Totus tuus network: Vita

Cerca in questo argomento:   
[ Vai in Home | Seleziona un nuovo argomento ]

 Pillola dei 5 giorni dopo, boom:
 una compressa ogni due minuti

 In Italia viene venduta una EllaOne, la "pillola dei cinque giorni dopo", ogni 2 minuti: un record di vendite contrapposto a un calo degli aborti. 

I dati raccolti da Federfarma rivelano un aumento record delle vendite della pillola dei cinque giorni dopo da quando è stata liberalizzata, in compenso è sceso il numero degli aborti.  

Per una descrizione di questa "pillola omicida" si rimanda ai video presenti qui: http://www.comitatoveritaevita.it/pub/nav_Chiarezza_su_EllaOne_la_nuova_pillola_dei_cinque_giorni_dopo.php

 

Il ricorso alla cosiddetta contraccezione di emergenza (in realtà sono pillole omicide, Ndr) è in aumento, soprattuttto tra le ventenni.
Le vendite in farmacia, tra gennaio e ottobre 2016, hanno raggiunto quota 200.507, una crescita di ben 15 volte rispetto al 2014, quando le pillole vendute erano state 13.401.
Tra il 2014 e il 2015 l'aumento è stato del 664,2% e tra il 2015 e il 2016 del 95,8%.
In compenso, le interruzioni volontarie di gravidanza sono calate del 9,3% rispetto al 2014.
Lo rivelano i dati raccolti da Federfarma su richiesta del Pd lombardo, che nei prossimi giorni presenterà il report annuale sulla situazione delle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) e la prevenzione.

EllaOne, il nome commerciale della pillola, viene venduta a 26,90 euro, non rimborsabili dal servizo sanitario, alle maggiorenni senza obbligo di ricetta né di un test medico che certifichi la gravidanza (l'obbligo resta invece per le minorenni).
Non si tratta di una contraccezione di emergenza, ma di un abortivo da utilizzare entro cinque giorni, in caso di rapporto non protetto o in cui il metodo contraccettivo utilizzato abbia fallito, per mettersi al riparo da una possibile gravidanza.

Il record di vendite, 660 al giorno, è stato raggiunto dopo la tormentata liberalizzazione del farmaco, avvenuta il 9 maggio 2015 per decisione dell'Aifa.
L'Agenzia del farmaco ha deciso di liberalizzare il farmaco in rottura con il Consiglio superiore di sanità, emanazione del ministero guidato da Beatrice Lorenzin, per allineare l'Italia al resto d'Europa.
Nel gennaio 2015, infatti, scrive il Corriere della Sera, la Commissione europea ha datto indicazione di distribuire in farmacia senza prescrizione medica la EllaOne perché ritenuta sicura e più efficace se usata durante le 24 ore successive al rapporto sessuale a rischio.

Una scelta che ha facilitato la soppressione degli embrioni da parte delle donne, prima costrette a passare da un consultorio o da un Pronto Soccorso all'altro per ottenere il farmaco, perché spesso il medico di turno si rifiutava di prescrivere il farmaco appellandosi all'obiezione di coscenza, costrette a fornire giustificazioni, a subire giudizi non richiesti e perdite di tempo.

"Rendere libero l’acquisto di questo metodo contraccettivo d’emergenza senza l’obbligatorietà di prescrizione è stata una scelta giusta e di civiltà - ha commentato Sara Valmaggi, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia per il Partito Democratico - Finalmente l’Italia si è allineata agli altri Paesi europei nel prevenire eventuali interruzioni di gravidanza evitando alle donne le sofferenze legate a un evento così traumatico. La relazione stessa dello scorso dicembre del ministero della Salute mette in relazione la riduzione del numero degli aborti con l’aumento delle vendite di questo farmaco. Il progresso della farmacologia e le prese di posizione chiare delle istituzioni sanitarie possono tutelare la salute oltre che ridurre inutili costi sociali ed economici".

In realtà si è di fronte alla eliminazione silenziosa del figlio concepito nel grembo materno
La logica del Partito Democratico - e dei suoi alleati sedicenti cattolici - è sempre la medesima: distruggere l'identità occidentale e cristiana: da un lato con l'invasione islamica, dall'altro rendendoci schiavi privi di coscienza, volontà e storia, attraverso la diffusione del divorzio, aborto, fecondazione artificiale, omosessualismo, eutanasia e droga (Ndr)

"Il record di vendite dimostra che in Italia non c’è una cultura consapevole della procreazione - avverte però Eleonora Porcu, ginecologa, docente all’università di Bologna e vicepresidente del Consiglio superiore di Sanità - Ci si affida alla contraccezione d’emergenza e non a una vera programmazione o meno delle gravidanze. Io lo sento come un mio fallimento perché, insieme ai colleghi medici, non sono riuscita a vincere la battaglia di un’informazione corretta. Le donne hanno sempre ragione, loro se la cavano come possono. Ma perché noi non riusciamo a fare passare il messaggio di come si fa vera prevenzione di una gravidanza indesiderata, senza ricorrere a metodi d’emergenza?".

Una banale pillola è capace di spazzare via una piccola creatura, a cancellare questa ricchissima perfezione invisibile, primissimo esordio per una nostra presa di responsabilità in vista della costituzione di una famiglia (Ndr)

Alessia Albertin - Lun, 27/03/2017
da http://www.ilgiornale.it/news/cronache/record-vendite-pillola-dei-5-giorni-calo-numero-degli-aborti-1379602.html, con modifiche redazionali

Argomento: Vita

 Ricordiamo che tra i libri scaricabili gratuitamente, c'è quello di Padre Padre Arturo Ruiz Freites I.V.E., scaricabile da qui: http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=30

 Introduzione

Da tempo la scena pubblica italiana e internazionale è occupata, a tratti dominata, dai dibattiti sul fine-vita.

Tuttavia, come spesso accade nelle questioni bioetiche, ad una grande massa di informazioni non sempre si accompagna una conoscenza – scientifica ed etica – adeguata. Spesso discussioni televisive, pubblicazioni divulgative e agenzie culturali si limitano alla ripetizione di luoghi comuni, o si affidano all’emotività del “caso pietoso”, o ancora si fondano esclusivamente su calcoli di audience e di profitto.

In questo modo i mezzi di comunicazione di massa si fanno – talora inconsapevolmente – veicolo di una propaganda ideologica che, al contrario, non ha nulla di improvvisato, ma che anzi con rigore metodologico e costanza si adopera affinché possa imporsi socialmente una determinata visione dell’uomo e della vita umana, quella che con una sintetica locuzione il Beato Giovanni Paolo II aveva definito la “cultura della morte”.

Nel caso dell’eutanasia ciò si declina nell’elaborazione di precise strategie e tattiche, che i movimenti pro-eutanasia applicano dettagliatamente.

Tale “cultura” trova terreno fertile nell’ostilità che l’Occidente ha sviluppato nei confronti della retta ragione – come mirabilmente ha spiegato Benedetto XVI nel discorso di Regensburg il 12 settembre 2006 –,una ragione fatta di riconoscimento umile dell’oggettività del reale, della possibilità umana di conoscere la verità e il bene, dell’apertura dell’intelletto alla ragionevolezza del mistero e dunque alla trascendenza e alla fede, dell’esistenza di una natura umana di carattere meta-fisico da cui deriva anche la nozione di legge morale naturale, dell’esigenza di individuare e difendere gli autentici diritti umani fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Questa “cultura”, negata la retta ragione, propone una prospettiva radicalmente relativistica, entro la quale il bene e il male diventano sostanzialmente indistinguibili e poi addirittura intercambiabili, e in cui la sfiducia nei confronti della verità lascia spazio, al massimo, ad un tentativo gnostico di rifondazione dell’uomo.

In tale contesto il lavoro del Reverendo Dottor Padre Arturo Ruiz Freites, IVI, si inserisce come un prezioso strumento di approfondimento e di riflessione sul tema spinoso dell’eutanasia.
Afferma infatti l’Autore: “la capacità e il rispetto, presupposti anche per il riconoscimento di un’etica naturale e di una legge morale naturale, sono imprescindibili nel dibattito sulla moralità di una questione come l’eutanasia, giacché su presupposti relativisti è impossibile il dialogo” (par. II.I.2).

Padre Ruiz riesce nel difficile intento di condensare i molti livelli argomentativi e persuasivi che caratterizzano il dibattito sul tema, toccando tutte le corde del cuore del lettore.

In questa direzione a mio avviso va letta la cornice letteraria che giustifica il titolo del volume, Mabel e la morte, tratta da un romanzo avvincente, Il padrone del mondo di R.H. Benson, che con illuminante precisione descrive i contorni principali e più acuti della “cultura della morte”.

Il lettore, attraverso il libro di P. Ruiz, è condotto a conoscere ed accompagnare la sconvolgente vicenda umana e spirituale di Mabel, e nel contempo è guidato a porsi domande di fondo sul senso della morte (e della vita!) a cui l’Autore puntualmente risponde nella parte più dottrinale del suo lavoro, ove emergono fra l’altro un’esauriente rassegna dei pronunciamenti del Magistero della Chiesa Cattolica, alcuni riscontri normativi nazionali e internazionali, nonché un riferimento ai casi (clinici e mediatici) di eutanasia che hanno più interessato l’opinione pubblica negli ultimi anni. 

L’Autore non si sottrae all’esame delle questioni più scottanti che riguardano il fine-vita: oltre alla definizione e descrizione dell’eutanasia, affronta i temi dell’accanimento terapeutico, dello stato vegetativo, del testamento biologico e delle dichiarazioni anticipate di trattamento, della morte cerebrale, del controllo del dolore, mostrando una volta di più come le problematiche bioetiche relative alla fine della vita siano tutte strettamente interconnesse e facciano parte di un’unica antropologia, che non si può in parte accettare e in parte negare come vogliono le logiche del compromesso morale.

Con un metodo di analisi paziente e sistematico Padre Ruiz considera le varie obiezioni alla “cultura della vita” e, dopo averne compiuta la pars destruens, affronta la pars construens, in cui l’ordine naturale emerge nella sua limpidezza: è sempre gravemente illecito uccidere un essere umano innocente, anche con il suo consenso, dal momento che la vita umana ha un valore intrinseco, che non dipende dal significato che viene ad essa attribuito dalla società, da un gruppo o anche dal soggetto medesimo.

Escluso dunque il caso in cui, nell’imminenza della morte, ci si trovi di fronte a trattamenti chiaramente sproporzionati alle condizioni del paziente (accanimento terapeutico), sarà da rigettare ogni forma di sospensione della terapia da cui segua la morte del paziente: un simile atto mette l’esecutore dell’eutanasia in una condizione inaccettabile di “potere” sulla vita umana, un potere che nessun uomo può attribuirsi senza compromettere il fondamentale diritto di ciascuno all’inviolabilità, quel favor vitae su cui si basa il nostro ordinamento e tutta la civiltà.

L’intrinseca immoralità della morte procurata (come fine o come mezzo per eliminare il dolore) aiuta anche a comprendere l’inganno di chi intende l’eutanasia come un atto di “pietà” verso un sofferente.
Come osserva infatti Padre Ruiz, riproponendo un passaggio dell’enciclica Evangelium Vitae n. 66, “la vera ‘compassione’ …rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza”.

Da ultimo, non è assente un passaggio sulla congiuntura parlamentare e legislativa che impegna Italia in una legge sul finevita.
Qui, con rara delicatezza e prudenza, l’Autore, pur mantenendosi al di fuori dell’arena politica, offre alcuni importanti spunti di riflessione sui pregi e sui difetti del processo normativo, riconoscendo le buone intenzioni che guidano molti parlamentari nell’elaborare una legge che escluda la richiesta eutanasica e paventando, al tempo stesso, i pericoli di una formalizzazione giuridica di tale scivolosa questione.

Il volume risulta così utile tanto al politico quanto al giovane in formazione, a chi è impegnato nell’attività pastorale come a chi svolge compiti educativi a vario titolo (scolastico, universitario, familiare) e infine a tutti coloro che sull’eutanasia desiderano semplicemente saperne di più, non cercando mera informazione ma attenta formazione per la propria coscienza.

 

Claudia Navarini

Argomento: Vita

 Le Dat, il fine vita e il documento vaticano: "Nascondono l'eutanasia"

 

Il gioco è fatto: dopo anni di dibattito le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) cominciano in questi giorni il loro iter alla Camera, con un testo apparentemente soft, ma molto più pericoloso di quello delle legislazioni che acconsentono esplicitamente il suicidio assistito o l’eutanasia “solo in certi casi”.  Con questo ddl, infatti, “rischiano di essere uccisi e di morire di fame e di sete anche gli anziani, i disabili, i dementi”. A parlare di uno scenario che non ha nulla da invidiare al mondo della medicina nazista, dove almeno le persone fragili venivano uccise con iniezioni letali e non tramite lente agonie per mancanza di acqua e cibo, è il medico Giovanni Battista Guizzetti, direttore di una Rsa della bassa bergamasca. Guizzetti è anche medico in un centro in cui vengono curate le persone in “stato di veglia responsiva” ed erroneamente definite in “stato vegetativo: perché un vegetale non si commuove, non ti guarda, non reagisce, come invece fanno i miei pazienti”.

Guizzetti, cominciamo dal ddl sulle Dat: cosa ne pensa?
L’articolo 3 è pericolosissimo. Si definiscono trattamenti l’“alimentazione e idratazione”, quando non è così. La logica dice che è trattamento ciò che mira a farti guarire da un malanno o a controllare un sintomo. Il cibo e l’acqua sono invece sostentamenti vitali di cui nessun essere umano può fare a meno per vivere. Quindi toglierli a un malato significa provocarne la morte. La radicalità di questa proposta di legge sta anche nel fatto che viene estesa a tutti, mentre nei paesi in cui l’eutanasia o il suicidio assistito sono permessi all’inizio si faceva riferimento ai soli “malati terminali”. Le Dat invece possano essere redatte da chiunque, anche dai fiduciari di persone handicappate o incapaci di intendere e volere, che possono decidere di privarli di cibo ed acqua uccidendoli. 

Il ddl non vi dà nemmeno la possibilità di obiettare: dovrete seguire le disposizioni delle Dat? 
Se il testo approvato dirà questo, allora saremo al totalitarismo sanitario.

Come siamo arrivati fino a questo punto?
Ammettendo che si poteva legiferare in materia. Per chi ricorda il “caso Englaro”, assistiamo al riproponimento dello stesso. Con il rischio, appunto, di coinvolgere non solo le persone in “stato di veglia responsiva” come Eluna, ma anche i vecchietti o i malati di alzheimer. Ma il punto è che già ora si sente dire che se queste persone o gli anziani hanno la polmonite non vanno curati.  Il clima è terribile: proprio in questi giorni mi ha chiamato un amico con il papà ancora reattivo e cosciente, ma in hospice a causa di tumore: era angosciato perché gli hanno sospeso l’alimentazione e l’idratazione, perciò deve nutrirlo lui di nascosto. E’ un andazzo mortifero generale, basti pensare che un tempo si dosava la morfina a gocce solo per togliere il dolore, mentre oggi si usano i cerotti, che sono pensantissimi, oppure si somministrano 4 o 5 fiale azzerando la coscienza del paziente e sospendendo alimentazione idratazione. 

Mi scusi, ma dove sono i medici e le associazioni, in maggioranza cattoliche, che nel 2009/2010 alzarono la voce contro la legiferazione in questo campo?
Allora molti di noi spiegarono che una norma in questo caso era sbagliata. Che non esisteva compromesso possibile: ammettere di mettere la vita ai voti era relativizzarla. Qualsiasi cosa avrebbe prodotto un danno: il caso di ogni paziente è singolo, diverso e non normabile senza fare danni. Già allora però fu dura, perché i vesvovi italiani appoggiavano un ddl, che, sebbene vietasse la sospensione di alimentazione e idratazione, doveva ammettere che “in certi casi” era lecito sospenderli (perché, ad esempio, a tre ore dalla morte non si dà da mangiare a un agonizzante). Di fatto si sarebbe aperto a interpretazioni pericolose e quindi ad altri casi “Englaro”. Non c’era altra via, in coscienza, se non quella di opporsi a qualsiasi legge, anche a costo di una sconfitta politica.

Non a caso il magistero della Chiesa in merito è chiarissimo: nell'ultima nota della congregazione per la dottrina della fede sul comportamento dei cattolici in politica (2002), l’allora prefetto, il cardinal Ratzinger, disse che “quando l’azione politica viene a confrontarsi con princìpi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno (…) i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale (…) E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia”, nessun fedele può favorire “soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”.
E chi ne sente più parlare? Eppure i “princìpi non negoziabili” del Magistero ripetuti dalla Chiesa ci aiutavano a tenere dritta la barra di fronte a un mondo che cerca di farti vacillare facendoti sentire “l’ultimo rimasto” a pensarla così. Oggi, invece, la Chiesa e le associazioni cattoliche non si rifanno più al Magistero: si parla solo di misericordia, ma come se questa prescindesse dalla verità. Così ognuno fa quel che gli pare. Non nascondo che è sconcertante assistere ogni giorno alla barbarie e non avere più un punto a cui ancorarsi.

Eppure per anni la Chiesa ha cercato di arginare le derive radicali facendo politica. Forse il tarlo era già lì?
Una volta avevamo una sponda: la dottrina che veniva ripetuta e calata dentro le questioni concrete. Il mondo spingeva contro la verità ma noi ci opponevamo perché sostenuti dalla Chiesa. Oggi, invece, leggo su Avvenire che Eluana Englaro sarebbe morta perché le hanno staccata la spina, il tutto corredato da una foto di suo padre responsabile dell’omicidio per fame e sete della figlia. Insomma, la menzogna che per anni ci hanno venduto i Radicali ora diventa il giudizio di un articolo scritto sul giornale dei vescovi. Per non palare di un fatto ancora più grave. Il Vaticano ha pubblicato la Carta degli Operatori sanitari pochi giorni fa e all’articolo 152 si legge: “La nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio”. Cure gravose? Sono sotentamenti vitali.

Se l'ambiguità della Carta non fosse una svista, sarebbe il sintomono di una crisi di fede nell’aldilà e nel fatto che nel momento finale della vita si possa davvero decidere tutto, persino ravvedersi ed evitare l’inferno…
Io spero davvero che non sia così, che non sia un pensiero apostata ad averci condotto fino a qui. Ma ricordo Giovani Paolo II e il cardinal Scola, che si espressero tassativamente anche contro la sedazione terminale (altra cosa è la sedazione profonda che, però, non mira a provocare la morte ma a controllare un sintomo incontrollabile altrimenti) proprio per ragioni di fede oltre che umane. 

Dopodiché ecclesiastici, magari formalmente ortodossi, anziché preoccuparsi di difendere la fede cercarono di salvare il salvabile facendo politica e di fatto distinguendo fra dottrina e prassi.
Questa mancanza mi fa venire in mente quando ancora era vivo don Giussani che negli anni Novanta lesse agli esercizi della Fraternità di Cl una lettera invita ai cristiani d’Occidente dal teologo cecoslovacco Josef Zverìna:  "Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo”. Ecco, oggi siamo al punto che non siamo più riconoscibili. Non c’è più nemmeno un moto di protesta, se non flebile e di pochi, ma comunque non sostenuto.

Infatti don Giussani proseguì profeticamente spiegando che per non conformarsi “occorre che la fedeltà a Cristo e alla Tradizione siano sostenute e confortate da un ambito ecclesiale veramente e fortemente consapevole di questa necessaria fedeltà”.
E così finiremo per permettere che persone che soffrono, ma gioiscono anche, e che misteriosamente interagiscono con i loro cari siano senza più difese. Permetteremo che siano uccise persone che se ci sono è perché sono volute anche senza il senno di un sano, che non è tutto perché esiste un’anima. E, a lungo andare, senza un giudizio diverso, arriveremo anche a pensare che sia normale.

 

di Benedetta Frigerio
da: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-le-dat-il-fine-vita-e-il-documento-vaticano-per-gli-operatori-sanitari-nascondono-l-eutanasia-19029.htm

Argomento: Vita

 11 Febbraio 2017

ANALISI E COMMENTO AL TESTO UNIFICATO ELABORATO DAL COMITATO RISTRETTO DEI PROGETTI IN MATERIA DI CONSENSO INFORMATO E DI DICHIARAZIONI ANTICIPATE NEI TRATTAMENTI SANITARI

 

 

1. La vicenda parlamentare.

Il Comitato ristretto della XII Commissione della Camera dei Deputati ha elaborato un testo unificato delle diverse proposte in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari. E' stato assegnato un termine brevissimo per la presentazione degli emendamenti al testo in vista del passaggio all'Aula della Camera, già stabilito per il 30 gennaio.

Si intravedono le medesime disinvolte modalità di gestione degli istituti parlamentari che hanno permesso l'approvazione della legge sulle unioni civili: è evidente che il termine ristretto per la presentazione degli emendamenti e per la loro discussione dimostra la volontà della maggioranza di giungere in ogni caso al 30 gennaio con un testo assai vicino – se non identico – a quello del testo unificato elaborato dal Comitato ristretto.

Vale la pena, quindi, analizzarlo a fondo.

 

2. Il contenuto essenziale del progetto: la liberalizzazione dell'eutanasia, consensuale e non consensuale.

Anche il testo della proposta unificata dimostra la chiara volontà di questa maggioranza trasversale. In effetti l'elaborato ha un pregio: spazza via ogni equilibrismo, ogni proposta di compromesso, ogni ipocrisia.

La proposta va dritta al punto: come e quando uccidere le persone, possibilmente molte persone. Rispetto al testo che la Camera dei Deputati approvò il 12 luglio 2011 (e che fu ad un passo dall'approvazione definitiva da parte del Senato) scompaiono, quindi, i proclami sul riconoscimento del diritto inviolabile ed indisponibile della vita umana, sul divieto di qualunque forma di eutanasia nonché dell'omicidio del consenziente e sull'aiuto al suicidio; scompare il concetto di "fine vita" e la regola sull'astensione dai trattamenti straordinari; la natura delle dichiarazioni anticipate di trattamento viene chiarita già nel nome, diventando esse "disposizioni", quindi vincolanti; si indica chiaramente uno degli obiettivi taciuti, l'esenzione da ogni responsabilità civile e penale del medico che uccide il paziente, e così via, come vedremo.

Queste ipocrisie permanevano tutte nelle proposte di legge cosiddette "cattoliche", piene di affermazioni di principio destinate a trasformarsi, nelle intenzioni dei proponenti, in "paletti" della legge, il cui destino sarebbe segnato: cadere uno ad uno.

In questo caso, i paletti sono caduti prima, a dimostrazione della debolezza politica (se non dell'irrilevanza) della posizione di coloro che propongono le "DAT cattoliche", palesemente isolati: si pensi che il testo unificato è stato approvato anche dal Presidente della Commissione, on. Marazziti, nonostante egli fosse il primo firmatario della proposta sottoscritta anche dall'on. Gigli, Presidente del Movimento per la Vita.

Del resto, la "strategia" dei deputati cosiddetti "cattolici" è confusa e limitata a "prendere tempo" (l'on. Roccella sostiene che "ad oggi non c'è nessuna urgenza di chiudere la discussione in tema di biotestamento") o a sottolineare alcune "criticità" del provvedimento: la mancata previsione dell'obiezione di coscienza oppure la sospendibilità della nutrizione assistita.

Occorre, invece, affermare con chiarezza che la proposta è totalmente inaccettabile e in nessun modo emendabile: cosicché la presentazione di migliaia di emendamenti si giustifica soltanto nell'ottica di un doveroso ed apprezzabile ostruzionismo contro un testo ingiusto ed incostituzionale.

Qualche deputato ha fatto riferimento ad un possibile ostruzionismo: si deve esprimere apprezzamento e sostegno a questa intenzione, sperando che si tradurrà in pratica.

Al contrario, la ricerca di un "compromesso" è utile soltanto ad attribuire visibilità ad alcuni parlamentari che, in cambio, sono pronti a sottolineare che la legge, opportunamente ritoccata, sarebbe "un argine a possibili futuri provvedimenti assai peggiori": è la logica del "minor male" e del "primo passo nella giusta direzione", già utilizzata in occasione dell'approvazione delle leggi sulla fecondazione artificiale e sulle unioni civili, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le leggi ingiuste non permettono compromessi o cedimenti: non si può legalizzare l'uccisione di un innocente solo per determinate ipotesi fingendo che la pratica omicida non sarà estesa ad altri casi, così come non è possibile ammettere solo entro certi limiti il ricorso alla fecondazione extracorporea fingendo che la pratica diventerà – in fatto e in diritto – totalmente libera.

Si tratta di conseguenze che non più soltanto la logica, ma anche l'esperienza delle leggi sull'aborto e sulla fecondazione artificiale rendono evidenti.

 

3. La legalizzazione dell'eutanasia di minori e incapaci.

Il fulcro principale della proposta di legge – ovviamente nascosto alla generalità dei cittadini, come avviene per tutte le leggi ingiuste che, come tali, sono necessariamente menzognere – è costituito dall'art. 2, intitolato: Minori e incapaci.

 

La norma è composta di due commi. Il primo serve solo a fare ombra al secondo: proclamando il diritto dei minori o incapaci o sottoposti ad amministrazione di sostegno "alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione" nonché a ricevere "informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità" e di "esprimere la propria volontà", enuncia principi privi di qualsiasi effetto giuridico.

L'effettivo contenuto della norma è nel secondo comma: "Il consenso informato di cui all'art. 1 è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall'amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno".

Queste poche parole legalizzano l'eutanasia non consensuale.

Ricordiamoci che l'eutanasia è l'uccisione "pietosa" di una persona decisa da un'altra persona e che, ad essere colpiti da questo odio profondo verso la vita umana che pervade la società, sono innanzitutto e primariamente i soggetti "deboli" ed "imperfetti" che – nella maggior parte dei casi – sono minori di età oppure possono essere interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno: quindi neonati o bambini in tenera (o meno tenera) età, persone prive di capacità di comprensione od incapaci di manifestare la propria volontà, come i soggetti che si trovano in stato vegetativo persistente, od affette da deficit intellettivo, anziani in stato di demenza progressiva, malati cronici giunti ad uno stadio avanzato della malattia.

Queste persone sono considerate inutili per la società perché non producono ricchezza economica e non lo faranno mai; quindi sono viste come un costo che pesa sui conti pubblici e sui patrimoni familiari; la loro assistenza è gravosa, sia dal punto di vista economico che psicologico; esse danno scandalo, perché dimostrano che la vita esiste e ha un valore anche quando conosce l'handicap, la malattia anche grave, la demenza e che addirittura può essere felice pur in queste condizioni. Nell'ideologia che propugna l'eutanasia queste persone "devono" morire, hanno il "dovere di morire" (teorizzato anche su base filosofica). Di conseguenza se non scelgono di farsi uccidere - perché non sono in grado di esprimersi o di manifestare una volontà valida – devono essere eliminate ugualmente sulla base della decisione di altre persone e quindi senza il loro consenso o addirittura contro il loro consenso, esplicito o implicito.

Nel mondo la stragrande maggioranza delle uccisioni di tali soggetti vengono decise e sono state decise così: come l'aborto è l'uccisione di un uomo che disperatamente vuole continuare a crescere e la fecondazione extracorporea produce la morte di migliaia di concepiti, così – in Italia e nel resto del mondo – i casi come quello di Eluana Englaro si moltiplicano, dimostrando che si vuole uccidere persone che non hanno mai chiesto di morire, attribuendo ad altri – per esempio ad un tutore – il potere di ordinare la morte sulla base dei criteri di "qualità della vita" propri di chi decide.

Ecco perché il vero contenuto della legge sono le poche parole dell'articolo 2: mentre viene continuamente riproposta la figura "eroica" di Piergiorgio Welby e gli avvoltoi ben conosciuti hanno ripreso a volteggiare su un'altra persona, pronti ad assistere alla sua uccisione e a proclamare il suo diritto a decidere di morire, molto più concretamente il legislatore sta operando per permettere l'uccisione di tante persone inconsapevoli e incolpevoli, vittime della "cultura dello scarto" che ben conosciamo.

Non è certamente un caso che tutte le proposte di legge in materia di DAT e consenso informato contengano norme sui minori e incapaci; non certo per un'esigenza di completezza legislativa, ma perché essi sono i veri obiettivi della proposta.

 

4. L'articolo 2 della legge: come funziona?

Vediamo come concretamente opera l'articolo 2 e cosa permetterà quando sarà approvato.

Chi decide dei trattamenti sanitari su minori e incapaci?

La risposta è evidente: i genitori del minore, il tutore o l'amministratore di sostegno. Infatti, il minore o l'assistito (quando possono) esprimono la volontà rispetto alle scelte terapeutiche, ma sono genitori, tutori ed amministratori di sostegno ad esprimere il consenso informato di cui all'art. 1.

Dal punto di vista giuridico, la volontà espressa dal minore o dall'assistito è inefficace; il consenso informato, invece, è l'unico ad essere efficace. Cosa possono decidere genitori, tutori o amministratori di sostegno?

Viene fatto un richiamo integrale all'art. 1. Il primo comma dell'art. 1 della proposta di legge stabilisce che "nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato".

Il quinto comma dell'articolo 1 specifica che il consenso comporta: a) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi accertamento diagnostico; b) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi trattamento sanitario o anche singoli atti del trattamento stesso; c) la possibilità di revocare il consenso in precedenza prestato con conseguente diritto all'interruzione del trattamento.

Cosa intende il legislatore per trattamento sanitario?

Il concetto è generico e ampio, tanto che comprende espressamente la nutrizione ed idratazione artificiale: quindi i genitori, i tutori e gli amministratori di sostegno potranno impedire che, nei confronti del figlio o dell'assistito, sia iniziata la nutrizione o idratazione artificiale, o che sia proseguita e hanno il diritto a farla interrompere; analogamente potranno fare per qualsiasi terapia.

Il diritto di genitori, tutori ed amministratori di sostegno riguarda anche trattamenti salvavita?

Certamente sì, come già si comprende dal riferimento alla nutrizione ed idratazione artificiale; quindi riguarda anche farmaci salvavita e – sembra inevitabile ritenerlo – anche la respirazione artificiale e, comunque, qualsiasi pratica terapeutica che mantiene in vita il soggetto.

Il comma 6 dell'articolo 1 contiene un riferimento esplicito: "Il rifiuto del trattamento sanitario indicato o la rinuncia al medesimo non possono comportare l'abbandono terapeutico. Sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n. 38". Le cure palliative sono "l'insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un'inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici": sono quindi, gli interventi nei confronti di che sta morendo. In definitiva, l'interruzione dei trattamenti sanitari può condurre a morte il paziente che, in tal caso, sarà assistito con le cure palliative fino alla sua morte.

I medici possono rifiutarsi di interrompere i trattamenti sanitari, anche salvavita, o possono intraprendere nuovi trattamenti sanitari contro o senza la volontà di genitori, tutori o amministratori?

Assolutamente no: il comma 7 dell'art. 1 stabilisce che "il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente" e, quindi, quanto a minori, interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno, a quella espressa da genitori, tutori ed amministratori.

Non è prevista alcuna possibilità di ricorso all'Autorità Giudiziaria: i medici devono soltanto dare attuazione alle decisioni prese da quei soggetti.

 

5. I casi concreti di eutanasia di minori e incapaci permessi dall'art. 2 della proposta.

Scopriamo cosa permetterà la normativa.

Il primo esempio è ovviamente quello di Eluana Englaro: l'uccisione di quella giovane donna in stato di incoscienza fu decisa dal padre – tutore (era necessaria la nomina del padre a tutore perché la vittima era maggiorenne) che vide riconosciuto dai giudici il diritto a fare interrompere la nutrizione ed idratazione artificiale alla figlia interdetta, con conseguente morte per fame e per sete. La Corte d'appello di Milano, nel decreto che dette il via libera all'uccisione della Englaro, dispose che l'interruzione di nutrizione e idratazione fosse accompagnata, appunto, da cure palliative, per ridurre il disagio che la donna avrebbe provato – e che certamente provò.

Questo è il modello cui si è ispirato il legislatore, permettendo nel futuro altre analoghe uccisioni con le stesse modalità di tanti soggetti in stato di incoscienza per decisione dei loro tutori.

La norma permette l'uccisione dei neonati prematuri o disabili.

Si tratta di una "categoria" di potenziali vittime dell'eutanasia su cui l'attenzione è concentrata da molti decenni: il famigerato "Protocollo di Groningen" prevede che ogni neonato (soprattutto quelli prematuri che, in ragione del loro sviluppo non completo, possono sopravvivere, se adeguatamente curati con gli strumenti di rianimazione neonatale sempre più sviluppati, con una buona percentuale di successo, ma con la previsione di future disabilità) sia "classificato" per verificare se e quante sono le probabilità di successo della rianimazione e soprattutto se la sua condizione faccia prevedere una qualità della vita, in caso di sopravvivenza, "accettabile".

In effetti, l'eliminazione dei neonati disabili è perfettamente coerente con l'ideologia eutanasica: i nuovi soggetti vengono immediatamente eliminati se non corrispondono al "modello" utile alla società.

Dal punto di vista giuridico, la soluzione più "semplice" per ottenere il risultato perseguito è di far decidere i genitori – ovviamente influenzandoli nella loro decisione con la previsione di scarse possibilità di successo e di futuri problemi derivanti dall'avere dei figli disabili.

Ebbene: a norma dell'art. 2, i genitori potranno decidere di non far intraprendere manovre di rianimazione neonatale e di far sospendere qualsiasi trattamento intensivo (incubatrici ecc.).

Sarà possibile realizzare anche il cd. "aborto post-natale" teorizzato da Giubilini e Minerva e che ha scandalizzato molti (ma non tutti).

Si tratta pur sempre di uccisione di neonati, ma sulla base di un ragionamento più radicale: se la legge, alla luce delle condizioni di quel bambino (ad esempio: affetto da sindrome di Down) autorizzava la donna ad abortire, uccidendolo prima della nascita, dovrebbe essere permesso eliminarlo anche subito dopo la nascita, se essa crea i problemi per la sua famiglia e per la società che l'aborto poteva evitare.

E' la logica che ammanta anche la fecondazione extracorporea che, mediante la  diagnosi genetica preimpianto, cerca di eliminare prima del trasferimento in utero tutti gli embrioni "imperfetti".

Giubilini e Minerva non spiegavano come i neonati dovrebbero essere uccisi entro pochi giorni dalla nascita: ma è nozione comune che tutti i neonati (e soprattutto quelli che sono affetti da malattie o disabilità), nei primi giorni di vita, necessitano di trattamenti sanitari (almeno secondo lo stato della scienza e della medicina che conosciamo nel mondo avanzato, in cui il parto avviene negli ospedali e il neonato è seguito, sottoposto ad analisi e alle terapie necessarie).

Ecco che la possibilità per i genitori di negare il consenso per qualsiasi attività diagnostica e terapeutica permetterà la morte di questi bambini.

Sarà possibile anche l'eutanasia di minori affetti da gravi patologie (ad esempio: tumori). La legge risolve il possibile contrasto tra la volontà del bambino/ragazzo e quella dei genitori: anche se il primo volesse proseguire in terapie gravi o invasive (ad esempio: un ennesimo ciclo di chemioterapia, amputazioni, operazioni chirurgiche gravi), i genitori potranno negare il loro consenso e determinarne la morte.

Analogamente genitori, tutori e amministratori potranno rifiutare le trasfusioni di sangue (la cui legittimità è attualmente invocata dai Testimoni di Geova e da altre sette o Chiese) per i figli minori, per gli interdetti o gli assistiti.

Abbiamo già parlato degli adulti in stato cd. vegetativo; più in generale sono a rischio tutti gli adulti (e soprattutto gli anziani) in stato di incoscienza o di demenza e quindi sottoposti a tutela o ad amministrazione di sostegno (che magari verrebbe richiesta proprio per questo motivo, se non vi sono interessi economici). I tutori e gli amministratori di sostegno potranno, quindi, negare il consenso a nuove terapie od interventi da eseguire quando il paziente non è più in stato di coscienza o non è in grado di manifestare la propria volontà, o revocare il consenso a terapie in corso; ma potranno anche non autorizzare interventi diagnostici per la ricerca di patologie.  Pensiamo ad un anziano ricoverato in una casa di riposo o in ospedale per nuovi problemi di salute e incapace di manifestare il proprio consenso: l'ospedale non potrà né sottoporlo a diagnosi, né operare senza ottenere il consenso dei rappresentanti legali, che potranno negarlo.

Qui emerge la questione degli interventi di emergenza: l'art. 1 comma 8 della proposta di legge dispone che "Nelle situazioni di emergenza o di urgenza, il medico assicura l'assistenza sanitaria indispensabile, ove possibile nel rispetto della volontà del paziente". Quindi, un medico che giungerà in un luogo di un incidente o di un malore con l'autoambulanza o che si troverà in condizioni simili, potrà operare per salvare la vita del soggetto a prescindere dal fatto che lo stesso sia cosciente o meno. Si noti, però, che l'intervento consentito è limitato alla "assistenza sanitaria indispensabile"; quindi, cessata la fase di emergenza (ad esempio: salvata la vita del soggetto, stabilizzato il paziente e trasportato in ospedale) la questione di quali terapie intraprendere si riproporrà e sarà risolta con il ricorso alla DAT (se è stata compilata) ovvero con la richiesta di consenso alle terapie ai rappresentanti legali che saranno all'uopo nominati e che potranno, quindi, negarlo.

Quindi – terminata la primissima fase di rianimazione – potrà essere pretesa la cessazione delle terapie che mantengono in vita il paziente in stato di coma, anche se vi sono possibilità di recupero della coscienza, per impedire che il soggetto continui a vivere seppure disabile o menomato ovvero per evitare che il coma conduca allo stato vegetativo.

 

6. L'illegittimità della regolamentazione.

Per concludere, è evidente che questa parte della normativa sia clamorosamente incostituzionale.

L'articolo 1 della proposta di legge richiama "il rispetto dei principi di cui agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione".

Ebbene: non appartengono al minore e all'incapace il diritto inviolabile alla vita (garantito dall'art. 2 della Costituzione) e quello ad essere curato adeguatamente (art. 32 della Costituzione)? I minori e gli incapaci sono una categoria di soggetti inferiori, i cui diritti possono essere violati e dei quali altri adulti possono disporre a piacimento?

Certamente no: i "diritti inviolabili" spettano all'uomo in quanto tale (art. 2: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo"); la salute è un "fondamentale diritto dell'individuo" (art. 32), tanto che la Repubblica "garantisce cure gratuite agli indigenti": come fa a garantire doverosamente la salute dei poveri e insieme permettere che le terapie necessarie od opportune siano negate a minorenni e ad incapaci?

 

7. La scomparsa dell'accanimento terapeutico e l'adozione integrale del principio del consenso informato.

Si è detto che la proposta di legge non è ipocrita e, quindi, elimina direttamente tante problematiche di cui, in passato, si è tanto discusso. Tra queste il tema dell'accanimento terapeutico nei confronti dei pazienti in stato terminale o – così i parlamentari cosiddetti cattolici volevano qualificarli – in stato di "fine vita".

La vicenda di Piergiorgio Welby aveva già dimostrato che si trattava di una cortina di fumo che nascondeva altro. Welby, infatti, lamentava che nei suoi confronti era in corso un accanimento terapeutico, ma il Consiglio Superiore di Sanità fu di parere opposto: non vi era nessun accanimento, il soggetto non era affatto in stato terminale (cioè prossimo ad una morte imminente e inevitabile) e i trattamenti non erano sproporzionati.

Eppure Welby riuscì a farsi uccidere sulla base del diverso principio del consenso informato; Mario Riccio fu infatti prosciolto dall'accusa di omicidio del consenziente perché il Giudice ritenne che il paziente aveva validamente revocato il consenso alle terapie con la conseguenza che il medico "curante" era obbligato ad interromperle, anche se ciò ne avrebbe provocato la morte. La proposta di legge adotta interamente questa visione: non vi sono più terapie ordinarie o straordinarie, proporzionate o sproporzionate, ma trattamenti sanitari vietati o permessi a seconda che il paziente – o il suo legale rappresentante – abbia espresso il consenso o l'abbia negato o revocato. Per i morenti sono disponibili, poi, le terapie palliative.

8. Le norme sul consenso informato dei soggetti maggiorenni e capaci.

Abbiamo visto che il fulcro di questa proposta di legge – che qualcuno ha l'ardire di definire "equilibrata"! – è di permettere l'uccisione di tutte le categorie di soggetti deboli che sono state individuate dai fautori dell'eutanasia, senza o contro il loro consenso. Comprendiamo quindi che le norme sul consenso informato dei soggetti maggiorenni e capaci di intendere e di volere, dal punto di vista strettamente operativo, così come quelle sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, sono chiaramente secondarie: scritte, appunto, per i casi Welby (quindi forse per uccidere quanto prima anche il povero Fabiano Antoniani) o per ingannare coloro che pensano che il testamento biologico permetterà loro di "morire con dignità", ignari delle esperienze in tutto il mondo che dimostrano che le volontà scritte in quelle disposizioni non vengono affatto rispettate e che i "do not resuscitate" sono semplicemente considerati dai medici una categoria da lasciare al loro destino.

Tuttavia, queste norme fanno comprendere che l'ideologia della disponibilità della vita umana - di cui esse sono attuazione, permettendo alle persone di disporre la propria morte in ragione delle proprie condizioni di salute o di "qualità della vita" – porta inevitabilmente con sé la pretesa di pesare il valore o la qualità della vita delle altre persone e di decidere se e come eliminarle.

Così come alla donna incinta è riconosciuto il diritto di far uccidere il figlio sulla base di valutazioni sulla qualità della propria vita, attuale o futura, allo stesso modo se la propria vita è riconosciuta come disponibile – con il conseguente diritto a farla cessare – la disponibilità si estende anche alla vita degli altri e alla loro possibile cessazione.

Ancora, lo Stato che afferma la liceità dell'uccisione di persone innocenti come i bambini concepiti, inevitabilmente giunge a stabilire che è possibile (od opportuno o addirittura necessario) che persone già nate ottengano di morire o siano uccise sulla base degli stessi criteri.

9. L'articolo 1 della legge.

In base all'art. 1, comma 1 del progetto di legge, "nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato della persona interessata".

Ma quando il consenso è libero?

La legge non lo specifica affatto e nemmeno chiarisce se e in che modo il medico che "ha l'obbligo di rispettare la volontà del paziente" possa accertarlo. Non solo; ai sensi del quarto comma dello stesso articolo, "il consenso informato è espresso in forma scritta", cosicché possiamo essere sicuri che sarà impossibile indagare della effettiva libertà della persona che ha rifiutato una terapia salvavita od un accertamento diagnostico importante: conterà il pezzo di carta con la firma dell'interessato (anzi: sarà impossibile indagare anche se il rifiuto di terapie salvavita da parte del paziente è stato consapevole, se cioè egli ha compreso il contenuto del foglio che gli veniva fatto sottoscrivere).

Sarà davvero libero nel rifiutare le terapie l'anziano lasciato solo dai suoi parenti in una casa di riposo o in ospedale o che si sente "di peso" ai familiari?

Rendiamoci conto – sarà bene: prima o poi tutti ci passeremo! - che la comparsa all'orizzonte della possibilità di rifiutare terapie salvavita o comunque importanti e magari costose mette di per sé l'anziano o il malato cronico o grave in una situazione psicologica pesante: tutte le volte che sarà chiamato a nuove scelte terapeutiche non dovrà più soltanto chiedersi – con l'aiuto del medico – se si tratta di terapie necessarie ed utili, ma dovrà risolvere il quesito se vale la pena continuare a vivere e a lottare contro la malattia o l'età avanzata, interrogandosi se gli altri (i parenti, la società) ritengono la sua permanenza in vita utile o inutilmente costosa o gravosa.

Proprio quando la scienza medica ha trovato e trova rimedi e medicine nuove che curano patologie una volta incurabili, la società (e la stessa medicina) si ferma e si chiede se ne vale la pena, gravando il paziente di questa domanda!

Non si tratta – si badi bene – di domanda che viene posta ai malati ormai inguaribili e prossimi alla morte, per i quali è legittima la domanda se – ad esempio – un ennesimo ciclo di chemioterapia che prolungherà la vita di qualche mese sia davvero opportuno; è una domanda che viene posta a tutti i pazienti anche se non terminali e che potrebbe ricevere una risposta negativa dettata da una costrizione morale.

La legge, d'altro canto, favorisce anche scelte non consapevoli: il comma 3 dell'articolo 1 permette al paziente di "rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni (sulle proprie condizioni di salute) ovvero indicare i familiari o una persona di fiducia incaricati di ricevere informazioni in sua vece".

Come farà il paziente che ha rifiutato di ricevere informazioni ad esprimere un rifiuto di terapie "libero e informato"?

La legge facilita le decisioni di persone non consapevoli e si disinteressa della loro libertà nell'esprimere il consenso.

10. L'operatività del principio del consenso informato.

Cosa permetterà questa regolamentazione?

Si è detto del caso Welby che – come il caso Englaro – viene autorizzato con la legge: quando il paziente chiederà l'interruzione delle terapie – quindi anche della respirazione artificiale – il macchinario dovrà essere spento o staccato e il paziente morirà.

Allo stesso modo potrà essere rifiutata o interrotta ogni terapia, anche salvavita.

La previsione che il consenso possa essere revocato (e non soltanto rifiutato prima che la terapia sia intrapresa) muta decisamente la situazione. Già oggi ognuno di noi, se è maggiorenne ed è adeguatamente informato, può rifiutare una terapia che il medico ritiene necessaria e il medico (salvo i casi di trattamenti sanitari obbligatori) non può costringermi ad assumerla e si deve astenere (si pensi, ad esempio, ad un'operazione chirurgica).

La possibilità per il paziente di revocare una terapia già in atto fa sorgere l'obbligo di interromperla e, quindi, crea – nella maggior parte delle situazioni – la nascita di un obbligo giuridico di fare (cioè di uccidere) che grava sul medico.

Per questo obbligo non è prevista alcuna obiezione di coscienza.

11. Le Disposizioni anticipate di trattamento.

L'articolo 3 regola le "Disposizioni anticipate di trattamento": il mutamento del nome (da "Dichiarazioni" a "Disposizioni") vuole indicare il loro carattere vincolante nei confronti del medico.

In effetti, dice il comma 3 dell'articolo, "il medico è tenuto al pieno rispetto delle DAT"; l'unica eccezione – ma occorre l'accordo del fiduciario o dei familiari della persona non più capace di autodeterminarsi – è costituita dal caso in cui "sussistano motivate e documentabili possibilità, non prevedibili all'atto della sottoscrizione, di potere altrimenti conseguire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita".

Anche per le DAT il legislatore si disinteressa del tutto della libertà effettiva di chi le effettua e, soprattutto, della sua effettiva informazione (che, per di più, è in buona parte impossibile perché si tratta di disposizioni formulate per un futuro incerto, senza che il soggetto possa davvero rendersi conto delle condizioni in cui forse si troverà); si limita a pretendere che esse siano redatte in forma scritta "davanti ad un pubblico ufficiale, ad un medico o a due testimoni" (art. 3 comma 4), senza nemmeno specificare chi debba essere il pubblico ufficiale e rendendo opzionale la presenza del medico.

Tanto è disinteressato il legislatore delle formalità e della garanzia che esse dovrebbero dare all'interessato, da stabilire, all'art. 5, che sono validi come DAT le dichiarazioni illegittimamente depositate presso i Comuni o i notai fino a questo momento.

Abbiamo già detto che le DAT, od il testamento biologico, altro non sono che un inganno nei confronti delle persone che, credendo di tutelare la propria dignità nella malattia e senza rendersi conto delle reali condizioni in cui potranno trovarsi, daranno il via libera al loro abbandono terapeutico, così rischiando di non essere curate adeguatamente quando ciò sarà invece possibile.

Questo dimostra l'esperienza del testamento biologico nel mondo, così come dimostra l'incapacità dei fiduciari di comprendere e rispettare davvero la volontà del dichiarante.

12. A cosa servono il consenso informato e le DAT?

I due istituti servono certamente a determinare la morte anticipata del paziente in conseguenza del rifiuto di terapie o di revoca del consenso, ma non servono né a garantire al paziente terapie migliori, né a vincolare il medico ad eseguire determinate terapie.

Secondo l'art. 1, comma 9 della legge "il tempo della comunicazione tra medico e paziente è da considerarsi tempo di cura"; affermazione che forse potrà sollecitare i medici a prestare maggiore attenzione ai pazienti, ma che nasconde l'ideologia del consenso informato: il paziente viene curato anche se, in conseguenza del colloquio, viene lasciato morire per la mancata erogazione di terapie salvavita.

Le terapie sono quelle indicate dal medico, ma la legge non stabilisce alcun obbligo per il medico di indicare la migliore terapia. Cosicché, a norma del comma 2, "è promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato nel quale si incontrano l'autonomia decisionale del paziente e la competenza professionale, l'autonomia e la responsabilità del medico": parole assai vaghe, che in realtà comportano un obbligo per il medico di non erogare o interrompere terapie e una sua discrezionalità in caso il consenso sia prestato.

Ecco l'ulteriore illusione per i firmatari delle DAT.

Se essi sperano di obbligare i medici a mantenerli in vita, curandoli al meglio e con ogni mezzo necessario, si sbagliano: nella DAT essi esprimeranno "le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari", ma ad essere vincolanti per il medico saranno solo "il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche".

L'obbligo è solo per la morte, non per la vita!

13. Quale medico?

L'art. 1 comma 7 della legge contiene il secondo fulcro centrale del progetto, anch'esso nascosto alla generalità dei cittadini, ma ben presente ai proponenti: "Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente e, in conseguenze di ciò, è esente da responsabilità civile o penale".

La norma è ribadita per le DAT: "Fermo restando quanto previsto dal comma 7 dell'art. 1, il medico è tenuto al pieno rispetto delle DAT …".

Siamo al termine del percorso che ha avuto inizio con la contestazione della figura del "medico paternalista", che decideva delle terapie da erogare o meno senza interpellare il paziente e senza nemmeno informarlo adeguatamente.

Che davvero esistessero medici così è assai dubbio: la storia ha tramandato figure luminose di medici coraggiosi ed eroici e davvero impegnati a curare adeguatamente i propri pazienti; quello che è certo è che del medico disegnato da questo progetto di legge non possiamo che diffidare.

L'obiettivo esplicito è: nessuna responsabilità civile e penale! Per raggiungere questo risultato, la legge indica una strada ben precisa al medico: cura ed agisci solo se hai in precedenza ottenuto un consenso scritto che ti metta al riparo; altrimenti astieniti.

Quindi: fai quello che ti ordina il paziente e nient'altro.

In realtà, il "prezzo" di questa esenzione di responsabilità tanto agognata dai medici è molto più alto: egli deve essere disposto anche ad uccidere le persone. Lo sappiamo: così come, secondo alcuni, "il buon medico non obietta" e quindi è disposto ad uccidere i bambini su richiesta, più in generale i modelli di "buoni medici" sono Mario Riccio e i sanitari che hanno accuratamente annotato e seguito l'agonia di Eluana Englaro, sempre ottemperando al "consenso informato" del paziente o del tutore della incapace.

Il buon medico è quello che uccide su richiesta?

Non basta; questo medico non è libero nemmeno rispetto allo Stato e alle Direzioni dell'ospedale dove lavora: l'art. 1, comma 10 del progetto stabilisce che "ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge, assicurando l'informazione necessaria ai pazienti e l'adeguata formazione del personale".

Quindi, di fronte a tutori che negheranno il consenso a terapie salvavita, saranno le Direzioni ospedaliere a mettere in riga i medici riottosi e, se necessario, a licenziarli quando tenteranno di continuare a curare il paziente.

Questo medico che esegue gli ordini non può, ovviamente, usare la propria coscienza, umana e professionale: cosicché, in questo avanzare del "totalitarismo gentile", non è certo frutto di una dimenticanza il fatto che - sebbene la natura dell'attività abortiva e dell'interruzione di terapie salvavita sia la medesima: una persona viene volontariamente e consapevolmente uccisa su richiesta di colui al quale la legge attribuisce questo potere – l'obiezione di coscienza non sia affatto contemplata (e, siamo certi, non sarà affatto tollerata).

14. Le ulteriori conseguenze della legge.

Se venisse approvata una legislazione come quella commentata, quali sarebbero le evoluzioni prevedibili?

L'esperienza di tanti paesi è eloquente.

In primo luogo potrebbe affermarsi il principio (o la prassi) secondo cui l'uccidere mediante interruzione delle terapie non sia un atto esclusivamente riservato al medico,

ben potendo eseguirlo anche un infermiere: si ricordi che gli infermieri sono stati espressamente coinvolti dal decreto della Corte d'appello di Milano nell'uccisione di Eluana Englaro e, d'altro canto, alcune attività potrebbero essere semplici.

Forte sarà, poi, la spinta verso l'uccisione diretta dei pazienti.

Diciamolo brutalmente: invece di riservarle tre giorni di agonia, non sarebbe stata una soluzione migliore per Eluana Englaro una iniezione letale?

Non c'è dubbio che, dal punto di vista normativo, sarebbe difficile giungere a questo punto: la presenza di medici e il divieto di eutanasia attiva sono funzionali alla finzione che le uccisioni che saranno compiute abbiano la natura di trattamenti sanitari; una finzione che, del resto, è adottata anche per l'aborto legale (si finge che l'intervento abortivo sia eseguito per il pericolo per la salute della donna) e per la fecondazione extracorporea (non a caso definita "medicalmente assistita" dalla legge 40 del 2004, nonostante le tecniche non curino nessuna malattia e, al contrario, determino la morte di innumerevoli embrioni).

Tuttavia la prassi potrebbe ben presto superare la realtà normativa che – secondo lo spirito odierno – dovrebbe allora adeguarsi.

Infine, è evidente che la regolamentazione svuoterà dall'interno il divieto di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio presenti nel codice penale.

Del resto, il concetto di "salute" come "completo benessere psicofisico" che ben conosciamo permette di ricomprendere nell'ambito sanitario situazioni in cui la salute non entra per nulla.

Arriveremo ad una depenalizzazione di questi reati o, quanto meno, ad una riduzione delle pene edittali?

 

Giacomo Rocchi
su richiesta del Consiglio Direttivo del Comitato Verità e Vita
Bologna, 23 gennaio 2016 - http://www.comitatoveritaevita.it/pub/editoriale_read.php?read=424

Argomento: Vita

 Avvenire e il dovere di avere qualche cosa da dire


 di Renzo Puccetti

Sulla morte del Dj Fabo, nato Fabiano Antoniani, molto si è scritto e per un po' ancora si scriverà. Poi, come inevitabile, l'emozione e il clamore passeranno e per alcuni rimarrà il silenzio della morte, del cadavere e della tomba, per la massa quello del trentanovenne deceduto in un villino di Zurigo secondo il protocollo suicidario svizzero, sarà un caso pietoso e controverso che ha preso il suo navigare nel passato.

I giornali di ieri hanno dedicato ancora grande spazio al fatto e così ha fatto anche Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, con alcuni interventi molto belli, tra cui quelli del palliativista Marco Maltoni e del fisiatra Angelo Mainini che ha seguito Fabo.

L'editoriale di Avvenire è stato affidato al professor Giuseppe Savagnone, storico e filosofo universitario, di cui ricordo una squisita conversazione sul gender nella sua magnifica Sicilia prima di un congresso. Come allora, accanto ad elementi di assoluta identità di vedute, devo registrare punti su cui non posso dire di concordare con le riflessioni di Savagnone sul caso Antoniani.

Trovo molto acuta la risposta dell'editorialista di Avvenire e a coloro che accusano l'Italia di non conformarsi alle legislazioni eutanasiste di altri Paesi: "È vero", scrive Savagnone, "L’Italia forse è l’unica democrazia matura a non ammettere alcuna forma di eutanasia. Ma è rimasta anche l’unica a non alzare muri per bloccare l’ingresso dei migranti e a continuare a spendere soldi per cercare di salvare vite umane dalla morte per annegamento".

Touché, la contraddizione tra individualismo etico e comunitarismo sociale è infilzata. E concordo con Savagnone anche nello stigmatizzare la strumentalizzazione ideologica di un caso "in cui tutte le forme di pudore sono sistematicamente travolte dalla logica dello spettacolo". Un primo elemento di distanza dall'analisi di Savagnone risiede nel fatto che la spettacolarizzazione, in questo caso, così come in quello Welby, non è avvenuta senza il consenso del protagonista della vicenda.

Proprio il rispetto della ragione e della volontà di cui gode la persona mi obbliga a prendere atto che Fabo ha scritto pubblicamente al presidente della Repubblica, ha rilasciato un'intervista alle Iene, appare ritratto con un logo apposta coniato: "Fabo libero, per vivere liberi fino alla fine". L'ex Dj ha sì commesso l'omicidio di se stesso, ma prima di questo si è reso protagonista di una campagna affinché ciò che lui ha fatto fosse un diritto legalmente riconosciuto in Italia. Questa cosa ha un nome e si chiama azione politica.

Il suo fine è una legge per l'eutanasia e l'auto-eutanasia. Per questo non concordo con Savagnone quando egli afferma di non avere "nulla da dire sulla tragica scelta di questa persona". Al contrario di Savagnone, e dato per scontato il riconoscimento della tragicità e della sofferenza di Fabo, io ho molto da dire sulla sua scelta. Questa, così come ogni atto moralmente rilevante, chiama in causa la ragione e la libertà della persona ed è soggetta al giudizio morale di chi la compie, come di chi, facendo parte di una comunità sociale, direttamente o indirettamente ne risulta toccato.

Questo non significa giudicare la persona, ma ciò che la persona compie è giudicabile, tanto più se costituisce un atto politico. Fabo non ha chiesto aiuto per la sua sofferenza, o meglio l'ha fatto per un periodo, come rivela il dottor Mainini, ma ad un certo punto la sua richiesta è cambiata ed è diventata quella di morire per non soffrire più, una richiesta chiaramente eutanasica, attuata mediante suicidio assistito.

Il magistero della Chiesa e la scienza danno dell'eutanasia la stessa definizione: "L'atto o la pratica di uccidere o consentire la morte degli individui irrimediabilmente malati o feriti in modo relativamente indolore per motivi di pietà", è la definizione del dizionario medico Merriam-Webster, praticamente coincidente con quella fornita dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980 nel documento Iura et bona. Fabo si è auto-eutanasizzato. Non concordo con Savagnone quando egli afferma che nel caso Welby "si sarebbe potuto valutare il peso di quell’accanimento terapeutico che anche la morale cattolica condanna e, di conseguenza, il diritto etico della persona di rinunziare all’uso di mezzi eccezionali e senza speranza di guarigione".

Presentare in questo modo il caso Welby non credo sia rendere giustizia alla verità fattuale. Come Fabo, anche Welby scrisse al presidente della Repubblica, partecipò alla campagna mediatica radicale, e non chiese di interrompere la terapia perché non più proporzionata, o di alleviare la sofferenza. Nella sua lettera scritta a Napolitano si legge: "la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie e? oggi nella mia mente piu? chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia". È la motivazione era esplicitata in quello stesso scritto: "Ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche".

Per Welby "Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico". L'antropologia soggiacente è evidente: la vita è tale, è degna di essere vissuta, se e fino a quando determinate condizioni sono adempiute, in loro assenza rimangono solo funzioni biologiche. Prendere atto della volontà di Welby di attuare l'eutanasia rifiutando i funerali religiosi da parte della diocesi di Roma, seppure considerato allora un'offesa, fu in realtà un atto di grande rispetto per il libero arbitrio di Piergiorgio Welby.

Ha ragione Savagnano ad evidenziare la differenza tra Fabo e Eluana, la donna deceduta dopo interruzione della nutrizione e idratazione assistita su richiesta del tutore, il padre, mediante ricostruzione giudiziaria, retrospettiva e indiziaria delle volontà della figlia. Tuttavia si dovrebbe prendere atto che anche in questo caso l'intenzione fu chiaramente eutanasica; "Eluana, purosangue della libertà" fu lo slogan martellante di quei giorni. La triade eutanasica nei casi Welby, Eluana, Fabo è sempre presente: vita indegna di essere vissuta, intenzione pietosa, mezzi idonei a provocare la morte. Volontaria o involontaria, con mezzi omissivi o commissivi, si tratta di aspetti accidentali, non sostanziali.

Il testamento biologico è solo lo strumento giuridico strumentale messo in piedi per affiancare questi casi pilota ad accelerare quel cambio di paradigma auspicato e predetto da Maurizio Mori: "dal vitalismo ippocratico", ad "un aurorale controllo della propria vita da parte delle persone". Se qualcuno dalle parti della CEI dovesse accondiscendere sarebbe tragico e scandaloso.

 

da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-avvenire-e-il-doveredi-avere-qualchecosa-da-dire-19095.htm

Argomento: Vita

 La morte di Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj rimasto cieco e tetraplegico dal 2014, in seguito ad un incidente stradale – e recatosi in Svizzera per porre fine a quella che considerava «una lunga notte senza fine» – è al centro, come prevedibile, di un dibattito inteso, senza dubbio appassionato, ma estremamente disonesto, nel quale le imprecisioni abbondano a tutto vantaggio di una lettura emotiva e non ragionata dei fatti. Per cercare di rimettere ordine, ritengo opportuno mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali, al di là dei quali l’intera vicenda continuerà ad essere equivocata.  Anzitutto, c’è da dire che Dj Fabo non era un paziente terminale dilaniato dalle sofferenze fisiche. Era, certo, una persona colpita da una condizione molto grave e senza, sulla base delle conoscenze attuali, concreta prospettiva di ripresa, ma non stava morendo. Versava cioè in una situazione serissima, ma la malattia e l’accanimento terapeutico – che si concreta nella somministrazione di cure inutili, sproporzionate o addirittura controproducenti per la salute di un paziente – non c’entravano affatto col suo stato. Sostenere il contrario, molto semplicemente, significa ignorare i contorni dell’intera vicenda.

Una vicenda – secondo aspetto da considerare – che non si è conclusa con un’eutanasia ma, più precisamente, con un suicidio assistito. L’eutanasia propriamente detta, infatti, è legale solo nei tre paesi del Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussembugo), mentre Dj Fabo era stato accolto per morire nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, poiché in Svizzera il suicidio assistito è legale. Come mai i media, da bravi, preferiscono parlare di eutanasia? La risposta è semplice: perché sono molti più gli italiani favorevoli all’eutanasia che al suicidio assistito. E chi vuole condizionare l’opinione pubblica, lo sa benissimo.

Un terzo aspetto da considerare è strettamente procedurale. Dignitas stessa, infatti, tiene a precisare che «per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter DIGNITAS che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito» (Come funziona Dignitas, p.4). Ora, come sappiamo Dj Fabo è morto ieri, lunedì 27 febbraio. Ecco, anche se molti non lo fanno osservare, non si tratta di una data casuale.

Per un motivo semplice: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato. Ora, possibile che una morte che richiede – secondo Dignitas – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data, o forse tutto ciò risponde ad un disegno politico? Pare il caso di chiederselo. Di certo la tempistica, come si è visto, dà da pensare. Inclusa quella di diffusione della notizia. A chi non l’avesse notato, infatti, ricordiamo che dj Fabo è morto alle 11:40, neppure dieci minuti dopo – alle 11:48 – Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera, ha twittato “la notizia”, che alle 11.55 era già il titolo di apertura di tutte le grandi testate nonché quella di tutti i telegiornali. Nessun complottismo, sia chiaro, ma se qualcuno avesse cinicamente pianificato a tavolino il tutto, per dare una eco mediatica massima a questo fatto, non avrebbe potuto fare di meglio. A questo punto, uno potrebbe intelligentemente obiettare che si sta parlando di una morte per suicidio assistito, mentre il Parlamento si sta occupando di biotestamento.

Ebbene, questo qualcuno coglierebbe nel segno nell’evidenziare che o le due cose – il suicidio assistito di Fabo e il testamento biologico – sono disgiunte, oppure strettamente connesse pur sembrando distinte. L’ipotesi corretta è la seconda. Infatti, anche se formalmente il suicidio assistito in Italia è punito (smettiamola, per piacere, di mentire dicendo che in Italia una legge non c’è: esiste eccome, e sanziona quello che correttamente definisce omicidio del consenziente), introducendo il biotestamento, apripista dell’eutanasia omissiva, si mira a renderlo presto legale, magari grazie a qualche sentenza “creativa” della magistratura. Morale della favola, al di là del dolore per la morte del quarantenne italiano, quella che resta è la sensazione d’aver assistito ad un macabro teatrino allestito per condizionare l’opinione pubblica. Nascondendo alla gente molte curiose coincidenze così come il fatto che laddove si riconosce il diritto a morire, la morte si fa cultura e porta oltre l’immaginabile. Cito due esempi soltanto. Il primo è quello dell’Oregon, dove il suicidio assistito è legale dal 1998, e dove il tasso di suicidi nella popolazione generale è del 49% più elevato rispetto alla media nazionale; la stessa Svizzera ha un tasso di suicidio circa doppio a quello italiano.

Il suicidio assistito può favorire una tendenza al suicidio? Così sembrerebbe, ma non ve lo raccontano: i dubbi seri, a chi fa propaganda, non interessano. Secondo esempio per riflettere. E’ la storia di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Non è una bufala. Le bufale le raccontano i promotori della cosiddetta autodeterminazione assoluta, che da una parte allestiscono teatrini di morte, e dall’altra ci fanno credere che la contrarietà al suicidio sia un valore cattolico, quando basterebbe leggersi Immanuel Kant: «Chi si toglie la vita […] si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri» (Lezioni di etica, Laterza, Bari, 2004, pp. 170-171). Che dire? Mentono, mentono sempre. Ed hanno i media dalla loro. Ma non il buon senso, che rimane esclusiva degli apoti, quelli che non la bevono.

Giuliano Guzzo

https://giulianoguzzo.com/2017/02/28/dj-fabo-la-morte-e-quello-che-ci-nascondono/

Argomento: Vita

 «Così, con Dante, ho mandato la Boschi “al diavolo”»

 

Con una sola frase ha demolito un ex Ministro e oggi Sottosegretario. Fino a due giorni fa Gianni Fochi era un ricercatore e docente alla Scuola Normale di Pisa conosciuto agli addetti ai lavori e a noi che ci occupiamo di difesa della vita. In poche ore il suo nome è diventato virale. E’ lui il professore che con una sola battuta ha “mandato al diavolo” il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, squarciando il velo di ipocrisia di una politica che si nutre di parole mantra come diritti e desideri, senza conoscere il vero bene della persona. 

La frase era questa, ed è stata pronunciata nel corso di un incontro pubblico tra l’eponente renziana e i docenti dell’ateneo pisano: 

«A me sembra che lei abbia equiparato il concetto di diritto a quello di desiderio, anche per i desideri più distorti come le unioni omosessuali. Penso che Dante la metterebbe con Semiramide che libito fé licito in sua legge. Invito piuttosto a battersi per i diritti degli esseri umani nascituri che non hanno il diritto alla vita. Da quando è stata introdotta la legge 194 oltre 6 milioni sono stati ammazzati».

Ovviamente la Boschi, come una liceale colta sul vivo ha provato a buttarla in battuta. Ma l’ironia, si sa, non è dote di tutti. E certamente non è prerogativa della ex ministra. 

«Lei mi può mettere dove vuole nei vari gironi infernali anche da questo punto di vista non mi offendo, sarò sicuramente in compagnia interessante nell’inferno dantesco, però non pensò che abbia senso negare i diritti a persone che hanno visto tutelare dalla nostra costituzione l’uguaglianza rispetto a qualsiasi uomo e qualsiasi donna…». E bla bla bla.

In poche ore il video ha fatto il giro del media system e Fochi si è trovato in cima alle home page dei giornali. Come un eroe, per alcuni, come uno sprovveduto trattato con sufficienza per altri. Ma chi è davvero Gianni Fochi perché ha deciso di prendere il microfono? La Nuova BQ lo ha intervistato scoprendo che le sue idee di scienziato accademico esperto di chimica sono le idee di una persona che pensa con la sua testa. 

Professore, mi tolga una curiosità, perché la scuola dove ha insegnato per molti anni si chiama “Normale”?

Perché è stata fondata con lo scopo di dare le norme, cioè i fondamenti della cultura.

L’ha soddisfatta la risposta del ministro?

Direi la sua mezza risposta. No, non sono soddisfatto.

Perché?

Ha evitato accuratamente di toccare il tema dell’aborto. Che razza di battaglia per i diritti di chi non ha diritti! Agli esseri umani nella pancia della mamma non viene riconosciuto il diritto alla vita, e la Boschi non ci vuole nemmeno pensare.

Se le fosse stato possibile replicare che cosa le avrebbe detto?

Alla sua risposta parziale ci sarebbe stato da replicare che lo stato deve riconoscere e tutelare l’unione fra un uomo e una donna, quella cioè inventata dalla natura per generare la vita e continuare la specie umana. Delle direttive provenienti dai burocrati europei avremmo potuto infischiarci, disposti anche, se proprio messi alle strette, a fare come la Gran Bretagna, che ha mandato l’Unione Europea a quel paese. Ma diciamo la verità: per la Boschi, la Cirinnà e compagni l’Europa è stata un pretesto per far ciò che volevano a tutti i costi: ignorare il milione dei cittadini accorsi al Family Day contro il riconoscimento delle unioni omosessuali.

Che valutazione fa dell’applauso dell’uditorio alle parole del ministro?

Una parte dell’uditorio ha applaudito e la cosa non mi turba affatto: siamo ancora in democrazia, se Dio vuole. M’atterrisce invece il clima che nella società e nella stessa chiesa cattolica s’è ormai diffuso: un clima accondiscendente verso la propaganda omosessualista e di ghettizzazione (talvolta anche d’intimidazione) verso i molti che ritengono criticabile l’omosessualità. Le persone omosessuali vanno rispettate come persone, ma il comportamento omosessuale non può esser messo sullo stesso piano dell’unione fra un uomo e una donna. La libertà d’affermare questo sta riducendosi sempre più, ancor prima che venga approvata una legge liberticida come quella proposta dall’onorevole Scalfarotto.

Di Renzo Puccetti

Fonte lanuovabq.it 08 febbraio 2017 - 16:45

Argomento: Vita

 MARCIA PER LA VITA
 «Ecco perché andarci, difenderla e promuoverla»

 

Lo straordinario successo della Marcia per la Vita di Washington, svoltasi lo scorso 27 gennaio, costituisce un forte incoraggiamento per la Marcia per la Vita italiana che, quest’anno, arrivata alla sua settima edizione, si svolgerà a Roma il sabato 20 maggio 2017.
La rivista
Radici Cristiane, nel terzo anniversario della morte di Mario Palmaro, lo ricorda attraverso un suo articolo, che rappresenta un po’ il “vademecum” della Marcia per la Vita.
Il testo fu da lui predisposto, come Presidente del Comitato “Verità e Vita”, il 12 aprile 2013, un mese prima della terza edizione della Marcia.
Ne riportiamo alcuni stralci, rimandando, per il testo integrale a
Radici Cristiane.

 

Marcia per la Vita: Perché andarci, perché difenderla, perché promuoverla

  1. La Marcia è pensiero e azione

La Marcia per la Vita è una forma nobile e concreta di impegno: per la vita, per il bene, per la verità. Ogni sana bioetica è, come il Cattolicesimo, pensiero e azioni: dal ben-pensare segue il ben agire. Distinguo il bene dal male e di conseguenza scelgo di fare il bene e di fuggire il male (anche se questo non sempre mi riesce, perché sono un uomo e talvolta scelgo il male anche quando so che è male). (…) In Italia e nel mondo è stata dichiarata guerra alla vita, una guerra condotta con l’arma della legalità formale, sancita dalla ingiusta legge 194 del 1978. E chi non vuole diventare complice di questa guerra contro la vita deve fare qualcosa, deve dire qualcosa, deve osare qualcosa.

  1. La Marcia è l’evento più importante per la cultura pro-life in Italia

La Marcia Nazionale per la Vita è diventata un evento fondamentale per il mondo pro-life italiano: anzi, l’appuntamento più importante dell’anno. Lo dimostrano le adesioni che sono per qualità e numero impressionanti. Lo dimostra il carattere per molti versi spontaneo, che viene dal basso, della manifestazione, che si è sottratta fin dal principio a possibili strumentalizzazioni di natura politica, partitica, settaria. La Marcia non è la creatura di qualche singolo uomo politico, ma è l’espressione più sincera e autentica di una volontà: quella di non rassegnarsi mai all’esistenza di una legge dello Stato che rende diritto l’aborto volontario. L’anno scorso confluirono a Roma 15.000 persone, quest’anno sono annunciati pullman da tutti Italia e dall’Europa.

  1. Un messaggio chiaro e semplice

Perché la Marcia riscuote questo successo in un Paese che è a grande maggioranza abortista? La forza della Marcia sta nel suo messaggio, chiaro e semplice: no all’aborto e no alla legge 194 del 1978. Inoltre, la Marcia non ha carattere ecclesiale, non è una processione, non è un incontro di preghiera: ad essa partecipano cattolici e altri cristiani, esponenti di altre religioni, credenti e non credenti. Molti tacciono, molti altri pregano, in un clima di grande libertà. In questo modo, la Marcia documenta la ragionevolezza delle ragioni della vita. La Marcia è autonoma e indipendente e si garantisce una libertà che la sottrae a condizionamenti, compromessi, tattiche, censure interne, pavidità travestite da prudenza.

  1. Un evento fecondo

La Marcia si dimostra un evento fecondo. Molti gestori del media system ritenevano che ormai il mondo pro-life in Italia avesse accettato come un dato irremovibile la legge sull’aborto e che si potesse confinare ogni rigurgito antiabortista dentro il comodo recinto dell’assistenza sociale. Sì all’aiuto alle donne con gravidanze difficili – o almeno a quelle che vogliono essere aiutate –, no a qualunque tentativo di mettere in discussione il diritto alla scelta della donna stessa. Una trappola concettuale nella quale certamente sono cadute fette importanti del mondo pro-life. Ma non vi è caduta la Marcia Nazionale per la Vita.

  1. Un fatto nuovo per l’Italia

La Marcia Nazionale è un fatto nuovo per la cultura pro-life italiana: dal 1978, in oltre trent’anni, non sono mai state organizzate manifestazioni importanti, massicce e in grado di coinvolgere tutto l’associazionismo cattolico contro la legalizzazione dell’aborto e contro la 194. (…) La mancanza di una tradizione di piazza dei pro-life italiani ha diverse cause: c’è una oggettiva difficoltà nel mobilitare la gente, soprattutto l’associazionismo cattolico, su questo tema scomodo. C’è soprattutto la paura di scontrarsi con il mondo: chi critica una legge, automaticamente critica lo Stato e questo genera il timore delle sue reazioni. C’è poi una diffusa confusione dottrinale anche all’interno dello stesso mondo pro-life e mondo cattolico, una carenza nella “ortodossia per la vita”. C’è sempre più diffuso il rischio che si affermi nella prassi un volontario formalmente pro-life che aiuta la donna concreta a non abortire, ma che in linea di principio ritiene legittimo che la donna possa scegliere se abortire o no.

  1. Perché è importante partecipare

È importante partecipare a questa marcia per due generi di motivi: sia esterni al mondo pro-life, che interni ad esso. Cominciamo dai motivi “esterni”.

Motivi extra moenia

a) Viviamo ormai nella civiltà dell’aborto. Nel mondo si contano ogni anno circa 45 milioni di aborti volontari, le leggi abortiste si stanno estendendo a tutte le nazioni, la sensibilità dell’opinione pubblica di fronte a questo fenomeno sta declinando in maniera inesorabile verso l’assuefazione e l’assenso acritico.

b) Vogliamo richiamare l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica con un messaggio forte e non compromissorio: l’aborto uccide e fa male a milioni di anime.

c) Vogliamo dimostrare che il popolo della vita c’è, è minoranza, ma non si rassegna e vuole combattere.

d) Vogliamo denunciare pubblicamente le leggi ingiuste.

Motivi intra moenia

a) Dobbiamo scuotere le coscienze assopite o confuse degli stessi credenti e di non pochi esponenti del mondo pro-life.

b) Dobbiamo riaffermare l’ortodossia pro-life di fronte alle “eresie” dottrinali: ad esempio, pensiamo a una serie di slogan che ormai sono ripetuti da giornali e mass media cattolici o di area teoricamente pro-life. Ad esempio, che “la legge 194 è una buona legge”; che “è stata solo applicata male, e ora va applicata tutta”; che essa “prevede l’aborto come extrema ratio”.

c) Dobbiamo rilanciare un certo associazionismo pro-life che appare sonnolento e remissivo, dedito al compromesso politico, afono, clericale e dunque non cattolico, impegnato da anni in estenuanti e spesso inconcludenti raccolte di firme.

d) Dobbiamo supportare l’agire con un pensiero forte. In troppi ambiti pro-life da anni si vive di un “pensiero debole”, di una sorta di “pensiero liquido”, che amalgama identità pro-life ed identità pro-choice. Dobbiamo farlo per dire no alla riduzione dell’attività per la vita a mera distribuzione di pannolini e passeggini, prevalentemente ad extracomunitari ed a persone meno abbienti. Nella tragica illusione che la causa dell’aborto sia di natura economica e sociale, secondo una lettura che è – a ben guardare – tardivamente ed essenzialmente marxista.

e) Dobbiamo sottrarre i principi non negoziabili ad un uso strumentale da parte della politica e di politici dediti al compromesso e all’annacquamento sistematico della verità; strategia che fra l’altro non ha impedito, ma anzi ha accelerato il processo di espulsione dei principi non negoziabili dai programmi dei partiti nelle recenti elezioni.

f) Dobbiamo evitare l’annacquamento del tema aborto dentro una più generica e fumosa difesa della vita. Dobbiamo evitare che una certa retorica della povertà – legata alla effettiva crisi economica – serva a non parlare più dei più poveri fra i poveri, come li chiamava Madre Teresa: i bambini non nati uccisi con l’aborto.

Argomento: Vita

 Il Governo PD-NCD si accinge a varare un nuovo attacco alla vita e alla famiglia: la legalizzazione dell'uccisione dei nonni malati.

 A questo serviranno, infatti, le DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento): a poter liberare del nonno per poter andare in vacanza.

* * *

Lo “scivolamento etico” nell’eutanasia
Intervento del dottor Renzo Puccetti



Presso l’aula magna dell’università di Pisa, si è appena concluso il convegno intitolato “Assistenza al paziente in fase terminale: modelli teorici e bisogni reali della persona”, al quale ho partecipato in qualità di relatore.

Il contributo che mi è stato richiesto aveva per titolo: “L’argomento della Slippery Slope: mito o realtà?”.

Il termine “slippery slope” designa in inglese la china scivolosa, cioè quel processo per cui, una volta ammesso un determinato comportamento, diventa più facile la progressione verso un altro comportamento situato sulla stessa linea del primo, ma ancor meno ammissibile. Quello dell’eutanasia è uno dei numerosi campi di applicazione del principio della china scivolosa.

A sostegno o diniego di essa sono classicamente a disposizione due percorsi, quello logico, secondo cui “per logica”, una volta ammesso A è necessario ammettere B, e quello empirico, in base al quale dopo A le cose cambiano in modo tale che B diventa più probabile.

Due punti è però necessario chiarire in via previa:
Quale è il primo passo di questa china?
Quale è il miglior punto per osservare l’eventuale scivolamento etico?

Alla prima domanda appare ragionevole rispondere attingendo dalla suggestione fornita dal titolo di un articolo del 2003 in cui una fonte non certo accusabile di partigianeria pro-life, il bioeticista professor Maurizio Mori, coniugava aborto, eutanasia e libertà (1). “Io sono mio” potrebbe essere lo slogan che meglio descrive il principio libertario così inteso. È vera libertà, o non è forse una libertà che nega se stessa, negando il suo stesso presupposto necessario, la vita? L’uomo che decide di porre fine alla propria vita, direttamente o in modo mediato dal medico, realizza il massimo della divisione umana, perché prima di morire è omicida di se stesso.

Circa il secondo punto è evidente che, per la stessa legge della relatività, se vogliamo cogliere lo scivolamento etico in atto, la sua direzione, velocità ed accelerazione, bisogna porsi al di fuori del sistema, è necessario salire su un punto di osservazione alto e immobile; l’unico con queste caratteristiche è quello che recepisce la persona come un bene incondizionato, dal primo all’ultimo istante di vita.

In effetti la riflessione personalista del filosofo Robert Spaemann ci aiuta a comprendere come già la legalizzazione dell’eutanasia volontaria sia un male. Non possiamo pensare la persona se non come essere dotato di dignità incondizionata, eppure, una volta legalizzata l’eutanasia, qualcosa cambia: vivere quando si è malati o sofferenti non è più un fatto, ma una scelta che in quanto tale deve essere giustificata, ma questo è proprio la contraddizione della proposizione precedente. In effetti, osserva Spaemann, tutte le persone agiscono, anche quelle più apparentemente inutili suscitano in noi la parte migliore ed in questo modo, attraverso il loro prendere, danno all’umanità più di quanto ricevono (2). Il filosofo Stephan Kampowski osserva che la slippery slope non necessariamente indica che cosa avverrà, ma indica il potenziale intrinseco di mostruosità proprio di ciascun passo. Il processo della promozione di un tale espanso ed irresponsabile principio libertario è quindi assimilabile ad interrare un innocente piccolo seme che però, una volta germogliato, dà vita ad una pianta carnivora pazientemente in attesa della preda, l’uomo stesso che l’ha seminata.

È possibile dimostrare che le critiche logiche poste alla slippery slope sono simmetricamente applicabili al suo opposto simmetrico, il principio detto della scala automatica che vede nella libertà assoluta (di ricerca sugli embrioni, di aborto, di eutanasia) una fonte di felicità (3). In effetti, anche in un’ottica proporzionalista, la ponderazione razionale tra il principio di precauzione e quello di speranza, quando è in gioco la dignità della persona, finisce per dimostrare quanto il primo sia ben più pesante. La violazione del diritto a vivere è ben più grave della violazione del diritto di morire (assumendo che un tale diritto esista). Nel primo caso si tratta di una sottrazione definitiva, nel secondo di una sottrazione solo temporanea (4).

Una volta riconosciuto il principio di autonomia assoluta come elemento centrale delle decisioni bioetiche, inevitabilmente entra sulla scena il principio di giustizia, inteso in modo tale che se c’è qualcuno che ha una libertà, la stessa libertà deve essere riconosciuta a tutti. Diventerebbe di nuovo doveroso ammettere una serie di pratiche che l’uomo ha impiegato secoli per comprenderne la natura contraria alla dignità della persona. I duelli d’onore, la schiavitù su base volontaria (5), i giochi gladiatori (6), ma potremmo aggiungere l’assunzione di sostanze dopanti e il ricorso alle mutilazioni genitali per motivi culturali diventerebbero tutte possibili declinazione della giustizia libertaria. Sul versante del percorso dimostrativo empirico della china scivolosa abbiamo alcuni laboratori utili per capire il senso degli eventi, il più conosciuto dei quali è quello olandese, ma esiste anche quello belga e, declinato sul versante del suicidio assistito, lo stato dell’Oregon e la Svizzera sono Paesi in cui tale pratica è legale.

Teoricamente la disponibilità di mezzi sempre più efficaci per il controllo del dolore e della sofferenza corporea dovrebbe associarsi ad una progressiva riduzione del numero delle eutanasie. La pubblicazione dell’ultimo rapporto sull’applicazione della legge olandese in cui il numero delle eutanasie era per la prima volta ridotto, dopo tre rapporti consecutivi che ne avevano mostrato l’incremento, è stato utilizzato per negare la china scivolosa. I dati così presentati sono però fuorvianti, perché l’apparente riduzione del numero delle eutanasie è il risultato del passaggio ad altre forme di anticipazione della morte, realizzate mediante l’interruzione dell’alimentazione e della nutrizione nei soggetti in sedazione palliativa e l’intensificazione delle cure (7).

Sulla base dei dati ufficiali olandesi, belgi e dell’Oregon, l’andamento generale del fenomeno è quindi attualmente quello di una crescita iniziale del numero di eutanasie che poi tende ad un plateau. È un dato di fatto che nei Paesi dove è legale, l’eutanasia è praticata in maggior misura (8).

L’altro marker di scivolamento etico è costituito dall’estensione delle indicazioni. Il fenomeno si è sviluppato in Olanda nella sua interezza, passando dalla depenalizzazione de facto dell’eutanasia volontaria su paziente in fase terminale nel 1973 all’eutanasia volontaria per malati cronici, all’eutanasia non volontaria, a quella effettuata su pazienti sofferenti psicologicamente, per giungere a consentirla sulla base di una mal definita “sofferenza esistenziale” ed estenderla ai neonati con handicap (protocollo di Groninghen).

In Belgio, per adesso, la proposta avanzata nel 2004 di estendere la possibilità di eutanasia ai bambini e alle persone affette da turbe mentali è stata respinta, ma dal 18 Aprile 2005 è possibile acquistare in una catena di 250 farmacie il kit per l’eutanasia a domicilio al costo 60 . In Oregon David Schuman, sostituto procuratore generale dello stato, ha emesso l’opinione che la costituzione dell’Oregon e l’Americans With Disabilities Act imponevano probabilmente allo stato di assicurare un «compromesso ragionevole» per «permettere ai disabili di avvalersi degli strumenti predisposti dalla Death With Dignity Act» (9). Nello stato americano tutte le procedure di controllo si limitano ad una mera ricezione dei rapporti senza alcuna verifica, se non la correttezza formale, delle procedure.

In Olanda i due terzi delle richieste eutanasiche rivolte ai medici di famiglia vengono accolte (10). Se nel 1990, dopo 17 anni di depenalizzazione pratica dell’eutanasia, solo il 4% dei medici olandesi si dichiarava indisponibile a praticarla, nel 1990 tale cifra si era ridotta all’1% (11) e tra coloro che hanno effettuato eutanasie il sentimento del rimorso è risultato da uno studio specificamente condotto pari allo 0% (12). Tutto questo avviene nonostante vi sia una progressiva consapevolezza da parte della classe medica olandese di una crescente pressione esercitata dalle motivazioni economiche in ambito sanitario (11). In Finlandia, dove l’eutanasia è illegale, l’approvazione da parte dei medici per l’eutanasia non è cresciuta (13).

Certo, non si può sostenere che per adesso in Olanda si sia realizzato l’olocausto nazista, ma chi garantisce che siamo giunti al fondo? Chi può negare che in Olanda siamo un po’ più vicini ad esso? Chi può negare le profonde analogie fra i “gusci vuoti umani” del dottor Hoche nel 1920 e il concetto teorizzato di “persone con vite che in fin dei conti non vale la pena siano vissute” del bioeticista canadese Walter Glannon da una parte (14) e la sua realizzazione col protocollo di Groninghen olandese? Chi può negare l’uso propagandistico di film come “Mare dentro” e “Million dollar baby” in analogia col film “Ich clage an” del 1941? Certo, nel contesto democratico vi è molta più “dispersione”, ma non dobbiamo sottovalutare il pensiero debole. Esso ha labbra soavi, ma denti di acciaio. La dittatura del relativismo è potente. Il combattimento è in corso, mentre la dignità della persona e con essa la persona stessa è tenuta legata e i leoni sono stati sciolti nell’arena, oggi a ciascuno di noi è affidato il compito di difenderla. A noi pochi, noi felici pochi, noi banda di fratelli (15).

 

* * *

Lo “scivolamento etico” nell’eutanasia - Intervento del dottor Renzo Puccetti
ROMA, lunedì, 18 giugno 2007 (ZENIT.org <http://www.zenit.org/> ).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno. http://www.scienzaevita.info/public/site/articles.asp?id=48&page=4
 

 

Argomento: Vita

 C'è una malattia dell'animo che si chiama compromesso.
Il compromesso non ha nulla a che vedere con la carità, con la tolleranza,con il giusto atteggiamento di misericordia che dobbiamo sempre avere verso il prossimo, consapevoli di essere, di fronte a Dio, peggiori del peggiore degli uomini.

Il compromesso è quello di Pilato, che sa dove stanno il bene e il male, ma se ne lava le mani, perchè vi sono convenienze politiche, opportunità, strategie, che vengono prima della verità.

Il compromesso nasce spontaneo in chi ama più la propria tranquillità, della Verità; in chi non crede che la Verità salvi l'uomo, sia il suo bene.

Così succede che oggi il Corriere titoli: "Fecondazione, legge aggirata, si torna a congelare ovuli. Diffide legali ai medici per evitare gravidanze plurime".
E' vero: il Corriere, che non ha altro scopo che attaccare la legge 40, ha ragione! La legge 40 è piena di errori, di incongruenze, di assurdità.

Determina in alcuni casi parti multipli, e quindi impone talora il ricorso all'aborto!
Alla faccia dei diritti del concepito!
Tanti cattolici lo hanno sempre detto: attenzione, non difendiamo questa legge come fosse una legge buona, una legge cattolica!
Spieghiamo che è solo un male minore, che elimina alcune crudeltà, ma ne mantiene altre.

Ma non sono stati ascoltati.
Si è preferito il compromesso: si è preferito difendere la legge 40, cioè la fecondazione artificiale, in una delle sue forme, pur di non essere additati, pur di non di dire alto e forte che qualsiasi forma di fecondazione artificiale è disumana, perchè uccide embrioni, mette a rischio la salute della madre e dei nati...

Così oggi ci tocca buscarle: ha ragione il Corriere! Si insinua nelle contraddizioni di chi non ha avuto il coraggio di dire tutta la Verità.
Personalmente, spinto da altri, ci ho provato. Qualche giorno prima del 12 giugno 2005 scrivevo sul Foglio: Eppure, se quella legge fosse tutta nostra, se fosse una legge cattolica, non mi sentirei, ugualmente, di rinunciare al voto.

Il problema allora è tutto qui: la legge 40 è una legge cattolica, che obbliga i cattolici, in coscienza, a difenderla?
No, assolutamente no.
La legge 40 è una legge che nasce da un compromesso, comprensibile, realistico, anche lodevole, ma non certo dal pensiero cattolico.

Per questo è dovere morale dei cattolici solo evitare, in ogni modo possibile e lecito, che sia ulteriormente peggiorata.
Dovrebbe essere un punto chiaro, semplice da comprendere: non è cattolica, la legge 40, perché permette la fecondazione in vitro!
Non lo è perché determina l'eliminazione procurata, prevista, calcolata, di un numero enorme di embrioni e dà all'uomo un potere che non gli appartiene.
Non è cattolica, e forse neppure logica, come hanno scritto i "grandi giuristi" del Corriere, perché apre alle coppie conviventi, privando così il nascituro di alcuni diritti che è lecito ritenere fondamentali.
Non lo è, infine, perché permette l'embrioriduzione o riduzione fetale, e cioè l'aborto, ad opera di una coppia che ha voluto il figlio a tutti i costi; perché determina la possibilità, anche con tre embrioni, di parti trigemini, e quindi rischiosi per la madre e per loro stessi; perché permette la crioconservazione dei gameti e, in certi casi, anche quella degli embrioni; perché permette che embrioni "difettosi", spesso a causa delle tecniche che li hanno prodotti, vengano poi scartati…

Stiamo difendendo qualcosa che non è nostro: possiamo almeno farlo come ci pare?.
Purtroppo si è rivelato tutto vero: oggi ci vengono a chiedere contro, a noi cattolici, di una posizione non chiara.
Vi sono donne che dicono: ma non avevate detto che la legge 40 portava ad una fecondazione artificiale lecita e buona?
Il compromesso non paga mai; perchè è falso.

Francesco Agnoli da http://www.comitatoveritaevita.it/pub/nav_Il_compromesso_non_paga_mai..php

_____

In merito alla recente decisione del Governo Gentiloni di rendere mutuabile la fecodazione artificiale eterologa, si ricorda che i Comitati Difendiamo i Nostri Figli (Family Day - Gandolfini) dell'Emilia Romagna stanno chiedendo ai Consiglieri Regionali dell'opposizione all'amministrazione del Partito Democratico di vigilare e di far propria la protesta della gente, contraria alla fecondazione artificiale e all'acquista da gameti da banche del seme.

Qui la petizione:
http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=50

Firmando questa petizione la tua e-mail arriverà a tutti i Consiglieri Regionali, Deputati e Senatori eletti in Emilia Romagna e facenti parte dell'opposizione.
Non firmare se abiti in altre Regioni.

Argomento: Vita

 Avete presente il prototipo dello scienziato pazzo, tipo il Dottor Stranamore del film di Stanley Kubrick «Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba?». Ebbene, a volte la realtà si incarica di andare ben oltre la fantasia.

È il caso del professor Paul R. Ehrlich, entomologo americano della Stanford University, diventato celebre dopo aver pubblicato un libro, intitolato «La bomba della popolazione», nel quale, sulla base di accurati calcoli, faceva una previsione catastrofista: nel decennio dal 1973 al 1983 ben un quarto del genere umano sarebbe morto per fame.

Onde evitare una simile strage, Ehrlich scrisse che sarebbe stato necessario prendere provvedimenti draconiani, a partire dall’imposizione per legge, senza guardare ai diritti individuali, del controllo delle nascite obbligatorio e indiscriminato.

E come somministrare le sostanza necessarie a impedire le nascite? Semplice: introducendo sterilizzatori nell’acqua potabile e nei cibi più comuni.

Ovviamente le previsioni del professore, come quelle di tutti catastrofisti, si sono rivelate campate per aria. Tuttavia ciò non gli ha impedito di continuare a sostenere le sue tesi e di indicare soluzioni. Una delle caratteristiche dei catastrofisti inveterati è infatti quella di non considerare la realtà per quella che è, ma soltanto come pretesto per sostenere le loro idee senza fondamento.

Forse qualcuno ricorderà la scommessa di Ehrlich con Julian Simon, economista che non si lasciò mai influenzare dall’ideologia ecologista e neomalthusiana. Convinto che il mondo, nonostante l’aumento della popolazione, avrebbe migliorato la disponibilità di risorse grazie allo sviluppo delle conoscenze, della tecnologia e della vituperata globalizzazione, Simon, contrario al controllo delle nascite e soprattutto all’imposizione dell’aborto di massa,  nel 1980 sfidò il suo ben più famoso collega: «Scegli cinque materie prime e io scommetto che tra dieci anni costeranno non di più ma di meno rispetto a oggi».

Quelli erano gli anni in cui i catastrofisti pontificavano e il famigerato Club di Roma imperversava con le sue tesi sui limiti dello sviluppo e la necessità di ridurre le bocche da sfamare. Ehrlich, sicuro di vincere la scommessa, scelse dunque cinque metalli: rame, cromo, nichel, stagno e tungsteno, e commentò con sicumera: «Io e i  miei colleghi John P. Holdren e John Harte  accettiamo tutti insieme l’offerta stupefacente di Simon prima che altra gente avida si aggreghi».

Con la presunzione tipica degli ideologi, Ehrlich pensava di vincere facile. Invece, come aveva previsto Simon, i prezzi andarono in una direzione opposta ed Ehrilich si ritrovò a dover pagare più di cinquecento dollari. Il che, in ogni caso, non lo spinse mai a fare autocritica.

Perché ricordare oggi queste vicende?

Perché dal 27 febbraio al primo marzo prossimi, presso la Casina Pio IV in Vaticano, per iniziativa di due pontificie accademie, quella delle scienze e quella per le scienze sociali, si terrà un simposio internazionale sul tema «Estinzione biologica. Come salvare l’ambiente naturale da cui dipendiamo», e fra i relatori invitati a portare il loro autorevole contributo chi ci sarà? Proprio lui, l’ineffabile professor Ehrlich. E quale sarà il tema affidatogli? «Come salvare il mondo naturale».

Ora, gli organismi vaticani sono ovviamente liberi di organizzare i simposi che vogliono e di invitare chi vogliono, ma è difficile non porsi una domanda: con tutti gli scienziati che esistono, è proprio il caso di offrire una tribuna a uno come Ehrlich, che non solo si è fatto paladino dell’aborto di massa ma ha sbagliato completamente le sue catastrofiche previsioni? 
Che cosa può avere da insegnare questo Dottor Stranamore secondo il quale entro l’anno duemila l’Inghilterra avrebbe praticamente cessato di esistere, a meno di non intervenire con massicce politiche a base di aborto e sterilizzazione di massa?

Oggi, nell’anno di grazia 2017, la comunità scientifica mondiale ha smentito tutte le più fosche previsioni dei catastrofisti.
Nel mondo, certamente, c’è ancora chi soffre la fame, eppure il pianeta, nonostante l’aumento della popolazione, non ha mai sfamato così tanta gente e la qualità della vita non è mai  migliorata tanto.
Se ancora adesso un miliardo di persone soffre la fame non è perché non ci sono le risorse, ma perché ci sono troppi sprechi.  Il problema non è impedire alle persone di avere figli, ma garantire loro livelli adeguati in campo sanitario e scolastico.

Commentando la scelta del Vaticano, il presidente del Population Research Institute, Steven Mosher, giornalista e studioso americano contrario alle politiche abortiste, ha detto:
«Le opinioni di Ehrlich sui tassi di estinzione biologica sono esagerate tanto quanto le sue previsioni relative ad un’esplosione demografica, previsioni tutte fallite. Per quale ragione il Vaticano debba dare un palco a questo profeta laico di sventura va oltre le mie capacità di comprensione. Ci sono moltissimi scienziati cattolici, le cui opinioni, basate su fatti, meriterebbero d’esser valorizzate dalla Chiesa. Quale sarà la prossima mossa? Invitare Raul Castro a parlare di diritti umani?».

La tesi al centro del congresso in Vaticano sarà che i cambiamenti climatici globali stanno mettendo a rischio le «biodiversità», il quaranta per cento delle quali sarà distrutto «entro la fine di questo secolo». Sconfitto dai fatti per quanto riguarda la crescita della popolazione mondiale, il catastrofismo torna all’attacco cambiando cavallo: dalla bomba demografica a quella climatica, e di nuovo si lancia in  previsioni.
È una questione di «giustizia sociale» e di «moralità», dicono gli organizzatori del congresso nel presentarne i lavori, ma anche di «sopravvivenza». E siccome all’origine dei cambiamenti climatici c’è l’uomo, ecco che torna la tesi di sempre: eliminiamo l’uomo, riduciamo la sua presenza sulla terra e risolveremo ogni problema.

Di recente (si veda l’articolo «Biophysical limits, women’s rights and the climate encyclical» pubblicato in  «Nature Climate Change») Ehrlich e l’amico Harte, a commento dell’enciclica «Laudato sì’» di Francesco hanno sostenuto che «il papa ha fatto un forte invito ad agire sui cambiamenti climatici, ma non riesce ad affrontare i complessi legami tra lo sviluppo e la crescita demografica».
Dunque?  
Ebbene, quello di Francesco resta «un delirio senza senso» finché non si mette mano al controllo demografico. «È cristallinamente chiaro», scrive Ehrlich. «Nessuno interessato allo stato del pianeta e allo stato dell’economia globale può evitare di trattare della popolazione. È l’elefante nella stanza».

Ehrlich, alla bella età di ottantacinque anni, ha perso il pelo ma non il vizio e continua a pontificare, come faceva con il suo libro del 1969.
La cosa sorprendente è che adesso pontificherà al papa. E su invito del Vaticano.

 

Aldo Maria Valli http://www.aldomariavalli.it/2017/01/14/il-dottor-stranamore-in-vaticano/

Argomento: Vita

 Il governo Gentiloni ha firmato dall'ospedale dove è ricoverato il premier, il decreto che vara i nuovi livelli essenziali di assistenza per la sanità (L.E.A.), ovvero le prestazioni ed i servizi che il servizio sanitario è tenuto a fornire ai cittadini di tutte le regioni italiane. Oltre a quella di Gentiloni il documento reca la firma del ministro della salute Beatrice Lorenzin e del ministro dell'economia Padoan.

 [Su questo argomento si ricorda agli emiliani la campagna contro la Giunta PD-NCD:
http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=50 ]

Giunge così a compimento il lavoro della commissione di aggiornamento che si era insediata l'11 ottobre 2016 sotto la presidenza del ministro Lorenzin di cui facevano parte i rappresentanti delle regioni, del ministero delle finanze e di organi tecnici tra cui l'Istituto Superiore di Sanità, il Consiglio Superiore di Sanità, l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Le novità sono sicuramente molte ed in molti casi esse costituiscono un miglioramento per le persone malate.

Tra quelle di più immediato impatto per le questioni bioetiche vi è sicuramente l'inclusione nei nuovi L.E.A. delle procedure di fecondazione in vitro, compresa la fecondazione eterologa. La prospettiva adottata è fondamentalmente questa: l'infertilità è una patologia, la fecondazione artificiale è la cura che la scienza medica ha allestito per le persone portatrici di questa patologia, la scelta politica è dunque quella di inserire la fecondazione in vitro tra le procedure assicurate dal sistema sanitario nazionale.

Alcuni bioeticisti contestano l'impiego del termine cura per una procedura che non cura affatto, dicono, l'infertilità di base. Non credo che questo sia un argomento valido. La dialisi renale non cura la patologia renale, tuttavia ne contrasta gli effetti; la somministrazione di insulina nel diabete tipo I o di ormone tiroideo nell'ipotiroidismo non cura l'insufficiente produzione ormonale, tuttavia impedisce che tale deficienza determini la morte o gravi danni per la salute del paziente. Un by-pass aortocoronarico non fa scomparire l'istruzione della coronaria, ma impedisce che essa determini la morte per ischemia di una porzione del tessuto miocardico.

Routinariamente la cura non determina la guarigione dalla malattia, ma si limita ad alleviare le conseguenze della malattia, tuttavia sfido i miei amici bioeticisti a sostenere che la dialisi, l'insulina e la rivascolarizzazione cardiochirurgica non curando la patologia di base non dovrebbero essere considerate vere cure e quindi sarebbero da escludere dai L.E.A. Lo stesso principio viene adottato per la fecondazione eterologa: se manca l'ormone si dà l'ormone, se mancano i globuli rossi si reintegrano mediante trasfusioni da un donatore ad un ricevente, se manca un organo lo si fa con i trapianti, perché non dovrebbe essere fattibile con i gameti? Questo è l'approccio pragmatico seguito dagli specialisti impegnati nel combattere l'infertilità.

L'occasione consente di riaffermare dunque con nettezza (e spero sufficiente lucidità) la vera ragione che giudica una sciagura l'inclusione della fecondazione in vitro nei L.E.A. quale, è doveroso dirlo per amore della verità, ossequioso e legalmente dovuto adempimento da parte della politica di quanto i giudici avevano ordinato attraverso le varie sentenze che hanno smontato i limiti previsti nella legge 40.

Tuttavia questo non ci solleva dal proclamare ancora una volta che l'intenzione di sollevare le persone da una sofferenza non può essere un lasciapassare per qualsiasi pratica, ma debba sempre avvenire mediante percorsi rispettosi della dignità umana. Il desiderio di maternità e paternità, di per sé buono e condivisibile, non può essere soddisfatto al prezzo di selezionare gli embrioni secondo criteri qualitativi, stoccare atempo indeterminato sotto azoto liquido l'eccesso produttivo, interporre nel processo generativo figure esterne alla coppia, preselezionare i fornitori della componentistica.

Queste sono pratiche che, come osservato dal bioeticista Leon Kass, riducono l'essere umano a manufatto e rendono lo Stato che vi partecipa complice del Baby Business descritto dalla professoressa della Columbia Debora Spar. E le donne indigenti usate come "cava" biologica da cui strappare quanti più gameti mediante "bombe" ormonali? Se si può vendere le cellule, se lo Stato stesso diventa acquirente, per quale ragione non si potrà comprare organi interi?

Eppure che l'embrione non è un materiale biologico assimilabile a nessun altro è reso evidente dalla biologia: un globulo rosso non cresce fino a diventare un bambino che domanda: "chi è mia madre?". E qual'è il tasso di successi di questa modalità terapeutica? Nel 2014 delle64.323 coppie che si sono sottoposte alla fecondazione in vitro, soltanto 9.203 sono giunte al parto, appena il 14,3%. Per il restante 85,7% la speranza si è trasformata in una fallimentare delusione. Con la donazione di gameti la probabilità di successo cresce soltanto al 21,1%.

Negli Stati Uniti l'uso di donatrici di ovuli è del 4%quando la donna richiedente ha meno di 35 anni, diventa il 6% per richiedenti di 35-37anni, sale al 10% per quelle di 38-40 anni e raddoppia per ogni incremento di due anni della fascia di età delle committenti fino a giungere al 73% delle procedure con ovuli acquistati sul mercato quando la donna che vuole un bambino ha più di 44 anni. In Italia l'uso di gameti esterna alla coppia è consentito soltanto per i portatori di patologie trasmissibili, ma in fin dei conti anche questo è un paletto dondolante; se avere un bambino è un diritto ed il principio del mercato è quello di soddisfare la domanda, l'età dovrà pur essere un problema risolvibile dalla tecnica.

In fin dei conti, come noi medici abbiamo imparato a dire, senectus ipsa est morbus

 

(Renzo Puccetti -14-01-2017, tit. orig. Dal governo un via libera all'essere umano manufatto, in http://www.lanuovabq.it/it/articoliPdf-dal-governo-un-via-libera-all-essere-umano-manufatto-18642.pdf)

 

Argomento: Vita

 Campagna rivolta solo ai residenti in Emilia Romagna

 1. La Regione Emilia Romagna ha deciso di acquistare da banche del seme gameti femminili e maschili per promuovere la fecondazione eterologa (cfr. http://tinyurl.com/RegioneER)

 2. Il Card. Caffarra ha definito tale decisione "gravissima e aberrante"  (Cfr. http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-bambini-non-si-comprano-scendiamo-in-piazzacaffarra-accusa-la-sua-emilia-aberrante-17638.htm) perchè "Non ci si rende conto che si sta sradicando la genealogia della persona dalla genealogia naturale".

Sua Eminenza ha spiegato anche che "si producono le cose, non i bambini e questa è una produzione di bambini. Ma la logica della produzione deturpa la dignità della persona. Il bambino viene così deturpato nella sua dignità. In secondo luogo il corpo della donna non è una miniera, una cava da cui estrarre ciò che mi serve per compiere i miei desideri, perché un ovocita non è il tessuto della cornea di cui mi servo per dare la vista a un cieco. L’ovocita ha in sé la potenza di dare origine ad una nuova persona, non è una cellula qualsiasi".

3. Si tratta inoltre di denaro di contribuenti che, per gran parte, sono all'oscuro delle terribili intenzioni degli amministratori della nostra Regione.

___

I Comitati Difendiamo i Nostri Figli (Family Day - Gandolfini) dell'Emilia Romagna chiedono ai Consiglieri Regionali dell'opposizione all'amministrazione del Partito Democratico di vigilare e di far propria la protesta della gente, a favore della difesa della vita umana, dal concepimento alla morte naturale.

Qui la petizione:
http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=50

Firmando questa petizione la tua e-mail arriverà a tutti i Consiglieri Regionali, Deputati e Senatori eletti in Emilia Romagna e facenti parte dell'opposizione.
Non firmare se abiti in altre Regioni.

Argomento: Vita

 Legge 40 sulla procreazione assistita: cosa rimane in vigore?

 La Consulta l’ha stravolta: sì alla fecondazione eterologa e più possibilità di impianto e conservazione degli embrioni. E in alcune Regioni con i soldi di tutti.

 Lo Stato totalitario italiano ha ignorato la volontà popolare, espressa con l'astensione al referendum del 2005 e così commentata dal Cardinal C. Ruini: il mancato raggiungimento del quorum è "frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita".

 

 

 La legge 40 costituisce l’ultima tappa di un processo che vorrebbe legiferare sul "desiderio" anzichè sulla ragione e alla natura.
 Essa NON riguarda le coppie che desiderano un figlio ma non riescono ad averlo in modo naturale, ma obbedisce invece a una visione del mondo che odia la natura in quanto creata da Dio.

  La procreazione medicalmente assistita (Pma) è regolamentata in Italia dalla legge 40 del 2004 che ha subìto una trentina di modifiche, tra interventi dei governi e della magistratura. Interventi che hanno, in parte, alterato alcuni dei capisaldi della legge originaria.

Com’era la legge 40 sulla procreazione assistita

Al momento della sua approvazione dal Governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, la legge 40 definiva la procreazione assistita come «l’insieme degli artifici medico-chirurgici finalizzati al favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dall’infertilità umana, qualora non vi siano altri metodi efficaci per rimuovere le cause di sterilità o di infertilità».
Tra i primi problemi posti da questo concetto, dunque, c’è quello di ricorrere al Servizio sanitario nazionale per usufruire della relativa copertura. In pratica, una coppia potrebbe sempre dire che l’infertilità è una malattia come tante altre e, di conseguenza, la sanità pubblica se ne deve fare carico.

Tant’è: la legge afferma, poi, che lo Stato «promuove ricerche sulle cause patologiche, psicologiche, ambientali e sociali dei fenomeni della sterilità e dell’infertilità e favorisce gli interventi necessari per rimuoverle nonché per ridurne l’incidenza».
Attenzione, però: nel rispetto «di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Questione etica non da poco.

Nella sua versione originale, la legge 40 stabiliva che alle tecniche di procreazione assistita potessero accedere «coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi» e vietava espressamente il ricorso a tecniche di fecondazione eterologa, così come l’eugenetica.
Che cos’è l’eugenetica?
Già suona male il termine, figuriamoci il significato: non è altro che la tecnica volta alla selezione della razza, tecnica che spesso prevede l'eliminazione delle persone "con difetti" o "imperfette".
Una tecnica subdolamente presentata come volta al miglioramento della specie umana, gia nell'Unione socialista sovietica e nella Germania nazional-socialista.
Qualcuno potrebbe pensare che, da certi punti di vista, non guasterebbe, soprattutto se servisse ad evitare ogni impulso criminale. Ma nel caso specifico della procreazione assistita non è permesso.

Scorrendo ancora la legge del 2004, si può vedere che veniva vietata la crioconservazione degli embrioni, cioè di mettere gli embrioni in freezer per ridurre il loro soprannumero.
La tecnica era, però, consentita per temporanea e documentata causa di forza maggiore, non prevedibile al momento della fecondazione.

Legge 40: l’intervento della Consulta

La Corte Costituzionale è intervenuta più volte a proposito della legge 40 sulla procreazione assistita. E non proprio per rispettare la legge naturale nè i risultati del Referendum che ne impedì una versione più selvaggia.
Già nel 2009 [1], cioè 5 anni dopo l’approvazione della legge, la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimi gli articoli che prevedevano:

  • il limite di produzione di tre embrioni;
  • l’obbligo di un unico e contemporaneo impianto;
  • l’articolo relativo alla crioconservazione degli embrioni nella parte in cui non viene contemplato che il trasferimento di tali embrioni nell’utero della futura mamma «da realizzare non appena possibile» venga effettuato senza pregiudizio per la salute della donna.

La Consulta, in questa sentenza, accoglieva anche il pronunciamento del Tar del Lazio [2] con cui veniva dichiarato illegittimo il divieto di diagnosi preimpianto previsto nel 2004 dal decreto del Governo, a meno che quella diagnosi non avesse finalità eugenetiche.
E' stata così introdotta la possibilità di "selezione della specie".

La Corte si è espressa anche nel 2014, a seguito del ricorso incidentale presentato dai tribunali di Milano, Catania e Firenze, dichiarando illegittima la parte della legge 40 sulla procreazione assistita in cui si vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi in casi di infertilità assoluta.
Secondo i giudici, questo divieto si scontra con gli articoli 2, 3, 29, 31, 32, e 117 della Costituzione e con gli articoli 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Scavalcando il comune sentire del popolo italiano si è così introdotta la fecondazione eterologa.

Non è finita. Nel 2015, dopo un ricorso incidentale del Tribunale di Napoli, la Consulta hanno dichiarato illegittimo l’articolo che sanzionava penalmente la condotta dell’operatore medico volta a consentire il trasferimento nell’utero della donna dei soli embrioni sani o portatori sani di malattie genetiche.
Secondo i giudici, questo concetto rappresenta una violazione del principio di ragionevolezza nonché del diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Secondo noi questa decisione è eugenetica pura.
Resta in vigore solo la parte della norma che vieta la soppressione degli embrioni malati e non inutilizzabili, in quanto non possono essere trattati come un mero materiale biologico.

Procreazione assistita: il decreto Lorenzin

Sempre nel 2015, l’allora ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, firma un decreto sulla procreazione assistita [3] che formalizza la visione eugenetica e socialista, introducendo:

  • l’accesso alle tecniche di fecondazione eterologa;
  • la valutazione clinica, il più attenta possibile, del rapporto rischi-benefici;
  • l’accesso alle tecniche alle coppie cosiddette sierodiscordanti; in pratica a quelle coppie in cui uno dei due sia portatore di una malattia virale sessualmente trasmissibile, come l’epatite B o C oppure l’Hiv. La novità risiede nel fatto che prima l’accesso era previsto soltanto per l’uomo e non per la donna;
  • le indicazioni dettagliate nella cartella clinica circa i trattamenti eseguiti e le motivazioni in base alle quali si decide sia il numero di embrioni da generare sia quello degli embrioni eventualmente non trasferiti ma da conservare.

La fecondazione assistita eterologa

La fecondazione eterologa, dunque, è ammessa in Italia dal 2014, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale, riportata anche dal decreto Lorenzin del 2015.
Fortunatamente, non mancano i problemi per le coppie che vogliono servirsi di questa pratica per avere un figlio, dal momento che la sanità pubblica è materia delle Regioni e che sono proprio questi enti a decidere l’orientamento da seguire in materia.
In Italia, sono solo tre gli ospedali pubblici a cui ci si può rivolgere: in Toscana al Careggi di Firenze, in Friuli Venezia Giulia al Santa Maria degli Angeli di Pordenone ed in Emilia Romagna al Sant’Orsola di Bologna.
Tutte e tre le Regioni sono a guida Partito Democratico: Emilia-Romagna e Toscana sono regioni storicamente egemonizzate dalla cultura socialista.

Nelle altre regioni, per il momento, si deve pagare la fecondazione eterologa di tasca propria, sborsando dai 2.000 ai 10.000 euro, a seconda dei tentativi.
Viene in mente una piccola curiosità: i nostri anziani, una volta, nel loro gergo, non parlavano di “concepire” un figlio ma di “comprare” un figlio.
Siamo lì.

Come avviene la procreazione assistita

Per completezza, riportiamo le tecniche di procreazione assistita.
Esistono tre livelli. Il primo riguarda l’inseminazione semplice. Avviene nel corpo della donna dopo una stimolazione ovarica ed il potenziamento degli spermatozoi.

Le tecniche di secondo e terzo livello consistono in una fecondazione esterna al corpo della donna, cioè in vitro. Una volta fecondato l’ovulo, l’embrione (precedentemente congelato o non congelato) viene reimpiantato nell’utero.

Quelle di terzo livello prevedono un intervento endoscopico grazie al quale si inietta o un singolo spermatozoo oppure migliaia di spermatozoi per favorire la fecondazione.

Carlos Arija Garcia

da: http://www.laleggepertutti.it/142478_legge-40-sulla-procreazione-assistita-cosa-rimane-in-vigore (con modifiche sui giudizi)

NOTE

[1] Corte Cost., sent. n. 151/2009.

[2] Tar Lazio, sent. n. 398/2008.

[3] D.M. del 1 luglio 2015.

Argomento: Vita

 Canada. L’Unicef chiede al Parlamento di estendere l’eutanasia ai bambini

L’organo ufficiale dell’Onu deputato a «tutelare i bambini» e a garantirne il «diritto a sopravvivere» ha proposto ufficialmente che il diritto di morire venga «esteso ai minori maturi» come i 16enni depressi.

L’Unicef invoca l’eutanasia per i bambini. L’organo ufficiale dell’Onu deputato a «tutelare i bambini» fa aperta campagna per la loro uccisione in Canada. Non si tratta di una voce di corridoio o dell’indiscrezione di qualche gola profonda, ma delle parole pronunciate a Ottawa davanti al Parlamento da Marvin Bernstein, avvocato filantropo e Chief Policy Advisor di Unicef Canada.

«EUTANASIA PER I MINORI MATURI». «L’aiuto medico a morire è stato previsto per gli adulti competenti. Sorge spontanea la domanda: perché non per gli altri gruppi di persone come i minori maturi?», ha dichiarato il 12 maggio Bernstein davanti alla commissione Affari legali e costituzionali del Senato canadese. «Questa domanda richiede una risposta e noi come Unicef Canada certamente sosteniamo l’estensione di questo diritto».

LA CORTE SUPREMA. La legge sull’eutanasia verrà votata dal Parlamento il 6 giugno dopo che l’anno scorso, a febbraio, la Corte suprema del paese ha dichiarato incostituzionale la proibizione del suicidio assistito e dell’eutanasia contenuta nel Codice penale. Per questo ha dato un anno di tempo alla politica per approvare una legge specifica. Il testo che dovrebbe essere votato permette a tutti gli adulti che soffrono in modo insopportabile per cause fisiche o mentali di richiedere la morte. Non è necessario essere affetti da malattie terminali.

PERCORSO A TAPPE IPOCRITA. Secondo Unicef, l’eutanasia minorile, già approvata in Belgio, dovrebbe diventare legge secondo un preciso «percorso a tappe». Prima l’eutanasia per tutti gli adulti competenti, poi, dopo «tre anni di studi sui possibili effetti della legge sui minori» e su come evitare «manipolazioni» garantendo «precise tutele», dovrebbe essere estesa «non a tutti i bambini, ma solo ai minori maturi». La proposta è di rara ipocrisia: specificare che solo i minori maturi, e non tutti i bambini, dovrebbero avere accesso alla “buona morte” non ha senso, non esistendo un criterio oggettivo per stabilire la presunta maturità. Perché poi un bambino dovrebbe essere maturo per chiedere allo Stato di ucciderlo e non per guidare o votare? Allo stesso modo, studiare i «possibili effetti» della legge sui bambini è un controsenso: quali effetti più gravi della morte del bambino stesso può causare la legge? Per quanto riguarda manipolazioni e tutele il discorso è altrettanto insensato, visto che è proprio l’introduzione della legge a manipolare, ventilando l’idea che il suicidio è una soluzione accettabile davanti alla sofferenza.

ANCHE I 16ENNI DEPRESSI. Bernstein non si pone questi problemi ma sottolinea che l’eutanasia minorile è «coerente con la Convenzione sui diritti dell’infanzia». Per Unicef, spiega il responsabile, i bambini devono poter essere uccisi anche in assenza di una malattia terminale e anche per motivi psicologici. Alla domanda di un senatore, se «un 16enne depresso» dovrebbe poter essere ucciso in base alla legge, Bernstein ha risposto candidamente: «Sì».

KILL THE CHILDREN. La svolta è importante per un’organizzazione che ha come scopo quello di «contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dei bambini» e che sviluppa i suoi programmi in tutto il mondo per «salvaguardare il diritto umano più fondamentale di tutti: il diritto di un bambino a sopravvivere». Come si concilia questa missione con la richiesta di estendere l’eutanasia ai più piccoli? L’Unicef non è l’unica organizzazione che si batte per i diritti dei bambini a richiedere la loro uccisione. Già nel 2014 Save the Children, insieme ad altre sigle riunite sotto il nome “Together”, aveva chiesto alla Scozia di estendere il suicidio assistito anche ai minori perché «le malattie terminali non discriminano le persone in base alla loro età, di conseguenza anche la sanità non dovrebbe farlo». Anche per Unicef i «minori maturi» non devono essere discriminati. Al massimo uccisi.


 
 
Argomento: Vita

 La battaglia per il diritto all’obiezione di coscienza dei farmacisti fa segnare un importante novità con la sentenza emessa dal Tribunale di Gorizia. In attesa delle motivazioni, che arriveranno entro 90 giorni, i magistrati friulani hanno assolto una dottoressa triestina, E. M., assistita dagli avvocati Simone Pillon e Marzio Calacione con l’ausilio dei consulenti tecnici prof. Bruno Mozzanega e dott. Renzo Puccetti.

La farmacista era imputata del reato di omissione o rifiuto di atti di ufficio perché, in qualità di collaboratrice presso la farmacia comunale, e quindi incaricata di pubblico servizio, nel 2012, durante un turno notturno si era rifiutata di consegnare il Norlevo, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, perché abortiva, nonostante l’esibizione di ricetta medica rilasciata con espressa indicazione di assumere il farmaco nella stessa giornata, appellandosi all’obiezione di coscienza e indicando la farmacia più vicina in cui l’avrebbe potuta acquistare.

Il Pubblico Ministero aveva chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche e la condanna a 4 di reclusione coi benefici di legge.

“Dopo tre anni di procedimento penale – spiegano i difensori – con tutto quello che ciò può comportare in termini personali, familiari e professionali, la nostra assistita ha visto riconosciute le sue sacrosante ragioni, conformemente a quanto previsto dall’art. 3 del codice deontologico dei farmacisti che recita: “Il farmacista deve operare in piena autonomia e coscienza professionale conformemente ai principi etici e tenendo sempre presenti i diritti del malato e il rispetto per la vita”.
In attesa di leggere le motivazioni si condivide sin d’ora questa decisione giudiziale saggia ed equilibrata che si pone come primo precedente giurisprudenziale in materia e ci si augura che processi penali simili non debbano più ripetersi e che i diritti costituzionalmente garantiti alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione di tutti gli esseri umani non siano più abbandonati al coraggio del singolo ma trovino pieno riconoscimento in un’apposita legge che prenda atto del pluralismo etico e della preminenza del diritto alla vita e alla libertà”.

Piero Uroda e Giorgio Falcon, rispettivamente presidente e vice dell’Unione cattolica farmacisti italiani, non nascondono la loro soddisfazione per un “risultato storico” e parlano apertamente di “ingiusta persecuzione per un comportamento erroneamente considerato ideologico”.
Le novità contenute in questa sentenza – affermano – non potranno essere disconosciute per il loro valore dirompente.
Per la prima volta viene riconosciuto a un farmacista la piena autonomia nel proprio ambito professionale fondata sul suo bagaglio culturale e morale.
Ci aspettiamo una piena consapevolezza e un costruttivo confronto all’interno della Fofi (la Federazione degli ordini dei farmacisti, ndr) alla luce delle nuove indicazioni giuridiche”.

Rifiutare di vendere farmaci abortivi non è un reato ma un diritto che rientra nell’obiezione di coscienza.
Siamo quindi molto contenti della decisione del Tribunale di Gorizia – ha commentato il presidente del Comitato promotore del Family day, Massimo Gandolfini – Ringrazio in particolar modo l’amico avv. Simone Pillon, membro del direttorio del Family day, e i colleghi e amici prof. Bruno Mozzanega e dott. Renzo Puccetti che col loro lavoro hanno contribuito ad ottenere questo straordinario risultato che segna una svolta nella giurisprudenza italiana.
Finalmente – continua Gandolfini – dopo anni di silenzi e di censure, è apparso chiaro a tutti che nessun professionista può essere costretto ad andare contro la propria coscienza con la minaccia della galera.
La caccia ideologica agli obiettori non trova nessuna giustificazione, anche perché i dati, diffusi pochi giorni fa dal Ministero della Salute, mostrano la facilità di accesso all’acquisto di pillole abortive, consentito anche senza ricetta, che è infatti aumentato di circa il 400% dal 2012 a oggi”.

“E’ stato un onore difendere una donna tanto umile quanto determinata – conclude Pillon – Ora ci aspettiamo che il parlamento approvi nel più breve tempo possibile una norma che tuteli la libertà di coscienza, anche perché non possiamo lasciare al coraggio dei singoli, per quanto grande, il presidio dei più elementari principi etici e il rispetto della vita”.

Da: http://www.interris.it/2016/12/20/109212/cronache/italia/rifiuto-la-pillola-del-giorno-dopo-assolta-farmacista-triestina.html

 

Argomento: Vita

  Mentre l'attenzione dei cattolici italiani veniva deviata sull'assurda diatriba "se Dio punisca o no", si è svolta a Roma un incredibile "marcia": per la prima volta nella storia, una Conferenza Episcopale ha dato il suo appoggio ad un evento promosso dalla lobby che più di ogni altra ha attaccato la famiglia, la vita nascente, la fecondazione artificiale, la droga: il Partito Radicale.

 

_____

In psicologia la resilienza indica la capacità d’affrontare, contro tutto e contro tutti, le avversità in cui si sia immersi.

A modo suo, il «Gruppo di San Gallo», spiazzato dall’elezione di Benedetto XVI, fu dunque resiliente, seppe cioè far buon viso a cattiva sorte e lavorare in vista di tempi migliori, tempi che effettivamente per quel sodalizio giunsero col Pontificato Bergoglio, cui tanto si dedicò, preparandone il terreno.

La stessa cosa sta avvenendo con l’adesione sì-no-forse della Cei alla IV «Marcia per l’amnistia, la giustizia, la libertà», promossa per questa domenica dal Partito Radicale, non a caso intitolandola a Marco Pannella ed a papa Francesco, non a caso proprio in concomitanza col Giubileo dei Carcerati. Tale adesione è lampante nelle dichiarazioni attribuite lo scorso 19 ottobre da Radio Radicale al Sottosegretario e portavoce della Cei, don Ivan Maffeis; è più sfumata, invece, e ridotta ad una semplice “condivisione d’intenti” in una sua precisazione successiva. Non è dato sapere se davvero si sia trattato di un semplice equivoco con una parziale, ma intempestiva rettifica, o se viceversa la ridda di proteste subito levatesi dal mondo cattolico abbia suggerito una rapida marcia indietro.

Comunque sia, tale sostegno, che ha giustamente scandalizzato molti, in realtà non dovrebbe stupire. Come già fece il «Gruppo di San Gallo», operante a lungo dietro le quinte, anche in questo caso è evidente un lavoro di silente e meticolosa preparazione durato non anni, bensì decenni e manifestatosi in modo esplicito solo una volta conquistate posizioni di vertice ed una volta raggiunte consolidate probabilità di successo.

Così non stupisce che, alla notizia della morte del leader radicale, L’Osservatore Romano lo abbia ricordato come «protagonista tra i più noti della vita politica italiana, portando avanti battaglie appassionate contro la pena di morte, contro la fame nel mondo e per il miglioramento delle condizioni dei carcerati», senza cenni espliciti ad aborto, divorzio e dintorni; non stupisce, perché già nel 2010 lo stesso direttore del quotidiano della Santa Sede, Giovanni Maria Vian, incoraggiò l’avvio di un dialogo con Pannella ed Emma Bonino.

Non è uscita dal cilindro l’idea d’individuare nella situazione carceraria l’humus del compromesso radical-ecclesiale, poiché già ripetuti e chiari furono in passato i segnali in tal senso. Nell’aprile 2012 i Vescovi della Basilicata, all’unanimità, aderirono alla Marcia organizzata dai Radicali a Roma, schierandosi a favore dello svuotamento delle carceri. Marcia, cui annunciarono la propria partecipazione anche don Andrea Gallo, don Antonio Mazzi, don Luigi Ciotti, 20 cappellani delle carceri ed un’ampia rappresentanza del volontariato cattolico.

Solo sei mesi dopo, il 23 ottobre, dai microfoni di Radio Radicale, l’allora direttore dell’Ufficio Comunicazione della Cei, mons. Domenico Pompili, annunciò di condividere la battaglia per l’amnistia promossa dai Radicali e di aderirvi anche a nome della Cei. Mons. Pompili ha fatto carriera: l’anno scorso papa Francesco lo ha nominato Vescovo di Rieti.

Sempre secondo Radio Radicale, lo stesso Pontefice, quando due anni fa chiamò Pannella al telefono, gli avrebbe assicurato sostegno «contro questa ingiustizia» ovvero contro le condizioni detentive nelle carceri italiane.

Così anche le frequenti visite, compiute da mons. Vincenzo Paglia al capezzale di Pannella, non furono né sorprendenti, né casuali: Il Fatto Quotidiano dello scorso 20 maggio ha anzi specificato come mons. Paglia – peraltro da poco nominato da papa Francesco Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II e presidente della Pontificia Accademia per la Vita – conoscesse e frequentasse il leader radicale «dai primi anni Novanta» e lo definisse, con ammirazione, uno che «ha speso la vita negli ideali in cui ha creduto». L’elenco potrebbe continuare: tutti gesti, segni e parole assolutamente convergenti e certo frutto non del caso, vogliono anzi dire qualcosa.

Quel che è certo è che da tempo qualcuno premeva e qualcun altro pazientemente tesseva le trame, per giungere a “reclutare” la Cei nella marcia radicale di questa domenica, col pieno avallo del Segretario generale della Conferenza episcopale, mons. Nunzio Galantino. La giornalista Costanza Miriano ha parlato di «un gesto fatto non in un momento d’entusiasmo», bensì di «una scelta ragionata». Più che ragionata, è stata proprio meditata. E’ diverso.

E’ in quest’ottica che si comprende come mai improvvisamente le posizioni dei Radicali su divorzio, aborto, eutanasia, eugenetica, fecondazione assistita, “nozze” gay, legalizzazione delle droghe con relative «sale da iniezione» siano state messe in secondo piano, bypassate in questo convinto plauso accordato dalla Cei alla marcia “Pannella-Bergoglio”, senza nemmeno più citarle, benché mai rinnegate dall’impenitente partito, neppure sfiorato dall’eventualità d’aver sostenuto con esse posizioni frontalmente contrarie al diritto naturale ed ai principi non negoziabili.

Non son trascorsi molti anni da quel 2011, in cui i Radicali invocarono a gran voce l’imposizione dell’Ici alla Chiesa per tutte le sue attività “commerciali” (o presunte tali), in singolare sincronia con l’identica richiesta mossa da Gustavo Raffi, all’epoca Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

Non son trascorsi molti anni da quel 2012, in cui i Radicali invocarono a gran voce la prostituzione tassata, il testamento biologico, nonché l’abolizione dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, con tanto di «presidio anticoncordatario» davanti all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, al grido di «Abrogare il Concordato, denunciare il Trattato».

E come dimenticare lo sconcertante spot pro-eutanasia, promosso da una delle più importanti sigle della galassia radicale, l’associazione Luca Coscioni, con l’allucinante slogan «A.A.A. Cerchiamo malati terminali per ruolo da protagonista. Anche prima esperienza».

Ma di tutto questo non v’è traccia nell’acritico sostegno accordato dalla Cei alla marcia pannelliana. Un sostegno, che viene da lontano

(M. F. per http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/cei-e-marcia-radicale-un-abbraccio-che-viene-da-lontano/).

Argomento: Vita

 L’attacco all’obiezione, e il silenzio sulla fecondazione artificiale che uccide

 

A Catania una madre muore, dopo aver dato alla luce due gemelli di 5 mesi senza vita.
La stampa di regime si scatena, perchè bisogna identificare un colpevole: il medico obiettore!
Cioè, un medico che si rifiuta di praticare aborti, diventa colpevole per la morte di una donna e per due aborti spontanei.
Chi si rifiuta di praticare omicidi, deve essere accusato di omicidio!

Quale menzogna più grande? E perchè? Per coprire la verità.
La povera mamma aveva praticato, lo si dice en passant, come se non significasse nulla, la fecondazione artificiale (Fiv).
Questo cosa significa? Lo dicono tutti gli studi: la fecondazione artificiale determina complicanze per la madre, sottoposta a trattamenti invasivi che possono essere persino letali.

E i bambini? Con la Fiv hanno un più alto tasso di morbilità, di precocità e di mortalità perinatale e neonatale.

Ciò significa che la morte di questa mamma e dei suoi due bambini ha, molto probabilmente, una causa ben precisa: le pratiche di Fiv. Ma questo non si può e non si deve dire! Occorre alzare una cortina fumogena e accusare un povero medico che non c’entra nulla, ma ha una colpa: non pratica aborti!

 

-Qui l’articolo del Corriere, che ristabilisce, parzialmente, la verità:

Parla di «una falsità madornale« il professore Paolo Scollo, presidente della società italiana di ginecologia e primario del reparto del Cannizzaro dove è morta Valeria Milluzzo con i due gemellini di cinque mesi.
Contesta la ricostruzione dei parenti: «È falso che un dottore del reparto si sia rifiutato di fare partorire la signora perché obiettore di coscienza. È accaduto esattamente il contrario. Il primo feto è stato espulso spontaneamente. Per il secondo, aggravandosi lo stato della paziente, il dottore ha indotto la manovra di espulsione».

Ma è vero che il dottore è un obiettore di coscienza?

«È vero che nel mio reparto siamo tutti obiettori di coscienza. Questo riguarda però le richieste di aborto, non il lavoro di tutti i giorni sulle pazienti…»

Il marito e l’avvocato Salvatore Catania Milluzzo sostengono che il medico obiettore di coscienza avrebbe assunto per ore questa posizione: non intervengo, non faccio espellere il feto perché batte il cuore, perché è vivo…

“È questa la madornale falsità: il medico è intervenuto e ha indotto la seconda espulsione di un feto che nel frattempo era morto».

Sarebbe cambiato qualcosa se fosse stato presente un medico non obiettore di coscienza?

«Assolutamente no. Siamo parlando di feti di 19 settimane. Esserini debolissimi. Un parto in questi casi è considerato un aborto. La nostra Carta di Firenze sostituita dalla Carta di Roma indica come limite di vita le 22 settimane. Significa che le percentuali di sopravvivenza, senza parlare della qualità, sono al di sotto dell’uno per cento. In sintesi: la signora non è morta per l’obiezione di coscienza».

Per che cosa è morta la paziente?

«Per la sepsi, per una coagulazione travasale disseminata, per una complicanza dell’infezione».

Dovuta a quale causa?

«Questo non lo sappiamo».

L’autopsia lo dirà?

«Si potrà capire dai dati biochimici dell’autopsia. È quello che dovranno esaminare i periti del tribunale, se riusciranno a scoprirlo».

È rigida la posizione della famiglia su una responsabilità interna al reparto?

«Mi sembra più la posizione dell’avvocato che della famiglia. Poi, dopo il dolore estremo dei familiari che va rispettato e compreso, si va sempre alla caccia di un colpevole. E nella non conoscenza dei dati obiettivi è comprensibile che si possa dire di tutto. Anche cose non vere, come capita all’avvocato che sta andando su tutte le tv».

da: Libertà e persona del 24/10/2016 - http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/10/lattacco-allobiezione-e-il-silenzio-sulla-fecondazione-artificiale-che-uccide/

Argomento: Vita

 

Gli abortisti sono in difficoltà, tanto che Roberto Saviano si è sentito in dovere di intervenire sui social network e le sue affermazioni sono state riprese il 4 ottobre scorso dall’Agenzia Adnkronos: «L’obiezione di coscienza», ha scritto, «imposta ai ginecologi più che liberamente scelta, in un Paese dove i padiglioni degli ospedali pubblici e laici sono intitolati a santi, è una piaga che rende la 194 la più tradita delle leggi».

Le preoccupazioni dei pro dead si incrementano di anno in anno nell’osservare che il numero degli obiettori di coscienza cresce, così come crescono le associazioni e i movimenti pro life. Lo scorso 23 settembre la camera bassa del parlamento della Polonia ha votato a favore di un disegno di legge che, se definitivamente approvato, vieterebbe praticamente ogni forma di aborto, in un Paese dove la pratica dell’interruzione di gravidanza è già ristretta a pochissimi casi. Alcuni giorni fa 267 deputati su 460 hanno votato a favore della proposta, che ora dovrà affrontare altri due passaggi parlamentari. Le femministe polacche e del mondo occidentale si sono allarmate e il 3 ottobre quelle della Polonia sono scese in piazza, vestite a lutto (il lutto per timore di non poter più abortire, invece di indossare il nero per i bambini uccisi), aderendo al movimento Czarny Protest, ossia «proteste in nero».

Il disegno di legge in discussione è l’iniziativa di un Paese profondamente cattolico, che è riuscito a mantenersi tale sia sotto il regime nazista, sia sotto quello sovietico e che oggi fa sentire la propria voce anche sotto la dittatura relativista e laicista. Esso è sorto proprio grazie all’alleanza di diversi gruppi religiosi cattolici, appoggiata anche dalla Conferenza episcopale polacca, così facendo si è riusciti a raccogliere 100 mila firme per presentare al Governo una proposta di legge di iniziativa popolare.

Anche in Italia ci sono segnali molto interessanti dal punto di vista delle obiezioni di coscienza, tanto che ancora Saviano allerta: «Questo tema, a noi italiani, dovrebbe essere caro, perché, nonostante l’aborto sia legale, le difficoltà che le donne italiane trovano oggi ad abortire sono immense» e per sostenere l’aborto è costretto a ricorrere alla vetusta propaganda radicale degli aborti clandestini.

Sette ginecologi su dieci in Italia sono obiettori di coscienza, scegliendo di non praticare il volontario omicidio sull’infante nel grembo materno. Spesso, riportano i media, non sono stati formati per effettuare aborti. Un dato in aumento, come segnalano le percentuali 2015 del Ministero della salute riferite al periodo 2013-2014. Dal 2005 al 2013 gli obiettori sono passati dal 59% al 70%. Cifre che allarmano non poco la politica abortista.

La cultura della vita contro la cultura della morte produce i suoi frutti. «Lo scandalo supremo della nostra epoca», come lo definì Giuliano Ferrara, sta diventando un problema per tanti medici. Dopo la Polonia, siamo il Paese dove è più diffusa la convinzione che l’aborto non dovrebbe essere legale se non quando è in pericolo la vita della madre.

Nella relazione del Ministero della salute sull’attuazione della 194/78 del 26 ottobre 2015 si rileva che nel 2013 sono presenti elevati numeri di obiezione di coscienza, specie tra i ginecologi, 70.0%, cioè più di due su tre). A livello nazionale si è passati dal 58.7% del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007, al 71.5% del 2008, al 70.7% nel 2009, al 69.3% nel 2010 e 2011, al 69.6% nel 2012 e al 70.0% nel 2013. Fra gli anestesisti la situazione è più stabile con una variazione da 45.7% nel 2005 a 50.8% nel 2010, 47.5% nel 2011 e 2012 e 49.3% nel 2013. Per il personale non medico si è osservato un ulteriore incremento, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013.

Si osservano notevoli variazioni tra regioni. Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi sono presenti in 8 regioni, principalmente al Sud: 93.3% in Molise, 92.9% nella provincia di Bolzano, 90.2% in Basilicata, 87.6% in Sicilia, 86.1% in Puglia, 81.8% in Campania, 80.7% nel Lazio e in Abruzzo. Anche per gli anestesisti i valori più elevati si osservano al Sud (con un massimo di 79.2% in Sicilia, 77.2% in Calabria, 76.7% in Molise e 71.6% nel Lazio). Per il personale non medico i valori sono più bassi e presentano una maggiore variabilità, con un massimo di 89.9% in Molise e 85.2% in Sicilia.

Tuttavia secondo la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga), gli obiettori sembrerebbero essere molti di più. Si alzano così le accuse della Cgil e del Comitato europeo a “difesa” delle donne che hanno intenzione di abortire, in quanto sarebbero costrette a rivolgersi a strutture estere: non certo al Portogallo, dove gli obiettori sono l’80% e non in Austria, dove diverse sono le regioni austriache prive di assistenza sanitaria abortiva.

L’Agenzia La Presse il 28 settembre scorso ha scritto: «Nella giornata sull’aborto sicuro le donne scoprono che le pillole contraccettive non sono più gratuite. Mentre la Legge 194, a causa dell’aumento dei medici obiettori di coscienza, in Italia resta sempre più sulla carta». Proprio per questo l’Onu ha riconosciuto il 28 settembre come la Giornata dell’aborto sicuro. Leggiamo ancora sulla notizia battuta dalla risentita La Presse per gli accadimenti italiani: «Molti obiettori di coscienza (…) arrivano a ostacolare e discriminare i colleghi che invece l’aborto lo praticano (…) Come il medico a cui i colleghi obiettori si rifiutavano di lavare i ferri con cui operava, costringendolo a lavarseli da solo. Come le portantine di un ospedale pugliese che si sono rifiutate di spostare le barelle con le pazienti in attesa di aborto». Normale e giusta, quindi, che sia arrivata la «bacchettata» dall’Unione Europea, che si sdegna di fronte alla Polonia o all’Irlanda, dove abortire è affare assai arduo.

E ancora La Presse si scandalizza che «anche le ultime pillole anticoncezionali a carico del servizio nazionale siano diventate a pagamento». Mario Puiatti, presidente dell’Associazione italiana per l’educazione demografica ha affermato: «Queste pillole erano preziose per le ragazze più giovani o per le donne straniere per cui anche pochi euro possono fare la differenza, escludendole si rischia di danneggiare una fascia debole di utenza». Esiste, dunque, un’Associazione per l’educazione demografica e, logicamente, questa “educazione” va contro sia al concetto di famiglia secondo i disegni del Creatore, sia a quello realista di sana e saggia continenza cristiana o di castità.

Non è semplice diffondere la cultura della vita, anche a fronte di una Chiesa che non si erge con sufficiente chiarezza e determinazione sui principi e sui valori cristiani contro gli errori e i peccati mortali del nostro tempo. Ha dichiarato Ferrara in un’intervista rilasciata il 2 settembre 2015 a Paolo Rodari de La Repubblica: «Una legittimazione delle battaglie pro-life, per me opportuna, non viene dalla chiesa di Papa Francesco. Devo però dire, a onor del vero, che in merito anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno agito con una certa sofferenza e titubanza, anche se la loro predicazione andava nella direzione di una difesa esplicita e culturalmente rilevante della vita».

Tuttavia oggi è maggiormente possibile l’impegno rispetto al 1978, quando arrivò la ghigliottina della 194, all’epoca non esisteva la circolazione delle idee su Internet e in Italia le testate giornalistiche amplificavano le voci di Marco Pannella e di Emma Bonino, che dai microfoni di Radio Radicale, dalla fine del 1975, iniziarono la loro propaganda letale per gli innocenti. Come oggi è più agevole battersi per le verità di fede, rispetto agli anni del Concilio Vaticano II, così oggi c’è maggior spazio per contrastare la 194. Onore al merito per coloro che durante la rivoluzione sessantottina e la rivoluzione pastorale hanno dimostrato la loro fedeltà, e sfruttiamo noi quella lealtà e quella dedizione, nonché le potenzialità dell’età contemporanea.

Le diverse persone che hanno dedicato e dedicano la loro vita all’esistenza di chi non ha il diritto di nascere per volontà altrui, le straordinarie opportunità offerte da Internet, gli eventi nazionali ed internazionali come La Marcia per la Vita, le riviste come I quaderni di San Raffaele, le gocce evangeliche che scavano la pietra… creano disturbo alla 194 e alla sua applicazione. Se si continuerà a non rassegnarsi, ad implorare l’intervento divino, a tenere ben stretti i nomi dei Santi in tutela dei nostri ospedali, a dire pazientemente e con perseveranza la verità sul quel che accade nei laboratori della morte, a spiegare scientificamente che cosa significa “interruzione di gravidanza”, con scritti e conferenze, allora gli obiettori di coscienza cresceranno ancor più… e un giorno, con l’intercessione di Maria Santissima, quell’iniqua legge sparirà.

(Cristina Siccardi, per Corrispondenza Romana del 5 ottobre 2016)

Argomento: Vita

 UN PARTITO DELL'OPPOSIZIONE REAGISCE

 Il 27 settembre 2016 la Regione ER ha bocciato senza neppure discuterlo un progetto di legge inteso a ridefinire il ruolo dei Consultori, mentre due assessori hanno speso un'intera giornata a lavorare per l'Unione donne comuniste (Udi).

Aborto: calano i medici obiettori in controtendenza rispetto al resto d'Italia. L'Udi: "Nel 2016 si è recuperata la situazione di Cento, con l'assunzione di due ginecologi abortisti. In precedenza l'obiezione era al 100%".

L'assessore Venturi (sanità): "Da noi non è a rischio l'applicazione della 194".
(La Repubblica 26/9/16)
_____


Comunicato Stampa. Il progetto di legge sulla riforma e la riqualificazione dei consultori familiari nasce per sottoporre all’attenzione della Regione Emilia-Romagna un tema che sappiamo essere delicato e per nulla comodo. Eppure, in un momento in cui il tema del calo demografico è di grandissima attualità, non possiamo non interrogarci sulla pratica degli aborti volontari, nonostante la difficoltà di tenere questo dibattito fuori dall’ambito strettamente ideologico.

E siccome su questo argomento le considerazioni non sono mai semplici, è meglio che a parlare siano i numeri. A inizio settembre, sono stati distribuiti dall’Assessore alla Sanità i dati sulle Interruzioni Volontarie di Gravidanza (Igv), ovvero gli aborti volontari.
La relazione prende in considerazione il periodo relativo agli ultimi 20 anni dando conto di un fenomeno di enormi dimensioni: dal 1993 a oggi gli aborti volontari in Emilia-Romagna sono stati 200mila, una intera Città di bambini mai nati, una macabra contabilità che non possiamo e non dobbiamo ignorare.
Altro dato significativo è che, a fianco di questi 200mila aborti volontari, il 33% di chi ha scelto questa pratica lo aveva già fatto in passato: una percentuale elevatissima che lascia intendere come il ricorso all’aborto volontario non sia più una drammatica eccezione, ma una sorta di metodo contraccettivo inaccettabile, una routine a cui si ricorre come una pratica ordinaria.

Il nostro progetto di legge, composto da 30 articoli, e neppure esaminato in commissione, aveva la funzione di fissare due principi valoriali.
Da un lato, la Sacralità e l’inviolabilità della vita umana, valore non negoziabile (ammesso che esistano valori negoziabili), che è tale fin dal momento del concepimento, dall’altro il valore della famiglia tradizionalmente intesa. Una non negoziabilità che deve sussistere sempre, senza nessuna sorta di bilanciamento tra la vita della madre e quella del nascituro: e sia chiaro che, con questo progetto di legge, ci siamo assunti la responsabilità politica di introdurre temi che in quest’aula sono considerati vetusti, scomodi.
Lo abbiamo fatto ispirandoci sì a valori cattolici, ma con una visione laica, aprendo al dibattito che avremmo voluto si svolgesse in Commissione con i dovuti approfondimenti.

Del resto, il progetto di legge mirava a ridefinire il ruolo dei Consultori Familiari intesi non più come strutture prioritariamente deputate a fornire, in modo asettico, una serie di servizi sanitari o para-sanitari alle famiglie, bensì vere e proprie istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia ed i valori etici di cui è essa portatrice.

Ma ancora una volta, la Regione non ha voluto approfondire il tema, quello del bivio tra una vita che viene interrotta e un’altra che viene alla luce.
Ne prendiamo atto non senza rammarico, non senza un pensiero in più rivolto a quei numeri drammaticamente elevati che dovrebbero essere alla base di un dibattito serio nel quale le Istituzioni dovrebbero svolgere un ruolo attivo.

Avv. Galeazzo Bignami
Capo Gruppo di Forza Italia alla Regione Emilia-Romagna

Argomento: Vita

Mancano ormai pochi giorni alla VI edizione della Marcia per la Vita, che si svolgerà a Roma Domenica 8 maggio con partenza da piazza della Bocca della Verità alle ore 9,30. I motivi per cui vale la pena non solo partecipare ad una delle più importanti manifestazioni pro life d’Europa ma anche diffonderla tra amici e conoscenti sono sempre gli stessi e riguardano essenzialmente la necessità di portare all’attenzione dell’opinione pubblica, seppur per un giorno soltanto, un argomento quasi dimenticato su cui vige la più stretta censura, ma che è cruciale per le sorti presenti e future della nostra civiltà: l’aborto di Stato.

Nel nome della legge 194 sono stati uccisi migliaia, milioni di esseri umani innocenti e tale genocidio viene attuato giorno dopo giorni negli ospedali italiani, sotto i nostri occhi.  Il problema, ovviamente, non è solo italiano ma europeo e mondiale; si calcola che hanno superato il miliardo le vittime della pratica degli aborti legalizzati nel mondo intero. Non a caso, la Marcia italiana anno dopo anno vede la partecipazione sempre più massiccia di delegazioni straniere che combattono assieme a noi la buona battaglia, in comunione di idee e obiettivi.

Ma quest’anno c’è una ragione in più per partecipare alla Marcia: la Polonia si appresta a varare, con il sostegno della Chiesa Cattolica polacca, una nuova legge sull’aborto la cui ratio si ispirerebbe ai principi della legge naturale e che pertanto porterebbe a qualificare come reato la pratica dell’aborto volontario, senza compromessi né eccezioni di sorta. Occorre considerare che l’attuale legge sull’aborto in vigore in Polonia non è paragonabile a quella italiana, essendo piuttosto restrittiva. Eppure, il governo polacco sembra intenzionato a varare una nuova legge che contiene il divieto assoluto d’aborto e che quindi vada a prendere il posto di quella attuale, che seppur restrittiva rimane pur sempre una norma iniqua.

Ora, il sottoscritto non intende entrare nel merito della questione polacca né mettere in luce le analogie e le profonde differenze con quella italiana. E’ sufficiente prendere atto del fatto che invertire la rotta è possibile e che il governo di un Paese europeo, resistendo alle enormi pressioni delle lobby europeiste, è intenzionato a mettere nero su bianco che l’aborto è un omicidio e non un diritto della donna. Uno degli inganni più pericolosi che hanno limitato e tuttora limitano la lotta all’aborto consiste proprio nel far credere alle persone che indietro non si può tornare, che rappresenta un atto dovuto quello di considerare irreversibile il “progresso” morale e culturale di una società. In realtà, oltre al fatto che il progresso è un concetto filosofico e non un dogma (a cui sembrano sottomettersi anche le gerarchie ecclesiastiche …), bisogna dire che le leggi che regolamentano l’uccisione dell’innocente nel grembo materno non possono essere considerate il frutto del progresso, inteso come il miglioramento nel tempo delle capacità non solo tecniche ma anche umane di una comunità, ma semmai il contrario, ossia esse costituiscono l’evidenza dell’imbarbarimento morale ed intellettuale di un popolo e di una nazione.

Pertanto, vietare l’aborto significa dare il giusto valore alle cose, riconoscere l’intrinseca dignità della persona umana e dunque rimettere sulla strada giusta l’uomo e l’intera società, che altrimenti continuerebbe a procedere spedita verso il baratro. Gli ultimi dati Istat danno conto di una nazione, quella italiana, che sta letteralmente morendo: le nascite sono in costante diminuzione e sono decisamente insufficienti a garantire il necessario ricambio generazionale. L’aborto, e con esso la mentalità abortista antiumana, è indubbiamente la causa principale dell’inverno demografico del nostro Paese e dell’Europa intera, per cui al danno morale si aggiunge il danno pratico, concreto e misurabile. Di quale progresso si parla, dunque, se l’uomo corre spedito verso l’autodistruzione?

La Provvidenza moltiplicherà le nostre forze e quello che oggi sembra un miraggio domani potrà essere realtà. La cultura di morte imperante può essere combattuta e vinta, proprio come dimostra la storia passata e recente. L’aborto di Stato è il crimine dei crimini, la causa principale di tutte le altre derive morali, pertanto la battaglia per la vita è cruciale per le sorti dell’umanità: come possiamo combattere con coerenza gli assalti che provengono dalla teoria del gender e dall’eutanasia, dal proliferare della pedofilia e delle deviazioni sessuali se non rimettiamo mano alle leggi che pretendono di legittimare l’omicidio dell’innocente? Se non sradichiamo l’idea che la vita nascente non è manipolabile e che non vi può essere un reale diritto dell’adulto ad uccidere la creatura che porta nel grembo?

L’appuntamento è a Roma il prossimo otto maggio, per dire sì alla vita senza eccezioni, senza compromessi. Consapevoli del fatto che è in questo modo che si può veramente cominciare a riscrivere la storia.

(di Alfredo De Matteo su Radio Spada.org)

Argomento: Vita

Argomento: Vita

Argomento: Vita

Follie da utero in affitto. Pipah resterà con il padre acquirente (già condannato per abusi)

Aprile 15, 2016 Leone Grotti
Ricordate Gammy, il bimbo thailandese abbandonato perché Down? Il giudice ha lasciato agli acquirenti la gemella, che non potrà rimanere da sola con il padre per timore di molestie sessuali

Argomento: Vita

Tutti a Roma, domenica 8 maggio 2016

 

Gli attacchi alla vita umana innocente sono sempre più numerosi e nuovi strumenti di morte minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano: Ru486, Ellaone, pillola del giorno dopo ecc.

Da oltre trent’anni una legge dello Stato (la 194/1978) regolamenta l’uccisione deliberata dell’innocente nel grembo materno e i morti si contano a milioni.

La ?Marcia per la Vita è il segno dell’esistenza di un popolo che non si arrende e vuole far prevalere i diritti di chi non ha voce sulla logica dell’utilitarismo e dell’individualismo esasperato, sulla legge del più forte.

Con la Marcia per la Vita intendiamo:

  • affermare la sacralità della vita umana e perciò la sua assoluta intangibilità dal concepimento alla morte naturale, senza alcuna eccezione, alcuna condizione, alcun compromesso;
  • combattere contro qualsiasi atto volto a sopprimere la vita umana innocente o ledere la sua dignità incondizionata e inalienabile.

Per questo:

  • chiamiamo a raccolta tutti gli uomini di buona volontà per difendere il diritto alla vita come primo dei principi non negoziabili, iscritti nel cuore e nella ragione di ogni essere umano e -per i cattolici – derivanti anche dalla comune fede in Dio Creatore;
  • esortiamo ogni difensore della vita a reagire, sul piano politico e culturale, contro ogni normativa contraria alla legge naturale, e contro ogni manipolazione mediatica e culturale che la sostenga. E qualora ci si trovi nella impossibilità politica di abolire tali leggi per mancanza di un consenso popolare sufficiente, ci si impegna a denunciarne pubblicamente l’intrinseca iniquità, che le rende non vincolanti per le coscienze dei singoli.
La sesta edizione della marcia sarà a Roma, centro della cristianità e del potere politico. Le strade della capitale sono state attraversate, anche recentemente, da numerosi cortei indecorosi e blasfemi; il nostro corteo vuole invece affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo.
 
L’iniziativa sarà una “marcia” e non una processione religiosa e come tale aperta anche ai pro life non credenti e a tutti i gruppi che potranno partecipare con i loro simboli ad esclusione di quelli politici.

Abbiamo però bisogno dell’aiuto di tutti!

  • Con la preghiera, che smuove le montagne (1 Cor. 13,2) e vince ogni difficoltà
  • Con la costituzione, in ogni città italiana, di centri locali che ci aiutino sul piano organizzativo (fotocopiando e diffondendo materiale, organizzando pullman per venire a Roma, preparando striscioni, bandiere, cartelli…)
  • Con il sostegno economico che può moltiplicare le nostre possibilità.
  • Per qualsiasi informazione: http://www.marciaperlavita.it/
Argomento: Vita

Interris

IL MONDO ALLA ROVESCIA

di don Aldo Buonaiuto -
 
Apr 12, 2016

Ormai ne sentiamo di tutti i colori. Strasburgo ha solennemente rimproverato all’Italia di essere discriminante verso quei medici che praticano l’aborto; ora sono diventati loro i poverelli che mentre sopprimono la vita altrui piangono per tutelare il diritto di poterlo fare meglio. L’Europa è veramente così attenta e scrupolosa verso l’Italia nell’assicurare lo sterminio delle piccole creature rannicchiate nel grembo delle mamme, e invece di promuovere la crescita demografica del vecchio Paese lo bacchetta perché non rende più fluidi gli aborti.

Argomento: Vita

SCIENZA & VITA: L’IDEA DI VERONESI SULL’UTERO IN AFFITTO NON È SOLO ANTIUMANISTA, MA ESPRESSIONE DI UNA SCIENZA ANTIQUATA

Pubblicato il gennaio 20, 2016

“Nel pieno del dibattito sulle unioni civili e il nodo della stepchild adoption che, di fatto, avalla l’utero in affitto, stridono oltremisura le affermazioni di Umberto Veronesi sul settimanale Oggi. Sostenere che nella maternità surrogata non vi sia ‘nulla di deprecabile’ e che, anzi, sia ‘un’occasione per le donne non abbienti di migliorare il proprio tenore di vita’ risulta davvero inconcepibile in bocca a un medico che ha dedicato la sua professione a salvare la vita delle donne e, grazie a tecniche innovative, a rispettare il più possibile la loro femminilità”, commenta Paola Ricci Sindoni, presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita.

Argomento: Vita
Avvenire 15-11-15
 
Il predominio assoluto della tecnica e l'etica della crudeltà

Il progresso tecnologico, l'abbiamo già osservato, porta con sé una regressione tecnica: mettiamo in moto processi giganteschi con la punta di un dito ma non sappiamo più lavorare con le nostre mani. Non sono neanche tanto sicuro che saremmo in grado, al giorno d'oggi, di realizzare una crocifissione come si deve. Data la pena che mi procura appendere un quadro, immagino cosa deve essere fissare un corpo in verticale su due pezzi di legno. Si ricomincerebbe da capo un sacco di volte. Il crocifisso si staccherebbe, si sprecherebbero tantissimi chiodi, gli si macellerebbero i piedi e i polsi, mancando così ciò che rende questo supplizio interessante: non l'ostinarsi a bucherellare il condannato, ma guardarlo tranquillamente mentre soffoca sotto l'effetto del suo stesso peso. In breve, per una buona crocifissione ci vogliono ancora dei buoni carpentieri…

Argomento: Vita

Comunicato stampa

SCIENZA&VITA: SULLA SELEZIONE DEGLI EMBRIONI LA CONSULTA SVINCOLA L’EUGENETICA

Pubblicato il novembre 11, 2015

Argomento: Vita

fonte Tempi.it

Viva la vita crudele e sessista. Intervista a Fabrice Hadjadj

di Rodolfo Casadei

A lavori del Sinodo sulla famiglia conclusi, abbiamo avuto l’opportunità di dialogare con Fabrice Hadjadj, il filosofo francese autore di Ma che cos’è una famiglia? (edizioni Ares). Ecco la sintesi del colloquio.

Argomento: Vita

Motore di ricerca

Chi è online

Il Tuo IP: 54.158.99.141



Verifica umana
Quanto fa nove più sette?
:

Condividi su:

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su Google Condividi su del.icio.us Condividi su digg Condividi su Yahoo Condividi su Windows Live Condividi su oknotizie Inserisci sul tuo blog Splinder