiano posizioni "dovrebbero avere il coraggio di allontanarsi dalle nostre terre, perché nessuno vuole avere nemici in casa". E infatti oggi aggiunge che gli "imam debbano investire di più nell'opera di isolamento e denuncia degli integralisti. Non possono limitarsi a dire che ci devono pensare la polizia e le forze dell'ordine. Così scadono nell'irresponsabilità e immaturità civile".

Argomento: Islam

Buongiorno amici. Sono stati probabilmente barbaramente uccisi, mutilati e sgozzati, i 7 italiani che si trovavano insieme a una ventina di ostaggi massacrati dai terroristi islamici dell'Isis a Dacca nel Bangladesh. 

Rezaul Karim, padre di  uno degli ostaggi, ha detto che "gli assalitori non si sono comportati male con i connazionali del Bangladesh. Controllavano la religione degli ostaggi. Chiedevano a ognuno di recitare versetti del Corano. Quelli che li conoscevano venivano risparmiati, gli altri torturati". 

Cari amici, in queste ore tragiche per l'atroce uccisione dei nostri connazionali, esigiamo quantomeno da chi ci governa di smetterla di ripetere che i terroristi islamici non hanno a che fare con l'islam. Se hanno ucciso barbaramente, mutilandoli e sgozzandoli con il machete, solo i non musulmani che non sono stati in grado di recitare i versetti del Corano, e se invece hanno lasciato vivi e liberi solo i musulmani, come si fa a dire che non hanno nulla a che fare con l'islam?

di Magdi Cristiano Allam 02/07/2016

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Ai musulmani che ci condannano per 2 secoli di Crociate, ricordiamo che in Europa da 14 secoli continuiamo a subire la violenza dell'islam

Mi pare che sia arrivato il momento di mettere i puntini sulle “i”. E il titolo scelto per questa puntualizzazione anticipa molto sinteticamente una questione che dovrebbe essere chiarita una volta per tutte. Va detto a questo proposito che sta per essere diffuso a livello mondiale un film sulle Crociate, prodotto da “Al Jazeera Documentary Channel". Il direttore del canale tv citato, Ahmed Mahfuz, precisa che lo scopo del film è quello di diffondere “la versione araba delle Crociate” e su tale intento non abbiamo il benché minimo dubbio. 

Molti dubbi invece li abbiamo su un'altra affermazione del suddetto direttore, il quale, per motivare ulteriormente l’esigenza di produrre quel film, sostiene che “l’argomento delle Crociate è conosciuto solo dal punto di vista occidentale”.  Il che dimostra due cose: la prima è che Mahfuz probabilmente ignora la ricca letteratura e storiografia occidentale sulle Crociate, connotata da una lettura critica del fenomeno, non di rado fieramente avversa ai “crociati”, e la seconda è che “un punto di vista dell’Occidente” unico ed ufficiale non esiste ma esistono “vari punti di vista” che afferiscono a differenti “letture” storiche o ideologiche del fenomeno. 

Quindi sarebbe opportuno che il Mahfuz precisasse qual è secondo lui il punto di vista “occidentale”, perché la cosa sommamente ci incuriosisce. E ancor più ci incuriosisce dopo che la Chiesa Cattolica, col Documento “Nostra Aetate”, redatto mezzo secolo fa in occasione del Concilio Vaticano II, ha preso di fatto, anche se in modo indiretto, le distanze dalle Crociate allo scopo apparente di promuovere un dialogo con l’islam. Tentativo, questo , quanto mai improduttivo poiché l’atteggiamento cristianofobo dell’islam mostra una crescita inarrestabile. Cosa che rende ulteriormente dubbia, in termini di efficacia e anche di opportunità, la richiesta di "perdono per le Crociate” che papa Giovanni Paolo II, che fu fra l’altro oggetto di un attentato da parte di un musulmano turco, formulò il 12 marzo 2000, ribadendo con ciò il nuovo corso conciliare, ma questa volta nel contesto di una più ampia ammissione di colpe della Chiesa.

A quanto pare anche questa iniziativa del papa polacco non ha sortito esiti positivi. Il film di Al Jazeera pare quindi volto a sostenere una campagna di attacco all’Occidente cristiano. Va infatti denunciato l’uso martellante e viepiù insistito del termine “Crociati" a titolo di insulto o giudizio infamante contro l’intero mondo cristiano, così com’è oggi , a distanza di ben otto secoli da quei fatti. 

Ma è incontestabile che il periodo storico in cui si svolsero le Crociate è ricompreso nell’arco di due secoli scarsi, grosso modo fra gli ultimi anni dell’11° secolo e quelli finali del 13°, cioè fra il 1099 e il 1272. Un periodo, questo, a sua volta incluso in quell’epoca storica, convenzionalmente definita come “Medioevo”, e che anche nelle vicende crociate inevitabilmente vive e interpreta nello spirito e nei fatti quello che il termine “medievale” ha assunto come giudizio di valore storico, connotato oggi da negatività, sommando alla definizione cronologica un’accezione valoriale spregiativa. Peraltro, come va doverosamente  ricordato, è sommamente erroneo generalizzare quel giudizio su ogni e qualsiasi evento di quel periodo, poiché nel Medioevo iniziano e allignano processi e trasformazioni che preludono e preparano l’era moderna. 

Ma tant’è: medioevale significa medioevale e le Crociate sono vicende medioevali. Ne consegue che certa cristianofobia del nostro tempo, dissimulando il suo evidente filoislamismo, è tenacemente aggrappata ad una critica strumentale contro quel periodo del medioevo cristiano, che più che al passato appartiene al “trapassato remoto”. 

Per altro verso la cristianofobia odierna ignora o peggio tace in merito a quello che da 1400 anni accade e continua ad accadere attorno a noi, per le responsabilità dell’espansionismo islamista. Continuano così a perpetrarsi in pieno 21° secolo vicende e fatti di gravità tale da mostrare chiaramente come il Medioevo, finito per la maggior parte della popolazione mondiali, continua nelle peggiori forme  in una parte del mondo islamico. Mentre la storia delle Crociate è limitata a due secoli e conclusa ormai da otto, continuano tutt’oggi le guerre e gli eccidi connessi all’espansionismo islamista, ivi comprese le sue specifiche espressioni terroristiche che, nell’arco temporale di 14 secoli, riesumano ancora ai giorni nostri il peggior Medioevo che sia possibile immaginare. 

La guerra scatenata dallo “Stato islamico”, noto come ISIS o IS o Daesh o Califfato, con le sue assurde manifestazioni di barbarie e di terrorismo di ispirazione strettamente coranica, ripropone ad una attonita platea mondiale decapitazioni, sgozzamenti in massa e crocifissioni. E poiché la ferocia islamica non conosce limiti, per l’uccisione di migliaia di innocenti si inventano sempre nuovi e crudeli espedienti, cui nemmeno nel più “buio” Medioevo pare si fosse usi ricorrere. Si sa così, e i filmati degli eccidi vengono impunemente diffusi via internet, di vittime condannate ad essere bruciate vive rinchiuse in gabbie di ferro o di gabbie immerse nell’acqua per provocare l’annegamento dei prigionieri in esse rinchiusi, mentre gli omosessuali vengono fatti precipitare nel vuoto dal tetto dei palazzi, o impiccato o lapidati, come gli adulteri o presunti tali. 

Le vittime vengono scelte fra i cristiani o comunque fra persone di fede non islamica, non risparmiando i supplizi e le esecuzioni nemmeno ai bambini. Come se non bastasse, a conferma dell’ “interminabile e redivivo Medioevo islamista”, nel “Califfato”, prospera il mercato delle “schiave sessuali”, scelte fra le prigioniere catturate nelle aree geografiche temporaneamente occupate dall’ISIS. Questo succede oggi: altro che Crociate! 

Le cartine sottoriportate mostrano quanto il peso guerresco delle Crociate sia assai inferiore alla diffusa aggressività dell'islam storicamente documentata e riferita ad oltre un millennio di assalti o guerre di conquista musulmane condotte contro il mondo non-islamico. Ma il reale aspetto delle "guerre crociate" potrebbe essere in vari casi meno truce di quello che certa narrazione storica ci ha trasmesso. Non si può escludere infatti che la narrazione sia stata "adattata" o "curvata", in epoche di molto successive ai fatti, alle esigenze di immagine o di propaganda politica, delle parti a confronto. Come accade sempre nei confronti di narrazioni controverse, ogni vicenda storica andrebbe riconsiderata e verificata risalendo a documenti storici originali di riconosciuta validità. 

Assai interessante a questo riguardo è un libro da poco edito da Einaudi di Paul M. Cobb , "La conquista del Paradiso- Una storia islamica delle Crociate". L'autore, esperto conoscitore dell'arabo e di storiografia araba antica, rifacendosi e traducendo cronache arabe dell'epoca, svela una realtà in buona parte diversa da quella a noi nota. A parte la Crociata sostanzialmente incruenta condotta da Federico II di Svevia e conclusasi con un accordo con la controparte per garantire l’accesso dei pellegrini cristiani ai Luoghi Santi, è noto che in alcune crociate si  formarono alleanze "strane" fra cristiani e musulmani per battere comuni nemici in quell'area mediorientale allora frantumata in regni, califfati, emirati in permanente e confuso conflitto interno non specificamente religioso. La minuziosa ricerca di Cobb, partendo, va ribadito, da fonti arabe dell'epoca, fornisce una descrizione della divisione interna del mondo islamico di allora, tutta basata su interessi economici concreti, giochi di potere e scontri guerreschi, spesso tra musulmani di fazioni contrapposte, in cui sovente anche il confronto interreligioso (fra sunniti e sciiti, fra cristiani e musulmani) assume occasionalmente un valore secondario, a fronte di opposte esigenze di supremazia politica, commerciale, territoriale, per il controllo di vie di comunicazione e porti. 

In molti casi la presenza dei "Franchi", come vengono genericamente indicati i Crociati in riferimento ad una loro consistente componente, in quelle terre è vista anche da fazioni o tribù arabe come un'opportunità per buoni affari. In conseguenza di ciò, il Jihad viene proclamato o sospeso secondo convenienza. L' ideale religioso, esaltato in certa storiografia postuma, come "puro ed eroico" o "barbaro e sanguinario" secondo punti di vista interessati, viene ridimensionato o ridisegnato, in riferimento a specifici fatti, dalla ricerca di Cobb, che appare quanto mai dettagliata e realistica. Dall’opera di Cobb  emerge quindi confermato e assodato in tutta chiarezza come le Crociate vadano viste e contestualizzate in quel lontano periodo storico, ormai perso nella notte dei tempi e di quei tempi realtà ed espressione coerente. 

Ai giorni nostri parrebbe umoristico pretendere che i romani d’oggi chiedessero perdono per la conquista della Gallia, condotta da Giulio Cesare nel 1° secolo a.C. Parimenti oggi si manifesta come evidentemente assurdo, strumentale e provocatoria la campagna di odio islamista contro il mondo cristiano, definito con intento malevolo “crociato”, mentre in almeno tre continenti, Europa, Asia e Africa, continua ancora ai giorni nostri una ultramillenaria “crociata al contrario” condotta dall’islamismo integralista contro un Occidente vile e sottomesso, senza più orgoglio, ragione e valori. Non ci colga impreparati quindi la nuova offensiva islamista antioccidentale: i fatti e gli argomenti per rispondere all’attacco certo non ci mancano.                                                                                                                

di Vittorio Zedda 29/06/2016

Argomento: Islam

ISLAM: violenze nei centri d’accoglienza in Svezia e Germania

Che nei centri d’accoglienza per rifugiati ci siano delle criticità, è certo. Non però quelle che lamentano le Sinistre plurali ed antagoniste. Tutt’altro. Ancora una volta il problema sta proprio nei rifugiati… Svezia, Kalmar, nel sud-est del Paese: qui c’è uno di questi centri. Tutto dovrebbe filare liscio. E invece capita che qui nei giorni scorsi un rifugiato musulmano abbia minacciato un altro, cristiano, di sgozzarlo.

Specificando anche d’aver già combattuto a fianco di gruppi jihadisti in Siria. Come se la cosa facesse “curriculum” o fosse un trofeo per gente senza scrupoli… Uno così dovrebbe essere immediatamente espulso. Invece è ancora lì. Un’eccezione? Assolutamente no. Poco prima un altro gruppo di cristiani richiedenti asilo, sempre a Kalmar, è stato costretto a cambiare centro, pur di sfuggire alle pressioni ed alle pesanti “attenzioni” esercitate su di loro dai “colleghi” islamici, riusciti a render la vita talmente impossibile da convincerli ad andarsene. Un’altra coppia di cristiani pachistani ha dovuto rifugiarsi in una chiesa, dopo aver notato il nome del marito tracciato sul muro di casa, seguito dalla scritta «A morte!». Vicende precedenti giustificano tanto terrore, Kalmar non è affatto nuovo a queste situazioni…

In una struttura per profughi a Ljusne, sempre in Svezia, lo scorso febbraio, un uomo è stato ucciso ed altre tre persone sono rimaste ferite nel corso di una maxi-rissa scoppiata tra gli ospiti. Che, stranamente, hanno utilizzato coltelli ed armi fabbricate artigianalmente. Armi, che lì non sarebbero mai dovute essere.

La Polizia dovette intervenire in massa ed in assetto antisommossa, per evitare conseguenze peggiori. Ancora: a fine gennaio, in un altro complesso analogo, a de Mölndal, un’assistente sociale, Alexandra Mezher, di soli 22 anni, è stata uccisa a colpi di coltello da un rifugiato somalo, oltre tutto minorenne. Arrestato e sotto custodia. Quando ormai, però, era troppo tardi… Soprusi e violenze, non si contano: nei centri d’accoglienza per profughi, in Siria, molte, troppo cose non sono permesse ai rifugiati cristiani, solo ed esclusivamente a causa della prepotenza di quelli musulmani, che nessuno provvede a mettere in riga.

Qualche esempio: nella struttura di Monsteras, per non andare incontro a ritorsioni e conseguenze, gli ospiti non devono esibire croci al collo, non devono entrare nelle stanze adibite alla preghiera verso la Mecca, non devono sedersi nelle aree comuni quando queste siano occupate da fedeli islamici. Eppure, secondo quanto riportato dall’Assyrian International News Agency, l’amministrazione svedese sembra non capire e si rifiuta di ospitare i profughi cristiani in strutture specifiche, poiché «questo sarebbe in contrasto con i principi ed i valori centrali nella società svedese e nella nostra democrazia», come dichiarato da Anders Danielsson, direttore generale del Consiglio svedese per le migrazioni.

E che vengano perseguitati ed ammazzati, non è in contrasto coi loro «valori»? Molte famiglie cristiane han già dovuto far le valigie e cercare casa altrove, “sfrattate” dalle intemperanze dei vicini islamici. Senza poter contare neanche sulla comprensione, né sull’aiuto degli stessi svedesi, da cui – forse – si sarebbero aspettati maggiore tutela e, soprattutto, più senso della giustizia nel “democratico” Occidente. È stato lo stesso Consiglio per le migrazioni ad aver reso noto come il numero di minacce e atti di violenza denunciati in questi centri sia più che raddoppiato tra il 2014 ed il 2015 ed abbia raggiunto quota 322…

Cambiando Stato, non cambiano le situazioni. Neanche in Germania i centri per rifugiati offrono una protezione adeguata a chi sia cristiano, tanto meno quando si tratti di un musulmano convertito al Cristianesimo: la denuncia è contenuta nello studio messo a punto nei giorni scorsi dall’organizzazione tedesca Open Doors. In tale inchiesta la metà dei 231 rifugiati cristiani intervistati, per lo più provenienti dall’Afghanistan o dall’Iraq, ha dichiarato di venire penalizzata o di subire intimidazioni da parte dei migranti islamici e spesso anche da parte degli agenti di sicurezza interni.

Minacce sono loro giunte, ad esempio, nel caso non avessero partecipato ad una preghiera coranica organizzata dagli altri migranti. Anche qui la soluzione più immediata e praticabile parrebbe quella di separare gli uni dagli altri. Ma nessuno muove un dito. Sconcertante. Stiamo parlando di uomini, donne e bambini, fuggiti dai loro Paesi d’origine a prevalenza musulmana, per evitare persecuzioni e lutti. Li sconcerta scoprirsi di nuovo perseguitati ed intimiditi, oltre tutto in Stati cristiani, ove si erano illusi di trovar finalmente riparo e protezione. Il rischio è che presto tali fenomeni possano non essere più controllabili, né arginabili. E, magari, che non possano nemmeno esser più confinati tra le mura dei centri per rifugiati…

(Mauro Faverzani)

Argomento: Islam

Il filosofo Rémi Brague smonta il paragone tra Corano e Vangelo

di Matteo Matzuzzi | Il Foglio, 25 Maggio 2016

 

Roma. “Un passaggio dell’intervista suscita in me una certa perplessità, ed è quello sull’islam”. A scriverlo in un commento apparso sul Figaro è il filosofo cattolico Rémi Brague, tra i più grandi medievisti contemporanei, oggi professore emerito alla Sorbona di Parigi e vincitore nel 2012 del Premio “Ratzinger” consegnatogli direttamente da Benedetto XVI. L’intervista in questione è quella concessa la scorsa settimana dal Papa al quotidiano la Croix. Il passaggio che ha lasciato basito l’intellettuale francese è relativo al parallelo proposto da Francesco tra la concezione di conquista propria della religione islamica e quella cristiana: “L’idea di conquista è inerente all’anima dell’islam, è vero”, aveva detto il Pontefice, aggiungendo però che “si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni”.

 

Brague non concorda per nulla, e spiega che “il Corano non contiene alcun equivalente del mandato missionario affidato ai discepoli”. Non solo, perché anche se “le esortazioni a uccidere che si leggono è probabile che abbiano solamente una portata circostanziale” resta il fatto che “la parola ‘conquista’ non è una metafora, bensì ha un significato concreto, decisamente militare”.
Non occorre fare troppa ermeneutica, aggiunge Brague: basta prendere l’hadith in cui il Profeta afferma “mi è stato ordinato di combattere contro gli uomini finché non diranno che non c’è altro dio se non Allah, e che il suo profeta è Maometto”.
E’ questo il cuore del problema: nella religione islamica “non c’è una conversione dei cuori, bensì una sottomissione”, come si ricava dal senso della parola islam nei detti di Maometto.
Insomma, prosegue il filosofo, “l’adesione sincera potrà e dovrà concretizzarsi, ma non è la priorità”. Un’adesione convinta che si avrà “quando la legge islamica sarà in vigore, e allora i conquistati passeranno alla religione dei conquistatori”.

Da queste constatazioni, osserva Brague, si comprende bene “come la parola ‘conquista’ abbia tutt’altro significato rispetto al versetto contenuto nel Vangelo di Matteo”. Il che non preclude alla possibilità di una sana convivenza tra cristiani e musulmani, “anche se gli esempi dell’Argentina (con l’1,5 per cento di musulmani) e soprattutto del Libano devono essere presi con prudenza”.

Il punto è cambiare prospettiva, sostiene il filosofo, osservando che non si tratta tanto di stabilire se è possibile la convivenza tra persone di credo diverso, bensì di comparare sistemi religiosi basandosi sui rispettivi documenti normativi. E’ qui che, a giudizio dell’intellettuale francese, il parallelo proposto da Francesco mostra tutti i suoi limiti.

Il commento di Rémi Brague segue di un giorno la visita del grande imam di al Azhar in Vaticano, primo passo verso il ristabilimento di normali rapporti tra la principale istituzione sunnita e la Santa Sede. In un’intervista concessa ai media vaticani, Ahmed al Tayyeb – che ha confermato l’impegno nella riforma dei testi scolastici per chiarire “i concetti musulmani che sono stati deviati da coloro che usano violenza e terrorismo” – ha voluto ricordare la rottura delle relazioni avvenuta cinque anni fa: “Al Azhar ha una commissione di dialogo interreligioso con il Vaticano che si era sospeso per delle circostanze precise, ma adesso che queste circostanze non ci sono più, noi riprendiamo il cammino di dialogo e auspichiamo che sia migliore di quanto lo era prima”.

Argomento: Islam

Asia Bibi, da 2.500 giorni in carcere
Stefano Vecchia
Avvenire - 27 aprile 2016

Il 19 giugno 2009, la cattolica Asia Bibi veniva presa in custodia dalla polizia nel suo villaggio di Itttanwali, nella provincia del Punjab, denunciata da alcune vicine musulmane per una presunta offesa al profeta Maometto. Formalmente incriminata il mese successivo e condannata a morte per blasfemia l’11 novembre 2010, da allora ha trascorso in carcere – attualmente quello di Multan nel Punjab – , spesso in isolamento per tutelarne l’incolumità, prima il tempo dell’appello e poi, dal luglio scorso, l’attesa di una sentenza finale della Corte suprema pachistana sulla legalità di tutto il procedimento contro di lei.

Argomento: Islam

AsiaNews 25/08/2015
LIBANO
La Dichiarazione di Beirut: i musulmani in difesa della libertà dei cristiani
Libertà di fede, di educazione e di opinione difese citando il Corano. Esse sono alla base dello Stato di diritto, che non deve essere uno Stato religioso. L’organo di riferimento dei sunniti del Libano condanna senza appello la violenza in nome di Dio. Il testo integrale del messaggio.

Beirut (AsiaNews) – Non si può costringere alla conversione né perseguire chi ha una fede diversa dalla propria. L’islam vieta di condurre una guerra contro chi è diverso, scacciarlo dalle propria terre e limitarne la libertà in nome della religione. Beirut si fa portavoce dell’islam liberale che vuole la convivenza con i cristiani, di cui è ricca la tradizione del Libano. Queste sono alcune delle importanti affermazioni contenute nella “Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa”, pubblicato dalla Mokassed di Beirut, associazione sunnita vicina a Dar el-Fatwa. Il messaggio è stato preparato il 20 giugno scorso e pubblicato pochi giorni fa. AsiaNews ne aveva pubblicato qualche stralcio, insieme alle parole di Mohammad Sammak, figura familiare del dialogo islamo-cristiano. La dichiarazione è volta a mettere nero su bianco la posizione dei musulmani del Libano nei confronti della violenza compiuta in nome della loro religione. In essa viene chiarito quali siano gli insegnamenti fondamentali dell’islam e quando, invece, esso viene “preso in ostaggio” per giustificare logiche di potere. Pubblichiamo il testo integrale della Dichiarazione. Traduzione in italiano a cura di AsiaNews.

Argomento: Islam

«L'Is sta uccidendo i cristiani rapiti»

Il gruppo dello Stato islamico ha ucciso alcuni dei cristiani assiri sequestrati negli ultimi giorni nella provincia di Al Hasaka, nel nordest della Siria. Lo ha riferito all'agenzia Efe un familiare di una delle vittime. "Oggi hanno ucciso a colpi di arma da fuoco due delle persone rapite a Tal Hurmuz, tra cui un mio cugino di 65 anni", ha fatto sapere Abdel Abdel, un ingegnere fuggito cinque mesi fa a Beirut assieme alla moglie e ai due figli. L'uomo è in contatto con i parenti rimasti nella provincia di Al Hasaka. I jihadisti, ha raccontato Abdel, sono entrati a Tal Hurmuz all'alba di ieri e hanno sequestrato cinque persone.

Argomento: Islam

LA STRATEGIA FALLIMENTARE DEL DIALOGO CON L'ISLAM 
Siamo in guerra eppure non vogliamo prenderne coscienza (VIDEO: l'imam di Londra annuncia la conquista di Roma) 
Autore: Vittorio Messori

Di rabbi Giuseppe Laras - eminente nell'ebraismo italiano non solo per cultura ma anche per sensibilità religiosa - ho sempre apprezzato la schiettezza nell'esporre le sue convinzioni. Così, nell'articolo di ieri su questo giornale, non esita a iniziare affermando che «siamo in guerra, siamo solo agli inizi eppure non vogliamo prenderne coscienza». 

Argomento: Islam

culturacattolica.it

#Islam: tra fede e ragione

Autore: Oliosi, Don Gino

A livello culturale un ritorno, oggi, alla sintesi tra fede e ragione è la sola via perché l’interpretazione del Corano si liberi dalla paralisi fondamentalista islamica e dalla ossessione della “jihad”. E’ il solo terreno per un dialogo veritiero del mondo Musulmano tra Cristianesimo e Occidente

Argomento: Islam

Cristo crocifisso, scandalo per i musulmani e stoltezza per i laicisti…
 
di Roberto de Mattei
Articolo pubblicato su Corrispondenza Romana

 

~Marcher contre la Terreur , “Marcia contro il Terrore”, è stato il titolo con cui “Le Monde”, il “Corriere della Sera” e i principali giornali occidentali hanno presentato la grande sfilata laicista dell’11 gennaio.
Mai nessuno slogan è stato più ipocrita di questo, imposto dai mass media come reazione alla strage di Parigi del 7 gennaio. Che senso ha infatti parlare di Terrore senza aggiungere al sostantivo l’aggettivo “islamico”?

L’attacco alla redazione di “Charlie Hebdo” è stato perpetrato al grido di «Allah akbar ! » per vendicare Maometto offeso dalle caricature e dietro i kalashnikof dei terroristi c’è una visione del mondo precisa: quella musulmana. Solo ora i servizi segreti occidentali cominciano a prendere sul serio le minacce di Abu Muhamad al Adnani, contenute in un comunicato multilingue diffuso il 21 settembre 2014 dal quotidiano on line “The Long War Journal”.
«Conquisteremo Roma, spezzeremo le sue croci, faremo schiave le sue donne col permesso di Allah, l’Eccelso», ha dichiarato ai suoi seguaci il portavoce dello “Stato islamico”, che non ha semplicemente ripetuto di sterminare gli “infedeli” ovunque si trovino, ma ha indicato loro anche le modalità: «Piazzate l’esplosivo sulle loro strade. Attaccate le loro basi, fate irruzione nelle loro case. Troncate loro la testa. Che non si sentano sicuri da nessuna parte! Se non potete trovare l’esplosivo o le munizioni, isolate gli Americani infedeli, i Francesi infedeli o non importa quale altro loro alleato: spaccate loro il cranio a colpi di pietra, uccideteli con un coltello, travolgeteli con le vostre auto, gettateli nel vuoto, soffocateli oppure avvelenateli».

Ci si illude che la guerra in corso non sia quella dichiarata dall’Islam all’Occidente, ma una guerra che si combatte all’interno del mondo musulmano e che l’unico modo per salvarsi sia di aiutare l’Islam moderato a sconfiggere l’Islam fondamentalista, come ha scritto sul “Corriere della Sera” dell’11 gennaio Sergio Romano, un osservatore che pure passa per intelligente. In Francia, lo slogan più ripetuto è quello di evitare l’“amalgama”, ossia l’identificazione tra l’Islam moderato e quello radicale. Ma il fine comune a tutto l’Islam è la conquista dell’Occidente e del mondo. Chi non condivide questo obiettivo non è un moderato, semplicemente non è un buon musulmano.

Le divergenze, semmai, non riguardano il fine, ma i mezzi: i musulmani di Al Qaeda e dell’Isis hanno abbracciato la via leninista della azione violenta, mentre i Fratelli Musulmani utilizzano l’arma gramsciana dell’egemonia intellettuale. Le moschee sono il centro di propulsione di quella guerra culturale che Bat Ye’or definisce il soft-jihad, mentre con il termine hard-jihad definisce la guerra militare per terrorizzare e annientare il nemico. Si può discutere, e certamente si discute all’interno dell’Islam, sulla scelta dei mezzi, ma c’è concordia sull’obiettivo finale, l’estensione al mondo della sharia’a, la legge coranica.

Islam è in ogni caso un sostantivo verbale traducibile con “sottomissione”. La sottomissione per evitare il Terrore, lo scenario del futuro europeo immaginato dal romanziere Michel Houellebecq nel suo ultimo libro, precipitosamente ritirato dalle librerie francesi.
No al Terrore significa per i nostri uomini politici no alla sottomissione violenta degli jihadisti, sì ad una sottomissione pacifica, che porti dolcemente l’Occidente in una condizione di dhimmitudine.

L’Occidente si dice disposto ad accettare un Islam “dal volto umano”, ma in realtà, ciò che dell’Islam rifiuta non è solo la violenza, ma anche il suo assolutismo religioso.
Per l’Occidente c’è licenza di uccidere in nome del relativismo morale, ma non in nome di valori assoluti.
Eppure l’aborto è sistematicamente praticato in tutti i Paesi occidentali e nessuno dei capi di Stato che hanno sfilato a Parigi contro il Terrore lo ha mai condannato.
Ma cos’è l’aborto se non la legalizzazione del Terrore, il Terrore di Stato promosso, incoraggiato, giustificato? Che diritto hanno i leader occidentali di manifestare contro il Terrore?

Su “La Repubblica” del 13 gennaio 2015, mentre l’ex capo di Lotta Continua Adriano Sofri celebra L’Europa che rinasce sotto la Bastiglia, la filosofa postmoderna Julia Kristeva, cara al cardinale Ravasi, afferma che «la piazza illuminista ha salvato l’Europa», e che «di fronte al rischio che stavano correndo, libertà, uguaglianza e fratellanza hanno smesso di essere concetti astratti, incarnandosi in milioni di persone».
Ma chi ha inventato il Terrore se non la Francia repubblicana, che lo ha usato per annientare tutti gli oppositori alla Rivoluzione francese?
L’ideologia e la prassi del terrorismo si affacciano per la prima volta nella storia con la Rivoluzione francese, soprattutto a partire dal 5 settembre 1793, quando il “Terrore” fu messo dalla Convenzione all’ordine del giorno e divenne una parte essenziale del sistema rivoluzionario.
Il primo genocidio della storia, quello vandeano, venne perpetrato in nome degli ideali repubblicani di libertà, uguaglianza e fratellanza.
Il comunismo che pretese di portare a compimento il processo di secolarizzazione inaugurato dalla Rivoluzione francese, attuò la massificazione del terrore su scala planetaria, provocando, in meno di settant’anni, oltre 200 milioni di morti.
E che cos’è il terrorismo islamico se non una contaminazione della “filosofia del Corano” con la prassi marx-illuminista importata dall’Occidente?

“Charlie Hebdo” è un giornale in cui, fin dalla sua fondazione, la satira è stata posta al servizio di una filosofia di vita libertaria, che affonda le sue radici nell’illuminismo anticristiano. Il giornale satirico francese è stato reso noto dalle sue caricature di Maometto, ma non vanno dimenticate le disgustose vignette blasfeme pubblicate nel 2012 per rivendicare l’unione omosessuale.
I redattori di “Charlie Hebdo” possono essere considerati un’espressione estrema ma coerente della cultura relativista ormai diffusa in tutto l’Occidente, così come i terroristi che gli hanno sterminati possono essere considerati espressione estrema ma coerente dell’odio contro l’Occidente di tutto il vasto mondo islamico.
Coloro che rivendicano l’esistenza di una Verità assoluta e oggettiva vengono equiparati dai neoilluministi ai fondamentalisti islamici. Mai noi equipariamo il relativismo all’islamismo, perché entrambi sono accomunati dal fanatismo. Il fanatismo non è l’affermazione della verità, ma lo squilibrio intellettuale ed emotivo che nasce dall’allontanamento della verità.

E c’è una sola verità in cui il mondo può trovare la pace, che è la tranquillità dell’ordine: Gesù Cristo, Figlio di Dio, a cui tutte le cose devono essere ordinate in Cielo in terra, perché si realizzi la pace di Cristo nel Regno di Cristo additata come l’ideale di ogni cristiano da Papa Pio XI nella enciclica Quas Primas dell’11 dicembre 1925.

Non si può combattere l’Islam in nome dell’illuminismo e tanto meno del relativismo. Ciò che sola vi si può opporre è la legge naturale e divina, negata in radice sia dal relativismo che dall’Islam.
Per questo leviamo in alto quel Crocifisso che il laicismo e l’islamismo rigettano e ne facciamo una bandiera di vita e di azione.
«Noi ‒ affermava san Paolo ‒ predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani» (I Cor 1, 23).

Potremmo ripetere:
«Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i musulmani e stoltezza per i laicisti».

Argomento: Islam

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