Ricordiamo che tra i libri scaricabili gratuitamente, c'è quello di Padre Padre Arturo Ruiz Freites I.V.E., scaricabile da qui: http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=30

 Introduzione

Da tempo la scena pubblica italiana e internazionale è occupata, a tratti dominata, dai dibattiti sul fine-vita.

Tuttavia, come spesso accade nelle questioni bioetiche, ad una grande massa di informazioni non sempre si accompagna una conoscenza – scientifica ed etica – adeguata. Spesso discussioni televisive, pubblicazioni divulgative e agenzie culturali si limitano alla ripetizione di luoghi comuni, o si affidano all’emotività del “caso pietoso”, o ancora si fondano esclusivamente su calcoli di audience e di profitto.

In questo modo i mezzi di comunicazione di massa si fanno – talora inconsapevolmente – veicolo di una propaganda ideologica che, al contrario, non ha nulla di improvvisato, ma che anzi con rigore metodologico e costanza si adopera affinché possa imporsi socialmente una determinata visione dell’uomo e della vita umana, quella che con una sintetica locuzione il Beato Giovanni Paolo II aveva definito la “cultura della morte”.

Nel caso dell’eutanasia ciò si declina nell’elaborazione di precise strategie e tattiche, che i movimenti pro-eutanasia applicano dettagliatamente.

Tale “cultura” trova terreno fertile nell’ostilità che l’Occidente ha sviluppato nei confronti della retta ragione – come mirabilmente ha spiegato Benedetto XVI nel discorso di Regensburg il 12 settembre 2006 –,una ragione fatta di riconoscimento umile dell’oggettività del reale, della possibilità umana di conoscere la verità e il bene, dell’apertura dell’intelletto alla ragionevolezza del mistero e dunque alla trascendenza e alla fede, dell’esistenza di una natura umana di carattere meta-fisico da cui deriva anche la nozione di legge morale naturale, dell’esigenza di individuare e difendere gli autentici diritti umani fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita.

Questa “cultura”, negata la retta ragione, propone una prospettiva radicalmente relativistica, entro la quale il bene e il male diventano sostanzialmente indistinguibili e poi addirittura intercambiabili, e in cui la sfiducia nei confronti della verità lascia spazio, al massimo, ad un tentativo gnostico di rifondazione dell’uomo.

In tale contesto il lavoro del Reverendo Dottor Padre Arturo Ruiz Freites, IVI, si inserisce come un prezioso strumento di approfondimento e di riflessione sul tema spinoso dell’eutanasia.
Afferma infatti l’Autore: “la capacità e il rispetto, presupposti anche per il riconoscimento di un’etica naturale e di una legge morale naturale, sono imprescindibili nel dibattito sulla moralità di una questione come l’eutanasia, giacché su presupposti relativisti è impossibile il dialogo” (par. II.I.2).

Padre Ruiz riesce nel difficile intento di condensare i molti livelli argomentativi e persuasivi che caratterizzano il dibattito sul tema, toccando tutte le corde del cuore del lettore.

In questa direzione a mio avviso va letta la cornice letteraria che giustifica il titolo del volume, Mabel e la morte, tratta da un romanzo avvincente, Il padrone del mondo di R.H. Benson, che con illuminante precisione descrive i contorni principali e più acuti della “cultura della morte”.

Il lettore, attraverso il libro di P. Ruiz, è condotto a conoscere ed accompagnare la sconvolgente vicenda umana e spirituale di Mabel, e nel contempo è guidato a porsi domande di fondo sul senso della morte (e della vita!) a cui l’Autore puntualmente risponde nella parte più dottrinale del suo lavoro, ove emergono fra l’altro un’esauriente rassegna dei pronunciamenti del Magistero della Chiesa Cattolica, alcuni riscontri normativi nazionali e internazionali, nonché un riferimento ai casi (clinici e mediatici) di eutanasia che hanno più interessato l’opinione pubblica negli ultimi anni. 

L’Autore non si sottrae all’esame delle questioni più scottanti che riguardano il fine-vita: oltre alla definizione e descrizione dell’eutanasia, affronta i temi dell’accanimento terapeutico, dello stato vegetativo, del testamento biologico e delle dichiarazioni anticipate di trattamento, della morte cerebrale, del controllo del dolore, mostrando una volta di più come le problematiche bioetiche relative alla fine della vita siano tutte strettamente interconnesse e facciano parte di un’unica antropologia, che non si può in parte accettare e in parte negare come vogliono le logiche del compromesso morale.

Con un metodo di analisi paziente e sistematico Padre Ruiz considera le varie obiezioni alla “cultura della vita” e, dopo averne compiuta la pars destruens, affronta la pars construens, in cui l’ordine naturale emerge nella sua limpidezza: è sempre gravemente illecito uccidere un essere umano innocente, anche con il suo consenso, dal momento che la vita umana ha un valore intrinseco, che non dipende dal significato che viene ad essa attribuito dalla società, da un gruppo o anche dal soggetto medesimo.

Escluso dunque il caso in cui, nell’imminenza della morte, ci si trovi di fronte a trattamenti chiaramente sproporzionati alle condizioni del paziente (accanimento terapeutico), sarà da rigettare ogni forma di sospensione della terapia da cui segua la morte del paziente: un simile atto mette l’esecutore dell’eutanasia in una condizione inaccettabile di “potere” sulla vita umana, un potere che nessun uomo può attribuirsi senza compromettere il fondamentale diritto di ciascuno all’inviolabilità, quel favor vitae su cui si basa il nostro ordinamento e tutta la civiltà.

L’intrinseca immoralità della morte procurata (come fine o come mezzo per eliminare il dolore) aiuta anche a comprendere l’inganno di chi intende l’eutanasia come un atto di “pietà” verso un sofferente.
Come osserva infatti Padre Ruiz, riproponendo un passaggio dell’enciclica Evangelium Vitae n. 66, “la vera ‘compassione’ …rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza”.

Da ultimo, non è assente un passaggio sulla congiuntura parlamentare e legislativa che impegna Italia in una legge sul finevita.
Qui, con rara delicatezza e prudenza, l’Autore, pur mantenendosi al di fuori dell’arena politica, offre alcuni importanti spunti di riflessione sui pregi e sui difetti del processo normativo, riconoscendo le buone intenzioni che guidano molti parlamentari nell’elaborare una legge che escluda la richiesta eutanasica e paventando, al tempo stesso, i pericoli di una formalizzazione giuridica di tale scivolosa questione.

Il volume risulta così utile tanto al politico quanto al giovane in formazione, a chi è impegnato nell’attività pastorale come a chi svolge compiti educativi a vario titolo (scolastico, universitario, familiare) e infine a tutti coloro che sull’eutanasia desiderano semplicemente saperne di più, non cercando mera informazione ma attenta formazione per la propria coscienza.

 

Claudia Navarini

Argomento: Vita

 La Pontificia Accademia delle Scienze si vende per un piatto di lenticchie?

  PARLA IL PROF. PAKALUK (CATHOLIC UNIVERSITY OF AMERICA) – Ecocatastrofisti e abortisti
riuniti in Vaticano. “ È una cosa senza senso”
 
Roma.
È iniziata ieri presso la Casina Pio IV, nel cuore dei Giardini vaticani, la conferenza dal titolo ambizioso: “Come salvare il mondo naturale da cui dipendiamo”. A organizzare il tutto è la Pontificia accademia delle Scienze, guidata dal vescovo argentino Marcelo Sánchez Sorondo.
 
Tra gli invitati spiccano Paul R. Ehrlich e John Bongaarts, chiamati a intervenire sul tema della sovrappopolazione, che pure non avrebbe molto a che fare con la questione cardine del convegno.
 
L’ambientalista, biologo ed entomologo Ehrlich è passato alle cronache per aver pubblicato, nel 1968, The Population Bomb, testo sacro per i cultori dell’ecocatastrofismo moderno in cui si legge che l’essere umano è un pericolo per il pianeta e la natura universalmente intesa. Bongaarts è il vicepresidente del Population Council, lobby parascientifica che sostiene da sessant’anni la necessità di contenere le nascite per porre un argine all’aumento della popolazione terrestre.
Teorie che poco hanno a che vedere con i principi cristiani, ma che agli organizzatori del workshop sembrano interessare. E pazienza se le tesi di Ehrlich siano state sconfessate dalla storia – negli anni ruggenti, il professore di Stanford teorizzava il ricorso ai programmi di sterilizzazione e aborto forzati – a cominciare da quella che profetizzava milioni di morti ogni anno negli Stati Uniti per fame.

“È difficile trovare una ratio in questi inviti”, dice al Foglio Michael Pakaluk, docente di Etica alla Catholic University of America, autore di un articolo sul magazine First Things in cui smonta paragrafo per paragrafo le teorie economiche di Ehrlich e Partha Dasgupta, economista a Cambridge e altro illustre ospite al seminario vaticano. “Si guardi il curriculum vitae di Bongaarts, per esempio: non ha mai scritto niente riguardo all’estinzione delle specie. Non c’entrano nulla con questa conferenza. E poi il lavoro scientifico di Ehrlich e Dasgupta è molto debole. Forse – aggiunge – questi inviti sono il frutto di un’idea sbagliata riguardo all’autonomia della scienza. Le persone che affermano la loro autonomia non si domandano se le loro azioni sono giustificabili. Semplicemente fanno ciò che vogliono”.

Pakaluk parla di grave scandalo: “La Pontificia accademia, concedendo spazio a questi uomini, porta gli altri a credere che non c’è nulla di sbagliato in ciò che queste persone promuovono”.
Ehrlich, poi, “non solo è un allarmista squilibrato le cui tesi sono state sconfessate anche dal New York Times, ma è uno che ha ripetutamente e violentemente attaccato la chiesa, paragonando il Papa a un terrorista“.
Le sue tesi, scriveva qualche settimana fa sempre il prof. Pakaluk, sono il contrario dell’insegnamento della chiesa. Due anni fa, ricorda il docente della Catholic University of America, Ehrlich scriveva che “quando tu metti al bando l’aborto, tu uccidi una donna. Gli immorali vescovi cattolici dovrebbero tenerne conto, visto che il loro gregge ha clamorosamente rifiutato le loro patriarcali e sessiste idee medievali nonché le loro ridicole opinioni sulla sessualità umana”.
 
Con queste premesse, “non è che ci possa essere tanto dialogo”, commenta il nostro interlocutore, rispondendo alla domanda se a un seminario del genere non sia giusto dar voce anche ai non allineati. “Guardando il programma del seminario, quali sarebbero i loro critici? Ehrlich e Bongaarts hanno milioni di dollari di finanziamenti e spazi illimitati per promuovere la loro agenda. Ma i poveri cattolici nell’Africa subsahariana che resistono loro non hanno alcuna voce“.
Il riferimento, qui, è a Bongaarts, teorizzatore della distribuzione di preservativi nei paesi africani per far fronte al sovrappopolamento di quelle aree e dunque cultore di quel “colonialismo ideologico” contro cui si scaglia assai spesso il Papa. Anche nell’enciclica Laudato Si’.

“Prima di iniziare il mio studio dell’articolo a quattro mani firmato nel 2013 da Dasgupta ed Ehrlich – ha scritto Pakaluk su First Things – ero tentato di descrivere le pontificie accademie come ‘sale che ha perso il suo sapore’ – il riferimento evangelico è chiaro, ndr -, visto che ci sono dozzine di conferenze sull’ambiente a Harvard e Stanford. Ma ora, dopo aver studiato il lavoro più rilevante di Ehrlich, preferisco dire che le pontificie accademie hanno barattato la loro ragion d’essere per un piatto di lenticchie“.
 
di Matteo Matzuzzi
Fonte: Il Foglio, edizione cartacea 6 marzo 2017
Argomento: Chiesa

 Le Dat, il fine vita e il documento vaticano: "Nascondono l'eutanasia"

 

Il gioco è fatto: dopo anni di dibattito le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) cominciano in questi giorni il loro iter alla Camera, con un testo apparentemente soft, ma molto più pericoloso di quello delle legislazioni che acconsentono esplicitamente il suicidio assistito o l’eutanasia “solo in certi casi”.  Con questo ddl, infatti, “rischiano di essere uccisi e di morire di fame e di sete anche gli anziani, i disabili, i dementi”. A parlare di uno scenario che non ha nulla da invidiare al mondo della medicina nazista, dove almeno le persone fragili venivano uccise con iniezioni letali e non tramite lente agonie per mancanza di acqua e cibo, è il medico Giovanni Battista Guizzetti, direttore di una Rsa della bassa bergamasca. Guizzetti è anche medico in un centro in cui vengono curate le persone in “stato di veglia responsiva” ed erroneamente definite in “stato vegetativo: perché un vegetale non si commuove, non ti guarda, non reagisce, come invece fanno i miei pazienti”.

Guizzetti, cominciamo dal ddl sulle Dat: cosa ne pensa?
L’articolo 3 è pericolosissimo. Si definiscono trattamenti l’“alimentazione e idratazione”, quando non è così. La logica dice che è trattamento ciò che mira a farti guarire da un malanno o a controllare un sintomo. Il cibo e l’acqua sono invece sostentamenti vitali di cui nessun essere umano può fare a meno per vivere. Quindi toglierli a un malato significa provocarne la morte. La radicalità di questa proposta di legge sta anche nel fatto che viene estesa a tutti, mentre nei paesi in cui l’eutanasia o il suicidio assistito sono permessi all’inizio si faceva riferimento ai soli “malati terminali”. Le Dat invece possano essere redatte da chiunque, anche dai fiduciari di persone handicappate o incapaci di intendere e volere, che possono decidere di privarli di cibo ed acqua uccidendoli. 

Il ddl non vi dà nemmeno la possibilità di obiettare: dovrete seguire le disposizioni delle Dat? 
Se il testo approvato dirà questo, allora saremo al totalitarismo sanitario.

Come siamo arrivati fino a questo punto?
Ammettendo che si poteva legiferare in materia. Per chi ricorda il “caso Englaro”, assistiamo al riproponimento dello stesso. Con il rischio, appunto, di coinvolgere non solo le persone in “stato di veglia responsiva” come Eluna, ma anche i vecchietti o i malati di alzheimer. Ma il punto è che già ora si sente dire che se queste persone o gli anziani hanno la polmonite non vanno curati.  Il clima è terribile: proprio in questi giorni mi ha chiamato un amico con il papà ancora reattivo e cosciente, ma in hospice a causa di tumore: era angosciato perché gli hanno sospeso l’alimentazione e l’idratazione, perciò deve nutrirlo lui di nascosto. E’ un andazzo mortifero generale, basti pensare che un tempo si dosava la morfina a gocce solo per togliere il dolore, mentre oggi si usano i cerotti, che sono pensantissimi, oppure si somministrano 4 o 5 fiale azzerando la coscienza del paziente e sospendendo alimentazione idratazione. 

Mi scusi, ma dove sono i medici e le associazioni, in maggioranza cattoliche, che nel 2009/2010 alzarono la voce contro la legiferazione in questo campo?
Allora molti di noi spiegarono che una norma in questo caso era sbagliata. Che non esisteva compromesso possibile: ammettere di mettere la vita ai voti era relativizzarla. Qualsiasi cosa avrebbe prodotto un danno: il caso di ogni paziente è singolo, diverso e non normabile senza fare danni. Già allora però fu dura, perché i vesvovi italiani appoggiavano un ddl, che, sebbene vietasse la sospensione di alimentazione e idratazione, doveva ammettere che “in certi casi” era lecito sospenderli (perché, ad esempio, a tre ore dalla morte non si dà da mangiare a un agonizzante). Di fatto si sarebbe aperto a interpretazioni pericolose e quindi ad altri casi “Englaro”. Non c’era altra via, in coscienza, se non quella di opporsi a qualsiasi legge, anche a costo di una sconfitta politica.

Non a caso il magistero della Chiesa in merito è chiarissimo: nell'ultima nota della congregazione per la dottrina della fede sul comportamento dei cattolici in politica (2002), l’allora prefetto, il cardinal Ratzinger, disse che “quando l’azione politica viene a confrontarsi con princìpi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno (…) i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale (…) E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia”, nessun fedele può favorire “soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”.
E chi ne sente più parlare? Eppure i “princìpi non negoziabili” del Magistero ripetuti dalla Chiesa ci aiutavano a tenere dritta la barra di fronte a un mondo che cerca di farti vacillare facendoti sentire “l’ultimo rimasto” a pensarla così. Oggi, invece, la Chiesa e le associazioni cattoliche non si rifanno più al Magistero: si parla solo di misericordia, ma come se questa prescindesse dalla verità. Così ognuno fa quel che gli pare. Non nascondo che è sconcertante assistere ogni giorno alla barbarie e non avere più un punto a cui ancorarsi.

Eppure per anni la Chiesa ha cercato di arginare le derive radicali facendo politica. Forse il tarlo era già lì?
Una volta avevamo una sponda: la dottrina che veniva ripetuta e calata dentro le questioni concrete. Il mondo spingeva contro la verità ma noi ci opponevamo perché sostenuti dalla Chiesa. Oggi, invece, leggo su Avvenire che Eluana Englaro sarebbe morta perché le hanno staccata la spina, il tutto corredato da una foto di suo padre responsabile dell’omicidio per fame e sete della figlia. Insomma, la menzogna che per anni ci hanno venduto i Radicali ora diventa il giudizio di un articolo scritto sul giornale dei vescovi. Per non palare di un fatto ancora più grave. Il Vaticano ha pubblicato la Carta degli Operatori sanitari pochi giorni fa e all’articolo 152 si legge: “La nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio”. Cure gravose? Sono sotentamenti vitali.

Se l'ambiguità della Carta non fosse una svista, sarebbe il sintomono di una crisi di fede nell’aldilà e nel fatto che nel momento finale della vita si possa davvero decidere tutto, persino ravvedersi ed evitare l’inferno…
Io spero davvero che non sia così, che non sia un pensiero apostata ad averci condotto fino a qui. Ma ricordo Giovani Paolo II e il cardinal Scola, che si espressero tassativamente anche contro la sedazione terminale (altra cosa è la sedazione profonda che, però, non mira a provocare la morte ma a controllare un sintomo incontrollabile altrimenti) proprio per ragioni di fede oltre che umane. 

Dopodiché ecclesiastici, magari formalmente ortodossi, anziché preoccuparsi di difendere la fede cercarono di salvare il salvabile facendo politica e di fatto distinguendo fra dottrina e prassi.
Questa mancanza mi fa venire in mente quando ancora era vivo don Giussani che negli anni Novanta lesse agli esercizi della Fraternità di Cl una lettera invita ai cristiani d’Occidente dal teologo cecoslovacco Josef Zverìna:  "Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo”. Ecco, oggi siamo al punto che non siamo più riconoscibili. Non c’è più nemmeno un moto di protesta, se non flebile e di pochi, ma comunque non sostenuto.

Infatti don Giussani proseguì profeticamente spiegando che per non conformarsi “occorre che la fedeltà a Cristo e alla Tradizione siano sostenute e confortate da un ambito ecclesiale veramente e fortemente consapevole di questa necessaria fedeltà”.
E così finiremo per permettere che persone che soffrono, ma gioiscono anche, e che misteriosamente interagiscono con i loro cari siano senza più difese. Permetteremo che siano uccise persone che se ci sono è perché sono volute anche senza il senno di un sano, che non è tutto perché esiste un’anima. E, a lungo andare, senza un giudizio diverso, arriveremo anche a pensare che sia normale.

 

di Benedetta Frigerio
da: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-le-dat-il-fine-vita-e-il-documento-vaticano-per-gli-operatori-sanitari-nascondono-l-eutanasia-19029.htm

Argomento: Vita

 11 Febbraio 2017

ANALISI E COMMENTO AL TESTO UNIFICATO ELABORATO DAL COMITATO RISTRETTO DEI PROGETTI IN MATERIA DI CONSENSO INFORMATO E DI DICHIARAZIONI ANTICIPATE NEI TRATTAMENTI SANITARI

 

 

1. La vicenda parlamentare.

Il Comitato ristretto della XII Commissione della Camera dei Deputati ha elaborato un testo unificato delle diverse proposte in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari. E' stato assegnato un termine brevissimo per la presentazione degli emendamenti al testo in vista del passaggio all'Aula della Camera, già stabilito per il 30 gennaio.

Si intravedono le medesime disinvolte modalità di gestione degli istituti parlamentari che hanno permesso l'approvazione della legge sulle unioni civili: è evidente che il termine ristretto per la presentazione degli emendamenti e per la loro discussione dimostra la volontà della maggioranza di giungere in ogni caso al 30 gennaio con un testo assai vicino – se non identico – a quello del testo unificato elaborato dal Comitato ristretto.

Vale la pena, quindi, analizzarlo a fondo.

 

2. Il contenuto essenziale del progetto: la liberalizzazione dell'eutanasia, consensuale e non consensuale.

Anche il testo della proposta unificata dimostra la chiara volontà di questa maggioranza trasversale. In effetti l'elaborato ha un pregio: spazza via ogni equilibrismo, ogni proposta di compromesso, ogni ipocrisia.

La proposta va dritta al punto: come e quando uccidere le persone, possibilmente molte persone. Rispetto al testo che la Camera dei Deputati approvò il 12 luglio 2011 (e che fu ad un passo dall'approvazione definitiva da parte del Senato) scompaiono, quindi, i proclami sul riconoscimento del diritto inviolabile ed indisponibile della vita umana, sul divieto di qualunque forma di eutanasia nonché dell'omicidio del consenziente e sull'aiuto al suicidio; scompare il concetto di "fine vita" e la regola sull'astensione dai trattamenti straordinari; la natura delle dichiarazioni anticipate di trattamento viene chiarita già nel nome, diventando esse "disposizioni", quindi vincolanti; si indica chiaramente uno degli obiettivi taciuti, l'esenzione da ogni responsabilità civile e penale del medico che uccide il paziente, e così via, come vedremo.

Queste ipocrisie permanevano tutte nelle proposte di legge cosiddette "cattoliche", piene di affermazioni di principio destinate a trasformarsi, nelle intenzioni dei proponenti, in "paletti" della legge, il cui destino sarebbe segnato: cadere uno ad uno.

In questo caso, i paletti sono caduti prima, a dimostrazione della debolezza politica (se non dell'irrilevanza) della posizione di coloro che propongono le "DAT cattoliche", palesemente isolati: si pensi che il testo unificato è stato approvato anche dal Presidente della Commissione, on. Marazziti, nonostante egli fosse il primo firmatario della proposta sottoscritta anche dall'on. Gigli, Presidente del Movimento per la Vita.

Del resto, la "strategia" dei deputati cosiddetti "cattolici" è confusa e limitata a "prendere tempo" (l'on. Roccella sostiene che "ad oggi non c'è nessuna urgenza di chiudere la discussione in tema di biotestamento") o a sottolineare alcune "criticità" del provvedimento: la mancata previsione dell'obiezione di coscienza oppure la sospendibilità della nutrizione assistita.

Occorre, invece, affermare con chiarezza che la proposta è totalmente inaccettabile e in nessun modo emendabile: cosicché la presentazione di migliaia di emendamenti si giustifica soltanto nell'ottica di un doveroso ed apprezzabile ostruzionismo contro un testo ingiusto ed incostituzionale.

Qualche deputato ha fatto riferimento ad un possibile ostruzionismo: si deve esprimere apprezzamento e sostegno a questa intenzione, sperando che si tradurrà in pratica.

Al contrario, la ricerca di un "compromesso" è utile soltanto ad attribuire visibilità ad alcuni parlamentari che, in cambio, sono pronti a sottolineare che la legge, opportunamente ritoccata, sarebbe "un argine a possibili futuri provvedimenti assai peggiori": è la logica del "minor male" e del "primo passo nella giusta direzione", già utilizzata in occasione dell'approvazione delle leggi sulla fecondazione artificiale e sulle unioni civili, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le leggi ingiuste non permettono compromessi o cedimenti: non si può legalizzare l'uccisione di un innocente solo per determinate ipotesi fingendo che la pratica omicida non sarà estesa ad altri casi, così come non è possibile ammettere solo entro certi limiti il ricorso alla fecondazione extracorporea fingendo che la pratica diventerà – in fatto e in diritto – totalmente libera.

Si tratta di conseguenze che non più soltanto la logica, ma anche l'esperienza delle leggi sull'aborto e sulla fecondazione artificiale rendono evidenti.

 

3. La legalizzazione dell'eutanasia di minori e incapaci.

Il fulcro principale della proposta di legge – ovviamente nascosto alla generalità dei cittadini, come avviene per tutte le leggi ingiuste che, come tali, sono necessariamente menzognere – è costituito dall'art. 2, intitolato: Minori e incapaci.

 

La norma è composta di due commi. Il primo serve solo a fare ombra al secondo: proclamando il diritto dei minori o incapaci o sottoposti ad amministrazione di sostegno "alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione" nonché a ricevere "informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità" e di "esprimere la propria volontà", enuncia principi privi di qualsiasi effetto giuridico.

L'effettivo contenuto della norma è nel secondo comma: "Il consenso informato di cui all'art. 1 è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall'amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno".

Queste poche parole legalizzano l'eutanasia non consensuale.

Ricordiamoci che l'eutanasia è l'uccisione "pietosa" di una persona decisa da un'altra persona e che, ad essere colpiti da questo odio profondo verso la vita umana che pervade la società, sono innanzitutto e primariamente i soggetti "deboli" ed "imperfetti" che – nella maggior parte dei casi – sono minori di età oppure possono essere interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno: quindi neonati o bambini in tenera (o meno tenera) età, persone prive di capacità di comprensione od incapaci di manifestare la propria volontà, come i soggetti che si trovano in stato vegetativo persistente, od affette da deficit intellettivo, anziani in stato di demenza progressiva, malati cronici giunti ad uno stadio avanzato della malattia.

Queste persone sono considerate inutili per la società perché non producono ricchezza economica e non lo faranno mai; quindi sono viste come un costo che pesa sui conti pubblici e sui patrimoni familiari; la loro assistenza è gravosa, sia dal punto di vista economico che psicologico; esse danno scandalo, perché dimostrano che la vita esiste e ha un valore anche quando conosce l'handicap, la malattia anche grave, la demenza e che addirittura può essere felice pur in queste condizioni. Nell'ideologia che propugna l'eutanasia queste persone "devono" morire, hanno il "dovere di morire" (teorizzato anche su base filosofica). Di conseguenza se non scelgono di farsi uccidere - perché non sono in grado di esprimersi o di manifestare una volontà valida – devono essere eliminate ugualmente sulla base della decisione di altre persone e quindi senza il loro consenso o addirittura contro il loro consenso, esplicito o implicito.

Nel mondo la stragrande maggioranza delle uccisioni di tali soggetti vengono decise e sono state decise così: come l'aborto è l'uccisione di un uomo che disperatamente vuole continuare a crescere e la fecondazione extracorporea produce la morte di migliaia di concepiti, così – in Italia e nel resto del mondo – i casi come quello di Eluana Englaro si moltiplicano, dimostrando che si vuole uccidere persone che non hanno mai chiesto di morire, attribuendo ad altri – per esempio ad un tutore – il potere di ordinare la morte sulla base dei criteri di "qualità della vita" propri di chi decide.

Ecco perché il vero contenuto della legge sono le poche parole dell'articolo 2: mentre viene continuamente riproposta la figura "eroica" di Piergiorgio Welby e gli avvoltoi ben conosciuti hanno ripreso a volteggiare su un'altra persona, pronti ad assistere alla sua uccisione e a proclamare il suo diritto a decidere di morire, molto più concretamente il legislatore sta operando per permettere l'uccisione di tante persone inconsapevoli e incolpevoli, vittime della "cultura dello scarto" che ben conosciamo.

Non è certamente un caso che tutte le proposte di legge in materia di DAT e consenso informato contengano norme sui minori e incapaci; non certo per un'esigenza di completezza legislativa, ma perché essi sono i veri obiettivi della proposta.

 

4. L'articolo 2 della legge: come funziona?

Vediamo come concretamente opera l'articolo 2 e cosa permetterà quando sarà approvato.

Chi decide dei trattamenti sanitari su minori e incapaci?

La risposta è evidente: i genitori del minore, il tutore o l'amministratore di sostegno. Infatti, il minore o l'assistito (quando possono) esprimono la volontà rispetto alle scelte terapeutiche, ma sono genitori, tutori ed amministratori di sostegno ad esprimere il consenso informato di cui all'art. 1.

Dal punto di vista giuridico, la volontà espressa dal minore o dall'assistito è inefficace; il consenso informato, invece, è l'unico ad essere efficace. Cosa possono decidere genitori, tutori o amministratori di sostegno?

Viene fatto un richiamo integrale all'art. 1. Il primo comma dell'art. 1 della proposta di legge stabilisce che "nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato".

Il quinto comma dell'articolo 1 specifica che il consenso comporta: a) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi accertamento diagnostico; b) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi trattamento sanitario o anche singoli atti del trattamento stesso; c) la possibilità di revocare il consenso in precedenza prestato con conseguente diritto all'interruzione del trattamento.

Cosa intende il legislatore per trattamento sanitario?

Il concetto è generico e ampio, tanto che comprende espressamente la nutrizione ed idratazione artificiale: quindi i genitori, i tutori e gli amministratori di sostegno potranno impedire che, nei confronti del figlio o dell'assistito, sia iniziata la nutrizione o idratazione artificiale, o che sia proseguita e hanno il diritto a farla interrompere; analogamente potranno fare per qualsiasi terapia.

Il diritto di genitori, tutori ed amministratori di sostegno riguarda anche trattamenti salvavita?

Certamente sì, come già si comprende dal riferimento alla nutrizione ed idratazione artificiale; quindi riguarda anche farmaci salvavita e – sembra inevitabile ritenerlo – anche la respirazione artificiale e, comunque, qualsiasi pratica terapeutica che mantiene in vita il soggetto.

Il comma 6 dell'articolo 1 contiene un riferimento esplicito: "Il rifiuto del trattamento sanitario indicato o la rinuncia al medesimo non possono comportare l'abbandono terapeutico. Sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n. 38". Le cure palliative sono "l'insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un'inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici": sono quindi, gli interventi nei confronti di che sta morendo. In definitiva, l'interruzione dei trattamenti sanitari può condurre a morte il paziente che, in tal caso, sarà assistito con le cure palliative fino alla sua morte.

I medici possono rifiutarsi di interrompere i trattamenti sanitari, anche salvavita, o possono intraprendere nuovi trattamenti sanitari contro o senza la volontà di genitori, tutori o amministratori?

Assolutamente no: il comma 7 dell'art. 1 stabilisce che "il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente" e, quindi, quanto a minori, interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno, a quella espressa da genitori, tutori ed amministratori.

Non è prevista alcuna possibilità di ricorso all'Autorità Giudiziaria: i medici devono soltanto dare attuazione alle decisioni prese da quei soggetti.

 

5. I casi concreti di eutanasia di minori e incapaci permessi dall'art. 2 della proposta.

Scopriamo cosa permetterà la normativa.

Il primo esempio è ovviamente quello di Eluana Englaro: l'uccisione di quella giovane donna in stato di incoscienza fu decisa dal padre – tutore (era necessaria la nomina del padre a tutore perché la vittima era maggiorenne) che vide riconosciuto dai giudici il diritto a fare interrompere la nutrizione ed idratazione artificiale alla figlia interdetta, con conseguente morte per fame e per sete. La Corte d'appello di Milano, nel decreto che dette il via libera all'uccisione della Englaro, dispose che l'interruzione di nutrizione e idratazione fosse accompagnata, appunto, da cure palliative, per ridurre il disagio che la donna avrebbe provato – e che certamente provò.

Questo è il modello cui si è ispirato il legislatore, permettendo nel futuro altre analoghe uccisioni con le stesse modalità di tanti soggetti in stato di incoscienza per decisione dei loro tutori.

La norma permette l'uccisione dei neonati prematuri o disabili.

Si tratta di una "categoria" di potenziali vittime dell'eutanasia su cui l'attenzione è concentrata da molti decenni: il famigerato "Protocollo di Groningen" prevede che ogni neonato (soprattutto quelli prematuri che, in ragione del loro sviluppo non completo, possono sopravvivere, se adeguatamente curati con gli strumenti di rianimazione neonatale sempre più sviluppati, con una buona percentuale di successo, ma con la previsione di future disabilità) sia "classificato" per verificare se e quante sono le probabilità di successo della rianimazione e soprattutto se la sua condizione faccia prevedere una qualità della vita, in caso di sopravvivenza, "accettabile".

In effetti, l'eliminazione dei neonati disabili è perfettamente coerente con l'ideologia eutanasica: i nuovi soggetti vengono immediatamente eliminati se non corrispondono al "modello" utile alla società.

Dal punto di vista giuridico, la soluzione più "semplice" per ottenere il risultato perseguito è di far decidere i genitori – ovviamente influenzandoli nella loro decisione con la previsione di scarse possibilità di successo e di futuri problemi derivanti dall'avere dei figli disabili.

Ebbene: a norma dell'art. 2, i genitori potranno decidere di non far intraprendere manovre di rianimazione neonatale e di far sospendere qualsiasi trattamento intensivo (incubatrici ecc.).

Sarà possibile realizzare anche il cd. "aborto post-natale" teorizzato da Giubilini e Minerva e che ha scandalizzato molti (ma non tutti).

Si tratta pur sempre di uccisione di neonati, ma sulla base di un ragionamento più radicale: se la legge, alla luce delle condizioni di quel bambino (ad esempio: affetto da sindrome di Down) autorizzava la donna ad abortire, uccidendolo prima della nascita, dovrebbe essere permesso eliminarlo anche subito dopo la nascita, se essa crea i problemi per la sua famiglia e per la società che l'aborto poteva evitare.

E' la logica che ammanta anche la fecondazione extracorporea che, mediante la  diagnosi genetica preimpianto, cerca di eliminare prima del trasferimento in utero tutti gli embrioni "imperfetti".

Giubilini e Minerva non spiegavano come i neonati dovrebbero essere uccisi entro pochi giorni dalla nascita: ma è nozione comune che tutti i neonati (e soprattutto quelli che sono affetti da malattie o disabilità), nei primi giorni di vita, necessitano di trattamenti sanitari (almeno secondo lo stato della scienza e della medicina che conosciamo nel mondo avanzato, in cui il parto avviene negli ospedali e il neonato è seguito, sottoposto ad analisi e alle terapie necessarie).

Ecco che la possibilità per i genitori di negare il consenso per qualsiasi attività diagnostica e terapeutica permetterà la morte di questi bambini.

Sarà possibile anche l'eutanasia di minori affetti da gravi patologie (ad esempio: tumori). La legge risolve il possibile contrasto tra la volontà del bambino/ragazzo e quella dei genitori: anche se il primo volesse proseguire in terapie gravi o invasive (ad esempio: un ennesimo ciclo di chemioterapia, amputazioni, operazioni chirurgiche gravi), i genitori potranno negare il loro consenso e determinarne la morte.

Analogamente genitori, tutori e amministratori potranno rifiutare le trasfusioni di sangue (la cui legittimità è attualmente invocata dai Testimoni di Geova e da altre sette o Chiese) per i figli minori, per gli interdetti o gli assistiti.

Abbiamo già parlato degli adulti in stato cd. vegetativo; più in generale sono a rischio tutti gli adulti (e soprattutto gli anziani) in stato di incoscienza o di demenza e quindi sottoposti a tutela o ad amministrazione di sostegno (che magari verrebbe richiesta proprio per questo motivo, se non vi sono interessi economici). I tutori e gli amministratori di sostegno potranno, quindi, negare il consenso a nuove terapie od interventi da eseguire quando il paziente non è più in stato di coscienza o non è in grado di manifestare la propria volontà, o revocare il consenso a terapie in corso; ma potranno anche non autorizzare interventi diagnostici per la ricerca di patologie.  Pensiamo ad un anziano ricoverato in una casa di riposo o in ospedale per nuovi problemi di salute e incapace di manifestare il proprio consenso: l'ospedale non potrà né sottoporlo a diagnosi, né operare senza ottenere il consenso dei rappresentanti legali, che potranno negarlo.

Qui emerge la questione degli interventi di emergenza: l'art. 1 comma 8 della proposta di legge dispone che "Nelle situazioni di emergenza o di urgenza, il medico assicura l'assistenza sanitaria indispensabile, ove possibile nel rispetto della volontà del paziente". Quindi, un medico che giungerà in un luogo di un incidente o di un malore con l'autoambulanza o che si troverà in condizioni simili, potrà operare per salvare la vita del soggetto a prescindere dal fatto che lo stesso sia cosciente o meno. Si noti, però, che l'intervento consentito è limitato alla "assistenza sanitaria indispensabile"; quindi, cessata la fase di emergenza (ad esempio: salvata la vita del soggetto, stabilizzato il paziente e trasportato in ospedale) la questione di quali terapie intraprendere si riproporrà e sarà risolta con il ricorso alla DAT (se è stata compilata) ovvero con la richiesta di consenso alle terapie ai rappresentanti legali che saranno all'uopo nominati e che potranno, quindi, negarlo.

Quindi – terminata la primissima fase di rianimazione – potrà essere pretesa la cessazione delle terapie che mantengono in vita il paziente in stato di coma, anche se vi sono possibilità di recupero della coscienza, per impedire che il soggetto continui a vivere seppure disabile o menomato ovvero per evitare che il coma conduca allo stato vegetativo.

 

6. L'illegittimità della regolamentazione.

Per concludere, è evidente che questa parte della normativa sia clamorosamente incostituzionale.

L'articolo 1 della proposta di legge richiama "il rispetto dei principi di cui agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione".

Ebbene: non appartengono al minore e all'incapace il diritto inviolabile alla vita (garantito dall'art. 2 della Costituzione) e quello ad essere curato adeguatamente (art. 32 della Costituzione)? I minori e gli incapaci sono una categoria di soggetti inferiori, i cui diritti possono essere violati e dei quali altri adulti possono disporre a piacimento?

Certamente no: i "diritti inviolabili" spettano all'uomo in quanto tale (art. 2: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo"); la salute è un "fondamentale diritto dell'individuo" (art. 32), tanto che la Repubblica "garantisce cure gratuite agli indigenti": come fa a garantire doverosamente la salute dei poveri e insieme permettere che le terapie necessarie od opportune siano negate a minorenni e ad incapaci?

 

7. La scomparsa dell'accanimento terapeutico e l'adozione integrale del principio del consenso informato.

Si è detto che la proposta di legge non è ipocrita e, quindi, elimina direttamente tante problematiche di cui, in passato, si è tanto discusso. Tra queste il tema dell'accanimento terapeutico nei confronti dei pazienti in stato terminale o – così i parlamentari cosiddetti cattolici volevano qualificarli – in stato di "fine vita".

La vicenda di Piergiorgio Welby aveva già dimostrato che si trattava di una cortina di fumo che nascondeva altro. Welby, infatti, lamentava che nei suoi confronti era in corso un accanimento terapeutico, ma il Consiglio Superiore di Sanità fu di parere opposto: non vi era nessun accanimento, il soggetto non era affatto in stato terminale (cioè prossimo ad una morte imminente e inevitabile) e i trattamenti non erano sproporzionati.

Eppure Welby riuscì a farsi uccidere sulla base del diverso principio del consenso informato; Mario Riccio fu infatti prosciolto dall'accusa di omicidio del consenziente perché il Giudice ritenne che il paziente aveva validamente revocato il consenso alle terapie con la conseguenza che il medico "curante" era obbligato ad interromperle, anche se ciò ne avrebbe provocato la morte. La proposta di legge adotta interamente questa visione: non vi sono più terapie ordinarie o straordinarie, proporzionate o sproporzionate, ma trattamenti sanitari vietati o permessi a seconda che il paziente – o il suo legale rappresentante – abbia espresso il consenso o l'abbia negato o revocato. Per i morenti sono disponibili, poi, le terapie palliative.

8. Le norme sul consenso informato dei soggetti maggiorenni e capaci.

Abbiamo visto che il fulcro di questa proposta di legge – che qualcuno ha l'ardire di definire "equilibrata"! – è di permettere l'uccisione di tutte le categorie di soggetti deboli che sono state individuate dai fautori dell'eutanasia, senza o contro il loro consenso. Comprendiamo quindi che le norme sul consenso informato dei soggetti maggiorenni e capaci di intendere e di volere, dal punto di vista strettamente operativo, così come quelle sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, sono chiaramente secondarie: scritte, appunto, per i casi Welby (quindi forse per uccidere quanto prima anche il povero Fabiano Antoniani) o per ingannare coloro che pensano che il testamento biologico permetterà loro di "morire con dignità", ignari delle esperienze in tutto il mondo che dimostrano che le volontà scritte in quelle disposizioni non vengono affatto rispettate e che i "do not resuscitate" sono semplicemente considerati dai medici una categoria da lasciare al loro destino.

Tuttavia, queste norme fanno comprendere che l'ideologia della disponibilità della vita umana - di cui esse sono attuazione, permettendo alle persone di disporre la propria morte in ragione delle proprie condizioni di salute o di "qualità della vita" – porta inevitabilmente con sé la pretesa di pesare il valore o la qualità della vita delle altre persone e di decidere se e come eliminarle.

Così come alla donna incinta è riconosciuto il diritto di far uccidere il figlio sulla base di valutazioni sulla qualità della propria vita, attuale o futura, allo stesso modo se la propria vita è riconosciuta come disponibile – con il conseguente diritto a farla cessare – la disponibilità si estende anche alla vita degli altri e alla loro possibile cessazione.

Ancora, lo Stato che afferma la liceità dell'uccisione di persone innocenti come i bambini concepiti, inevitabilmente giunge a stabilire che è possibile (od opportuno o addirittura necessario) che persone già nate ottengano di morire o siano uccise sulla base degli stessi criteri.

9. L'articolo 1 della legge.

In base all'art. 1, comma 1 del progetto di legge, "nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato della persona interessata".

Ma quando il consenso è libero?

La legge non lo specifica affatto e nemmeno chiarisce se e in che modo il medico che "ha l'obbligo di rispettare la volontà del paziente" possa accertarlo. Non solo; ai sensi del quarto comma dello stesso articolo, "il consenso informato è espresso in forma scritta", cosicché possiamo essere sicuri che sarà impossibile indagare della effettiva libertà della persona che ha rifiutato una terapia salvavita od un accertamento diagnostico importante: conterà il pezzo di carta con la firma dell'interessato (anzi: sarà impossibile indagare anche se il rifiuto di terapie salvavita da parte del paziente è stato consapevole, se cioè egli ha compreso il contenuto del foglio che gli veniva fatto sottoscrivere).

Sarà davvero libero nel rifiutare le terapie l'anziano lasciato solo dai suoi parenti in una casa di riposo o in ospedale o che si sente "di peso" ai familiari?

Rendiamoci conto – sarà bene: prima o poi tutti ci passeremo! - che la comparsa all'orizzonte della possibilità di rifiutare terapie salvavita o comunque importanti e magari costose mette di per sé l'anziano o il malato cronico o grave in una situazione psicologica pesante: tutte le volte che sarà chiamato a nuove scelte terapeutiche non dovrà più soltanto chiedersi – con l'aiuto del medico – se si tratta di terapie necessarie ed utili, ma dovrà risolvere il quesito se vale la pena continuare a vivere e a lottare contro la malattia o l'età avanzata, interrogandosi se gli altri (i parenti, la società) ritengono la sua permanenza in vita utile o inutilmente costosa o gravosa.

Proprio quando la scienza medica ha trovato e trova rimedi e medicine nuove che curano patologie una volta incurabili, la società (e la stessa medicina) si ferma e si chiede se ne vale la pena, gravando il paziente di questa domanda!

Non si tratta – si badi bene – di domanda che viene posta ai malati ormai inguaribili e prossimi alla morte, per i quali è legittima la domanda se – ad esempio – un ennesimo ciclo di chemioterapia che prolungherà la vita di qualche mese sia davvero opportuno; è una domanda che viene posta a tutti i pazienti anche se non terminali e che potrebbe ricevere una risposta negativa dettata da una costrizione morale.

La legge, d'altro canto, favorisce anche scelte non consapevoli: il comma 3 dell'articolo 1 permette al paziente di "rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni (sulle proprie condizioni di salute) ovvero indicare i familiari o una persona di fiducia incaricati di ricevere informazioni in sua vece".

Come farà il paziente che ha rifiutato di ricevere informazioni ad esprimere un rifiuto di terapie "libero e informato"?

La legge facilita le decisioni di persone non consapevoli e si disinteressa della loro libertà nell'esprimere il consenso.

10. L'operatività del principio del consenso informato.

Cosa permetterà questa regolamentazione?

Si è detto del caso Welby che – come il caso Englaro – viene autorizzato con la legge: quando il paziente chiederà l'interruzione delle terapie – quindi anche della respirazione artificiale – il macchinario dovrà essere spento o staccato e il paziente morirà.

Allo stesso modo potrà essere rifiutata o interrotta ogni terapia, anche salvavita.

La previsione che il consenso possa essere revocato (e non soltanto rifiutato prima che la terapia sia intrapresa) muta decisamente la situazione. Già oggi ognuno di noi, se è maggiorenne ed è adeguatamente informato, può rifiutare una terapia che il medico ritiene necessaria e il medico (salvo i casi di trattamenti sanitari obbligatori) non può costringermi ad assumerla e si deve astenere (si pensi, ad esempio, ad un'operazione chirurgica).

La possibilità per il paziente di revocare una terapia già in atto fa sorgere l'obbligo di interromperla e, quindi, crea – nella maggior parte delle situazioni – la nascita di un obbligo giuridico di fare (cioè di uccidere) che grava sul medico.

Per questo obbligo non è prevista alcuna obiezione di coscienza.

11. Le Disposizioni anticipate di trattamento.

L'articolo 3 regola le "Disposizioni anticipate di trattamento": il mutamento del nome (da "Dichiarazioni" a "Disposizioni") vuole indicare il loro carattere vincolante nei confronti del medico.

In effetti, dice il comma 3 dell'articolo, "il medico è tenuto al pieno rispetto delle DAT"; l'unica eccezione – ma occorre l'accordo del fiduciario o dei familiari della persona non più capace di autodeterminarsi – è costituita dal caso in cui "sussistano motivate e documentabili possibilità, non prevedibili all'atto della sottoscrizione, di potere altrimenti conseguire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita".

Anche per le DAT il legislatore si disinteressa del tutto della libertà effettiva di chi le effettua e, soprattutto, della sua effettiva informazione (che, per di più, è in buona parte impossibile perché si tratta di disposizioni formulate per un futuro incerto, senza che il soggetto possa davvero rendersi conto delle condizioni in cui forse si troverà); si limita a pretendere che esse siano redatte in forma scritta "davanti ad un pubblico ufficiale, ad un medico o a due testimoni" (art. 3 comma 4), senza nemmeno specificare chi debba essere il pubblico ufficiale e rendendo opzionale la presenza del medico.

Tanto è disinteressato il legislatore delle formalità e della garanzia che esse dovrebbero dare all'interessato, da stabilire, all'art. 5, che sono validi come DAT le dichiarazioni illegittimamente depositate presso i Comuni o i notai fino a questo momento.

Abbiamo già detto che le DAT, od il testamento biologico, altro non sono che un inganno nei confronti delle persone che, credendo di tutelare la propria dignità nella malattia e senza rendersi conto delle reali condizioni in cui potranno trovarsi, daranno il via libera al loro abbandono terapeutico, così rischiando di non essere curate adeguatamente quando ciò sarà invece possibile.

Questo dimostra l'esperienza del testamento biologico nel mondo, così come dimostra l'incapacità dei fiduciari di comprendere e rispettare davvero la volontà del dichiarante.

12. A cosa servono il consenso informato e le DAT?

I due istituti servono certamente a determinare la morte anticipata del paziente in conseguenza del rifiuto di terapie o di revoca del consenso, ma non servono né a garantire al paziente terapie migliori, né a vincolare il medico ad eseguire determinate terapie.

Secondo l'art. 1, comma 9 della legge "il tempo della comunicazione tra medico e paziente è da considerarsi tempo di cura"; affermazione che forse potrà sollecitare i medici a prestare maggiore attenzione ai pazienti, ma che nasconde l'ideologia del consenso informato: il paziente viene curato anche se, in conseguenza del colloquio, viene lasciato morire per la mancata erogazione di terapie salvavita.

Le terapie sono quelle indicate dal medico, ma la legge non stabilisce alcun obbligo per il medico di indicare la migliore terapia. Cosicché, a norma del comma 2, "è promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato nel quale si incontrano l'autonomia decisionale del paziente e la competenza professionale, l'autonomia e la responsabilità del medico": parole assai vaghe, che in realtà comportano un obbligo per il medico di non erogare o interrompere terapie e una sua discrezionalità in caso il consenso sia prestato.

Ecco l'ulteriore illusione per i firmatari delle DAT.

Se essi sperano di obbligare i medici a mantenerli in vita, curandoli al meglio e con ogni mezzo necessario, si sbagliano: nella DAT essi esprimeranno "le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari", ma ad essere vincolanti per il medico saranno solo "il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche".

L'obbligo è solo per la morte, non per la vita!

13. Quale medico?

L'art. 1 comma 7 della legge contiene il secondo fulcro centrale del progetto, anch'esso nascosto alla generalità dei cittadini, ma ben presente ai proponenti: "Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente e, in conseguenze di ciò, è esente da responsabilità civile o penale".

La norma è ribadita per le DAT: "Fermo restando quanto previsto dal comma 7 dell'art. 1, il medico è tenuto al pieno rispetto delle DAT …".

Siamo al termine del percorso che ha avuto inizio con la contestazione della figura del "medico paternalista", che decideva delle terapie da erogare o meno senza interpellare il paziente e senza nemmeno informarlo adeguatamente.

Che davvero esistessero medici così è assai dubbio: la storia ha tramandato figure luminose di medici coraggiosi ed eroici e davvero impegnati a curare adeguatamente i propri pazienti; quello che è certo è che del medico disegnato da questo progetto di legge non possiamo che diffidare.

L'obiettivo esplicito è: nessuna responsabilità civile e penale! Per raggiungere questo risultato, la legge indica una strada ben precisa al medico: cura ed agisci solo se hai in precedenza ottenuto un consenso scritto che ti metta al riparo; altrimenti astieniti.

Quindi: fai quello che ti ordina il paziente e nient'altro.

In realtà, il "prezzo" di questa esenzione di responsabilità tanto agognata dai medici è molto più alto: egli deve essere disposto anche ad uccidere le persone. Lo sappiamo: così come, secondo alcuni, "il buon medico non obietta" e quindi è disposto ad uccidere i bambini su richiesta, più in generale i modelli di "buoni medici" sono Mario Riccio e i sanitari che hanno accuratamente annotato e seguito l'agonia di Eluana Englaro, sempre ottemperando al "consenso informato" del paziente o del tutore della incapace.

Il buon medico è quello che uccide su richiesta?

Non basta; questo medico non è libero nemmeno rispetto allo Stato e alle Direzioni dell'ospedale dove lavora: l'art. 1, comma 10 del progetto stabilisce che "ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge, assicurando l'informazione necessaria ai pazienti e l'adeguata formazione del personale".

Quindi, di fronte a tutori che negheranno il consenso a terapie salvavita, saranno le Direzioni ospedaliere a mettere in riga i medici riottosi e, se necessario, a licenziarli quando tenteranno di continuare a curare il paziente.

Questo medico che esegue gli ordini non può, ovviamente, usare la propria coscienza, umana e professionale: cosicché, in questo avanzare del "totalitarismo gentile", non è certo frutto di una dimenticanza il fatto che - sebbene la natura dell'attività abortiva e dell'interruzione di terapie salvavita sia la medesima: una persona viene volontariamente e consapevolmente uccisa su richiesta di colui al quale la legge attribuisce questo potere – l'obiezione di coscienza non sia affatto contemplata (e, siamo certi, non sarà affatto tollerata).

14. Le ulteriori conseguenze della legge.

Se venisse approvata una legislazione come quella commentata, quali sarebbero le evoluzioni prevedibili?

L'esperienza di tanti paesi è eloquente.

In primo luogo potrebbe affermarsi il principio (o la prassi) secondo cui l'uccidere mediante interruzione delle terapie non sia un atto esclusivamente riservato al medico,

ben potendo eseguirlo anche un infermiere: si ricordi che gli infermieri sono stati espressamente coinvolti dal decreto della Corte d'appello di Milano nell'uccisione di Eluana Englaro e, d'altro canto, alcune attività potrebbero essere semplici.

Forte sarà, poi, la spinta verso l'uccisione diretta dei pazienti.

Diciamolo brutalmente: invece di riservarle tre giorni di agonia, non sarebbe stata una soluzione migliore per Eluana Englaro una iniezione letale?

Non c'è dubbio che, dal punto di vista normativo, sarebbe difficile giungere a questo punto: la presenza di medici e il divieto di eutanasia attiva sono funzionali alla finzione che le uccisioni che saranno compiute abbiano la natura di trattamenti sanitari; una finzione che, del resto, è adottata anche per l'aborto legale (si finge che l'intervento abortivo sia eseguito per il pericolo per la salute della donna) e per la fecondazione extracorporea (non a caso definita "medicalmente assistita" dalla legge 40 del 2004, nonostante le tecniche non curino nessuna malattia e, al contrario, determino la morte di innumerevoli embrioni).

Tuttavia la prassi potrebbe ben presto superare la realtà normativa che – secondo lo spirito odierno – dovrebbe allora adeguarsi.

Infine, è evidente che la regolamentazione svuoterà dall'interno il divieto di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio presenti nel codice penale.

Del resto, il concetto di "salute" come "completo benessere psicofisico" che ben conosciamo permette di ricomprendere nell'ambito sanitario situazioni in cui la salute non entra per nulla.

Arriveremo ad una depenalizzazione di questi reati o, quanto meno, ad una riduzione delle pene edittali?

 

Giacomo Rocchi
su richiesta del Consiglio Direttivo del Comitato Verità e Vita
Bologna, 23 gennaio 2016 - http://www.comitatoveritaevita.it/pub/editoriale_read.php?read=424

Argomento: Vita

 Avvenire e il dovere di avere qualche cosa da dire


 di Renzo Puccetti

Sulla morte del Dj Fabo, nato Fabiano Antoniani, molto si è scritto e per un po' ancora si scriverà. Poi, come inevitabile, l'emozione e il clamore passeranno e per alcuni rimarrà il silenzio della morte, del cadavere e della tomba, per la massa quello del trentanovenne deceduto in un villino di Zurigo secondo il protocollo suicidario svizzero, sarà un caso pietoso e controverso che ha preso il suo navigare nel passato.

I giornali di ieri hanno dedicato ancora grande spazio al fatto e così ha fatto anche Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, con alcuni interventi molto belli, tra cui quelli del palliativista Marco Maltoni e del fisiatra Angelo Mainini che ha seguito Fabo.

L'editoriale di Avvenire è stato affidato al professor Giuseppe Savagnone, storico e filosofo universitario, di cui ricordo una squisita conversazione sul gender nella sua magnifica Sicilia prima di un congresso. Come allora, accanto ad elementi di assoluta identità di vedute, devo registrare punti su cui non posso dire di concordare con le riflessioni di Savagnone sul caso Antoniani.

Trovo molto acuta la risposta dell'editorialista di Avvenire e a coloro che accusano l'Italia di non conformarsi alle legislazioni eutanasiste di altri Paesi: "È vero", scrive Savagnone, "L’Italia forse è l’unica democrazia matura a non ammettere alcuna forma di eutanasia. Ma è rimasta anche l’unica a non alzare muri per bloccare l’ingresso dei migranti e a continuare a spendere soldi per cercare di salvare vite umane dalla morte per annegamento".

Touché, la contraddizione tra individualismo etico e comunitarismo sociale è infilzata. E concordo con Savagnone anche nello stigmatizzare la strumentalizzazione ideologica di un caso "in cui tutte le forme di pudore sono sistematicamente travolte dalla logica dello spettacolo". Un primo elemento di distanza dall'analisi di Savagnone risiede nel fatto che la spettacolarizzazione, in questo caso, così come in quello Welby, non è avvenuta senza il consenso del protagonista della vicenda.

Proprio il rispetto della ragione e della volontà di cui gode la persona mi obbliga a prendere atto che Fabo ha scritto pubblicamente al presidente della Repubblica, ha rilasciato un'intervista alle Iene, appare ritratto con un logo apposta coniato: "Fabo libero, per vivere liberi fino alla fine". L'ex Dj ha sì commesso l'omicidio di se stesso, ma prima di questo si è reso protagonista di una campagna affinché ciò che lui ha fatto fosse un diritto legalmente riconosciuto in Italia. Questa cosa ha un nome e si chiama azione politica.

Il suo fine è una legge per l'eutanasia e l'auto-eutanasia. Per questo non concordo con Savagnone quando egli afferma di non avere "nulla da dire sulla tragica scelta di questa persona". Al contrario di Savagnone, e dato per scontato il riconoscimento della tragicità e della sofferenza di Fabo, io ho molto da dire sulla sua scelta. Questa, così come ogni atto moralmente rilevante, chiama in causa la ragione e la libertà della persona ed è soggetta al giudizio morale di chi la compie, come di chi, facendo parte di una comunità sociale, direttamente o indirettamente ne risulta toccato.

Questo non significa giudicare la persona, ma ciò che la persona compie è giudicabile, tanto più se costituisce un atto politico. Fabo non ha chiesto aiuto per la sua sofferenza, o meglio l'ha fatto per un periodo, come rivela il dottor Mainini, ma ad un certo punto la sua richiesta è cambiata ed è diventata quella di morire per non soffrire più, una richiesta chiaramente eutanasica, attuata mediante suicidio assistito.

Il magistero della Chiesa e la scienza danno dell'eutanasia la stessa definizione: "L'atto o la pratica di uccidere o consentire la morte degli individui irrimediabilmente malati o feriti in modo relativamente indolore per motivi di pietà", è la definizione del dizionario medico Merriam-Webster, praticamente coincidente con quella fornita dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980 nel documento Iura et bona. Fabo si è auto-eutanasizzato. Non concordo con Savagnone quando egli afferma che nel caso Welby "si sarebbe potuto valutare il peso di quell’accanimento terapeutico che anche la morale cattolica condanna e, di conseguenza, il diritto etico della persona di rinunziare all’uso di mezzi eccezionali e senza speranza di guarigione".

Presentare in questo modo il caso Welby non credo sia rendere giustizia alla verità fattuale. Come Fabo, anche Welby scrisse al presidente della Repubblica, partecipò alla campagna mediatica radicale, e non chiese di interrompere la terapia perché non più proporzionata, o di alleviare la sofferenza. Nella sua lettera scritta a Napolitano si legge: "la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie e? oggi nella mia mente piu? chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia". È la motivazione era esplicitata in quello stesso scritto: "Ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche".

Per Welby "Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico". L'antropologia soggiacente è evidente: la vita è tale, è degna di essere vissuta, se e fino a quando determinate condizioni sono adempiute, in loro assenza rimangono solo funzioni biologiche. Prendere atto della volontà di Welby di attuare l'eutanasia rifiutando i funerali religiosi da parte della diocesi di Roma, seppure considerato allora un'offesa, fu in realtà un atto di grande rispetto per il libero arbitrio di Piergiorgio Welby.

Ha ragione Savagnano ad evidenziare la differenza tra Fabo e Eluana, la donna deceduta dopo interruzione della nutrizione e idratazione assistita su richiesta del tutore, il padre, mediante ricostruzione giudiziaria, retrospettiva e indiziaria delle volontà della figlia. Tuttavia si dovrebbe prendere atto che anche in questo caso l'intenzione fu chiaramente eutanasica; "Eluana, purosangue della libertà" fu lo slogan martellante di quei giorni. La triade eutanasica nei casi Welby, Eluana, Fabo è sempre presente: vita indegna di essere vissuta, intenzione pietosa, mezzi idonei a provocare la morte. Volontaria o involontaria, con mezzi omissivi o commissivi, si tratta di aspetti accidentali, non sostanziali.

Il testamento biologico è solo lo strumento giuridico strumentale messo in piedi per affiancare questi casi pilota ad accelerare quel cambio di paradigma auspicato e predetto da Maurizio Mori: "dal vitalismo ippocratico", ad "un aurorale controllo della propria vita da parte delle persone". Se qualcuno dalle parti della CEI dovesse accondiscendere sarebbe tragico e scandaloso.

 

da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-avvenire-e-il-doveredi-avere-qualchecosa-da-dire-19095.htm

Argomento: Vita

 MARCIA PER LA VITA
 «Ecco perché andarci, difenderla e promuoverla»

 

Lo straordinario successo della Marcia per la Vita di Washington, svoltasi lo scorso 27 gennaio, costituisce un forte incoraggiamento per la Marcia per la Vita italiana che, quest’anno, arrivata alla sua settima edizione, si svolgerà a Roma il sabato 20 maggio 2017.
La rivista
Radici Cristiane, nel terzo anniversario della morte di Mario Palmaro, lo ricorda attraverso un suo articolo, che rappresenta un po’ il “vademecum” della Marcia per la Vita.
Il testo fu da lui predisposto, come Presidente del Comitato “Verità e Vita”, il 12 aprile 2013, un mese prima della terza edizione della Marcia.
Ne riportiamo alcuni stralci, rimandando, per il testo integrale a
Radici Cristiane.

 

Marcia per la Vita: Perché andarci, perché difenderla, perché promuoverla

  1. La Marcia è pensiero e azione

La Marcia per la Vita è una forma nobile e concreta di impegno: per la vita, per il bene, per la verità. Ogni sana bioetica è, come il Cattolicesimo, pensiero e azioni: dal ben-pensare segue il ben agire. Distinguo il bene dal male e di conseguenza scelgo di fare il bene e di fuggire il male (anche se questo non sempre mi riesce, perché sono un uomo e talvolta scelgo il male anche quando so che è male). (…) In Italia e nel mondo è stata dichiarata guerra alla vita, una guerra condotta con l’arma della legalità formale, sancita dalla ingiusta legge 194 del 1978. E chi non vuole diventare complice di questa guerra contro la vita deve fare qualcosa, deve dire qualcosa, deve osare qualcosa.

  1. La Marcia è l’evento più importante per la cultura pro-life in Italia

La Marcia Nazionale per la Vita è diventata un evento fondamentale per il mondo pro-life italiano: anzi, l’appuntamento più importante dell’anno. Lo dimostrano le adesioni che sono per qualità e numero impressionanti. Lo dimostra il carattere per molti versi spontaneo, che viene dal basso, della manifestazione, che si è sottratta fin dal principio a possibili strumentalizzazioni di natura politica, partitica, settaria. La Marcia non è la creatura di qualche singolo uomo politico, ma è l’espressione più sincera e autentica di una volontà: quella di non rassegnarsi mai all’esistenza di una legge dello Stato che rende diritto l’aborto volontario. L’anno scorso confluirono a Roma 15.000 persone, quest’anno sono annunciati pullman da tutti Italia e dall’Europa.

  1. Un messaggio chiaro e semplice

Perché la Marcia riscuote questo successo in un Paese che è a grande maggioranza abortista? La forza della Marcia sta nel suo messaggio, chiaro e semplice: no all’aborto e no alla legge 194 del 1978. Inoltre, la Marcia non ha carattere ecclesiale, non è una processione, non è un incontro di preghiera: ad essa partecipano cattolici e altri cristiani, esponenti di altre religioni, credenti e non credenti. Molti tacciono, molti altri pregano, in un clima di grande libertà. In questo modo, la Marcia documenta la ragionevolezza delle ragioni della vita. La Marcia è autonoma e indipendente e si garantisce una libertà che la sottrae a condizionamenti, compromessi, tattiche, censure interne, pavidità travestite da prudenza.

  1. Un evento fecondo

La Marcia si dimostra un evento fecondo. Molti gestori del media system ritenevano che ormai il mondo pro-life in Italia avesse accettato come un dato irremovibile la legge sull’aborto e che si potesse confinare ogni rigurgito antiabortista dentro il comodo recinto dell’assistenza sociale. Sì all’aiuto alle donne con gravidanze difficili – o almeno a quelle che vogliono essere aiutate –, no a qualunque tentativo di mettere in discussione il diritto alla scelta della donna stessa. Una trappola concettuale nella quale certamente sono cadute fette importanti del mondo pro-life. Ma non vi è caduta la Marcia Nazionale per la Vita.

  1. Un fatto nuovo per l’Italia

La Marcia Nazionale è un fatto nuovo per la cultura pro-life italiana: dal 1978, in oltre trent’anni, non sono mai state organizzate manifestazioni importanti, massicce e in grado di coinvolgere tutto l’associazionismo cattolico contro la legalizzazione dell’aborto e contro la 194. (…) La mancanza di una tradizione di piazza dei pro-life italiani ha diverse cause: c’è una oggettiva difficoltà nel mobilitare la gente, soprattutto l’associazionismo cattolico, su questo tema scomodo. C’è soprattutto la paura di scontrarsi con il mondo: chi critica una legge, automaticamente critica lo Stato e questo genera il timore delle sue reazioni. C’è poi una diffusa confusione dottrinale anche all’interno dello stesso mondo pro-life e mondo cattolico, una carenza nella “ortodossia per la vita”. C’è sempre più diffuso il rischio che si affermi nella prassi un volontario formalmente pro-life che aiuta la donna concreta a non abortire, ma che in linea di principio ritiene legittimo che la donna possa scegliere se abortire o no.

  1. Perché è importante partecipare

È importante partecipare a questa marcia per due generi di motivi: sia esterni al mondo pro-life, che interni ad esso. Cominciamo dai motivi “esterni”.

Motivi extra moenia

a) Viviamo ormai nella civiltà dell’aborto. Nel mondo si contano ogni anno circa 45 milioni di aborti volontari, le leggi abortiste si stanno estendendo a tutte le nazioni, la sensibilità dell’opinione pubblica di fronte a questo fenomeno sta declinando in maniera inesorabile verso l’assuefazione e l’assenso acritico.

b) Vogliamo richiamare l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica con un messaggio forte e non compromissorio: l’aborto uccide e fa male a milioni di anime.

c) Vogliamo dimostrare che il popolo della vita c’è, è minoranza, ma non si rassegna e vuole combattere.

d) Vogliamo denunciare pubblicamente le leggi ingiuste.

Motivi intra moenia

a) Dobbiamo scuotere le coscienze assopite o confuse degli stessi credenti e di non pochi esponenti del mondo pro-life.

b) Dobbiamo riaffermare l’ortodossia pro-life di fronte alle “eresie” dottrinali: ad esempio, pensiamo a una serie di slogan che ormai sono ripetuti da giornali e mass media cattolici o di area teoricamente pro-life. Ad esempio, che “la legge 194 è una buona legge”; che “è stata solo applicata male, e ora va applicata tutta”; che essa “prevede l’aborto come extrema ratio”.

c) Dobbiamo rilanciare un certo associazionismo pro-life che appare sonnolento e remissivo, dedito al compromesso politico, afono, clericale e dunque non cattolico, impegnato da anni in estenuanti e spesso inconcludenti raccolte di firme.

d) Dobbiamo supportare l’agire con un pensiero forte. In troppi ambiti pro-life da anni si vive di un “pensiero debole”, di una sorta di “pensiero liquido”, che amalgama identità pro-life ed identità pro-choice. Dobbiamo farlo per dire no alla riduzione dell’attività per la vita a mera distribuzione di pannolini e passeggini, prevalentemente ad extracomunitari ed a persone meno abbienti. Nella tragica illusione che la causa dell’aborto sia di natura economica e sociale, secondo una lettura che è – a ben guardare – tardivamente ed essenzialmente marxista.

e) Dobbiamo sottrarre i principi non negoziabili ad un uso strumentale da parte della politica e di politici dediti al compromesso e all’annacquamento sistematico della verità; strategia che fra l’altro non ha impedito, ma anzi ha accelerato il processo di espulsione dei principi non negoziabili dai programmi dei partiti nelle recenti elezioni.

f) Dobbiamo evitare l’annacquamento del tema aborto dentro una più generica e fumosa difesa della vita. Dobbiamo evitare che una certa retorica della povertà – legata alla effettiva crisi economica – serva a non parlare più dei più poveri fra i poveri, come li chiamava Madre Teresa: i bambini non nati uccisi con l’aborto.

Argomento: Vita

 Ecco il giudice pro-life scelto da Trump quale erede di Scalia

 

 Neil M. Gorsuch è il giudice scelto dal presidente Donald J. Trump per la Corte Suprema federale. Scelta ottima sul piano tecnico poiché la sua carriera è impeccabile e ottima sul piano politico-culturale perché è l’opposto alla deriva trionfata durante la presidenza di Barack Obama.

 

 49 anni, di Denver in Colorado, episcopaliano (gli anglicani americani), se confermato sarà il giudice supremo più giovane da che il presidente George W.H. Bush Sr. nominò nel 1991 il 43enne Clarence Thomas. Sua madre, Anne Gorsuch Burford (1942-2004), tra il 1981 e il 1983 è stata la prima donna amministratrice dell’Agenzia per l’ambiente, nominata dal presidente Ronald Reagan (1911-2004).

Nel 1988 ha conseguito la laurea di primo livello alla Columbia University, nel 1991 il titolo di Juris Doctor ad Harvard e nel 2004 il Ph.D. in Giurisprudenza allo University College di Oxford sotto la supervisione di un campione del diritto naturale come l’australiano John Finnis, autore di testi imprescindibili quali Gli assoluti morali. Tradizione, revisione & verità (trad. it. Ares, Milano 1998) e Dio, l’uomo, il mondo e la società in Tommaso d’Aquino (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2014), in Italia studiato, tra gli altri, da Fulvio Di Blasi e Tommaso Scandroglio.

Poi ha operato come assistente del giudice David B. Sentelle nella Corte d’appello del Circuito di Washington dal 1991 al 1992 e come assistente dei giudici della Corte Suprema federale Byron White (1917-2002) e Anthony Kennedy dal 1993 al 1994. Avvocato per la Kellogg, Huber, Hansen, Todd, Evans & Figel di Washingon dal 1995, nel 2005 è stato nominato Vice Procuratore generale associato e il 10 maggio 2006 il presidente George W. Bush jr. lo ha voluto alla Corte d’appello del Decimo Circuito, confermato all’unanimità dall’apposita Commissione del Senato incaricata della ratifica.

Non appena Trump lo ha scelto, Ilyse Hogue, presidente di una delle maggiori lobby abortiste di Washington, il NARAL Pro-Choice America, ha sparato a zero dicendo «con la sua sola esistenza Gorsuch rappresenta una minaccia all’aborto legale» e che dunque «[…] non dovrà mai indossare la toga di giudice della Corte Suprema».

In realtà, Gorsuch di aborto non si è mai dovuto occupare direttamente, ma di eutanasia sì, difendendo la sacralità della vita umana e scrivendo un libro, The Future of Assisted Suicide and Euthanasia (Princeton Univeristy Press, Providence [New Jersey] 2006). Un altro suo cavallo di battaglia è la difesa della libertà religiosa. Famoso il suo coinvolgimento nel caso della Hobby Lobby Stores Inc., la catena di hobbistica e oggettistica di Oklahoma City gestita da David e Barbara Green (500 esercizi per 13mila assunti), che l’“Obamacare” voleva costringere (come voleva costringere tutti i datori di lavoro) a passare “come mutua” ai dipendenti metodi per il controllo delle nascite (contraccezione, aborto, sterilizzazione). Nel 2012 i Green fecero causa, nel 2013 Gorsuch si schierò con loro in appello e nel 2014 la Corte Suprema ha chiuso il caso a favore di Hobby Lobby.

Il giudice scelto da Trump ha pure sostenuto le Piccole sorelle dei poveri, un ordine di suore cattoliche analogamente oppostesi nel 2012 agli obblighi immorali dell’“Obamacare” e altrettanto premiate dalla Corte Suprema nel maggio 2016, e più volte ha difeso il diritto degli americani alla dimensione anche pubblica della fede cristiana.

Oggi Gorsuch è necessario perché la scomparsa di Antonin G. Scalia (1936-2016), gran conservatore cattolico, ha lasciato vacante uno dei nove seggi a vita del massimo tribunale americano. Subito dopo la sua scomparsa, Obama cercò di sostituire Scalia con il progressista Merrick Garland, ma infuocava la campagna elettorale e i Repubblicani, che controllavano (e ancora controllano) il Congresso cui spetta la conferma o la bocciatura del prescelto presidenziale attraverso gli appositi test della Commissione senatoriale ad hoc, sono riusciti a rimandare sine die il calendario delle audizioni fino a far decadere l’indicazione di Obama per intervenuto cambio di guardia alla Casa Bianca. Merrick avrebbe infatti reso impari la sfida, consegnando all’ala liberal della Corte Suprema un vantaggio enorme (6 a 3), difficilissimo da colmare.

Nel pieno del dibattito, e delle primarie, Trump promise quindi che avrebbe immediatamente nominato, qualora ne avesse avuto la possibilità in quanto presidente, un giudice nel solco di Scalia e così ha fatto, come su National Review evidenziano Ramesh Ponnuru ed Ed Wheelan, ma pure, dall’alta parte dello spettro politico, Adam Liptak su The New York Times. Il “marchio” di Scalia cui i conservatori non vogliono rinunciare è infatti l’“originalismo”, ovvero l’interpretazione della Costituzione in base all’intento originario dei Padri fondatori e rigorosamente al testo scritto, evitando ogni altra considerazione, aggiunta o pressione, dunque anche applicandosi per appurare la mentalità e la cultura che produsse la legge fondamentale del Paese così come essa è da più di due secoli, nella convinzione che quanto stabilito dai costituenti allora sia fondato su princìpi sempiterni. Ne tratta bene uno studio fondamentale, Originalism: A Quarter-Century of Debate curato da Steven G. Calabresi con una premessa proprio di Scalia (Regnery, Washington 2007), e l’idea è da sempre la bestia nera dei liberal poiché ne ferma le ermeneutiche di rottura. Del resto, nel 1973 la Corte Suprema legalizzò l’aborto scovando “tra le righe” del testo costituzionale un inesistente “diritto alla privacy” delle donne entro cui è stata fatta rientrare la soppressione dei bambini non-nati. Ebbene, “originalista” è dichiaratamente anche Gorsuch (cosa di per sé non scontata nemmeno tra i giuristi conservatori). Per questo la direzione di National Review sentenzia già «una vittoria per la Costituzione».

Jeremy Kidd, della Mercer University di Macon in Georgia, ha persino stilato uno “Scalia Index” per valutare il tasso di vicinanza al giudice defunto dei papabili di Trump e Gorsuch è più che promosso. La prima cosa che ha fatto dopo essere stato scelto è stato infatti rendere omaggio alla vedova di Scalia, Maureen, e a suo figlio Paul, sacerdote cattolico.

Che la battaglia per i princìpi sia davvero una… questione di giustizia lo mostra un ottimo studio qual è The Rise of the Conservative Legal Movement: The Battle for Control of the Law (Princeton University Press, Providence 2008) di Steven M. Tales. Trump sembra averlo capito bene.

 

di Marco Respinti, per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ecco-il-giudice-pro-life-scelto-da-trump-quale-erede-di-scalia-18820.htm

Argomento: Politica

 Assoluzione da aborto,ecco perché cambia

di Claudio Crescimanno, per LNBQ 22-11-2016

 

Tra le disposizioni contenute nella Lettera apostolica Misericordia et Misera, pubblicata il 21 novembre, quella che avrà l’effetto più risonante è certamente l’estensione in modo stabile a tutti i confessori della possibilità di assolvere il peccato di aborto procurato e contemporaneamente di rimettere la scomunica latæ sententiæ ad esso legata.

Il provvedimento, infatti, era già stato preso all’inizio del Giubileo straordinario, un anno fa, come misura altrettanto straordinaria, per favorire il ricorso più ampio possibile di tutti i fedeli al sacramento della confessione e favorire così quella generale purificazione dalle colpe del popolo cristiano, che è il senso ultimo di ogni Anno santo. Ora questa concessione viene estesa ad ogni sacerdote che confessa. Il cambiamento è molto importante: vediamo dunque di capirne meglio la portata con l’aiuto di qualche domanda e relativa risposta, speriamo, chiarificatrice.
 

1) Fino ad un anno fa il peccato di aborto non veniva assolto?
Ovviamente sì, veniva assolto, è logico. Non c’è colpa per quanto grave, che non possa essere perdonata, quando colui che la confessa è sinceramente pentito, pronto a correggersi e disposto a compiere una penitenza proporzionata.

Però comportava delle restrizioni. Per semplificare, poniamo il caso di colui o colei che (sino ad un anno fa) si presentava al confessionale e, tra le altre cose, si riconosceva colpevole di aver compiuto un aborto. Precisiamo che il peccato coinvolge a pieno titolo sia la donna che lo ha compiuto, sia i familiari che l’hanno incitata ad esso, sia il personale medico che ha cooperato direttamente alla sua realizzazione, sia i politici che lo promuovono.

A questo punto il confessore non poteva che ricordare a questa persona la gravità del peccato commesso (o favorito) e delle sue conseguenze, tra le quali il fatto di essere incorsa nella scomunica. Doveva inoltre – eccoci al punto – spiegarle che per essere assolta da questo peccato e contemporaneamente essere sciolta dalla scomunica annessa doveva rivolgersi ad alcuni sacerdoti autorizzati: il vescovo diocesano, il suo vicario generale, il canonico penitenziere della cattedrale e altri ancora incaricati ad hoc. Il ricorso ad uno di questi sacerdoti poteva essere fatto in due modi: o il penitente andava personalmente al più presto da uno di questi sacerdoti e ripeteva la confessione; oppure il confessore lasciava in sospeso la confessione in corso, ricorreva lui stesso ad una delle figure sopra elencate (naturalmente fatto salvo il segreto circa l’identità del penitente in questione) e, ricevuta l’autorizzazione, invitava il penitente a tornare per impartirgli l’assoluzione con relativa remissione della scomunica.

È evidente che questo procedimento rendeva più laborioso ricevere l’assoluzione di questo peccato. Ma questo non significa in alcun modo che si volesse porre ostacoli al perdono: molti anni prima che ci fosse un giubileo intitolato alla misericordia di Dio, già il Catechismo della Chiesa Cattolica assicurava che, ponendo delle regole per l’assoluzione di questa colpa, “la Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. (Ma piuttosto) essa mette in evidenza così la gravità del crimine commesso” (n. 2272)

2) Perché era stata posta la necessità di ricorrere a sacerdoti appositamente incaricati? Forse perché la scomunica rende più grave il peccato?

Il delitto dell’aborto procurato è un peccato mortale e nulla può rendere un peccato mortale più grave di quanto già sia. Il peccato mortale è la cosa più grave in assoluto sulla faccia della terra e oltre ad esso non c’è nulla.

Sarebbe poi assurdo che la Chiesa intervenisse per rendere più grave una cosa già mortalmente grave! Il compito della Chiesa è combattere il peccato non certo ‘aggravarlo’. 

Il senso di una censura ecclesiastica, dunque, non è quello di peggiorare una situazione di peccato, ammesso e non concesso che sia peggiorabile; il senso è, al contrario, quello di rendere più evidente la gravità di un peccato in modo da mettere in guardia coloro che non lo valutano adeguatamente per ciò che è.

3) Allora perché l’Autorità della Chiesa aggiunge la scomunica?

La scomunica è un’aggravante non sul peccato, ma sul peccatore, in quanto gli manifesta la gravità di ciò che ha fatto, e non solo per la sua personale vita morale, ma anche per la comunità: la scomunica, come dice la parola stessa, è la pena per l’impatto che il peccato commesso ha non solo sui singoli, ma sul corpo ecclesiale e sociale. Infatti “l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i costruttori e i difensori … ci troviamo di fronte ad un'enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli individui, ma anche dell'intera civiltà” (Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitæ, n. 59).

Perché infatti l’Autorità della Chiesa avrebbe legato l’aggravante della scomunica ad alcuni peccati mortali e non a tutti, e in particolare al delitto dell’aborto, se non per questo motivo? Perché esso porta con sé dei fattori di particolare impatto sociale.

Vediamoli brevemente:

- un peccato diviene particolarmente grave quando colpisce un innocente perché, oltre al danno recato, è anche un atto di ingiustizia, poiché qualunque azione contro un innocente è immeritata; così pure è particolarmente grave quando colpisce un debole perché è anche un atto di prevaricazione, poiché il debole non può difendersi. Ora, è evidente che l’ingiustizia e la prevaricazione sono fattori fortemente destabilizzanti per la struttura della comunità umana; ed è altrettanto evidente che nessun crimine ha per vittima un soggetto più innocente e indifeso di un bambino nel grembo della madre. Dunque l’aborto costituisce un disordine sociale gravissimo. Ecco perché Madre Teresa di Calcutta poteva dire in tutta verità che il più grande nemico della pace nel mondo è l’aborto! (cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Vitæ, III).

- Il pericolo che gli uomini sottovalutino la gravità di un peccato è tanto più grande nella misura in cui sono numerosi e autorevoli coloro che minimizzano tale gravità. Ora, nel caso dell’aborto è lo Stato stesso, cioè la massima fonte di autorevolezza sociale, che ha dichiarato l’aborto addirittura legittimo. Dunque è evidente che una tale azione pubblica di contrapposizione alla legge di Dio deve essere sanzionata nel modo più forte possibile dall’Autorità della Chiesa, che infatti ha comminato la pena ecclesiastica più grave, a tutela della verità divina e della dignità della persona.

- L’aborto ha evidentemente come effetto primario l’uccisione di un innocente, ma ha un effetto ugualmente devastante sulla comunità nel quale si compie: la vita della madre è segnata per sempre, il rapporto di coppia e la vita coniugale, già in atto o in prospettiva di realizzazione, ne viene sconvolta, tutto l’ambiente di vita, dei partenti e degli amici, ne subisce un contraccolpo. Dunque, insieme al bambino non nato, è la famiglia, comunità base della Chiesa e della società, la ‘vittima’ dell’aborto, ed è anche per tutelare questo immenso valore che viene comminata la scomunica. 

 

4) Quali potrebbero essere gli effetti di questo cambiamento normativo?

Dopo tutto ciò che abbiamo detto, risulta chiaro qual è il motivo per cui al delitto di aborto è legata la scomunica e il perché la remissione della scomunica non era ‘facilitata’. Dopo le disposizioni contenute in Misericordia et Misera non viene modificata la legge canonica e quindi la scomunica legata all’aborto resta, ma non è più necessario ricorrere ad un confessore ‘speciale’ e qualunque sacerdote può assolverlo.

Indubbiamente questa nuova prassi potrà facilitare, come ci auguriamo, l’avvicinamento al confessionale di coloro che si convertono dopo questo orribile peccato.

D’altra parte speriamo vivamente che non diventi oggetto di strumentalizzazione da parte delle lobby abortiste e dei guru della mentalità dominante che approfittano di tutto pur di far apparire meno dura la condanna inappellabile della Chiesa, che è l’unica voce fuori dal coro rimasta. Purtroppo sappiamo bene che nella manipolazione dei media facilmente ciò che anche solo indirettamente viene meno sanzionato, significa che, anche per la Chiesa, è diventato meno grave, e se è meno grave alla fin fine vuol dire che si può fare. Occorrerà dunque moltiplicare la vigilanza perché i fedeli non cadano in questa trappola.

 

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-assoluzione-da-abortoecco-perche-cambia-18118.htm

 “I bambini non si comprano e le donne non sono cave di estrazione. Non possiamo limitarci a denunciare, ma dobbiamo scendere in piazza perché è Gesù che ci ha detto di gridare sui tetti”.
  Non è una chiamata alle armi, ma un appello forte quello che il Cardinale Carlo Caffarra fa in questa intervista alla Nuova BQ commentando la decisione della Regione Emilia Romagna di acquistare da banche del seme estere gameti femminili e maschili per promuovere la fecondazione eterologa.
 Caffarra dice di intervenire non come arcivescovo emerito di Bologna, ma come figlio di questa terra secondo “un diritto che mi è dato dall’essere io un emiliano”.
  Ma sull’iniziativa duplice dell’assessore regionale Sergio Venturi (acquisto di gameti all’estero e donazione gratuita di volontari “altruisti” italiani) ha deciso che non è più il momento di stare con le mani in mano.

"I bambini non si comprano, scendiamo in piazza"

di Andrea Zambrano, 08-10-2016

 

Eminenza, la decisione della Regione porta a un punto di non ritorno?

E’ una cosa gravissima e aberrante. Non ci si rende conto che si sta sradicando la genealogia della persona dalla genealogia naturale. La persona umana nasce radicandosi in carne e sangue in una genealogia ed è incredibile che a dire questo debba essere un vescovo perché non sto facendo altro che richiamare la coscienza civile a una dimensione naturale e biologica della persona. Così si distrugge il tessuto delle relazioni dentro le quali la persona umana cresce armoniosamente.

Eppure l’iniziativa è benedetta con i crismi di legge, a quanto pare…

I nostri padri costituenti non vedevano un altro modo di essere famiglia se non quello del matrimonio tra uomo e donna. E non riconoscerlo significa essere accecati da un’ideologia che impedisce di vedere come stanno veramente le cose.

A poco serve dunque dire che i gameti verranno donati?

Se ho capito bene qui si parla di dono, in realtà questo si riferisce alla campagna di raccolta, ma la Regione ha già avviato anche un bando per trovare le banche dei gameti esteri da cui acquistare soprattutto ovociti femminili. Ma questo non è gratuito: la regione spenderà 650mila euro nel biennio! E per farlo ha indetto un bando con una manifestazione di interesse. Ci rendiamo conto che stiamo trattando cellule riproduttive come un appalto stradale? Non siamo in grado di comprendere che stiamo usando denari pubblici per comprare uomini?

Finché le istituzioni controllavano un mercato tra privati c’era sempre l’ipocrisia di potersi chiudere gli occhi...

Ma ormai la veterinaria è entrata pienamente nell’umano. Gli ordinamenti giuridici hanno sempre avuto un trattamento di favore verso il matrimonio tra uomo e donna. Era il cosiddetto privilegium juris, questo non significa che bisogna punire gli omosessuali o i celibi, ma l’autorità pubblica che è responsabile del bene comune sa che la pietra fondamentale dell’edificio sociale è il rapporto uomo e donna da cui derivano in ordine alla procreazione e alla educazione nuove persone umane. Questa scelta di agire e di non favorire il matrimonio è contro il bene comune.

Si ammanta il tutto con la giustificazione dell’inverno demografico…

…ma non si dice mai quanti embrioni vengono distrutti, né si dice mai quali sono le percentuali di insuccesso. E neppure si fa comprendere che la donna sarà sottoposta a dei trattamenti ormonali massacranti. E’ un grande inganno, compiuto con fondi pubblici. Non si può tacere.

Ancora una volta la sua Emilia, regione all’avanguardia dei nuovi diritti e della nuova antropologia dei desideri che si fanno diritti. Oltre che sazia disperata adesso è anche transumana?

E’ con grande dolore che constato ciò. Ma non vedo altra soluzione se non un grandissimo impegno educativo, non possiamo pensare di ricostruire il tessuto collettivo del sociale se non attraverso una vera svolta nell’ambito educativo. E’ un processo lungo, ma non vedo altre strade.

Ma come? Siamo in una terra governata da politici che si dicono cattolici…

Qui tocchiamo un tasto dolente. Noi vescovi dobbiamo pronunciare dei grandi mea culpa: abbiamo lasciato cadere nelle nostre comunità l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, abbiamo smesso di educare a una fede che diventi criterio di giudizio su ciò che accade nella storia degli uomini e delle donne. Non abbiamo fornito criteri di valutazione, il risultato è che non vediamo più il legame tra ciò che celebriamo alla domenica e ciò che faremo al lunedì.

Provi a spiegarlo lei: perché disporre dei gameti è un atto contro natura?

Perché si producono le cose, non i bambini e questa è una produzione di bambini. Ma la logica della produzione deturpa la dignità della persona. Il bambino viene così deturpato nella sua dignità. In secondo luogo il corpo della donna non è una miniera, una cava da cui estrarre ciò che mi serve per compiere i miei desideri, perché un ovocita non è il tessuto della cornea di cui mi servo per dare la vista a un cieco. L’ovocita ha in sé la potenza di dare origine ad una nuova persona, non è una cellula qualsiasi.

Sembra un concetto semplice, ma ormai è diventato difficile da far capire…

E’ un problema culturale.

Perché la Chiesa si trova sempre a rincorrere queste tematiche?

In realtà la Chiesa che viene accusata di essere in ritardo, è sempre la prima a dire le cose. Solo che non viene ascoltata. Quando Benedetto XV definì la I Guerra Mondiale un’inutile strage, venne attaccato e lo apostrofarono come “Maledetto XV”. Oggi tutti gli storici sono concordi nel definire la Grande Guerra in questo modo.

Anche questa di disporre della vita umana come un oggetto è un’inutile strage?

Direi che ha in sé i crismi dell’ingiustizia contro il Creatore. Papa Francesco ha riferito una frase del Papa emerito Benedetto XVI che in una conversazione con lui ha detto che i peccati oggi sono peccati contro Dio Creatore, è Dio che si sta sfigurando.

Eppure, sempre a proposito di vescovi reticenti, non si ricorda mai che cosa rischia un’anima che li compie.

Certo, infatti proprio la prossima settimana presenterò il libro del cardinal Ruini che parla di Inferno e Paradiso. C’è un’eternità nella vita felice, ma c’è un’eternità anche nella dannazione.

Il mondo cattolico però è combattuto: è sufficiente denunciare questa deriva antiumana o bisogna fare qualcosa di più?

Il male va fermato. Papa Francesco ha parlato di una guerra mondiale che mira alla distruzione del matrimonio. Se ci troviamo di fronte ad una guerra non possiamo limitarci a dire “Io queste cose non le faccio, io non sono un soldato di questa guerra”. No, dobbiamo scendere in piazza e fare di tutto per fermare il male e rispettare il diritto alla vita e all’educazione libera.

E’ una posizione da Chiesa nelle catacombe?

Non siamo ancora nelle catacombe, ricordo che la Chiesa non ha mai scelto di andarci. Quando ce l’hanno mandata c’è stata, ma la Chiesa non sceglie mai le catacombe. Dobbiamo essere fedeli e saldi al dettato di Gesù, di cui spesso per il nostro torpore e i nostri peccati ci dimentichiamo: “Quello che vi dico nelle orecchie, gridatelo sui tetti”.

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da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-bambini-non-si-comprano-scendiamo-in-piazzacaffarra-accusa-la-sua-emilia-aberrante-17638.htm

Argomento: Politica

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