Nicolosi, Robert Spitzer e le terapie riparative: nuovi retroscena

terapie riparative  E’ morto pochi giorni fa Joseph Nicolosi, psicologo americano co-fondatore di NARTH, associazione di terapisti clinici che accompagnano le persone con tendenze omosessuali indesiderate nella riscoperta della loro identità originale.

 Non siamo tanto interessati alle cosiddette “terapie riparative”, piuttosto al sostenere la libertà delle persone omosessuali di poter chiedere anche un aiuto terapeutico se sperimentano un disagio verso le proprie inclinazioni. Tali percorsi clinici generano spesso orrore in quanto erroneamente identificati con obbligate torture psicologiche cui verrebbero sottoposti omosessuali non consenzienti.

 Non è così, sono loro stessi a rivolgersi agli specialisti vivendo un’egodistonia, trovando cioè in se stessi comportamenti o idee in disarmonia con i propri reali bisogni e desideri. Né Nicolosi, né i suoi colleghi di NARTH –tra cui celebri psichiatri come Robert Perloff e Nicholas *censura*mings, entrambi ex presidenti dell’American Psychological Association (APA)-, hanno mai subito denunce dai loro pazienti a causa dei loro trattamenti. L’unica questione che si pone, dunque -scartato l’abuso o la pericolosità-, è se queste terapie siano efficaci o no.

 Le associazioni di psicologi sono contrarie all’intervento terapeutico verso le persone che tendenze omosessuali indesiderate, si tratta però notoriamente di posizioni non oggettive, altamente politicizzate. Tale giudizio si scontra infatti con il vissuto professionale dei tanti terapisti, anche di un certo calibro come quelli sopra citati, che difficilmente dedicherebbero una vita lavorativa a terapie inefficaci o inconcludenti. Oltre, ovviamente, alle testimonianze delle persone da loro aiutate, direttamente o no, molte delle quali stanno piangendo la scomparsa di Nicolosi proprio in questi giorni. Tra essi anche un ragazzo italiano, Giorgio Ponte, omosessuale, che ha parlato del «grande senso di pace quando ho letto il suo primo libro: “Omosessualità maschile, un nuovo approccio”. Il sollievo di qualcuno che trova finalmente una risposta sensata e coerente a quello che ho sempre intuito nel profondo del cuore. Oggi è morto un grande uomo che con il suo coraggio ha dato la vita per tanti».

 Il giudizio di inefficacia verso l’approccio terapeutico non tiene conto anche di alcuni studi, di cui abbiamo parlato nel 2011. Tra essi anche la famosa ricerca del 2003 realizzata dal celebre psichiatra Robert Spitzer, morto nel 2015. Fu lui a depenalizzare l’omosessualità dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) eppure, dopo il suo studio a favore dell’efficacia delle terapie riparative, iniziò a ricevere insulti, delegittimazione mediatica e minacce di morte da parte della lobby Lgbt, denigrazioni ben descritte dal suo collega olandese, Gerard van den Aardweg, che ebbe modo di conversare con lui più volte.

La situazione per Spitzer divenne talmente opprimente da spingerlo ad una sorta di ritrattazione, trovando però l’inevitabile opposizione da parte di Archives of Sexual Behavior, la rivista scientifica su cui lo studio venne pubblicato. «Il problema è che il cambiamento di cuore di Spitzer circa l’interpretazione dei dati non è normalmente il genere di cosa che spinge un editor a cancellare il risultato scientifico», spiegò il direttore della rivista, Ken Zucker. «In caso di dati analizzati in modo non corretto, si pubblica solitamente un “erratum” o è possibile ritirare un articolo se i dati sono stati falsificati. A quanto mi risulta, Spitzer sta solo dicendo che dieci anni dopo vuole ritrattare la sua interpretazione dei dati. Dovremmo allora ritirare centinaia di pubblicazioni scientifiche per re-interpretarle, e noi non lo facciamo».

Lo psichiatra americano optò così per una “lettera di scuse” alla comunità gay, scrivendo che nel suo studio «non c’era modo di giudicare la credibilità» degli ex-omosessuali a cui venne verificato il cambiamento di orientamento sessuale. Una precisazione sorprendente in quanto mise arbitrariamente in dubbio l’onestà del campione utilizzato, oltre ad essere una problematica comune a tutti gli studi che utilizzano lo stesso metodo (ad esempio per verificare l’efficacia delle psicoterapie volte al superamento dell’alcolismo, della tossicodipendenza ecc.), compresi quelli autodescrittivi delle “famiglie arcobaleno”.

La moglie di Joseph Nicolosi, Linda Ames, attivista in difesa degli “ex-gay”, ha pubblicato dei retroscena interessanti su Spitzer, di cui è stata amica e collaboratrice. «Spitzer è stato chiaramente preso alla sprovvista dalla brutale reazione in seguito alla pubblicazione dello studio», ha scritto. «Il suo gruppo sociale, come mi ha spiegato, erano i “lettori del New York Times”. Credeva che il supporto ad una comunità culturalmente emarginata come gli “ex gay”, sarebbe stato apprezzato dai liberali. Aveva giudicato male l’umore dei tempi».

Spitzer, ha proseguito la Nicolosi, venne lentamente avvicinato da Jack Drescher, «uno psichiatra gay, attivista contro gli sforzi del cambiamento/orientamento sessuale. Anche se una volta mi scrisse: “Mi mancano i nostri scambi giornalieri di e-mail”, non l’ho più sentito molto. Devono essere stati anni difficili per lui, seppi che voleva ritrattare lo studio ma la sua richiesta non fu accolta. Dopo tutto non aveva scoperto nessun nuovo dato», semplicemente si accorse che il vento politico cambiava verso «un abbraccio pieno ed entusiasta dell’omosessualità».

Nelle conversazioni e-mail tra la Nicolosi e Spitzer, prima del 2003, lo psicologo si auto descrisse come “ateo”. «Il concetto di peccato o di scopo divino non significa niente per me», le disse. «Se avessi un figlio omosessuale spererei che cercasse una terapia per questo, mi auguro che la sua motivazione al cambiamento sarà dovuta all’intuizione che la sua vita sarebbe migliore e più appagante favorendo il suo potenziale eterosessuale». Linda Nicolosi ha aggiunto: «quando in un articolo l’ho descritto come “l’uomo che ha normalizzato l’omosessualità”, ha insistito perché correggessi. “Non ho mai normalizzato l’omosessualità”, mi disse, piuttosto “l’ho solo de-elencata dai disturbi”». «Nell’omosessualità», le scrisse Spitzer, «qualcosa non funziona».

Tali rivelazioni da parte di Linda Nicolosi non possono essere pubblicamente verificate, scritte oltretutto dopo la morte di Spitzer. Certamente lei stessa si è posta il problema ed evidentemente si sente in grado di poter fornire adeguate prove in caso di controversie legali (da parte di militanti Lgbt o familiari dello stesso psichiatra, ad esempio). E’ una conferma di quanto sia ardua la vita perfino dei terapisti, come Nicolosi e Spitzer, anch’essi vittime del fascismo arcobaleno.

Per la onlus AGAPO (Associazione Genitori e Amici delle Persone Omosessuali), «è in atto una guerra civile con pochi precedenti in cui le classi dominanti cercano di imporre la propria visione sulla questione famiglia a tutto il resto del popolo. Il dibattito scientifico in tema di omosessualità si contraddistingue per il fatto che non vi è pluralità di opinioni, c’è assenza di contraddittorio». E’ considerato omofobo chiunque si discosti dal giudizio dominante e serve coraggio per farlo, quello mancato ad un certo punto al dott. Spitzer e quello invece avuto e manifestato fino alla fine dal dott. Joseph Nicolosi.

La redazione, 11 marzo 2017
da: http://www.uccronline.it/2017/03/11/omosessualita-terapie-ripartive-e-robert-spitzer-nuovi-retroscena/

 Così i prof insegneranno la teoria gender nelle scuole

 Ecco il contenuto dei tre libri con cui istruire i docenti su come insegnare la teoria gender ai propri alunni

 
 

 La teoria gender verrà insegnata nelle scuole. Sono, infatti, pronti i “percorsi innovativi di formazione e aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con particolare focus sul tema Lgbt e sui temi del bullismo omofobico e transfobico”.

Un’iniziativa che nasce nell’ambito “strategia nazionale” anti omofobia e che il governo Letta ha affidato a 29 associazioni del mondo Lgbt, finanziata con 10 milioni di euro.

I tre volumi che spiegano la teoria gender

Si tratta di tre volumi quasi identici, ognuno per i vari gradi scolastici: superiore, media inferiore ed elementare. Il libello intitolato ‘Educare alla diversità nella scuola’, secondo il giornale online Tempi, ha lo scopo di spiegare che omosessuali si nasce, non si diventa. Per evitare discriminazioni non è sufficiente “essere gay friendly (amichevoli nei confronti di gay e lesbiche), ma è necessario essere gay informed (informati sulle tematiche gay e lesbiche)”. I docenti non dovranno limitarsi a non insultare o non escludere i gay ma dovranno evitare “analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assume che l’eterosessualità sia l’orientamento normale)”, poiché queste possono tradursi nella pericolosa assunzione “che un bambino da grande si innamorerà di una donna”. È vietato quindi elaborare compiti che non contengano situazioni diverse e occorre formulare problemi del tipo: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”.

L'identità sessuale

Secondo questi opuscoli, l’identità sessuale sarebbe suddivisa in quattro parti. La prima componente è l’identità biologica che si riferisce al sesso. La seconda è l’identità di genere che dipende dalla percezione che si ha di sé e “non sempre l’identità di genere e quella biologica coincidono”. La terza è il ruolo di genere, imposto dalla società e infine c’è l’orientamento sessuale, da cui dipende l’attrazione verso altre persone che possono essere dello stesso sesso o del sesso opposto.

Secondo queste linee guida non esistano “individui attratti dal proprio sesso che non hanno comportamenti omosessuali o alcuna attività sessuale” e pertanto gli alunni devono imparare che queste persone “hanno forti sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità”. Questa si chiama “omofobia interiorizzata” e dipende da “pregiudizi e discriminazioni che possono rendere più difficile l’accettazione del proprio orientamento”, mentre le “terapie riparative” vengono definite “estremamente pericolose”.

Come riconoscere un omofobo

“L’individuo omofobo” viene descritto come un anziano accecato da un alto “grado di religiosità” e di “ideologia conservatrice”. Si va dall’ “omofobo di tipo religioso che considera l’omosessualità un peccato” a quello “scientifico che la considera una malattia”, fino ai “genitori omofobi”. Nei libretti anti-omofobia si trova anche il questionario per misurare il proprio grado di omofobia e si consiglia di coinvolgere nel progetto anche i genitori. A chi chiede perché ci sono persone con attrazioni dello stesso sesso, si consiglia di rispondere che è così “per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto”. A chi domanda l’omosessualità si può guarire si deve risponde di no, ricordando che “chiunque dica il contrario diffonde un pregiudizio”.

I giochi gay-friendly

Si invitano i docenti a far vedere ai propri alunni serie tv con “famiglie allargate” come Modern Family, oppure Tutto in famiglia o La vita secondo Jim in cui vi sono genitori eterosessuali litigiosi. Si consiglia di fare attività come “Gioco dei fatti e delle opinioni” o Caccia agli stereotipi”, con i quali, in sintesi, si fa il lavaggio del cervello ai propri studenti. Gli insegnanti dovranno anche cercare di far immedesimare gli alunni “eterosessuali” con gli “omosessuali” e metter loro “in contatto con sentimenti e emozioni che possono provare persone gay o lesbiche”. Si propone la visione di documentari come Kràmpack, in cui la masturbazione fra due ragazzi è presentata come esplorazione e «gioco».

 

Francesco Curridori - Mar, 21/02/2017
per http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cos-i-prof-insegneranno-teoria-gender-nelle-scuole-1367305.html

 E' facilissimo reperire manualetti, opuscoli, brochure che pretendono di insegnare come difendersi dal gender nella scuola. Purtroppo, quasi tutti invitano al dialogo, alla collaborazione, all'immischiarsi nella scuola: sono cioè in qualche modo subalterni al pensiero dominante, spesso anche collusi con i partiti che il gender hanno permesso, in primis i fedelissimi al cattolicesimo democratico: Area Popolare, NCD e UCD.

Si dimentica che, fin dall'Unità d'Italia, lo Stato totalitario liberale "affidò alla scuola il fare gli italiani" (D. Bertoni Iovine), cioè il condizionarne l'istruzione in modo da favorire che gli scolari divengano individui isolati e schiavi dello Stato.

Si dimentica che, in questa quarta fase della dissoluzione dell'identità occidentale e cristiana, il divorzio, l'aborto, la pillola omicida del giorno dopo, la fecondazione artificiale, le unioni gay, l'eutanasia, la canna libera per tutti e la legge che ha introdotto il gender in tutte le scuole sono tasselli di un unico mosaico.

In questa prospettiva, la lotta per la difesa ai valori non negoziabili non può ammettere nè dialogo, nè accordi, ma deve sempre cercare il maggior bene possibile senza mai omettere di annunciare la verità piena.

Quel che segue non è il solito manualetto, ma pochi semplici consigli per una lotta intransigente, l'unica che abbia qualche efficacia immediata e in prospettiva.

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  1. La prima cosa di cui si deve tener conto è che il gender a scuola è legge dello Stato, come previsto dalla c.d. legge sulla “Buona scuola” (approvata grazie al voto determinante di NCD-Area Popolare-UDC) e quel che possiamo e dobbiamo fare è limitare i danni. Stessa situazione per l’educazione sessuale, anche se travestita da educazione all’affettività et similia.
    La difesa da queste iniziative va fatta da noi laici, preparandola per tempo e con intelligenza: teniamo conto che “il dialogo” con la scuola di Stato, anche se non sembra ideologizzata, è generalmente inefficace. La via legale e amministrativa, specialmente se coadiuvata dai media e da esponenti di vari partiti, risulta quasi sempre più efficace, ma va preparata oculatamente.
     
  2. Raramente la propaganda Gender è pianificata a breve: di solito si tratta di progetti preparati accuratamente con molti mesi in anticipo.
    Se ce ne accorgiamo tardi, l'unica strada percorribile è quella di una immediata richiesta di incontro col Dirigente scolastico. Un breve testo può aiutare a prepararlo: http://www.totustuustools.net/Consigli_operativi_per_dirigenti.pdf
    Si può ritenere che una decina di genitori firmatari della richiesta di incontro (meglio se di più) sia un numero sufficiente ad evitare rappresaglie sui nostri figli. Se tra costoro figura almeno uno degli eletti in Consiglio di Istituto aumentano le probabilità di riuscita, ma la richiesta non va caricata solo su costui o su un solo genitore.
    A volte il Dirigente offre la possibilità di ospitare un nostro co-relatore in cambio della non-belligeranza: è un’offerta che deve essere rifiutata, come eventuali altre simili, perché hanno il solo scopo di legittimare l’iniziativa tramite il consenso implicitamente ottenuto dai genitori.
     
  3. Le risposte dei dirigenti scolastici, provveditori e Ufficio Scolastico Regionale seguono sempre la medesima linea: "abbiamo seguito correttamente le procedure previste dalla normativa".
    In quest'ottica è opportuno imparare dal "caso Galvani 2015”:
    - La Curia contro l'Arcigay: "Colonizza la scuola": http://bologna.repubblica.it/cronaca/2015/03/29/news/la_curia_contro_l_arcigay_colonizza_la_scuola_-110764526/  (un cardinale, da solo, ottiene al massimo eco massmediatica)
    - Il provveditore: “Legittimi i corsi con Arcigay” http://bologna.repubblica.it/cronaca/2015/03/31/news/il_provveditore_sta_col_galvani_legittimi_i_corsi_con_arcigay_-110861218/ Iniziative legittime, al Galvani come in altri istituti, si tratta di progetti approvati dagli organi collegiali
    - La difesa della Ministro Valeria Fedeli: http://www.totustuustools.net/Risposta_Ministro_Fedeli.pdfazioni attivate in maniera legittima e senza contravvenzione alle leggi dello Stato e alle norme del sistema di istruzione
    - Stessa linea di difesa dell’Ufficio Scolastico Regionale: “hanno operato  garantendo  la  trasparenza, l’informazione e il coinvolgimento delle famiglie nelle scelte educative, nella definizione dell’Offerta Formativa e nella programmazione delle “attività didattichehttp://www.totustuustools.net/allegato_riposta_interrogazione_3843.pdf (prepararsi raccogliendo documentazione per dimostrare il contrario).
     
  4. In particolare, per quanto concerne la preparazione, occorre raccogliere documentazioni su:
    -   I fatti: in quali classi, in che data, che cosa esattamente è stato fatto, chi lo ha fatto, se son state chieste spiegazioni, in che forma son state chieste e cosa ci hanno risposto.
    - Il consenso informato: quale testo è stato utilizzato, come è stato mandato al dirigente scolastico, se costui ha risposto qualcosa.
    Il Comitato Genitori: esiste? sono disposti ad esporsi o sono socialisti? da quanti genitori è composto? qualcuno di costoro è rappresentante di classe o di istituto?
    - Procedimento amministrativo. Un rappresentante dei genitori ha titolo per chiedere l’accesso a documenti amministrativi relativi al testo del progetto (sia esso extra curriculare o “simil-curricolare”), al verbale del Collegio docenti e del Consiglio di Istituto che lo hanno deliberato. Da questi ultimi si ricava se il progetto è stato oneroso per l’Istituto.
    - Altre forme di protesta. Le forme di protesta pubblica (ad es. volantinaggio all’uscita) possono essere utili se permettono di coinvolgere nuovi genitori.

In generale, visto che ormai le iniziative intese a diffondere l'ideologia omosessualista sono diffuse (sono pochissime le scuole che ne sono immuni), conviene non farsi sorprendere ma prepararsi per tempo, anche quando non c'è l'esigenza immediata.
Ciò vale anche per gli istituti dove il fenomeno si è già manifestato. Se vi sono anche pochi operatori dotati di buona volontà, in tali istituti la resistenza dovrebbe essere più facile da organizzare.
A questo scopo si offre un Vademecum di base da leggere prima di agire: http://www.totustuustools.net/vademecum_scuola_ridotto.pdf

iGpM
totustuus.it

 Palazzo Chigi finanzia la prostituzione omosessuale

Ormai è ufficiale, non vede solo chi non vuole vedere: dietro ai temi della discriminazione, delle differenze di genere, del bullismo, del femminicidio e simili, si nasconde un progetto inteso a distruggere le radici cristiane l'identità d'Italia .
 Divorzio, aborto, pillola del giorno dopo, fecondazione artificiale, unioni civili, gender a scuola, eutanasia.... tutto congiura a corromperci e farci perdere identità e valori.
Sullo sfondo, il sogno del socialismo antico: lasciare ogni uomo solo, indifeso davanti allo Stato, schiavo.

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Unar sta per «Ufficio anti-discriminazioni razziali». All’interno del Dipartimento Pari opportunità della presidenza del consiglio, si occupa di promuovere la «parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni» razziali, etniche e sessuali con campagne di comunicazione e adottando progetti «in collaborazione con le associazioni no profit». Nel mirino della iena Filippo Roma è finito un finanziamento di 55mila euro ad un’associazione di «promozione sociale» dietro cui, secondo la trasmissione televisiva, si nasconderebbe il business del sesso gay a pagamento. Ecco il testo del servizio che andrà in onda stasera su Italia 1.

Con che criteri l’Unar sceglie le associazioni da accreditare e finanziare con migliaia di euro? Il suddetto ufficio del governo ha come compito quello di contrastare le discriminazioni su razza o sesso e a tal fine gestisce anche denaro proveniente dai contribuenti.

Accreditate nel registro dell’Unar si annoverano alcune associazioni molto conosciute come Amnesty International, Unicef, Croce Rossa Italiana, Comunità di Sant’Egidio. In questo elenco, però, compaiono anche associazioni poco o per niente note. Una di queste, con l’ultimo bando assegnato qualche settimana fa, si è aggiudicata circa 55.000 euro. Di cosa si tratta?

lo scoop de "Le Iene"


Proprio su questa associazione un segnalatore, che ha preferito tenere nascosta la propria identità, ha fatto avere a Filippo Roma le seguenti dichiarazioni.

Segnalatore: In realtà questi circoli non sono altro che dei locali con ingresso a pagamento, dove si incontrano persone gay per fare sesso, a volte anche questo a pagamento.
Iena: Quindi tu ci stai dicendo che in questi circoli si fa sesso e pure a pagamento?
Segnalatore: Sì, perché si tratta di un’associazione di imprenditori del mercato del sesso gay. Si nascondono dietro l’etichetta di associazioni di promozione sociale. Le stesse che dovrebbero avere come mission quella di aiutare le persone, ma in realtà, il loro unico scopo è quello di fare soldi senza pagare le tasse.
Iena: In che modo?
Segnalatore: Sfruttando la denominazione di associazione a cui sono concesse delle agevolazioni. Se si trattasse di un locale commerciale dovrebbero pagare le tasse sull’ingresso, sulle bibite, su tutto ciò che viene venduto, compresi i massaggi. E dovrebbero anche comprarsi una licenza. Alle associazioni invece, non è richiesto niente di tutto questo, proprio perché l’attività principale dovrebbe essere senza fini di lucro. Basta andare sui siti di quei posti per capire che cosa offrono.
Iena: Che cosa sono le dark room? (ndr, sul sito di uno di questi circoli tra i servizi offerti vengono citate le «dark room»).
Segnalatore: Sono delle stanze buie dove la gente entra vestita, nuda, per fare sesso con chi capita, senza guardarsi in faccia. Là dentro succede di tutto, molto spesso senza nemmeno usare protezioni. Ti puoi immaginare i rischi per le malattie.
Quello che trovo assurdo è che un’associazione come questa, con circoli, saune, centri massaggi, dark room, ma soprattutto dove si pratica la prostituzione, possa aver vinto un bando della Presidenza del Consiglio, soldi pubblici.
Iena: Chi è che si prostituisce?
Segnalatore: Normalmente lo fanno i massaggiatori. Finito il massaggio chiedono esplicitamente al cliente se vuole andare oltre, con qualche servizietto extra a pagamento. Esistono dei veri e propri listini, ogni cosa ha il suo prezzo.
Iena: Normalmente quanti clienti si fanno fare il massaggio extra?
Segnalatore: Quasi tutti quelli che chiedono il massaggio lo fanno per avere prestazioni sessuali, altrimenti andrebbero in qualsiasi altro centro che costa anche di meno.
Iena: Ma come è possibile che alla Presidenza del Consiglio non si accorgano di queste cose?
Segnalatore: Effettivamente è strano. È ancora più strano che il direttore dell’Unar, l’ufficio che distribuisce i finanziamenti, sia associato a uno di questi circoli.


Riguardo a quest’ultima sua affermazione, il segnalatore dice di essere a conoscenza dei riferimenti relativi al presunto tesseramento del direttore dell’Unar. Si tratterebbe del codice socio e del numero della tessera, con data di rilascio e di scadenza e data di nascita fornita dal socio al momento dell’iscrizione.
La Iena decide per tanto di far luce sulla vicenda recandosi in alcuni di questi circoli. Filippo Roma mostra quindi immagini esclusive che confermerebbero come tra le attività prevalenti in questi luoghi ci sarebbe la pratica del sesso libero e anche estremo. In alcuni casi, servizi come dark room o glory hole sono chiaramente segnalati sui siti di questi circoli. A volte, i servizi di massaggi offerti all’interno dei suddetti circoli, come affermato dal segnalatore, includerebbero anche, con tanto di tariffario, prestazioni extra che prevedono sesso a pagamento. (...)


Per avere delucidazioni in merito alle parole del segnalatore anonimo, Filippo Roma intervista Francesco Spano, direttore dell’Unar.
Iena: Lei è il direttore dell’Unar, giusto?
Spano: Sì.
Iena: Che è l’organismo della Presidenza del Consiglio che si occupa di assegnare una serie di fondi a varie associazioni che sono in prima linea contro le discriminazioni sessuali e razziali, giusto?
Spano: Sì, fra i compiti ha anche quello di gestire l’attività contro la discriminazione.
Iena: Queste associazioni per essere accreditate presso il registro dell’Unar che requisiti fondamentali devono avere?
Spano: Devono avere tutta una serie di requisiti di legge previsti che si possono trovare anche sul nostro sito.
Iena: Infatti, li abbiamo trovati e abbiamo letto questa cosa qua che tra…
Spano: Scusate un secondo..
Iena: Prego, prego (ndr, il direttore Spano si allontana). Aspetti, ma dove va?
Spano: Un secondo, riesco subito.
Quando gli vengono chiesti quali sono i requisiti per essere accreditate presso il registro dell’Unar, Spano entra improvvisamente negli uffici della Presidenza del Consiglio dicendo di aver ricevuto una telefonata.
Filippo Roma raggiunge Spano in un secondo momento per rivolgergli ulteriori domande:
Iena: Avvocato, ci eravamo preoccupati che fosse andato via o scappato.
Spano: No, scusate ero al cellulare, perché devo scappare? Anzi, vi chiedo scusa.
Iena: Ci mancherebbe altro. Tra le varie associazioni che nel 2016 hanno ottenuto questi finanziamenti della Presidenza del Consiglio ce n’è una che ha ottenuto 55 mila euro.
Spano: Partecipava ad un progetto, mi pare.
Iena: Esatto. E come attività preminente, ha ben altro.
Spano: Allora, noi stiamo a quello che ci dichiara lo statuto delle associazioni.
Iena: Però, dicevo, a voglia a fare tante altre cose rispetto alla lotta contro la discriminazione…
Spano: A noi risulta che fa questo, poi non so che altro fa.
Iena: Glory Hole, sa che cos’è?
Spano: No, assolutamente no.
Iena: È una pratica sessuale dove c’è un buco …
Spano: Questo non lo so. Ora, grazie se mi date questa segnalazione grazie, ora verificheremo.
Iena: dark room?
Spano: No, ora questo lo verificheremo, insomma, l’importante...
Iena: Ci hanno segnalato dark room dove avviene un po’ di tutto…
Spano: Questa sarà una cosa che riguarderà la vita privata delle persone, non rileva a noi, però, verificheremo.
Iena: Per carità, questa è la vita sessuale delle persone, però, soprattutto, in questi circoli si pratica la prostituzione.
Spano: Questo spero di no. La prostituzione è un reato.
Iena: E si pratica nei circoli accreditati con l’Unar?
Spano: No, questo no. Allora, assolutamente no, le posso assicurare. Noi verifichiamo.
Iena: Le assicuro io, invece. Le faccio vedere un filmato, guardi..
Spano: Non mi interessa il filmato.
Iena: Come non le interessa il filmato? Lei è quello che dispensa questi finanziamenti pubblici.
Spano: Nel senso, ci credo, lo verificheremo.
Iena: Guardi un po’ che abbiamo visto. (ndr, Filippo Roma mostra il filmato al direttore). Questo è un massaggio che avviene dentro a una sauna, un massaggiatore che propone un extra. Un extra di natura sessuale. Poi, un’altra sauna…
Spano: No, no, non mi interessa questa cosa, grazie… Ci credo, dal punto di vista di vederlo non mi aggiunge niente. Mi ha dato l’informazione. Comunque, guardi, io oggi stesso, ora torno in ufficio, convocherò il Presidente di *** e verificherò questa cosa, perché se l’attività è, come voi dite, legata alla prostituzione, ci mancherebbe altro.
Iena: Lei come direttore dell’Unar, non svolge dei controlli su cosa combinano queste associazioni?
Spano: Le ripeto, io faccio un controllo cartaceo e formale su quello che viene dichiarato.
Iena: Un po’ a caso?
Spano: No, no, non è che posso andare nei circoli a vedere cosa succede, questo non…
Iena: Direttore, questo lo sappiamo noi che non facciamo parte dell’Unar e non lo sa lei che è il direttore dell’Unar?
Iena: 55 mila euro. Ma perché i contribuenti italiani devono finanziare con le proprie tasche associazioni dove si pratica la prostituzione?
Spano: Assolutamente no.
Iena: Lei, di fronte a queste scene, se la sente di assegnare questi fondi?
Spano: Ora, su questo faremo la verifica che stiamo facendo e se fosse un’associazione che, come voi dite, con questi fondi sosterrebbe la prostituzione ovviamente no. Ma va in automatico, le assicuro. Stia tranquillo, su questo guardi sono tranquillissimo.
Iena: Con un direttore che controlla così le associazioni che ricevono questi fondi non sono tranquillissimo...
Spano: Stiamo ulteriormente facendo dei controlli. Oggi stesso, io, anche grazie alla vostra segnalazione, convocherò il Presidente di *** e chiederò se c’è una difformità rispetto a quello che è dichiarato nello statuto e quella che è la loro attività svolta. Nel caso, annulleremo questa assegnazione.
Iena: Lei non conosceva l’attività di ***?
Spano: L’attività di *** la conosco come attività di promozione, di seminari, hanno un giornale, cose di questo tipo.
Iena: Perché qualcuno ci ha detto che lei è socio dell’associazione ***?
Spano: No, assolutamente no. Non so di cosa stai parlando.
Iena: Sicuro? Perché a noi sono arrivati degli estremi di una tessera…
Spano: Ora però devo andare…
Iena: Abbiamo quasi finito, poi la lasciamo andare.
Spano: La prego davvero.
 Iena: Ci risulta un numero di tessera, ***, fatta il XX.X.XXXX a nome suo.
Spano: Non so, io no ho…dove e come?
Iena: Non è tesserato?
Spano: No.
Iena: E perché noi abbiamo questi estremi?
Spano: Non lo so.
Iena: Ci toglie una curiosità per cortesia?
Spano: Sì.
Iena: Noi ci chiediamo. Sia mai che chi dispensa fondi pubblici a una serie di associazioni, sia anche socio di quella associazione, no? Se no ci sarebbe un conflitto di interessi?
Spano: Ora vi devo salutare, però, davvero. Arrivederci.

 

 

Da: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12308826/palazzo-chigi-finanzia-prostituzione-gay-le-iene-filippo-roma.html

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A forza di bussare dalla porta di servizio alla fine la gender revolution è entrata di diritto dalla porta principale. Si chiama Storie per bambine e bambini ed è uno degli ennesimi libri ispirati all’ideologia del gender. Stavolta però non si tratta di una qualche casa editrice più o meno lobbistica che fa capolino nelle librerie o nelle biblioteche civiche per istruire i giovani virgulti alla fluidità di genere. No, il libro porta il timbro delle edizioni San Paolo. Un colosso dell’editoria cattolica. Anzi, per migliaia di catechisti, sacerdoti e famiglie, l’editrice cattolica per eccellenza.

 

Non precipitatevi in libreria a comprarlo. Il testo infatti uscirà a marzo, ma una descrizione dell’opera è presente nelle librerie on line. Leggiamo la scheda del libro:

“Una raccolta di storie pensate per offrire alle piccole lettrici e ai piccoli lettori un insieme variegato di personaggi e situazioni in grado di offrire un immaginario sul femminile e sul maschile libero da stereotipi e pregiudizi. C'è la sirena Ornella, protagonista de "La sirena e il bambino", che non ama cantare, non cura molto il suo aspetto fisico e ha una grande passione - studiare le stelle - che insegue con forza e tenacia. Ci sono poi Viola e Margherita, "Due gemelle per la pelle", che rappresentano due modi completamente differenti di essere bambine, e poi ancora, la piccola Alice che grazie all'aiuto di una simpatica babysitter riesce a vedere con occhi diversi i suoi genitori: non solo come "il suo papà e la sua mamma" ma come una bellissima coppia. E poi c'è Andrea che da grande sogna di guidare il taxi, proprio come la sua mamma. Età di lettura: da 4 anni”.

Forse è bene partire dalla fine, cioè dall’età di lettura consigliata. Che se un maschietto di 4 anni in quel momento sta giocando con i soldatini è bene che sappia che può giocare tranquillamente con le bambole perché in fondo certe ideologie entrano meglio ad una tenera età. Ovviamente che il libro sia gender oriented lo si deduce da alcune parole talismano che giustificano le storie: stereotipi, pregiudizi, ma lo si comprende bene anche dalla spiegazione offerta dall’ufficio marketing della San Paolo per le librerie: “Le storie – ricche di illustrazioni colorate e divertenti affrontano i temi del rispetto e delle pari opportunità tra maschi e femmine”. Ora, che un bambino di 4 anni sia costretto a bersi la cicuta del mito delle pari opportunità, già questo è alquanto rischioso.

Ma è con il riferimento all’autrice, la pedagogista di genere Irene Biemmi, che si capisce come finalmente certe operazioni lobbistiche a forza di spingere l’acceleratore siano riuscite a entrare anche nel mondo dell’editoria cattolica. L’autrice è presidente di Rosaceleste, associazione dedicata alla promozione della parità tra i generi e alla lotta agli stereotipi e alla violenza. Ecco sciorinate in poche parole i concetti fondamentali che hanno costituito l’architettura fondante dei cosiddetti gender studies: il genere uomo/donna come costruzione sociale provocato da stereotipi e foriero di violenza.

Rosaceleste infatti ha svolto anche convegni e spettacolidestrutturare gli stereotipi di genere: per una cultura dell'eguaglianza tra i sessi nell'educazione e nel lavoro”.

Recentemente infatti in tribunale a Firenze è andato in scena uno spettacolo sull'educazione di genere curato proprio da Biemmi, che viene presentata come una accesa nemica dell’educazione sessista: “Nei libri di lettura viene rappresentato un mondo popolato da valorosi cavalieri, dotti scienziati, padri severi, madri dolci e affettuose, casalinghe felici, streghe e principesse che nutre l'immaginario di bambine e bambini, che strutturano le rispettive identità di genere sulla base dei modelli proposti. Scopo della conferenza spettacolo Rosaceleste, che da questa ricerca prende spunto, è decostruire, disarticolare, smontare l'assunto di una "naturalità" delle differenze tra maschi e femmine, svelando alcuni dei meccanismi culturali che stanno a fondamento di un preciso addestramento sociale ai ruoli di genere, attivato sia a scuola che in famiglia”.

Basterebbe fermarsi qui, alla necessità di smontare “l’assunto di una naturalità delle differenze tra maschi e femmine”, per capire il tranello, che porta a promuovere un’antropologia che nega la natura umana e che in fondo non è altro che l’applicazione pedagogica del rifiuto del progetto creatore di Dio sull’uomo e dello svilupparsi della sua progettualità. Un progetto creativo - giova sempre ricordarlo - che ha permesso alla Chiesa di diffondere il concetto di persona nella differenza tra i sessi e che nessuno pretendeva venisse imposto nelle librerie laiche e generaliste italiane, ma che, almeno, si sperava fosse ancora valido in quelle che tutti riconoscono come cattoliche. Si vede che anche alla San Paolo hanno cambiato idea e che il tarlo catto-gay ha attecchito anche tra gli scaffali.

Andrea Zambrano 04-02-2017 per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-libri-gender-perbimbi-paolinerompono-il-tabu-18841.htm

 Il genere è ormai diventato il minimo comun denominatore delle politiche di questa legislatura, si tratti di scuola o di salute pubblica. Lo si trova da per tutto, persino la recente revisione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ha previsto particolari tutele per i dipendenti esposti ad discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, sebbene siano stati eliminati molti diritti acquisiti di tutte le categorie dei lavoratori.

Non poteva mancare quindi una speciale menzione alla questione del genere nel testo sul contrasto al cyber bullismo che sarà votato oggi in maniera definitiva dal Senato. Più precisamente nell’articolo 3 del suddetto disegno di legge viene istituito il tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyber bullismo presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Questa cabina di regia, che avrà anche il compito di redigere il piano di azione integrato, sarà animata da esperti di vari ministeri, associazioni con comprovata esperienza nei diritti dei minori e degli adolescenti, associazioni studentesche e dei genitori, operatori del web e, come se tutte queste realtà non fossero sufficienti ad inquadrare la problematica, anche dalle associazioni che si occupano contrasto alle discriminazioni di genere.

E’ una menzione speciale, di cui non sono degne le organizzazioni che combattono le altre forme di bullismo menzionate nel testo di legge. Nei primi articoli si afferma chiaramente infatti che la legge persegue ogni atto di bullismo o comportamento vessatorio per ragioni di lingua, etnia, religione, orientamento sessuale, aspetto fisico, disabilità o altre condizioni personali e sociali della vittima.

Insomma tutte le categorie erano già specificate in questa definizione, non si spiega allora perché dare il privilegio di sedere al tavolo tecnico ai presunti esperti di tematiche di genere. Seguendo questo ragionamento al tavolo avremmo avuto anche i rappresentati delle leghe contro il razzismo, delle associazioni contro le persecuzioni religiose, di quelle per i diritti dei portatori di handicap e delle minoranze etniche come sinti e rom. Oltre tutto la questione dell’orientamento di genere risulta pleonastica alla luce della dicitura legata alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. 

Tutte queste osservazioni sono state avanzate giovedì scorso al Senato, in occasione della discussione degli emendamenti, dai senatori Malan e Giovanardi che hanno presentato una modifica che eliminava il riferimento - inserito al passaggio alla camera  - alle associazioni che si occupano di genere, facendo di questa forma di bullismo una superiore e distinta da tutte le altre. 

Durante il dibattito, il relatore del governo Francesco Palermo in un primo momento aveva accolto la richiesta avanzata dall’opposizione, ma ripreso immediatamente dal senatore Pd Sergio Lo Giudice, noto attivista gay che ha ottenuto due figli da utero in affitto in California, si è rimesso al volere dell’aula che poi ha bocciato l’emendamento 3.100 di Malan. 

Nel suo intervento Lo Giudice ha ripetuto che il gender non esiste e che le questioni di genere attengono “primariamente” al rapporto tra genere maschile e genere femminile. Il senatore dem ha inoltre sostenuto che è necessario che a questi tavoli “siedano le associazioni LGBT”, poiché “in questo paese sono da tempo antico le principali sostenitrici e promotrici di azioni e di progetti contro il bullismo nelle scuole e nella società”.

Insomma la manina dei rappresentati del mondo lgbt in Parlamento porta a casa anche un posto al tavolo che dovrà elaborare le strategie anti-bullismo. Ma la legge in questione stanzia anche 220000 euro, ulteriori ai due milioni già previsti, che saranno distribuiti dai distretti scolastici provinciali a quelle associazioni che andranno a sensibilizzare gli studenti con iniziative di varia natura. Una torta che rischia di alimentare le casse di realtà ideologizzate che sperimentano le loro teorie sulla pelle dei ragazzi. 

 

Marco Guerra, per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-cyber-bullismo-menzione-speciale-per-il-gender-18799.htm

 “Le persone Lgbt sono prima di tutto persone, e in quanto tali con gli stessi diritti di tutela della salute e di benessere che si riconoscono alle persone eterosessuali”. Questa la frase con cui si apre il quaderno “Oltre gli stereotipi di genere – verso nuove relazioni di diagnosi e cura” destinato ai professionisti della salute voluto da Annalisa Felletti, assessora alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara.

Iniziativa congiunta

La pubblicazione del documento arriva al termine di un anno di lavoro che ha visto la collaborazione di diversi soggetti tra cui l’azienda Usl, l’azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara, del Comune e del Centro Donna Giustizia, nonché ovviamente le sempre presenti associazioni LGBT+ del territorio: Circomassimo, Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno e Agedo. Oltre a loro la pubblicazione ha potuto contare anche sul sostegno dell’Ateneo cittadino e i patrocini della Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna e dei sindacati confederali Cgil e Uil.

Con la scusa di attenersi a direttive di organizzazioni mediche internazionali circa “la tutela della salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività” le indicazioni espresse nel quaderno hanno il chiaro obiettivo di “normalizzare” il comportamento omosex, mettendo sullo stesso identico piano eterosessualità e omosessualità, normalità e devianza.

DOCUMENTO IDEOLOGICO

In questa prospettiva, il nuovo documento sanitario è un vero e proprio documento ideologico promosso dall’assessore alle Pari Opportunità con il sostegno e il gentile ringraziamento delle super attive associazioni LGBT dell’Emilia-Romagna.

Nel presentare il vademecum per i medici emiliani la Felletti ha spiegato come esso contenga:

“buone pratiche per un atteggiamento non giudicante nel contesto operatore sanitario – paziente. (…)non si parla di un trattamento speciale ma si sottolinea la necessità di una assistenza sensibile alle differenze”.

 

L’intento – precisa sempre la Felletti – è quello di promuovere dunque

“un atteggiamento consapevole dei pregiudizi, degli errori degli stereotipi” e si pone l’attenzione, soprattutto, sull’analisi del linguaggio: dal 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l’omosessualità come variante naturale del comportamento umano, ma ancora oggi è verosimile ipotizzare casi di stigmatizzazione o vera e propria avversione da parte dei professionisti sanitari – come suggerisce il report annuale dell’UE (FRA, 2015) – né si può garantire si utilizzino sempre “termini neutri e inclusivi nei colloqui con i pazienti”.

Manuela Macario dell’organizzazione LGBT+ Circomassimo ha ricordato l’importanza del linguaggio in una visione del mondo che dà per scontato che tutte le persone siano eterosessuali, sottolineando la necessità di sensibilizzare a riguardo tutte le professioni mediche del territorio provinciale attraverso un ampio progetto di formazione.

CORSO “EDUCATIVO”

Assieme al libretto, l’iniziativa prevede infatti anche il consueto corso educativo di indottrinamento al gender promosso dal Servizio Sanitario regionale dell’Emilia-Romagna e dall’Università degli Studi di Ferrara in programma per il prossimo 17 gennaio.

Eugenio Di Ruscio, direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliero Sanitaria, ha accolto con entusiasmo il progetto, presentandolo come una doverosa “conquista civile”, affermando:

“Il rispetto delle differenze è la caratteristica di una società che si dica civile, e il quaderno suggerisce una adeguata relazione tra professionisti e i bisogni dei pazienti”

Un entusiasmo condiviso anche dall’assessore regionale alle Pari Opportunità Emma Petitti, che ha lodato il quaderno sanitario LGBT+, dichiarando: “una pubblicazione di portata innovativa che riguarda l’intera società, (…) che testimonia la forza e la capacità di una città che porta nella quotidianità un impegno trasversale contro la discriminazione”.

Discriminazione, stereotipi, differenze, pregiudizi. I vocaboli utilizzati sono sempre gli stessi così come gli obiettivi. Lo scopo evidente è quello di presentare le persone omosessuali come una minoranza perseguitata e priva di diritti al fine di “sensibilizzare” i cittadini alla “causa omosessualista”. ll vademecum per i medici emiliani, presentato come una encomiabile “conquista” del Servizio Sanitario regionale dell’Emilia-Romagna, costituisce nella realtà un pessimo servizio ai propri pazienti che si vedono proprinare giocoforza l’inconcepibile ed anti-salutare “normalità” gay.

Da:www.lanuovabq.it

 Gender: è scontro tra Coordinamento Liguria Rainbow e Regione

 In Liguria è in corso uno scontro aperto attorno al tema sempre più infuocato del gender. A dar fuoco alle polveri, questa volta, è il Coordinamento Liguria Rainbow che sembra non tollerare le crescenti spontanee iniziative di contrasto al martellante processo di omosessualizzazione della società italiana dettato dalla gender agenda globale.

Contro lo sportello antigender votato dalla Regione Liguria, il telefono antigender aperto dalla Regione Lombardia, le iniziative del sindaco di Trieste che ha vietato la diffusione nelle scuole del libro “Il gioco del rispetto”, il Coordinamento LGBT ligure ha infatti promosso un vero e proprio appello nazionale, intitolato “Per una scuola libera dalla censura. Appello per la libertà di espressione e di insegnamento, la democrazia, la laicità e il pluralismo nella scuola“, reso noto con il seguente comunicato:

«Il Coordinamento Liguria Rainbow  è al fianco delle operatrici e degli operatori del mondo della scuola colpiti dal clima minaccioso che gli autori della fantomatica ‘teoria del gender’ hanno voluto costruire: anni di esperienze professionali in tema di riconoscimento e contrasto alla violenza maschile, al bullismo, alle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, e agli stereotipi di genere rischiano di essere gettati alle ortiche perché tacciati di ‘istigazione al gender’ (una pseudo ideologia che secondo questi fanatici vorrebbe convertire i giovani all’omotransessualità). La Regione Liguria, anziché difendere le buone pratiche formative a favore dei soggetti vulnerabili in età di crescita e sviluppo, ha recentemente votato per la creazione dello sportello ‘antigender’, dando credibilità a gruppi fondamentalisti e minoritari intenzionati ad imporre nella scuola pubblica la propria visione morale sulla famiglia e sulle relazioni affettive».

SOSTEGNO ALLA REGIONE LIGURIA

I comitati locali Difendiamo i nostri figli di tutte le quattro province liguri hanno risposto alle accuse diffondendo un comunicato stampa congiunto per esprimere il loro pieno e unanime sostegno alla Regione Liguria per l’iniziativa “anti-gender” intrapresa che è possibile consultare qui.

Questo il testo dell’Appello del Coordinamento LGBT ligure:

Chiediamo al mondo della scuola, della cultura, della formazione, del lavoro e dell’associazionismo di sottoscrivere questo appello per difendere la democrazia, la laicità, la libertà di espressione e il pluralismo nella scuola, minacciati dall’istituzione dello sportello regionale “anti-gender”. Il Consiglio Regionale della Liguria ha, in data 11 novembre 2016, votato a maggioranza una mozione che impegna la Giunta Regionale a istituire uno sportello “volto ad arginare quei fenomeni di indottrinamento ideologico noti come ideologia gender”. Stando al testo della mozione, lo sportello vorrebbe raccogliere eventuali bisogni generali delle famiglie e fornire una risposta sociale, psicologica e legale, mettendo sullo stesso piano denunce legate alla diffusione della non meglio precisata “teoria del gender” nelle scuole e denunce di episodi di “razzismo o di bullismo, di droga o vandalismo”.

In primo luogo, riteniamo che la totale vaghezza della proposta contenuta nella mozione (che cosa si intende per “ideologia o teoria gender”? Chi gestirà gli sportelli? Con quali competenze?), rischi di mettere in seria discussione la libertà di espressione e d’insegnamento propria di uno Stato democratico, laico e pluralista. In assenza di una definizione esplicita, l’utilizzo dell’espressione “ideologia gender” risulta potenzialmente distorsivo, lasciando aperta la porta alla totale arbitrarietà di giudizio.

In questo modo, gli “sportelli anti-gender” diventano strumenti discrezionali di censura, creando di fatto un clima intimidatorio all’interno delle istituzioni scolastiche ed educative.

In secondo luogo, riteniamo che alle famiglie spetti il compito fondamentale di formare la persona, mentre alla scuola e a una società plurale, democratica e inclusiva spetti il compito di formare le/i future/i cittadine/i, nel rispetto delle differenze di genere, orientamento sessuale, modelli culturali, visioni del mondo e tipologie familiari di appartenenza.

Riconosciamo il valore del percorso che la scuola italiana ha realizzato negli ultimi decenni in termini di inclusione, pluralismo e confronto. Difendiamo, dunque, da qualsiasi ingerenza, la libertà di insegnamento, l’autonomia didattica e l’apertura alla società: il rispetto di questi valori ha infatti consentito alla scuola pubblica italiana di far crescere ragazze e ragazzi consapevoli e capaci di leggere e confrontarsi con la crescente complessità della società. Anziché sprecare risorse pubbliche nell’attivazione di sportelli di dubbia utilità e impregnati di ideologismi, chiediamo alla Giunta di rafforzare i servizi che già esistono sul territorio e lavorano in rete per rispondere alle diverse forme di disagio e violenza (consultori, sert, centri antiviolenza, e così via).

ALCUNE RISPOSTE ALL’APPELLO

L’appello è un vero è proprio compendio di menzogne ed ideologia. Qui ci limitiamo a replicare ad alcuni punti:

In primo luogo –  si domandano gli estensori dell’appello –  riteniamo che la totale vaghezza della proposta contenuta nella mozione (che cosa si intende per “ideologia o teoria gender”?)

Risposta: l’ideologia o teoria gender, detto in parole povere e semplici, è quel sistema di idee che intende promuovere ed instillare nei nostri giovani il concetto per il quale è necessario distinguere tra sesso e genere. Il primo è quello biologico con il quale nasciamo, il secondo è quello socio-culturale e psicologico che diventiamo in “età adulta”. Se un programma educativo, scolastico o di qualsiasi genere, si propone tali obiettivi possiamo essere certi di essere in presenza della “fantomatica” teoria o ideologia del gender.

In questo modo, gli “sportelli anti-gender” diventano strumenti discrezionali di censura, creando di fatto un clima intimidatorio all’interno delle istituzioni scolastiche ed educative

Risposta: al contrario, gli “sportelli anti-gender” sono uno strumento di informazione e di verità contro le bugie propinate ai nostri adolescenti dagli attivisti LGBT+ e dagli altri rappresentanti istituzionali asserviti al politicamente corretto. Non c’è nulla di buono nell’omosessualità! Un’educazione seria e di buon senso dovrebbe, all’opposto, mettere in guardia i giovani rispetto ai reali pericoli e rischi insiti nell’adozione del decantato stile vita omosessuale. Il clima intimidatorio lo creano i poteri e le lobby LGBT+ nei confronti di coloro che osano dissentire dalla vulgata LGBT+ come la cronaca di tutti i giorni, ahinoi, ci testimonia.

In secondo luogo, riteniamo che alle famiglie spetti il compito fondamentale di formare la persona, mentre alla scuola e a una società plurale, democratica e inclusiva spetti il compito di formare le/i future/i cittadine/i, nel rispetto delle differenze di genere, orientamento sessuale, modelli culturali, visioni del mondo e tipologie familiari di appartenenza.

Risposta: secondo tale paradossale assunto lo Stato, attraverso la scuola, deve educare “eticamente” il cittadino, esautorando la famiglia dai propri diritti. E’ evidente la prepotenza e l’assurdità di tale visione per la quale gli alunni italiani dovrebbero sottostare alla morale pubblica di Stato decisa, per di più, dalle lobby e dalle organizzazioni LGBT+.

E qual’è questa nuova morale ? è il progetto imposto dal liberalismo politico fondato sugli, ogni giorno nuovi, “diritti” che mira a trasformare radicalmente l’ordine umano. Una vera e propria rivoluzione antropologica per la quale, il Vero, il Bello e il Bene non dipendono più da criteri oggettivi e identificabili, quanto da gusti e impressioni mutevoli, meramente soggettivi. L’assioma di base di tale visione è la rigorosa neutralità filosofica volta a stabilire un asettico modus vivendi che renda possibile la convivenza simultanea di rivendicazioni opposte e confliggenti, riducendo “al massimo i rischi di scontri e collisioni“. L’approdo logico di tale visione è quello che il filosofo francese Jean-Claude Michéa definisce “la regolarizzazione in massa di tutti i comportamenti possibili e immaginabili“, al di là di ogni elementare criterio di ragione e di buon senso.

 

Rodolfo de Mattei per https://www.osservatoriogender.it/gender-scontro-coordinamento-liguria-rainbow-regione-liguria/

  In libreria: Dalla sodomia all’omosessualità.
Storia di una “normalizzazione”

 In Gender diktat (edito da Solfanelli nel 2014), Rodolfo de Mattei, responsabile del sito web osservatoriogender.it, aveva analizzato le radici ideologiche e le ricadute sociali della teoria del gender. Con il nuovo saggio Dalla sodomia all’omosessualità. Storia di una “normalizzazione” (Solfanelli, Chieti 2016, p. 168, € 13) ricostruisce invece il processo storico di “normalizzazione” dell’omosessualità.

Le continue pretese – pardon! rivendicazioni – della sparuta ma potente galassia LGBTQIA (ai “classici” invertiti gay, lesbiche, bisessuali e trans adesso si sono aggiunti queer – cioè “strani”: bestialisti, feticisti, sadomasochisti, coprofili, pedofili… – intersessuali e asessuati!), fanno sì che, a causa di un costante avvelenamento mentale che sta infettando la parte sana della società, poco alla volta, quelli che una volta erano bollati come “sodomiti” (ma le varie parlate italiane sono ricche di vocaboli più coloriti e comunemente utilizzati) siano definiti (e percepiti) come “omosessuali”, vocabolo normalizzatore che li mette sullo stesso piano degli “eterosessuali”. Probabilmente, l’utilizzo del binomio invertiti/normali ripristinerebbe la giusta gerarchia.

Invece, l’imposizione di un linguaggio politicamente corretto e la debordante presenza mediatica fa sì che il numero degli invertiti sia percepito come enormemente superiore – fino a venti volte! – alla loro effettiva presenza nella società dei normali. L’excursus storico tracciato dall’autore dimostra come questo processo di “normalizzazione”, sia il frutto di una precisa scelta ideologica e strategica attuata grazie all’impegno di intellettuali, militanti e movimenti organizzati al fine di trasformare in valore positivo ciò che la tradizione aveva sempre considerato come una delle più gravi violazioni della legge naturale e cristiana.

Nella seconda parte dell’opera, basandosi sugli studi scientifici più recenti, Rodolfo de Mattei smonta alcuni ricorrenti luoghi comuni riguardo la presunta “normalità” omosessuale, mettendone in evidenza la totale inconsistenza.

Si può guarire dall’inversione sessuale? Certo: gli studi dello scienziato genetista Neil Whitehead (1956-2012) sottolineano che «gli ex gay superano per numero gli attuali gay» e Obama, mettendo al bando le cosiddette “terapie riparative”, volte ad aiutare ragazzi ed adolescenti con problemi di identità sessuale, ha indirettamente confermato che una delle affermazioni più perentorie della propaganda omosessualista, quella secondi cui l’omosessualità non possa essere curata, è del tutto falsa.

Allora perché combattere una forma di cura? Perché, il discorso va oltre la semplice inversione sessuale: «alla radice della rivendicazione della “normalità” omosessuale vi è una assoluta esaltazione delle libertà individuali, svincolate da qualsiasi legame etico e trascendente, se infatti non esiste un criterio che trascende i soggetti, non vi sarà più un’etica, ma tante etiche quanti sono i soggetti, dunque nessuna» (p. 153). Come a dire che la mentalità liberale (in questo caso nella sua variante libertina) è alla radice di ogni male.

Infatti, sintetizza de Mattei: «La “genderfluidità” (…) rappresenta l’approdo logico e coerente di una ideologia schizofrenica che rifiuta, per principio, etichette o categorizzazioni sessuali. In questa ottica, qualsiasi schema sessuale, dall’eterosessualità all’omosessualità, viene visto come una limitante gabbia socio-culturale da cui liberarsi. (…) La promozione della “genderfluidità” da parte degli ideologi del gender costituisce, in ultima analisi, l’applicazione alla sfera sessuale della “teoria del caos”, il cui fulcro è la negazione del principio di ordine e casualità presente in ogni ambito dell’universo. Il risultato finale non può che essere la dissoluzione della sessualità, ma anche dell’individuo e della società» (p. 90).

(di Gianandrea de Antonellis per http://www.corrispondenzaromana.it/dalla-sodomia-allomosessualita-di-rodolfo-de-mattei/)

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Qual’è stato il processo storico che ha portato all’odierna “normalità” omosessuale ? Rodolfo de Mattei cerca di rispondere a tale quesito nel suo secondo libro, dopo “Gender Diktat“, edito da Edizioni Solfanelli intitolato “Dalla sodomia all’omosessualità. Storia di una normalizzazione”. Il saggio si propone di delineare alcuni passaggi chiave di quello che l’autore definisce appunto il “processo di normalizzazione” dell’omosessualità, del quale la teoria del gender è una delle due facce della stessa medaglia.

Il termine “omosessualità” – si legge sulla quarta di copertina – è stato utilizzato, a partire dalla fine del XIX secolo, per “normalizzare” quelli che fino ad allora erano identificati come “atti contro natura” o, secondo la terminologia biblica, “sodomitici”.

L’excursus storico tracciato dall’autore, dimostra come questo processo di “normalizzazione”, sia il frutto di una precisa scelta ideologica e strategica attuata grazie all’impegno di intellettuali, militanti, e movimenti organizzati, al fine di trasformare in valore positivo ciò che la tradizione aveva sempre considerato come una delle più gravi violazioni della legge naturale e cristiana.

Nella seconda parte dell’opera, basandosi sugli studi scientifici più recenti, Rodolfo de Mattei smonta alcuni ricorrenti luoghi comuni riguardo la presunta “normalità” omosessuale, mettendone in evidenza la totale inconsistenza.

Per ordinare il libro scrivere a info@osservatoriogender.it .


https://www.osservatoriogender.it/libreria-dalla-sodomia-allomosessualita-storia-normalizzazione/

Di seguito proponiamo per i lettori dell’Osservatorio Gender, il primo paragrafo del capitolo I del libro, intitolato: “Omosessualità: una invenzione moderna“.

Il processo di “normalizzazione” dell’omosessualità”

La teorizzazione dell’omosessualità, e quella della indistinzione dell’identità sessuale, costituiscono infatti due facce della stessa medaglia, condividendo i medesimi obiettivi, volti ad abbattere la legge naturale, in nome della illimitata auto-determinazione sessuale.

Se il movimento omosessuale rappresenta il volto sfrontato e duro delle rivendicazioni LGBTQIA (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, Intersex, Asexual), il movimento gender costituisce la retroguardia, il lato nascosto e, per così dire, “soft” di questo epocale processo di sovvertimento. Il primo adotta una strategia di azione schietta e “frontale”, rivendicando apertamente i propri presunti diritti, mentre il secondo opta per una tattica subdola e “trasversale”, ma non per questo meno efficace e violenta, al fine di raggiungere i propri scopi, attraverso ambigui programmi politici e profonde infiltrazioni all’interno dei più influenti organismi internazionali.

Come risultato di questa duplice manovra a tenaglia, negli ultimi tempi il processo di normalizzazione dell’omosessualità ha conquistato larghi strati dell’opinione pubblica e del sentire comune, e si fa strada l’idea secondo cui mascolinità e femminilità non sarebbero categorie date e immutabili, quanto ruoli da scegliere ed “apprendere” in famiglia e nella società in generale. Secondo i teorici dell’omosessualismo e dell’ideologia del gender, la virilità, la femminilità, la paternità, la maternità sono mere categorie socio-culturali che vengono costruite e plasmate all’interno di dinamiche famigliari e sociali.

Infatti, il processo di normalizzazione dell’omosessualità come tutti i falsi processi è costruito sull’inganno e sulle menzogne.

Tra quest’ultime, due in particolare spiccano per sedimentazione nell’indottrinata ed anestetizzata coscienza dell’odierna opinione pubblica: che gli omosessuali siano ovunque e che il comportamento omosessuale sia del tutto normale ed equivalente a quello eterosessuale. Due bugie che, nonostante fossero enormi, grazie all’influente appoggio mass-mediatico e dell’establishment “culturale” o dell’intellighenzia alla moda,, sono state in grado di attecchire nella mentalità comune, attraverso il rodato meccanismo descritto a suo tempo dal celebre pensatore cattolico Joseph de Maistre (1753-1821):

«Le bugie somigliano alle monete false: coniate da qualche malvivente sono poi spese da persone oneste, che perpetuano il crimine senza saperlo. Così la bugia, soprattutto se detta da persona autorevole o di successo, corre in tutte le direzioni  e lentamente si trasforma in verità, se non ci sottomettiamo alla fatica della verifica e della critica».

Recenti sondaggi hanno infatti dimostrato come la maggior parte degli americani pensano che gli omosessuali siano molto più numerosi di quanto effettivamente lo siano nella realtà.

Secondo “Gallup”, il noto istituto statunitense per le ricerche statistiche, la maggior parte della popolazione ritiene che il 25% della popolazione sia omosessuale, cifra che, tra i cosiddetti “millennials”, ossia i giovanissimi, coloro che sono più confusi e bombardati dalla martellante propaganda omosessualista, arriva addirittura al 30%. Numeri da far impallidire Alfred Kinsey (1894-1956), il sessuologo americano che, con i suoi tanto sbandierati quanto scientificamente inattendibili studi, si era fermato ad un “misero” 10%.

La lettura di studi seri ed onesti riporta tutt’altro. Austin Ruse, presidente dell’Istituto di ricerca statunitense, “C-FAM” (Center for Family & Human Rights), a tale proposito, in un articolo pubblicato sul quotidiano on-line “Crisis Magazine”, sottolinea come la “Ricerca Laumann”, condotta dalla University of Chicago nel 1994, ed un altro recente studio realizzato dai “Centers for Disease Control and Prevention”(CDC), delineino un quadro completamente differente.

Secondo “CDC”, importante organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti, nota infatti Austin Ruse, «vi sono 1,8 % di uomini omosessuali e 1,4 % di donne lesbiche, corrispondenti, rispettivamente a 2,1 milioni di uomini e 1,7 milioni di donne. Una cifra che è meno della metà del numero dei metodisti presenti negli Stati Uniti».

Dati analoghi sono stati rilevati nel Regno Unito nel 2014 dall’“Office for National Statistics”, che nel suo “Integrated Household Survey’’, un’indagine sull’identità sessuale che ha coinvolto 178,197 persone, ha ottenuto i seguenti risultati: il 93,5% si è dichiarato “eterosessuale”, l’1,1% ha affermato di essere “gay” o “lesbica”, un 0,4% si è detto bisessuale, mentre la frazione rimanente non ha risposto o ha detto di non avere un’opinione in proposito.

Data per acquisita la prima bugia, ossia che gli omosessuali siano “ovunque”, il secondo automatico e logico passo è stato la successiva metabolizzazione sociale dei rapporti tra persone dello stesso sesso, grazie al cambiamento e all’“evolversi” della mentalità comune, in conseguenza della sempre più frequente ed invadente “sovraesposizione omosessuale”.

Lo scrittore americano Robert R. Reilly, nel suo interessante libro Making Gay Ok, ha ben  descritto tale metamorfosi, frutto del “potere di razionalizzazione” dell’omosessualità, raccontando l’emblematica vicenda dello storico attivista gay, Franklin Kameny (1925-2011), accolto con tutti gli onori alla Casa Bianca, il 29 giugno 2009, assieme ad altri 250 leaders LGBT, e insignito di un premio speciale dal presidente Barack Obama con le seguenti parole: «Noi siamo orgogliosi di te, Frank, e ti siamo infinitamente grati per la tua leadership».

La storia personale di Kameny, noto per aver coniato il celebre ed efficace slogan “gay is good”, è un paradigma della straordinaria parabola ascendente vissuta dall’omosessualità, passata nello spazio di pochi decenni, da un comportamento immorale e illegale, giustamente censurato socialmente, alla sua completa legittimazione pubblica.

Proprio nei dintorni della Casa Bianca, precisamente all’interno di “Lafayette Park”, luogo di ritrovo per omosessuali in cerca di avventure, Kameny era stato infatti arrestato nel 1957; portato di fronte alla Corte Suprema, l’imputato si era difeso e aveva rivendicato la moralità e la normalità degli atti omosessuali, dichiarando:

«Sotto il nostro sistema, la moralità è una materia di opzione personale e credenza individuale sulle quali il cittadino americano può avere qualsiasi visione vuole e sulla quale il governo non ha, in alcun modo, né potere né autorità. Per questo, nella mia visione, l’omosessualità non solo non è immorale ma affermativamente morale».

Oggi Kameny, scomparso nel 2011, è presentato e ricordato come un “eroe” dei diritti umani e nessuno osa criticare le sue ultime esternazioni (2008) al sito statunitense “American for Truth”:

«Lasciateci avere più e migliori soddisfazioni di sempre maggiori e nuove perversioni sessuali, di qualsiasi tipo, da sempre di più adulti consenzienti […] Se la bestialità con animali consenzienti dà felicità ad alcune persone, lasciatele avere questa felicità. Questo è l’Americanismo in azione».

“Americanismo” inteso quindi come rivendicazione di uno stile di vita svincolato da qualsiasi freno o limite morale, così come espressamente dichiarato anche dall’attivista lesbica indio-americana, Urvashi Vaid: «Noi abbiamo un’agenda che prevede la creazione di una società nella quale l’omosessualità è ritenuta come salutare, naturale e normale. Per me questo è il punto più importante dell’agenda».

L’incoronazione dell’icona gay Kameny presso la Casa Bianca rappresenta dunque l’emblematica chiusura di un cerchio ideologico che, nello spazio di qualche decennio, ha portato alla completa accettazione e metabolizzazione sociale dell’omosessualità.

In realtà, sebbene individui con tendenze e inclinazioni verso persone dello stesso sesso siano sempre esistiti, la dicotomia eterosessuale/omosessuale, come la intendiamo oggi – per non parlare del poco decifrabile, e sempre più lungo e “inclusivo”, acronimo LGBTQIA – è sempre stata, nel corso della storia, qualcosa di sconosciuto e inconcepibile. L’unico comportamento sessuale accettato e considerato normale era l’eterosessualità. Tutto il resto, seppur fosse più o meno presente nella società, secondo la decadenza dei tempi, rientrava, in quanto contro natura, nelle categorie della perversione e della devianza sessuale.

La normalizzazione sociale delle unioni tra persone dello stesso sesso costituisce non solo una novità, ma un fenomeno, oltre che inedito, perfino più scandaloso dell’introduzione del divorzio e dell’aborto nella società, entrambi “accettati” nell’ordinamento legislativo, ma presentati come “soluzioni estreme”, ossia “mali minori” da tollerare ma pur sempre mali.

Al contrario, la legalizzazione dell’omosessualità viene fatta in nome della sua pretesa bontà e normalità intrinseca, trasformando dunque un male assoluto in un bene assoluto da diffondere e promuovere nella società come modello pienamente positivo.

Oltre a ciò, la gravità inedita della legittimazione dell’omosessualità, che ha il suo punto di approdo nel cosiddetto “matrimonio omosessuale”, è rappresentata dal suo carattere pubblico e permanente.

In questo senso, l’omosessualità è uno scandalo pubblico senza precedenti, proprio perché sdogana e promuove come “buoni”, comportamenti perversi che vanno contro la natura dell’uomo e che perciò possono essere legittimamente definiti “anormali”. Uno scandalo, per così dire, alla luce del sole, che si perpetua e manifesta ogni giorno attraverso legami pubblici e stabili rappresentati dalle “famiglie” same-sex. Per questo, nessuna società, nel corso di più di duemila anni di storia, ha mai legittimato o legalizzato l’unione tra persone dello stesso sesso.

(tratto da Dalla sodomia all’omosessualità. Storia di una “normalizzazione” – Rodolfo de Mattei, Solfanelli, Chieti 2016)

 Gandolfini (Family day): su Rai 3 indottrinamento gender in prima serata

Siamo sconcertati e condanniamo fermamente che in prima serata, nella fascia di maggiore ascolto, RAI 3 abbia messo in onda il programma “Stato Civile”, con un’operazione culturale a favore delle unioni omosessuali e dell’"omogenitorialità" (senza alcuno scrupolo nell’utilizzo strumentale di bambini e minori), priva di alcun contraddittorio e con il sapore di una vera e propria colonizzazione ideologica.

È a tutti ben noto quanto divisivo sia stato il percorso dell’approvazione della legge sulle unioni civili assimilate al matrimonio, imposta con due voti di fiducia, contro la volontà popolare espressa in due Family Day da milioni di persone. Questo popolo ha mantenuto la promessa e si è ricordato di chi sta lavorando contro la famiglia, dichiarando il suo NO nel recente voto referendario. U

n NO sempre e a chiunque sostiene campagne ed azioni culturali e politiche contro il diritto dei bimbi di avere mamma e papà e a chi vuole colonizzare le menti dei più giovani, equiparando l’unione gay al matrimonio, proponendo il supermercato delle tipologie di famiglie.

Il programma, pur non esplicitandola mai, è strumento di quell’ideologia gender, che rende possibile identità di genere variabili e che Papa Francesco ha definito “uno sbaglio della mente umana”. È in atto un indottrinamento ideologico indegno di uno stato democratico, con l’imposizione di una morale di stato che offende le radici storico-culturali del popolo italiano.

Chiediamo quindi ai vertici RAI, alla Commissione Vigilanza, alle forze politiche ed ai singoli parlamentari di prendere posizione e di fermare questo abuso mediatico e culturale, dando forma ad una par condicio che preveda un dibattito pubblico in cui si possa far sentire la nostra voce,
sempre ignorata ed oscurata, in sfregio ai principi democratici. Alle forze e agli uomini politici in particolare indirizziamo il nostro monito, molto concreto, al momento del voto, presto o tardi che sia: ce ne ricorderemo!
Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci ed attendiamo risposte concrete.
Roma, 27 dicembre 2016
Comitato Difendiamo i Nostri Figli

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Una petizione al link: https://www.osservatoriogender.it/stato-civile

 

Le normalizzazione LGBT arriva in prima serata sulle emittenti pubbliche italiane con il programma di Rai 3 condotto da Daria Bignardi, “Stato Civile” che andrà in onda per cinque giorni di fila, il 26, 27, 28, 29 e 30 dicembre, alle 20,05 invece che alle 23, orario in cui era stato trasmesso finora. 

L’obiettivo è quello di entrare nelle case degli italiani all’orario di punta per raccontare e spiegare la “normalità” di ogni tipo di amore, in special modo di quello omosessuale.

Una delle prime a festeggiare per l’inattesa promozione del programa, dalla seconda alla prima serata, è la stessa “madre” della legge, la senatrice Pd Monica Cirinnà che sul suo profilo “Facebook” ha così accolto la piacevole novità:

Le Unioni Civili arrivano in prima serata su Rai3:#StatoCivile. In prima visione il 26, 27, 28, 29 e 30 alle 20.05. Daria Bignardi coraggiosa!

Stato Civile, la cui prima puntata è andata in onda giovedì 3 novembre, si propone dunque di raccontare, in chiave moderna, sotto forma di docureality, le prime unioni civili celebrate in Italia, mettendone in risalto l’assoluta normalità.

Il programma, che vuole essere un inno ad ogni tipo di unione, a prescindere dal sesso dei componenti, tuttavia sceglie in maniera astuta ed accurata le storie da raccontare, presentando come regola quello che nella realtà costituisce una rarissima eccezione.

Un copione scontato, andato in onda già dalla prima puntata con la storia di Orlando e Bruno, due ultrasettantenni che guarda caso stanno insieme da 52 lunghissimi anni e che nel 2016, grazie al ddl Cirinnà, hanno finalmente hanno potuto coronare il loro sogno d’amore.

OPERAZIONE IDEOLOGICA SENZA PRECEDENTI

In questa prospettiva, il programma della Bignardi rappresenta una vera e propria operazione di indottrinamento ideologico che adotta un metodo noto della propaganda LGBT, esplicitamente teorizzato nel manuale di tattica politica del movimento omosessualista, After the Ball: How America Will Conquer Its Fear & Hatred of Gays in the 90s, pubblicato nel 1989 da Marshall Kirk e Hunter Madsen.

In After the Ball, i due omosessuali educati ad Harvard che con il loro scritto si ponevano l’obiettivo di rilanciare l’azione omosessualista negli Stati Unit, spiegarono chiaramente come la nuova strategia gay avrebbe dovuto adottare tre differenti modalità tattiche di approccio, corrispondenti ad altrettanti gruppi di persone diverse:

  1. quelli fermamente contrari all’omosessualità da isolare e silenziare;
  2. gli indecisi della “Middle America”, da desensibilizzare e convertire;
  3. e per ultimi quelli già “gay friendly”, da mobilitare per la causa omosessuale.

Per ottenere risultati occorreva agire simultaneamente su tutti e tre i fronti anche se quello decisivo, sul quale sarebbe stato determinante concentrare gli sforzi, era quello degli indecisi, definiti dagli autorigli ambivalenti scettici“.

Nei confronti di ognuno di queste gruppi venne stilato un accurato prontuario di suggerimenti e raccomandazioni, “pensato su misura”, per raggiungere i risultati prefissati.

In particolare, per il pubblico degli indecisi si legge:

 

«indebolisci l’opposizione religiosa all’omosessualità mischiando le acque. Dividi e conquista. Fai scontrare tra loro le chiese liberali e moderate con quelle conservatrici; nelle TV commerciali non tirar fuori donne mascoline, drag queen e così via. Invece presenta le persone dall’aspetto più ordinario: mostra immagini di giovani, donne di mezz’età, persone più vecchie che sono genitori o amici di omosessuali; presenta grandi personaggi storici omosessuali. (…) L’idea che l’omosessualità è associata con la grandezza scuote le credenze delle persone».

IL TARGET SONO GLI SCETTICI

Il metodo adottato dal programma lo “Stato Civile” è identico. Il target di pubblico di riferimento sono gligli ambivalenti scettici“, da incantare e conquistare attraverso una seducente trama costruita a tavolino che mostri rigorosamente solo il volto “bello” e “rassicurante” delle relazioni omosex. Non una parola su infedeltà, malattie, figli allevati senza una madre o un padre, ecc.

In tale ottica, spazio solo a relazioni lunghe e solidissime, con il chiaro intento di spiazzare e smentire il pubblico degli “ambivalenti scettici”, istintivamente, per natura, diffidente di fronte a unioni tra due donne o due uomini, ma che di fronte a “tanta normalità” creata ad arte rimane confuse e titubante finendo coll’abboccare all’abile trappola.

Alla luce di tali considerazioni, la messa in onda del programma “Stato Civile” sulle nostri reti pubbliche in prima serata, lungi dall’essere un lodevole servizio pubblico, rappresenta in realtà un’intollerabile e prepotente imposizione ideologica, volta unicamente a creare disinformazione al fine di piegare gli indecisi o “ambivalenti scetticial diktat etico contemporaneo.

 

Di Rodolfo de Mattei, per https://www.osservatoriogender.it/stato-civile-il-gender-diktat-va-in-onda-in-prima-serata-su-rai3/?refresh_cens

 Cos'è la scuola familiare

Su Genitori Channel la scuola familiare sappiamo cos'è, perché l'abbiamo scelta per i nostri figli.
Nella foto dell'articolo un gruppo di bambini della scuola familiare al museo. 

Vi racconteremo la nostra esperienza, intanto sveliamo cos'è la scuola familiare, o home schooling, se è legale, come funziona...

Scuola familiare...che cos'è?

Il termine scuola familiare e tutti i suoi sinonimi (scuola parentale, istruzione parentale, istruzione familiare, home-schooling) definiscono un tipo di apprendimento non strutturato in cui i genitori si prendono in prima persona la responsabilità dell'istruzione dei propri figli.
Istruire i propri figli è un dovere dei genitori, essi scelgono come poterlo assolvere: tramite la scuola pubblica, tramite la scuola privata (parificata e non) oppure occupandosene direttamente, con l'aiuto di persone scelte da loro stessi, in condivisione con altri genitori oppure personalmente.

Ma è legale?

Art 30 della costituzione:"E' dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.[...] "
La costituzione italiana sancisce che il dovere di istruire i figli spetta quindi ai genitori.
Pochi infatti sanno che la "scuola dell'obbligo" è un termine improprio che si riferisce all'obbligo di istruzione. I bambini hanno quindi il diritto ad essere istruiti e la responsabilità di questa istruzione ricade sui genitori che possono decidere di avvalersi o meno di strutture scolastiche per assolvere questo obbligo.
Lo stato, riconoscendo il diritto dei bambini ad essere istruiti, mette a disposizione di tutti le strutture pubbliche affinchè tutti possano accedervi e per garantire che le differenze economiche e culturali non penalizzino l'istruzione di alcuni bambini meno fortunati di altri (almeno in teoria).

Come vengono istruiti i bambini nella scuola familiare?

Vi sono molti modi di fare scuola familiare, essendo un percorso perlopiù costruito dalla famiglia sul singolo bambino. Alcune famiglie seguono molto dettagliatamente i libri e i metodi scolastici ma la maggior parte costruisce un percorso personalizzato seguendo le naturali inclinazioni del bambino, gli orari e i ritmi familiari, il luogo in cui si vive, le disponibilità economiche che possiede, ecc. ecc.
Vi sono famiglie che formano piccole scuole familiari in cui i genitori si alternano nella cura e nell'istruzione dei bambini oppure invitano degli insegnanti che insegnino specifiche materie. Altre famiglie ripongono totale fiducia nell'apprendimento naturale e scelgono di non seguire metodi didattici (il cosiddetto un-schooling).
Si dice che ci siano tanti modi di fare scuola familiare quante sono le famiglie che lo scelgono.

Ma i bambini imparano davvero?

Ormai sappiamo che il cervello impara molto di più quando viene stimolato emotivamente.
I bambini imparano molto di ciò che servirà loro nel futuro direttamente nella vita familiare o sociale e sappiamo che, quando sono incuriositi o attirati da qualcosa riescono ad apprendere molto più velocemente.
La scuola familiare dà la possibilità di mantenere intatto l'entusiasmo e la curiosità tipica dei primi anni di vita, di quando il bambino comincia a gattonare e vuole esplorare il mondo. Allo stesso modo ha la curiosità di leggere e di scrivere se si trova in un ambiente culturalmente adatto (per esempio quando viene loro letto ad alta voce fin dai primi mesi di vita).
Lo stesso discorso possiamo farlo in tutte le altre aree, la matematica sarà appresa più facilmente se il bambino si trova a doverla applicare giorno per giorno nella pratica delle sue mansioni, ricorderà meglio le caratteristiche della preistoria se potrà vedere uno scheletro di dinosauro a grandezza naturale, comprenderà l'utilità dei numeri negativi guardando il termometro, e l'utilità della varietà delle misure se dovrà pesare gli ingredienti per una torta.
In America, dove il fenomeno della scuola familiare è molto più diffuso che in Italia vi sono delle statistiche molto incoraggianti, le grandi università hanno registrato una percentuale di successo ai test di ammissione compiuti dai ragazzi home-schooler doppia rispetto ai ragazzi che hanno frequentato le strutture scolastiche.

Come posso insegnare a mio figlio se non sono una maestra?

I genitori che scelgono di istruire in famiglia i propri figli non si pongono come insegnanti nei loro confronti ma come "facilitatori" aiutando i ragazzi nella costruzione di un loro metodo di studio basato sulle loro predisposizioni che sfrutti quindi i loro "lati migliori". Sarà quindi compito del genitori stimolare i figli guidandoli nella ricerca del metodo giusto mettendo a loro disposizione strumenti e risorse che il bambino potrà, man mano che cresce, consultare autonomamente per soddisfare i suoi dubbi e la sua "sete" di apprendimento.
Il compito maggiore dei genitori non è quindi quello di trasmettere delle nozioni ma quello di stimolare e rinforzare ogni giorno questa curiosità, questa volontà di sapere, questa smania di conoscere il funzionamento dei processi.

Quali sono i vantaggi?

Al di fuori della rigida struttura scolastica si aprono possibilità molto più ampie in cui i bambini possono muoversi liberamente spaziando dalla biblioteca alla mostra, dal dizionario alla vita pratica, dal documentario al viaggio.
Ogni momento, ogni gesto potrebbe potenzialmente diventare una "scusa" per apprendere.
Il tempo, libero da vincoli, può essere utilizzato nella sua totalità, dedicando allo studio alcune produttive ore e alternando con attività pratiche che altrimenti sarebbero confinate solo ai giorni di festa.
Una delle capacità che sarà più utile ai nostri figli sarà quella di trovare soluzioni creative ai problemi che si affacceranno sulla loro strada, da quelli economici-lavorativi a quelli più pratici. Attività creative e manuali come la falegnameria, la lavorazione dell'argilla, la cura dell'orto solo per citarne alcune sviluppano proprio la parte del cervello che chiamiamo "creativa", inoltre il bambino che costruisce il proprio percorso acquisisce maggiori doti di autonomia, di problem solving, di autostima e conserva intatto l'entusiasmo e la curiosità che lo porterà a scoprire tutti i "fenomeni" della vita (la lettura, la matematica, le scienze...)

E la socializzazione?

La nostra società è ossessionata dalla "socializzazione precoce", molti bambini vengono mandati all'asilo nido perchè così possono socializzare, in realtà molti studi dimostrano come il bisogno primario del bambino nei primi 3 anni di vita sia il contatto con degli adulti di riferimento, preferibilmente i genitori. Anche quando il bambino cresce spesso è più grande la preoccupazione dei genitori del loro reale bisogno di socializzare. Molto interessante a questo proposito la lettura del libro "I vostri figli hanno bisogno di voi" che parla ampiamente dei danni dell'orientamento ai coetanei tipico della nostra cultura.
Se pensiamo a come è strutturata la scuola possiamo facilmente intuire che non sia stata pensata per l'interazione serena tra pari poichè i bambini sono suddivisi per fasce d'età e hanno solo nell'intervallo la possibilità di parlare liberamente tra loro ma in quel momento nessun adulto sta creando una situazione di socializzazione e di solito i bambini più timidi si ritraggono mentre quelli più spavaldi spadroneggiano.
I bambini che vengono istruiti a casa hanno la possibilità di trovarsi in gruppi aperti dove vi sono bambini e adulti di età diverse in  differenti contesti e dove si ha la possibilità, oltre al gioco libero, di praticare delle attività insieme, inoltre possono praticare degli sport o iscriversi ai campi estivi, frequentare dei gruppi a loro affini o semplicemente il parco giochi.

Come faccio a fare scuola familiare se devo lavorare?

Questo è uno dei problemi pratici in cui incorrono tutte le famiglie che scelgono la scuola familiare, ogni famiglia naturalmente ha trovato il suo equilibrio, alcuni hanno turni di lavoro diversi e i due genitori si alternano nella cura dei figli, altri hanno scelto lavori che permettono loro di passare molto tempo con i loro figli, altri ancora si sono organizzati in gruppi in cui gli adulti si suddividono il tempo dedicato all'istruzione. Alcune famiglie scelgono la scuola familiare proprio perchè il loro lavoro li porta in giro per il mondo.
Non esiste una formula magica per tutte le famiglie di homeschooler (così come non esiste per le famiglie che hanno scelto la scuola!), ognuno dovrà necessariamente fare i conti con le proprie risorse e i propri limiti oggettivi.

E' importante sapere che questa scelta esiste, che è legale, che è fattibile, che è valida, che sempre più famiglie vi si avvicinano per svariati motivi.

 

Da: http://www.genitorichannel.it/scuola/scuola-familiare-parentale-home-schooling.html

Per ulteriori informazioni potete consultare: http://www.alleanzaparentale.it/it/

 Il vescovo di Sulmona-Valva ultima vittima del “gender diktat”

Il gender diktat ha fatto una nuova vittima illustre. E’ ora infatti il turno del vescovo di Sulmona-Valva, don Angelo Spina, il quale si trova, suo malgrado, al centro di una furiosa polemica a causa di alcune sue dichiarazioni “politically uncorrect,” rilasciate in un’intervista apparsa sul sito web “La Fede Quotidiana”.

L’intervista “incriminata”

L’unica colpa del vescovo molisano è stata quella di aver espresso le proprie considerazioni, anche in virtù del suo ruolo di pastore della Chiesa cattolica, riguardo l’indiscutibile profonda crisi nella quale versa oggi l’istituto della famiglia.

Interrogato a tale riguardo, don Spina ha puntato il dito contro due responsabili principali:

«Direi che i problemi sono due e interagiscono. Politica e clima culturale ostile remano contro la famiglia naturale fatta da uomo e donna. Partiamo dalla politica. Penso che non le attribuisca la cura che merita. In quanto al clima culturale è negativo e spesso addirittura ostile».

In particolare, ciò che ha fatto sobbalzare i paladini del verbo LGBT sono state le sue parole di denuncia nei confronti dell’asfissiante clima culturale odierno, monopolizzato da una potente e danaruta lobby, interessata ad imporre il proprio diktat ideologico con il decisivo supporto di media e stampa compiacenti:

«Oggi il mondo è impregnato da una ideologia che spaccia per diritti quelli che in realtà sono arbitrio. La stessa politica in Italia ne ha dato prova correndo per approvare la legge sulle unioni civili che certamente non erano la priorità, ma sono figlie di potenti e ricche lobby. Io non discuto i diritti individuali, ma non è possibile accostare come è stato fatto, la famiglia naturale composta da uomo e donna aperti alla vita con altri tipi di unione. Spiacevolmente anche la stampa e i media spesso danno una pessima informazione, orientata a far credere che tutto sia lecito e permesso nel nome di una falsa libertà».

Parole evidentemente scomode e troppo “forti” per la comunità LGBT+ che non ha perso tempo a scagliarsi contro don Spina, capitanata dalla stessa parlamentare PD Monica Cirinnà, che ha subito commentato così, sulla sua pagina Facebook, le esternazioni del Vescovo:

“Giorni fa ho fatto due assemblee nella sua diocesi, sale gremite da chi vuole il rispetto dell’art. 3 Cost., è uguaglianza non libero arbitrio”.

L’onorevole Cirinnà, che si vanta di aver riempito due sale in Molise per fare propaganda riguardo la legge da lei voluta sulle “unioni civili”, farebbe bene a sapere e a raccontare anche che l’intera provincia di Campobasso detiene il primato nazionale di non aver chiesto nemmeno una unione da quando la legge è entrata in vigore.

Solidarietà dai propri fedeli

In mezzo a tale pesante clima di persecuzione mediatica, monsignor Spina ha ricevuto l’appoggio e la solidarietà dei propri fedeli della concattedrale di San Bartolomeo a Bojano dove don Angelo è popolare ed amatissimo. I cittadini del piccolo comune molisano stanno utilizzando la rete Internet per cercare di far sentire il più possibile la propria voce in difesa del loro pastore attaccato ingiustamente.

Di seguito riportiamo uno dei numerosi messaggi di sostegno apparsi in rete :

“Il Vescovo di Sulmona-Valva, mons. Angelo Spina sta subendo, in queste ore, un feroce attacco mediatico ad opera di UAAR, truppe cammellate LGBT e Cirinná solo per aver ribadito il valore della famiglia naturale e tradizionale! Sosteniamolo!”.

L’UNICA VERITA? NESSUNA VERITA’

Il vergognoso attacco che sta subendo il vescovo di Sulmona-Valva rivela ancora una volta il carattere totalitario ed intollerante dell’odierno diktat etico. La dittatura LGBT+ arriva addirittura a pretendere che le proprie folli idee siano propagate ed imposte urbi et orbi con il silenzio/assenso della stessa Chiesa cattolica.

Si assiste così ad curioso e già visto paradosso, per il quale, la Cirinnà e i sostenitori di ogni tipologia di diritto, in nome del principio di non-discriminazione, negano ai rappresentanti cattolici il diritto a professare il proprio credo religioso.

Un’evidente e macroscopica contraddizione che mette in luce come il clima culturale odierno, opportunamente condannato da don Angelo Spina, sia quello di non poter proclamare alcuna verità al di fuori dell’unica verità accettata e praticabile: il non avere nessuna verità.

 

Rodolfo de Mattei, per https://www.osservatoriogender.it/il-vescovo-di-sulmona-valva-ultima-vittima-del-gender-diktat/

Argomento: Chiesa

 La nuova "ministra" alla Pubblica Istruzione è tristemente nota a chi combatte per difendere la famiglia.
Già dal 2014 è pronto al Senato un terrificante DDL (Cfr. http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45005.htm ) che, in pratica, rende l'ideologia omosessualista la principale materia di studio.
Questa legge, assieme a quella sul cyberbullismo, che si potrebbe chiamare "La nuova Scalfarotto", potrebbero essere le nuove mosse della strategia genderista.
Occorre tornare a combattere, su tutti i fronti: solo per gli abitanti della provincia di Bologna si segnala la raccolta di firme: http://www.citizengo.org/it/39485-fermare-sponsorizzazione-del-gender-favorire-invece-famiglia 

Gender a scuola – Analizziamo il ddl Fedeli

di Giovanni Lazzaretti

 

Vale la pena di analizzare il DDL Fedeli quando l’educazione di genere sembra ormai essersi infilata di straforo nel sistema scolastico, attraverso il voto di fiducia sulla cosiddetta “Buona Scuola”? Vale certamente la pena di analizzarlo.

Esaminiamolo dando innanzitutto il titolo esatto: “Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università”.

Porta la firma di Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato; i firmatari sono in tutto 40: 35 senatori del PD, 1 dei “Conservatori, Riformisti Italiani”, 1 del PSI-Autonomie, 1 del gruppo Misto-SEL, 2 del gruppo Misto.

Rileviamo fin dal titolo che si rivolge al sistema nazionale di istruzione e alle università: quindi tutte le scuole, anche le materne, anche le scuole paritarie, anche le scuole paritarie cattoliche, anche le università dove si formano i futuri formatori. Punta alle attività e ai materiali didattici: non quindi i classici “corsi opzionali”, ma un inserimento nel cuore della formazione curriculare.

Il DDL Fedeli è costituito da una lunga premessa di presentazione e da 6 articoli.

Art. 1 – Introduzione dell’insegnamento dell’educazione di genere

Si parte nella maniera classica «per la realizzazione dei princìpi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà sociale contemporanea».

Al comma 2 si dà il primo “colpetto”: «promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza». La corporeità sessuata come superficie neutra comincia a prendere consistenza.

Art. 2 – Linee guida dell’insegnamento dell’educazione di genere

Il sesso, citato all’art.1, sparisce. La citazione infatti serviva solo a “far credere” che si parlasse dei due sessi. Da qui in poi il sesso scompare (nei titoli non compare nemmeno) e si parla solo di genere. I numeri parlano da soli: il sesso compare 3 volte nella premessa (+ altre 5 volte in connotazione negativa: “sessismo” e simili) e 2 volte negli articoli del DDL; il genere compare 30 volte nella premessa, 4 volte nei titoli, 8 volte negli articoli.

La “parità dei sessi” è quindi il cavallo di Troia per far entrare il gender nelle scuole. I richiami continui alle linee europee (12 volte è citata l’Europa nella premessa) non lasciano dubbi in proposito.

Da adesso si parla di «linee guida dell’insegnamento dell’educazione di genere che forniscano indicazioni per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, tenuto conto del livello cognitivo degli alunni, i temi dell’uguaglianza, delle pari opportunità, della piena cittadinanza delle persone, delle differenze di genere, dei ruoli non stereotipati, della soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, della violenza contro le donne basata sul genere e del diritto all’integrità personale».

Art. 3 – Formazione e aggiornamento del personale docente e scolastico

«[…] corsi di formazione obbligatoria […] per il personale docente e scolastico». Indottrinamento gender obbligatorio: le organizzazioni che fanno questo tipo di corsi sono tutte di area LGBT.

Art. 4 – Università

«Le università provvedono a inserire nella propria offerta formativa corsi di studi di genere o a potenziare i corsi di studi di genere già esistenti, anche al fine di formare le competenze per l’insegnamento dell’educazione di genere di cui all’articolo 1».

Formare i formatori è l’ovvio corollario. Chi si occupa degli “studi di genere” sono solamente gli “ideologi del gender”, e saranno i padroni dell’Università in questo campo. Se non sei ideologizzato, come puoi occuparti di questi studi, che non tengono conto delle due cose basilari del sapere, ossia la realtà osservabile e la logica?

Art. 5 – Libri di testo e materiali didattici

«A decorrere dall’anno scolastico 2015/ 2016, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado adottano libri di testo e materiali didattici corredati dall’autodichiarazione delle case editrici che attestino il rispetto delle indicazioni contenute nel codice di autoregolamentazione «Pari opportunità nei libri di testo» (POLITE)».

Anche in questo testo il genere domina e il sesso sparisce: 14 volte “genere”, 1 volta “sessi” (ma è in una frase subordinata al concetto di “identità di genere”). Cavallo di Troia è la frase “culture e competenze di ambedue i generi”.

Art. 6 – Copertura finanziaria

La copertura finanziaria non viene assicurata con nuove tasse, ma con la «riduzione complessiva dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale, di cui all’allegato C-bis del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98».

Minori detrazioni significa nuove tasse, ma i nostri parlamentari sono abili a giocare con le parole.

I cavalli di Troia e il vocabolario gender

Nel DDL Fedeli i cavalli di Troia per introdurre l’ideologia gender ci sono tutti: Pari opportunità (12 volte), Differenze (11 volte), Discriminazione (3 volte), Violenza [contro le donne] (8 volte).

Non si parla di “omofobia” per un motivo molto semplice: il DDL Fedeli lavora in sinergia col DDL Scalfarotto sulla cosiddetta omofobia. Ad esempio il DDL Fedeli non definisce la “identità di genere”, ma dà per scontata la definizione del DDL Scalfarotto: «identità di genere: la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico» (si tratta non del testo contro l’omofobia approvato alla Camera, ma di un altro disegno di legge precedentemente presentato dallo stesso Scalfarotto, ndr):

Il vocabolario gender invade tutto il DDL Fedeli: Identità di genere (7 volte), Stereotipo, e varianti (18 volte), Decostruzione (2 volte), Sessismo, e varianti (5 volte), Ruoli stereotipati, ruoli non stereotipati (3 volte).

Sì, è un DDL molto pericoloso. Introduce dall’alto un linguaggio e una cultura che nelle scuole è già largamente presente, ma solo per “osmosi” attraverso la mentalità gender che gli insegnanti, come tutti, bevono da giornali e TV. Qui invece si passa all’indottrinamento obbligatorio su linguaggi e categorie di pensiero create da una piccola minoranza ideologizzata”.

(da: http://www.notizieprovita.it/economia-e-vita/gender-a-scuola-analizziamo-il-ddl-fedeli/ )

Gender Diktat: : A Pisa sbarca Cenerentolo

 L'educazione di genere a caccia di stereotipi estinti...

di Giusy D'Amico



Dalla città di Pisa sono giunte richieste di chiarimenti su un progetto dal dubbio valore educativo, alla mail dell'Associazione Non Si Tocca La Famiglia che con una sede nel territorio, ha subito attivato l'equipe scientifica del Direttivo nazionale, presieduta dal prof. Furio Pesci docente di pedagogia nell'Università La Sapienza di Roma e dai medici pediatri Federica Dalmastri e Mariano Bonanni con la consulenza del presidente dell'Associazione Giusy D'Amico quale docente di scuola primaria.

I genitori si chiedono il perché sia stato deciso di stravolgere una fiaba dove la protagonista deve diventare un maschio e proporre ai bambini qualcosa su cui le famiglie nutrono molte perplessità.
Come Associazione in rete con molte altre realtà educative che seguono genitori famiglie e docenti, consigliamo sempre di mettersi in collegamento significativo con la scuola di riferimento, esprimere serenamente i proprie dubbi, le proprie sensibilità culturali, etiche, filosofiche e religiose, affinché la scuola prenda atto del bagaglio valoriale della famiglia e possa predisporre percorsi alternativi per rispettare il diritto al primato educativo dei genitori, soprattutto in merito a tematiche di natura etica e sensibile di cui la scuola deve tenere conto.
Dopo aver messo a disposizione ogni informazione possibile, su chi svolgerà il progetto, con quali tempi, e con strumenti didattici porterà avanti il progetto, e'necessario valutare e tener conto la possibilità di eventuali posizioni di dissenso da parte delle famiglie in ordine ai propri principi.

L'uso del Consenso Informato Preventivo riconosciuto dal MIUR nella nota n.4321 del 06/07/2015 dice a proposito del Piano Dell'Offerta Formativa (PTOF) : “ La partecipazione a tutte le attività extracurricolari, contenute nel PTOF che è per sua natura facoltativa, prevede la richiesta del Consenso dei genitori per gli studenti minorenni o degli stessi se maggiorenni che in caso di non accettazione, possono astenersi dalla frequenza”.
L'uso di tale strumento rispetta il diritto-dovere all’istruzione di cui i genitori sono i primi titolari, come riconosciuto dall’art.30 della Costituzione e dall’art.26 c.3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Pertanto per i genitori che non condividessero la proposta offerta dalla scuola, sarà opportuno da parte della stessa predisporre percorsi alternativi con quei genitori che decideranno di non avvalersi di questo o quel progetto .

La scheda didattica presentata dalla scuola che propone l'iniziativa di drammatizzazione della fiaba Cenerentolo dice:

- Perché gli eroi delle fiabe sono sempre maschi?
- Perché arriva sempre un principe azzurro a salvare la situazione e non una principessa azzurra?
- Perché infine una Cenerentola e non un Cenerentolo?

Da qui parte il tentativo di dare una interpretazione rovesciata della famosa fiaba di Perrault, in cui i ruoli di ogni personaggio ruotano attorno al rovescio del personaggio principale, Cenerentola, appunto.

- E quando Cenerentolo, un maschio, spazza i pavimenti oppure lava i piatti o rifà i letti come una femmina, come lo considerano le sorellastre? Cosa gli dicono? Come lo prenderanno in giro?
E quando al posto del principe troveremo una principessa? Cosa accadrà?-

Si dice in questa presentazione che in quasi tutti i grandi classici della letteratura infantile, le qualità “positive” sono più spesso attribuite agli uomini e ai ragazzi , mentre le bambine vengono private di modelli attivi e autonomi.
Sembra allo stesso tempo che anche il territorio dei ragazzi si riduce, limitandoli nell’espressione dell’affettività, della sensibilità estetica e delle capacità manuali, spingendoli a conformarsi ad un’immagine culturalmente povera della virilità.
L'amore trionferà tra una principessa azzurra e un giovane povero senza titolo che magari prenderà un giorno il cognome della moglie .

Ora premesso che la concezione maschio centrica della società da cui tenta di allontanarsi l'autore della nuova fiaba capovolta, e' una società che non ragiona più in questi termini, visto che le donne ormai nella quasi totalità lavorano, sono emancipate e realizzate, si sposano molto tardi o non si sposano affatto, spesso sono anche donne separate e quindi ancora più indipendenti, non si capisce bene per quale motivo stravolgere una fiaba su cui al limite sarebbe stato opportuno lavorare in ordine alla parte su cui insiste la storia presentando la condizione di serva della ragazza.
Posizione non voluta ovviamente dal principe che desidererà per lei ogni bene ma costruita da persone malvagie e gelose, come afferma la dottoressa Federica Dalmastri, medico pediatra dell'equipe scientifica dell'Associazione Non Si tocca La Famiglia, che rappresentano l'incarnazione del male( tipo il lupo di Cappuccetto rosso) per questo Cenerentola non e' affatto una fiaba sessista, non vi e' schiavitù ad opera di un maschio- padrone . Nel testo originale altresì Cenerentola incarna i sogni di ogni bambina di incontrare il principe azzurro che la ama e la rispetta. L'intento del progetto e in realtà quello di ridicolizzare e sminuire a prescindere la figura maschile e il tutto è mosso da un'ideologia cieca che esula dal contesto e dalla morale della fiaba.

Sarebbe dunque significativo, pedagogicamente rispettoso, conservare i tratti reali e fantastici del sogno di ogni adolescente, donna e di ogni uomo che ad un certo punto desiderano o incontrano per caso l'amore e magari concentrarsi su aspetti educativi più mirati per migliorare la riflessione sulla dignità della persona, sia in ordine al genere femminile che a quello maschile.

Avrebbe avuto senso ad esempio, nella logica della fiaba capovolta, dove Gianni Rodari e' illustre maestro, pensare ad aggiungere episodi curiosi o di riflessione ulteriore di aspetti reali o fantastici che in genere condiscono le fiabe di tutti i tempi..ad esempio immaginando il principe azzurro che da nobile diviene un semplice maestro di scuola, e che si incarica di insegnare che le fanciulle come cenerentola ridotte in schiavitù da matrigne e sorellastre cattive, debbano essere rispettate e valorizzate in ogni modo, magari raccontando fiabe buffe o storie vere sul loro vero genio creativo, esaltando le capacita' organizzative ( e chi più di una donna ha il senso e la misura di come si conduce un bilancio, una gestione, in famiglia come in azienda?) per le loro doti spiccate alla relazione che non dipendono da ruoli culturali assunti nel tempo, ne' perche' la cultura lo ha imposto, ma per il solo fatto che le donne hanno un cervello sessuato come gli uomini e quindi i loro comportamenti sono direttamente proporzionali alle caratteristiche biologiche che li contraddistinguono.
Maschi e femmine sono diversi e lo sono biologicamente , questa e' la diversità che li rende ricchi, affascinanti, carichi di quel quid che da illo tempore genera alla vita tanti esseri umani.
L'educazione alla parità dei sessi e' doverosa sul piano dei diritti, delle opportunità e della dignità, ma non può azzerare le caratteristiche fondanti che rendono maschi e femmine differenti e per questo irresistibilmente attraenti, e' necessario riconoscere che quella parità deve rimanere il segno distintivo di una unicità che rischia di essere messa in discussione da percorsi educativi come quello proposto a Pisa.

Instillare nei bambini un dubbio esistenziale su cosa sia essere maschi e femmine e sul come si possa interscambiare la propria identità sessuata con quella del sesso opposto non e' pedagogicamente corretto.
Il bambino ha un mondo simbolico cui fa riferimento nella sua vita reale, dove la mamma e il papa sono due persone distinte come il nonno e la nonna, lo zia e lo zio, le cuginette e i cuginetti, la maestra e il maestro etc...
Le fiabe rendiamole buffe e divertenti, gioiose o impegnate nella riflessione, ma lasciamo che i bambini abbiano le idee chiare sugli unici dati a loro disposizione, e cioè che nascono come maschi e come femmine e vengono generati dall'unione di un maschio e di una femmina.

La dott.ssa Emanuela Ruggeri biologa e componente dell'equipe scientifica dell'Associazione Non Si Tocca La Famiglia concludendo le analisi del team afferma, che le differenze tra uomini e donne affondano le loro radici nella sessualizzazione del cervello, che ha luogo prima della nascita dei bambini, e si riflettono nei comportamenti di maschi e femmine in maniera estremamente evidente.Gli stessi pur subendo influssi culturali legati ai secoli, permangono all'interno di quadro di differenze strutturali che si evincono nelle epoche di ogni tempo.

da: http://www.nonsitoccalafamiglia.org/news/148-a-pisa-sbarca-cenerentolo-01-dicembre-2016.html

 Stanno facendo discutere le modifiche alla proposta di legge volta inizialmente a contrastare il solo cyberbullismo, già approvata al Senato e in questi giorni in votazione alla Camera (l’esame riprenderà martedì 20), dove le Commissioni hanno ampliato il ddl originario fino a ricomprendere il contrasto a ogni forma di bullismo. 

Mentre il primo testo prevedeva una tutela specifica per i minorenni, la nuova versione riguarda anche gli atti di bullismo commessi contro gli adulti, con un inasprimento delle sanzioni e l’introduzione del cyberbullismo tra le aggravanti nell’articolo 612 bis del codice penale: la pena prevista va da uno a sei anni di reclusione. Le opposizioni - Movimento 5 Stelle in testa - hanno rimarcato il fatto che le norme a tutela degli adulti esistono già e che il ddl, così formulato, rappresenta un pericolo per il libero pensiero, specialmente online.

C’è, però, un aspetto del nuovo testo che non è emerso nel dibattito svoltosi fin qui alla Camera e che rischia di far rientrare dalla finestra quelle limitazioni alla libertà d’espressione che i parlamentari più vicini all’associazionismo Lgbt hanno tentato di far passare, finora senza riuscirvi, attraverso il ddl sull’omofobia, arenatosi a Palazzo Madama e che ha come primo firmatario l’esponente del Pd Ivan Scalfarotto.

L’articolo 1, riscritto ed emendato, contiene infatti uno specifico richiamo all’orientamento sessuale e una definizione così vasta di bullismo (definito come «l’aggressione o la molestia reiterate, da parte di una singola persona o di un gruppo di persone, a danno di una o più vittime, idonee a provocare in esse sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione, attraverso atti o comportamenti vessatori, pressioni o violenze fisiche o psicologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni, per ragioni di etnia, lingua, religione, orientamento sessuale, aspetto fisico, disabilità o altre condizioni personali e sociali della vittima») da poter condizionare la libertà d’espressione di chi difende la famiglia naturale e afferma che l’omosessualità non è innata.

C’è quindi il rischio che si usi un intento buono, come quello di dare una maggiore protezione ai soggetti più deboli, per cercare di zittire - attraverso un testo vago, la cui interpretazione potrà cambiare da giudice a giudice - chiunque si oppone a una visione ideologica della natura umana, che verrebbe promossa tra l’altro nelle scuole di ogni ordine e grado. La Nuova BQ ne ha parlato con l’avvocato Giancarlo Cerrelli, esperto di diritto della famiglia e dei minori.

Avvocato Cerrelli, condivide le modifiche fatte al testo sul cyberbullismo che adesso include anche il bullismo e non si rivolge più specificamente ai soli minori?

Le modifiche fatte alla Camera, che comunque dovranno essere rivotate dal Senato, allargano i destinatari del provvedimento, che a me in generale sembra confuso e confusionario. Nel nuovo testo si prevedono anche gli adulti tra i soggetti da tutelare e, tra le righe dell’articolo 1, si configura un pericolo per la libertà di pensiero.

Perché?

Perché, di fatto, in questo articolo c’è di tutto. Già esistono delle norme, come quelle sullo stalking e altri reati, che tutelano riguardo a percosse, lesioni, violenze private, furti e danneggiamenti, per cui risulta ridondante riscrivere gli stessi concetti in un’altra legge. Poi, ritengo pericoloso che nell’articolo si faccia rientrare l’orientamento sessuale, perché questa espressione viene ormai usata per legittimare varie circostanze: qualche giudice potrebbe considerare lesive, e dunque espressive di una forma di bullismo, le idee di chi ritiene che una persona con tendenze omosessuali non possa sposarsi e adottare e, in modo rocambolesco, giudicarle come omofobe.

Questo testo fa quindi riemergere le preoccupazioni avanzate riguardo al ddl sull’omofobia, che al momento è fermo al Senato.

Sì, esatto. Ora, è chiaro che bisogna contrastare il bullismo e il cyberbullismo, però a me sembra che questi provvedimenti legislativi vengano promossi per portare avanti una sorta di rieducazione degli studenti. Questa idea di “rieducare” compare tre volte nel testo, con la previsione di progetti rivolti agli artefici di atti di bullismo. Ribadendo che ogni vessazione va appunto contrastata, mi chiedo: nel caso dell’orientamento sessuale, verso che cosa sarà diretta questa rieducazione? Anche verso una base di idee afferenti alla natura e al diritto naturale? Spero di no. Il punto è che oggi, per mezzo di campagne dai titoli nobili - come il contrasto al bullismo e al femminicidio, la promozione dell’educazione sessuale, i corsi di educazione alla legalità e alla cittadinanza -, nelle scuole si riescono a insinuare associazioni (il cui coinvolgimento è previsto anche da questo provvedimento) che poi promuovono una visione distorta della natura umana. Di solito, alcune associazioni, tra cui anche quelle Lgbt, sono molte attrezzate e godono di finanziamenti, nonché di buone entrature per la promozione di progetti scolastici, che non sono certo realizzati gratuitamente.

Insomma, combattere il bullismo sì, ma senza imporre le ideologie oggi più di moda

Certo. Io penso che queste problematiche siano figlie in gran parte della rivoluzione culturale e del costume del ‘68: non che prima non ci fosse il bullismo, ma ora i genitori hanno perso l’autorevolezza di un tempo, il concetto di potestà è venuto a cadere. Oggi ci sono sempre più famiglie che non hanno più punti di riferimento valoriali, abbiamo soprattutto genitori amici, che hanno trasformato la famiglia in un luogo di relazioni simmetriche: in particolare, il padre - anche a causa della ridefinizione dell’istituzione familiare, propiziata dagli Anni ’70 del secolo scorso da potenti forze culturali e politiche, e recepita dal diritto - è sempre meno un modello forte e questo ha inevitabilmente delle conseguenze anche riguardo al conflitto interiore degli adolescenti. Poi, questo cambiamento del ruolo dei genitori si riflette pure sulle responsabilità dell’insegnante.

In che senso?

Perché molti docenti hanno abdicato al loro ruolo educativo. E questa problematica potrebbe essere dovuta in parte anche alla distorta relazione tra la famiglia e la scuola; pensiamo per esempio a quei genitori che anziché vigilare sul corretto svolgimento della funzione formativa arrivano a sindacare il comportamento in classe dell’insegnante. Si è persa di vista l’importanza dell’autorità. Prima ci si fidava molto di più dei maestri, mentre oggi sono crescenti pure quei fenomeni di bullismo degli studenti verso gli insegnanti, perché i ragazzi sentono di avere le spalle coperte dai genitori.

Alla luce di questo contesto socioculturale e del modo in cui è stato scritto il provvedimento, c’è il rischio che arrivino troppe richieste di intervento al Garante della privacy che dovrà verificare la rimozione dei contenuti online considerati offensivi?

Beh, questo ddl estende notevolmente i comportamenti pregiudizievoli, minando appunto la libertà di pensiero: se passa il testo così com’è, determinate pagine e dichiarazioni potrebbero essere soggette a oscuramento, anche senza essere offensive. Qui stiamo assistendo a una dittatura del pensiero unico e credo che tutte queste leggi che apparentemente servono a salvaguardare dei minori e dei soggetti deboli celano sottotraccia il vero motivo, che è quello di propiziare una nuova antropologia che diventi la base per la costruzione di un nuovo ordine mondiale, non più fondato sulla legge morale naturale, ma sul desiderio, sull’emozione e, soprattutto, sull’autodeterminazione. Ben venga l’attenzione contro la violenza e contro gli abusi, ma è chiaro che ci troviamo nel mezzo di una battaglia culturale e, guarda caso, tra i firmatari della legge approvata al Senato ci sono la Cirinnà, la Fedeli, Lo Giudice e altri ancora che sono l’ala marciante di questo processo rivoluzionario del costume. È vero che il testo è stato modificato in negativo alla Camera, ma anche qui i parlamentari che lo promuovono sono sempre gli stessi. Usano tutti i mezzi, tra cui le leggi che possiamo dire “commestibili”: chi infatti può dirsi contrario a interventi presentati come preventivi rispetto a bullismo e femminicidio?.

Ricordiamo che dopo l’approvazione della legge Cirinnà, proprio il senatore Lo Giudice è stato il primo firmatario di un ddl che, se passasse, limiterebbe la libertà professionale di tutti quegli psicologi, psichiatri, educatori e professionisti vari che aiutano i minori a disagio con la loro tendenza omosessuale.

Certo, è tutto collegato, sono tasselli di un unico progetto di potenti lobby, che puntano a rieducare il popolo, cominciando dai giovani.

 

di Ermes Dovio, per La NBQ 20/9/2016: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-nella-lotta-al-bullismo-rispunta-il-reato-di-omofobia-17450.htm

 Grazie al Governo Renzi la famiglia è stata ripetutamente colpita dal punto di vista legislativo. Anche le amministrazioni comunali e regionali del Partito Democratico, sostenuto dal NCD di Alfano, colpiscono il contesto socio-culturale attuale, dove il gender, se non entra dalla porta, prova a intrufolarsi dalla finestra. 

Gender-follia? Arriva “LegGendeR metropolitane” di Renzo Puccetti

Con oggi, 15 settembre, il gender torna in libreria nella penna del medico e bioeticista – collaboratore di ProVita – Renzo Puccetti, che ha dato alle stampe “LegGender metropolitane“. Un testo denso, rigoroso, che lascia poco spazio ai pensieri e si ancora molto sui dati oggettivi e scientifici, a dispetto dello stile di scrittura accessibile a tutti.

LegGender metropolitane” è dunque un libro tutto da leggere, soprattutto nel contesto socio-culturale attuale dove il gender, se non entra dalla porta, prova a intrufolarsi dalla finestra. Ma è da leggere anche rispetto a tutti gli altri temi che vengono trattati dall’Autore: l’omosessualità, il matrimonio gay, l’omofobia, la famiglia, il bisogno dei bambini ad avere una mamma e un papà…

 

ProVita ha intervistato il dottor Puccetti. 

Partiamo da una domanda semplice e complicata nello stesso tempo: perché hai scritto questo libro e a quale pubblico intendi rivolgerti? 

Se volessimo usare una sola parola direi “soffocamento”. Gli Stati Uniti sono la nazione che anticipa tendenze e processi che poi vediamo anche da noi qualche anno dopo. In USA è in atto una vera e propria caccia alle streghe da parte degli LGBTQ e dei loro alleati. Ogni manifestazione di dissenso ai loro dogmi, ogni atto coerente con la legge naturale e persino il semplice buon senso è tacciato di omofobia, bigottismo, intolleranza, fondamentalismo. Persino esercitare l’educazione sui figli non sfugge alle maglie del maccartismo arcobaleno. Quello che è successo al meeting di Rimini lo scorso anno a padre Carbone e a me e la censura subita dall casa editrice dell’Ordine dei Domenicani è solo un assaggio della tempesta che si sta preparando. A chi intende impegnarsi nella resistenza ho voluto fornire un “arsenale” argomentativo che comunque potesse essere facilmente fruibile anche da tutti coloro che, pur non essendosi mai occupati di queste questioni, vogliono avere un quadro non preconfezionato e coincidente con la narrazione organizzata dagli architetti del pensiero unico lobotomizzato; queste persone intellettualmente libere e curiose in America li chiamano i cercatori del vero.

Parliamo di gender, ideologia che sostiene che il sesso biologico sia irrilevante e che è totalmente sbilanciata sul dato culturale. Su quali basi scientifiche questa teoria è infondata?

Che la cultura eserciti un ruolo rilevante nella distinzione tra comportamenti maschili e femminili è un dato di fatto che nessuno si contesta, nessuno scienziato è un puro determinista biologico. Tuttavia la teoria gender, ormai convertitasi in ideologia, postula ciò che è smentito da una montagna di evidenze scientifiche: il comportamento umano è indifferente al sesso genetico, ogni differenza tra attitudini e comportamenti maschili e femminili è una mera costruzione sociale. In realtà il nostro cervello è zeppo di recettori per gli ormoni sessuali che non si sa bene cosa ci starebbero a fare se gli stessi ormoni non servissero a nulla, sappiamo che il cervello maschile mostra differenze anatomiche da quello femminile e funziona in maniera differente. Sappiamo che esiste in ogni cervello un mosaicismo, cioè tratti maschili e femminili, che però non annullano le differenze. Sappiamo che alcuni comportamenti si sono dimostrati differenti in base al sesso già dal primo giorno di vita. Le differenze comportamentali al gioco sono state rinvenute nelle scimmie e sfido chiunque a dimostrare che sia stata una scimmia istruttrice ad insegnare alle femmine del gruppo a giocare con le bambole e ai maschi con le automobiline.

Dal gender agli stereotipi di genere il passo è breve. Spesso questi vengono concepiti nella loro totalità come negativi, eppure – se si analizza la questione con onestà intellettuale – alcuni stereotipi hanno la funzione positiva di semplificare la realtà, rispondono a dati oggettivi e sono da legare al fatto che perfino il nostro cervello è sessuato. È corretto?

È proprio così. Vedere da lontano una persona con la gonna o il rossetto aiuta a capire che si tratta di una donna senza bisogno di chiedere di mostrare i genitali. Una delle prime funzioni degli stereotipi è quella di organizzare una risposta allo stimolo che abbia la maggiore probabilità di essere appropriata. È vero che in Scozia gli uomini portano il gonnellino, tuttavia in ogni cultura di ogni tempo è sempre esistita una differenziazione tra abiti maschili e femminili. Che maschi e femmine abbiano attitudini differenti è un dato di fatto, così come è un dato di fatto che vi siano uomini con attitudini femminili e viceversa, tuttavia l’ideologia gender vuole costringere sin da piccoli i bambini a non avere attitudini dietro il mito della neutralità.

Arriviamo ora a parlare di omosessualità: dal 1974 questa tendenza non rientra più nel DSM-III quale disturbo mentale. Ma gay “si è”, oppure “si fa”? 

Non è possibile ad oggi dare una risposta. Come il professor Gonzalo Miranda una volta mi ha detto, l’attrazione erotica per le persone dello stesso sesso è una condizione misteriosa. I dati accumulati nei decenni sembrano indicare che a livello di popolazione coesistano le due componenti, mentre a livello della singola persona la quota innata e acquisita possono assumere vari livelli reciproci di rilevanza. È importante avere presente però un dato: essere non è una condanna divina a dovere essere. L’essere umano non si riduce alla propria materia, è dotato di ragione, volontà e libertà e dunque non si identifica né con le proprie azioni, né con la propria biologia. Se così non fosse non potremmo domandare all’obeso, il cui peso è tale a causa della propria genetica, di cambiare la propria alimentazione.

Non discriminare, non fare differenze: questo è quello che nel suo libro definisce «il centro della cipolla»… e che ovviamente non vale per le persone cattoliche ed eterosessuali che, nel rispetto della loro fede, non si rendono per esempio collaboratori del matrimonio gay.

Sì, è per primo padre Giorgio Maria Carbone ad avere richiamato alla mia attenzione l’omologazione, la negazione di ogni differenza quale nucleo delle istanze LGBTQ: nessuna differenza nei comportamenti sessuali, nessuna differenza tra crescere col padre e la madre o due persone dello stesso sesso, nessuna differenza tra essere maschio o femmina. Si tratta una delle tante espressioni di quel relativismo che il filosofo Francis Beckwith ha paragonato ad avere i piedi ben piantati in mezzo all’aria. Pensiamo alla procreazione: nessuna differenza tra regolazione naturale della fertilità, contraccezione, aborto e fecondazione artificiale, o pensiamo al fine vita: nessuna differenza tra ri-animazione e de-animazione eutanasica. L’unico ad essere considerato il mostro minaccioso è colui che osa affermare che una determinata azione è male e vuole vivere coerentemente con questo giudizio. Quando questa ideologia diventa legge dello Stato quello che si viene a creare è una discriminazione religiosa: lo Stato relativista sancisce quale “religio licita”, solo quelle fedi religiose che accolgono i suoi dogmi secolaristi. Il cristianesimo torna ad essere in questo modo “religio illicita“. La commissione statunitense per i diritti civili ha appena redatto un’enciclica che anatemizza il cristianesimo. Il capo della commissione ha scritto: «L’espressione “libertà religiosa” non significa altro se non ipocrisia fintanto che resta un codice per la discriminazione, l’intolleranza, il razzismo, il sessismo, l’omofobia, l’islamofobia, la supremazia cristiana, o qualsiasi forma d’intolleranza». Il candidato alla vicepresidenza della Clinton, formalmente cattolico, ha preconizzato che la Chiesa finirà per accettare le nozze gay. Beh, a sentire certi prelati la cosa parrebbe già fatta.

«Love is love»: questo motivetto viene ripetuto oramai in continuazione, secondo diverse declinazioni. Ma per fondare una famiglia non basta l’amore – che peraltro è un fattore non verificabile oggettivamente dallo Stato -, altrimenti troverebbero legittimazione la poligamia, l’incesto e altre aberrazioni simili…

Hai colto nel segno. La senatrice Cirinnà che è stata relatrice della legge al Senato, ha dichiarato di avere voluto rappresentare «l’immensa varietà di forme che l’amore e la famiglia possono avere». Stranamente in ogni Paese l’orgasmo intellettuale e legislativo volto a superare i confini del matrimonio si è però interrotto quasi subito. Ha impedito l’amore filiale, fraterno, paterno e materno, ha escluso il poliamore, l’amore intergenerazionale e quello trans-umano. Dell’immensa varietà di amori ha protetto con l’istituto giuridico delle unioni gay soltanto lo stereotipo amoroso omosessuale. Dunque delle due l’una: o quel principio di uguaglianza che è stato invocato come ispiratore della norma sarà fatto valere davvero per ogni forma di amore soggettivamente percepito come tale, oppure le unioni omosessuali saranno la prova che esiste un amore privilegiato per ragioni razionalmente incomprensibili.

Un’ultima domanda: ai bambini servono ancora una mamma e un papà, o i tempi sono cambiati?

Quello che è un dato intuitivo ed esperienzale è confermato sia dalla ricerca della psicologia evolutiva, sia dalla letteratura empirica sociologica. Se tu giorno dopo giorno metti da parte rifiuti e solo ogni tanto metti da parte una moneta, dopo un po’ avrai un *censura*ulo d’immondizia da una parte e un gruzzolo di monete dall’altra, ma l’immondizia non si trasformerà mai in monete e coprire l’immondizia con uno strato di monete non ti farà essere padrone di un tesoro. Allo stesso modo mettere insieme studi di pessima qualità formerà soltanto una catasta di ciarpame pseudoscientifico, ma non sarà mai una prova scientifica. Per quanto due persone dello stesso sesso possano accudire con zelo un bambino, gioco forza almeno uno dei due non avrà alcun legame genetico con il piccolo e altrettanto gioco forza nessuno potrà donargli il tesoro educativo racchiuso nello scrigno della complementarietà sessuale. Puoi circondare quel bambino di nonne e di zie, ma nessuna di queste potrà essere una madre. Sappiamo che l’essere umano ha una scorta di resilienza, ma non è una buona pratica confidare su di essa in maniera volontaria; gli sforzi compensatori non è detto che siano efficaci e comunque per riempire un vuoto c’è bisogno di togliere terreno da un’altra parte. La ricerca di migliore qualità attesta in parte maggioritaria che quando in casa non c’è il papà o la mamma i problemi tendono a crescere.

Grazie mille e in bocca al lupo!

Fonte: Notizie ProVita

 L’ideologia gender è contro l’uomo

La teoria gender si propone come passaggio dalla dualità sessuale (l’essere uomo maschio o femmina) al concetto di “genere”, termine aperto che abbandona la bipolarità sessuale degli esseri umani proponendo cinque generi: maschile, femminile, ermafrodita, omosessuale, transessuale. I sostenitori di questa teoria sostengono che le differenze tra uomo e donna siano il prodotto di culture e di epoche determinate, e che sia l’ambiente socio-culturale ad assegnare alle persone la loro identità sessuale.

La teoria gender sostiene infatti che l’identità sessuale della persona non è un dato naturale stabile e biologicamente determinato. Decide di non parlare di “sesso”, maschile e femminile, ma di genere, imponendolo come dato mutevole, come ruolo sociale fluido, dipendente dalla cultura, dalla società, ma ancor più dalla propria scelta individuale e dalla propria sensibilità. La femminilità e la mascolinità non sarebbero altro che costruzioni culturali indotte. Non ci sono le donne e gli uomini, esistono solo delle identità neutre che possono decidere, anche più volte nel corso della vita, l’identità sessuale da assumere.

Perché questa violenza contro la natura umana, contro la propria natura?

Le radici di questa battaglia e della teoria gender si trovano in un femminismo radicale, come anche in altre correnti politiche e filosofiche, che accusano la dualità antropologica umana -l’essere uomo e donna- d’esser la causa e l’origine dell’infelicità umana: bisognerebbe liberarsi di tutte le differenze, quindi anche quelle tra uomo e donna, per stabilire un’autentica uguaglianza tra gli esseri umani ed esser così liberi e felici.

Nasce l’idea dell’uguaglianza e di una libertà modellate sul corpo maschile, cioè su un corpo che non genera. Si tratta di una svalorizzazione o addirittura di una negazione della differenza sessuale, per assumere come oggetto del desiderio il ruolo pubblico dell’uomo, e come scopo politico l’assoluta parità sessuale e l’emancipazione.

Spiega la storica Lucetta Scaraffia: “La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea che l’uguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa fra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta uguaglianza- e quindi possibilità di felicità- a tutti gli esseri umani”.

L’ideologia gender nasce per tradurre operativamente questo pensiero: l’uguaglianza dei generi maschile e femminile.

Non la parità dei sessi, non la pari dignità di tutti gli uomini, bensì l’appiattimento e la cancellazione delle differenze naturali!

Le paladine del gender danno vita quindi ad un’agenda politica mirata a radicali mutamenti nella struttura della parentela, ai dibattiti sul “matrimonio” gay, alle condizioni per l’adozione e all’accesso alla tecnologia riproduttiva; si unisce così l’utopia della totale uguaglianza all’attraente possibilità di vivere secondo una scelta individuale senza limiti. Tanto che l’ultima frontiera sarà il genderQueer, ovvero la rivendicazione della libertà di non identificarsi con alcun genere o con più generi contemporaneamente o successivamente.

Si vuole una rivoluzione dell’ essere umano! Si vuole lo stravolgimento del suo rapporto con la propria stessa natura! Chi può credere che questo rifiuto di sé apra alla felicità?

E difatti l’azione dei teorici del gender non è condotta alla luce del sole, come dichiara Dale O’leary, medico, giornalista, scrittrice e ricercatrice in quest’ambito: “L’Agenda di Genere si muove tra le comunità non come un grande veliero, ma come un sottomarino determinato a rivelare il meno possibile di se stesso”. Quando Dale O’leary assistette alle Conferenze internazionali dell’ONU del Cairo nel 1994 e di Pechino nel 1995, scrisse: “L’ONU è popolato da persone che credono che il mondo abbia bisogno di meno gente; più piacere sessuale; l’eliminazione delle differenze tra uomo e donna; niente madri a tempo pieno. Per coloro che vedono il mondo in questa prospettiva, la conferenza di Pechino è stato un successo clamoroso. A Pechino si sono convinti di aver ricevuto il mandato di imporre la loro agenda a ogni famiglia nel mondo. Non sono abbastanza pazzi, tuttavia, da credere di poter vendere questa agenda alla gente comune. Pertanto l’Agenda di Genere viene proposta dentro un pacco farcito di retorica sull’uguaglianza e sui diritti, in cui si parla anche di famiglie, di salute e di giustizia

Tutto questo si sta realizzando sotto i nostri occhi!

Si vuole il superamento dell’“eterosessualità obbligata” per la creazione di un uomo nuovo, cui va riconosciuta la libertà di scegliere tutto di se stesso, la libertà di dare sfogo alla propria identità sessuale, alla propria libido e desideri egoisti, indipendentemente dalla sua natura, dalla sua sessualità biologicamente definita. E se la doppia sessualità viene abbandonata quale parametro ontologico dell’uomo, allora qualsiasi deviazione sessuale rispetto all’eterosessualità va intesa come normale: al momento si parla ancora di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, ma una volta normalizzate queste deviazioni si presenteranno altri scenari, e saremo costretti ad accettare pedofilia e poligamia.

Si tratta di mera ideologia: l’uomo non può essere svilito a tal punto.

La sessualità non può essere considerata un accidente, qualcosa che è aggiunto all’identità della persona, bensì è fondante l’identità della persona stessa.

Noi non nasciamo persona per poi assumere una sessualità, ma noi siamo maschi o femmina dal momento del concepimento: dal punto di vista genetico sin dal concepimento tutte le cellule dell’uomo, che contengono i cromosomi xy, sono differenti da quelle della donna, che contengono tutte i cromosomi xx. Il sesso genetico comporta tutta una serie di modificazioni a livello gonadico, fenotipico e anatomico, che fa sì che ogni singola cellula del corpo umano sia o maschile o femminile.

E’ quindi possibile affermare su basi empiriche e scientifiche che la differenza sessuale esiste in natura, e che non è frutto di una fittizia e arbitraria costruzione culturale. Sono proprio le differenze sessuali presenti negli individui che ci permettono di distinguere la realtà femminile da quella maschile. La dualità tra i sessi è un dato naturale. Ed è uno dei dati fondamentali dell’essere umano, nessuna corrente egualitaria potrà misconoscerlo. La dualità sessuale è il modo specifico dell’uomo di vivere nel mondo e di rapportarsi agli altri: secondo la propria mascolinità o la propria femminilità.

La dualità sessuale, contrariamente a quanto propinato dall’ideologia gender, non contraddice affatto la parità fondamentale tra i due sessi. Infatti uomo e donna hanno in comune la stessa natura umana: la dualità uomo-donna è una completa parità, se si tratta della dignità umana, ed una meravigliosa complementarietà se si tratta delle proprietà e dei compiti legati alla mascolinità e alla femminilità dell’essere umano.

Neanche le differenze psicologiche si possono annullare o attribuire completamente agli influssi socio-culturali. Non è la cultura che da sola costituisce la differente psicologia uomo-donna. La cultura può certamente accentuare certi ruoli, rafforzare alcuni stereotipi e indurre certi pregiudizi, ma non può creare la psicologia maschile e femminile.

Nemmeno nel caso di quei caratteri della mascolinità e femminilità dipendenti da una forma culturale si può dire che essi siano privi di valore. Tutte le culture hanno una divisione dei ruoli e di compiti, funzionale e necessaria. Quello che è non desiderabile non è la complementarietà dell’uno verso l’altro, ne’ l’alterità, bensì l’imposizione di una presunta superiorità di uno sull’altro, ingiustamente derivata dalle differenziazioni di ruoli. Lo stesso termine “ruolo” distorce il problema, dato che per il suo uso rimanda a qualcosa di artificialmente imposto alla persona; ma se lo sostituiamo con il termine più adatto “vocazione”, capiamo che in ciò che noi chiamiamo “ruolo” femminile e maschile, vi è qualcosa di profondamente autentico, personale, non artificiale, una chiamata ad essere ciò che si è. La persona è uomo o donna, e la sua vocazione personale nel mondo non potrà realizzarsi armonicamente se non accettando e valorizzando questo determinato e concreto modo di essere.

Vogliamo difendere un modello antropologico che valorizzi la complementarietà dei sessi, capace di spiegare che la distinzione uomo/donna non è un’etichetta fittizia. Solo così potremo ritrovare nella natura umana il fondamento dell’uguaglianza tra uomini e donne, contro il neutrismo sessuale imposto dall’ideologia gender, che non libera l’uomo ma lo imprigiona e lo svilisce!

 

Da La manif pour tous Italia 

 I vescovi italiani non hanno dubbi: gli attivisti gay entrano nei piani pastorali

 Se sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia quattro cardinali hanno espresso cinque “Dubia” (dubbi), vale a dire delle domande di chiarimento che vanno al cuore della fede cattolica, chi non ha assolutamente dubbi è la CEI, la Conferenza episcopale italiana.
Lo scorso fine settimana ha radunato ad Assisi oltre 500 responsabili diocesani di pastorale familiare per riflettere sulla Amoris Laetitia e individuare le linee pastorali in materia.
In realtà per i convenuti c’era ben poco da riflettere, solo prendere atto di ciò che i responsabili Cei avevano già deciso. E dietro tanti discorsi fumosi – così almeno appaiono dal resoconto della tre giorni pubblicato ieri da Avvenire – è chiaro che gli obiettivi sono due, i soliti: comunione ai divorziati risposati e promozione dell’omosessualità.

Per capire l’antifona bastano le poche citazioni riportare da Avvenire. Si deve passare dalla Familiaris Consortio alla Amoris Laetitia, dice ad esempio un poetico don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio famiglia della Cei: «Con le stesse note è stata scritta una musica completamente nuova». Tradotto vuol dire: scordatevi san Giovanni Paolo II. Monsignor Vincenzo Paglia, neo presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II sulla famiglia cade invece in un umorismo involontario quando dice – lui che ha ancora qualche guaio con le procure – che «non siamo più schiavi della legge ma figli della libertà della Grazia».

E poi c’è il teologo moralista Basilio Petrà secondo cui la «tradizionale posizione cattolica» non consiste nel «compiere sempre la norma come si dà oggettivamente», ma nel «fare ogni momento il bene che appare possibile e doveroso in coscienza»; così si «rimane in grazia di Dio, anche se oggettivamente non ci fosse coincidenza con la norma». Traduciamo in immagini: il comandamento dice “non commettere adulterio”, ma se in un dato momento non mi trattengo e mi concedo un’avventura o un’altra relazione resto comunque in grazia di Dio se ritengo che questo sia il massimo che riesco a fare. E lo stesso dovrebbe valere per il furto, l’omicidio e via dicendo. Una concezione che così espressa potrebbe creare qualche problema perfino ai protestanti, e che sicuramente scandalizzerebbe qualsiasi buon cattolico che abbia studiato appena un po’ di catechismo; ma per il professor Petrà questa è la tradizionale posizione cattolica. Complimenti.

Ma la questione più scottante riguarda l’omosessualità, ovvero la presentazione di testimonianze e linee pastorali di accoglienza che vanno nella esclusiva direzione dell’accettazione non delle singole persone, ma dell’omosessualità come tale, vissuta in realtà di coppia. E guarda caso a fare da mattatore insieme ad altri “testimoni” – di cui meglio riferisce Repubblica – c’era ancora quel padre Pino Piva, gesuita, già protagonista di una trasmissione alcuni mesi fa su Tv2000 che aveva scandalizzato molte persone per i suoi contenuti sfacciatamente pro-omosessualità e a favore di relazioni omosessuali di coppia. Qualcuno, benevolo o ingenuo, aveva detto che quel programma all’insegna di «l’importante è l’amore» era probabilmente un incidente, un errore di qualche redattore poco avvertito. Balle, il convegno CEI di Assisi dimostra che la strada che si vuole percorrere è proprio quella di legittimare i rapporti omosessuali come tali, una semplice variante della natura umana. E del resto, non è lo stesso Avvenire che per mesi – discutendo la legge Cirinnà – ha chiesto il riconoscimento delle unioni omosessuali basta che non siano parificate alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna?

Sia ben chiaro: qui non è in discussione l’accoglienza per la persona con tendenze omosessuali, che nella Chiesa – checché ne dica Avvenire e qualche papavero CEI – c’è sempre stata (chiedere ai tanti preti che passano ore e ore in confessionale). Ciò che prima non era accettata come normale e proponibile è l’omosessualità in quanto tale. E invece oggi è proprio questo che sta proponendo la CEI, e in tante diocesi ormai c’è una pastorale che consiste nell’incoraggiamento della associazioni Lgbt cristiane, che poi chiamano accompagnamento. Ma in questo modo si fa solo attivismo gay, non certo il bene delle persone con tendenze omosessuali. Tanto è vero che la CEI si guarda bene dall’invitare a incontri come quello di Assisi quelle esperienze di accompagnamento – vedi Courage o l’Associazione Lot di Luca di Tolve – che propongono percorsi che partono dal riconoscimento della sofferenza insita nella condizione di omosessualità, in sintonia con quanto anche si trova nel Catechismo. Ma figurarsi se di questi tempi può essere proponibile il Catechismo: direbbe monsignor Paglia che «non siamo più schiavi della legge».

(Riccardo Cascioli per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-vescovi-italiani-non-hanno-dubbigli-attivisti-gay-entrano-nei-piani-pastorali-18066.htm )

Argomento: Chiesa

 La svolta LGBT della città di Torino

Con l’elezione a sindaco della grillina Chiara Appendino, la città di Torino ha abbracciato appassionatamente la “causa LGBT”, impartendo un’accelerazione senza precedenti alle sue istanze. La particolare attenzione rivolta dal sindaco al tema è stata confermata dalla nomina ad Assessore comunale alle Pari Opportunità di Marco Alessandro Giusta, ex presidente dell’Arcigay di Torino, che, come prevedibile, ha fatto dei “diritti” omosex una priorità della sua linea d’azione.

Il 19 novembre l’Appendino ha ribadito con i fatti quanto gli stiano a cuore le rivendicazioni LGBT, prendendo parte assieme alla sua famiglia alla Trans Freedom March, una manifestazione promossa dal Coordinamento Torino Pride e patrocinata dalle più autorevoli istituzioni piemontesi, in occasione del Transgender Day Of Remembrance, la giornata internazionale dedicata al ricordo delle vittime della transfobia.

La partecipazione alla marcia dei “diritti” trans è solo l’ultima di una serie di iniziative, promosse dalla città di Torino, volte a “normalizzare” ogni tipo di tendenza sessuale.

Dopo l’introduzione dell’Assessorato alle Famiglie, per sottolineare e formalizzare l’esistenza di diverse tipologie di famiglie, tutte rigorosamente sullo stesso piano, recentemente, il sindaco di Torino è stata infatti in missione a Londra per partecipare al World Travel Market, la più importante fiera europea dedicata al turismo, presentando la propria città come meta privilegiata per i viaggi LGBT.

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Raccontando sui Social la propria esperienza londinese la Appendino ha così scritto:

Insieme all’Enit inaugurato il padiglione italiano nel quale, con Regione Piemonte e Sviluppo Piemonte Turismo, abbiamo uno spazio per puntare i riflettori sulle nostre eccellenze: l’enogastronomia, la cultura, gli eventi e la natura. Nel pomeriggio infine, un momento dedicato alle prospettive per lo sviluppo del turismo Lgbt, settore sul quale Città e Regione hanno deciso di puntare”.

L’esponente del M5 Chiara Appendino mette dunque a disposizione tutti i propri ampi poteri istituzionali per far avanzare il piano di omosessualizzazione all’interno del proprio territorio di competenza. Una posizione falsamente spacciata come “tollerante” e “rispettosa” del diverso che, nei fatti, impone prepotentemente la propria visione ideologica relativista, mettendo sullo stesso piano bene e male, giusto e sbagliato, verità ed errore. 

da: https://www.osservatoriogender.it/la-svolta-lgbt-della-citta-torino/

 

L’ideologia gender continua il suo tour per l’Italia

 

Come l’Osservatorio ha riportato qualche settimana fa l’ideologia gender è in tour per l’Italia con il progetto Un bacio experience tratto dall’omonimo film “Un Bacio” del regista Ivan Cotroneo. Il lungometraggio, rivolto agli adolescenti e presentato come un lodevole film-denuncia dei fenomeni del bullismo e dell’omofobia, è in realtà un vero e proprio spot a favore dell’omosessualità e della “fluidità sessuale”.

Il 21 novembre e il 13 dicembre il tour fa tappa a Cuneo dove è in programma una doppia proiezione del film nell’ambito della manifestazione “Scrittorincittà” promossa dalla Regione Piemonte, la Città e la Provincia di Cuneo.

Da quanto si apprende online a Cuneo si avrà infatti un pienone di studenti e per questo è stato necessario aggiungere una seconda data. Secondo le stime degli organizzatori, saranno infatti circa 700 i giovani cuneesi che assisteranno al film-indottrinamento.

Una prima proiezione si svolgerà il 21 novembre alle 9 di mattina ed una seconda nell’ambito della giornata conclusiva del festival, il 13 dicembre, nella quale sarà presente anche lo stesso regista Cotroneo che, ben contento di vedere il suo lavoro proposto in tutte le scuole italiane, così si è espresso:

“Avere la possibilità di raccontare a così tanti ragazzi la storia di tre coetanei,  parlare con loro, dopo il film e attraverso il film, di discriminazione e bullismo, di omofobia e inclusione, del pericolo della violenza e soprattutto dell’importanza di non avere paura, di non provare mai vergogna, mi rende felice e mi emoziona. Passo dopo passo, Un bacio è diventato un viaggio, un’esperienza di conoscenza e di confronto, un terreno comune di incontro fra adulti e adolescenti su temi così importanti, e questo è tutto quello che un autore di storie può desiderare”.

Il progetto Un bacio experience non finisce con la proiezione del film. Dopo i titoli di coda è previsto infatti un dibattito “a caldo” in sala con alcuni esperti che spiegheranno ulteriormente ai ragazzi le tematiche trattate nel film se per caso alcuni concetti non fossero ancora sufficientemente chiari.

Una volta volta tornati in classe, inoltre, gli alunni dovranno dimostrare di aver assimilato bene il tutto e lavorare su quanto visto e ascoltato nel corso dell’evento, producendo entro il 15 gennaio 2017 un contenuto fotografico o video su una delle tre parole chiave del progetto (#bullismo, #amicizia e #futuro). I contenuti prodotti dai ragazzi verranno poi raccolti su un social media wall che verrà presentato a febbraio 2017.

Il progetto Un bacio experience, presentato come una encomiabile iniziativa “civica”, è in realtà una vera e propria imposizione ideologica, promossa, come al solito, con il patrocinio delle più importanti istituzioni.

Il film è infatti un inno dichiarato alla libertà sessuale intesa, secondo la tendenza odierna, della “fluidità di genere”. L’evidente messaggio rivolto agli adolescenti piemontesi è che essi possono amare chi vogliono al di là del proprio sesso biologico. Non devono in alcun modo sentirsi “incatenati” e “obbligati” nello “vecchio” schema dell’eterosessualità per il quale è “normale” essere attratti verso l’altro sesso. La sessualità di oggi non ha più regole. Ognuno deve  finalmente sentirsi libero di seguire i propri istinti e di “orientare” il proprio amore verso chi vuole.

Un paese e delle istituzioni “normali”, dotati di un briciolo di “buon senso”, proibirebbero all’istante un’iniziativa rivolta alle scuole come Un bacio experience. Un progetto folle che, negando l’esistenza di un’immutabile natura umana maschile e femminile con regole ben precise, non fa altro che disorientare e creare traumi psicologici dalle conseguenze imprevedibili ad adolescenti già abbondantemente confusi da una società dominata dal prepotente paradigma relativista.

 

da: https://www.osservatoriogender.it/lideologia-gender-continua-suotour-litalia/

Gender Diktat: : Lo staff di Trump

 Il vice-presidente degli Stati Uniti Mike Pence è un “combattente culturale” pro-life e pro-famiglia

 

La vittoria di Trump è fumo negli occhi della comunità “LGBT+” che vede di colpo bruscamente frenare la propria travolgente avanzata avviata sotto l’Amministrazione Obama.

A spaventare gli attivisti della rivoluzione genderista non è tanto la persona di Donald Trump quanto il suo vice Mike Pence, nemico dichiarato delle lobby gay e, per questo, già in passato, bersaglio di numerosi duri attacchi da parte degli attivisti gay. 

Il vice di Trump è stato ora messo a capo del cosiddetto “transition team“, ovvero la squadra che sta gestendo la delicata fase della transizione presidenziale.

Pence, di origini irlandesi, 57 anni, sposato con Karen, padre di tre figli, avvocato e politico di professione, è governatore dell’Indiana da tre anni. Nato cattolico e “rinato evangelico”, sostenitore del Tea Party, l’ala più “dura” del partito repubblicano, si è auto-definito nell’ordine “un cristiano, un conservatore e un repubblicano”.

PREFERITO a Chris Christie

Pence è stato preferito da Trump nel ruolo di vice-presidente a Chris Christie, governatore del New Jersey, malvisto dall’ala più conservatrice del Grand Old Party (GOP), proprio per alcune sue precedenti aperture LGBT. Tra tali imperdonabili colpe, l’aver firmato una legge che mette al bando le cosiddette “terapie riparative” dell’omosessualità per i minori.

Al contrario Mike Pence ha un’ottima reputazione tra i sostenitori pro-life e pro-family.

UN “COMBATTENTE CULTURALE

Il neo vice-presidente degli Stati Uniti è infatti visto come uno dei politici più solidi e affidabili sulle questioni etiche all’interno del partito repubblicano. Pence ha fama di “combattente culturale”, avendo condotto, come membro del Congresso, battaglie ideologiche di ogni tipo: dall’ampliamento del diritto di aborto, ai fondi federali per la ricerca sugli embrioni, dall’opposizione nei confronti dei “matrimoni” dello stesso sesso, fino al blocco di nuovi fondi federali per l’organizzazione abortista “Planned Parenthood“.

Una fama guadagnata sul campo, come quando, in occasione del recente dibattito vice-presidenziale con il senatore democratico Tim Kaine, ex governatore della Virginia e candidato vice di Hillary Clinton, Pence è stato violentemente attaccato dalla succitata “Planned Parenthood” come “il legislatore più estremista del 21° secolo”. Un insulto che ha avuto l’indesiderato effetto di trasformarlo immediatamente in paladino dei difensori della vita in tutto il paese americano.

OPPOSITORE DELL’AGENDA GENDER

Pence è stato ed è anche un fermo oppositore dell’agenda gender arrivando a guadagnarsi un onorevolissimo rating “0 per cento” e una grande quantità di durissimi attacchi da parte della potente lobby LGBT+ “Human Rights Campaign“.

Nel 2006, come capo di una Commissione di studio del partito repubblicano, il vice-presidente degli Stati Uniti si è espresso convintamente a sostegno di un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna. In quell’occasione, citando un ricercatore di Harvard, Pence puntò, senza mezzi termini, il dito contro il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, screditandolo come un “collasso sociale che ha sempre portato in seguito all’avvento del deterioramento del matrimonio e della famiglia“. Interpellato sull’omosessualità l’ormai ex governatore dell’Indiana ha inoltre sottolineato come l’essere gay sia una scelta e che decidere di non legiferare per il “matrimonio” gay non è discriminazione ma esecuzione del “piano di Dio”.

Parole che sono musica per le orecchie dei sostenitori pro-life e pro-family. Ci auguriamo che il nuovo vice-presidente degli Stati Uniti mantenga e confermi la sua fama di “combattente culturale” e metta in campo tutti i suoi poteri, come hanno fatto i suoi predecessori, per invertire il prepotente processo di omosessualizzazione degli Stati Uniti imposto al popolo americano dall’Amministrazione Obama.

 

di Rodolfo de Mattei, per Corrispondenza Romana del 12/11/2016
https://www.osservatoriogender.it/vice-presidente-degli-stati-uniti-mike-pence-un-combattente-culturale-pro-life-pro-famiglia/

 

Argomento: Politica

 La Regione Liguria apre uno sportello anti-gender

Dopo la Lombardia anche la Liguria avrà il suo sportello anti-gender.

Ad annunciarlo è stato il promotore dell’iniziativa il capogruppo di Fratelli d’Italia Matteo Rosso:

“Con la creazione di uno sportello dedicato alle problematiche delle famiglie, alle loro denunce delle situazioni di disagio legate alla diffusione delle droghe, dell’alcol, purtroppo in forte crescita tra i giovanissimi, e della prevenzione dell’eventuale diffusione delle teorie gender nei piani formativi scolastici, daremo un importante segno di vicinanza alle famiglie e aggiungeremo un servizio, che a oggi mancava, in ambito educativo e sociale”.

“Come già la Lombardia, la Liguria, a costo zero, avrà uno sportello regionale, con numero verde gratuito e una casella mail, per le segnalazioni e le denunce delle famiglie su tematiche delicate e di stretta attualità come il bullismo, il razzismo, le violenze fisiche e psicologiche, i pericoli delle droghe e alcol, ma anche sull’eventuale proselitismo di teorie gender, da parte di soggetti preposti alla formazione dei ragazzi. Purtroppo, nonostante la minoranza in Regione continui a negarlo, si sono già verificati episodi in città come Padova o Treviso dove, a scuola, all’insaputa dei genitori, i bambini sono stati obbligati dagli insegnanti a vestirsi da maschi se femmine e da femmine se maschi. Con lo sportello delle famiglie, vogliamo prevenire queste situazioni”.

 

L’iniziativa ha fatto ovviamente sobbalzare le organizzazione LGBT del territorio abituate evidentemente a diffondere le loro teorie senza alcun contraddittorio. I Comitati Arcigay della Liguria – Genova, Savona e Imperia – hanno infatti subito diramato una nota per esprimere il loro

“massimo disappunto per un atto che intende armare una lotta contro un fenomeno fantasma, cioè qualcosa che non esiste. La propaganda “anti gender” non ha vittime né carnefici, è una strategia che ha il solo scopo di denigrare il lavoro quotidiano di associazioni che portano nelle scuole la lotta al bullismo e alle discriminazioni”.

Secondo l’Arcigay le risorse economiche sono ben impiegate solamente quando vanno a foraggiare i programmi di “educazione” all’indifferenza sessuale e alla “genderfluidità”:

 “Non è ammissibile che la Regione spenda risorse pubbliche per corrispondere alla strategia di consenso delle destre e di chi su questi fantasmi costruisce carriere politiche. È auspicabile che l’ente dia corso a ciò che è legge, e perciò è esigibile dalla comunità, piuttosto che mettersi al servizio della propaganda. Per questo quanto prima manifesteremo pubblicamente il nostro sdegno e invitiamo ad unirsi a noi le forze e le associazioni della Liguria a sostegno del nostro lavoro”.

“È incredibile – prosegue Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay – come in tempi di grandi difficoltà finanziare per gli enti locali e di emergenze reali, alcune politiche, oggi in Liguria e mesi fa in Lombardia, decidano di impegnare gli sforzi delle istituzioni in un’operazione ignobile: la propaganda antigender è infatti come quei venditori di fumo, che per vendere i propri rimedi truffaldini devono prima convincere le proprie vittime di avere il problema a cui quel rimedio porterebbe soluzione”. 

Di incredibile, riprendendo le esternazioni stupefatte di Piazzoni, c’è solamente che i sostenitori del gender neghino la realtà dei fatti, pretendendo di imporre il loro folle diktat senza discussione alcuna e all’insaputa delle famiglie.

Il “gender”, lungi da essere una “truffa culturale” come vorrebbero farci credere, esiste eccome. Il “gender” è, ad esempio, promuovere programmi “educativi” scolastici che esortano gli adolescenti ad essere ciò che vogliono essere “orientando” liberamente la propria sessualità al di là delle propria natura maschile e femminile.

Per questo ben vengano gli sportelli anti-gender !

 

(C) https://www.osservatoriogender.it/la-regione-liguria-apre-uno-sportello-anti-gender/

 Gender, se il Forum Famiglie non..."si immischia"

di Luca Paci 28-10-2016

 

Sono ferme al palo le linee guida per l’applicazione del comma 16 della legge sulla ‘Buona Scuola’, che introduce l’educazione di genere in tutti gli istituti di ogni ordine e grado. Si é infatti impantanato il lavoro della commissione di esperti incaricata dal ministero dell’Istruzione a stilare tutte le pratiche e i percorsi educativi tesi, ufficialmente, alla lotta contro le disparità tra sessi e al bullismo.

Il documento stilato dalla squadra di tecnici messa a punto da viale Trastevere doveva essere presentato ai delegati del Fongas (Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola) lo scorso 5 luglio. La consegna del testo è poi stata rinviata al 15 ottobre ma anche questo nuovo appuntamento è stato disatteso, fra l’altro senza la comunicazione di una nuova data per la diffusione delle linee guida. 

A mettere il lavoro della commissione su un binario morto sono state le indiscrezioni di stampa apparse lo scorso luglio su la Nuova BQ e altre testate nazionali, che hanno anticipato quasi interamente le bozze del testo, svelando una retorica di fondo e una serie di vere e proprie esortazioni tutte tese a decostruire ogni forma di identità sessuata. Nelle pagine uscite dal ministero maschile e femminile sono, infatti, presentati nel contesto di una continua contrapposizione condizionata da “pregiudizi spacciati come naturali”, mentre la differenza sessuale è descritta come qualcosa che può “essere vissuta in uno spettro ampio di inclinazioni”.

La colpevolizzazione del maschio e di ogni dinamica della società naturale ovviamente fanno da fil rouge. Se non fosse tutto terribilmente serio, ci sarebbe persino da sorridere leggendo alcuni stralci del documento che ammoniscono le famiglie e i professori a non usare esortazioni come “fai l’uomo!” per convincere un ragazzo a prendersi le proprie responsabilità. 

Ovviamente un indirizzo culturale e antropologico di tale natura, non poteva non suscitare la massima opposizione di gran parte del mondo associativo pro-family italiano. Il Comitato difendiamo i nostri figli, che ha dato vita al Family day del 20 giugno del 2015 proprio sul tema del gender nelle scuole, lo scorso 25 giugno ha portato 300 famiglie romane davanti al Miur e, tra agosto e settembre, ha consegnato ai ministri Boschi e Giannini e al presidente Mattarella oltre 70mila firme in sostegno di una petizione per la libertà educativa: consenso informato preventivo e la possibilità di esonero da progetti didattici e percorsi educativi non condivisi.

Tutto questo ha gettato all’aria i piani del Ministero dell’Istruzione e ha evitato l’introduzione, già nell’anno scolastico in corso, di attività di sensibilizzazione interconnesse ai contenuti di tutte le discipline curriculari.

Insomma anche se parziale e momentanea, la paralisi del tavolo del Miur può essere considerata una vittoria delle famiglie che chiedono che i loro figli non siano costretti a subire un indottrinamento culturale privo di alcuna base scientifica. 

Sorprende quindi la nota diffusa nei giorni scorsi e ripresa da Avvenire, con cui la vice-presidente del Forum delle associazioni familiari Maria Grazia Colombo esorta i ministri della Pari opportunità e dell’Istruzione, Maria Elena Boschi e Stefania Giannini, a “stringere i tempi” per presentare “al più presto” le linee guida per “l’Educazione di genere”. Una richiesta che la Colombo giustifica dicendosi preoccupata che la mancanza di linee guida produca “pericolosissime fughe in avanti”.

L’allarme sarebbe comprensibile se ormai non fosse di dominio pubblico il  documento in questione. Eppure tutti sanno cosa contengono queste linee guida che si soffermano persino ad indicare un adeguato cambiamento lessicale tanto caro ai nuovi diktat del politicamente corretto. In altre parole lo stop della commissione non viene visto come un’opportunità per chiedere una radicale modifica dell’indirizzo culturale del testo ma come un vuoto legislativo in cui posso insinuarsi iniziative peggiori.

D’altra parte il mondo dell’associazionismo cattolico si era diviso lungo due diverse strade proprio in occasione del Family day del 2015 sul gender nelle scuole. La cosiddetta linea dialogante seduta ai tavoli istituzionali sotto il capello del Forum e la piazza delle famiglie guidata da Gandolfini potevano, in fondo, agire diversamente ma colpire insieme e portare allo stesso obiettivo.  

Tuttavia anche le richieste di fondo sembrano divergere: il Comitato si spende con iniziative di ogni tipo per chiedere il consenso informato su attività così sensibili per la formazione dell’identità degli studenti, mentre il Forum sconsiglia di sostenere questo istituto giuridico perché potrebbe creare un attrito preventivo e un contrasto ingiustificato tra famiglie e scuola. Secondo il Forum non va infatti posto alcuno ostacolo preventivo ma la dialettica deve basarsi sul confronto e i contatti personali. Insomma  in tutti i casi il bambino segue la lezione, poi se la maestra ti racconta la favola con due papà si tireranno le somme e si capirà come reagire. 

Una linea strategica che emerge anche nella campagna ‘Immischiati a scuola’; iniziativa voluta dai vertici del Forum e che esorta tutte le famiglie ad impegnarsi nelle scuole guardano verso di esse “come luogo di corresponsabilità educativa”. Alcuni genitori che hanno partecipato a questi incontri che preparano le famiglie ad “immischiarsi” riferiscono che i delegati del Forum presentano la questione del gender come sostanzialmente marginale rispetto alle battaglie per abbattere i tetti in amianto, la carta igienica nei bagni e i topi nelle aule. 

Tutto fa pensare quindi che la rappresentanza istituzionale del mondo delle famiglie non sia più in completa sintonia con i timori che agitano le mamme e i papà di tutta Italia. Vero è che in questi anni è sembrato consolidarsi il fatto che il Forum si occupi di questioni economiche e sociali e il Comitato del Family day di quelle di ordine antropologico e culturale. D’altro canto anche nell’ultima finanziaria non sembrano esserci grandi soddisfazioni e vittorie anche nell’ambito di competenza del Forum. Le misure una tantum sono proprio il contrario di quello che ha sempre chiesto il presidente del Forum De Palo che spinge su un quoziente familiare strutturale. La paccottiglia di mancette e bonus momentanei – impossibili da usare a meno che non si faccia parte di famiglie che vivono sotto i ponti - non sembrano giustificare alcuna arrendevolezza verso la grande sfida antropologica.

da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-gender-se-il-forum-famiglie-nonsi-immischia-17859.htm

 La “normalità” omosessuale sotto gli occhi dei cittadini romani

 In queste ultime settimane, la città di Roma è stata tappezzata da osceni cartelloni pubblicitari reclamanti il prossimo “Gay Wedding“, una fiera di tre giorni esclusivamente riservata ai “matrimoni” tra persone dello stesso sesso, che si presenta come “La prima manifestazione della Capitale dedicata alle Unioni Civili”.

I due differenti manifesti, rappresentanti il primo una coppia gay in abito nunziale nell’atto di baciarsi e il secondo una coppia di spose lesbiche in provocante posa, riportano lo stesso slogan “Si lo voglio“.

La kermesse omosex si svolgerà da venerdì 21 a domenica 23 ottobre presso l’Ergife Palace Hotel dove avranno luogo tre giornate di esposizioni, incontri ed eventi “con l’intento di offrire un punto di riferimento al mondo gay in tema di diritti e unioni civili” .

Fabio Ridolfi, organizzatore della manifestazione, presenta così l’evento sul sito web ufficiale:

“E’ dedicata ad una fascia di utenti in forte crescita. Moltissimi i matrimoni contratti all’estero da coppie gay che decidono di festeggiare in Italia al loro rientro. Grazie alla legge Cirinnà – approvata nel maggio scorso – oggi, ci si può unire civilmente anche nel nostro Paese. Per tale ragione, nasce a Roma la prima wedding exposition dedicata all’organizzazione e alla tutela delle unioni civili omosessuali. Questa manifestazione, alla quale partecipano oltre un centinaio di espositori, vuole comunicare il perfetto equilibrio tra il matrimonio tradizionale e l’unione civile di recente approvazione”. 

DALLA LOCATION ALLA CONFETTERIA

I futuri novelli “sposi” gay potranno trovare tutto ciò di cui hanno bisogno per celebrare la loro unione, rigorosamente pensato per le coppie omosessuali: location, catering, abiti, bomboniere, liste di nozze, autonoleggio, foto e video, wedding planner, flower designer, musica ed intrattenimento, confetterie, agenzie di viaggio, tour operator, enti del turismo.

BUSINESS GAY

Non mancheranno spazi espositivi dedicati ad altri settori particolarmente gay-friendly come la moda, la bellezza, il benessere, i gioielli e numerosi altri servizi.

Il Gay Wedding Italia sarà anche un vetrina in cui esibire la propria riverente solidarietà politically correct in tema di rispetto dell’omosessualità e contrasto all’omofobia.

In questo senso, alla manifestazione ha già aderito la Croce Rossa di Roma, che avrà un suo stand informativo in cui illustrerà il suo ultimo progetto a riguardo, Refuge Lgbt, la prima casa di accoglienza per giovani omosessuali aperta recentemente nella Capitale.

 

DUE RIFLESSIONI

La manifestazione “Gay Wedding” suggerisce due riflessioni spontanee, la prima su un piano materiale e la seconda su un piano, per così dire, più morale.

UNO

La prima valutazione, di carattere pragmatico, è che non si può non sottolineare come gli organizzatori di “Gay Wedding” si siano lanciati in un pessimo business visti i disastrosi dati statistici relativi ai “matrimoni” tra persone dello sesso. La battaglia per il riconoscimento del “matrimonio” gay è stata infatti, ovunque, un mero espediente politico volto a “normalizzare” socialmente l’omosessualità attraverso la sua legittimazione socio-culturale.

Nei fatti, il mercato dei “matrimoni” gay è tutt’altro che florido e le statistiche dei paesi che lo hanno introdotto, ben prima di noi, come l’Olanda, lo attestano chiaramente.

L’Ufficio Centrale di Statistica dei Paesi Bassi (Cbs), che ha monitorato il numero e la durata dei “matrimoni” gay  a partire dal 1 aprile 2001, anno dell’introduzione delle nozze gay nei Paesi Bassi, ha riscontrato infatti un crollo verticale sia delle unioni maschili che di quelle femminili: le prime tra il 2001 e il 2015 sono passate da 1.339 a 647, le seconde da 1.075 a 748.

DUE

La successiva riflessione riguarda invece il profondo e deleterio effetto “sociale” di tali cartelloni pubblicitari omosex, diffusi ad ogni angolo della città. Bambini, adolescenti, giovani e persone di tutte le età sono infatti costrette a “sorbirsi” immagini oscene raffiguranti due uomini in abito nunziale nell’atto di baciarsi appassionatamente.

Cosa può pensare un bambino che recandosi a scuola ha la sfortuna di imbattersi in una simile immagine ? Il devastante e prepotente messaggio è evidente, l’intenzione è quella di “normalizzare” la fluidità sessuale secondo il diktat etico imperante.

L’affissione di tali cartelloni per la città di Roma dimostra infine quanto sia del tutto falsa e faziosa l’affermazione per la quale “allargare la sfera dei diritti“, riconoscendo il “matrimonio” gay, sia un doveroso atto civile, nei fatti neutrale e pacifico.

Nella realtà, al contrario i poster omosex disseminati per le vie della capitale sono un violento pugno in un occhio nei confronti di chi condanna lo stile di vita omosessuale e crede nell’unicità della famiglia naturale. La neutralità nel riconoscimento di un diritto è un mito e, in quanto mito, non esiste. Le leggi, per definizione, educano e legiferare in favore del matrimonio omosessuale porta, inevitabilmente, alle disastrose e scandalose conseguenze, ahinoi, sotto gli occhi di tutti i cittadini romani.

di Rodolfo de Mattei, per https://www.osservatoriogender.it/la-normalita-omosessuale-gli-occhi-dei-cittadini-romani/

 Studenti alla marcia anti-aborto. Il ministero manda gli ispettori!!! 

 Controlli da Roma ai due istituti di Caserta che avevano annunciato la presenza alla marcia.

 Nessun controllo, invece, per le costosissime pseudo-consulenze dell'arcigay, che si finanzia attraverso le scuole in tutta Italia.

 Nessuna risposta della Ministra alla richiesta dell'obbligatorietà del "consenso informato" dei genitori per l'indottrinamento al sesso libero e all'ideologia omosessualista fatto praticamente in tutte le scuole di Stato.

E' ora di dire "basta" all'indottrinamento obbligatorio dei Governi di sinistra!

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Vietato sfilare per la vita. E se lo fai puoi rischiare il linciaggio e gli ispettori a scuola.
È successo al preside dell’istituto “Foscolo” di Teano-Sparanise, in provincia di Caserta, Paolo Mesolella, colpevole di aver partecipato sabato scorso alla marcia per la vita promossa da alcune associazioni di area cattolica,  insieme ad alcune decine di studenti.
Non poteva farlo ed è stato “bacchettato” dal direttore dell‘Ufficio scolastico regionale della Campania, Luisa Franzese. «Ha sbagliato. La scuola deve essere super partes e non prendere posizione, specie nei giorni in cui si tengono le lezioni».
Poche parole per mettere in cattiva luce il dirigente scolastico che ha preso parte all’iniziativa pubblica contro l’aborto, organizzata a Caserta  dal Centro culturale San Paolo, dal Comitato No 194, dal Movimento per la Vita e altre associazioni.
Nel polverone è finito anche il preside dell’istituto Galileo Ferraris di Caserta, anche lui impegnato nella marcia per la vita.

Vietato sfilare per la vita

Sotto il pressing della Cgil e della rete degli Studenti di sinistra, il ministero dell’Istruzione lunedì ha inviato ispettori nella scuola casertana per approfondire l’accaduto. Invece di pensare alle aule che mancano, alle cattedre vacanti, agli istituti fastiscenti e al degrado della scuola pubblica, il ministro Stefania Giannini occupa il suo tempo a inviare ispettori per “approfondire” la partecipazione di un preside a un corteo a difesa della vita. «Chi gestisce strutture pubbliche deve aver la capacità di tener conto di tutte le diverse idee che esprime la società, amministrare e fare una sintesi. Un dirigente, come privato cittadino, è libero di partecipare a queste manifestazioni, ma non quando riveste funzioni pubbliche e nei giorni in cui si tengono le lezioni. Non può dunque impegnare la scuola, che è la casa di tutti», ha detto il direttore dell’Ufficio scolastico regionale.

Gli ispettori del ministro Giannini

Sulle note di Venditti Che fantastica storia è la vita, i manifestanti (la marcia si è svolta contemporaneamente a Caserta e a Milano) hanno sfilato in difesa della vita contro l’aborto: canti, striscioni, foto. Tra i partecipanti anche don Maurizio Patriciello, parroco del Parco Verde di Caivano.

Immancabili le proteste delle associazioni di omosessuali e dell’Unione degli Atei ed Agnostici di Caserta che sono rimbalzare sul web costringendo altri istituti a prendere le distanze dall’evento.
Grande sorpresa da parte del preside del Foscolo che non si aspettava un simile polverone: «“L’invio degli ispettori del Miur nella mia scuola mi ha lasciato molto perplesso; c’erano anche altre scuole rappresentate alla marcia di Caserta, che tra l’altro era per la vita in generale, e non contro l’aborto.  E poi la circolare che presentava l’evento parlava chiaramente di “quinta edizione del Corteo per la vita” e non faceva nessun riferimento all’aborto o alla legge 194. I ragazzi non portavano volantini o cartelloni conto l’aborto ma solo uno striscione con sopra scritto “Che magnifica storia è la vita”, una canzone di Antonello Venditti. Tutto e’ stato frainteso e strumentalizzato. Siamo andati a sentire don Maurizio Patriciello che parlava del valore della vita nella Terra dei Fuochi  e nessun ragazzo è stato obbligato a venire.  Tutti avevano l’autorizzazione scritta dei genitori; nei giorni scorsi era arrivato a scuola un volantino delle associazioni che hanno organizzato la marcia, e che tra l’altro da anni organizzano il Festival della vita, cui hanno  sempre partecipato numerose scuole, anche Scuole Medie, senza che ci siano mai state polemiche. Don Patriciello viene sempre nelle scuole e nelle università, e noi non possiamo andare ad ascoltarlo fuori scuola, nella bellissima piazza Vanvitelli?”».


Stralcio di vari articoli, in particolare: di Romana Fabiani: "Caserta, un preside sfila per la vita. E il ministro gli manda gli ispettori", in Secolo del 11/10/2016

 Altissimo tasso di suicidi tra i gay.
Non è colpa dell’omofobia nè del bullismo.

L’imminente discussione della legge sul “bullismo” [vedasi http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5094 ] ripropone il tema dei suicidi di persone con tendenze omosessuali.
Che il tasso di suicidi nelle persone omosessuali sia 40 volte superiore a quello degli eterosessuali è un dato di fatto. La discussione mediamente si incentra sulle ragioni profonde che portano ad un malessere tale da indurre un individuo a non voler più vivere. Il dibattito si muove nel dualismo tra cause endogene od esogene, tra condizione psicologica e clima sociale. In questa interessante analisi, con un’importante nota bibliografica in calce, viene dimostrato come la ragione dei suicidi non corrisponda al tasso di cosiddetta omofobia.

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Il punto maggiormente controverso della prossima legge contro l’omofobia [nel 2016 travestita da legge sul bullismo, vedasi http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5094 , ndr] sembra concernere la libertà di espressione, tant’è che alcuni parlamentari cattolici si sono detti disposti a votare la legge purché sia garantita a sacerdoti e catechisti la possibilità di esprimere pubblicamente quanto prevede la morale cattolica circa l’omosessualità.

Pochi mettono in discussione l’opportunità di tale legge, convinti del fatto che lo spropositato numero di suicidi tra le persone con tendenze omosessuali siano la conseguenza dell’omofobia sociale.
Ora: è senz’altro vero che il tasso di suicidi tra le persone con tendenze omosessuali è più alto rispetto a quello della popolazione generale.
La ricerca più conosciuta circa la suicidalità omosessuale è quella di Remafedi, che ha dimostrato come i tentativi di suicidio nella popolazione giovanile siano più frequenti tra soggetti omosessuali che tra eterosessuali: tra gli uomini ha tentato di togliersi la vita il 28% dei soggetti omosessuali rispetto al 4% dei soggetti eterosessuali, e tra le donne il 20% contro il 15%1.
Anche Fergusson ha dimostrato che soggetti gay, lesbiche e bisessuali hanno tassi significativamente superiori, rispetto al campione eterosessuale, di  ideazioni suicidarie (67,9% contro 29,0%), tentativi di suicidio (32,1% contro 7,1%) e, tra i 14 e i 21 anni, di disordini psichiatrici (depressione maggiore 71,4% contro 38,2%, disturbo d’ansia generalizzata 28,5% contro 12,5%, disturbo della condotta 32,1% contro 11,0%, dipendenza da nicotina 64,3% contro 26,7%, abuso e dipendenza da altre sostanze 60,7% contro 44,3%)2.

Una maggior incidenza di pensieri suicidari e tentativi di suicidio sono stati riscontrati anche tra la popolazione gay e lesbica in Italia:“[…] un terzo dei gay e un quarto delle lesbiche italiane hanno pensato qualche volta a [sic] togliersi la vita e che il 6% ha provato a farlo […]3.Il dato, quindi, è acclarato: “Nella letteratura scientifica c’è un considerevole corpo di dati che suggerisce che gli adolescenti GLB [gay, lesbici e bisessuali] abbiano un rischio maggiore di comportamenti suicidari”4.

I casi sono due: l’elevato tasso di suicidi tra persone con tendenze omosessuali è dovuto o a cause endogene (cioè è legato in qualche modo alla tendenza omosessuale stessa) o a cause esogene (all’omofobia sociale).

Molti (compresi i parlamentari contrari alla legge anti-omofobia) danno per scontata la seconda ipotesi, ossia che l’elevato tasso di suicidalità nella popolazione GLBT sia una conseguenza dell’omofobia.
L’omofobia sociale provocherebbe una situazione di malessere cronico nelle persone con tendenze omosessuali, e questo malessere porterebbe, in molti casi, al suicidio.

La prima ipotesi (endogena) è scartata a priori perché metterebbe in discussione il dogma (indimostrato) della “naturalità” dell’omosessualità: per quale motivo una tendenza “naturale” dovrebbe causare di per sé sofferenza?
La ricerca scientifica, però, dice tutt’altro.

Un importante studio ha confermato il malessere psichico della popolazione omosessuale: “I disturbi psichiatrici sono risultati prevalenti tra la popolazione omosessualmente attiva piuttosto che in quella eterosessualmente attiva. Gli uomini omosessuali hanno avuto, nell’ultimo anno, una prevalenza maggiore di disturbi dell’umore e di disturbi ansiosi rispetto agli uomini eterosessuali. Le donne omosessuali hanno avuto, nell’ultimo anno, una maggior prevalenza di disturbi da utilizzo di sostanze rispetto alle donne eterosessuali. Nel corso della vita gli indici di prevalenza riflettono identiche differenze, con l’eccezione dei disturbi dell’umore, che sono stati osservati più frequentemente nelle donne omosessuali piuttosto che in quelle eterosessuali. […] I risultati supportano l’ipotesi che le persone con comportamenti sessuali omosessuali corrono rischi maggiori per disturbi psichiatrici”.

Questo studio è particolarmente significativo perché è stato condotto su un enorme numero di soggetti: oltre settemila (7076), tra i 18 e i 64 anni. Presenta inoltre una particolarità che lo rende decisamente interessante: è stato condotto in Olanda, paese nel quale – per ammissione degli stessi autori – “Il clima sociale nei confronti dell’omosessualità è da tempo e rimane considerevolmente più tollerante” rispetto a quello di altri stati.

In altri termini, persino in un paese dove la cosiddetta “omofobia” è inesistente, le persone con tendenze omosessuali presentano un livello di benessere considerevolmente inferiore agli eterosessuali.
La ricerca è stata replicata qualche anno più tardi, e ha (nuovamente) evidenziato che l’omosessualità è significativamente correlata con suicidalità e disturbi mentali; e (nuovamente) gli autori sottolineano che “persino in un paese con un clima relativamente tollerante nei confronti dell’omosessualità, gli uomini omosessuali sono esposti ad un rischio suicidario molto più elevato rispetto agli uomini eterosessuali”.

In uno studio di Warner e colleghi l’avere ricevuto un attacco nei precedenti 5 anni incrementava il rischio di pensiero suicidario del 70%; elevato, ma lo stesso effetto in termini di grandezza dato dall’essere studente (Odds Ratio 1,7) o essere disoccupato (OR 1,8).
Seguendo il ragionamento dei favorevoli alla legislazione anti-omofobia, varrebbe la pena di vietare l’iscrizione all’università di persone con tendenze omosessuali, o di imporre l’assunzione di soggetti con tali inclinazioni in modo da azzerare la disoccupazione gay.
Anche altre ricerche hanno escluso o notevolmente ridotto il ruolo della discriminazione sociale nella suicidalità di persone con tendenze omosessuali.

Di fronte a questi dati il luogo comune secondo il quale un atteggiamento ostile o una legislazione “discriminatoria” nei confronti di gay e lesbiche causerebbe elevate percentuali di suicidio si rivela poco più che un pregiudizio.
Quali sono dunque le cause dell’elevato tasso di suicidalità nella comunità GLBT?

Stando a quanto ci può dire la ricerca, sembra confermato che la causa della maggior suicidalità di soggetti con tendenze omosessuali sia da attribuirsi perlopiù a frustrazioni nella vita di coppia (gelosie, infedeltà) che non alla “persecuzione omofobica”.

Anche Bell e Weinberg hanno rilevato la maggior suicidalità delle persone con tendenze omosessuali rispetto agli eterosessuali, e che il 43% dei tentativi di suicidio tra uomini bianchi e il 67% tra donne bianche con tendenze omosessuali sono causati da problemi derivanti da una relazione omosessuale (rottura del rapporto, litigi…).

Una recente ricerca condotta in Danimarca nel corso dei primi dodici anni di legalizzazione delle unioni omosessuali (1990-2001) ha riscontrato che per uomini con tendenze omosessuali legalmente uniti ad un altro uomo il tasso di suicidio è otto volte quello di uomini che hanno una unione eterosessuale e il doppio rispetto a quello di uomini single.
Il tasso di suicidalità tra uomini con tendenze omosessuali che vivono una unione omosessuale è risultato il più alto rispetto ad ogni altro dato sulla suicidalità in soggetti con tendenze omosessuali.
Nello stesso paese una importante ricerca (condotta su 6,5 milioni di danesi tra il 1982 e il 2011) ha evidenziato come la suicidalità tra uomini sposati con un uomo sia quattro volte quella di uomini sposati con una donna e molto più alta rispetto a qualsiasi altra condizione (solitudine, divorzio, vedovanza).
E’ da notare che la Danimarca, anche grazie alla legalizzazione delle unioni omosessuali, è considerata un paese gay-friendly e quindi la particolare rilevanza del tasso di suicidalità di persone con tendenze omosessuali non è imputabile alla “omofobia sociale”.

Stando a questi dati, dunque, non solo l’omofobia sociale non ha nulla a che fare con la suicidalità GLBT; ma pare che il matrimonio omosessuale aumenti il tasso di suicidi tra la popolazione omosessuale.
Il modo migliore per contrastare i suicidi tra la popolazione con tendenze omosessuali sarebbe dunque quello di vietare le unioni ed il matrimonio omosessuale. La ricerca sulla suicidalità GLBT offre però la possibilità di altre riflessioni ed approfondimenti.

Herrell ha condotto un interessante studio su 6553 coppie di gemelli veterani dell’esercito USA tra il 1965 e il 1975; di queste, 6434 erano concordanti per l’orientamento eterosessuale,16 concordanti per l’orientamento omosessuale e 103 discordanti.
 Il 21% dei gemelli entrambi eterosessuali avevano avuto pensieri di morte contro il 50% dei gemelli entrambi omosessuali; il 6,7% dei gemelli eterosessuali desideravano morire contro il 25% dei gemelli omosessuali; il 15,3 dei gemelli eterosessuali presentavano idee suicidarie contro il 56,3 % dei gemelli omosessuali; il 2,2 % dei gemelli eterosessuali avevano tentato il suicidio contro il 18,8 dei gemelli omosessuali.

Questi dati confermano nuovamente la maggior inclinazione al suicidio da parte delle persone con tendenze omosessuali rispetto a quelli con tendenze eterosessuali; ma il dato più significativo è un altro.

La ricerca ha analizzato gli stessi sintomi anche in coppie di gemelli nei quali uno aveva tendenze omosessuali e l’altro no. In questo gruppo, i gemelli con tendenze omosessuali fornivano esiti simili a quelli delle coppie di gemelli entrambi omosessuali (47,6 % avevano pensieri di morte, 26,2 % desiderio di morte, 55,3 % idee suicidarie e il 14,7 % tentativi di suicidio); tuttavia, i gemelli con tendenze eterosessuali hanno fornito risposte che li collocano a metà strada tra le coppie di gemelli entrambi con tendenze eterosessuali e le coppie di gemelli entrambi con tendenze omosessuali.
Ecco le loro percentuali: 30,1 % pensieri di morte, 9,7 % desiderio di morte, 25,2 % idee suicidarie e 3,9% tentativi di suicidio.

Cosa significano questi dati?
Gli esiti di questo studio inducono a pensare che sia le tendenze suicidarie che le tendenze omosessuali siano legate ad un malessere che si origina nell’ambiente familiare.

A sua volta, questo può significare due cose.
Innanzitutto, le tendenze suicidarie sono connesse all’omosessualità stessa (cioè ad una causa endogena, non esogena); secondariamente, entrambe le tendenze sono connesse ad un certo tipo di ambiente familiare.

In altri termini, l’omosessualità sarebbe l’esito di un malessere profondo legato a particolari dinamiche familiari.
Dopo quello dell’omofobia “che causa i suicidi gay”, anche il totem del “si nasce omosessuali” va dunque in frantumi di fronte al dato scientifico.

Chi vuole l’approvazione delle leggi anti-omofobia [anti-bullismo NdR] e per il matrimonio gay non può dunque sfruttare (cinicamente) i frequenti suicidi che avvengono nel mondo GLBT; essi indicano infatti una sofferenza profonda che non è causata dall’omofobia o dal mancato riconoscimento di alcuni “diritti”. E che rimette in discussione il dogma dell’omosessualità come “variante naturale della sessualità umana”.

Frank Doyle – Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana 22 aprile 2015

Vedi anche: http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/altissimo-tasso-di-suicidi-tra-i-gay-non-e-colpa-dellomofobia/

CIBERBULLISMO: Ė PROPRIO COSÌ ?
di Andrea Gasperini
 

Lo scorso 20 settembre la Camera ha varato con alcune modifiche rispetto al testo pervenutole dal Senato (cui è dunque tornato per la definitiva approvazione) un disegno di legge risultante da iniziative di parlamentari PD e M5S poi riunite, recante “disposizioni per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo”. La proposta di legge però suscita più d’una perplessità.

Anzitutto, viene spontaneo chiedersi se ve n’era effettivamente bisogno:  l’art. 1 del progetto –che pone la definizione di bullismo- lo qualifica come “l’aggressione o la molestia reiterate, da parte di una singola persona o di un gruppo di persone, a danno di una o più vittime, idonee a provocare in esse sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emar-ginazione, attraverso atti o comporta-menti vessatori, pressioni o violenze fisi-che o psicologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni”. 

Ebbene, appena pochissimi anni fa, è stato modificato l’art. 612-bis codice penale per consentire la punizione della condotte di c.d. stalking. Il testo attuale di tale articolo punisce, sotto il titolo di ‘atti persecutori’,  “chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”: non è davvero difficile rilevare la pressoché perfetta sovrapposizione delle due ipotesi di reato. 

Se a questo si aggiunge il fatto che già i giudici riconoscono il bullismo come ipotesi aggravante per l’aumento di pena e che già oggi le medesime condotte sono punite anche se commesse sul web (c.d cyberbullismo), si ha la conferma di quanto una nuova legge in materia sia superflua.

Sta di fatto che essa si pone nella scia di altri analoghi provvedimenti degli ultimi anni dettati da –vere o presunte- ragioni di urgenza: usura, omicidio stradale, femminicidio, riciclaggio ecc. ma dei quali la ragione sta spesso altrove.

Per il riciclaggio, ad esempio, non è difficile individuarla nell’intenzione di monitorare perennemente tutti i patrimoni stabilendo addirittura l’obbligo dei consulenti (commercialisti, avvocati e banche) di denunciare i propri clienti. Tutto questo quando, notoriamente, il fenomeno è confinato a ristrette aree del territorio nazionale.

Per il femminicidio l’intento evidente è quello di assecondare demagogicamente le istanze femministe non paghe del massacro della figura del padre-marito già da decenni operato dalla magistratura nei giudizi di separazione e divorzio.

Per tutti tali provvedimenti poi, è evidente l’intento della sinistra di introdurre nel corpo sociale sempre nuovi elementi di divisione, di odio, di ulteriore controllo statale creando, di volta in volta, sempre nuovi nemici. l’evasore, l’inquinatore, il sessista, l’omofobo.

Beninteso: veri o presunti tali: chi ha letto in noto romanzo 1984 di George Orwell non farà fatica a ritrovarvisi.

Anche nel caso del bullismo (e del cyberbullismo) i reali motivi della proposta di legge non sono difficili da individuare solo che ci si spinga un po’ avanti nell’esame del testo in discussione.

Il primo di essi emerge da una parola che spunta subito nel secondo comma dell’art.1. Ci si da cura infatti di precisare che le discriminazioni che si mira a punire sono quelle per motivi di “lingua, etnia, religione, orientamento sessuale, aspetto fisico, disabilità o altre condizioni personali e sociali della vittima”.

Ebbene, a parte la risibilità di discriminazioni per ragioni di lingua, non si può non notare come manchi quella, assai più rilevante per ragioni politiche sì che gruppi no global e collettivi del più vario genere potranno liberamente tiranneggiare compagni di scuola o di lavoro etichettandoli come razzisti, fascisti ecc.

Compare invece, se non andiamo errati, per la prima volta in un testo di legge penale, la discriminazione per orientamento sessuale. Il ricordo corre dunque al tentativo -allora (2013/2014) fortunatamente abortito- contenuto nel disegno di legge recante come primo firmatario l’on Ivan Scalfarotto (PD) di qualificare come reato (di omofobia) la semplice propaganda di idee contrarie alle cosiddette adozioni o nozze gay

Non è dunque causale che, al successivo art. 3, si preveda la presenza nell’immancabile tavolo tecnico che dovrà  redigere un piano di azione per la prevenzione del bullismo, di associazioni con esperienza nelle tematiche di genere. E poiché tale tavolo sarà insediato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, è lecito ipotizzare che, a deciderne la composizione, sarà l’Unar - Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali che opera appunto nell’ambito del Dipartimento delle pari opportunità di Palazzo Chigi.

Esso infatti, dall’epoca in cui vi sono stati preposti Elsa Fornero e poi l’on. Ivan Scalfarotto, ad onta del nome che evoca problemi razziali, ha avuto la mission di diffondere l’ideologia di genere (c.d. gender). E lo ha fatto, ad esempio, individuando come propri referenti una trentina di associazioni sparse per l’Italia, tutte di marca L.G.B.T., le stesse che presumibilmente ricompariranno ad occuparsi di bullismo.

Del resto, almeno fin dal 2013, la tematica del bullismo al gender ha costituito la chiave per introdurre quest’ultimo nelle scuole dal momento che i corsi di gender sono stati giustificati con il pretesto di combattere il c.d. bullismo omofobico.

Non è poi certamente un caso che, tra i firmatari dei disegni di legge (poi unificati) per la repressione del bullismo figurino sia la senatrice Monica Cirinnà (relatrice della legge sul matrimonio gay) che l’on. Ivan Scalfarotto: nomi che lasciano davvero pochi dubbi.

L’altro radicale motivo di perplessità circa il nuovo disegno di legge è dato dalla pletora di funzioni ed organismi che si vorrebbero creare; come qualcuno ha detto: una vera e propria ridondanza dell’inutile che conferma la combinazione in queste tematiche e nelle stesse persone dei promotori, di istanze del più puro statalismo vetero-marxista ed insieme di quell’anarco-individualismo di stampo radical-libertario che ispira invece i movimenti gay e femministi.  

Nel disegno di legge sul bullismo si prevedono infatti: un piano di azione da definire da parte del tavolo tecnico di cui si è detto con periodiche relazioni, immancabili campagne informative, la predisposizione di linee guida da parte del M.I.U.R., la formazione del personale scolastico con un referente per ogni unità scolastica che sarà il coordinatore delle iniziative di prevenzione con l’ausilio della polizia postale; il ruolo attivo degli studenti e degli ex studenti (?) della scuola; l’istituzione di misure di sostegno dei minori; un sistema di governance del Ministero, il finanziamento di bandi per progetti ed azioni integrate sul territorio, l’obbligo per le scuole di formare all’uso consapevole del web quale “elemento trasversale alle discipline curricolari” nonché  continue “attività progettuali” delle scuole stesse, l’elaborazione di progetti da parte dei servizi sociali territoriali ed, infine puntuali informative alla famiglie: e tutta questa terrificante burocrazia –ci si consenta- per qualche (pur indegna) ragazzata che, fino a qualche anno fa, si poteva forse tranquillamente risolvere con due ceffoni del genitore, una sospensione da scuola, il 7 in condotta ed  il rinvio a settembre in tutte le materie.

*****

Se poi invece, vogliamo credere che il bullismo costituisca veramente un problema da affrontare addirittura con un'apposita legge, verrebbe da fare un'altra considerazione. A tale scopo piace ricordare quanto scriveva, in un libro di successo dei primi anni ’60 il cui solo titolo è tutto un programma: "Il suicidio dell'Occidente"[1], il sociologo statunitense James Burnham, oramai divenuto esponente di spicco del movimento conservative dopo essere stato in gioventù un accesso trotzkista.

Egli notava come l'arrivo nelle scuole di falangi di psicologi, di funzionari dei servizi sociali e la sottoposizione degli alunni a terapie collettive di socializzazione e di recupero dei soggetti più a rischio, avesse solo provocato un aumento della delinquenza minorile.

Si era allora negli Stati Uniti in cui, l'intera società iniziava a mostrare gli effetti dell'onda lunga del new deal rooseveltiano. Come spesso accade (forse, fortunatamente), in Italia, le mode d'oltreoceano arrivano più tardi:  ecco dunque che, dopo decenni che dalla scuola, sull'onda del ‘68, si sono bandite la morale e la buona educazione e si sono invece riempiti i pomeriggi di riunioni infinite di programmazione, sperimentazione, innovazione didattica ecc., spuntano generazioni di bulli e ciber-bulli.

Ma se le cose stessero veramente così, se cioè il bullismo fosse veramente un fenomeno imponente, ciò nondimeno, la legge con cui lo si vorrebbe affrontare finirebbe solo, crediamo, per aggravarlo

Andrea Gasperini  


[1] Ed italiana: I libri del Borghese, 1965

Argomento:
Gender Diktat: : Vescovi fifoni: Molfetta

 Un altro successore degli Apostoli, promosso alla Diocesi di Molfetta da Papa Francesco, si prostra alle ideologie dominanti.

I farisei di Molfetta e lo tsunami catto-gay

di Riccardo Cascioli, per la Bussola Quotisna del 02-10-2016

 

«Evitare il confronto è da vili», ha detto monsignor Domenico Cornacchia, vescovo di Molfetta, introducendo il 30 settembre il dibattito che ha dato inizio al corso di formazione per insegnanti ed educatori sulla “Educazione di genere”, organizzato dalla diocesi di Molfetta e dalla locale Azione Cattolica. Oddio, chiamarlo dibattito sembra azzardato, visto che i sei che sedevano dietro al tavolo degli oratori raccontavano in modi diversi la stessa storia: che l’omosessualità, cioè, è una variante della natura, che l’educazione di genere è compito fondamentale della scuola, che compito dell’educatore è accompagnare ogni persona nel crearsi una identità sessuale forte, qualsiasi essa sia. 

Ma i lettori più attenti si saranno accorti di una stranezza: la presenza all’incontro di quel vescovo che, prima annunciato sui manifesti, alla Nuova BQ aveva poi fatto dire dal suo segretario che non sarebbe andato (clicca qui). Sconcertati dal manifesto e dalla presentazione del corso di formazione (clicca qui), volevamo semplicemente chiedere al vescovo il perché di questa scelta così in contrasto con certe affermazioni di papa Francesco sul tema dell’educazione di genere (e ieri in Georgia ne ha dato un’altra dimostrazione) e se era consapevole che tutti i relatori sono noti per le loro posizioni chiaramente pro-gender.

Il buon segretario del vescovo, don Luigi Amendolagine, ci ha detto che lui e il vescovo non ne sapevano nulla, che altri erano gli organizzatori, che il vescovo comunque aveva altri impegni e non sarebbe andato, che poi – figurarsi - «sappiamo bene cosa insegna la Chiesa e quindi ci saranno sicuramente voci che esprimeranno questa posizione» (e nel caso don Luigi pensasse di poter smentire, sappia che abbiamo la registrazione delle due telefonate). 

Ma era solo un modo per evitare il confronto. Non solo il vescovo ci è andato ma la registrazione dell’incontro (clicca qui per il video) dimostra chiaramente che monsignor Cornacchia sapeva benissimo chi erano i relatori e cosa avrebbero detto (diocesi ed “esperti” ci lavoravano da mesi), cose su cui ha dimostrato di concordare in pieno, rifugiandosi dietro al solito «Chi sono io per giudicare?». È d’accordo sul fatto che «ci siano varianti nella stessa natura»; ha detto che viviamo tutti «un problema evolutivo» (qualsiasi cosa significhi), davanti al quale non è lecito «tapparsi le orecchie come per tanto tempo anche la Chiesa ha fatto»); con notevole sprezzo del pericolo ha sostenuto che «noi ci inchiniamo di fronte a chi fa una determinata scelta», e non parliamo delle frasi sconnesse con cui ha definito l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”. E davanti a una domanda precisa ha fatto sfoggio di una invidiabile cultura internazionale affermando che «qui stiamo parlando di genere e non di gender»: qualcuno dal pubblico gli ha urlato che sono la stessa cosa essendo il primo termine la traduzione italiana del secondo (in inglese), ma non ha raccolto. 

Per certi versi il caso di Molfetta è clamoroso, ma sarebbe un errore pensare che sia isolato. Al contrario è dentro una tendenza ormai più che conclamata, visto che da tempo anche Avvenire e Tv2000, gli organi di informazione ufficiali della Chiesa italiana, sembrano diventati organi di promozione dell’omosessualità (clicca qui e qui). È ancora Avvenire che ha sdoganato già da tempo l’ideologia di genere introducendo una differenza tra un gender buono e un gender cattivo, un po’ come per il colesterolo (clicca qui). Proprio due giorni fa il quotidiano Repubblica ha pubblicato un lungo articolo in cui dà conto della lunga marcia delle associazioni cristiane Lgbt sempre più integrate nella pastorale delle diocesi. E il Rapporto 2016 sui cristiani Lgbt in Italia ne offre un dettagliato resoconto (clicca qui)

Per questo, pur di fronte a un’iniziativa oggettivamente scandalosa (nel senso letterale del termine) e grave come quella di Molfetta, non ci aspettiamo chissà quali interventi superiori. Anzi, è più probabile che ci toccherà ascoltare messaggi di sostegno a un confratello vilmente e ingiustamente attaccato dai soliti “dottrinari” che invece di chinarsi sulle ferite degli uomini, pensano soltanto alla Legge. 

E non basteranno neanche le parole chiare del Papa di ieri a proposito di gender e di guerra mondiale contro il matrimonio. Perché il tutto passa da sottili distinzioni che permettono di tenere insieme il Magistero con il suo sovvertimento: si prende le distanze da una ideologia del genere, che forse neanche esiste (si dice), ma si valorizza l’accompagnamento alla costruzione dell’identità sessuale; si condanna a parole l’indottrinamento nelle scuole ma poi si costruiscono percorsi nelle diocesi e nelle parrocchie - per «capire», per «dialogare» - che fanno la stessa cosa; si fa finta che il gender sia una cosa e l’omosessualità un’altra; si spaccia per aiuto alle persone ciò che è invece pura e semplice promozione di uno stile di vita; si difende il matrimonio ma poi si promuovono le unioni omosessuali «basta che non siano equiparate alla famiglia». Tanto per capire che in confronto ai personaggi che guidano l’opinione nella Chiesa oggi, i capi dei farisei al tempo di Gesù erano dilettanti.

Per questo la condanna dell’ideologia del gender non è più sufficiente, si deve affermare con chiarezza che questa ideologia e la promozione dell’omosessualità, la pretesa che essa sia una semplice «variante della natura», sono un tutt’uno. Si deve dire in modo inequivocabile che accogliere le persone e accompagnarle è cosa ben diversa dall’accettare stili di vita incompatibili non con la dottrina ma con il bene delle persone stesse. Così come si bastona quanti usano la dottrina come pietre da scagliare contro le persone, si deve denunciare con forza quanti stravolgono e usano il Magistero della Chiesa per affermare dottrine personali o, peggio, per sistemare le proprie situazioni affettive.

Senza un intervento chiaro in questo senso, non c’è dubbio che l’attuale ondata catto-gay diventerà uno tsunami. 

Il corso gender lo offrono Diocesi e Azione Cattolica

di Luca Paci per la Bussola del 28/09/2016

Corsi di formazione all’educazione di genere rivolti a insegnanti di ogni ordine e grado per sensibilizzare gli studenti alla lotta alle discriminazioni, all’omofobia e agli stereotipi. Non è l’iniziativa di qualche zelante direzione didattica territoriale che anticipa le linee guida del Ministero dell’Istruzione in uscita ad ottobre, ma il progetto condotto dall’Azione Cattolica pugliese e dall’Ufficio per la Pastorale della Famiglia della Diocesi di Molfetta – Ruvo di Puglia – Giovinazzo – Terlizzi in collaborazione con l’Ufficio per la Pastorale Scolastica.

L’evento è stato segnalato alla Nuova BQ da Generazione famiglia, una delle associazioni protagoniste del Familiy Day che ha seguito la vicenda denunciando più volte tutti i rischi connessi ad una proposta di questo tipo.

Concretamente il corso dal titoloL’Educazione di genere come contributo alla costruzione dell’Identità’ si articolerà come segue: venerdì prossimo ci sarà un incontro pubblico di presentazione. Poi, seguiranno 5 incontri (nel secondo e nel terzo ci saranno una serie di laboratori) della durata di tre ore l’uno, tenuti da diversi professionisti, alcuni dei quali molto noti nell’ambito degli studi di genere e già convolti in eventi e progetti sostenuti dall’attivismo del mondo lgbt.

Basta dare un’occhiata alla locandina dell’evento di presentazione per farsi un’idea dell’impostazione ideologica che sottenderà il percorso di formazione offerto a 120 professori. Anzitutto salta agli occhi la foto al centro del manifesto (tratta dalla mostra Caleidoscopio di Missoni a Gorizia ndr) che ritrae manichini arcobaleno senza volto, dalle sembianze disarticolate e dai tratti indefiniti, con arti e protuberanze che escono dalla testa e altre parti del corpo. In altre parole una massa informe che può essere modellata a piacimento.  

La sfortunata scelta stilistica colpisce meno però dei nomi che appaiono nel parterre dei relatori. Se si esclude il vescovo di Molfetta, mons. Domenico Cornacchia (che però nella serata di ieri con la Nuova BQ ha annunciato che non ci sarà ndr) e il dirigente scolastico provinciale, Vincenzo Melilli; è possibile ascrivere gli altri oratori nell’alveo delle correnti ideologiche che hanno una visione dell’antropologia umana e della famiglia agli antipodi rispetto a quella promossa dalla Dottrina sociale della Chiesa. Esperti di segno opposto per dare vita ad un contradditorio equilibrato non sono infatti al momento segnalati.

La giornata di apertura di venerdì prossimo vedrà seduti al fianco al presule Rosangela (detta Rosy) Paparella, Garante Regionale Diritti dei Minori della Puglia e Vanda Vitone, vicepresidente dell’Ordine degli psicologi della Puglia. Per quanto riguarda la prima non sono un mistero il suo impegno in favore dei diritti lgbt e le sue posizioni sull’omogenitorialità: la Paparella ha infatti partecipato come relatrice al ‘Bari Pride Week’ e al ‘Festival delle donne e dei saperi di genere’.

Altrettanto note sono le argomentazioni psico-pedagogiche della Vitone: nel giorno dell’adesione della Puglia alla rete Ready l’ordine degli psicologi della regione pubblicò una nota in cui si affermava che “il sesso è determinato alla nascita, il genere è invece un costrutto socio-culturale che varia a seconda dell’epoca e della cultura in cui viviamo e delle regole sociali. L’identità di genere è la percezione che l’individuo ha di sé come uomo o donna; a volte non coincide con il sesso”.

In un video che è possibile rintracciare su Youtube la Vitone arriva perfino ad affermare che essere cresciti da una coppia di genitori omosessuali non ha alcuna differenza con l’essere figli di una mamma e di un papa. La psicologa sostiene che eventuali criticità sono dovute solo al contesto e all’ambiente di vita, “ovvero ai pregiudizi o a un’omofobia interiorizzata”. Insomma stiamo parlando di tesi assolutamente relativiste, che annullano il dato biologico e ogni diritto del bambino ad avere un padre e da una madre. Ragionamenti che forniscono pericolose giustificazioni ad aberranti pratiche come l’utero in affitto, recentemente condannate anche dal Consiglio d’Europa.

Nelle tavole rotonde che accompagneranno i cinque incontri formativi si legge anche il nome di Rita Torti, formatrice nel campo degli studi di genere e autrice del libro ‘Mamma perché Dio è maschio?’, testo in cui dice che essere maschi e femmine dipende più dai ruoli che ci sono stati assegnati fin dalla nascita che dalle differenze biologiche.

D’altra parte gli scopi del corso sono ben evidenziati in un recente articolo del giornalino diocesano ‘Luce e vita’, in cui si spiega che “manifestazioni di piazza e minacciosi tam-tam sono solo slogan mistificatori”, con chiaro riferimenti ai Family Day, “nell’assoluta mancanza di conoscenza degli studi di genere”. Per questo motivo – riferisce l’articolo della testata diocesana – il corso farà chiarezza su temi quali l’identità di genere, i diritti delle persone omosessuali, il disagio in quanti non si riconoscono nella propria identità sessuale, la questione femminile e il “diritto al figlio”.

Insomma con la solita nobile scusa della lotta ad ogni forma di violenza, discriminazione e pregiudizio si rischia di mettere tutto nel calderone facendo emergere teorie che mostrano anche la famiglia naturale e la procreazione che necessita di due persone di sesso opposto come stereotipi e vincoli culturali da abbattere per arrivare alla piena uguaglianza.

Visti i presupposti sarà quindi necessario che il vescovo faccia subito chiarezza circa le tematiche che saranno trattate e i contenuti che saranno veicolati in questo corso di formazione. Papa Francesco, che ha fondato tutto il suo magistero sulla misericordia divina e l’accoglienza delle “famiglie ferite”, sul gender non ha mai lasciato alcuno spiraglio a fraintendimenti e aperture di ogni sorta: è una nuova forma di “colonizzazione ideologica” ha sempre affermato il Pontefice in numerose occasioni sia pubbliche che private. Il monito contro le ideologie tese a destrutturare l’identità sessuata dei bambini e la stessa antropologia umana è stato ribadito da Francesco appena due mesi fa a Cracovia, nell’incontro in cattedrale del 27 luglio con i vescovi polacchi.

Non esiste quindi un educazione di genere buona e una cattiva, una radicale e una moderata, come potrebbe lasciare intendere il titolo dell’evento (‘L’Educazione di genere come contributo alla costruzione dell’Identità’).

Insomma anche nella Chiesa di Francesco immaginata come “un grande ospedale da campo dopo una battaglia” non c’è spazio alcuno per chi vuole promuove teorie tese alle rieducazione dei bambini con metodi che lo stesso Papa ha definito da “Gioventù Hitleriana” durante la conferenza stampa di ritorno al viaggio nelle Filippine nel gennaio 2015.

A giudicare dal tenore dell’evento organizzato dalla Chiesa pugliese viene da chiedersi se il vescovo di Molfetta non sia effettivamente consapevole dell’identità professionale dei relatori e della loro chiara impostazione ideologica. “Siamo abituati a fronteggiare la colonizzazione ideologica del gender ma che sia sponsorizzata anche da alcuni ambienti della Chiesa questo ci riempie di amarezza”, commenta il portavoce di Generazione Famiglia, Filippo Savarese, che assicura la presenza di delegati del movimento alla giornata di venerdì e il monitoraggio costante dell’iniziativa per i prossimi appuntamenti.

 

Gender Diktat: : Il Governo e la famiglia

 I provvedimenti in tema di Famiglia degli ultimi 24 mesi
del Governo di centro-sinistra

 

2014 novembre: Negoziazione assistita per i procedimenti di separazione e divorzio. Si prevede un accordo da parte dei coniugi dinanzi a un avvocato, o anche solo davanti all’impiegato del Comune, senza necessità di comparire davanti al giudice. Ci si pone sulla strada della privatizzazione della famiglia e della banalizzazione del matrimonio

2015 Aprile: Divorzio breve. La norma prevede una riduzione dei tempi di separazione dagli attuali tre anni a sei mesi se la separazione è consensuale, a 12 mesi se è “giudiziale” (cioè chiesta da solo uno dei due coniugi).  
http://www.tempi.it/divorzio-breve-il-clap-clap-della-stampa-e-una-domanda-perche-non-lasciarsi-via-sms#.V7V25NIw9xB

2015 Luglio: “Legge sulla buona scuola”, che all’art. 1, comma 16, che ha legittimato e confermato un’azione di inserimento della cosiddetta ideologia del “gender” nelle scuole. Si veda anche la Circolare MIUR per la giornata contro omofobia:  “supportare […] sulle delicate questioni legate all’identità di genere o a qualsiasi altra forma di violenza“.
https://www.osservatoriogender.it/miur-promuove-lideologia-del-gender-nella-scuola-italiana/

2015  ottobre: Ius soli – ma soprattutto ius culturae - alla Camera. Approvato alla Camera lo “Ius soli”: lo scopo è il “metticciato culturale”, ridurre l’importanza della cultura occidentale e cristiana, basta nascere sul territorio italiano.
http://www.intelligonews.it/articoli/2-marzo-2016/37872/i-protagonisti-del-30-gennaio-hanno-deciso-parte-il-family-italia

2016 Maggio: “Matrimoni” gay. Approvato in via definitiva l'11 maggio 2016 il disegno di legge “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”.
http://www.governo.it/approfondimento/unionicivili/4707

2016 giugno: stepchild adoption.  Avvocatura dello Stato: permessa l’adozione bambini da parte di coppie omosessuali (stepchild adoption).
http://www.loccidentale.it/articoli/141959/e-meno-male-che-avevano-stralciato-la-stepchild-adoption 

2016 Luglio:  promozione dell’ LGBT. Il governo Renzi accelera su gender e omosessualità, lanciando un nuovo portale web nazionale, interamente dedicato alla promozione dell’agenda LGBT.
https://www.osservatoriogender.it/governo-renzi-lancia-portale-nazionale-lgbt/  

2016 Settembre: il bullismo sostituisce la “Scalfarotto”. approvata alla Camera la PDL intesa a punire penalmente “la molestia reiterata… al fine di provocare sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione… aventi per oggetto la razza, la lingua, l’orientamento sessuale
http://www.giurisprudenzapenale.com/2016/09/21/bullismo_cyberbullismo/

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Prossimamente sui nostri schermi:
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Teorie omosessualiste nelle scuole: http://www.intelligonews.it/articoli/20-luglio-2016/46594/gender-gandolfini-consegneremo-a-miur-petizione-per-la-liberta-educativa-e-un-dossier-su-abusi-didattici
- Educazione sessuale nelle scuole:  http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/educazione-sentimentale-legge-_b_10695924.html?utm_hp_ref=italy#
- eutanasia / testamento biologico: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=41308
- legalizzazione cannabis: http://www.business.it/legalizzazione-cannabis-cosa-prevede-la-legge/
- persecuzione di chi cura l’omosessualità: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/presentata-al-senato-una-legge-contro-le-terapie-riparative/
- doppio cognome: http://www.romasette.it/adozioni-ok-del-tribunale-di-roma-a-una-coppia-di-donne/ 
- utero in affitto: http://blog.openpolis.it/2016/05/10/progetti-legge-sulla-maternita-surrogata/7871


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In generale: http://www.quotidiano.net/politica/governo-riforme-1.2156512
e: http://www.cultora.it/torriero-la-societa-toglie-dio-dalla-storia-degli-uomini-crisi/  

 

 

 

 Dopo le decine di falsi casi di intolleranza omofoba, arriva una "bufala culturale": e la attivissima lobby gay la rende virale in tutta Europa.

 E’ virale la bufala della lettera di Leo, bambina transgender di soli 10 anni

di Rodolfo de Mattei, per Osservatorio gender del 21 settembre

 

Sono Leo ho 10 anni e non sono nè maschio nè femmina. Sta facendo il giro del mondo ed accendendo vivaci dibattiti, la lettera che una bambina inglese di 10 anni avrebbe inviato alla “Bbc Magazine” per raccontare la sua storia che l’ha portata a “transitare” da femmina a maschio assumendo il nome di Leo. (Leggi ad esempio qui Gay.it, qui Lettera Donna)

NATA LILY

La realtà è un pò diversa. Leo Waddell, nata Lily, non ha 10 anni ma 15 e, nonostante la giovanissima età, è già un’icona transgender in quanto è stata la protagonista di una serie televisiva britannica che ha raccontato la “normalità” della sua  transizione di genere” nel programma “My Life: I am Leo andata in onda sulla BBC nel 2015. 

 

FARINA DEL SUO SACCO?

Leggendo la lunga lettera, si capisce inoltre che non è certo la giovanissima adolescente l’autrice della lettera, quanto molto più probabilmente persone interessate a promuovere le istanze gender, strumentalizzandone la pietosa storia a cominciare dalla madre Hayley che così si era espressa nel novembre 2014 riguardo i futuri progetti della propria figlia:

 “Leo fermerà le cure bloccanti degli ormoni per un paio di mesi in modo che possa produrre alcuni ovuli da poter congelare. In questo modo, in futuro, quando avrà una relazione e vorranno dei figli, useranno un donatore di sperma per fertilizzare le uova per poi poterle impiantare nel suo partner”.

 

La missiva è uno studiato “concentrato” di tutti quelli che sono i principali clichès e le odierne maggiori rivendicazioni LGBT+: dall’utilizzo del bagno dei maschi all’adozione dei pronomi neutri fino alla liberalizzazione delle cure ormonali per bloccare la pubertà.

 

LA LETTERA

Ecco la lettera completa di Lily/Leo.

“Non sono un bambino. Pensavo di essere un bambino perché non sono totalmente una ragazza. Abbiamo provato per un po’, ma poi ho pensato: “No, non è questa la cosa giusta“. Poi abbiamo fatto alcune ricerche e abbiamo scoperto l’espressione “identità di genere non binaria” e funziona davvero, sono io.

Non ricordo che età avessi quando ho capito che non mi sentivo bene. Parlai di questo alla mia maestra per prima: ero frustrat* e le chiedevo perché nessuna delle bambine riusciva ad avere parti da ragazzo nelle recite che facevamo. Non era giusto. L’ho presa e le ho detto: “Non sono una ragazza“. Lei non pensò che stessi mentendo. Ma siccome ciò non è molto comune, non penso che lei abbia davvero capito come mi stessi sentendo.

Ho continuato la conversazione con mia madre. Sapevo che mamma sarebbe stata totalmente di supporto, ma siccome non sapevo se quello era esattamente ciò che sentivo, pensavo di dover aspettare fino a quando non fossi stat* sicur*. Ero abbastanza nervos*. Mamma era completamente favorevole e interessata alla questione. “Che nome vorresti se fossi un ragazzo? Sei sempre stato attratto dai ragazzi, pensi che saresti gay o etero?“. In alcune famiglie molti si sarebbero semplicemente messi a ridere, non avrebbero creduto a un’affermazione del genere. O non reagiscono perché non sanno come reagire. Per questo sono molto fortunat*. È magnifico avere dei genitori così splendidi.

A scuola tutti erano assolutamente fantastici. La mia maestra lo disse alla classe e tutti i miei amici erano tipo “Oh wow, è davvero interessante“. Perché abbiamo 9-10 anni: questo non cambiava molto le cose. Giochiamo, non parliamo molto di cose personali. Un giorno io e una mia amica stavamo giocando nella sabbia. Lei disse: “Quindi sei un ragazzo?“. “No, non sono un ragazzo o una ragazza, sono non-binario, per cui sto a metà”. “Quindi sei nulla?“.
 
Non credo di essere “nulla”. Sono “entrambi”. Voglio usare il bagno dei maschi perché è più giusto di usare quello delle ragazze. Non sono autorizzat* a farlo e credo che dovrei poterlo fare. Capisco che ci siano un sacco di ragazzi più grandi che usano la toilette che potrebbero essere preoccupati riguardo a qualcuno che sta lì e non ha quello che loro hanno. Credo che “lui” non sia abbastanza corretto. Mi sento più come “loro”, ma questo dirotterebbe l’attenzione su di me e sulla mia identità di genere quando stiamo magari avendo una conversazione normale. Quando sarò più grande prenderò queste decisione e non mi adatterò semplicemente a “lui”. Non c’è un corpo che abbia due generi: mi piacerebbe che ci fosse una via di mezzo tra le due.

Quando crescerò sarà difficile per me dire che non sono una ragazza. Al momento indosso un reggiseno, Ma se indosso una camicia sportiva posso farne a meno. Il seno è la cosa più immediata che notano le persone. Io correggo le persone sia quando usano “ragazzo” che quando usano “lei”. Dico “Mi dispiace, non sono un ragazzo o una ragazza”. E basta. Se mi fanno domande sulla questione rispondo, ma non dovrebbe essere l’unica cosa degna di nota: non è nemmeno la cosa più interessante su di me.

Mi piace l’idea di avere una barba, mi piace molto. Puoi trapiantare i capelli dalla testa al mento, e crescono come barba. Se ci fosse un modo di farlo senza prendere ormoni su ormoni… e poi le persone direbbero “Guarda quella barba da UOMO”. Io non voglio che le persone mi associno con l’uno o l’altro genere. Ma so che lo faranno, Non penso ci sia modo di sfuggire a ciò.
 
Mi sento molto più felice di prima, mi sento molto più rilassat* e mi sento nella facoltà di parlare di ciò senza essere timid*.

Non mi serve che le persone capiscano, voglio solo che non siano cattive con me”.

 

PROPAGANDA TRANS

Nonostante fosse semplice ricostruire la “vera” storia di Lily/Leo, tutti i principali quotidiani e siti web hanno presentato la storia della “bambina Leo” come il toccante caso della bambina di soli 10 anni transgender, socialmente incompresa ed emarginata da una società, evidentemente ancora troppo arretrata e bigotta.

 

OLTRE LA BUFALA

Al di là della clamorosa bufala mediatica, costruita e diffusa dai media LGBT per propagandare il proprio piano ideologico, nessuno si domanda riguardo gli effetti e le conseguenze del messaggio che la vicenda della piccola “Lily” porta con sè.

Il messaggio espresso attraverso le parole messe in bocca alla bimba trans è chiarissimo: non importa se nasci maschio o femmina, il sesso che ti assegna madre natura è un dato puramente biologico di nessun conto. Ciò che fa di te un maschio o una femmina è la tua soggettiva e mutevole volontà di essere l’uno o l’altro.

Nella realtà, Lily, affetta da un disturbo dell’identità sessuale che ha un nome preciso, “disforia di genere”, avrebbe bisogno di cure psicologiche e di essere affiancata da specialisti che l’aiutino a riscoprire la propria vera natura. Questo è l’unico approccio terapeutico ragionevole e di buon senso, un percorso medico un tempo normalissimo e scontato, oggi impossibile e additato come intollerante e omofobo dal mainstream scientifico e mediatico accecato dall’ideologia del gender.

 MUM DAD & KIDS: http://www.mumdadandkids.eu/it
Iniziativa dei cittadini europei per il matrimonio e la famiglia
Sosteniamo insieme il matrimonio e la famiglia in Europa:Il matrimonio - unione permanente e fedele tra un uomo e una donna col proposito di fondare una famiglia.
Famiglia - un padre, una madre e i loro figli.
Relazione familiare - la relazione legale tra due sposi o tra un genitore e un figlio
Sì, appoggio la richiesta di un regolamento comunitario che definisae il significato del matrimonio e della famiglia: il matrimonio è l'unione tra un uomo e una donna e la famiglia è fondata sul matrimonio e / o la discendenza.
 
_____
 

Organizzazione Mondiale della Sanità: a scuola di masturbazione

By on 4 settembre 2014 - https://comitatoarticolo26.it/oms-a-scuola-di-masturbazione/

 

A volte potrebbe sembrare preferibile non sapere; ma purtroppo è oramai cosa nota: le direttive in materia di educazione sessuale dell’OMS preparano i nostri figli ad una iper-sessualizzazione fin dalla più tenera età

Per approfondire: riportiamo da italia 24 ore

 

CORSI DI MASTURBAZIONE ALL’ASILO: IL DELIRIO DELL’OMS

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), di comune accordo con l’agenzia governativa tedesca per l’Educazione sanitaria, sta diffondendo presso tutti i ministeri della Salute e dell’Istruzione d’Europa un documento, chiamato «Standard di Educazione Sessuale in Europa», che invita a una maturazione della consapevolezza sessuale già nei primissimi anni di età dell’individuo

Nel Mondo di oggi l’ingenuità sta diventando qualcosa di marginale, da sopprimere quanto prima. La società vuole individui svegli in modo sempre più precoce, lasciando poco spazio all’immaginazione, alla scoperta, alla gradualità, all’ingenuità appunto. Fin dalla tenera età i bambini vengono sottoposti alla fruizione di determinati messaggi, specie tramite la tv e internet. E purtroppo, forse, in un domani non troppo lontano anche nella scuola. Almeno è ciò che vorrebbe l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), la quale, di comune accordo con l’agenzia governativa tedesca per l’Educazione sanitaria, sta diffondendo presso tutti iministeri della Salute e dell’Istruzione europei un documento di 83 pagine, chiamato «Standard di Educazione Sessuale in Europa», che invita a una maturazione della consapevolezza sessuale già nei primissimi anni di età dell’individuo.
Si legge, addirittura, che ai bambini dai 0 ai 4 anni si insegni la masturbazione e il raggiungimento del piace. Una sorta di primo step verso una consapevolezza più matura.

ALL’ASILO

Ai bimbi dagli 0 ai 4 anni, si legge, «gli educatori dovranno trasmettere informazioni su masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel “gioco del dottore”». Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno invece essere istruiti «sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso», «parlando di argomenti inerenti la sessualità con competenza comunicativa».

ALLE ELEMENTARI

La vera crescita avverrà coi bimbi tra i 6 e i 9 anni, cui i maestri terranno lezioni su «cambiamenti del corpo, mestruazioni ed eiaculazione», facendo conoscere loro «i diversi metodi contraccettivi». Su questo aspetto i bambini tra 9 e 12 anni dovranno già avere ampia competenza, diventando esperti nel «loro utilizzo» e venendo informati su «rischi e conseguenze delle esperienze sessuali non protette (le gravidanze indesiderate)».

DA ADOLESCENTI

Ecco il decisivo balzo in avanti: nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di «pianificazione familiare» e conoscere il difficile «impatto della maternità in giovane età», con la consapevolezza di «un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa «presa di decisioni» (leggi aborto). Non solo: a quell’età, ormai matura secondo l’Oms, i ragazzi dovranno essere informati sulla possibilità di «gravidanze anche in relazioni omosessuali» e sull’esistenza del sesso inteso come «prostituzione e pornografia», venendo messi in guardia «dall’influenza della religione sulle decisioni riguardanti la sessualità». Il protocollo diffuso dall’Oms lancia anche un monito affinché«l’educazione sessuale venga effettivamente realizzata in termini di luoghi, tempi e personale», sebbene non occorra una preparazione ad hoc della classe docente e «gli insegnanti di educazione sessuale non siano professionisti di alto livello».

DOCUMENTO GIÀ RECEPITO DALL’UE

Queste direttive sono già state recepite a livello comunitario nella risoluzione Estrela votata giorni fa al Parlamento europeo e ora in discussione in Commissione. Nel testo presentato dall’europarlamentare socialista Edite Estrela, la masturbazione viene infatti indicata come metodo di educazione sessuale, prendendo atto del fatto che «i ragazzi più giovani sono esposti, sin dalla più tenera età, a contenuti pornografici soprattutto su Internet».
Il rapporto Estrela, inoltre, invita l’Ue a «prevenire le gravidanze indesiderate» e a garantire «il diritto d’aborto», combattendo «l’abuso dell’obiezione di coscienza» da parte del personale sanitario.


 

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