terremotiI terremoti più gravi sono di ordine spirituale

(di Roberto de Mattei, Il Tempo, 30 agosto 2016)

 

Nel corso dell’Angelus di domenica 28 agosto Papa Francesco ha annunciato che «appena possibile» si recherà a visitare le popolazioni terremotate del Lazio, dell’Umbria e delle Marche, per portar loro di persona «il conforto della fede, l’abbraccio di padre e fratello, e il sostegno della speranza cristiana».

Quell’«appena possibile» non è legato all’agenda del Papa, che sarebbe voluto partire immediatamente, quanto ad evitare che la sua presenza possa risultare d’intralcio al lavoro dei pompieri, della protezione civile, delle forze dell’ordine. Come ricorda Andrea Tornielli, il blitz di Giovanni Paolo II, a sole 48 ore del sisma che il 23 novembre 1980 colpì Campania e Basilicata, provocò accese polemiche. Ci fu chi disse che Giovanni Paolo II aveva intralciato i soccorsi e distratto le forze dell’ordine da altri compiti più urgenti. Benedetto XVI, per contro, attese 22 giorni prima di visitare l’Aquila devastata dal sisma del 6 aprile 2009, e 36 giorni prima di recarsi in Emilia, dopo il terremoto del 20 maggio 2012.

La scelta di rinviare la visita appare dunque opportuna per varie ragioni. Nelle prime settimane immediatamente successive alla catastrofe, i terremotati hanno bisogno di soccorso soprattutto materiale. È nei mesi successivi, quando la loro situazione non fa più notizia, che essi si sentono abbandonati e hanno bisogno di sostegno spirituale e morale. E nessuno, meglio del Papa, può portare questo soccorso che consiste, soprattutto, nel ricordare che tutto nella vita cristiana ha un senso, anche le peggiori catastrofi.

È questa la risposta che si deve dare a chi, come Eugenio Scalfari, su La Repubblica del 28 agosto pontifica su Il terremoto di Amatrice e tutti gli altri mali del mondo, chiedendosi qual è la ragione, non solo del sisma che ha sconvolto il centro Italia, ma del caos che sconvolge oggi il mondo, cercando la risposta nel pessimismo cosmico leopardiano.
È necessario anche che siano evitate le inevitabili accuse di protagonismo, pronte ad essere lanciate a chi ama troppo il palcoscenico, come Papa Francesco, che nei giorni scorsi è stato impegnato in riprese cinematografiche nei Giardini Vaticani, legate, sembra, all’interpretazione di se stesso in un film, malgrado lo scorso febbraio il Vaticano abbia smentito che Papa Bergoglio abbia intenzione di fare l’attore.

È vero però che la tragedia del terremoto si inserisce in una situazione internazionale tempestosa. Le prime pagine dei giornali nelle ultime settimane sono state occupate quasi solamente dalle notizie sul sisma in Italia e poco rilievo si è dato ad informazioni inquietanti, come quella dell’invito del governo tedesco di fare scorte di cibo ed acqua in previsione di un’eventuale emergenza nazionale.

I fedeli si aspettano infine che il Papa ricordi che le sciagure materiali distruggono i corpi, ma esistono cataclismi spirituali e morali, ancor più violenti, che travolgono le anime. E la stessa Chiesa cattolica è scossa oggi, al suo interno, da un terremoto.

Su Internet gira la foto di una statua della Madonna miracolosamente rimasta illesa tra le macerie di una chiesa di Arquata del Tronto. Le invocazioni alla Madonna si sono moltiplicate tra i terremotati e Antonio Socci si è fatto portavoce della richiesta rivolta da alcuni cattolici italiani al cardinale Bagnasco di rinnovare la consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria. Ma la Madonna non ha trovato posto neppure in uno stand del Meeting di Rimini, e la devozione mariana è incompatibile con l’abbraccio ecumenico con musulmani e protestanti.

(Roberto de Mattei, Il Tempo, 30 agosto 2016)

Argomento: Fede e ragione

 Aborto, immigrazione, Lgbt e lotta all’islamofobia 
  Tutti i sogni nel cassetto di George Soros

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Per alcuni conservatori è il diavolo in persona, un puparo che si cela dietro a ogni evento funesto. Per altri è solo un cinico speculatore che compie ogni mossa per lucrare sulle perdite altrui. Stiamo ovviamente parlando del finanziere George Soros, uno degli uomini più ricchi del pianeta, classe 1930, ungherese ed ebreo “non sionista”. Torna alla ribalta in questo periodo ferragostano perché è vittima di una delle operazioni di hacker più eclatanti del decennio. Oltre 2500 documenti della sua Open Society Foundation sono stati infatti pubblicati sul sito DC Leaks. Dai quali possiamo capire meglio chi sia veramente e soprattutto a cosa miri.

L’Open Society nacque nel 1984 per contribuire alla liberazione dell’Est europeo dal giogo comunista. La prima sede fu aperta in Ungheria, sfidando la repressione del regime, per distribuire fotocopiatrici, con cui potevano essere replicati scritti proibiti. Altre sedi vennero aperte anche in Polonia e in Russia, negli anni a cavallo del collasso del blocco orientale. In parte la prima missione della Open Society è rimasta la stessa: aiutare i paesi usciti dal comunismo a compiere una transizione verso la democrazia e il libero mercato. L’impegno prosegue tuttora con l’Ucraina, di cui Soros è uno strenuo difensore. E’ soprattutto per questo motivo che non gode di buona stampa nella Russia post-sovietica (che ne ingigantisce a dismisura le colpe). E pare che anche lo stesso furto di dati di cui si parla sia opera di hacker russi, stando a fonti dell’agenzia Bloomberg. Tuttavia, a questa missione storica nell’Est europeo post-comunista, si è poi aggiunto tutto il resto dell’agenda progressista, come nel caso di tante altre organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani nate durante la guerra fredda e poi cresciute nel ventennio successivo. Ci limitiamo a sottolinearne gli aspetti principali, quelli che interessano anche direttamente i principi non negoziabili, la politica europea e italiana. Ne emerge quella che è l’agenda di tutta la sinistra occidentale, nordamericana ed europea.

Immigrazione

Un documento pubblicato da DC Leaks invita a considerare il fenomeno dell’immigrazione in Europa, non come una crisi, ma come un “nuovo standard di normalità”, dunque permanente. L’obiettivo implicito della Open Society è quello di sottrarre le decisioni sull’immigrazione agli Stati nazionali per trasferire la loro gestione a enti sovranazionali. Insomma, quel che l’Ue ha provato a fare (senza riuscirci) con le quote di distribuzione dei rifugiati. Secondo un memorandum redatto da Anna Crowley e Kate Rosin dell’International Migration Initiative, si sollecita con un certo cinismo ad “approfittare della condizione creata dalla crisi attuale (sic!) per influenzare il dibattito sul ripensamento della gestione delle migrazioni”, cioè “riforme volte a una governance globale delle migrazioni”. Obiettivo dichiarato è quello di far accettare all’Ue almeno 300mila rifugiati all’anno, in cambio di 30 miliardi di euro all’anno per realizzare un piano di asilo completo. Anche all’Ucraina (con 2 milioni di profughi interni causati dalla guerra nel Donbass) si propone di accettare una quota di rifugiati in cambio di aiuti economici. In un documento che riguarda gli Stati Uniti, risalente al febbraio del 2015, risulta che la Open Society abbia anche cercato di influenzare un verdetto della Corte Suprema, nel caso Texas contro Corte Suprema: lo Stato americano confinante col Messico aveva fatto causa contro un ordine esecutivo del presidente Obama, che avrebbe permesso il ricongiungimento dei parenti con gli immigrati regolari. L’arma che la fondazione di Soros ha scelto per influenzare il parere dei giudici è una campagna a mezzo stampa, attraverso i suoi membri inseriti nei media più influenti, come Danielle Allen (Washington Post) Rosa Brooks (Foreign Policy) e Steve Coll (decano della scuola di giornalismo della Columbia University).

Islam

Ovviamente la campagna pro-immigrazione, specialmente in Europa, non può essere disgiunta dal tema dell’islam. In questo caso, DC Leaks rivela lo sforzo per combattere contro l’“islamofobia” a tutti i livelli. Un memorandum del 2011, “U.S. Models for Combating Xenophobia and Intolerance”, propone un finanziamento al Center for American Progress (fondato da John Podesta, capo della campagna elettorale di Hillary Clinton) per un programma contro l’islamofobia. Un programma articolato in tre punti: “studiare il fanatismo anti-musulmano nella sfera pubblica”, “condurre un’inchiesta sul movimento islamofobo” e “riunire un convegno di esperti, compresi i rappresentanti di organizzazioni progressiste e della comunità araba, mediorientale, musulmana e sudamericana per formulare una strategia comune contro la xenofobia anti-islamica”. Fra gli “islamofobi” identificati nello studio figurano anche opinion maker di punta del mondo conservatore, come Pamela Geller e David Horowitz, Liz Cheney (figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney) e Cliff May. La campagna riguarda soprattutto Israele. Con buona pace dei teorici della cospirazione che vedono in Soros un sionista volto a promuovere lo Stato ebraico, la sua fondazione finanzia iniziative anti-israeliane arabe e di sinistra, come l’Ong araba Adalah (beneficiaria di 2,7 milioni di dollari dal 2001) che considera Israele come una “impresa colonialista”. E l’Ilam Media Center (beneficiario di 1 milioni di dollari) che nel 2014 chiese al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu di condannare e isolare lo Stato ebraico per la sua guerra a Gaza contro Hamas. In generale, citando uno dei documenti trapelati dal suo ufficio mediorientale, la fondazione di Soros vanta un “successo nella sfida alle politiche razziste e antidemocratiche di Israele nell’arena internazionale”.

Xenofobia

La lotta all’islamofobia è chiaramente una parte di una più ampia battaglia contro la xenofobia. Una lotta contro i mulini a vento, se consideriamo quanta attenzione venga riposta dal legislatore nordamericano ed europeo alla lotta contro il razzismo. Eppure la Osepi, la branca della Open Society che si occupa delle politiche europee, fornisce agli eurodeputati socialisti e democratici un corso di aggiornamento su come contrastare e letteralmente tacitare gli “xenofobi” europei, fra cui figura anche l’italiana Lega Nord. La Osepi, in uno dei documenti pubblicati da DcLeaks, ammette di organizzare incontri con gli eurodeputati per “riscrivere le regole del Parlamento al fine di vietare ogni discorso di odio”. Termine generico in base al quale si potrebbe tacitare ogni argomento non gradito alla sinistra multiculturale. Tra i beneficiari della campagna di Soros contro la xenofobia risulta anche l’italiana Associazione 21 Luglio un’organizzazione non profit impegnata nella promozione dei diritti umani di rom e sinti. Ha ricevuto 49.782 dollari per il progetto “Per i diritti, contro la xenofobia”, svoltosi dal 1 gennaio al 1 luglio 2014, nell’anno delle elezioni europee. Ma un impegno ancor più vasto è volto a sostenere la lotta all’omofobia, quella che viene considerata come la nuova forma di “razzismo”…

LGBT

In Italia, l’Arcigay ha ricevuto ben 99.690 dollari per un progetto durato dal dicembre del 2013 al dicembre del 2014, sempre l’anno delle elezioni. Il titolo del progetto era “LGBT Mob-Watch Italy-Europe 2014”, e aveva quale obiettivo: “smuovere, canalizzare ed ampliare la voce e la domanda del popolo LGBT italiano ed i loro alleati per le elezioni europee del 2014, costruendo uno strumento permanente di monitoraggio, campagna, mobilitazione e lobbying per queste e le prossime elezioni”. Negare che esista una “lobby gay” d’ora in avanti non sarà più possibile. Chiaramente il programma di Soros non si limita alla sola Italia, ma va a beneficiare anche la Ilga Europa (68.000 dollari ricevuti) per il progetto “European elections 2014: Cross-communities mobilization project for a universal and indivisible EU equality agenda”. In Grecia, l’organizzazione “Athens Pride” ha ricevuto 26.000 dollari per il progetto “Vote for your rights” volto a promuovere la comunità LGBTQ greca sempre in vista del voto europeo. Il grosso dello sforzo per promuovere i “nuovi diritti” è ovviamente negli Usa, dove Soros ha elargito nel 2013 altri 100.000 dollari alla Gay Straight Alliance, la stessa organizzazione che ha promosso l’ormai celebre “guerra dei bagni pubblici” nella North Carolina. L’anno successivo, Soros ha elargito una somma ingente, mezzo milione di dollari, a Justice at Stake, un’associazione che promuove la “difesa della diversità” nei tribunali. Perché “una maggior diversità negli uffici dei giudici migliora la qualità della giustizia per tutti i cittadini”. Cosa vorrà dire? Sarà possibile intuirlo dopo le prime sentenze sulla diversità e sulla libertà di religione.

Vita

Ovviamente, assieme all’impegno per la comunità Lgbt non poteva mancare anche la campagna per l’aborto. La Open Society si è impegnata a promuoverlo in Irlanda e l’anno scorso si preparava a festeggiare la vittoria così, come leggiamo in un documento pubblicato da DC Leaks: “Con una delle leggi più proibizioniste del mondo, una vittoria là (in Irlanda, ndr), potrà avere un notevole impatto sull’opinione pubblica di altri paesi cattolici in Europa, come la Polonia, e fornire la necessaria prova che un cambiamento è possibile, anche nei posti più conservatori”. Cora Sherlock, attivista pro-life, dichiara a Catholic News Agency che ora si spiega il perché di tanta potenza di fuoco del partito avversario: era estremamente difficile esprimersi a favore del diritto alla vita, difficile competere contro un avversario super-finanziato che alla fine è riuscito ad abrogare l’Ottavo Emendamento della Costituzione irlandese, quello che proteggeva la vita sin dal concepimento. L’impegno della Soros, dopo l’Irlanda, proseguirà in Messico, Zambia, Nigeria e Tanzania. Ovunque ci sono organizzazioni locali pronte a ricevere il messaggio e i soldi necessari, in un piano triennale che si dovrebbe concludere entro il 2019.

Sebbene sia impossibile trarre conclusioni definitive su una piccola parte di documenti rivelati e consultabili da meno di una settimana, il quadro che emerge sinora è quello di una fondazione che sta contribuendo a plasmare l’agenda delle sinistre occidentali. La Open Society non è unica nel suo genere: anche altre iniziative filantropiche miliardarie, come la fondazione di Bill Gates, hanno agende simili, a cui si aggiunge la campagna contro il riscaldamento globale. Lascia perplessi, piuttosto, che una fondazione che si intitola Società Aperta (dal titolo del classico del liberalismo di Karl Popper) agisca con metodi non molto aperti, né troppo trasparenti per influenzare classi dirigenti in tutto il mondo. Lo dimostra il fatto stesso che c’è voluto un gruppo di hacker per sapere cosa bolle in quella pentola. E’ segno che queste politiche non potrebbero essere sostenute da ampie maggioranze dell’opinione pubblica, se fossero palesi sin da subito. La sinistra ha perso il marxismo, ma non rinuncia alla sua agenda globalista in cui l’unico valore è ora la “diversità”, nuova declinazione dell’uguaglianza sociale. E sempre con i vecchi esponenti della vecchia sinistra, se è vero che, nel nostro paese, i possibili “compagni di strada” delle politiche europee promosse da Soros sono Sergio Cofferati (ex Cgil), Barbara Spinelli (L’Altra Europa con Tsipras) e Cécile Kyenge.  

(di Stefano Magni su La Nuova Bussola Quotidiana del 24 agosto 2016)

Argomento: Politica

 Quando lo Stato tenta di regolamentare la vita degli uomini dalla culla alla bara, siamo di fronte ad un vero e proprio "Welfare State".
Il Welfare è il modo subdolo in cui oggi si avverano le premonizioni di Orwell e Huxley su una società composta da schiavi, individui isolati gli uni dagli altri, per i quali lo Stato provvede a tutto, avendo così diritto a decidere tutto.
La Famiglia naturale, fondata sulla fedeltà indissolubile e la procreazione, è il maggiore ostacolo allo Stato totalitario welfarista.

 

A che cosa serve l'uomo? In Svezia non serve a niente

di -05 agosto 2016
da: http://www.vita.it/it/article/2016/08/05/a-che-cosa-serve-luomo-in-svezia-non-serve-a-niente/140360/
 

Era il paradiso del welfare, la meta di ogni sogno di liberazione. Che cosa è successo alla Svezia? Nel suo ultimo documentario, l'autore di Videocracy Erik Gandini racconta un Paese in cui le persone vivono isolate, sempre più donne single scelgono la fecondazione artificiale e molti anziani muoiono da soli, dimenticati da tutti. E con 80 euro vi spediscono anche il kit per la fecondazione artificiale a domicilio

«Nell'inverno del '72, un gruppo di politici ebbe una visione rivoluzionaria del futuro. Era giunto il momento di liberare le donne dagli uomini, gli anziani dai figli, gli adolescenti dai genitori». Venne scritto anche un manifesto, La famiglia del futuro. A volerlo, fu la sezione femminile del partito socialdemocratico allora guidato dal primo ministro Olof Palme.

Che cosa prevedeva il documento? Ce lo spiega Erik Gandini, regista bergamasco autore di Videocracy, che in Svezia vive e lavora. Lo spiega in un documentario importante, di cui si è parlato poco o, comunque, non abbastanza in Italia: La teoria svedese dell'amore. Andato in onda la settimana scorsa sulla Rai (che, a dispetto delle critiche, fa ancora qualcosa di buono) per Doc3, lo potete vedere cliccando qui.

 

Ogni individuo dovrà essere considerato come autonomo, non come l'appendice di qualcun altro. È dunque necessario creare le condizioni economiche e sociali che ci renderanno finalmente individui indipendenti

Manifesto del Partito Socialdemocratico svedese, 1972

Olof Palme, pilastro della socialdemocrazia svedese, voleva modernizzare il Paese. Riformò il sistema pensionistico, stabilì sussidi e forme di sostegno, edificò il paradiso del welfare attorno a un'idea non così scontata, quando si parla di Stato e diritti sociali: l'autonomia individuale. L'indipendenza degli individuio. L'indipendenza della donna dall'uomo, dei figli dai padri, della madri dai figli. In qualche modo, la distopia immaginata dal grande drammaturgo svedese August Strindberg nella riscrittura post-amletica del Padre, ma senza più ossessioni per la solitudine.

Oggi, in Svezia il 50% dei cittadini vive solo. Una vita senza l'altro e una morte che non è da meno: 1 cittadino su 4 muore in solitudine, abbandonato dai figli. È la teoria svedese dell'amore: un'idea talmente assoluta di indipendenza che porta a considerare che l'amore autentico può esistere solo tra estranei. O tra sconosciuti. O tra sé e sé: la relazione è un peso che sempre meno svedesi sembrano disposti a sopportare. Non serve. Nemmeno per avere figli.

In Svezia va per la maggiore la fecondazione fai da te. Una gran parte delle donne svedesi - svela Gandini - acquista sperma per corrispondenza. Lo fa dalla Cryos, una società danese fondata da Ole Schou. «La banca del seme più grande del mondo», alimentata da donatori che dichiarano di «volere il bene dell'umanità» e disponibile per tutti e per tutte le tasche. Lo sperma in Europa arriva con corriere espresso, conservato in ghiaccio secco e pronto all'uso (vengono fornite delle apposite fiale/siringhe fai da te). I tempi di consegna vanno da 1 a massimo 2 giorni.

Il prezzo va da 63 euro per 1 fiala/siringa ai 12mila euro per il "donatore esclusivo". Si possono poi consultare i dati ex post, con le fotografie dei bambini, il loro - testuale - «profilo di intelligenza emotiva e il campione vocale». Si può pure scegliere - anche qui: testuale - la razza: caucasica, africana, medio orientale. Più della metà dei clienti della Cryos sono donne single.

«Ho pensato che fosse meglio avere un figlio da sola, ed evitarmi la fatica di trovare un partner», dichiara una donna.

A 40 anni dal manifesto Familjen i framtiden - en socialistisk familjepolitik l'utopia svedese si è rivelata una desolante emancipazione regressiva. Si nasce soli, si vive soli, si muore soli. Come nota Gandini nel Docu-film: “Ognuno va per la propria strada ma non c'è nulla che li tenga insieme”. Quest’ultimo fenomeno è talmente aumentato negli ultimi anni che lo Stato svedese ha dovuto creare uffici appositi che si occupano di tutte le incombenze legali e burocratiche legate alla scoperta di un morto senza legami, nel disinteresse di figli e parenti.

 

Argomento: Socialismo

La messinscena di Fermo: due immigrati di colore stavano rubando una macchina e hanno picchiato un italiano che cercava di impedirgielo.La Presidente della Camera, esponenti del Governo e persino sacerdoti hanno subito solidarizzato con gli immigrati ladri e violenti.

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Il buonismo dell'ex presidente del Consiglio, Massimo d'Alema, che vuole istituire l'8x1000 a favore dell'islam e costruire molte moschee.

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Il grande politologo Luttwak spiega il funzionamento delle tre moschee: "E' una catena di montaggio che comincia con una moschea simpatica, il cui l'imam non si trova mai perché è sempre a qualche incontro interreligioso, oppure in televisione per dire a tutti che l'islam è una religione di pace. Lì non si predica minimamente la violenza, mai, però si predica l'identità musulmana. Quindi tu non sei un italiano di fede musulmana, tu sei un musulmano in Italia. C'è poi un secondo tipo di moschea, meno bella, più piccola, il cui imam si trova in giro spesso per qualche incontro interfede e così via. E lui dice: poiché voi siete musulmani, avete il dovere di essere solidali con tutti gli altri musulmani del mondo. Quindi non sei un cittadino italiano, che magari si incazza con qualche nemico dell'Italia: tu sei un musulmano che vive in Italia, quindi ti devi arrabbiare con chi attacca qualsiasi musulmano, ovunque. Sono quelli che si schierano con Hamas, con chi abita nella Striscia di Gaza. Poi c'è una terza moschea, che è molto disorganizzata, molto piccola, c'è poca gente. Lì vengono quelli usciti dalla seconda e dalla prima moschea. Quelli sono i "fratelli" e quelli, sì, vogliono agire. Molti chiacchierano, però poi qualcuno agisce."

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L'apologeta Corrado Gnerre, spiega che non siamo di fronte nè a malati mentali, nè a terroristi, ma soltanto a musulmani coerenti con il Corano:
"fa specie che l’attentatore di Nizza fosse un violento con i suoi parenti, un ubriacone, uno border-line, ecc… Ciò è del tutto irrilevante ai fini dell’atto definitivo, in questo caso dell’atto del cosiddetto “martirio”: immolarsi per la Jihad uccidendo se stesso per uccidere quanti più “crociati” possibile. Anzi, proprio perché finora si è vissuti in un certo modo, cioè in maniera difforme alla legge islamica, una scelta definitiva per Allah e la Jihad può cancellare tutto e far sì che si diventi addirittura più “santi” di coloro che invece, pur professando coerentemente la fede, non riescono a decidersi per atti del genere.
Queste considerazioni ci fanno capire quanto fuorvianti siano due approcci: quello di valutare questi atti sganciandoli dal contesto religioso e quindi dalla conoscenza dell’Islam, e quello di (approccio ancora più ingenuo) considerare l’Islam come una religione tutto sommato simile al Cristianesimo
".

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L’insopportabile autorazzismo di politici e media italiani

di Riccardo Piccinato, per Azione culturale del 14/07/2016

 

In questi giorni sono avvenuti quattro episodi degni di nota, risaltati dai media italiani: la strage degli italiani a Dacca, la bufala dei bengalesi pestati in Italia “perché non sapevano il Vangelo”, l’omicidio di Fermo e la strage di Dallas. Quattro episodi, tutti molto diversi tra loro in modalità, responsabili, contesto, ma purtroppo tutti riconducibili alla matrice “razziale” del problema.

Pare però che i media di casa nostra trattino le vicende in maniera nettamente diversa, soffermandosi in particolare a sottolineare il razzismo italiano (o presunto tale). Una sorta di cieco inno all’autorazzismo italico. Vediamone alcuni stralci pubblicati o scritti a grancassa, cominciando proprio dalla tragedia di Fermo, sulla quale il ministro Alfano ha dichiarato: “Siamo qui per scongiurare un contagio nazionale, ma l’Italia è campione d’accoglienza”. Gli fa eco Renzi su Twitter: “Il governo oggi a Fermo con don Vinicio e le istituzioni locali in memoria di Emmanuel. Contro l’odio, il razzismo e la violenza”.

Lo stesso Don Vinicio afferma che tra l’aggressione al nigeriano di 36 anni e gli ordigni trovati nei mesi scorsi davanti a parrocchie attive al fianco di immigrati “ci potrebbe essere qualche collegamento”. E aggiunge: “È’ un’aggressione razzista,  sta crescendo un clima di aggressività e di razzismo”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “addolorato dal gravissimo episodio di intolleranza razziale“. “È un episodio terribile che ci dà la misura di come non si è mai vaccinati, in nessun Paese, da qualcosa che pensavamo di non vedere mai più”, ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia: “Fa rabbrividire il fatto che un uomo, scampato insieme alla sua fidanzata al terrore di Boko haram in Nigeria abbia trovato la morte in Italia, per mano di un aggressore spinto da motivi di odio razziale”.

Tocca poi al segretario regionale del Pd Marche, Francesco Comi: “E chi sbaglia, come chi, in questo caso, si è fatto strumento di odio razziale e portatore del male assoluto, deve pagare. Non può rimanere impunito”. “Da sindaco di una città accogliente e aperta da sempre all’integrazione, mi sembra di precipitare in un incubo con quanto accaduto”, è il commento del sindaco di Fermo Paolo Calcinaro.

“È d’obbligo, ma non per questo taciuta, la ferma condanna non solo per quanto accaduto ma per quanto emerge dall’episodio, ovvero lo strisciante razzismo che non può e non deve trovare spazio nel modo più assoluto nella nostra città. La mia vicinanza va anche a don Vinicio Albanesi e a chi opera nelle strutture di accoglienza, per il loro lavoro quotidiano, perché il germe del razzismo non può in alcun modo proliferare in questa comunità”.

Per non parlare poi proprio dei titoli dati dai media. Una lista infinita, ma nella quale è giusto inserire qualche esempio: “La tranquilla crudeltà di provincia”, Huffington post. “Nigeriano ucciso a Fermo, ultrà fermato per omicidio: contestata aggravante razzismo”  Il sole 24 ore, mentre NeXt quotidiano scrive addirittura : “Per Matteo Salvini è colpa della vittima” o “Ecco come Salvini giustifica l’omicidio di Emanuel” (concetti, ovviamente, mai espressi dal leader della Lega). “L’omicidio di Fermo è l’ultimo atto del profondo razzismo italiano”,  l’Internazionale. Il livello è così elevato da avviare addirittura una petizione su change.org sul tema.

In più o meno tutti gli articoli viene sottolineato direttamente o indirettamente il razzismo italico verso i migranti, a causa di sciacalli e speculatori seriali come Salvini, puntualmente accusato di essere fomentatore dei sentimenti più beceri.
Stesso taglio nei vari articoli, poi puntualmente smentiti, sulla bufala del pestaggio dei bengalesi “che non sapevano il Vangelo” in una sorta di contrappasso per i fatti di Dacca. Peccato fosse tutto inventato, ma anche in quel caso quotidiani e telegiornali non hanno perso occasione si sottolineare il terrificante razzismo italico, quasi sia diventato lo sport nazionale.

Arriviamo poi ai fatti di Dacca e Dallas, dove i razzisti sono gli altri e i bersagli sono gli occidentali. Questa volta i media italiani sembrano quasi sottolineare una presunta “colpa” degli italiani morti, sfruttatori del Paese povero come imprenditori. E in fondo pare se lo siano meritati anche i poliziotti uccisi, perché le persecuzioni della polizia negli States dovevano finire.

 

Insomma, pare proprio che per le tragedie che vedono nostri connazionali vittime ci debba essere per forza una spiegazione socialmente giustificatrice, mentre quando avviene il contrario dalle nostre parti non c’è nessuna tendenza a cercar scuse, anzi, partono le condanne a raffica. Intendiamoci, nessuno cerca né giustificazioni né scuse, ogni violenza deve essere punita. Ma perché questi due pesi e due misure?

L’autorazzismo è, a tutti gli effetti, un fenomeno culturale di massa presente nella società italiana. Il fatto che sia autoriferito, masochistico, e non offensivo verso altre culture non lo rende certamente “meno razzista” di altri atteggiamenti. È un cancro arrivato a livelli tali che lo stesso sindaco di Fermo arriva a dire, quasi in lacrime: “Non criminalizzate la città”.
I media puntano immediatamente il dito sui colpevoli o presunti tali, rei di agire con pregiudizio, con il non trascurabile dettaglio di essere mossi a loro volta da pregiudizio: un paradosso non da poco.

Una dimostrazione si ritrova proprio nei fatti di Fermo: il migrante non aveva ancora fatto a tempo a morire che le agenzie battevano già la notizia di un assassino ultrà fascista della destra razzista. Salvo poi, rivedere diverse considerazioni. Stessa cosa per la ricostruzione dei fatti: subito aperture sul pestaggio di natura fascista per poi poi scoprire, referti alla mano, che l’omicida si era difeso da un pestaggio avvenuto addirittura con pali stradali, sferrando un unico pugno che poi ha provocato la morte solo a causa di una caduta scomposta.

La gestione dei testimoni della vicenda: ci mancherebbe altro, anche loro immediatamente definiti razzisti (e come tali minacciati di morte) e inattendibili perché a “difensori” del razzista italiano per poi scoprire che sì, erano attendibili, addirittura simpatizzanti di sinistra.

L’unica cosa che non appare, ad ora, smentita, è l’insulto iniziale, quello “scimmia” inteso in sfondo razziale. Non stiamo a raccontarci frottole e ovvietà: il gesto è da condannare e rappresenta un pessimo esempio da qualunque lato lo si guardi. Ma basta questo per ritenere che tale persona debba meritare un pestaggio multiplo? Qualcuno direbbe di sì, ma non sarebbe migliore di quei fascisti violenti che tanto critica e di cui ha tanta paura.

È stato sicuramente un fatto grave e degno di nota, ma vogliamo almeno attendere la vera ricostruzione dei fatti? La verità è che la stampa sta diventando peggio dei racconti al bar dello sport: solo tifoserie attira click, a chi grida più forte razzista, antirazzista, autorazzista.

Mentre il Bangladesh ricorda anche i nostri caduti con due giorni di lutto, l’Italia è impegnata a dimenticare i suoi morti e a colpevolizzare un’intera comunità a causa di un violento. Mentre lui rappresenta tutta l’Italia, i media ci ripetono che gli attentatori islamici invece sono solo casi isolati. Forse un po’ troppo frequenti, a dire il vero. E si parla di sciacallaggio di Salvini e della destra razzista, ma a quanto pare l’unico interesse sia di stanare/inventare gli sciacalli e mai di risolvere i problemi.

Le tifoserie continuano, eppure lo scontro culturale si allarga. Segno che, forse, sarebbe completamente da rivedere il modello del matrimonio forzato tra culture, anche e soprattutto per l’imbecillità di una classe politica che non è in grado di proporre ed attuare nulla, ma solo di fare il tifo.

 

Argomento: Islam

Nella foto a sinistra: "Allah akbar", scritta di oltraggio e profanazione della statua di San Petronio patrono di Bologna, una città in cui l'accoglienza agli immigrati - senza limiti nè condizioni - è una priorità sia per il sindaco che per l'arcivescovo.

Ci sono tantissime prove che gli islamici vengono in Occidente senza alcuna intenzione di integrarsi. Ecco soltanto qualche articolo.

 

1. Dita mozzate, Madonne distrutte, Sharia: la città italiana dove governa l'islam (Libero, 27/3/2016)

... lui sta lì a far da sentinella a uno degli ingressi del «Selestan», neo-ribattezzata area a sud di Salerno, nella sconfinata Piana del Sele di Eboli. Sì, proprio dove s’è fermato Cristo ma dove Allah qualcosa da dire sembra ce l’abbia. Fracassando statue della Madonna di Lourdes al grido di «maledetti cristiani», per esempio, com’è successo non più tardi di quindici giorni fa, per opera di un immigrato musulmano che s’è anche premurato di girare verso est, in direzione della Mecca, la statua di Santa Bernadette. Ne è seguito uno scontro con la popolazione locale, infastidita dal raid islamico, con parroci, comitati di quartiere e qualche «imam» a tentare di attenuare un fuoco sempre pronto a riaccendersi sotto la cenere. Non piace molto ammetterlo ma è così, l’ordine pubblico è solo uno dei problemi legati alla concentrazione islamica in un territorio come questo, che ha un tasso di immigrazione di circa l’11%, il più alto della Campania (dopo la casertana Sessa Aurunca). Eboli conta meno di 40mila residenti, gli immigrati sono oltre cinquemila, tanto per capirci.

2. "Qui troppi simboli cristiani". Migranti scioperano a Lucca

Un gruppo di profughi pachistani, ospiti di una cittadina in provincia di Lucca, ha incrociato le braccia in segno di protesta contro i troppi simboli religiosi presenti al camposanto in cui sono impiegati.

3. "E' sbagliato", urla un musulmano magrebino, e distrugge un crocifisso in una Chiesa veneta.

4. Fidenza, musulmane vestite nella piscina pubblica.

Sono senza parole: nelle piscine pubbliche non si può fare il bagno vestiti per chiare ed evidenti ragioni di tutela igienico sanitarie. È vergognoso che questo sia stato consentito con la scusa dei motivi religiosi a dei fedeli musulmani”.

5. Milano: egiziano cosparge la moglie di benzina e le dà fuoco

Ahmed El Sayed Abdelghany è un nullafacente. In Italia è arrivato da clandestino. E irregolarmente ci è rimasto finché non si è sposato e ha usufruito del ricongiungimento familiare. La donna è arrivata nel 2007 in Italia in modo regolare, assunta da un parente che aveva un ristorante nel Pavese dove lavorava come lavapiatti e cameriera. Conosciuto l’egiziano, i due si sono sposati in quattro e quattr’otto. All’inizio hanno vissuto separati in alloggi che ospitavano rispettivamente soli uomini e sole donne. Quando si sono trasferiti a Milano, dove sono andati a vivere insieme, la marocchina ha trovato lavoro in una pizzeria dove tuttora è regolarmente assunta, mentre lui ha continuato a farsi mantenere.

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6. Sono quasi quotidiani gli stupri, i furti, le rapine, le violenze in Italia.
Ma i media non ce lo dicono.
Ecco perchè.

Raccomandazione alle Questure: nascondete i crimini dei profughi

Necessario "tutelare" i richiedenti asilo, anche se delinquono. È discriminazione al contrario

- Il Giornale, 23/10/2015

 

La gogna non è uguale per tutti. Le Questure italiane, e i comandi dei carabinieri, hanno ricevuto una strana raccomandazione, un consiglio disceso da molto in alto, una sorta di velina a uso interno.

Se un profugo, un richiedente asilo, viene denunciato o addirittura arrestato mentre sta commettendo un reato non dovete raccontarlo a nessuno. Acqua in bocca. Omertà. Silenzio. Niente comunicati stampa, nessuna soffiata ai giornalisti. L'obiettivo è tutelare il migrante. Se, infatti, uno sta chiedendo aiuto allo Stato perché magari è perseguitato in patria significa che la sua vita è in pericolo. Nome, cognome e residenza sarebbero informazioni pericolose, notizie che i «regimi» potrebbero usare per colpire lui o la sua famiglia.

Uno viene a sapere una cosa del genere e pensa: bello, uno Stato garantista. Non c'è più il mostro in prima pagina. Solo che il principio vale solo per gli ospiti. Gli italiani devono solo pagare le tasse. Niente garantismo, nessuna tutela, neppure uno straccio di presunzione di innocenza. Anzi, quando poi si va a processo c'è la gara a far scappare dalle procure notizie, intercettazioni, frullati di vita privati, perfino di chi è capitato in quelle carte per caso, senza neppure essere indagato. E c'è anche una strana regia che calcola e razionalizza i tempi politici delle indiscrezioni. Questo è il Paese dove la condanna arriva per mezzo stampa prima dei processi e dove la carcerazione preventiva viene usata come arma di ricatto e addirittura di tortura.

Per gli italiani, insomma, il garantismo è un lusso che non si possono permettere. Siano essi personaggi famosi o sconosciuti, potenti o povera gente. È una forma di democrazia della gogna. Ora perché i profughi vengono risparmiati? Non per bontà. A quanto pare il governo non vuole turbative alla linea politica sull'immigrazione. Non parlate dei delitti dei profughi perché siccome accogliamo tutti, senza alcun controllo, pubblicizzare le loro malefatte potrebbe intaccare il consenso del governo e portare voti a chi critica le maglie larghe di Alfano e company. Meglio nascondere la realtà e continuare a raccontare agli italiani che tutto va bene, che tutto è sotto controllo. E se una notizia scappa dalle Questure, nessun problema, ci penserà Renzi a coprire Alfano. La colpa sarà stata di un gufo. Magari profugo.

 

Argomento: Islam

 Presentiamo un lungo studio di Gianluca Martone. Per motivi tecnici viene completato cliccando su "Leggi tutto".

LE DONNE TEDESCHE STUPRATE DAGLI IMMIGRATI

da http://caserta24ore.altervista.org/19072016/le-donne-tedesche-stuprate-dagli-immigrati/ del 19 luglio 2016

 

Nel corso di questi ultimi mesi, si stanno diffondendo in Germania i casi di stupri commessi da parte degli immigrati sulle donne tedesche, fenomeno molto preoccupante e di inaudita gravità, che necessita di un’analisi corretta e precisa.

Di recente, si è conclusa l’inchiesta della polizia federale tedesca sugli agghiaccianti fatti avvenuti a Colonia nella notte di Capodanno. Sono i numeri più di ogni altra cosa a dare la misura di quanto è successo durante il Capodanno tedesco 2016: 1.200 le donne vittime di aggressioni sessuali in strada in una sola notte in tutto il Paese — delle quali 650 a Colonia e 400 ad Amburgo —; 2.000 gli aggressori, che quasi sempre hanno agito in gruppo; 120 gli indagati, in maggioranza provenienti dal Nordafrica e almeno la metà arrivati in Germania nell’anno precedente. Soltanto quattro (sì, quattro) le condanne.

È quanto emerge dal rapporto della Polizia federale anticipato ieri dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, e dalle emittenti Ndr e Wdr. «Dobbiamo aspettarci che non riusciremo a individuare i responsabili di molti di questi reati» ha dichiarato il presidente della polizia federale Holger Münch. Da quella notte la Germania non è più la stessa, scosso come mai il tradizionale senso di sicurezza nei luoghi pubblici che è una delle condizioni della libertà delle donne nel Paese. Uno choc che ha costretto la cancelliera Angela Merkel a tirare il freno sulla politica di accoglienza nei confronti dei rifugiati siriani.

Intanto ci sono voluti sette mesi perché fossero resi noti i primi dati raccolti dalla commissione d’inchiesta «Silvester» («ultimo dell’anno») su quello che la polizia ha definito «un fenomeno criminale nuovo», gli attacchi di gruppo alle donne durante eventi di massa: a Capodanno sono stati in tutto 642 i reati puramente sessuali, per i quali sono stati indagati 47 sospetti; 239 quelli in cui le molestie sono state accompagnate da furti o borseggi e 73 i relativi indagati. Sono avvenuti, oltre che a Colonia e Amburgo, anche a Stoccarda e Düsseldorf tra le altre città. Gli aggressori — è il dato che ha sconvolto l’Europa — sono quasi tutti stranieri, perlopiù nordafricani e circa la metà è arrivata in Germania da meno di 12 mesi: «C’è un legame tra l’emergere di questo fenomeno e l’ingente immigrazione del 2015» ha sintetizzato burocraticamente alla commissione d’inchiesta il presidente della polizia federale Münch. Secondo il quale inoltre «non ci sono prove» che le aggressioni siano state pianificate, contrariamente a quanto detto a caldo dal ministro della Giustizia Haiko Mass, che aveva parlato di «criminalità organizzata». Il rapporto, lungo 50 pagine, deve essere ancora sottoposto ai Land (gli Stati federali) prima di essere pubblicato ufficialmente. Ma alcuni elementi sono già evidenti.

Prima di tutto l’impreparazione della polizia: non solo non è riuscita a fermarlo, ma non ha neppure capito ciò che stava succedendo quella notte. E poi la difficoltà di perseguire le molestie di gruppo: Münch la ha attribuita a «ostacoli investigativi», perché non c’erano immagini chiare degli aggressori e le vittime non sono state in grado di riconoscerli o descriverli nel dettaglio. Anche quando c’erano però, non è bastato. Ad Amburgo, dove il numero delle molestie sessuali è stato ancora più alto che a Colonia, un fotografo amatoriale ha scattato inconsapevolmente sei foto dall’alto delle aggressioni nella Große Freiheit (ironicamente «grande libertà»), la strada con più locali della città dove si era ritrovata la folla che festeggiava il nuovo anno. Alcuni dei presunti colpevoli sono stati arrestati. E poi tutti rilasciati anche se erano stati identificati. Il diritto tedesco infatti permetteva di perseguire una violenza sessuale solo se le donne dimostravano di essersi opposte con la forza. E se un determinato reato veniva attribuito nello specifico alla persona che lo aveva commesso. Le mani che a Capodanno hanno molestato le donne tedesche invece sono rimaste anonime.

D’ora in poi però non sarà più così: la scorsa settimana è stata approvata la nuova legge sui crimini sessuali battezzata «No significa No» che punisce con pene fino a due anni tutti coloro che fanno parte del gruppo degli aggressori, anche se non hanno esercitato la violenza di persona ma si sono limitati a renderla possibile.
Inoltre fa sì che sia più facile espellere gli stranieri che hanno commesso reati: potranno essere respinti anche in Paesi dove potrebbero essere perseguitati. Infine introduce il reato di «molestia sessuale», finora non contemplato esplicitamente dal codice e soprattutto prevede che sia considerato violenza qualsiasi atto imposto contro la «volontà riconoscibile» della vittima. Erano anni che il movimento delle donne tedesco chiedeva queste modifiche, che alcuni anche tra nell’Unione cristiano democratica della cancelliera consideravano troppo ampie. Lo choc provocato dai fatti di Colonia ha permesso che venisse approvata in pochi mesi.

Gli eventi di quella notte furono agghiaccianti, in particolare il gioco arabo dello stupro, come riportò “il Giornale”.
Provate a immaginare una donna che cammina per strada e che ha solo una colpa: veste all’occidentale e non è accompagnata da un uomo appartenente alla sua famiglia. Improvvisamente viene circondata da un gruppo di uomini, dieci, venti talvolta di più. Alcuni la circondano, altri fanno da palo e sviano i curiosi. Dal gruppo si staccano tre o quattro che iniziano a toccare i seni della poveretta, le toccano il sedere, se ha la sventura di portare la gonna, gliela alzano, le strappano le mutande e le infilano le mani nelle parti intime tra risa e scherni.

In internet gira il video di una donna filmata durante questa pratica: se ve la sentite ascoltate il suo urlo. E’ agghiacciante. Le più fortunate vengono lasciate andare, le altre vengono violentate dal branco. La pratica si chiama Taharrush ed è segnalata nei Paesi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita, ma anche in Tunisia, in Egitto, in Marocco, soprattutto al termine del Ramadan ma in genere in occasione di grandi assembramenti. Perché la folla è ricercata dagli uomini che praticano le molestie di gruppo, la folla aiuta, nasconde, relativizza, la folla aiuta a punire le donne non velate. Come quelle che festeggiavano l’avvento del nuovo anno a Colonia e nelle altre città tedesche la notte di Capodanno.

La Bild l’altro giorno ha pubblicato i verbali delle donne che sono state aggredite. E’ un resoconto dell’orrore. A tutte hanno cercato di infilare dita nelle parti più intime. A tutte sono stati palpati seni e sedere. Tutte sono state circondate, umiliate, derubate. Alcune sono state violentate.

Pochi giorni dopo questi eventi orribili, il collega Andrea Riva de “il Giornale” ha riportato il rapporto di polizia con le testimonianze di quella notte nefasta per moltissime donne tedesche:” La Bild online rende pubblico il protocollo della polizia di Colonia che descrive, nel tipico gergo burocratico, le molestie, le violenze e i furti subiti dalle donne nella notte di Capodanno. Il “protocollo della vergogna” riporta, minuto dopo minuto, quello che è successo nella piazza della stazione centrale.

Tra le altre cose, si legge: “Ore 0:50, piazza del Duomo: più donne vittime. A tutte hanno cercato di infilare dita nella vagina, non riuscito grazie a collant. A tutte sono stati palpati seni e sedere. Una vittima è stata penetrata con un dito. Alle donne sono stati rubati soldi, documenti, iPhone e carte di credito”. “Ore 03:40, piazza del duomo: gruppo di 20 uomini nordafricani ha infilato mani nel pantalone davanti. In seguito rubato portafoglio. Furto: contanti e portafoglio”. O ancora: “Ore 01:30, Breslauer Platz: infilata mano nel pantalone, palpeggiato il sedere. Messa mano nella borsa, rubato il telefonino e toccata dappertutto. Telefonino via”. Scorrendo le descrizioni raccolte durante la notte risulta sempre più incomprensibile il tweet con cui la polizia di Colonia annunciava ufficialmente, al mattino del primo gennaio, che tutto si era svolto pacificamente.

A mezzanotte esatta un altro rapporto: “Ore 0:00: vittima infastidita da un gruppo di persone. Lei e la madre sono state palpeggiate, una persona ha cercato di baciarle mentre un complice rubava il portafoglio dalla borsa. Rubato il portafoglio con diverse carte di credito”. Ci sono anche vittime maschi nel “protocollo della vergogna”. Alcuni erano soli, altri accompagnavano amiche o fidanzate. “Ore 0:30 vittima maschile e femminile: gruppo di 20 uomini nordafricani bloccavano le vittime e infilavano mani nei pantaloni. Alla fine rubavano il portafoglio”.

Questi orrori rappresentano la terribile conferma di cio’ che avvenne alcuni anni fa ad una giovane ragazza tedesca. Un immigrato islamico, in Germania, si vanto’ di avere stuprato insieme ai suoi compagni una ragazza vergine. E’ talmente certo della ‘normalità’ della cosa, dal raccontare alle telecamere i particolari: Breve trascrizione – Ragazzi, eravamo in sette. Alcuni sul pavimento, tre sul letto. Era un letto da cuccetta. – Adin spense la luce e l’abbiamo fottuta. Adin l’ha deflorata, era vergine. Immagina! Era vergine! – E noi eravamo in sei ancora in attesa, davanti al letto. E lui bang! bang! – Poi noi sei ci siamo buttati sul letto: lei gridava e si opponeva, lottava.
– E amico, Sinan e gli altri. Uno dopo l’altro, amico. Vergine, amico! – Lei piangeva dopo lo stupro, e non poteva reggere ancora. E noi, come maiali le abbiamo sputato addosso. Sperma e sporcizia sopra tutto il suo corpo
.

Per comprendere nel migliore dei modi questi fatti gravissimi, sono molto interessanti le parole pronunciate dall’economista e sociologo Gunnar Heinsohn, che insegna presso la scuola NATO a Roma, in un’intervista alla Neuen Zürcher Zeitung di quello che sta per accadere ai cittadini europei in un futuro molto prossimo. E’ stato nel Califfato, e ne ha tratta una visione del nostro futuro cupa, con l’arrivo dei profughi. Ha assistito a stupri di massa di donne yazidi e cristiane, al traffico di donne tra i giovani combattenti, la decapitazione di uomini europei, e più e più volte alla proclamazione diretta ai kuffar, i miscredenti: “le vostre donne saranno le nostre puttane, i vostri figli nostri schiavi!”

Heinsohn fa un’analisi interessante delle motivazioni che spingono i cosiddetti profughi (al 90 per cento giovani maschi) a lasciare la Siria e gli altri Paesi islamici: la carenza di donne. La loro, dice in sostanza, è una jihad sessuale. La società occidentale si basa sul matrimonio monogamo, questo la rende equilibrata e pacifica: ogni uomo ‘ottiene’ la sua donna. Nelle società islamiche non è così, vige la poligamia: il maschio dominante (per qualsiasi motivo, ricchezza o brutalità) prende più mogli. Questo restringe la quantità di donne a disposizione, lasciando orde di maschi islamici in quella che Heinsohn definisce ‘modalità caccia-e-saccheggio permanente‘. In altre parole: quando un centinaio uomini dominanti hanno ciascuno quattro mogli, poi ci sono trecento uomini lasciati a mani vuote. Quindi non è la guerra, ma la mancanza di donne nel proprio paese che ha spinto questi giovani in Europa. Quindi, dice il sociologo, dobbiamo prepararci a “ migranti aggressivi, con interessi primari di base, tanto tempo a disposizione e che, molto ben collegati tra di loro con gli smartphone, vanno a caccia di femmine nelle loro vicinanze, che a loro volta, non possono difendersi e sono lasciate senza protezione“.

La collega Annalena Benini sul Foglio esamino’ accuratamente la causa di questi gravissimi episodi:” La prevalenza del maschio ha avuto la sua espressione plastica, carnale, aggressiva e nuova a Colonia (e in almeno altre tre città tedesche) a Capodanno: donne assalite da uomini, soprattutto giovani, arabi e nordafricani. Un rito di umiliazione, ma anche la dimostrazione di una forza maschile, di una pericolosità che può facilmente organizzarsi e attaccare i simboli e i corpi, la libertà e la vita come la conosciamo, come vogliamo viverla e come ci appartiene. Donne minacciate non solo fisicamente da uomini soli, donne occidentali, europee, aggredite da chi è venuto in Europa a cominciare un’altra vita o a odiare la nostra.

Molti giornali inglesi e americani (e anche Lucia Annunziata ieri sull’Huffington Post) hanno individuato una questione “maschilista” in quest’ondata di migranti “senza precedenti nella storia” (un milione solo lo scorso anno), anzi uno squilibrio: la stragrande maggioranza, un numero sproporzionato di migranti, sono, secondo conti ufficiali, giovani, non sposati, uomini non accompagnati. Partono soli, arrivano soli (ma molti sperano, una volta concesso l’asilo, di riunirsi con le proprie mogli e i figli). Più dei due terzi dei rifugiati che hanno raggiunto la Grecia e l’Italia, registrati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono uomini. Un quinto sono minorenni (la metà arriva senza genitori), il resto giovani adulti soli. In Svezia, paese che è stato particolarmente trasparente nelle statistiche sulle migrazioni, dallo scorso novembre il settantun per cento di tutti i richiedenti asilo è di sesso maschile. Più del ventun per cento, minori non accompagnati: undici ragazzi per ogni ragazza. Sono numeri molto maggiori di quelli cinesi, dove pure c’è un allarme sociale per mancanza di ragazze. “Comunque venga considerata la responsabilità per gli assalti di massa alle donne tedesche – scrive il Times – la crisi dei rifugiati rischia di distorcere l’equilibrio di genere in tutta Europa e nel medio oriente”.

Politico, magazine americano, ha pubblicato un lungo articolo intitolato: “Europe’s man problem”, spiegando che “potrebbe sembrare sessista in apparenza, ma anni di ricerche hanno mostrato che le società dominate dagli uomini sono meno stabili, perché più aperte ad alti livelli di violenza e maltrattamento delle donne”. Scrive il Times che ci sono sicure “correlazioni fra un equilibrio di genere distorto, specialmente se combinato con un ‘incremento di giovani’ e l’aumento della violenza, della radicalizzazione, il pericolo di rivolta, la radicalizzazione e la propensione a fare la guerra”. L’equilibrio va gestito dai paesi che portano il peso del flusso migratorio, ma la connessione è questa: molti uomini (senza donne), molta violenza. E molti uomini che odiano le donne, spesso in nome del fanatismo religioso, di un’idea di dominio, e vedono nella loro libertà di vivere, camminare, bere, ballare, baciare, un’offesa e insieme un’eccitazione, una provocazione insomma (anche senza jihadisti, che comunque sono, nella stragrande maggioranza degli attacchi terroristici, giovani uomini adulti senza legami).

Il Canada ha già chiuso le porte, per il 2016, a uomini soli dalla Siria (teenager non accompagnati e giovani maschi adulti): potranno entrare donne, bambini accompagnati e famiglie. Perché il normale rapporto tra i sessi è un “bene pubblico” e lo squilibrio genera mostri, e li moltiplica.

Queste agghiaccianti analisi fu confermata anche da un’imam di una moschea di Colonia, il quale è voluto tornare sui fatti della notte di Capodanno, sugli stupri ai danni delle donne tedesche ad opera di centinaia di immigrati. La guida religiosa ha voluto dire la sua. Anzi, ha deciso di “difendere” i profughi stupratori. Secondo Sami Abu-Yusu, imam della moschea Al Tawheed, infatti, la colpa delle violenze non è da imputare agli islamici e immigrati, ma al profumo delle donne. Avete capito bene. Al loro profumo: in pratica se una donna europea decide di comprarsi un buon profumo e ha la “folle” idea di indossarlo, dovrà sapere che in questo modo istiga gli uomini a violentarla. Ma la colpa, dice l’imam, non è di chi non rispetta le regole europee, di chi considera le donne poco più di un oggetto. Ma delle ragazze, accusate di vestire troppo all’occidentale e di essere troppo poco consone ai dettami dell’islam.

Gli eventi di Capodanno – ha detto l’imam in un’intervista rilasciata ad una tv russa e ripresa dal Daily Mail – sono colpa delle donne, perché erano seminude e indossavano il profumo”. “Non mi stupisce che gli uomini le abbiano attaccate – aggiunge – Vestire così è come gettare benzina sul fuoco”.

Nonostante queste incredibili affermazioni, non poteva di certo mancare lo sciacallaggio dell’osservatorio antifascista, come riportò il “Giornale”:” Le giustificazioni dell'”osservatorio antifascista” sui fatti di Colonia, dove circa mille immigrati hanno violentato più di 100 donne, rappresentano in tutta la sua ideologia il pensiero medio di chi, pur di difendere gli immigrati, s’inventa scuse assurde. Che mai avrebbe adottato per uno stupratore italiano. “Gli accusati, molto probabilmente – si legge nel post di Facebook – sono fuggiti da guerre, carestie e indigenze varie. Si saranno sentiti emarginati e in carenza di affetto, quindi hanno agito di conseguenza”.

Carenza di affetto. Se non fosse ancora rintracciabile online, potreste non crederci. Invece è così: pur di regalare una via d’uscita dal crimine che hanno commesso a quei “profughi”, gli “antifascisti” tirano fuori dal cappello la carenza d’affetto. E allora perché non giustificare anche i fidanzati che, abbandonati dalla ragazza, violentano e uccidono le loro “amate”. Nessuno sarebbe in grado di sostenere una tesi del genere. Ma gli “antifascisti” sì, solo se a commettere il reato sono gli stranieri. Poveri. È evidente che chi è in fuga da guerre, senza una casa, sia legittimato a stuprare e derubare delle donne indifese. Tutto torna. In fondo, sempre sullo stesso post si legge: “Non sono stupratori, non è giusto chiamarli in modo tale, ma andrebbero chiamati al massimo molestatori”.

Argomento: Islam

Per conoscere la storia del dialogo con l'islam, si consiglia la lettura di questo appassionante volume: http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=3111

 

Nizza: la guerra di religione continua

di Roberto de Mattei

 

Ha ragione Papa Francesco quando, da oltre un anno, afferma che è già in corso la “terza guerra mondiale”, combattuta “a pezzetti”, ma bisogna aggiungere, che si tratta di una guerra di religione, perché religiosi sono i moventi di chi l’ha dichiarata, e rituali sono perfino gli omicidi che in suo nome vengono perpetrati.

Francesco ha definito il massacro di Nizza un atto di “violenza cieca”, ma la furia omicida che ha spinto il conducente del Tir a seminare la morte sul Lungomare di Nizza, non è un atto irrazionale di follia: nasce da una religione che incita all’odio e istiga alla violenza. Gli stessi moventi religiosi hanno provocato i massacri del Bataclan di Parigi, degli aeroporti di Bruxelles e di Istanbul e del ristorante di Dacca. Tutti questi gesti, per quanto barbari, non sono “ciechi”, ma  fanno parte di un piano lucidamente esposto dall’Isis nei suoi documentii

Il portavoce dell’Isis Abu al-Adnani, con un audio diffuso a fine maggio su Twitter ha invitato ad uccidere in Europa in nome di Allah con queste parole: “Spaccagli la testa con una pietra, macellalo con un coltello, investilo con l’auto, gettalo da un luogo elevato, soffocalo o avvelenalo”. Non diversamente si esprime il Corano nei confronti degli infedeli. Continuare a ignorarlo è segno, questo sì, di cieca follia.

Ci si illude che la guerra in corso non sia quella dichiarata dall’Islam all’Occidente, ma una guerra che si combatte all’interno del mondo musulmano e che l’unico modo per salvarsi sia di aiutare l’Islam moderato a sconfiggere l’Islam fondamentalista, Ma l’Islam moderato è una contraddizione perché nella misura in cui i musulmani si secolarizzano e si integrano nella società occidentale, cessano di essere musulmani, o diventano dei musulmani non osservanti, dei cattivi musulmani. Un vero musulmano può rinunciare, per motivi di opportunità, alla violenza, ma la considera sempre legittima nei confronti dell’infedele, perché così insegna Maometto.

La guerra in corso è una guerra contro l’Occidente, ma è anche una guerra contro il Cristianesimo, perché l’Islam vuole sostituire la religione di Maometto a quella di Cristo. Per questo l’obiettivo finale della conquista non è Parigi o New York, ma la città di Roma, centro dell’unica religione che, fin dalla sua nascita, l’Islam vuole annientare.  La guerra a Roma risale alla nascita stessa dell’Islam, nell’VIII secolo. Hanno come obiettivo Roma gli arabi che e nell’830 e nel 846 occupano, saccheggiano e poi sono costretti ad abbandonare, la Città Eterna. Hanno di mira Roma i musulmani che decapitano gli 800 cristiani di Otranto nel 1480 e quelli che sgozzano i nostri connazionali a Dacca nel 2016.

Si tratta di’ una guerra religiosa che l’Isis ha dichiarato contro l’irreligione dell’Occidente, e contro la sua religione, che è il Cristianesimo. Ma nella misura in cui il Cristianesimo si secolarizza spiana la strada al suo avversario, che può essere vinto solo da una società dall’identità religiosa e culturale forte. Come osserva lo storico inglese Christopher Dawson, è l’impulso religioso che fornisce la forza di coesione a una società e a una cultura. “Le grandi civiltà non esprimono dal loro seno le grandi religioni come una specie di sottoprodotto culturale; le grandi religioni sono la base su cui poggiano le grandi civiltà. Una società che ha perduto la sua religione è destinata presto o tardi a perdere la sua cultura.”  

Questa guerra religiosa è ormai una guerra civile europea, perché si combatte all’interno   delle nazioni e delle città di  un continente invaso da milioni di migranti. Si sente ripetere che di fronte all’invasione dobbiamo costruire ponti anziché erigere muri, ma una fortezza assediata si difende soltanto sollevando il ponte levatoio e non abbassandolo. Qualcuno comincia a capirlo. Il governo francese ha previsto l’esplosione di una guerra civile destinata a svolgersi soprattutto all’interno dei grandi centri urbani, dove la multiculturalità ha imposto l’impossibile convivenza di gruppi etnici e religiosi diversi. Il 1 giugno 2016 un comunicato dello Stato maggiore ha ufficialmente ha annunciato la creazione di una forza convenzionale dell’esercito. «il Comando di Terra per il territorio nazionale” (COM TN)», destinata a combattere la jihad sul territorio francese.  Il nuovo modello strategico, battezzato “Au contact”, comprende due divisioni, sotto un comando unico, per un totale di circa 77.000 uomini destinati a fronteggiare la minaccia di una insurrezione islamica.

Contro questa minaccia occorrono le armi materiali, che si usano in ogni conflitto per annientare il nemico, ma servono soprattutto le armi culturali e morali, che consistono nella consapevolezza di essere gli eredi di una grande Civiltà che proprio combattendo contro l’Islam  ha definito nel corso dei secoli la sua identità. Chiediamo rispettosamente e urgentemente a Papa Francesco, Vicario di Cristo, di essere la voce della nostra storia e della nostra tradizione cristiana, di fronte al pericolo che ci minaccia.

(Roberto de Mattei su “Il Tempo” del 16/07/2016)

Argomento: Islam

 La costante opera dei sempre più numerosi Comitati Difendiamo i Nostri Figli ha provocato la scomposta reazione di un vice ministro all'istruzione: il comunista On. Davide Faraone. Qui un resoconto della vicenda.

Quel che sembra infastidire il Partito Democratico è che la famiglie vogliano poter decidere quale tipo di educazione impartire ai propri figli: ciò va contro la politica di diffusione dell'ideologia omosessualista intesa a trasformare gli italiani in schiavi dello Stato, automi senza valori e senza coscienza. Qui una sintesi del progetto socialista del Governo.

Ricordiamo ancora la petizione intesa a fare pressione sul Governo: è solo un modo con cui le famiglie tentano la resistenza: http://www.citizengo.org/it/35380-difendi-liberta-di-educare-i-tuoi-figli

 

Cosa rappresenta davvero l'Italia del Family day?

L’Italia del Family Day

Roberto de Mattei, per Corrispondenza Romana del 3 febbraio 2016, 3 giorni dopo il Family Day.

 

Il Family Day del 30 gennaio ha portato alla luce l’esistenza di un’altra Italia, ben diversa da quella relativista e pornomane che ci viene presentata dai media come l’unica reale. L’Italia del Family Day è quella porzione di popolo, più ampia di quanto si possa immaginare, che è rimasta fedele, o ha riconquistato negli ultimi anni, quelli che Benedetto XVI ha definito «valori non negoziabili»: la vita, la famiglia, l’educazione dei figli, nella convinzione che solo su questi pilastri possa fondarsi una società bene ordinata.

L’Italia del Family Day si pone come antitetica all’Italia della legge Cirinnà, che prende nome dal disegno di legge presentato dalla senatrice Monica Cirinnà, per introdurre matrimonio e adozioni omosessuali nel nostro Paese.
L’Italia del Family Day non è solo un’Italia che difende l’istituto famigliare, è anche un’Italia che si schiera contro i nemici della famiglia, a cominciare dal gruppo di attivisti che, dietro lo schermo della legge Cirinnà, vuole imporre al Paese un’ideologia e una pratica pansessualista.

Questa minoranza è supportata dall’Unione Europea, dalle lobby marx-illuministiche e dalle massonerie di vario livello e grado, ma gode purtroppo della simpatia e della benevolenza di una parte dei vescovi e dei movimenti cattolici.
In questo senso l’Italia del Family Day non è quella di mons. Nunzio Galantino, segretario della Conferenza Episcopale Italiana, né è quella di associazioni come Comunione Liberazione, l’Agesci, i Focolari, il Rinnovamento dello Spirito, che il 30 gennaio hanno disertato il Circo Massimo.

Mons. Galantino ha cercato in tutti i modi di evitare la manifestazione, poi nell’impossibilità di fermare la mobilitazione, avrebbe voluto imporre ad essa un altro obiettivo: quello, come osserva Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola quotidiana del 1 febbraio di «arrivare a una legge sulle unioni civili che le tenga ben distinte dalla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e che eviti l’adozione. In altre parole la CEI vuole i DICO contro cui aveva combattuto otto anni fa».
Il primo Family Day, nel 2007, fu promosso infatti dai vescovi italiani contro la legalizzazione delle unioni civili (DICO), giustamente presentata come porta aperta al pseudo-matrimonio omosessuale. Oggi si sente raccontare che bisognerebbe accettare le unioni civili, proprio per evitare il cosiddetto matrimonio gay.

Lo racconta, tra gli altri, in un’intervista, mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano: «In linea di principio, non ho obiezioni al fatto che sotto il profilo pubblico si dia consistenza giuridica a queste unioni. Mi sembra che la reazione riguardi il tema della generatività, le adozioni, non il riconoscimento pubblico delle unioni. L’importante è che non vengano assimilate alla realtà del matrimonio». E, a scanso di equivoci, aggiunge: «Una legge sulle unioni civili si può senz’altro fare» (Corriere della Sera 31 gennaio).

La posizione è chiara: no all’adozione omosessuale, sì alla legalizzazione delle unioni omosessuali, purché non vengano ufficialmente definite matrimonio. Se dal disegno di legge Cirinnà fossero tolti alcuni elementi che equiparano in tutto le unioni civili omosessuali al matrimonio, allora un cattolico potrebbe consentirvi. Mons. Semeraro è considerato, come mons. Galatino, un uomo di fiducia di papa Francesco.

Sorge quindi spontanea la domanda: qual’è la posizione del Papa in proposito? Antonio Socci, su Libero del 31 gennaio, rileva come sia stata «evidentissima l’assenza e palpabile la freddezza» di Papa Francesco, il quale non ha inviato nemmeno un saluto al Family Day e non vi ha fatto accenno né nel discorso dell’udienza del sabato mattina, né nell’Angelus del giorno successivo. Come giudicare questo silenzio, nel momento in cui il Governo e il Parlamento italiano si apprestano a infliggere una ferita morale al nostro Paese?

Eppure la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che l’omosessualità non può reclamare alcun riconoscimento, perché ciò che è male agli occhi di Dio non può venire ammesso socialmente come giusto (Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, del 1 ottobre 1986, n. 17).

L’Italia del Family Day ignora forse questo documento, che il Papa non può ignorare, ma, armata solo di buon senso, il 30 gennaio ha espresso il suo no, chiaro e netto, non solo alla cosiddetta stepchild adoption, ma a tutto il decreto Cirinnà. E quale fosse il sentimento della folla che gremiva il Circo Massimo lo si può capire dalla forza degli applausi che hanno accompagnato gli interventi più forti di alcuni relatori italiani e stranieri, come Seljka Marrkic, leader dell’Iniziativa civica che in Croazia ha avviato il referendum che ha bocciato le unione civili e tre mesi dopo ha travolto anche il presidente del Consiglio.

Bisogna dar atto, con serena oggettività alla Marcia per la Vita. che si svolge in Italia dal 2011, di aver rotto il ghiaccio, sfatando un complesso che pesava sul mondo pro-life italiano: l’idea che fosse impossibile, o comunque controproducente una grande manifestazione di piazza in difesa della vita.
Sulla scia della Marcia per la Vita, ma anche della grande Manif por tous francese, è nato il Family Day che, per volere agglomerare una massa il più ampia possibile, raccoglie al suo interno anime diverse. Intransigenti alcune, disponibili al compromesso altre.
La ragione del suo successo in termini numerici è anche la ragione della sua debolezza in termini di sostanza e di prospettive.

La battaglia in atto non è infatti politica, ma culturale, e non si vince tanto con la mobilitazione delle masse, quanto con la forza delle idee che si contrappongono all’avversario. È una battaglia tra due visioni del mondo, fondate entrambe su alcuni princìpi cardine. Se si ammette che esiste la verità assoluta e l’assoluto Bene, che è Dio, nessun cedimento è possibile. La difesa della verità deve essere condotta fino al martirio.

La parola martire significa testimone della verità e oggi, accanto al martirio cruento dei cristiani, che si rinnova in tante parti del mondo, esiste un martirio incruento, ma non meno terribile, inflitto attraverso le armi mediatiche, giuridiche e psicologiche, con l’intento di ridicolizzare, far tacere, e se possibile imprigionare i difensori dell’ordine naturale e cristiano.

Per questo attendiamo dal “Comitato in difesa dei nostri figli”, promotore del Family Day, che, continui a denunciare l’iniquità della legge Cirinnà anche se questa malauguratamente passasse, sia pure addolcita. La Manif pour tous francese, portò per la prima volta quasi un milione di persone in piazza il 13 gennaio 2013, qualche settimana prima della discussione in Parlamento della legge Taubira, ma continuò a manifestare, con vigore ancora maggiore, anche dopo l’approvazione del pseudo matrimonio omosessuale, innescando un movimento che ha aperto la strada a tanti altri in Europa. E proprio in questi giorni Christiane Taubira, da cui prende nome la scellerata legge francese, è uscita di scena, dando le dimissioni da Ministro della Giustizia.
Ci aspettiamo dunque in Italia nuove manifestazioni, condotte con forza e determinazione, anche se il numero dei partecipanti dovesse essere minore, perché ciò che conta non è l’ampiezza del numero, ma la forza del messaggio:

Non abbiamo usato l’espressione “Family Day” per connotare gli organizzatori di quell’evento, ma per attribuire identità a una piazza che va ben al di là di quella fisicamente riunita al Circo Massimo il 30 gennaio. Quest’Italia non è rassegnata, vuole lottare e ha bisogno di guide.
Le guide devono essere veritiere, nelle intenzioni, nelle idee, nel linguaggio e nei comportamenti. E l’Italia del Family Day è pronta a denunciare le false guide, con la stessa forza con cui continuerà a combattere i veri nemici.

Argomento: Politica

 Il capoluogo emiliano ancora una volta è come un laboratorio per la sperimentazione delle tecniche con cui diffondere l'ideologia omosessualista. Un Comune che, ogni anno, finanzia con decine di migliaia di euro dei contribuenti di euro l'arcigay e ogni progetto inteso a cambiare la nostra cultura e mentalità.

 Bologna e la 3º Edizione di “Educare alle differenze”

 di Cristiano Lugli, per Osservatorio Gender

 

Nell’instancabile e rossa Bologna se ne sono viste nel corso degli anni sempre delle belle, in particolar modo per quel che riguarda gli ambienti LGBT presenti sul territorio di cui il capoluogo emiliano è la “capitale”.

Con il passare del tempo si sono formate ed organizzate tantissime associazioni che lottano sul campo dei “diritti uguali per tutti” cooperando liberamente con asili, scuole pubbliche, università e tanti altri enti che godono comunque del beneplacito comunale o addirittura ministeriale.

Una di queste è sicuramente “ProgettoAlice“, un’associazione “educativa” fatta di pedagogisti e quant’altro che pone i propri tentacoli ovunque, tanto che non è fissa solo sul territorio bolognese, ma si presta a trasferte pur di poter proporre le proprie assurdità che, fondamentalmente, sono tutte basate sul superamento delle differenze di genere.
Parlammo di questa associazione anche tempo fa qui sull’Osservatorio, poiché venne a tenere – con due suoi rappresentanti – due lectio sul gender nella scuola primaria San Giovanni Bosco a Reggio-Emilia.

Progetto Alice insieme all’Associazione Scosse ( anche questa trattammo, poiché presente sul territorio di Parma ) , Stonewall, e altre 200 associazioni un po’ meno conosciute in foro esterno, presenteranno la 3º edizione di “Educare alla differenze”.

Nelle giornate del 24 e 25 settembre, a Bologna insegnanti, attivisti/e, operatrici del privato sociale, educatori, psicologhe, editrici e ricercatori lavoreranno ancora una volta insieme, per condividere strumenti di lavoro, “buone pratiche” e metodologie didattiche:

“Convinti che l’educazione alle differenze debba essere un elemento imprescindibile della scuola pubblica, laica e plurale” – secondo quanto sostenuto dall’Associazione Scosse, a cui fa ovviamente coda il pensiero degli altri gruppi coinvolti.

Gli organizzatori però sembrano non essere ancora soddisfatti dei risultati ottenuti, e nonostante l’intenso lavoro di sovversione culturale per cui si applicano annualmente, la resistenza a questo tipo di “pedagogia gender” sembra non aver attecchito abbastanza:

“Nonostante il successo della scorsa edizione, l’anno che ne è seguito non è stato facile: tante e tanti di noi hanno dovuto fare quotidianamente i conti con l’inasprirsi della campagna “anti-gender” e con la recrudescenza di razzismo e xenofobia che hanno reso il lavoro educativo – dentro e fuori la scuola – una sfida sempre più complessa.”

La campagna anti-gender, di cui ci sentiamo anche un po’ responsabili ( e per fortuna! ) ha quindi ostacolato il lavoro operato dal comitato “Educare alle differenze“, ed è per questo che ci si mobilita per rilanciare una 3º edizione ancora più protesa ad inserirsi efficacemente nell’istruzione pubblica:

“Da quanto emerso dalla plenaria dello scorso anno, però, ci è parso che vi sia anche un bisogno diffuso di trovare occasioni per pensare insieme e costruire un lessico comune su educazione e differenze. Per questa ragione, quest’anno i laboratori di scambio di buone pratiche saranno affiancati da quattro laboratori del pensiero che affronteranno altrettanti nodi in chiave educativa: stereotipi di genere e identità; violenza tra pari, maschilità e omofobia; intersezioni tra identità di genere, sessualità e provenienza culturale; intolleranza e paura della diversità. A partire dagli stimoli che ci forniranno alcuni studiosi/e di queste tematiche, i laboratori del pensiero saranno un’occasione per confrontarsi insieme e costruire delle connessioni tra pratiche quotidiane e teorie educative.”

Non c’è bisogno di commentare ciò che già da sé si commenta, ma si può mettere bene a fuoco la chiave di volta che occorre per stravolgere tutto: “un lessico comune su educazione e differenze”.

Proprio con la rivoluzione del linguaggio, agglomerando una nebulosa di neologismi mai sentiti prima, sformando le parole del loro contenuto essenziale e principale – a volte persino mutandolo – così si ottiene il modello educativo che inizia alle differenze, introducendo senza colpo ferire il gender nella scuola.

In apertura ed in chiusura del “festival educativo” si terranno come di consueto gli incontri plenari “che – dicono gli organizzatori – ci auguriamo portino quest’anno alla formale realizzazione di una rete di di associazioni su scala nazionale che possa diventare un’interlocutrice delle istituzioni per la promozione dell’educazione alle differenze.”

Il punto è proprio questo, non ci si spiega come eventi di questo tipo che si dicono essere “auto-finanziati dai contributi di tutte le associazioni co-promotrici”, abbiano un così enorme e grave peso su scala nazionale. Se si fa una breve ricerca si riscontrerà infatti che una gran parte delle associazioni che lottano sul campo LGBT hanno influenza su MIUR e UNAR, dettano gli schemi a livello ministeriale.
Coloro che potremmo definire dei perfetti sconosciuti o comunque delle normali e piccole associazioni come in tanti casi, sono invece quelli e quelle che, assieme ai voleri e ai poteri nazionali ( e sovranazionali ) tessono silenziosamente e rapidamente la tela del ragno, mascherati da filo-buonisti che hanno a cuore la “pace”, l'”amore”, l’ “uguaglianza” e tutte le altre sciocchezze che si inventano per indossare meglio il vestito da agnellino sopra la loro vera natura di lupi feroci.

Per quanto ci è possibile allora, oltre a pensare valide alternative per non lasciare i nostri figli in mano a questo soggetti, è necessario continuare a rendere il subdolo lavoro di costoro più che mai difficile.
Non lasciandosi prendere dall’inerzia, e nemmeno dalla noia di ripetere sempre le stesse cose, perché questo è ciò che vogliono: l’assuefazione e l’anestetico stordimento collettivo. Continuiamo a gridare la Verità, anche a costo di rimanere gli unici a farlo!

“Tanto abbiamo fatto, ma tanto c’è ancora da fare!” Concludono gli organizzatori di questo nefando evento. Ebbene, non lasciamo che siano i soli a dirlo.

 Per il Comune di Brescia è #omofobo pure il vescovo?

 Un tweet del vicesindaco socialista Laura Castelletti contro un bravo sacerdote "colpevole" di criticare le unioni civili apre un caso preoccupante sulla libertà di espressione in città

 
A Brescia è in atto una escalation contro la libertà d’espressione? Due gravi episodi in pochi giorni direbbero che forse è così. Prima una conferenza di Massimo Gandolfini osteggiata con metodi sulla stampa locale definiti “fascisti”, e poi la vicesindaco Laura Castelletti che si scaglia contro don Giorgio Rosina, curato di una parrocchia del centro, accusandolo di omofobia.
 
La colpa del giovane sacerdote? Aver affisso nell’oratorio un poster (distribuito in migliaia di copie all’ultimo Family Day) in cui le unioni civili si definivano «sbagliate anche se dovessero diventare legge».
 

Partiamo da qui. La vicesindaco della città, espressione di una lista civica apparentatasi con il sindaco del Pd Emilio Del Bono, non si è fatta molti scrupoli nel lanciare un tweet in cui accomuna sic et simpliciter misoginia, condotta antidemocratica e razzismo alla semplice contrarietà alla legge sulle unioni civili.

Nel tweet diretto a don Rosina così scrive Laura Castelletti: «Per me chi sosteneva che il voto alle donne era “sbagliato” è un #misogino #antidemocratico. Chi sosteneva “sbagliato” considerare bianchi e neri uguali è un #razzista. Chi dichiara che le unioni civili riconosciute dalla legge sono “sbagliate” è un #omofobo».

In città ovviamente sta montando la polemica su quello che è un caso tutto politico (se non interverranno smentite, per il Comune di Brescia essere contrari alla legge sulle unioni civili da oggi significa automaticamente essere omofobi), polemica che l’opposizione è intenzionata a portare nelle opportune sedi di palazzo Loggia.

Se il momento in cui è stato lanciato il tweet è apparso quantomeno intempestivo (il vescovo Luciano Monari nella recente omelia per il Corpus Domini, particolarmente apprezzata dalla cittadinanza, aveva parlato delle unioni civili come «strada sbagliata»), per la città appare decisamente singolare il destinatario del borioso cinguettio: un giovane sacerdote.

Forse la spia della nascita di un nuovo e viscerale anticlericalismo destinato a spezzare la tradizione non avendo molto da condividere con il cattolicesimo democratico bresciano.
Quello che in città sta colpendo maggiormente della vicenda è però l’estrema leggerezza con cui dalla seconda carica della città è partita la pesante bollatura al sacerdote; va ricordato che con il “ddl Scalfarotto” – fermo alla Camera ma sempre in attesa di riprendere il suo iter parlamentare – accusare di omofobia qualcuno significa imputargli un reato. In pratica augurargli la galera.

Ora più di qualcuno paventa un crescendo di violenza.
Su Facebook si sprecano i commenti, perché «il gesto irresponsabile di una carica che dovrebbe rappresentare tutti» equivale ad «“armare la mano” al fronte lgbt bresciano già violento di suo».

È di poche settimane fa la dura contestazione di un gruppo di attivisti arcobaleno, le “Caramelle in Piedi”, a una conferenza sul gender che vedeva come relatore il portavoce del Family Day Massimo Gandolfini (si noti che proprio alle Caramelle in Piedi – oltre che a don Rosina – Laura Castelletti ha indirizzato il tweet incriminato).

Questo è il racconto fatto al Giornale di Brescia da Giuseppe Marenda, uno degli organizzatori del convegno tenuto da Gandolfini a San Felice del Benaco: «Un manipolo di attiviste Lgbt ha cercato di impedire ai cittadini di partecipare. Intimidivano gli esercenti, strappavano le locandine dai negozi, vituperavano il Prof. Gandolfini, mettevano alla berlina sui social i negozianti che non si piegavano, attaccavano alle vetrine manifestini con cuori arcobaleno e la scritta “convegno omofobo”, postando poi le foto su Facebook».

Per poi concludere amaramente: «Nel primo dopoguerra si usavano manganelli e olio di ricino, qui hanno usato parole, manifestini e social media, ma la violenza è stata la stessa. Abbiamo imparato cosa può fare una piccolissima minoranza sfrontata e violenta quando la maggioranza dei cittadini è passiva».

Se il papa bresciano esaltava la politica come «la più alta forma di carità», oggi Brescia sembra squalificarla a più bassa forma di persecuzione. Via tweet.


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da: http://www.tempi.it/per-il-comune-di-brescia-e-omofobo-pure-il-vescovo#.V4ChszV-ZLh

  Scuola condannata
per licenziamento “gay” mai avvenuto

(di Andrea Zambrano)

 

Il titolo è di quelli sparati a sei colonne: “Scuola cattolica condannata a risarcire un’insegnante licenziata perché lesbica”. E il circo mediatico ieri non ha fatto altro che rilanciare la notizia come se fosse l’ultima tappa del cammino dei diritti dell’uomo nel nome della non discriminazione. Approda ad una sentenza, che non mancherà di far discutere e soprattutto di sollevare inquietanti interrogativi sulla libertà di educazione degli istituti paritari, la vicenda del presunto licenziamento di una insegnante dell’Istituto Sacro Cuore di Trento a causa di una sua altrettanto presunta inclinazione omosessuale. Anche la Nuova BQ negli anni scorsi aveva raccontato la storia, mettendo tra l’altro in evidenza alcuni dettagli sfuggiti ai giornali mainstream.

Ma con la sentenza del giudice del lavoro di Rovereto di ieri possiamo ragionare su uno scatto in avanti della Giustizia che si frappone tra l’autonomia di un istituto privato paritario e le rivendicazioni di un gruppo ben organizzato secondo la consueta tecnica radicale del caso pilota.

25mila euro. Tanto l’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù di Trento dovranno risarcire alla voce danni patrimoniali e non, alla docente. Ma non solo lei è stata beneficiaria della sentenza. Anche la Cgil di Trento e l’associazione radicale Certi diritti riceveranno dall’istituto cattolico 1.500 euro a testa. La decisione del giudice si basa sul fatto che «la presunta omosessualità dell’insegnante nulla aveva a che vedere con la sua adesione o meno al progetto educativo della scuola», ma anche che la docente «ha subito una condotta discriminatoria tanto nella valutazione della professionalità, quanto nella lesione dell’onore». E siccome la decisione della scuola ha danneggiato non soltanto l’insegnante, ma anche ogni potenziale lavoratore interessato a quella cattedra, ecco che il risarcimento, simbolico, è stato esteso anche al sindacato rosso in rappresentanza di un del tutto ipotetico “lavoratore discriminato ignoto”.

Esulta il legale della donna, l’avvocato Alexander Schuster, il quale ribadisce come la decisione del giudice del lavoro fissi un punto di non ritorno: “I datori di lavoro di ispirazione religiosa o filosofica non possono sottoporre i propri lavoratori a interrogatori sulla loro vita privata o discriminarli per le loro scelte di vita. L’uso di contraccettivi, scelte come la convivenza, il divorzio, l’aborto, sono decisioni fra le più intime che una persona può compiere e non possono riguardare il datore di lavoro”. Messa così, tra interrogatori e scelte intime, la logica porterebbe a pensare che la cosa possa avere un senso e in ultimo una sua giustizia, con la scuola a giocare la parte della Gestapo e la vittima dall’altra parte.

Ma come spesso accade, anche nelle pieghe di questa storia si intravvedono alcuni fili lasciati dai giornali e dal giudice inspiegabilmente su un binario morto.

Tutto nasce il 16 luglio 2014 quando la direttrice dell’istituto suor Eugenia Liberatore convoca l’insegnante in scadenza di contratto per discutere del rinnovo. La docente ha riferito di essere stata convocata per parlare di alcune voci sentite sul suo conto. Sempre la docente ha riferito che la religiosa le avrebbe fatto pressioni per smentire o confermare la sua tendenza omosessuale perché “ci sono dei bambini da tutelare”. Da lì si è arrivati al licenziamento. Che però non era tale dato che il contratto era scaduto. Quindi sarebbe stato più corretto parlare di mancato rinnovo, ma per la causa questo può essere ben tradotto in licenziamento.

Andò davvero così? Purtroppo non potremo mai saperlo perché la suora nel frattempo è morta e il processo che è approdato sul tavolo del giudice del lavoro ha visto la maestra da un lato e la persona che veniva accusata di discriminazione assente per avvenuto decesso. Ciononostante le dichiarazioni sulle quali si è basata la sentenza sono quelle della docente e non della suora che non ha potuto così difendersi.

Tanto più che la religiosa, successivamente intervistata, aveva sempre detto di aver approcciato la donna con rispetto, per chiarire quelle che erano le voci che sentiva sul suo conto. Ma il tentativo di approccio con la donna naufragò di fronte alla sua reazione.

Anche perché la vicenda sembrava risolta dopo l’intervento tanto della Provincia quanto del Ministero della pubblica istruzione. La prima avviò un’indagine pochi mesi dopo, che approdò ad un esito negativo. La Provincia, guidata da una giunta di centrosinistra, confermò i finanziamenti all’Istituto perché «non ci sono elementi per mettere in discussione la parità scolastica dell’istituto religioso Sacro Cuore di Trento». Ma anche il Ministero, che aveva minacciato provvedimenti seri nei confronti della scuola se fossero emersi elementi che confermassero quelle accuse, non ha fatto sapere mai nulla in merito. Venne coinvolto persino il ministro Stefania Giannini, poi la cosa finì nel dimenticatoio perché evidentemente a carico della religiosa non emerse nessuna violazione del diritto del lavoro. Dunque né la Provincia né il Ministero si fecero carico della richiesta di reintegro dell’insegnante.

Ma nel frattempo l’insegnante aveva portato lo scottante caso davanti al giudice del lavoro e sempre nel frattempo la suora era passata a miglior vita dopo essere stata presa di mira sui giornali come omofoba e annessi moderni vituperi.

Ieri la sentenza che tocca un passaggio molto delicato sul quale non sarà difficile per i Radicali, che sanno sfruttare certi casi pilota, porre il tema del controllo delle scuole paritarie. Il giudice infatti ha preso in esame la cosiddetta clausola di salvaguardia prevista nel decreto legislativo 2016/2003 per le cosiddette organizzazioni di tendenza. Si tratta cioè, e qui siamo di fronte ad una scuola di ispirazione religiosa, di una clausola a tutela delle scuole cattoliche o di qualunque altra associazione religiosa secondo la quale, si legge all’articolo 3 comma 5 «non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 le differenze di trattamento basate sulla professione di una determinata religione o di determinate convinzioni personali che siano praticate nell’ambito di enti religiosi o altre organizzazioni pubbliche o private, qualora tale religione o tali convinzioni personali, per la natura delle attività professionali svolte da detti enti o organizzazioni o per il contesto in cui esse sono espletate, costituiscano requisito essenziale, legittimo e giustificato ai fini dello svolgimento delle medesime attività».

Il tribunale però ha sottolineato che “nel caso qui in esame è stata perpetrata una discriminazione per orientamento sessuale e non per motivi religiosi”. E pazienza se lo stesso giudice riconosce che “l’orientamento sessuale di un’insegnante» è «certamente estraneo alla tendenza ideologica dell’Istituto».

Però la stessa legge, poco prima, all’articolo 3, comma 3, recita testuale: “Nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, nell’ambito del rapporto di lavoro o dell’esercizio dell’attività di impresa, non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’età o all’orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell’attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività medesima”.

Insomma: come giustificare ai fini di questa legge la sentenza di ieri?

Tanto più che ancor oggi la vittima è definita dalla stampa “presunta omosessuale”, dunque è impossibile capire se il giudice abbia accertato o no la sua inclinazione, cosa che pure sarebbe decisiva, come pure accadde alla madre superiora durante il colloquio. Ma il principio è passato e adesso ci si potrà “sguazzare” liberamente: non rientra nei compiti educativi di una scuola scegliersi, come una qualunque iniziativa privata, i propri insegnanti come meglio crede.

La sentenza ha tutta l’aria di essere eminentemente politica. E non solo per la presenza di un’associazione radicale e della Cgil. Ma anche perché la docente ha puntato su un avvocato specializzato sul tema dei diritti Lgbt. Sul sito dell’università di Trento si può scorrere il curriculum dell’avvocato Alexander Schuster, nel quale figurano numerosi incarichi come ideatore e coordinatore di progetti su orientamento sessuale e identità di genere. Progetti cofinanziati molto spesso dalla Commissione Europa con cifre ingenti che raggiungono anche i 500 e i 600mila euro.

Resta la domanda di fondo: sulla base della sentenza di ieri quanto spazio rimane alla libertà d’educazione, per continuare ad essere esercitata nel rispetto delle libertà altrui? Domande alle quali forse un giudice potrebbe rispondere ribaltando la decisione nel caso la scuola, che ha preferito non commentare, scegliesse per il ricorso. In ogni caso: per la vera libertà, di educazione, di impresa e di religione, quella di ieri è stata una giornata nera.

da: http://osservatoriogender.famigliadomani.it/scuola-condannata-licenziamento-gay-mai-avvenuto/

  Popolo della Famiglia, genesi e declino di un progetto ambiguo

di Massimo Micaletti

 

Niente è perduto fuorché l’onore.

Parliamo del Popolo della Famiglia. In realtà, Radio Spada ne parla da un pezzo, mettendo in guardia dal primo momento sugli aspetti quantomeno dubbi di un’operazione certo nata sulle miglior intenzioni di tanti ma destinata al naufragio se pensata come di breve o medio periodo.

Nacque da uno strappo, il PdF, nessuno se lo dimentica, iniziando la disgregazione del Comitato Difendiamo i nostri figli, strappo celato sotto sorrisi di ricucitura e comunque rivelato dalle dimissioni di Costanza Miriano dal Comitato stesso. Occhio, non parlo di rapporti personali: io non so se queste persone abbiano litigato tra loro, mi auguro di no e comunque non mi interessa; intendo piuttosto che le diversità di storia, cultura e prospettiva tra i protagonisti del Family Day 2016 – diversità evidenti a chi avesse gli strumenti per andare oltre gli abbracci, gli slogan e gli striscioni, appena un passo fuori dalle platoniche caverne – non potevano restare celate né ininfluenti agli effetti del progetto che dal Family Day doveva scaturire.

Ora, non voglio far tutta la cronistoria, ma soffermarmi in primis su questo concetto: il Family Day non era (o meglio, non avrebbe dovuto essere) un progetto e tantomeno il progetto, ma un punto di partenza, l’inizio di un cammino. Già allora erano chiare, oltre alle ambiguità di fondo che però avrebbero potuto emendarsi col tempo e colle battaglie, almeno altre due mine sulla strada di quei due milioni di persone: l’assenza di supporto Oltretevere, chiuso in un silenzio raggelante; e che la strada da fare era tanta, ma veramente tanta.

La strada da fare era tanta perché il Paese cattolico andava e va ricostruito da zero e già questo, senza il sostegno del Vaticano, impegnato a raccogliere musulmani, era ed è un’impresa titanica, al limite del folle. Bisognava quindi tenere la barra, fare scorta di intenzioni, preghiere, retta dottrina, numeri giusti e prepararsi ad una lunga traversata del deserto o, se preferite a zappare per anni per poi sperare di raccogliere i frutti buoni, accontentandosi magari nel frattempo di qualche nespolaccia in vista però della stagione buona. Questo si doveva fare, e lo dico con umiltà e decisione, l’ho sempre detto, so che solo così si può fare e ne sono certo.

Si è deciso invece col PdF di lanciarsi a raccogliere quando la terra non era stata neppure dissodata e la siccità era perdurante e si sapeva sarebbe durata. Si è preferito, per legittimare questa improvvida avventura, abbeverarsi alle poche e salmastre pozze, prendendo qua e là le dichiarazioni di qualche prelato o attribuendo al Papa un pensiero che non ha mai chiaramente espresso; ci si è ostinati a difendere come buono e addirittura santo il clamoroso tragico iato tra annuncio e testimonianza, ed ho visto e letto e sentito padri di famiglia, ottimi cristiani innamorati di Dio e della Sua Chiesa, plaudire contro dottrina e retta ragione ai baci e alle foto di Adinolfi colla sua compagna, circondati da striscioni, locandine e manifesti inneggianti alla famiglia; non si è avuto il minimo scrupolo ad allearsi a quelle stesse forze politiche che in Parlamento si stavano vendendo per un piatto di lenticchie, e lo si è fatto in nome del qui ed ora, del voto utile, della massa critica, del meglio così che peggio.

Dove si poteva arrivare, con queste premesse? Da nessuna parte ed è stato meglio così.

E’ stato meglio così perché adesso tutte quelle brave persone, quei buoni e retti cattolici che coi miglior propositi si sono spesi per questa boutade possono iniziare a fare sul serio. Avranno certo chiaro, ora, queste persone che la (ri)costruzione di una società cattolica o, più prosaicamente, della presenza dei cattolici in politica è lavoro lungo e laborioso e richiede costanza coerenza determinazione coraggio e soprattutto, soprattutto, retta dottrina ed esempio. Ripeto: retta dottrina ed esempio, o, se preferite, annuncio e testimonianza.

La strada è lunga, mettetevelo in testa, e comporta nel frattempo vedere tante case che crollano, comporta assistere ad abominii ben peggiori di quelli che ci sono stati dispensati a piene mani dagli ultimi tempi. Se vogliamo riprendere l’immagine di Guareschi, il buon seme va conservato ma la piena è tutt’altro che finita, anzi. Arriveremo alla brevettabilità dell’embrione umano, alla fecondazione artificiale fai da te, alla legalizzazione della pedofilia, dell’incesto, dell’infanticidio, del matrimonio a tempo (ah, no, scusate, il matrimonio, così com’è ora, è già a tempo ma nell’incertezza: almeno forse con una data chiara di scadenza uno potrebbe regolarsi su cosa fare tra qualche anno) e via regredendo. Il mio amico Roberto Marchesini dice che ora siamo come quelli che in autunno pretendessero di riattaccare le foglie sugli alberi. Ne vedremo insomma delle brutte, delle bruttissime: ma l’alternativa a PdF et similia non è restare impotenti.

Non ci cascate, la politica è solo uno dei modi di cambiare il reale ed è anzi forse l’ultimo e il residuale, pur importante ma conseguente a moltissimi altri, di ben maggior peso per la società e soprattutto per la salvezza.

Il primo e più potente è quello più sotto attacco, ed è la famiglia: costruire e curare famiglie sane e cattoliche, tenersi una moglie sola amandola, comprendendola ed accogliendola tutta la vita e fare figli solo con quella e preoccuparsi che questi bambini, nel cammino della vita, seguano i passi del Signore, sarebbe (anzi, è) da sé qualcosa in grado di cambiare il mondo.

Non vi basta? Volete qualcosa di più concreto? Non riesco ad immaginare qualcosa di più concreto di una famiglia, fosse anche quella di origine, ma proviamoci.

C’è il fronte culturale in senso ampio, con ciò intendendo scuola, università, massmedia e per incidere lì, ancora una volta, la politica conta solo fino ad un certo punto. Sosteniamo le scuole cattoliche, esigiamo, da genitori e da studenti, che la verità sulla nostra storia e sulla nostra religione venga rispettata e non affogata da programmi di regime e professori distratti o militanti.

Ancora più concreto? Il nostro contesto. Le persone che conosciamo, i colleghi e le colleghe di lavoro, le amiche dal parrucchiere, gli amici del calcetto o del tennis o delle bocce, gli stessi sacerdoti: se ci fanno,  sornioni o accalorati, discorsi che attaccano la nostra fede o i nostri valori, rispondiamo con argomenti, non taciamo, e soprattutto non taciamo se stanno facendo scelte che potrebbero dannarli.

Questa è roba forte: chi ha il coraggio di farla? A volte è più semplice rispondere per le rime ad uno sconosciuto che in una conferenza ti attacca piuttosto che prendere sottobraccio un amico e dirgli con carità e decisione che se non lascia sua moglie è meglio e che non c’è nulla di irrecuperabile se ci si è promessi dinanzi a Dio.

Poi certo ci sono le manifestazioni, le aggregazioni, le conferenze, i Family Day: ma il punto è che… every day is a Family Day. O si ragiona così o sarà solo la politica a dettarci l’agenda, a misurarci, a farci sentire vincitori grazie ad orrori come la Legge 40 o sempre soltanto e comunque perdenti.

E’ il loro gioco, il gioco degli avversari: portarci sul loro terreno per dire di averci sconfitti, cancellati, di averci tolto l’onore. Non caschiamoci, in realtà non è perduto nulla: noi cattolici siamo ben di più e di meglio, possiamo fare ben di più e di meglio, e dobbiamo pretendere ben di più e di meglio che un’iniziativa pasticciata e, a voler essere generosi, ambigua e contraddittoria.

Teniamocela stretta la nostra Fede, non annacquiamola per qualche voto pur di arrivare lì dove ora non si può arrivare: faremmo altrimenti la fine del viandante nel deserto che per inseguire un miraggio muore di sete.

Se non faremo questo torto alla Verità, i frutti arriveranno, il buon seme fiorirà.

ISLAM: violenze nei centri d’accoglienza in Svezia e Germania

Che nei centri d’accoglienza per rifugiati ci siano delle criticità, è certo. Non però quelle che lamentano le Sinistre plurali ed antagoniste. Tutt’altro. Ancora una volta il problema sta proprio nei rifugiati… Svezia, Kalmar, nel sud-est del Paese: qui c’è uno di questi centri. Tutto dovrebbe filare liscio. E invece capita che qui nei giorni scorsi un rifugiato musulmano abbia minacciato un altro, cristiano, di sgozzarlo.

Specificando anche d’aver già combattuto a fianco di gruppi jihadisti in Siria. Come se la cosa facesse “curriculum” o fosse un trofeo per gente senza scrupoli… Uno così dovrebbe essere immediatamente espulso. Invece è ancora lì. Un’eccezione? Assolutamente no. Poco prima un altro gruppo di cristiani richiedenti asilo, sempre a Kalmar, è stato costretto a cambiare centro, pur di sfuggire alle pressioni ed alle pesanti “attenzioni” esercitate su di loro dai “colleghi” islamici, riusciti a render la vita talmente impossibile da convincerli ad andarsene. Un’altra coppia di cristiani pachistani ha dovuto rifugiarsi in una chiesa, dopo aver notato il nome del marito tracciato sul muro di casa, seguito dalla scritta «A morte!». Vicende precedenti giustificano tanto terrore, Kalmar non è affatto nuovo a queste situazioni…

In una struttura per profughi a Ljusne, sempre in Svezia, lo scorso febbraio, un uomo è stato ucciso ed altre tre persone sono rimaste ferite nel corso di una maxi-rissa scoppiata tra gli ospiti. Che, stranamente, hanno utilizzato coltelli ed armi fabbricate artigianalmente. Armi, che lì non sarebbero mai dovute essere.

La Polizia dovette intervenire in massa ed in assetto antisommossa, per evitare conseguenze peggiori. Ancora: a fine gennaio, in un altro complesso analogo, a de Mölndal, un’assistente sociale, Alexandra Mezher, di soli 22 anni, è stata uccisa a colpi di coltello da un rifugiato somalo, oltre tutto minorenne. Arrestato e sotto custodia. Quando ormai, però, era troppo tardi… Soprusi e violenze, non si contano: nei centri d’accoglienza per profughi, in Siria, molte, troppo cose non sono permesse ai rifugiati cristiani, solo ed esclusivamente a causa della prepotenza di quelli musulmani, che nessuno provvede a mettere in riga.

Qualche esempio: nella struttura di Monsteras, per non andare incontro a ritorsioni e conseguenze, gli ospiti non devono esibire croci al collo, non devono entrare nelle stanze adibite alla preghiera verso la Mecca, non devono sedersi nelle aree comuni quando queste siano occupate da fedeli islamici. Eppure, secondo quanto riportato dall’Assyrian International News Agency, l’amministrazione svedese sembra non capire e si rifiuta di ospitare i profughi cristiani in strutture specifiche, poiché «questo sarebbe in contrasto con i principi ed i valori centrali nella società svedese e nella nostra democrazia», come dichiarato da Anders Danielsson, direttore generale del Consiglio svedese per le migrazioni.

E che vengano perseguitati ed ammazzati, non è in contrasto coi loro «valori»? Molte famiglie cristiane han già dovuto far le valigie e cercare casa altrove, “sfrattate” dalle intemperanze dei vicini islamici. Senza poter contare neanche sulla comprensione, né sull’aiuto degli stessi svedesi, da cui – forse – si sarebbero aspettati maggiore tutela e, soprattutto, più senso della giustizia nel “democratico” Occidente. È stato lo stesso Consiglio per le migrazioni ad aver reso noto come il numero di minacce e atti di violenza denunciati in questi centri sia più che raddoppiato tra il 2014 ed il 2015 ed abbia raggiunto quota 322…

Cambiando Stato, non cambiano le situazioni. Neanche in Germania i centri per rifugiati offrono una protezione adeguata a chi sia cristiano, tanto meno quando si tratti di un musulmano convertito al Cristianesimo: la denuncia è contenuta nello studio messo a punto nei giorni scorsi dall’organizzazione tedesca Open Doors. In tale inchiesta la metà dei 231 rifugiati cristiani intervistati, per lo più provenienti dall’Afghanistan o dall’Iraq, ha dichiarato di venire penalizzata o di subire intimidazioni da parte dei migranti islamici e spesso anche da parte degli agenti di sicurezza interni.

Minacce sono loro giunte, ad esempio, nel caso non avessero partecipato ad una preghiera coranica organizzata dagli altri migranti. Anche qui la soluzione più immediata e praticabile parrebbe quella di separare gli uni dagli altri. Ma nessuno muove un dito. Sconcertante. Stiamo parlando di uomini, donne e bambini, fuggiti dai loro Paesi d’origine a prevalenza musulmana, per evitare persecuzioni e lutti. Li sconcerta scoprirsi di nuovo perseguitati ed intimiditi, oltre tutto in Stati cristiani, ove si erano illusi di trovar finalmente riparo e protezione. Il rischio è che presto tali fenomeni possano non essere più controllabili, né arginabili. E, magari, che non possano nemmeno esser più confinati tra le mura dei centri per rifugiati…

(Mauro Faverzani)

Argomento: Islam

Cosa c'è da ridere... ?Ma la CEI, dov’era?

di Marco Tosatti

Sarà una domanda che forse fra qualche decennio gli studiosi della Chiesa si porranno, scrivendo la storia della fine del concetto naturale di famiglia nel Paese. Intanto circolano voci autorevoli in Vaticano sulla possibilità che mons. Galantino sia scelto come Vicario per il Papa della città di Roma e Presidente della CEI

 

Ma la Cei dov’era, mentre una gran parte del mondo cattolico – e non solo – si batteva contro una legge che apre la strada, come affermano apertamente i suoi ispiratori, Scalfarotto e De Giorgi, la new entry LGBT nello staff di Palazzo Chigi all’eguaglianza fra matrimonio naturale e altre forme di unione?  

Sarà una domanda che forse fra qualche decennio gli studiosi della Chiesa si porranno, scrivendo la storia della fine del concetto naturale di famiglia nel Paese.  

Il Presidente della Cei, Bagnasco, si è espresso chiaramente. Alcuni vescovi coraggiosi anche; ma a differenza di altri momenti non c’è stato uno sforzo comune, coordinato, di sostegno ai laici che combattevano contro una legge sospetta di incostituzionalità, e fatta passare a approvare violando regole e prassi della democrazia così come l’abbiamo conosciuta finora in questo Paese. Una triste anteprima di quello che sarà il futuro se il trend imposto da Renzi e avallato dai suoi alleati e valvassori continuerà indisturbato.  

Ieri abbiamo sentito a TV2000 il Segretario Generale della CEI, mons. Nunzio Galantino, esprimersi cosi: “…il governo ha le sue logiche, le sue esigenze, probabilmente avrà anche le sue ragioni, ma il voto di fiducia, non solo per questo governo ma anche per quelli passati, spesso rappresenta una sconfitta per tutti”.   

E poi ha parlato della “ necessità di politiche che siano più attente, e che davvero mettano al centro l’importanza della famiglia, fatta di madre, padre, figli”.  Sentitelo, e ditemi che impressione ne ricavate.  

Non so, forse a dispetto dell’età sono un po’ ingenuo: Ma a fronte di una legge che sconvolge radicalmente l’impianto sociale – e costituzionale – del concetto di famiglia, e grazie ai giudici compiacenti ha già aperto e aprirà alla legittimazione surrettizia “post factum” dell’utero in affitto, non mi sembrano parole di fuoco, e neanche di fuocherello; un cerino tutt'al più.  

Una diversa posizione non sarebbe stata coerente: il segretario della CEI ha contribuito anima e corpo affinché mancasse il sostegno della globalità dei vescovi alla battaglia.  

Tutti sconfitti? Molti certamente, a cominciare dal Parlamento, che non ha potuto dibattere su una legge divisiva e problematici; ma ci sono diverse qualità nella sconfitta. Chi si è battuto e ha perso, ha perso, ma non è stato sconfitto. Gli sconfitti, in partenza, sono quelli che non si battono.  

Ma rassegniamoci: se è possibile, come mi sostengono voci autorevoli in Vaticano che abbiamo fra un po’ mons. Galantino Vicario per il Papa della città di Roma e Presidente della CEI, avremo altre sorprese.  

Lupi e Quagliariello al amily day“Per senso di responsabilità”…

by Massimo Viglione · 11 maggio 2016

 

Nella storia, come nella vita, i nodi vengono al pettine. E oggi un grosso nodo del demonio sta arrivando al pettine, ma non possiamo dare la colpa solo al demonio o ai suoi servitori immediati e palesi. Eh no! Troppo comodo.

Quando gli uomini commettono un male nella società, vi sono quasi sempre quattro entità complici, ognuno al suo grado di responsabilità e corresponsabilità. Normalmente, quasi tutti pensano che ce ne siano due. Qualcuno arriva a capire che ce ne sono tre. Ma a quattro… molto pochi ci arrivano.

Chi sono i quattro complici? È presto detto:

  1. il colpevole materiale;
  2. il mandante (e, fino a qui, è chiaro a tutti);
  3. i sostenitori, ovvero coloro che, per svariate ragioni, pur non essendo mandanti, plaudono ai primi due (o, più ipocritamente, solo ai secondi);
  4. gli ignavi, ovvero coloro che non sono affatto contenti, protestano pure, si infuriano, ma, “per senso di responsabilità” (ovvero, tradotto, per non avere a soffrire alcun rischio personale, danni alla carriera, o, magari, più semplicemente, per non fare la parte antipatica del disturbatore, del “non moderato”, dell’antiquato, del rompiscatole, della persona non seria, ecc. ecc.), alla fine, dopo tante proteste, verbali e scritte, magari su Facebook, non fanno nulla per resistere e accettano tutto, borbottando e minacciando tuoni e fulmini casomai il male dovesse compiere un altro passo in avanti (gli stessi tuoni e fulmini che avevano già tante volte minacciato in precedenza).

Questo quarta entità è la più diffusa, ovviamente. E sono proprio coloro che si sentono i “buoni”, ovvero, andando al sodo, i cattolici che oggi cercano di opporsi alla distruzione della famiglia, della morale, della società, dei bambini. E non mi riferisco solo a qualche deputato traditore (questi sono poche decine in tutto) e nemmeno solo al clero traditore (numericamente molto ma molto più consistente dei deputati); mi riferisco a milioni di persone. A coloro che si battono come possono e lodevolmente perché il male non avanzi, ma si scordano purtroppo come e quanto hanno contribuito in passato a sostenere coloro che oggi fanno avanzare il male direttamente o indirettamente.

Ma c’è di peggio: se per il passato non si può più fare nulla, la verità dolorosa quanto occulta è che non pochi di costoro in realtà sono già pronti, dopo tante minacce di “ciricorderemo”, a rivotare proprio coloro che oggi stanno minacciando di boicottare. Magari non i peggiori (vedi Renzi e soci), ma gli intermediari sicuramente. Sono già pronti, sotto la maschera della rabbia, a mettersi proni dinanzi a quegli ecclesiastici che sono in piena combutta con gli artefici della dissoluzione e che per tenere buono il popolo infuriato di tanto in tanto dicono una parola in difesa dei valori aggrediti suscitando sfrenate lodi e manifestazioni di giubilo e difesa, da bravi manovratori di masse, a loro volta disponibili a farsi prendere in giro per anni e decenni. Sono già pronti a dare fiducia politici e giornalisti che promettono mari e monti, ben sapendo che poi occorre “fare i conti con la realtà”, “isolare gli estremismi”, cercare di cedere qualcosa per tenere ferma una postazione… La quale, ovviamente, sarà ceduta al successivo immancabile attacco. E così via fino alla distruzione di tutto.

Quante volte a costoro è stata data fiducia in passato? Quante innumerevoli volte nel corso degli anni, e per alcuni dei decenni, ci si è volontariamente accecati? Quante volte è stata data fiducia a coloro che a loro volta, presentandosi come cattolici “moderati e seri”, sostengono “moderatamente e seriamente”, per “senso di responsabilità”, gli artefici della dissoluzione? Quante volte ci si è arrabbiati contro coloro che denunciavano tali traditori? Quante volte li si è derisi? Quante volte li si è fatti passare per “estremisti”, “esagerati”, ecc. ecc.? Quante volte non si è loro permesso di scrivere sulle riviste e agenzie importanti e meno importanti? Quante volte, ancora oggi, non si ammette questa lampante verità?

Ed ecco il conto. Oggi è arrivato. Che pagheranno anzitutto i nostri figli, poi la società e l’umanità, e pure noi. Un conto di cui dovremo rispondere a Dio.

Vedo oggi un articolo di Cascioli sulla Nuovabussolaquotidiana che si potrebbe firmare dall’inizio alla fine. Peccato però che per anni – e ancora oggi – tutti coloro che queste cose le dicono da una vita sono stati sempre esclusi da tale agenzia (come da altri giornali e periodici similari) perché estremisti, poco seri, ecc. ecc. Quanto vi sarebbe da dire a riguardo… Ma caliamo il velo. E, comunque, ancora la NBQ continua a non trarre le logiche e immediate conseguenze di quanto ormai si sente costretta a dover suo malgrado denunciare…

Ma cosa si può fare di più di quello che già si fa?

(Continua - clicca su Leggi tutto)

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Il 19 giugno 2009, la cattolica Asia Bibi veniva presa in custodia dalla polizia nel suo villaggio di Itttanwali, nella provincia del Punjab, denunciata da alcune vicine musulmane per una presunta offesa al profeta Maometto. Formalmente incriminata il mese successivo e condannata a morte per blasfemia l’11 novembre 2010, da allora ha trascorso in carcere – attualmente quello di Multan nel Punjab – , spesso in isolamento per tutelarne l’incolumità, prima il tempo dell’appello e poi, dal luglio scorso, l’attesa di una sentenza finale della Corte suprema pachistana sulla legalità di tutto il procedimento contro di lei.

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Non si vota solo sul disegno di legge Cirinnà. Si vota anche sul destino delle adozioni. L’Italia deve decidere se sostenere e promuovere questo istituto che oggi è in gravissima crisi, oppure affossare definitivamente una scelta che rimane tra le più alte espressioni di solidarietà umana. Dare a un bambino che ne è privo la miglior famiglia possibile – e non il contrario – dovrebbe rappresentare anche un obiettivo politico nell’accezione più nobile. Invece, se il ddl sulle unioni civili passerà senza correzioni, soprattutto con l’articolo sullastepchild adoption, tutto l’intero pianeta adozioni subirà un contraccolpo durissimo. Non soltanto in termini culturali, con il ritorno a una logica possessiva che trent’anni fa – era il 1983 – la legge sulle adozioni aveva tentato di cancellare. Ma soprattutto in termini numeric

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Ecco il Papa: "No alla confusione tra famiglia voluta da Dio e altri tipi di unione"

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La Slovenia boccia le nozze gay (tutti zitti)

Il referendum irlandese fu un caso mediatico, ora la notizia è censurata

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Il no di Strasburgo
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Una scelta di civiltà. La scelta di un’Europa che sembra ritrovare se stessa, le migliori conquiste della sua secolare storia. Ieri, infatti, il Parlamento europeo ha espresso per la prima volta una limpida e ferma condanna all’utero in affitto, pratica che «compromette la dignità umana della donna» e «deve essere proibita e trattata come questione urgente negli strumenti per i diritti umani». Quando le sfide sono così dure, esigono risposte forti, civili sussulti, in grado di far comprendere a tutti la china su cui si stava scivolando e quindi di fermarsi in tempo: ogni volta che ciò non è accaduto, la storia dell’intera umanità e delle singole nazioni, come insegna soprattutto il Novecento, si è imbattuta in orrori da cui uscire è sempre lungo e doloroso. E non si pensi che l’utero in affitto – in aumento a macchia d’olio nel mondo – sia da meno rispetto a derive apparentemente superate come razzismo, schiavitù, tratta umana, sfruttamento della donna o eugenetica, perché in qualche modo li comprende tutti.

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Omosessuali, «vietato» pregare
Luciano Moia
13 dicembre 2015

La questione si può riassumere in due semplici domande. La prima: le persone omosessuali che vivono con disagio la propria condizione hanno il diritto di impegnarsi in un percorso di preghiera per trovare sostegno spirituale, per fare chiarezza dentro di sé, per mettere a confronto le proprie esperienze di vita con le ragioni della fede?


La seconda: le stesse persone hanno il diritto di tentare questa verifica spirituale, che riguarda un aspetto così intimo della propria identità, in modo riservato e in luoghi protetti, lontano dai clamori, dai fraintendimenti e dalle facili ironie dei media?

Argomento: Attualità

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“Il servizio non è mai ideologico: serve persone, non idee”, dice Francesco nell’omelia

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Argomento: Papa

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Dicono "formazione sociale" per far passare le nozze gay

I politici che chiedono il voto per difendere il matrimonio tradizionale si vergognano a far approvare le unioni civili. Ma spostare l'attenzione dalla realtà alle parole è ipocrita

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