Il governo francese ha presentato una proposta di legge per chiudere i siti internet pro-life.
Il Presidente dei Vescovi francesi ha scritto una lettera pubblica e la cosa segna indubbiamente la gravità del momento.
Si tratta di un processo che procede sempre più velocemente verso la dittatura del relativismo.
Per combattere questo processo è indispensabile tuttavia coglierne il senso profondo.

La proposta del governo francese è perfettamente coerente con i presupposti della cultura del modernismo individualista.
Non è stato un errore di percorso.
Oggi gli Stati non si limitano più a considerare le violazioni di principi non negoziabili della morale naturale come delle eccezioni.
L’aborto, l’eutanasia, la fecondazione eterologa sono considerati un diritto umano.
Così come il diritto di espressione, quello di cambiare la propria residenza oppure di accedere a cure sanitarie di base.
La donna ha diritto ad uccidere il bimbo che porta in seno, il medico avrà il diritto di uccidere il malato terminale che, magari quando era ventenne, aveva firmato una dichiarazione anticipata di trattamento o, perfino in assenza di questa, interpretando che così avrebbe voluto lui (non è successo così anche per Eluana Englaro?), la coppia che vuole figli con la fecondazione in vitro ha diritto di sacrificare un certo numero di embrioni umani.

Ora, se si tratta di diritti umani lo Stato li deve regolamentare, proteggere, promuovere, e ad essi deve anche educare i cittadini.
Tra questi compiti dello Stato figura senz’altro anche quello di contrastare tutti coloro che ne vogliono limitare l’esercizio.
Quelli – per esempio - che vogliono dissuadere la donna ad abortire violando la sua libertà di coscienza.
Se abortire è un diritto umano contemplato dalla legge e protetto dai pubblici poteri, cercare di impedire di abortire è un reato che lo Stato deve prevenire e punire.
Se il contrario dei principi non negoziabili è qualcosa di non negoziabile, è perfettamente coerente che lo Stato chiuda i siti internet pro-life.
Gli si può rimproverare un errore logico a monte: negare i principi non negoziabili fino al punto da affermare come non negoziabile il contrario, ma dato quell’assunto tutto ciò che ne deriva è perfettamente coerente e logico.
Uno Stato che prima riconosce dei diritti umani e poi non li difende da chi li contrasta o impedisce è un voltagabbana.

Questa è la situazione tragica da denunciare, altrimenti si rimane nella logica perversa di questo stesso processo culturale.
L’opposizione dovrebbe riguardare l’origine stessa del tentativo di rovesciare la morale naturale e rendere diritto ciò che è torto, bene ciò che è male.
La polemica contro queste forme di arroganza di Stato dovrebbe risalire fino alle origini, fino alle leggi che consentono l’aborto e che distruggono gli stessi presupposti della convivenza civile.
Accade invece che l’opposizione si limiti a rivendicare la libertà di espressione come diritto soggettivo.
Oscurare i siti pro-life non vorrebbe dire rendere obbligatori i principi non negoziabili, ma semplicemente impedire l’espressione democratica dei cittadini.
Al centro della critica al governo, non viene messo il diritto a nascere del concepito, ma la possibilità che le donne, anche con l’aiuto di questi siti pro-life, si informino meglio.
La scelta di abortire non è definita in ogni modo cattiva, ma la si presenta come una scelta difficile e problematica per la donna, sicché qualche parola di conforto da parte di siti pro-life sarebbe di aiuto.

In questo modo si pensa di prendere in contraddizione lo stato laico e democratico:
come? tu che ti dici democratico non permetti la libertà di espressione?
Come? tu che ti dici laico, imponi una tua visione assoluta e non lasci libertà ai cittadini?

Ma si tratta, così facendo, di cadere invece nella stessa logica che si vorrebbe combattere.
Il problema è proprio la libertà di scelta, non vincolata al bene e al vero.
Quella libertà di scelta che lo Stato oggi proclama come diritto assoluto e, per difenderla, è costretto a contemplare il diritto al male.
Criticarlo solo sul terreno delle libertà di scelta democratiche, e non sui loro fondamenti, significa rientrare nel suo stesso gioco.

 

Stefano Fontana, per http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2426

 Sarebbe ben triste se ora ci fermassimo alla soddisfazione per la sconfitta della riforma costituzionale e del duo Renzi-Boschi. 

Sì, è vero: c’è stata una vittoria schiacciante dei “No” malgrado il potente schieramento a favore del “Sì”: dalla grande industria alla stampa, dai governi europei e americano al mondo della finanza, tutti a sostenere la riforma del duo Renzi-Boschi.
Invece c’è stata una grande partecipazione e il popolo italiano ha detto "No" perché ha capito che si trattava di un cambiamento della Costituzione che avrebbe significato un ulteriore asservimento a uno Stato onnipotente e a potenze sovranazionali.
Si è trattato dunque di una esperienza significativa, il popolo italiano ha dimostrato che quando ci sono in ballo questioni sostanziali per il futuro non dà la delega in bianco a nessuno.

Ma è certo che non può finire qui, la crisi morale prima ancora che economica e sociale che si trascina ormai da decenni non si risolve con un pur importante “No” a chi voleva dare il colpo di grazia.
È a questo punto che non si può nascondere la preoccupazione quando si guarda coloro che oggi si presentano come i vincitori, la strana coalizione per il “No”.

«Una accozzaglia», li aveva definiti Renzi e in questo caso è difficile dargli torto: Salvini, Grillo, Brunetta, D’Alema, Berlusconi, Bersani, una serie di vecchi personaggi che non hanno in comune nulla se non la reazione ideologica a una persona.
È più che ragionevole temere l’inizio di un balletto politico, affermazioni piene di promesse a cui tante volte sembra non credano neanche quelli che le affermano.
Tutte cose già viste, e il rischio concreto è una nuova stagione di risse politiche che facciano perdere all’Italia un’altra occasione per imboccare una strada positiva.

In effetti l’unico vero elemento di novità – anche politica - che si è registrato è la presenza in questa “accozzaglia” di quel popolo che negli ultimi anni è intervenuto con decisione per difendere la concezione naturale della famiglia, il diritto dei genitori a educare i propri figli, la libertà di educazione.
È il popolo dei family day, che si è mosso anche in questa occasione. Non con grandi manifestazioni di piazza ma con un lavoro di sensibilizzazione città per città, piccolo comune per piccolo comune. Un lavoro che è passato inosservato sui media, ma che ha permesso di incontrare e mobilitare tante persone.
È il popolo del “Renzi, ci ricorderemo”, e si è ricordato. Non per semplice spirito di rivalsa, ma nella consapevolezza che questa riforma costituzionale avrebbe ulteriormente accelerato la discesa dell’Italia verso una legislazione contraria alla famiglia, alla vita, al rispetto della dignità umana.

Il grave errore politico di Renzi è stato l’avere sottovalutato in modo quasi da scherno questa tradizione culturale cattolica a cui evidentemente il popolo italiano è molto più legato di quanto si pensi.
Sostenuto da grandi poteri internazionali Renzi ha invece affermato una concezione materialistica e consumistica ridefinendo il concetto di famiglia, degradata a comprendere qualsiasi tipo di unione, il concetto di genitorialità, sdoganando pratiche indegne come l’utero in affitto.
Pensava che bastasse il potere delle elites per vincere, per indirizzare il popolo, e invece no.

Si è sottovalutato il peso della tradizione culturale cattolica: non nel senso di una fede oggi condivisa, ma come eredità di una Chiesa che ha veramente educato un popolo, dove la fede ha profondamente forgiato la cultura.
Così, non si può impunemente rottamare la famiglia, la sacralità della vita, la sacralità del processo che la natura ha fissato per la procreazione.
Non si può sostituire a questi valori che portano il segno dell’eterno le piccole convenienze immediate, gli interessi che maggiormente corrispondono all’istinto. 

Se c’è una novità è dunque questa: la presenza di gente che ha una coscienza precisa della propria identità. Non è ovviamente tutto l’elettorato che ha votato “No”, ma i cattolici di cultura che sono andati a votare non sono neanche una quota marginale.

Il problema, come già rilevava ieri su queste colonne Alfredo Mantovano, è la mancanza di leader politici che rappresentino e guidino questo popolo.
Ma forse il problema nasce ancora prima, in una Chiesa italiana che, nella sua forma istituzionale, da tempo ha smesso di educare i cattolici alla fede e, quindi, anche a un giudizio politico che da questa nasca.

È quella Chiesa che ha contrastato i Family Day, e che non a caso ha sostenuto Renzi anche in questa tornata referendaria, pur senza dirlo apertamente.
Ma bastava leggere in queste settimane Avvenire per capire da che parte stava la Cei. Con Renzi ha perso anche quel monsignor Galantino che, alla difesa aperta della famiglia e dei nostri figli, ha preferito cercare la strada degli accordi sottobanco con il Pd, ha preferito il compromesso, poi rivelatosi un fallimento.
Ma a Renzi non è mai mancato il suo sostegno, per non parlare di quel monsignor Paglia che da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia si è fatto registrare mentre – pensando di parlare al telefono con il vero Renzi – con una familiarità imbarazzante lo incoraggiava, a nome della Chiesa, ad andare avanti «su tutto». Ed eravamo in piena bagarre per l’approvazione della legge sulle unioni civili.

In questo tempo il popolo cattolico ha dimostrato di sapersi muovere senza aspettare il richiamo dei vescovi, ma ciò non toglie che sia importante che almeno da alcuni pastori riparta un’iniziativa educativa forte: a una fede che sappia generare cultura, capace di abbracciare tutta la realtà, di giudicare il mondo. E come conseguenza rilanciare lo studio della Dottrina sociale della Chiesa. Perché i leader politici non nascono dal nulla.

 

Riccardo Cascioli per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-lavoro-comincia-adesso-18279.htm

Argomento: Politica

  Ricetta Jp Morgan per l'Italia: liberarsi dalla Costituzione

 

Che un gigante della finanza globale produca un documento in cui chiede ai governi riforme strutturali improntate all’austerity non fa più notizia. Ma Jp Morgan, storica società finanziaria (con banca inclusa) statunitense, si è spinta più in là. E ha scritto nero su bianco quella che sembra essere la ricetta del grande capitale finanziario per gli stati dell’Eurozona. Il suo consiglio ai governi nazionali d’Europa per sopravvivere alla crisi del debito è: liberatevi al più presto delle vostre costituzioni antifasciste.

In questo documento di 16 pagine datato 28 maggio 2013, dopo che nell’introduzione si fa già riferimento alla necessità di intervenire politicamente a livello locale, a pagina 12 e 13 si arriva alle costituzioni dei paesi europei, con particolare riferimento alla loro origine e ai contenuti: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea” (traduzione da http://culturaliberta.wordpress.com/).

JPMorgan è stata tra le protagoniste dei progetti della finanza creativa e quindi della crisi dei subprime che dal 2008. Fino a essere stata formalmente denunciata nel 2012 dal governo federale americano come responsabile della crisi, in particolare per l’acquisto della banca d’investimento Bear Sterns. Ecco che invece dai grattacieli di Manhattan hanno pensato bene di scrivere che i problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che “i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

E per colpa delle idee socialiste insite nelle costituzioni, secondo Jp Morgan, non si riescono ad applicare le necessarie misure di austerity. “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Quindi Jp Morgan, dopo avere attribuito all’Europa l’incapacità di uscire dalla crisi per la colpa originaria della forza politica dei partiti di sinistra e delle costituzioni antifasciste nate dalle varie lotte di liberazione continentali, ammonisce che l’austerity si stenderà sul vecchio continente “per un periodo molto lungo”. 

di | per: Il Fatto quoridiano del 19 giugno 2013

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 JP Morgan all’Eurozona: “Sbarazzatevi delle costituzioni”

18 giugno 2013, di Redazione Wall Street Italia

 

NEW YORK (WSI) – Gli economisti del gigante finanziario americano JP Morgan lo dicono senza troppi fronzoli ai governi europei: “Dovete liberarvi delle vostre costituzioni sinistroide e anti fasciste”.

Lo si legge in un documento di 16 pagine in cui vengono elencate le modifiche da apportare nell’area euro per riuscire a sopravvivere alla crisi del debito.

 

Oltre alla parte sul buon lavoro fatto sin qui, la sezione piu’ interessante riguarda il lavoro che resta ancora da fare in termini di deleveraging delle banche e di alleggerimento del debito sovrano e delle famiglie.

Le riforme strutturali piu’ urgenti, oltre a quelle politiche, sono secondo la banca quelle in termini di riduzione dei costi del lavoro, di aumento della flessibilita’ e della liberta’ di licenziare, di privatizzazione, di deregolamentazione, di liberalizzazione dei settori industriali “protetti” dallo stato.

Gli autori della ricerca osservano che nel cammino che porta al completamento degli accorgimenti da apportare alla propria struttura politico economica, l’area euro si trova a meta’ strada.

Cio’ significa che l’austerita’ fara’ con ogni probabilita’ ancora parte del panorama europeo “per un periodo molto prolungato“.

L’analisi dei banchieri risale ormai a piu’ di due settimane fa. Stupisce vedere che non abbia ricevuto un’attenzione maggiore. Gli unici ad avere scritto qualcosa sono i giornalisti del Financial Times, che pero’ non fanno il benche’ minimo cenno alla parte piu’ eclatante, quella sulla costituzione.

Probabilmente l’idea che le grandi banche – in parte colpevoli per la crisi scoppiata in Usa ormai sei anni fa – anticipino altri anni di austerita’ e rigore non sarebbe stata accolta con grande favore dall’opinione pubblica e dai governi.

Nessuno si illude che l’austerity scompaia da un giorno all’altro e nemmeno spera che lo faccia a breve. Tuttavia, ai paesi che hanno fatto ricorso al programma di aiuti internazionali della Troika (FMI, Bce e Commissione Ue) sono state fatte concessioni. Come premio delle modifiche strutturali apportate, e’ stato offerto in cambio un alleggerimento degli impegni presi in materia di riduzione del debito.

E’ un peccato che l’analisi di JP Morgan non abbia ricevuto l’attenzione che meritava. Si tratta infatti del primo documento pubblico in cui dei banchieri ammettono francamente come la pensano su certi temi.

Il problema non e’ solo una questione di reticenza fiscale e di incremento della competivita’ commerciale, stando alla loro spiegazione, bensi’ anche di “eccesso di democrazia” che va assolutamente ridimensionato. L’elite finanziaria internazionale lascia intendere che se i paesi del Sud d’Europa vogliono rimanere aggrappati alla moneta unica devono rassegnarsi a rinunciare alla Costituzione.

DI SEGUITO UNA PARTE DEL DOCUMENTO ORIGINALE:

Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Quando i politici tedeschi parlano di processi di riforma decennali, probabilmente hanno in mente sia riforme di tipo economico sia di tipo politico.

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).

Argomento: Politica

 Nell'azione di de-costruzione della famiglia l'attuale Governo del PD non dimentica le scuole libere.
 Inizio scuola nel peggiore dei modi, tra lo Stato che fa incetta di insegnanti, fondi in ritardo e soliti pregiudizi.
 Intervista a Virginia Kaladich di Fidae

«Paritarie mai così umiliate come quest’anno. E ci chiamano “le scuole dei ricchi”»

di Elisabetta Longo per Tempi.it del19 settembre 2016 

 

«Umiliata». È così che dice di sentirsi Virginia Kaladich, presidente di Fidae, la “Federazione istituti di attività educative” che riunisce quattromila scuole cattoliche italiane.
La scuola ha preso il via da pochissimi giorni ma non tutto è cominciato nel migliore dei modi, per le paritarie.
Il motivo di maggior preoccupazione per la professoressa Kaladich riguarda il personale docente.
Sono tantissimi infatti gli insegnanti delle paritarie che stanno ancora aspettando l’esito dell’ultimo concorso pubblico per docenti.
Se il giudizio finale della loro prova sarà positivo, abbandoneranno gli alunni delle scuole paritarie in cui sono attualmente impiegati.

Professoressa Kaladich, molti vostri alunni si troveranno improvvisamente senza docenti. L’apprendimento di una classe delle paritarie vale meno di quello di una classe statale?
È questo il primo paradosso. Con la legge Berlinguer del 2000, le scuole paritarie sono entrate a far parte del sistema pubblico.
Dovrebbero avere lo stessa trattamento delle statali, ma questo non avviene.
I dirigenti scolastici si sentono umiliati, io per prima mi sento così. L’inizio dell’anno scolastico è sempre fatto di momenti concitati, ma mai come questo settembre.
Non faccio altro che ricevere telefonate di dirigenti e colleghi che mi raccontano preoccupati del gran numero di docenti che perderanno a breve, perché sceglieranno di andare a insegnare in una scuola statale.
Avevamo chiesto la possibilità di “congelare” il ruolo del nostro corpo docente fino all’anno successivo, o di poter fare ricorso al part time, per lo meno per le classi che necessitavano di una continuità di insegnamento, ma ci è stato negato. Così da un giorno all’altro molti studenti si troveranno senza prof.

Quanti professori cambieranno istituto?
È difficile fare una stima del numero al momento, visto che il concorso è nelle ultime fasi di svolgimento. Stamattina mi ha chiamato una dirigente scolastica di una primaria per raccontarmi che da lei su nove insegnanti se ne andranno in sette. In casi come questi praticamente così bisogna ripartire da zero.

Il percorso scolastico viene così lasciato a metà.
Secondo quanto stabilito dalla legge, abbiamo permesso ai professori delle nostre scuole di conseguire l’abilitazione, prima partecipando al Tfa e poi ai Pas, e durante questi periodi abbiamo dovuto riorganizzare il corpo docente. In tutto ciò abbiamo continuato a formarli personalmente, e a riprenderli a lavorare da noi una volta terminato.
Ora,  molti dirigenti scolastici statali mi stanno facendo i complimenti per il modo in cui sono stati formati i nostri docenti, l’attenzione e la cura che mettono nell’insegnare. Sono contenti di aver acquisito i nostri professori, e questo mi fa soffrire doppiamente. Abbiamo perso risorse preziose per i nostri alunni.

Parliamo del problema dei ritardi dei fondi pubblici.
Guardi, ci sono scuole paritarie che stanno ancora aspettando i contributi statali inerenti al 2014. Capisce in che situazione difficile vivono?
Per agevolare la velocità di distribuzione lo Stato ha dato incarico alle Regioni, ma non tutte si sono comportate in maniera impeccabile.
Purtroppo in questo momento stiamo vivendo il caso di una Regione che ha utilizzato i 24 milioni di euro destinati alle scuole paritarie per altre finalità. Non voglio farne il nome per il momento perché spero si possa risolvere al più presto questa incresciosa situazione. In caso contrario qualcuno dovrà rispondere dei propri errori.

Si è parlato molto, in maniera positiva, dei contributi per gli alunni disabili.
Lo ritengo un buon gesto per iniziare. Ma mille euro al mese per alunno è una cifra molto piccola. Non basta nemmeno per pagare lo stipendio del suo insegnante di sostegno. Se va bene con mille euro si copre la metà del costo che una scuola paritaria deve sostenere.

Come sono andate le iscrizioni quest’anno? Si leggono notizie che parlano di cali notevoli.
La Fidae sta raccogliendo i dati proprio in questi giorni, pensiamo di diffonderli a metà del mese prossimo. È vero che molto spesso si leggono sui giornali titoli negativi, ma i numeri sono da verificare e da comprendere.
Un calo di iscrizioni in una determinata area rispetto all’anno precedente potrebbe essere dovuto per esempio alla chiusura di una scuola, che è sempre una brutta notizia ma potrebbe non indicare una tendenza generale.

Qual è il futuro delle paritarie?
Vogliono costringerci ad alzare le rette, per poter andare avanti. Ma aumentarle significherebbe rendere ancora più inaccessibile per le famiglie meno abbienti la possibilità di iscrivere i propri figli liberamente alla scuola che vogliono. E pensare che continua a circolare la leggenda che le paritarie siano “le scuole di ricchi”, a dimostrazione che il modo in cui vengono trattati i nostri istituti è non è paritario. Ma umiliante.

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Argomento: Politica

 Ormai anche i più riluttanti cominciano ad aprire gli occhi. Esiste un piano organizzato per destabilizzare l’Europa attraverso l’invasione migratoria.

Questo progetto viene da lontano. Fin dagli anni Novanta, nel libro 1900-2000. Due sogni si succedono: la costruzione, la distruzione (Fiducia, Roma 1990), descrivevo questo progetto attraverso le parole di alcuni suoi “apostoli”, come lo scrittore Umberto Eco e il cardinale Carlo Maria Martini.

Eco scriveva: «Oggi in Europa non ci troviamo di fronte ad un fenomeno di immigrazione. Ci troviamo di fronte a un fenomeno migratorio (…) e come tutte le grandi migrazioni avrà come risultato finale un riassetto etnico delle terre di destinazioni, un inesorabile cambiamento dei costumi, una inarrestabile ibridazione che muterà statisticamente il colore della pelle, dei capelli, degli occhi delle popolazioni».

Il cardinale Martini, da parte sua, riteneva necessaria «una scelta profetica» per comprendere che «il processo migratorio in atto dal Sud sempre più povero verso il Nord sempre più ricco è una grande occasione etica e civile per un rinnovamento, per invertire la rotta della decadenza del consumismo in atto nell’Europa occidentale».

In questa prospettiva di “distruzione creatrice”, commentavo, «non sarebbero gli immigrati a doversi integrare nella civiltà europea, ma sarebbe al contrario l’Europa a doversi dis-integrare e rigenerare grazie all’influenza delle etnie che la occupano (…) È il sogno di un disordine creatore, di una scossa simile a quella che diede nuova vita all’Occidente all’epoca delle invasioni barbariche per generare la società policulturale del futuro».

Il piano era, e resta, quello di distruggere gli Stati nazionali e le loro radici cristiane, non per costruire un Superstato, ma per creare un non-Stato, un orrido vuoto, in cui tutto ciò che ha la parvenza di vero, di buono, di giusto, venga inghiottito nell’abisso del caos.
La postmodernità è questa: non un progetto di “costruzione”, come era stata la pseudo-civiltà nata dall’umanesimo e dall’illuminismo e poi sfociata nei totalitarismi del XX secolo, ma una nuova e diversa utopia: quella della decostruzione e della tribalizzazione dell’Europa.
Il fine del processo rivoluzionario che da molti secoli aggredisce la nostra civiltà è il nichilismo; il “nulla armato”, secondo una felice espressione di mons. Jean-Joseph Gaume (1802-1879).

Gli anni sono passati e l’utopia del caos si è trasformato nell’ incubo che stiamo vivendo.
Il progetto di disgregazione dell’Europa, descritto da Alberto Carosa e Guido Vignelli nel loro documentato studio L’invasione silenziosa. L’“immigrazionismo”: risorsa o complotto? (Roma 2002), è divenuto un fenomeno epocale.
Chi denunciava questo progetto veniva definito “profeta di sventura”.
Oggi sentiamo dirci che si tratta di un processo inarrestabile, che deve essere “governato”, ma non può essere frenato.

Lo stesso si diceva negli Settanta e Ottanta del ‘900 del comunismo, finché non arrivò la caduta del muro di Berlino, a dimostrare che nulla è irreversibile nella storia, tranne forse la cecità degli “utili idioti”.
Tra questi utili idioti sono sicuramente da annoverare i sindaci di New York, Parigi e Londra, Bill de Blasio, Anne Hidalgo e Sadiq Khan, che il 20 settembre, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in una lettera su The New York Times, dal titolo Our immigrants, our strenght (I nostri immigrati, la nostra forza), hanno lanciato un appello «a prendere misure decise per garantire soccorso e un rifugio sicuro ai profughi in fuga dai conflitti e ai migranti in fuga dalla miseria».

Le centinaia di migliaia di immigrati che approdano sulle nostre coste non fuggono né i conflitti, né la miseria.
Sono giovani in ottima salute, ben curati nell’aspetto, senza segni di ferite né di denutrizione, come accade a chi proviene da zone di guerra o di fame.

Il coordinatore dell’anti-terrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, parlando il 26 settembre al Parlamento europeo, ha denunciato una massiccia infiltrazione dell’ISIS tra questi immigrati.
Ma anche se, tra di essi, i terroristi fossero un’esigua minoranza, tutti i clandestini che sbarcano in Europa sono portatori di una cultura antitetica a quella cristiana e occidentale.

I migranti non vogliono integrarsi in Europa, ma dominarla, se non con le armi, attraverso il ventre delle loro e delle nostre donne.
Dove questi gruppi di giovani maschi islamici si insediano, le donne europee rimangono incinte, si formano nuove famiglie “miste”, sottomesse alla legge del Corano, le nuove famiglie richiedono allo Stato moschee e sussidi economici.
Ciò avviene con l’appoggio dei sindaci, delle prefetture e delle parrocchie cattoliche.

La reazione della popolazione è inevitabile e in paesi ad alto tasso di immigrazione come la Francia e la Germania sta diventando esplosiva. «Siamo sull’orlo di una guerra civile», ha dichiarato Patrick Calvar, capo della DGSI, la Direzione generale della sicurezza interna francese, davanti a una commissione parlamentare (Le Figaro, 22 giugno 2016).

Il governo tedesco, da parte sua, ha redatto un “piano di difesa civile” di 69 pagine, in cui si invita la popolazione a fare scorte di cibo e di acqua e a «prepararsi in maniera appropriata ad un evento che potrebbe minacciare la nostra esistenza» (Reuters, 21 agosto 2016).

Chi sono i responsabili di questa situazione?
Bisognerebbe cercarli a più livelli.
C’è naturalmente la classe dirigente postcomunista e sessantottina, che ha preso in mano le redini della politica europea; ci sono gli intellettuali che hanno elaborato teorie deformi nei campi della fisica, della biologia, della sociologia, della politica; ci sono le lobby, le massonerie, i potentati finanziari, che agiscono talvolta nelle tenebre, talvolta alla luce del sole. È noto, ad esempio, il ruolo del finanziere George Soros e della sua fondazione internazionale Open Society.

In seguito a un attacco hacker, oltre 2.500 mail sono state trafugate al server del magnate americano-ungherese e diffuse su Internet, attraverso il portale DC Leaks.
Dalla corrispondenza privata sottratta a Soros risulta il suo finanziamento di attività sovversive in tutti i campi, dall’agenda LGTB ai movimenti pro-immigrazione.
Attingendo a questi documenti, Elizabeth Yore, con una serie di articoli su The Remnant, ha dimostrato il sostegno di Soros, diretto e indiretto, anche a papa Bergoglio e ad alcuni dei suoi collaboratori più stretti, come il cardinale Oscar Andres Rodríguez Maradiaga e mons. Marcelo Sanchez Sorondo.

Tra George Soros e papa Francesco appare un’oggettiva convergenza strategica.
La politica dell’accoglienza, presentata come la “religione dei ponti” opposta alla “religione dei muri”, è divenuta il leit-motiv del pontificato di Francesco, al punto che qualcuno si chiede se la sua elezione non sia stata favorita proprio allo scopo di offrire agli artefici dell’invasione migratoria l’“endorsment” morale di cui essi hanno bisogno.
Quel che è certo è che oggi la confusione nella Chiesa e quella nella società avanzano di pari passo.
Il caos politico prepara la guerra civile, il caos religioso apre la strada agli scismi, che sono una sorta di guerra civile religiosa.

Lo Spirito Santo, a cui non sempre i cardinali corrispondono in conclave, non cessa però di operare e oggi alimenta il sensus fidei di coloro che si oppongono ai progetti demolitori della Chiesa e della società.
La Divina Provvidenza non li abbandonerà.

(Roberto de Mattei, per Corrispondenza Romana del 5 ottobre 2016)

Argomento: Islam

 Massoneria: "Seminare il dubbio" 

 Quasi mai un cambiamento sociale è spontaneo; quasi sempre c'è una minoranza elitaria che prepara il sommovimento: gli agenti della Rivoluzione.
 La massoneria è una di queste minoranze che, prima dell'arcigay e del Partito radicale, ha operato per la dissoluzione d'Italia e dell'Occidente.
 Ancora oggi la sua azione segue un preciso modello organizzativo e operativo che permette di influenzare il nostro modo di pensare. 
 Ancora attualissima l'enciclica "Humanum genus".
 Alcuni recenti e utili informazioni ricavate da una celebrazione.

Massoni, metti una sera a cena con una loggia

In un hotel per i 130 anni della ‘Risorgimento VIII Agosto’ Bisi, il Gran Maestro: «Non si parla di religione e politica»

 

Bologna, 26 settembre 2016 - «Le nostre riunioni sono così segrete che la cena per i 130 anni della loggia si tiene nel ristorante di un hotel, sotto gli occhi di tutti». Sono circa 120 i partecipanti alla festa per un compleanno speciale: quello della loggia massonica ‘Risorgimento VIII agosto’, la più antica di Bologna e quella che oggi conta il numero maggiore di iscritti. Una serata normale, quella di sabato, al Savoia: completi scuri e cravatta per gli uomini, tacchi e giro di perle per le signore.

Le quali, certo, hanno raggiunto i mariti soltanto a cena, perché nella prima parte, quella dei ‘riti’, non sono ammesse. Ed è lì, a metà pomeriggio, che compaiono grembiuli e spadoni. «Cappucci? Ma per favore, sono stati aboliti da anni». In una sala riservata dell’hotel è stato ricostruito un ‘tempio’: 12 colonne, candelabro a 7 bracci, squadra e compasso.
L’età media è alta, ma ci sono anche tanti quaranta-cinquantenni. Molti si avvicinano, stretta di mano e sorriso, pochi aggiungono il cognome dopo il nome. «Eppure tutti sapevano che stasera alla cena avrebbe partecipato l’occhio del Carlino e nessuno ha scelto di non venire». Al vertice della loggia festeggiata c’è un dirigente di banca.

L’unico che per statuto può parlare pubblicamente è Stefano Bisi, Gran Maestro (il capo nazionale) del Grande Oriente d’Italia.
La ‘Risorgimento VIII Agosto’ venne fondata nel 1886 da Carlo Carli, quello che nel 1890 sarebbe poi diventato sindaco di Bologna.
Tra i membri onorari Giosue Carducci, Gaetano Tacconi (sindaco dal 1875 al 1889), Andrea Costa, Quirico Filopanti.

Ora è una delle 13 logge del Grande Oriente sotto le Due Torri. Ha 67 iscritti.
«A Bologna saremo circa 600. Mille e 200 in tutta la regione, divisi in 42 logge», fa i conti Bisi.

I ‘fratelli’ si riuniscono due volte al mese. «Dove? Ma a Bologna lo sanno tutti: in via Castiglione, a fianco di Palazzo Pepoli.
Nei locali ci sono due ‘templi’ e le 13 logge si trovano tutte lì, ruotando a turnazione», prosegue Bisi. Come con il calcetto? Non proprio. «I nomi dei nostri iscritti non sono segreti, sono riservati. Per rispetto della privacy. Del resto, la lista degli iscritti al Pd mica è pubblica. Io non ho mai fatto mistero della mia scelta. Ma c’è tanta discriminazione al contrario e bisogna rispettare chi preferisce non rivelare l’appartenenza a una loggia».

Medici, avvocati, commercialisti, informatici, ingegneri e manager. «Ma non è una cricca, non siamo una élite. È necessario studiare, documentarsi, leggere molto. Avere voglia di coltivare il dubbio. Con una regola: non si parla di religione né di politica».

All’anno, alla Risorgimento VIII Agosto, arrivano 3 o 4 quattro domande. «Ma chi crede di entrare per ottenere favori e prebende, sbaglia di grosso. C’è l’obbligo ad aiutare i ‘fratelli’, ma sempre nei limiti del giusto e del lecito. Noi giuriamo sulla Costituzione italiana».

 

(Da: Il Resto del Carlino del 26/9/2016: http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/massoni-loggia-gran-maestro-bisi-130-anni-1.2546960 )

Argomento: Fede e ragione

 Cristiani perseguitati sul lavoro: lo conferma un dossier

Mancano solo le condanne alla pena capitale, per essere in pieno regime del Terrore: ma intimidazioni, discriminazioni, persecuzioni sociali, civili e professionali a danno dei cristiani già ci sono. E pare proprio che vi si faccia ampio ricorso. Lo conferma l’indagine recentemente conclusa in Gran Bretagna e subito ripresa dall’agenzia LifeSiteNews: 2.483 i dipendenti intervistati, tutti concordi nel dire una cosa sola ovvero che i fedeli han sempre più paura di esprimere le proprie convinzioni sul posto di lavoro. Farlo significa nella migliore delle ipotesi essere derisi, nella peggiore essere penalizzati in termini di salario o di carriera, quando non addirittura licenziati. Il caso delle ostetriche cattoliche scozzesi, obbligate nel dicembre scorso dalla Corte Suprema britannica a supervisionare gli aborti effettuati pena la perdita del posto, ne è solo un caso. La loro obiezione di coscienza venne interpretata dai giudici come un elemento comprovante la loro fede e quindi punita. E la Commissione per i diritti umani, benché coinvolta, si astenne dall’intervenire. L’antologia di episodi analoghi è già purtroppo sterminata. Abbastanza da scoraggiare chiunque dall’esprimere pubblicamente la propria identità e la propria fede.

Le forze laiciste pare proprio che abbiano raggiunto i loro obiettivi: intimorire, ridurre al silenzio, disporre di normative da usare come clava, per imporre la nuova ideologia giacobina della secolarizzazione liberticida. Secondo il responsabile della Commissione Uguaglianza e Diritti Umani inglese, Mark Hammond, vi sarebbero diffuse incomprensioni e «confusioni normative» nel rapporto tra datori di lavoro e dipendenti, tali da determinare «risentimenti e tensioni tra gruppi», oltre ad un permanente stato di «ansia». Altro che mobbing! In realtà, non si tratta solo di questo: «Un tema ricorrente – si legge nel rapporto finale – riguarda le pressioni subite, per convincere i lavoratori a metter tra parentesi la propria fede sul lavoro». Pressioni, come derisioni, offese, umiliazioni: «Vengono bollati come ‘bigotti’, li si accusa di predicare, di voler fare proselitismi. Si sentono discriminati», non potendo indossare simboli religiosi, né esprimere le proprie idee quando si tocchino tematiche morali o bioetiche, dal sesso al matrimonio, dall’aborto alle ‘nozze’ gay, dal divorzio all’eutanasia.

Andrea Williams, amministratore delegato del Clc, Centro Giuridico Cristiano, ha chiesto alla politica un «intervento urgente», per far cessare questa forma di persecuzione manifesta contro chi semplicemente si rifiuti di rinunciare o nascondere le proprie convinzioni: «Questa ricerca giunge troppo tardi – ha dichiarato – però sottolinea quanto siano diffuse e differenziate le provocazioni e le ostilità contro i cristiani ogni giorno sul posto di lavoro». In particolare, contro infermieri, medici, magistrati, insegnanti, genitori affidatari, consulenti, funzionari dell’anagrafe, predicatori di strada, educatori, insegnanti, assistenti sociali, gente che ha «affrontato sfide difficili soltanto perché decisa a vivere in modo coerente la propria identità religiosa».

Da una parte lo scherno, dall’altro – si legge nel rapporto – il terrore di violare qualche punto dell’Equality Act, approvato nel 2010, e ritrovarsi così tra capo e collo una denuncia con richieste di risarcimento da capogiro. Evidenti gli abusi, cui si presta la normativa vigente. Un’interpretazione troppo restrittiva del Sexual Orientation Regulations ha comportato, ad esempio, la pressoché totale chiusura delle agenzie cattoliche per le adozioni, operanti in Inghilterra e nel Galles. Il governo pretendeva che accettassero come potenziali genitori anche le coppie omosessuali. Sono rimaste aperte soltanto le poche disposte a secolarizzarsi, quindi, di fatto, a snaturarsi.

Secondo Paul Tully, segretario generale della Società per la Protezione dei Bambini non nati, in troppi casi esprimere le proprie convinzioni religiose – compresa l’obiezione di coscienza all’aborto – viene considerato un atto fuorilegge. Attualmente è in corso una raccolta fondi a sostegno della battaglia legale a favore di un docente cattolico, licenziato per aver distribuito cartoline contro le ‘nozze’ gay tra i colleghi nella scuola ove insegnava.

La Commissione Uguaglianza e Diritti Umani inglese sta mettendo a punto una sorta di guida, per comprendere la normativa, evitando equivoci e malintesi. Ma è ben chiaro, da quanto scritto, come il punto non sia questo e come strumenti di questo tipo servano, in realtà, a poco o niente, a gettar fumo negli occhi, evitando di affrontare il vero problema. Che è ideologico.

da: http://www.nocristianofobia.org/cristiani-perseguitati-sul-posto-di-lavoro-lo-conferma-un-dossier/

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