Commento al Vangelo della 34ª domenica del tempo ordinario

Il premio e il castigo

Nostro Signore descrive gli ultimi momenti della storia del mondo, quando saremo tutti riuniti per il Giudizio Finale

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo (...). Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. (...) E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna" (Mt 25, 31-46).

 

 

Per ragione di brevità, del Vangelo della 34ª domenica del tempo ordinario focalizzeremo solo i passi citati sopra.

Nelle letture dei giorni precedenti, Gesù insiste sulla necessità di essere preparati al momento di comparire davanti al tribunale divino. In questo senso è la parabola delle vergini stolte e sagge, con cui inizia il capitolo 25 di San Matteo. Lo stesso si dica della parabola dei talenti, che sopraggiunge subito dopo. Entrambe illustrano il discorso escatologico iniziato nel capitolo 24 dallo stesso evangelista, quando il nostro Redentore ammonisce sugli avvenimenti che segneranno la fine del mondo: "Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo ...".

Era naturale che, a seguito di questi insegnamenti, Egli passasse alla descrizione dell’ultimo atto della storia dell’umanità: il Giudizio Finale.

La seconda venuta di Gesù

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a Lui tutte le genti ...".

Così Nostro Signore inizia la descrizione degli istanti finali degli uomini su questa terra. Meditiamo su questo, seguendo il categorico consiglio dell’Ecclesiastico: "In tutte le tue opere, medita sui tuoi novissimi e non peccherai eternamente" (7,40). "Novissimo" è un termine che viene dal latino novus, e vuol dire anche "ultimo". È con questo significato che la Scrittura lo utilizza, per indicare gli ultimi avvenimenti della nostra vita: morte, giudizio, Cielo o Inferno.

Per iniziare, osserviamo il linguaggio utilizzato ora dal Divino Maestro. Non si esprime più per comparazione né per metafora ("Il regno dei cieli è simile..."), ma parla direttamente: "Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria ...".

Non ci lascia dubbi quanto alla realizzazione del Giudizio Universale, verità, del resto, annunciata altre volte da Lui stesso: "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. (...) nel giorno del giudizio per Tiro e per Sidone ci sarà una sorte meno dura della vostra!" (Mt 11, 21-22). "Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona" (Mt 12, 41).

Il tribunale

"Tutte le genti saranno riunite davanti a lui", dice il Signore. Ossia, nessun uomo, per quanto potente sia stato, potrà sottrarsi a questa convocazione. Non ci sarà spazio per eccezioni, tergiversazioni, ritardi. L’ordine è perentorio.

Anche gli angeli dovranno comparire, afferma Gesù: "... e tutti gli angeli con lui". Ora, se sono gli uomini che saranno giudicati, qual è la ragione di questa presenza angelica?

Come spiega la Summa Teologica, il Giudizio Finale "si relaziona in qualche modo con gli angeli, nella misura in cui essi hanno interferito negli atti degli uomini". Così, il principale ruolo delle creature angeliche sarà quello di servire da testimoni.

Tuttavia, in qualche maniera, anche gli angeli saranno giudicati: "Non sapete che giudicheremo gli angeli?", chiede San Paolo (1 Cor 6, 3). E San Pietro afferma lo stesso riguardo ai demoni: "Dio, infatti, non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell'inferno, serbandoli per il giudizio" (2 Pe 2, 4). Gli angeli di Dio avranno un premio, che sarà la grande gioia in vista della salvezza dei loro protetti, mentre i demoni avranno un’aggiunta di tormento, "moltiplicandosi la rovina dei malvagi che da loro furono indotti al peccato" (Summa, Supplem. 89, 8).

Anche per quanto concerne la costituzione del tribunale, certi uomini avranno un ruolo importante: saranno co-giudici con Nostro Signore. Questo è affermato, tra l’altro, da San Paolo: "Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?" (1 Cor 6,2). Secondo la Summa, questi co-giudici, "uomini perfetti", giudicheranno per comparazione con se stessi, perché "hanno impresso in se stessi i decreti della giustizia divina" (Supplem. 89, 1).

Separazione dei giudicati: la fine dei relativismi

Torniamo alle parole del Signore nel Vangelo:

"... ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra".

Nella vita su questa terra, l’anima umana, per una specie d’istinto spirituale, cerca incessantemente la verità, il bene e il bello. Anche quando commette peccato, questi istinti spirituali continuano a operare. Inoltre, ogni uomo ha come impressi nell’anima i Dieci Comandamenti.

Per tutto questo, nessuno riesce a praticare il male per il male, professare l’errore per l’errore, ammirare l’orrendo per l’orrendo.

Così, se i pensieri, desideri e atti di un individuo cominciano a fuggire abitualmente dalle leggi di Dio, egli sente la necessità imperiosa di giustificarli, razionalizzandoli, cioè, cercando per loro spiegazioni razionali, per quanto assurde esse siano. E la via di uscita consiste generalmente nel cercare una conciliazione tra la verità e l’errore, il bene e il male, il bello e l’orrendo.

Tutto quello che prima era per lui di una luminosità cristallina, diventa di un’indefinitezza nebulosa e bigia. Ed egli affonda nel relativismo, funesto difetto morale, tanto comune nel corso della storia, causa di tanti errori dottrinari che hanno allontanato dalla Chiesa Cattolica e dalla via della virtù milioni e milioni di anime.

Nel Vangelo qui commentato scompaiono ogni capriccio e fantasticheria riguardo la conciliazione tra questi valori inconciliabili. "Non datur tertius" — non esiste una terza soluzione possibile nel giorno del Giudizio. Il nostro destino sarà il Cielo o l’Inferno. Sarà la più folgorante e universale manifestazione dell’Assoluto nell’ordine della creazione.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Una via sicura
per la salvezza eterna

 

I servi fedeli trascorrono tutto il periodo d’assenza del loro padrone servendolo con serietà e sospirando in attesa del suo ritorno. Al suo arrivo, sapendo che li vuole vedere, gli vanno velocemente incontro. Il servo infingardo, al contrario, lo accusa di essere ingiusto. Il suo modo di fare si erge, così, a paradigma del comportamento dei peccatori che cercano di giustificare le proprie colpe, attribuendo a Dio la causa delle stesse.

 

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones

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Vangelo

"Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" (Mt 25, 14-30).

 

I – Serietà in tutti i nostri atti

Nella parabola dei talenti — così come in quella delle vergini sagge che la precede e con la quale forma un insieme coerente — Gesù ci insegna la via della felicità eterna. Entrambe iniziano con una analogia: "Il regno di Dio è simile a…". Infatti, parabola, nella lingua greca, significa: comparazione.

Il capitolo precedente del Vangelo di San Matteo, precedendo questi due passaggi, ci riporta la descrizione della fine del mondo, pronunciata dalle labbra dello stesso Salvatore. Anche la conclusione avviene tramite una parabola, quella del "servo malvagio", respinto e gettato nel luogo dove "ci sarà pianto e stridore di denti".

Nuova ottica per la parabola dei talenti

Nel passo del Vangelo di questa domenica immediatamente precedente a quella di Cristo Re, ultima dell’anno liturgico, gli esegeti sono soliti sottolineare il conto che, alla fine della vita, ognuno di noi dovrà rendere a proposito dei "talenti" ricevuti da Dio.

Gli insegnamenti di Gesù, tuttavia, sono di una ricchezza inesauribile e possono essere contemplati da un’infinità di punti di vista. Uno di questi — e molto importante — è la serietà con la quale ogni uomo deve cercare di assolvere il compito o esercitare la funzione che gli è stata affidata, soprattutto, se questi sono stati comandati, non da un padrone terreno, ma dallo stesso Dio.

Serietà nel vedere, giudicare e agire

La rapidità frenetica della modernità rende difficile la riflessione sugli avvenimenti quotidiani. Di qui il fatto che l’uomo contemporaneo tende alla superficialità di pensiero e a non analizzare in profondità le conseguenze, buone o cattive, dei propri atti.

Ora, tutto in questa vita è serio, poiché siamo creature di Dio ed "è in Lui che abbiamo la vita, il movimento e l’esistenza" (At 17, 28). Così, il più banale dei nostri atti ha una relazione con realtà altissime e può arrecarci gravi conseguenze o porci di fronte ad onerose responsabilità, se non è eseguito come si deve.

Per questo, esercitare seriamente una funzione, esige da parte nostra, in primo luogo, una completa obiettività. È necessario vedere la realtà come essa è, senza veli né preconcetti, e senza permettere che sia distorta da ansietà o frenesie. Da questa coerenza di visione e giudizio, emanerà la serietà nell’agire. Quello che si deve fare deve essere cominciato subito, eseguito per intero, senza perdita di tempo e senza interruzioni inutili.

Siamo alberi i cui frutti sono poveri, raggrinziti e, frequentemente, marci

Non dimentichiamo che senza l’ausilio della grazia, la natura umana è incapace di praticare stabilmente la propria Legge Naturale e perfino di fare qualcosa di meritorio per la salvezza eterna (1). Per la nostra natura decaduta, siamo alberi i cui frutti sono poveri, raggrinziti e, frequentemente, marci. Solo quando la linfa della grazia circola con forza nel fusto e nei rami di quest’albero, raggiungendo perfino il fogliame più distante dalla radice, produciamo frutti abbondanti e buoni.

Argomento: Tracce per omelie

Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario, Anno A

Sacra Scrittura
I Lettura: Sap 6,12-16;
Salmo: Sal 62;
II Lettura: 1Tes 4,13-18;
Vangelo: Mt 25, 1-13


NESSO TRA LE LETTURE

È indispensabile acquisire quella saggezza che ci dispone all'incontro definitivo con Dio, nostro Signore.
La liturgia di oggi ci prepara per la solennità di Cristo Re dell'Universo. La prima lettura fa un elogio della sapienza, e sottolinea che "colui che la ricerca la trova". Dunque, non è lontana da noi. Se vogliamo, possiamo trovarla (prima lettura). Questa saggezza non consiste effettivamente in un gran *censura*ulo di dati scientifici, ma è piuttosto una "sapientia cordis". È una conoscenza profonda, è esperienza di Dio e del suo amore; una conoscenza chiara di se stessi e degli uomini, fratelli in Cristo.

Anche il Vangelo ci parla della saggezza e della prudenza delle vergini, ben preparate per l'arrivo dello sposo. Il Regno dei cieli è paragonato ad un banchetto nuziale, e viene ribadita la necessità di essere preparati, perché non si conosce l'ora in cui lo sposo arriverà. Le vergini sono sagge, perché hanno saputo prepararsi adeguatamente, portando con sé una buona scorta d'olio, che manterrà accese le loro lampade. Le altre vergini sono stolte, perché si sono lanciate sprovvedutamente per le strade della vita; non avevano immaginato che lo sposo avrebbe potuto tardare; non si sono rese conto che il tempo avrebbe potuto dissolvere le loro aspirazioni e le loro speranze, e così hanno scoperto con sgomento che, quando già si poteva udire la voce dello sposo, non c'era più olio a tener accesa la loro lampada. Non erano pronte a intraprendere la processione finale, quella che conduce alla casa dello sposo (Vangelo).

San Paolo, nella sua lettera ai Tessalonicesi, parla loro dell'importanza di mantenere la fede, e compatisce coloro che muoiono come se non ci fosse un'altra speranza. Tutti coloro che credono in Cristo e appartengono a Cristo, "staranno sempre col Signore". Per questa ragione, il cristiano deve vivere consolato dalla gioiosa e profonda speranza di Cristo Gesù.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo della XXXI domenica del Tempo Comune

Il lievito farisaico

 

"Voi avete per padre, il diavolo..." (Gv 8, 44)

Così come la santità contiene tutte le virtù, il fariseismo – per così dire – abbraccia tutti i peccati. Per proteggerci dal "lievito dei farisei", male di tutte le epoche, Gesù lancia contro di loro un’invettiva implacabile, arrivando al punto di chiamarli "figli del diavolo".

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
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Vangelo

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato (Mt 23, 1-12).

 

I – Odio dei farisei contro Gesù

Il demonio in origine era un angelo, puro spirito creato da Dio nella verità. In questa egli si comportava in stato di prova, che consisteva nel restituire al Creatore l’essere, i doni e le qualità da Lui ricevuti, prestandogli un giusto culto di latria. Ad un certo momento, quest’angelo di luce ha deciso di abbandonare, per libera volontà, questo cammino, penetrando nelle tenebre della morte, del peccato e della falsità. È stato lui a fare il primo passo nella rottura con l’ordine dell’universo e, soprattutto, con lo stesso Dio, comandando l’opposizione contro il Supremo Legislatore. Si è ribellato ed ha respinto l’invito ad essere luce in Dio, per diventare menzogna lui stesso; per pura presunzione, ha voluto essere Dio lui stesso, smettendo di esserlo per partecipazione; ha preferito l’adorazione della sua natura tratta dal nulla, per ottenere così l’eterno disprezzo di Dio.

Questo è il diavolo! E i farisei sono i suoi figli, secondo quanto afferma la voce infallibile di Gesù.

Antagonismo tra Gesù e i farisei

I vangeli sono imbevuti da cima a fondo di una radicale opposizione tra Gesù e i farisei. Questo antagonismo ha inizio già con il Precursore, tanto ricercato dai giudei per aver egli fama di santità e di profetismo. Così Giovanni Battista ha trattato i farisei ( come anche i sadducei), prima ancora della comparsa del Messia: "Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Non crediate di potervi giustificare interiormente, dicendo: Abbiamo Abramo per padre" (Mt 3, 7-9).

Da parte sua, lo stesso Gesù – nel dichiarare i parametri, le dottrine e i fini apostolici dell’azione che da Lui sarebbe stata svolta – ha reso manifesta l’impossibilità di un avvicinamento o di un’armonia con i farisei. Il sermone delle beatitudini (1) colloca in equilibrio chiaro e definito i principi etico-morali adottati da Gesù, nella loro grande maggioranza in contrapposizione a quelli dei farisei. Saremmo veramente ingenui se pensassimo che è stata solo l’invidia la causa dell’odio deicida dei farisei contro il nostro Redentore. Certo, questo vizio capitale avrà potuto concorrere come una delle componenti della furia demolitrice, ma il dissenso ha avuto come base due concezioni differenti, addirittura alternative, di carattere religioso-politico.

Egolatri e approfittatori, i farisei rifiutano Dio

I farisei avevano ridotto la religione a una scrupolosa osservanza di microprecetti, a scapito della pratica della vera Legge: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del *censura*ìno e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. (...) Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!" (Mt 23, 23-24). Questo succedeva, tra le altre ragioni, anche a causa della grande presunzione nella quale erano immersi, come è facile notare nella parabola del fariseo e del pubblicano, narrata da Gesù riferendosi ad "alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri" (Cfr Lc 18, 9-14). Ad essi non era estranea nemmeno l’avarizia. Per farci un’idea approssimativa di questo fondo di cattiveria, basti ricordare la parabola dell’amministratore infedele, alla fine della quale l’Evangelista ci racconta: "I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: "Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio" (Lc 16, 14-15). Per essersi posti al centro delle loro stesse preoccupazioni, per essere essi egolatri e pertanto, per aver voltato le spalle a Dio, abusavano dei poteri spirituali, approfittandone per accumulare beni materiali.

Questo rifiuto di Dio, che è così fortemente recriminato da Gesù, costituisce uno dei grandi peccati dei farisei: "So che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste" (Gv 5, 42-43). Poiché essi non praticano l’amore a Dio, non lo esercitano neppure in relazione al prossimo: "Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa" (Mt 12, 7). Questa carenza di bontà dei farisei traspare più ancora nella parabola del buon samaritano, nella quale il levita e il sacerdote sono condannati per la mancanza di misericordia verso il loro fratello, mentre il samaritano viene indicato come modello da seguire: "Va’ e fa’ anche tu lo stesso" (Lc 10, 30-37).

Invettive di Gesù

Le discussioni di Gesù con i farisei sono diventate via via sempre più tese fino ad assumere il carattere di censure vere e proprie. Egli li condanna in forma violenta, chiamandoli figli del diavolo e imitatori del loro padre, omicidi e ladri, vipere e varie volte ipocriti (2). Per quanto riguarda quest’ultimo appellativo e più specificatamente le recriminazioni riportate nel capitolo 23 di Matteo, alcuni esegeti arrivano a definirle come il sermone delle otto maledizioni, in contrapposizione alle otto beatitudini. Secondo questi esegeti, con un sermone Matteo apre, nel suo Vangelo, la narrazione della vita pubblica di Gesù, e con l’altro la chiude.

In ogni occasione Gesù fa cadere i farisei in contraddizione con sé stessi a proposito delle loro attitudini e delle loro dottrine. D’altronde, succede sempre che, nel momento in cui Dio smette di essere il centro delle preoccupazioni, dei pensieri e delle azioni di un singolo o di un gruppo sociale, non tardano a sorgere le contraddizioni, perché quando manca la premessa maggiore, è compromessa la sostanza del sillogismo. Sarebbe troppo lungo ricordare ad uno ad uno tutti gli scontri di Gesù con i farisei. È sufficiente rievocare il caso della guarigione di un idropico nel giorno di sabato, a casa di uno di loro. Gesù lancia contro di essi un’invettiva: "Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?" (Lc 14, 5).

Questo atteggiamento così categorico e perentorio di Gesù contro i farisei ha un suo solido fondamento, se si considera che essi erano veri lupi travestiti da pastori. Non si stancavano mai di calunniare il Signore, manifestandoGli in ogni occasione una forte antipatia. Lo accusavano di essere posseduto dal demonio, di lasciarsi coinvolgere da persone di malaffare, di infrangere la legge del sabato, ecc. Inoltre, erano sempre pronti ad alterare i fatti e le parole da Lui proferite, come è successo, per esempio, nell’episodio dell’espulsione del demonio che aveva reso sordomuto un povero uomo; in questa occasione lo hanno calunniato, affermando che lo aveva esorcizzato e guarito in virtù del potere di Belzebú (3).

Furia dei farisei

Questa opposizione, latente all’inizio, è diventata via via sempre più manifesta, categorica e pubblica, al punto da produrre una scissione nell’opinione pubblica del popolo giudaico. Da un lato, la maggioranza si chiedeva se di fatto Gesù non fosse davvero il Messia, ritenendo impossibile che qualcuno fosse in grado di realizzare più miracoli di Lui (4). Dall’altro, questo crescente mormorio, tra la gente, ha portato i farisei ad appoggiare i capi dei sacerdoti quando questi hanno decretato di imprigionare il Salvatore. Intanto, le stesse guardie affermavano: "Nessun uomo mai ha parlato come quest’uomo", e non hanno voluto catturarlo (Gv 7, 46).

Se l’odio dei farisei contro Gesù si manifesta tanto radicale alla fine del settimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, al termine dell’ottavo esso è ancora più drastico: "Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio". (Gv 8, 59). Nel capitolo seguente, dopo la guarigione di un cieco, i farisei, furenti, gettano quest’ultimo fuori dalla sinagoga, insultandolo e accusandolo di essere discepolo di Gesù. Il capitolo 10 ci riferisce di un nuovo vano tentativo di catturare il Signore. Il punto culminante di questa collera si verifica dopo la resurrezione di Lazzaro: "Da quel giorno dunque decisero di ucciderLo" (Gv 11, 53).

Si direbbe che, crocifiggendo Gesù, sarebbero stati finalmente soddisfatti. Ma così non fu. I capi dei sacerdoti e i farisei pretesero da Pilato una stretta vigilanza presso il sepolcro, al fine di evitare che venisse rubato il corpo di Gesù, e, a seguire, sigillarono la pietra del sepolcro, lasciando lì due guardie.

Nelle sue linee generali, questa è la realtà dell’odio dei farisei contro il Divino Maestro, che è indispensabile tener ben presente per poter analizzare il Vangelo di oggi.

 

Argomento: Tracce per omelie

La sapienza umana contro la sapienza divina!

 

La domanda presentata dal fariseo a Gesù è frutto della sapienza umana ed è diretta a colui che è colmo di Sapienza divina. Il dottore della legge però non pone tale domanda per conoscere la verità, ma per provocare Gesù, il quale gli risponde in modo semplice e sorprendente: l’amore a Dio!

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"Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti" (Mt 22, 34-40).

 

I – La virtù dell’amore

Il fondamento dell’amore è molto più profondo di quanto generalmente si immagini. L’amore — come afferma Sant’Agostino (1) —  trascina come un peso coloro che si amano e produce un forte desiderio di presenza e di unione, trovando la sua espressione più significativa nell’abbraccio tra coloro che si amano.

Tutto ciò che è frutto della creazione trova la sua fonte nell’onnipotenza divina, incluso l’amore, il cui principio è eterno e procede dal Padre e dal Figlio. Entrambi, amandoSi, originano questa tendenza con una forza tanto straordinaria che genera una Terza Persona. Così come l’amore produce in noi un’inclinazione all’essere amato, Padre e Figlio, esseri infinitamente amabili, amano il Loro proprio Essere Divino. In ciò risiede l’origine dell’Amore, in quanto Persona proveniente dall’unione tra Padre e Figlio.

La Genesi, nel narrare la grande opera della Creazione, descrive l’ amore ed il compiacimento di Dio verso le opere da Lui create. Di conseguenza il grado di perfezione di ogni essere scaturisce dalla sua capacità di amare ed è in proporzione di questa.

La virtù più importante per la salvezza

Nel Vangelo, abbiamo innumerevoli esempi significativi dell’immenso amore di Dio e della sua infinita misericordia. In proposito basti ricordare quando il Figlio di Dio loda la Fede del centurione (cfr. Lc 7, 9) o quella della cananea (cfr. Mt 15, 28), a cui fece anche dei miracoli, o si ricordi quando Gesù esalta la fede di Pietro, dichiarando che la risposta di Pietro procede da una rivelazione fatta dal Padre e che per tale semplice ragione non esita a proclamarlo beato (cfr. Mt 16, 17).

Parlandoci dell’amore Gesù ci spiega, inoltre, come tale virtù sia, di per sé stessa, capace di perdonare un enorme numero di peccati. Ciò appare evidente quando arriva a difendere pubblicamente una peccatrice da coloro che l’accusavano: "Perché molto ha amato" (Lc 7, 47). Ora, non ci possiamo dimenticare di come il Signore conosce il valore e il premio di ogni atto di virtù. Dobbiamo, pertanto, di fronte alla salvezza eterna, comprendere quanto sia più importante amare che praticare la fede.

Gesù, supremo modello di amore

Alla luce di tutto ciò e per comprendere questa virtù nel suo più alto grado di perfezione è indispensabile ammirarla in Cristo Gesù e cercare di imitarLo.

L’amore del Verbo Incarnato, infatti, è veramente speciale, in quanto soprannaturale ed ha per oggetto l’Essere Supremo. C’è, però, una notevole differenza tra Lui e noi. Nel Figlio di Dio, l’amore divino e quello umano, per l’unione ipostatica, si congiungono in una sola Persona. Quanto a noi, "l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo" (Rm 5, 5), ossia, esso ci è stato donato ma per poterlo ottenere, dobbiamo chiederlo.

Nonostante questa differenza, Gesù è, e resta, il nostro insuperabile modello, poiché è impossibile trovare in Lui una volontà diversa da quella del Padre e, nella medesima direzione deve essere orientato il nostro amore. Tuttavia, sebbene in Gesù non ci sia mai stata fede – poiché, dal primo istante della sua esistenza, la Sua anima si è trovata nella visione beatifica – in noi, questa virtù deve esser sempre accompagnata da un caloroso amore, il più somigliante possibile a quello di Gesù.

La fede del cristiano e la fede dei demoni

Commentando la prima lettera di San Giovanni, così si esprime Sant’Agostino: "‘Perché anche i demoni credono e tremano’, come dice la Scrittura (Tg 2, 19). Che cosa hanno potuto i demoni credere di più che il dire: ‘Sappiamo chi sei tu, il Figlio di Dio’ (Mc 1, 24)? Quello che hanno detto i demoni, lo ha detto anche Pietro. […] Così, infatti, dice Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’ (Mt 16, 16). Dicono anche i demoni: ‘Sappiamo che sei il Figlio di Dio ed il Santo di Dio’. Com’ è evidente, Pietro, pur usando le medesime parole utilizzate dai demoni, attribuisce alle stesse un senso profondamente diverso.

"E come facciamo a dire che Pietro diceva questo per amore? Perché la fede del cristiano è sempre accompagnata da amore, mentre la fede del demonio non ha amore. In che modo è senza amore? Pietro diceva questo per abbracciare Cristo, mentre i demoni lo dicevano affinché Cristo si allontanasse da loro. Perché prima di dire ‘sappiamo chi sei tu, il Figlio di Dio’, avevano detto: ‘Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci prima del tempo?’ (Mc 1, 24). Appare ben evidente che riconoscere Cristo con l’intenzione di abbracciarLo, è ben diverso dal riconoscere Cristo col proposito di allontanarLo da sé.

"Dunque, è chiaro che quando, in questo passo, Giovanni dice: ‘Colui che crede’, intende riferirsi ad una fede peculiare, autentica e profondamente sentita, non ad una fede grossolana.

"Vi riferisco l’esempio dei demoni, cari fratelli, perché nessun eretico venga a dirci: ‘Anche noi crediamo’.Non vi rallegriate per le parole di quelli che credono, ma esaminiate le opere di quelli che vivono" (2)

Colui che ama il Padre ama il Figlio

Il grande Vescovo di Ippona conferisce una così grande importanza al fatto che alla fede si unisca l’amore, che non ha timore di fare commenti in proposito e di provocare e scuotere anche le mentalità più relativiste:

"E chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato (I Gv 5, 1). Ha unito in seguito l’amore con la fede, poiché la fede senza amore è vana. Con amore, è la fede del cristiano; senza amore, la fede del demonio. Ora, coloro che non credono sono peggiori dei demoni, più induriti degli stessi demoni. Si trova in giro qualcuno che non vuole credere in Cristo: questo qualcuno non imita neppure i demoni. Ci sono altri, tuttavia che non credono in Cristo, ma Lo odiano… Sono come i demoni, che temevano di essere castigati e dicevano: ‘Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?’ Sei venuto a rovinarci prima del tempo? (Mc 1, 24). Aggiungi a questa fede l’amore, al fine che si converta in quella fede di cui parla l’Apostolo: ‘ La fede che opera per mezzo dell’ amore’ (Ga 5, 6).

"Se hai incontrato questa fede, hai incontrato un cristiano, hai incontrato un cittadino di Gerusalemme, hai incontrato un pellegrino che sospira per il cammino, unisciti a lui, sia egli un tuo compagno, corri insieme a lui. Chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi da Lui è stato generato. Chi ha generato? Il Padre. Chi è stato generato? Il Figlio. Pertanto, che cosa dice Giovanni? Chiunque ama il Padre, ama il Figlio" (3).

Nell’amore troviamo la tanto agognata felicità

Certamente talmente tante sono le considerazioni circa la virtù dell’amore, che non può esserci enciclopedia capace di abbracciare i tesori emanati dall’oratoria e dagli scritti dei Santi, Padri, Dottori, teologi, esegeti, ecc.

Alla luce di una visione dell’amore così prospettata,, dobbiamo esaminare le tre letture della Liturgia di questa XXX Domenica del Tempo Ordinario. In questa fondamentale virtù, infatti, risiede la tanto agognata felicità, come ci insegna San Tommaso d’Aquino: "In quanto amore verso Dio, ci fa disprezzare le cose terrene e unirci a Lui. Per questo allontana da noi il dolore e la tristezza, e ci dà la gioia del divino: ‘il frutto dello Spirito Santo è carità, gioia, pace’ (Ga 5, 22)" (4). Considerato quanto esposto in precedenza, possiamo con viva fede sostenere che l’amore altro non è che il dulcis Hospes animae, l’Amico per eccellenza che abita in tutte le anime in stato di Grazia.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo della 29ª domenica del tempo ordinario

Dare a Cesare, o dare a Dio?

Vivendo in armonia e cooperazione, la società temporale e quella spirituale offrono le condizioni per il vero progresso umano.

João Scognamiglio Clá Dias, E. P.
fondatore degli Evangeli Praecones
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L’uomo è stato creato da Dio per vivere in società, sotto due autorità: temporale e spirituale. Quale deve essere la sua attitudine verso l’una e l’altra? Ecco il tema del Vangelo della ventinovesima domenica del tempo ordinario.

"Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?". Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22, 15-21).

 

Non esiste una situazione estatica nella vita morale

La nostra vita morale si trova sempre in movimento. In altre parole, nella scala di valori tra l’estremo del bene e l’estremo del male, nessuno resta fermo in un grado determinato. Tutti stiamo in qualche modo camminando, anche se molto lentamente e impercettibilmente, in direzione di uno dei poli, o imbarazzati in un via vai continuo. Ci sono, anche, accelerazioni verso una direzione o l’altra, risultanti da un grande atto di virtù o da un gravissimo peccato. In questa scala, pertanto, il movimento è costante, come sottolineano numerosi teologi.

Ora, davanti al Figlio dell’Uomo, questo fenomeno si è verificato in forma intensa nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la grazia di conoscerLo e, più ancora, di convivere con Lui. Maria Santissima non ha fatto che ascendere in ogni istante nella sua già così alta unione con Dio. In contropartita, gli avversari di Gesù crebbero in modo continuo nell’odio verso di Lui.

I farisei giunsero a un grande grado d’indignazione udendo dalle labbra del Divino Maestro parabole allo stesso tempo severissime e di chiara applicazione su di loro, come quella dei vignaioli omicidi, e quella della festa di nozze, come narra il Vangelo:

"Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta" (Mt 21, 45-46).

È stata questa la circostanza che li ha portati a riunirsi urgentemente in consiglio. Questo stesso episodio è menzionato in altri termini da San Marco (Mc. 12, 12-13).

Tanto dalla narrazione dell’uno, quanto da quella dell’altro evangelista, è chiaro il dilemma nel quale si trovavano i farisei. Da un lato, desideravano catturare Gesù per ammazzarLo. Dall’altro, era loro impossibile agire in questo senso, poiché i miracoli, le parole e la stessa figura del Divino Maestro scuotevano il popolo, che non Lo abbandonava nemmeno un istante. Come realizzare questo orrendo crimine contro uno costantemente attorniato di fedeli? CatturarLo nel silenzio della notte, in forma inattesa, seria o ideale, ma anche impossibile, visto che il Redentore non dava mai loro l’opportunità di sapere dove Egli sarebbe stato dopo il calar del sole.

Argomento: Tracce per omelie

Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


Sacra Scrittura

I Lettura: Is 25,6-10a;
Salmo: Sal 22;
II Lettura: Fil ,4,12-14.19-20-9;
Vangelo: Mt 22, 1-14


NESSO TRA LE LETTURE

La lettura del profeta Isaia è un brano sommamente consolatore. Ci mostra l'intenzione salvìfica di Dio che prepara per i tempi messianici un sontuoso banchetto sul monte Horeb. Dio asciuga le lacrime da ogni volto, e allontana ogni bruttura e sofferenza. La promessa della salvezza sarà perfettamente compiuta (prima lettura). Anche il vangelo ci parla di un banchetto, ma toni e circostanze sono ben distinti. Si tratta della parabola degli invitati scortesi, che non accettarono l'invito a partecipare al banchetto nuziale (Vangelo). Nel testo del profeta Isaia si sottolineava, specialmente, il dono che Dio prepara per i tempi messianici, invitando tutti i popoli della terra. Nella parabola evangelica, invece, sono poste in rilievo la libertà e la responsabilità degli invitati al banchetto. Il matrimonio era pronto, ma gli invitati non lo meritavano. Vergognosamente, avevano alzato le mani sui servi, e li avevano percossi, fino ad ucciderli. Che strano modo di ricambiare qualcuno che ha appena offerto un invito ad un banchetto! Quanto tragica e drammatica è la fine di quegli invitati scortesi: le truppe del re incendiarono la loro città e sterminò gli assassini! Si tratta, dunque, di una parabola correlata con quella che abbiamo letto domenica scorsa (quella dei vignaioli omicidi), e che mostra chiaramente che coloro che erano stati scelti per partecipare al banchetto si sono comportati in modo spregevole, non hanno riconosciuto la propria condizione di invitati o di contadini prediletti. Hanno voluto arricchirsi delle proprietà del re, hanno voluto sostituirsi a lui, disprezzandolo, e hanno perduto se stessi, divenendo degli assassini. Dio, in Gesù Cristo, invita l'uomo al banchetto eterno, offrendogli la salvezza. Da parte di Dio, tutto è compiuto; ma è l'uomo che, liberamente e generosamente deve accorrere al banchetto. Come san Paolo, bisogna far esperienza di Cristo e del suo amore, per poter affrontare qualunque difficoltà della vita: "tutto posso in colui che mi dà forza" (seconda lettura).


Messaggio dottrinale

Nei tempi messianici Dio asciugherà le lacrime da tutti i volti. Un inno della liturgia delle ore dice: "Signore, mi hai dato gli occhi non solo per piangere, ma anche per contemplare". Capita, in alcuni momenti della vita, di credere che la propria esistenza non sia altro che pianto e sofferenza ininterrotta. Sono tante le pene degli uomini! Tribolazioni di interi popoli, sepolti nella loro miseria, perseguitati da flagelli e malattie come l'Aids o la malaria; il tormento di migliaia di giovani, prigionieri nella morsa della violenza, o della spirale della droga, del sesso, della perdita di senso; i patimenti di tanti malati incurabili, in stato terminale, o in stato critico; le angosce di tante famiglie disunite. Il Signore non è estraneo a tutte queste sofferenze. Egli raccoglie le nostre lacrime nelle sue mani, come descrive bene il salmo 56:
"I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli;" (Sal 56,9).

Il Signore "vede le nostre lacrime", (cf. 2Re 20,5), "ascolta le nostre lacrime" (Sal 39, 13). Il Signore si commuove davanti alle lacrime degli uomini. "Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me" (Is 49,16). Il Signore si prende cura di noi come un padre dei suoi figli: "Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare", (Os 11,3-4).

Il Signore prepara, dunque, un banchetto per la fine dei tempi. In suo Figlio, Egli ci ha espresso tutto il suo favore; in Lui ci ha mostrato quanto preziosa è agli occhi di Dio la vita dell'uomo, perché ha inviato suo Figlio in sacrificio: "per riscattare lo schiavo, consegnò suo Figlio". Egli ha cura di noi e nessuna delle nostre vie gli è ignota. Egli viene a cercarci là dove il peccato ci ha dispersi. Sì, alla fine dei tempi il Signore non solo asciugherà ogni lacrima di chi cercherà rifugio presso di Lui, ma già, fin da ora, è la consolazione e la gioia del cuore contrito e vilipeso. Apriamogli il nostro cuore, perché Egli possa prendersi cura di noi. Nella profezia di Isaia, per la prima volta, si postula il tema dell'immortalità: "Il Signore degli eserciti eliminerà la morte per sempre".

Dio ci dà le forze per superare le contrarietà. Nella seconda lettura, Paolo si rivolge ai Filippesi mostrando loro che egli è abituato a tutto. Sa vivere in povertà come nell'abbondanza. Conosce l'agio e la privazione, e si è esercitato nella pazienza, di fronte alle grandi difficoltà del suo ministero. "Tutto può in colui che gli dà forza". Il cristiano, come Paolo, sa che in Cristo trova la forza necessaria a perseverare nel bene, per realizzare la propria missione. Sa che non è mai solo, nelle alterne vicende della vita. È consapevole di continuare a riprodurre, con la propria esistenza, con le proprie sofferenza e col proprio amore, il mistero di Cristo. Per ciò, possiamo dire che:

- l'amore per Cristo ci dona la costanza nel compimento dei nostri doveri. Il nostro dovere di stato costituisce il nostro primo obbligo. Per mezzo di questa fedeltà ai doveri di ogni giorno, continuiamo a costruire il Regno di Cristo nel mondo. Quanti sono i santi, religiosi o laici che giunsero alla santità proprio attraverso il compimento ordinario dei loro doveri!

- l'amore per Cristo ci dona la pazienza per sopportare le contrarietà. Non sono poche né piccole le avversità che un uomo, un cristiano, una persona amante della giustizia e della verità deve affrontare. Ostilità di ogni tipo, a volte interiori, intime, profonde; a volte esteriori, offese dei nemici, incomprensioni con gli amici, attriti coi propri cari, malattie, morte... Solo l'amore di Cristo e l'amore per Cristo possono dare una risposta convincente al mistero del male.

- l'amore per Cristo ci dona il coraggio per vincere le nostre paure e diffidenze. Il Papa non cessa di ripetere, anche ora, nella sua vecchiaia, che non dobbiamo aver paura; che dobbiamo lottare per il bene, che dobbiamo "puntare al largo" che dobbiamo essere "le sentinelle" del mattino, che annunciano che la notte sta ormai passando, e che giunge la speranza di un nuovo giorno. In Cristo troveremo la forza per superare le nostre paure.

- l'amore per Cristo ci dona la forza per realizzare la nostra missione nella vita. Ogni persona ha una propria missione in questa vita. Spesso sentiamo di non avere le forze necessarie per portarla avanti. Ci si può sentire fragili o esauriti o scoraggiati, davanti alla grandezza della missione. Ma è Cristo che fortifica chi sta per cadere. Sono belle le parole che il Papa pronunciò nell'accettare la sua elezione: "A Cristo Redentore ho elevato i miei sentimenti e pensieri il 16 ottobre dello scorso anno, allorché, dopo l'elezione canonica, fu a me rivolta la domanda: "Accetti?". Risposi allora: "Obbedendo nella fede a Cristo, mio Signore, confidando nella Madre di Cristo e della Chiesa, nonostante le così grandi difficoltà, io accetto" (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n. 2).

Argomento: Tracce per omelie

Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


I Lettura: Is 5,1-7;
Salmo: Sal 79;
II Lettura: Fil, 6-9;
Vangelo: Mt 21, 33-43

NESSO TRA LE LETTURE

Le letture di questa domenica ci presentano l'immagine della vigna. Una vigna che simbolizza Israele, amato e assistito da Dio, ma che, tristemente, non produce i frutti che Dio si aspettava e che sapeva - poiché l'ha coltivata con amore - che essa poteva dargli: questo è il tema su cui riflettere in questa domenica. La prima lettura ci mostra il poema dell'"amico diletto" e della sua vigna. Con parole piene di trasporto, il poema ci presenta il padrone della vigna, prodigo di attenzioni, che ne dissoda il terreno, toglie di mezzo tutte le pietre, edifica una torre, vi pianta buone viti e scava un tino. Questo uomo ama la sua vigna, e si aspetta che essa dia buoni frutti, ma invece riceve uve selvatiche, acerbe, e che non maturano mai. L'uomo ha ragione di lamentarsi, e si domanda con animo affranto: cosa avrei potuto fare di più per la mia vigna che già non ho fatto? Niente, certamente. Aveva usato tutti i mezzi all'epoca noti per coltivare una vite eccellente (prima lettura). Nel vangelo torna nuovamente il tema della vite, in una specie di allegoria: il padrone della vite l'affida ad alcuni lavoratori e se ne va. Invia, dopo qualche tempo, i suoi ambasciatori per raccogliere i frutti, ma i vignaioli maltrattano gli inviati e, quando vedono venire il figlio, prendono la decisione di ucciderlo. Anche qui, il padrone della vigna non viene ricambiato del suo sollecito affetto per la vigna: i vignaioli non producono i frutti che il padrone si aspettava. In entrambi i casi, l'argomento dei frutti che Dio attende da Israele e dagli uomini è posto in speciale rilievo: l'uomo ha ricevuto molto da Dio e deve produrre frutti di vita eterna, di santità vera, di carità sincera (Vangelo). Da parte sua, Paolo, nella lettera ai Filippesi, continua la sua esposizione e li esorta a tenere in conto tutto quello che è vero, nobile, giusto e li invita a realizzare opere buone (seconda lettura).


 

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XXVI domenica del Tempo Comune

I due figli della Parabola
e gli altri due

Comportandosi in modo di gran lunga peggiore di quello dei due figli della parabola, i sacerdoti e gli anziani del popolo non solo si sono rifiutati di lavorare nella vigna del Signore, ma di fatto, non ci sono nemmeno andati. Questa sarebbe l’attitudine di un terzo figlio, manifestazione estrema del cattivo comportamento nei confronti del Padre! Ma c’è anche un quarto figlio: quello che ha udito con entusiasmo l’invito del Padre e dà la propria vita per Lui!

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
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La Parabola dei Due Figli

28 "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Dicono: "L’ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli" (Mt 21, 28-32).

I – Introduzione: Innocenza e inerranza

Come sembra bella la vita onesta, in tutte le sue manifestazioni, quando si è capaci di analizzarla con occhi limpidi, disinteressati e innocenti! Nella vecchiaia essa si presenta permeata di fragilità, ma robusta e arricchita di esperienza. Si mostra forte, decisa e audace in gioventù, a mano a mano che però, entrando per le porte della maturità, si va arricchendo in riflessione, chiarificazioni e saggezza. Niente attira tanto l’attenzione del nostro sguardo, nel corso dell’esistenza umana, quanto lo sviluppo degli istinti primordiali in un bambino, dai suoi primi vagiti fino al raggiungimento dell’età della ragione. Si comprende come l’animo infantile, nel mettere in pratica a poco a poco gli atti dell’intelligenza o della volontà entri in possesso di un ricco tesoro di esperienze che si basano sui primi principi innati.

L’anima umana è alla ricerca della verità

Ci incanta il vedere con quale sicurezza gli animali – e persino gli stessi insetti – vadano in cerca degli alimenti di cui hanno bisogno. Non è difficile discernere la mano di Dio dietro a tutte queste attività, pur sapendo che Lui, evidentemente, non le sta orchestrando in forma diretta in ogni momento. Dio crea gli esseri viventi con istinti propri che sono conformi alle necessità e alle convenienze di ognuno. Anche l’uomo, essere razionale, nasce con stimoli iniziali e spontanei che gli daranno sicurezza nella ricerca degli obbiettivi per i quali è stato destinato. A questo proposito, la Tomistica ci spiega, con estrema chiarezza, che l’anima, creata e infusa nell’essere al momento del concepimento, è già arricchita dal senso dell’essere.

Approssimiamoci alla culla di un bambino e mostriamogli delle belle palle di differenti colori. Le sue reazioni dimostrano la meraviglia di questi istinti umani, i quali agiscono molto prima dell’uso della ragione. Egli sceglierà una palla del colore che più gli piace, dopo un po’ di tempo passerà a giocare con un’altra e così di seguito. Si tratta della ricerca istintiva del bene, del bello e del vero che finirà per condurre alla scelta di una delle palle rispetto le altre. Questi sono riflessi che precedono la costituzione della capacità di giudicare in forma razionale, in conformità a dei principi chiaramente stabiliti.

Il peccato fa perdere la capacità di giudicare correttamente

Eccellente a questo proposito è l’affermazione di un grande domenicano del secolo scorso, Frate Santiago Ramírez O.P., secondo cui l’anima umana è essenzialmente aristocratica, in quanto è sempre alla ricerca del meglio.

Se gli uomini hanno questi istinti, come si spiega allora l’esistenza dell’errore, della cattiveria e della bruttezza? Speriamo in un prossimo articolo di approfondire questa questione tanto essenziale. Per oggi basti dire che l’inerranza di questi istinti si mantiene solamente se si conserva l’innocenza, in altre parole è il peccato la causa della perdita della capacità di giudicare bene. Lo stesso San Tommaso d’Aquino ci insegna che il senso della verità, del bello e della bontà è un istinto aristocratico, perché soltanto gli innocenti lo possiedono in modo tanto solido. Ora – conclude il Dottore Angelico – pochi sono gli innocenti nel mondo, pertanto pochi sono coloro che ne godono in modo integrale.

È intorno a questa meravigliosa problematica che si svolge il Vangelo di oggi.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XXV Domenica del Tempo Ordinario

Il verme roditore dell’invidia
Veleno che corrode le anime, l’invidia è ancor peggiore quando si rivolta contro i favori spirituali concessi da Dio al prossimo. A questo vizio morale si attribuisce il nome di invidia della grazia fraterna.

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
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Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi (Matteo 20, 1-16).
Non raramente, il brano del Vangelo da commentare guadagna in prospettiva, quando lo situiamo nel suo contesto di tempo e luogo, osservando il comportamento del pubblico e le ripercussioni psicologiche dei protagonisti.

 

L’ambiente nel quale Gesù ha esposto la parabola
La parabola dei lavoratori della vigna fu proferita dal Divino Maestro nel suo ultimo viaggio, quando ritornava a Gerusalemme. Era un momento cruciale. Attingendo l’apice dei suoi miracoli, prova inequivocabile della sua divinità, Gesù aveva resuscitato Lazzaro e, per ragioni di prudenza (prevedendo le reazioni irate dei suoi nemici), aveva deciso di andarsene da Gerusalemme. Passato del tempo riprese il cammino verso la Città Santa, dove sarebbe entrato solennemente la Domenica delle Palme. Ed è in quest’ultimo viaggio che andiamo a incontrarLo.
In quell’epoca, molto precedente a Guttenberg, non esisteva evidentemente la stampa, e meno ancora si poteva pensare alla radio, televisione e internet. Abituati come siamo a tutti questi mezzi di comunicazione, facciamo fatica a immaginare come le notizie potessero diffondersi. In verità, sebbene fossero trasmesse di bocca in bocca, non per questo era lenta la loro divulgazione, soprattutto se erano rivestite di un carattere spettacolare. Così, per esempio, le notizie sull’intensa attività di San Giovanni Battista, il cui operato di poco aveva preceduto quello di Gesù, erano corse per tutto il paese e anche oltre frontiera, causando grande mormorio tra il popolo e profonda preoccupazione nel Sinedrio. Era stato solo l’inizio. Dai giorni in cui il Precursore aveva battezzato i suoi primi penitenti, Israele non aveva più smesso di esser assalito da una crescente ondata di avvenimenti inusitati e perturbatori. E questa successione di fatti sarebbe culminata nella resurrezione di una persona morta da quattro giorni.
Tuttavia, tanto quanto i miracoli — e anche più di loro —, erano sorprendenti gli insegnamenti del Divino Maestro. Le sue parole cadevano come rinfrescante pioggia su un arenile assetato, com’era il mondo di allora, includendo il popolo eletto. Ci troviamo qui in una prospettiva psicologica piena di curiosità e inquietudine, che portava le persone a interessarsi nei minimi dettagli dei sermoni di Gesù di Nazareth. Di qui il gran numero di quelli che si riunivano intorno a Lui, al punto che gli evangelisti parlano a volte di “grande moltitudine”, come avvenne nella traversata del Giordano (Mt 19, 1-2), al tempo del ritorno dalla Galilea alla Giudea. D’altra parte, la dottrina di Gesù e i suoi movimenti erano motivo di grande inquietudine per scribi, farisei e dottori della legge. La progressiva fama del Divino Maestro li aveva portati a presentarGli questioni apparentemente insolubili e sempre più capziose, ma l’unico risultato dei loro attacchi era darGli l’opportunità di esporre i suoi divini insegnamenti, che costituiscono il fondamento della Dottrina Cattolica. E l’insegnamento di una dottrina nuova creava il clima per la spiegazione di un’altra, in una concatenazione naturale straordinaria.


Dottrine concatenate
Vediamo questo capitare nel suddetto viaggio di ritorno a Gerusalemme, antecedente alla Domenica delle Palme. In quest’occasione avviene il pronunciamento di Nostro Signore sulla indissolubilità del vincolo matrimoniale e la bellezza della verginità (Mt 19, 3-12). Con questo, fu creato l’ambiente favorevole in modo che Gesù chiamasse tutti a far parte della sua futura Chiesa.
Nella sequenza del racconto evangelico, è presentato il Suo incontro con i bambini: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli” (Mt 19, 14).
Subito dopo, Nostro Signore dice che il primo nel Regno dei Cieli sarà colui che si farà come un bambino, indicando la necessità che gli uomini assomiglino ai bambini per entrare nel Regno dei Cieli.
Segue l’episodio del ragazzo ricco. Con questo, è reso palese a tutta la Storia uno dei maggiori ostacoli per l’adesione piena e totale alla Chiesa: l’attaccamento ai beni di questo mondo (Mt 19, 16-26). È stato l’insegnamento di Gesù, causato dal rifiuto del giovane di rispondere alla chiamata del Maestro, che ha provocato un intervento di Pietro. Con il suo carattere estremamente comunicativo, egli non ha resistito a chiedere: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?” (Mt 19, 27). Attraverso la risposta a questa domanda, vediamo come Gesù stava preparando l’opinione pubblica a ricevere la sua chiamata. Ed Egli risponde con divina chiarezza: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29). Come il “centuplo” si riferisce alla vita presente, la frase di Nostro Signore ci conduce alla facile conclusione che ci sono promessi due premi differenti: uno sulla terra, l’altro nell’eternità. Si tratta di un grande incoraggiamento a tutti i seguaci di Cristo, che li aiuta a mantenersi incrollabili nel cammino da percorrere.
Precisamente su questo punto del Vangelo inizia la parabola dei lavoratori della vigna, con la quale Gesù conclude per così dire un’ulteriore fase d’istruzione dei suoi seguaci, includendo quelli del futuro.

 

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XXIV Domenica del Tempo Ordinario

 

Devo perdonare una volta sola?

Il problema del perdono è complesso. La legge antica dava all’offeso il diritto di vendicarsi. Il Vangelo prescrive il dovere di perdonare le offese e glorifica chi lo fa. Ora, quali sono i limiti? Fino a che punto deve esser prodiga la nostra misericordia?
Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
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"In quel tempo, 21 Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". 22 E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. 23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito.
26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa!’. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi!’. 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito!’. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’. 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.
35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello’" (Mt 18, 21-35).

 

I – Invito alla bontà, mansuetudine e clemenza

Si osserva con frequenza in alcune persone, quando intraprendono le vie della pratica della virtù, la tendenza a cercare una regola precisa che garantisca loro la salvezza. Spiriti pragmatici, si sentono interamente sicuri solo cercando di avere sotto il loro controllo la propria vita spirituale, senza dipendere da altri e, probabilmente, nemmeno dalla grazia divina.

Vorrebbero ottenere meriti soprannaturali più o meno come chi destina denaro in banca, con la garanzia che renderà una determinata somma ogni mese. Così come le occupazioni fisse e manifeste conferiscono stabilità alla nostra esistenza terrena, esse desiderano lo stesso per l’ottenimento della vita eterna.

Nessuno può conoscere con certezza il suo stato d’animo

Nemmeno il più saldo e virtuoso degli uomini può però evitare un briciolo di insicurezza riguardo il suo stato d’animo. A questo riguardo, solo Dio conosce con certezza la situazione di ciascuno; pertanto, nessuno può ritenere di essere senza dubbio nella grazia divina, come spiega il Dottor Angelico: "Uno non può sapere, con certezza assoluta, di possedere la grazia, secondo la prima Lettera ai Corinzi: ‘Non mi giudico da me stesso. Chi mi giudica è il Signore’" (1).

Un commovente fatto storico illustra questa realtà. Quando Santa Giovanna d’Arco affrontava il processo orchestrato contro di lei, uno degli inquisitori – Jean Beaupère, maestro dell’Università di Parigi – le fece una domanda insidiosa: "Sei in stato di grazia?" (2). Se avesse risposto affermativamente, sarebbe stata biasimata per il fatto di contrariare la dottrina cattolica; se avesse negato, avrebbe dato pretesto alla malevolenza dei suoi accusatori. La giovane pastora, invece, affrontò in maniera perfetta la capziosa questione, come avrebbe fatto il più esperto teologo: "Se non lo sono, che Dio mi vi introduca; se lo sono, che Dio mi ci conservi" (3).

Ora, questa salutare insicurezza quanto alla salvezza diverge dalla mentalità orgogliosa e pragmatica dei farisei dell’epoca di Nostro Signore, che avevano elaborato centinaia di regole il cui semplice compimento, essi credevano, rendeva la persona giustificata davanti a Dio. Concepivano la Religione come un contratto, nel quale a loro toccava osservare con precisione questo elenco di precetti esteriori, e a Dio premiare chi li osservasse, qualsiasi fossero le loro disposizioni interiori.

Come vedremo più avanti, San Pietro, formulando la domanda trascritta all’inizio del Vangelo di oggi, mostra di essere influenzato in certa misura da questo modo di pensare. Perché la psicologia umana è costituita in modo tale che ognuno tende a giudicare normale l’ambiente dove è nato e vive, di conseguenza l’uomo si adatta con facilità persino alle maggiori contingenze e avversità che incontra nella vita di tutti i giorni.

Il concetto di giustizia all’epoca di Nostro Signore

Nel corso del ciclo liturgico, la Chiesa ci mostra differenti aspetti degli infiniti attributi di Dio, per meglio conoscerLo, amarLo e imitarLo. In questa 24ª Domenica del Tempo Ordinario, il Vangelo ci invita alla bontà, alla mansuetudine e alla clemenza: dobbiamo essere buoni come Egli è buono, compassionevoli come Egli è compassionevole, clementi come Egli è clemente. "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt 11, 29), ci esorta Gesù.

Per meglio comprendere il passo proposto oggi dalla Chiesa alla nostra considerazione, dobbiamo aver ben presente quanto l’odio, il desiderio di vendetta e l’incapacità di perdonare imperversavano nelle civiltà precedenti alla venuta del Signore Gesù.

Il concetto di giustizia vigente nell’Oriente biblico si fondava sulla Legge del Taglione, secondo la quale il criminale doveva esser punito taliter, cioè con rigorosa reciprocità in relazione al danno inflitto: "Occhio per occhio, dente per dente" – tale il crimine, tale la pena. Vale la pena notare che questo principio legale mirava anche a mitigare i costumi violenti dei popoli antichi, dove la rappresaglia era la regola e, in generale, provocava un danno maggiore di quello dell’offesa (4). Vigendo il costume di fare giustizia con le proprie mani, prevaleva sempre il più forte e il perdono era visto come segno di debolezza.

Nell’antica Mesopotamia, per esempio, "le pene erano atti di vendetta e raramente bastava tagliare la testa; troviamo spesso, soprattutto in Assiria, il supplizio del palo e lo scorticamento. Si lasciava insepolto il cadavere, perché servisse da lezione. Per delitti di minor valore, era all’ordine del giorno tagliare la mano, il naso, le orecchie, strappare gli occhi. Il debitore insolvente restava schiavo perpetuo del creditore, il quale poteva venderlo o utilizzarlo a suo servizio" (5).

Consideriamo in questa prospettiva il passo del Vangelo di oggi.

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XXIII Domenica del Tempo Ordinario

 

La correzione fraterna, un’opzione o un dovere?
Chi non corregge il suo prossimo, causa un danno non solo a questi ma anche a se stesso. Si vedrà privato dei meriti e benefici del compimento del proprio dovere, e finirà per scandalizzare coloro che constatano la sua negligenza.
Don João Scognamiglio Clá Dias, EP
Fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it 

 

Vangelo 
Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”(Mt 18, 15-20).

 

I – La Correzione, grande mezzo di salvezza

Sant’Alfonso Maria de Liguori scrisse una bella opera intitolata “L’orazione, grande mezzo di salvezza”. Il suo contenuto è preziosissimo e irrefutabile. In una delle sue pagine, il Santo arriva ad affermare che chi prega si salva e chi non prega si condanna.
Penetrando nel cuore del Vangelo di questa XXIII Domenica del Tempo Ordinario, giungiamo ad una conclusione simile: la correzione fraterna è un grande mezzo di salvezza, perché il destino eterno di qualcuno può dipendere proprio dall’accettazione delle correzioni che gli siano fatte.
Questa è la materia che la Liturgia di oggi ci porta a considerare: il dovere della correzione fraterna e la necessità di accettarla bene.

 

II – Qual’è il figlio che il padre non corregge?

Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
È chiaro il consiglio di Gesù, quanto alla necessità di correggere coloro che peccano contro di noi.
Nelle offese personali, ingiurie, o anche nei difetti che osserviamo nella condotta di altri – soprattutto mancanze concernenti la Fede e i costumi, col rischio di suscitare qualche scandalo – non possiamo evitare di ammonire il nostro prossimo, per indifferenza, o peggio ancora, per disprezzo. Per mettere in pratica la direttiva del Signore, espressa nel versetto sopra, il nostro zelo deve essere pieno di fervore.
San Giovanni Climaco compara, con molto acume, la crudeltà di uno che toglie il pane dalle mani di un bambino affamato, con quella di colui che ha l’obbligo di correggere e non lo fa (1). Quest’ultimo causa un danno non solo al suo prossimo ma anche a se stesso. Si vedrà, per quest’omissione, privato dei meriti e benefici del compimento di questo dovere e finirà per scandalizzare quelli che costatano la sua negligenza.
Lo stesso capita in campo agricolo, poiché quanto più fertile è un terreno, più si deve lavorarlo per evitare che si trasformi in bosco e sterpaglia.
Evidentemente, nell’applicazione di questo precetto, non si deve agire sotto l’influsso di una qualche passione, per quanto minima sia. L’animo disinteressato è fondamentale. Ogni carità dovrà essere impiegata nel delicatissimo compito della riconciliazione.

L’obbligo di ammonire
La prima responsabilità – riconoscere il proprio errore – è di chi lo commette, però, lo zelo, la prudenza e l’amore verso Dio spettano a chi ha l’obbligo di ammonire. “Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo” (Pr 13, 24). Pertanto, è falsa tenerezza rinunciare ad applicare una necessaria correzione, giudicando con questa omissione di risparmiare un’amarezza a chi ne necessita. Chi si omette in questo modo, in realtà non solo è connivente con la mancanza praticata, ma dimostra di mal volere chi necessiterebbe dell’appoggio di una parola chiarificatrice. Questo sentimentalismo, disequilibrio ed equivocata indulgenza confermano nei loro vizi coloro che sbagliano.
È importantissimo che genitori, educatori, ecc. compiano in questa materia il loro dovere, poiché così ci insegna il Libro dei Proverbi: “La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l’allontanerà da lui” (22, 15). Del resto, è un vero segnale di grande amore ammonire per le loro mancanze gli inferiori; quando un padre così procede con suo figlio, desidera per lui il bene e la virtù.
La reciprocità in quest’amore deve essere una caratteristica di chi riceve l’ammonimento o rimprovero: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3, 11-12).
Se il superiore rinuncia ad ammonire quelli che gli sono affidati, è un chiaro segnale che non si sente amato come un padre; o non ama l’inferiore come un figlio, ed in questo caso non è raro che di lui si venga persino a mormorare. Scrivendo agli ebrei, San Paolo non ha timore di affermare: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli legittimi” (Eb 12, 7-8). Dunque, di fatto, il rimorso, il dolore per le nostre mancanze, il peso della coscienza, costituiscono un inestimabile dono di Dio.

Non risparmiare la verga a tuo figlio
Cornelio a Lapide, nella sua famosa opera di commenti sulle Sacre Scritture, così si esprime su questa questione: “Non risparmiare al bambino la correzione; se lo castigherai con la verga, egli non morirà, dice il Libro dei Proverbi (Noli subtrahere a puero disciplinam; si enim percusseris eum virga, non morietur). Castigalo con la verga e salverai la sua anima dall’inferno (Tu virga percuties eum et animam eius de inferno liberabis) (23, 13-14). La correzione è per il bambino quello che il morso è per il cavallo e il pungolo per i buoi.
I genitori che sono troppo indulgenti coi loro figli non li castigano, ma li espongono ai supplizi dell’inferno. Chi ha un’eccessiva indulgenza verso suo figlio, è il suo più crudele nemico. Così, padri e madri, se amate i vostri figli, applicate loro la verga delle correzioni, affinché non succeda che essi vadano a finire all’inferno: se li dispensate da quelli, sarà per condannarli a questo. Scegliete!
Ripetiamo: la salvezza e la felicità dei figli risultano da una buona educazione e dalla giusta severità dei genitori. Al contrario, una condiscendenza licenziosa e la mancanza di correzione sono il principio della cattiva condotta e della condanna dei figli: essi cadono in eccessi e crimini che li portano alla disgrazia eterna. Quanti figli, nell’inferno, maledicono i loro genitori e li riempiranno di imprecazioni per il resto dei secoli, per aver trascurato di rimproverarli, correggerli e castigarli, diventando così causa della loro eterna perdizione!
Si comprende l’odio di questi disgraziati, perché tali padri hanno dato loro, non la vita, ma la morte; non il Cielo, ma l’inferno; non la felicità, ma la ­disgrazia senza fine e senza limiti. Il bambino conserva fino alla sua vecchiaia e fino alla morte gli abitudini della sua infanzia e della sua gioventù, secondo le parole della Sacra Scrittura: ‘Abitua il giovane secondo la via da seguire; neppure da vecchio se ne allontanerà. (Adolescens juxta viam suam etiam *censura* senuerit non secedet ab ea) (Pr 22, 6). L’albero che presto si torce continua con la sua cattiva inclinazione fino a che sarà tagliato e gettato sul fuoco” (2).

Gratitudine verso chi corregge
Nella vita comune e corrente, non è raro che capiti di uscire di casa distrattamente trasandati nell’aspetto esteriore: calze dai colori differenti, vestiti mal combinati, ecc. Basta che, per carità, qualcuno ce lo faccia notare perché ci manifestiamo pieni di gratitudine; se, al contrario, nessuno ci dicesse niente, ce  ne risentiremmo. Ora, abbiamo un motivo maggiore, per ringraziare chi ci ammonisce per la nostra mancanza di virtù, soprattutto per ciò che può costituire uno scandalo.
Le considerazioni stesse di coloro che percorrono il cammino del paganesimo mostrano che i dettami della saggezza umana vanno nella stessa direzione riguardo a questo particolare. Plutarco afferma che dovremmo pagare bene i nostri avversari perché dicono le verità a nostro riguardo. Gli amici, secondo lui, sanno solo blandire, adulare e lusingare (3). È, d’altronde, quello che succede nelle relazioni abituali odierne, ossia, ci si imbatte in una correzione solo quando si stabilisce un’inimicizia, soltanto lì arriviamo a conoscere ciò che realmente gli altri pensano di noi.
Ugo di San Vittore sintetizza in modo sapiente i buoni effetti della correzione. Quando è accettata con umiltà e gratitudine, essa trattiene i cattivi desideri, colloca un freno alle passioni della carne, abbatte l’orgoglio, spegne l’intemperanza, distrugge la superficialità e reprime i cattivi movimenti dello spirito e del cuore (4). È per questo che guadagniamo un fratello quando siamo ascoltati con buona disposizione da parte di chi correggiamo, poiché gli restituiamo la vera pace dell’animo e lo riconduciamo sulla via della salvezza.

Argomento: Tracce per omelie

Ventiduesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A

 

Letture
I Lettura: Ger 20,7-9;
Salmo: Sal 62;
II Lettura: Rm 12, 1-2;
Vangelo: Mt 16, 21-27

 

NESSO TRA LE LETTURE
Il cammino della propria vocazione passa necessariamente per la croce. Vogliamo proporre questa affermazione come il fulcro delle letture di questa domenica ventiduesima del tempo ordinario. Geremia, nelle sue famose confessioni, ci mostra fino a che punto porta l'esperienza drammatica della vocazione, della chiamata di Dio a realizzare il compito della propria vita. Egli sa che è stato chiamato da Dio a una missione ardua e difficile. Tuttavia, a un certo punto si sente tradito da Dio: tutta la sua vita non è stata altro che "distruggere", e non si vede da nessuna parte la realizzazione della promessa divina della costruzione del popolo di Dio. Si sente sedotto e ingannato. Se Geremia non lo avesse manifestato, nessuno avrebbe potuto intuire la profondità del suo scoraggiamento e la prova tanto dolorosa che la sua fede stava affrontando (prima lettura). La lettera ai Romani esprime invece una verità molto più consolatrice, ma non per questo meno esigente. Ci esorta a offrire i nostri corpi come ostia vivente, santa e gradita a Dio. Cioè, ci esorta al sacrificio. Ci invita a vivere la vita e la vocazione come un'offerta a Dio uno e Trino. Tuttavia questa esortazione non giunge se non dopo che è stato annunciato il "vangelo", cioè il piano salvifico di Dio, in Gesù Cristo. La grazia del dono precede la richiesta dell'offerta (seconda lettura). Nel Vangelo Cristo annuncia con chiarezza ed esigenza che è necessario prendere il cammino della croce per salvare gli uomini. Chi vuole seguire Cristo fedelmente, dovrà prendere la sua croce e mettersi in cammino. Il messaggio cristiano è un messaggio di gioia pasquale, che però passa per la croce (Vangelo).

MESSAGGIO DOTTRINALE
1. La vocazione cristiana. La parola "vocazione" descrive molto bene le relazioni che Dio realizza con ciascun essere umano nell'amore. In realtà, "ogni vita è una vocazione", come diceva Paolo VI (Paolo VI, Lett. Enc. Populorum progressio, 15), perché è una chiamata a svolgere un compito speciale nella costruzione del mondo e nell'opera della salvezza. Quando parliamo di vocazione cristiana, tuttavia, ci riferiamo ad una vocazione specifica. Si tratta di una chiamata a "vivere in Cristo" e a far sì che "Cristo sia tutto in tutti". La vita cristiana è vocazione nel senso che Dio inizia con la sua creatura un dialogo di amore. La fa sentire amata. Amata eternamente di un amore infinito e, qualche volta, la invita a prender parte del suo stesso amore, che si riversa nei cuori. La vocazione cristiana è perciò l'invito a passare dal livello iniziale della semplice osservanza dei comandamenti a un livello più elevato della donazione, dell'imitazione di Cristo. Vocazione-donazione-amore che si offre, possono essere tre sinonimi di una stessa realtà profonda. Chi non prende la sua vita come una vocazione e missione è costretto a vivere nel tedio, nel passatempo banale, nel piacere effimero. "L'aspetto più sublime della dignità dell'uomo - leggiamo nel documento conciliare Gaudium et Spes - consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio. Se l'uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l'esistenza; e l'uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo Creatore" (GS, n. 19). E così, perciò, la chiamata alla comunione con Dio è la nostra vocazione essenziale come uomini e come cristiani. È importante tenere nella nostra mente e nel nostro cuore queste verità fondamentali affinché la nostra vita e la nostra stessa esistenza non si perdano nella noia e nella perdita di tempo. La comunione con Dio è la nostra metà finale, ma è anche una meta che ha inizio in qualche modo qui sulla terra.

Dunque, questa vocazione in Cristo è una chiamata a partecipare al mistero pasquale. Cioè a partecipare alla passione, morte e resurrezione del Signore. Il Signore, chiamandoci alla fede cristiana, non ci ha lasciati come semplici spettatori passivi della redenzione, perché, infatti, ci ha detto: 'vieni a prendere parte alla lotta del bene contro il male, accogli questa singolare chiamata a redimere insieme a me l'umanità, attraverso la tua sofferenza, delle vicissitudini della tua vita e della tua stessa morte. Vieni, partecipa'. "Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me che sono in carcere per Lui; ma soffri anche tu insieme con me per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data da Cristo Gesù fin dall'eternità". Il Signore ci ha chiamati ad una vocazione santa da tutta l'eternità. Il cristiano è un uomo convocato, un uomo chiamato a vivere una nuova vita, la vita in Cristo. Si tratta di una chiamata divina. Non è un'iniziativa personale, non è un prodotto delle opere o un merito personale. È semplicemente un dono di Dio. E questo dono passa per la croce e per la sofferenza, come abbiamo visto nella vita dell'apostolo e nella drammatica testimonianza di Geremia. Quest'uomo, di carattere mite e tranquillo, deve passare la vita combattendo per il suo popolo e annunciando calamità. Si sente preso in giro e ingannato perfino da Dio stesso. Decide di non accordarsi più con il suo creatore, ma non può, è come una fiamma che brucia le sue viscere. Sì, la vocazione passa per momenti di totale oscurità, di sofferenza tanto radicale che sembra che Dio ha abbandonato il suo "chiamato". Ma Dio non si dimentica. I suoi doni sono senza pentimento. Potrà forse una madre scordarsi del figlio del suo ventre, ma Dio non si dimentica delle sue creature. Se si guarda la vocazione cristiana da questa prospettiva, cambiano molte cose nella nostra scala di valori. La croce allora non sarà più quella triste realtà, che bisogna evitare a tutti i costi. No, la croce sarà un cammino di santificazione. Del resto tutti hanno croci e sofferenze, ma mentre qualcuno si ribella contro il Creatore, altri invece compiono umilmente la loro parte che a loro corrisponde nella storia della salvezza. In fondo, si tratta di comprendere il senso della croce, di comprenderne il suo senso salvifico, di comprendere il cammino di felicità e pace interiore che passa per la strada stretta del calvario e della accettazione gioiosa della croce.

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Argomento: Tracce per omelie

Omelia della XXI domenica del Tempo Ordinario

 

Letture
I Lettura: Is 22,19-23;
Salmo: Sal 137;
II Lettura: Rm 11, 33-36;
Vangelo: Mt 16, 13-20

 

NESSO TRA LE LETTURE
“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. La confessione di Pietro nel Vangelo di questa domenica ci porta a concentrare su di essa tutta la nostra attenzione. Pietro menziona due verità fondamentali: la messianicità e la divinità di Cristo. Egli è il Messia, colui che è venuto per salvare il suo popolo, l'Unto del Signore, il Figlio di Dio. Gesù, rivolgendosi agli apostoli, domanda loro: "la gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?" Gli apostoli, senza troppo impegno rispondono che qualcuno pensava fosse Giovanni il Battista, altri Geremia o qualcuno dei profeti. In effetti Gesù aveva fatto già vari miracoli, e parecchie predicazioni e per questo la sua fama cominciava ad estendersi.
In ogni modo, Gesù desiderava sapere quale fosse il pensiero dei suoi uomini: "E voi, chi dite che io sia?". Da questa risposta dipende il senso delle loro vite. Da questa risposta dipendeva il senso del sacrificio che avevano fatto lasciando ogni cosa per seguire Gesù. Pertanto non era una risposta che si poteva dare in modo leggero e superficiale. Bisognava meditare prima di parlare. Per ciò dobbiamo ringraziare Pietro per la sua risposta, perché questa orienta anche tutte le nostre risposte che noi possiamo offrire riguardo all'identità di Gesù. Dobbiamo ringraziare il Padre che dal cielo rivela a Pietro l'identità del suo Figlio. "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Gesù è il Messia, cioè colui che Dio ha unto con lo Spirito Santo per realizzare la missione di salvezza degli uomini e per riconciliarli con Dio. Gesù è colui che viene a instaurare il Regno di Dio. L'atteso dalle nazioni. Gesù Cristo è il Figlio del Dio vivente: e nel caso di Gesù, l'espressione Figlio di Dio, a differenza del caso in cui si riferisce ad un qualsiasi essere umano, creatura di Dio, ha un senso pienamente proprio. Cioè qui Pietro riconosce il carattere trascendente della filiazione divina, e perciò Gesù afferma solennemente: "né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei Cieli" (Vangelo). Ha le idee chiare Paolo quando, dopo una lunga meditazione sul mistero della salvezza, afferma che i piani divini sono ineffabili: "o profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!" (Seconda Lettura). Effettivamente, quando uno contempla il piano della salvezza e comprende, per quanto ciò sia possibile, che Dio si è incarnato per amore dell'uomo, non può fare a meno di prorompere in un canto di gioia e in una disponibilità totale al piano divino. E così, dopo la sua confessione, Pietro riceve il primato: sarà la roccia della Chiesa e custodirà le chiavi del Regno dei Cieli.

MESSAGGIO DOTTRINALE
1. Gesù è il Messia. La parola Messia significa "unto". In Israele erano "unti" coloro che erano consacrati per una missione ricevuta da Dio. Erano re (cf. 1 Sam 9, 16; 10, 1; 16, 1. 12-13; 1 Re 1, 39), sacerdoti (cf. Es 29, 7; Lv 8, 12) e, eccezionalmente profeti (cf. 1 Re 19, 16). E per eccellenza sarebbe stato "unto" per eccellenza il Messia inviato da Dio per instaurare definitivamente il suo Regno (cf. Sal 2, 2; At 4, 26-27). Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore (cf. Is 11, 2) allo stesso tempo come re e sacerdote sacerdote (cf. Zc 4, 14; 6, 13) e però anche come profeta. (cf. Is 61, 1; Lc 4, 16-21). Gesù portò a compimento la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re (cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 436). Gli angeli annunciarono ai pastori: "Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo (il Messia, l'Unto) Signore" (Lc 2,11). Gesù è colui che il Padre ha santificato e inviato al mondo. Questa consacrazione messianica manifesta la sua missione divina: Gesù è venuto per glorificare il Padre e salvare gli uomini, seguendo il piano divino. Molti suoi contemporanei scoprirono in Gesù il Messia che doveva venire: Simeone, Anna, la gente che lo acclamava Figlio di David.

Tuttavia lo stile di Messia che Gesù incarna cozza fortemente contro le speranze dei sommi sacerdoti, che speravano in un messianismo di tipo politico. Vedere invece un Messia umile che parla di povertà, di sofferenza, di beatitudini, risultava per loro del tutto incomprensibile. Anche gli stessi apostoli, nel momento dell'Assunzione esprimono la speranza che Gesù manifesti tutto il suo potere: "Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il Regno di Israele?" (At 1,6). La comprensione del messianismo di Gesù avvenne per gli apostoli in modo lento e progressivo. Essi dovevano entrare dentro se stessi e meditare tutta l'opera di Cristo, dovevano giungere a comprendere "che era necessario che Gesù soffrisse per entrare nella sua gloria". Gesù mette un impegno particolare nel purificare la concezione messianica dei suoi apostoli. La sua missione di Messia ripeterà i passi del servo sofferente, sarà necessario che il Messia sia rifiutato dagli anziani, che lo si condanni a morte e risusciti il terzo giorno. Gesù, che in tutta la sua vita era stato "riservato" a ricevere il titolo di Messia, cambia atteggiamento davanti alla domanda del Sommo sacerdote: " 'Ti scongiuro per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio'. 'Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo' " (Mt 26,63). Non è vero forse che noi, come gli apostoli, dobbiamo purificare la nostra concezione su Cristo, sulla sua missione e su come metterci alla sua sequela? Non è vero forse che, anche noi, dobbiamo entrare nel mistero di Cristo e vedere che Egli è il capo e noi siamo le sue membra e ciò che si è verificato nel capo anche i membri lo riprodurranno? In fondo si tratta di scoprire il senso della missione della propria vita, il senso della donazione per amore nel sacrificio, il senso dell'amore alla verità per dar gloria a Dio e agli uomini. "Dar gloria a Dio": questo potrebbe essere il motto della vita del cristiano. Sii innestato nella vita di Cristo, unto, fa parte del suo sacerdozio reale, sii popolo di sua proprietà, dai gloria a Dio con la tua vita, con le tue sofferenze, con le tue gioie, con la tua morte.

2. Gesù è il Figlio di Dio. "Figlio di Dio", nell'Antico Testamento è un titolo dato agli angeli (cf. Dt 32, 8; Gb 1, 6), al popolo eletto (cf. Es 4, 22; Os 11, 1; Ger 3, 19; Sir 36, 11; Sap 18, 13), ai figli di Israele (cf. Dt 14, 1; Os 2, 1) e ai suoi re (cf. 2 Sam 7, 14; Sal 82, 6). Significa una filiazione adottiva che Dio stabilisce con le sue creature, relazione di particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è chiamato "Figlio di Dio" (cf. 1 Cr 17, 13; Sal 2, 7), non implica necessariamente, secondo il senso letterale di questi testi, che sia qualcosa di più che umano. Quelli che designarono così Gesù, in quanto Messia di Israele (cf. Mt 27, 54), forse non poterono dire niente di più (cf. Lc 23, 47). (Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 441). Tuttavia, il caso di cui ci stiamo occupando è diverso. Quando Pietro confessa Gesù come "il Cristo, il Figlio del Dio vivo" (Mt 16, 16) fa una confessione della divinità del Messia. Perciò Cristo risponde con solennità: "né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei Cieli" (Mt 16, 17). Parallelamente, Paolo dirà a proposito della sua conversione sul cammino di Damasco: "Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani…" (Gal 1,15-16), "e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio" (At 9, 20). Questo sarà fin dal principio (cf. 1 Ts 1, 10), il centro della fede apostolica (cf. Gv 20, 31) professata in primo luogo da Pietro come fondamento della Chiesa (cf. Mt 16, 18).

Se Pietro ha potuto riconoscere il carattere trascendente della filiazione divina di Gesù Messia, questo è stato perché Egli lo ha lasciato intendere chiaramente. I vangeli ci riportano due momenti solenni, il battesimo e la trasfigurazione di Cristo, nei quali la voce del Padre lo indica come il suo "Figlio prediletto" (Mt 3,17; 17,5). Gesù definisce se stesso come "il Figlio unigenito di Dio" (Gv 3, 16) e afferma, mediante questo titolo, la sua esistenza eterna (cf. Gv 10, 36). Chiede la fede nel " Nome del Figlio unigenito di Dio" (Gv 3, 18). Questa confessione cristiana compare già nell'esclamazione del centurione, davanti a Gesù sulla croce: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio" (Mc 15, 39), perché solamente nel mistero pasquale il credente può trarre il senso pieno del titolo "Figlio di Dio". Anche il mondo di oggi trova delle difficoltà a comprendere la divinità di Cristo. Nella comunità dei credenti pare oscurarsi questa verità fondamentale della nostra fede. Il Credo che recitiamo ogni domenica afferma la divinità di Gesù Cristo: "Credo in Gesù Cristo, Figlio Unigenito di Dio. Nato dal Padre prima di tutti i secoli. Dio da Dio, luce da luce". È importante che questa nostra predicazione aiuti le persone a scoprire le meraviglie del piano divino e la profondità dell'incarnazione. Dio, nel suo immenso amore, si è fatto uno come noi, per condurci al Padre.

SUGGERIMENTI PASTORALI
1. Importanza della catechesi sulla divinità di Cristo. I mezzi di comunicazione: periodici, libri, riviste, televisione, cinema ecc., offrono non poche volte una visione distorta di Cristo. Viene presentato come un uomo magnifico, di grandi ideali, però un semplice uomo, la cui dottrina si può paragonare con quelle degli altri grandi personaggi o leader religiosi, ma non si dice niente sulla sua divinità, la si nasconde e la si sciupa. Noi fedeli siamo esposti a tutte queste informazioni o, meglio, disinformazioni. È perciò importante, in certi casi urgente, buttar via tutti questi mezzi a disposizione, per avere un'adeguata catechesi su questi punti essenziali della fede. Una catechesi dei bambini che origina dal ventre materno, ma che incontra un momento privilegiato nella catechesi per la prima comunione. Le prime nozioni apprese in famiglia non si dimenticano, ma penetrano soavemente e definitivamente nell'anima accompagnandoci durante tutto il cammino della vita. Una catechesi dei giovani, nella quale si pongono i più seri problemi della vita e si apre il ventaglio dell'esistenza. È questo il momento in cui si scopre il proprio "io" e si stabilisce un dialogo profondo con Cristo Signore. Catechesi per adulti, quando, passate le prime età della vita, si sono cristallizzate le abitudini e le disposizioni dell'uomo e della donna, e la persona passa un momento di aggiustamento profondo della sua esistenza. Quanto bene potremo fare all'uomo mostrando Cristo, il Figlio di Dio venuto sulla terra per salvarlo e riconciliarlo con il Padre. Mostrare che Lui è la rivelazione del Padre e che grazie a Lui abbiamo accesso al cielo, alla vita eterna. Questa è la speranza che vince qualsiasi pena e la sfida della vita eterna.

2. L'amore per il Papa. La liturgia di oggi ci invita a incrementare il nostro amore e la nostra adesione al Papa, come successore di Pietro e vicario di Cristo. Vediamo in lui il Buon Pastore, la roccia sulla quale si edifica la Chiesa, colui che detiene le chiavi del Regno dei Cieli. Non lasciamolo solo nella sua sofferenza per la Chiesa, accompagniamolo, invece, non solo con la nostra preghiera, ma anche con le nostre personali sofferenze e con l'azione apostolica. È opportuno ripetere ciò che Giovanni Paolo ha detto a una religiosa di clausura all'inizio del suo pontificato: "Conto su di voi, sulla vostra preghiera e il vostro sacrificio". Che il Papa, successore di Pietro, possa contare anche con noi, per la "Nuova Evangelizzazione".

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XIX Domenica del Tempo Ordinario

Tutto si ottiene per mezzo della Fede!
“Verbum Domini manet in aeternum”, la parola di Dio rimane in eterno. Il Vangelo di oggi sulla Fede della Cananea si può applicare interamente, fin nei suoi minimi particolari, alla nostra quotidianità. Come ottenere ciò di cui abbiamo bisogno e che chiediamo? Quale deve essere la relazione tra Fede e preghiera? Ecco alcune nozioni indispensabili alla nostra esistenza esemplarmente illustrate in queste considerazioni.
di Mons. João Scognamiglio Clá Dias
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

La donna cananea
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”. 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro”. 24 Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: “Signore, aiutami!”. 26 Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. 27 “È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. 28 Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita. (Mt 15, 21-28).

 

I – Introduzione: Giudei e Cananei
I nemici di Gesù erano estremamente irritati per la predicazione di una nuova dottrina dotata di potere di attrazione e di conversione. Gesù, con la sua Sapienza infinita, per ragioni diplomatiche ha deciso di ritirarSi per qualche tempo evitando il contatto con i suoi avversari, al fine di calmarne gli animi esaltati. Era l’atteggiamento più indicato in quelle circostanze, secondo quanto si può dedurre dalla narrazione fatta da due Evangelisti (1). Attraversando la Galilea superiore, a nordest si trovava il territorio di Tiro e Sidone (nell’attuale Libano), abitato da pagani di etnia cananea, molto ostili ai giudei di allora, secondo quanto ci riferisce il famoso storico ebreo Flavio Giuseppe (2).
A proposito se Gesù sia entrato o meno  in quelle città fenicie, gli esegeti discordano. Alcuni mantengono un buon margine di dubbio, considerato il senso vago delle espressioni utilizzate da entrambi i Vangeli, quando si riferiscono a questo viaggio, nonostante menzionino esplicitamente la regione. Le argomentazioni degli altri vanno in senso contrario. Questi ricordano che Elia era già stato in quei paraggi (3) e si chiedono se fosse stato conveniente per il Signore entrare in terre pagane, anche se non per esercitare il suo ministero.
La questione di fondo è legata a fatti più antichi.
Di ritorno dalla schiavitù in Babilonia, il popolo giudeo ha impiegato più di un secolo per insediarsi nuovamente in Palestina (dal 538 a.C. al 398 a.C.). Per un certo periodo (approssimativamente nel 458 a.C.), un secondo nucleo di rimpatriati ha potuto contare al suo interno su una figura di spicco: Esdra. Tra le sue numerose iniziative vi era quella che mirava a dare nuovo impulso ai costumi e ai precetti prescritti da Mosè, in modo particolare a quelli relativi ai matrimoni misti. È stata in questa occasione che sono state escluse dal popolo giudeo tutte le donne cananee, con i loro rispettivi figli (4). Oltre a ciò, un altro profeta, Neemia, spinto da santo zelo, in un periodo successivo, ha espulso da Gerusalemme i mercanti della città di Tiro, così come ha preso severe misure per separare il popolo eletto dagli stranieri (5)

 

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XIX Domenica del Tempo Ordinario

Fino a dove deve arrivare la nostra fede
La barca con gli Apostoli è in balìa della tempesta: potrebbe essere l’immagine della Chiesa in lotta, nei mari di questo mondo, in piena notte, con l’obiettivo di approdare sulle rive del Regno Eterno.
João Scognamiglio Clá Dias
fondatore degli Evangeli Praecones
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http://www.salvamiregina.it

Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: "È un fantasma" e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: "Coraggio, sono io, non abbiate paura". Pietro gli disse: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque". Ed egli disse: "Vieni!". Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?". Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: "Tu sei veramente il Figlio di Dio!" (Mt 14, 22-33).

I – La moltitudine voleva proclamarLo re

Ecco il grande Profeta, atteso da secoli! Ecco colui che è stato annunciato da Mosè! Ecco il figlio di Davide!". Tra grida e acclamazioni, sembrava si stesse realizzando in Galilea il trionfo di Gesù. In forma sintetica, ma molto espressiva, San Giovanni è l’unico evangelista a narrare la forte impressione prodotta dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci in coloro che ne beneficiarono, come abbiamo potuto contemplare la precedente domenica, XVIII del Tempo Ordinario.

I testimoni del miracolo, oltre ad aver molto apprezzato il cibo, rimasero psicologicamente colpiti dal potere di quel Gesù di Nazaret, convinti che fosse realmente Lui il Profeta che sarebbe dovuto venire al mondo.

Altra era, invece, la realtà vista dagli occhi di Gesù. Quello che sembrava il maggiore successo della sua vita, era, nella concretezza dei fatti, il maggior pericolo che la sua opera poteva correre. Ecco perchè Egli ha impiegato la sua forza e saggezza divina per indirizzare bene questo spontaneo e frizzante entusiasmo.

Concezioni erronee riguardo al messianismo

Tutti erano convinti di trovarsi dinnanzi a quel Messia tanto commentato e anelato. E, senza dubbio, avevano ragione! Infatti era Lui il preannunciato dai Profeti, l’atteso da Patriarchi e Re, e il promesso da Dio ad Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. Era il Salvatore. Ma non corrispondeva al modello creato, nel corso dei tempi, dal Popolo Eletto. Non era un leader politico nazionalista, terrestre e carnale; ma piuttosto il Messia, nel contempo uomo e Dio, celeste e spirituale.

Egli stesso dirà a Pilato che il Suo Regno non è di questo mondo e, pertanto, con nulla in comune con gli altri regni tanto dibattuti e ambiti da un’opinione pubblica obnubilata.

Era dovuto a questo equivoco il desiderio del popolo, eccitato all’estremo, di appropriarsi del Signore e di proclamarLo immediatamente re di Israele, anche se contro la Sua Divina Volontà.

A questo punto della vita pubblica di Gesù – noi ci troviamo nel quattordicesimo capitolo di San Matteo, che corrisponde al sesto di San Giovanni -, nulla portava a blandire l’infondata ambizione del popolo, nemmeno le mirabolanti idee dei dottori della legge, farisei, sacerdoti, ecc. In ogni caso, né gli uni né gli altri hanno voluto comprendere e neppure vedere o intuire, le linee generali delineate dal Signore riguardo l’annuncio della Buona Novella. Pochi presenti si sono resi conto, e comunque anch’essi in modo insufficiente, delle bellezze che il Salvatore portava.

Tali concezioni erronee riguardo il messianismo, fermentate nel corso dei secoli all’interno del popolo eletto, hanno prodotto un’incompatibilità tra le moltitudini e Gesù, rendendo più profondo, ad ogni passo, l’immenso abisso che le separava dal Vangelo. Sarebbe proprio a partire da questo punto che molti discepoli Lo avrebbero abbandonato; infatti pensieri simili, sebbene con meno acume e sostanza, si annidavano perfino nello spirito degli Apostoli.

Problema quasi insolubile per l’intelligenza umana

Incomparabilmente più dinamica di loro, accecata dalle sue idee fisse, la moltitudine non riusciva a raggiungere le vette della dottrina predicata da Nostro Signore, a proposito del vero Regno messianico, né desiderava abbandonare i suoi preconcetti distorti sulla figura del Messia.

Quegli uomini vedevano in Gesù il capo che li avrebbe portati a conquistare il potere per mezzo di miracoli portentosi e, abbacinati dagli aspetti sovrumani della moltiplicazione dei pani e dei pesci, progettavano di condurre il Signore a Gerusalemme, per proclamarLo re.

Momenti di grande perplessità e suspense: che fare? Per un’intelligenza puramente umana, la situazione era intricata, confusa e quasi insolubile. Sappiamo quanto le agitazioni popolari siano terribili quando arrivano al parossismo: ingaggiano le personalità più forti e attirano quelli più abili, con decisioni molte volte impensate, frutto di puro impulso. Ma tutto questo costituisce per Gesù un problema estremamente facile da risolvere.

Incipiente rivoluzione sventata in un sol colpo

Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla.

Se Gesù fosse rimasto con la moltitudine, insieme con i suoi discepoli, probabilmente questi si sarebbero lasciati influenzare dall’esaltazione di tutti. Infatti, coltivavano anche loro il sogno di essere liberati dal giogo romano e di conquistare il mondo intero.

Se, d’altra parte, Egli fosse partito con i suoi discepoli per altri luoghi, l’esaltazione della folla non avrebbe fatto altro che aumentare e, all’improvviso, sarebbe potuta sfociare in una rivoluzione nella stessa Galilea. La Storia ci insegna quanto questi momenti portino, alle volte, a veri incendi le cui fiamme divorano tutto.

Gesù constatò fino a che punto la moltitudine si lasciasse prendere dall’idea di un trionfo politico-sociale. Non c’era chi fosse in grado di frenarla da una glorificazione umana del Signore. Era convinta che proclamarLo re avrebbe portato come conseguenza la fondazione brillante dell’atteso regno terreno.

Di fronte a questo delirio popolare, la prima preoccupazione di Gesù è stata quella di salvare i suoi discepoli. E così ha proceduto senza perdere un secondo. Per questo motivo "ha obbligato i suoi discepoli a salire in barca". Don Manuel Tuya, OP commenta in questo modo: "Così facendo, disfaceva in un sol colpo tutta quella incipiente rivoluzione pseudo-messianica" (1).

Gesù mira ad irrobustire la Fede dei discepoli

Visualizzando un altro aspetto di questo procedimento del Divino Maestro, San Giovanni Crisostomo analizza l’accaduto, dal punto di vista della vita spirituale e della formazione morale dei suoi Apostoli: "Volendo il Signore dare loro l’opportunità di fare un minuzioso esame di quello che era avvenuto, ordinò che si separassero da Lui tutti quanti avevano assistito al miracolo e ricevuto come prova i cesti con gli avanzi; perché poteva sembrare che, essendo Lui presente, avesse fatto loro immaginare una cosa che di fatto non si era realizzata; invece, essendo Lui assente, era impossibile dare al miracolo questa spiegazione" (2).

Teofilatto condivide la stessa opinione, ed è assolutamente possibile che l’intenzione di Gesù sia stata quella di rendere più robusta la Fede dei discepoli. Comunque, non c’è mai una ragione soltanto per spiegare i Suoi gesti, gli atteggiamenti e le parole. Per questo Matteo e Giovanni presentano ragioni diverse per spiegare la partenza degli Apostoli verso l’altra sponda (3).

Dominio sulla moltitudine

Su questo passaggio, nelle sue omelie 50 e 51, San Giovanni Crisostomo tesse altre considerazioni a beneficio della nostra vita spirituale: "È necessario tener presente che, quando opera grandi cose, il Signore congeda le moltitudini, facendoci capire che non dobbiamo mai cercare il plauso popolare, né fare in modo che il popolo ci segua" (4).

Gesù, nel suo potere umano-divino, incantava, seduceva e dominava la moltitudine, ma non permetteva mai che essa avesse su di Lui una qualche emprise. In quei tempi di frequenti insurrezioni e agitazioni, le turbe erano abituate ad acclamare come salvatori della patria questi e quegli pseudo eroi. Con Gesù, su questa materia, non sono approdati a nulla, poiché Lui era determinato a fare la volontà del Padre; e non solo nel caso Suo, ma anche per tutti i suoi discepoli lungo i secoli, la norma sarà sempre fuggire da tutti quelli che cercano di pregiudicare o deviare il richiamo di Dio.

Preghiera in cima al monte

Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.

In che cosa sia consistita la preghiera di Gesù, in cima al monte, è per noi un mistero. La Sua anima si trovava nella Visione Beatifica e, pertanto, aveva una nozione chiara di quali erano i disegni di Dio. La Sua conoscenza divina è eterna, per il fatto che Egli è la seconda Persona della Santissima Trinità. Inoltre, la sua conoscenza sperimentale umana si svolgeva in ogni momento.

Certissimo è che questa preghiera è stata fervorosa e perfetta ed è consistita in rendimenti di grazia, lode, adorazione ed anche suppliche forti e definite. Attraverso queste preghiere Egli esercitava la Sua missione di Pontefice Supremo, Sacerdote dell’Altissimo.

Che cosa avrà chiesto? Lagrange solleva un’interessante ipotesi: "Essendo il miracolo dei pani un simbolo dell’Eucaristia, non è forse da pensare che in questa occasione Gesù abbia chiesto a Suo Padre di concedere questa grazia alla Sua Chiesa, ringraziandoLo anticipatamente a nome nostro per questo beneficio?" (5).

Argomento: Tracce per omelie

Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


Commento al Vangelo

[Mt 14,13-21] Udito cio`, Gesu` parti` di la` su una barca e si ritiro` in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo segui` a piedi dalle citta`. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e senti` compassione per loro e guari` i loro malati. Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: "Il luogo e` deserto ed e` ormai tardi; congeda la folla perche' vada nei villaggi a comprarsi da mangiare". Ma Gesu` rispose: "Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare". Gli risposero: "Non abbiamo che cinque pani e due pesci!". Ed egli disse: "Portatemeli qua". E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunzio` la benedizione, spezzo` i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

1 - Contesto storico-geografico:
marzo del 29 d.C. (Vanetti); prima di Pasqua (cf Gv 6,4), con l'erba ancora verde (Mc 6,39; cf v. 19 e Gv 6,10), in prossimita` di Betsaida (Lc 9,10).

Perche' Gesu` si ritira in disparte?
a) Per evitare la persecuzione di Erode che lo credeva Giovanni Battista resuscitato (Crisostomo, Teofilatto, Eutimio); Gesu` e` padrone della sua ora e consegnera' la sua vita liberamente al momento giusto.
b) Per dare occasione di riposo spirituale ai discepoli che erano ritornati dalla loro missione (cf Mc 6,31)
c) Per mostrare ai futuri predicatori e carismatici come si debba fuggire il plauso delle folle e la vana gloria (C. a Lapide)

2 - Articolazione letteraria della pericope
La narrazione del miracolo si trova inclusa tra:
a) indicazione che Gesu' che si ritira in preghiera v 13 - v 23
b) indicazione dei suoi sentimenti e la sua sollecitudine per le folle v 14 - vv 22-23

Cf vv 22-23, non inclusi nella lettura liturgica, ma parti integranti della pericope: "Subito dopo ordino` ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, sali` sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù".

3 - Considerazioni
Il miracolo non e' solo un intervento dell'amore di Gesu' per l'umanita` bisognosa, ma il coivolgimento dei discepoli in questo stesso amore e in questo stesso intervento: "date voi stessi loro da mangiare": il miracolo anticipa sia la Pasqua (la moltiplicazione per eccellenza e` l'Eucaristia), sia l'attrazione dei discepoli nella sfera di una collaborazione indipensabile - per scelta divina - all'economia della salvezza.
Non e` piu` la manna che discende dal cielo (assenza di cibo, Dio e il popolo, senza intervento di alcuno), ma: il pane che c'e` gia`, moltiplicato miracolosamente da Gesu` e distribuito dai discepoli. La manna succedeva al nulla e pioveva dal cielo, il pane moltiplicato succede a cinque pani che ci sono gia` ed e` distribuito dagli apostoli. Viene cosi` rivelata la collaborazione della creatura umana, necessaria nella nuova Economia. Il discepolo che non riesce neppure ad immaginare che cosa Dio puo` fare per l'uomo ("Il luogo e` deserto ed e` ormai tardi; congeda la folla perche' vada nei villaggi a comprarsi da mangiare") si trova ora profondamente trasformato (vita di grazia, misericordia e zelo apostolico) e dispensatore delle ricchezze del Cuore di Cristo.

Argomento: Tracce per omelie

Mons. Scognamilio E.P. ricevuto in udienza dal Santo Padre

Commento al Vangelo – XVII Domenica del Tempo Ordinario

Le parabole sul Regno

Tre parabole sul Regno – quella del tesoro nascosto, della perla e della rete -, preziosi insegnamenti per la nostra vita spirituale e per ottenere la salvezza. Quando i "pescatori" separeranno i "pesci", alla fine del mondo, noi staremo tra i buoni, o tra i cattivi?

Don João Scognamiglio Clá Dias, EP,
fondatore degli Evangeli Praecones
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Vangelo

l regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete capito tutte queste cose?". Gli risposero: "Sì". Ed egli disse loro: "Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (Mt 13, 44-52).

 

I – Il Regno rivelato dal Maestro

Alcuni soldati, inviati dalle autorità religiose del Tempio a catturare Gesù, erano ritornati senza portare a termine la missione. Eseguire gli ordini era stato loro impossibile, per il semplice fatto che nessuno mai aveva parlato come Lui. Traspare in questo episodio, il grande potere di espressione della verità insegnata dal Signore. Nessuno mai arrivò ad essere Maestro, o verrà ad esserlo, nel senso più profondo del termine, come lo è stato Gesù Cristo. Chi, infatti, potrà oltrepassarLo in pedagogia?

Consideriamo anche il fatto di quanto l’uomo sia moralmente incapace di conoscere da solo e pienamente le verità religiose, avendo bisogno per questo scopo del concorso della Rivelazione. Anche a questo riguardo possiamo chiederci: chi meglio dello stesso Gesù per offrire questa Rivelazione? Egli portava dall’alto una ricca varietà di temi per istruirci, tra i quali quello del Regno di Dio.

Obiettivo degli insegnamenti di Gesù

Il suo grande desiderio era farci conoscere direttamente le meraviglie che il Padre ci aveva preparato, poiché non è facile esprimerle nel linguaggio umano, come lo stesso San Paolo avrebbe detto: "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano" (I Cor 2, 9). Se Egli ci avesse mostrato il Regno dei Cieli, invece di rivelarcelo, avremmo perduto i meriti. Per questo, diventava indispensabile servirsi di immagini approssimative, molto compenetrate di logica e verosimiglianza, e facilmente accessibili alla nostra intelligenza. Un’oratoria magniloquente non era necessaria al Maestro, per la sua stessa essenza e perché ci comunicava una dottrina eterna, grandiosa, nella propria sostanza.

Dopo Gesù, i Santi e i Dottori molto ci hanno illuminato su questo punto particolare, come Sant’Agostino quando ha scritto: "Chi rivendica per se stesso quello che Voi offrite per uso di tutti, volendo come proprio ciò che è di tutti, è ridotto da ciò che è di tutti a ciò che è suo, cioè, dalla verità alla menzogna" (1). Sì, da questo punto di vista, Gesù ci ha dato il più alto esempio di modestia, proprio come dice San Paolo: "Essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile agli uomini" (Fil 2, 6-7). Per questo, invariabilmente, Egli Si richiama al Padre.

Supremazia del Magistero Divino

Ecco alcuni elementi che ci portano a meglio intendere il perché Gesù è il Maestro. Così, afferma il Dottor Angelico: "Cristo è il principale dottore della dottrina spirituale e della fede, conforme alla Lettera agli Ebrei: "Questa infatti, dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita, mentre Dio testimoniava nello stesso tempo con segni e prodigi’, ecc. (Eb 2, 3-4)" (2).

Infatti con tutta sicurezza si può parlare di una eccellenza del Magistero di Cristo, poiché "il potere di Cristo nell’insegnare si vede, sia grazie ai miracoli con cui confermava la sua dottrina, sia per l’efficacia con cui persuadeva, sia per l’autorità con cui parlava, poiché lo faceva come chi aveva dominio sulla legge, affermando: ‘Ma io vi dico’ (Mt 5, 34), sia infine per la rettitudine del suo procedere, vivendo senza peccato" (3).

Anche San Tommaso ci mostra come la scienza sacra superi tutte le altre, sia per il suo oggetto, poiché si occupa di temi elevati inaccessibili alla pura ragione umana, mentre le altre abbracciano soltanto ciò che si trova entro i loro limiti; sia per la certezza, poiché la scienza sacra si basa sulla Luce divina che è infallibile, e le altre sulla luce della ragione, che è passibile di errore. Per cui conclude: "Dunque, è evidente che, sotto tutti questi aspetti, la scienza sacra è più nobile delle altre" (4).

Di fronte a questa supremazia del Magistero Divino di Gesù, riesaminiamo per quale ragione Egli si serviva di parabole nel Suo insegnamento.

Metodo che intreccia semplicità ed eternità

Le parabole erano molto comuni nell’Antico Testamento. Fra queste possiamo menzionare quella del cantico della vigna di Isaia (cfr. 5, 1-7), o quella utilizzata da Natan per la sua invettiva contro Davide per i suoi peccati (cfr. 2 Sam 12, 1-4). Tutto porta a credere che, ai tempi della vita pubblica di Gesù, esse fossero divenute ancor più abituali, soprattutto tra i rabbini. Erano di vario tipo ed includevano un paragone che aveva lo scopo di rendere accessibile un insegnamento arduo da capire. Come strumento pedagogico, malgrado la loro semplicità – e forse proprio per questa ragione – risultavano attraenti, poiché, in virtù di una certa aura di ambiguità, che sempre le accompagnava, risultavano enigmatiche. Così, coloro che non riuscivano a cogliere il loro intero significato ne rimanevano curiosamente interessati e coloro che captavano il loro contenuto provavano un sentimento di letizia. Per questo il Signore si rivolgeva così ai Suoi ascoltatori: "Chi ha orecchie per intendere, intenda" (Mc 4, 9).

Gli autori hanno differenti opinioni a questo proposito. Alcuni, attraverso l’ottica della giustizia, analizzano le parabole come un procedimento usato dal Messia con l’obiettivo di castigare quelli che si rifiutavano di credere nella Rivelazione, nonostante i Suoi miracoli. Tra questi spicca Maldonado, come pure Knabenbauer e Fonk. Altri, al contrario, a partire dalla misericordia, spiegano che il soave velo delle parabole mirava a stimolare l’interesse degli astanti, inducendoli a fare domande, per questo afferma San Gerolamo: "Mescola il chiaro con l’oscuro affinché, per mezzo del comprensibile, afferrino quello che non intendono" (5).

Era anche indispensabile che Gesù formasse i Suoi discepoli passo passo – e non in maniera brusca – dentro i nuovi orizzonti. Sotto questo punto di vista, il metodo da Lui adottato non potrebbe essere stato migliore. In sé, la parabola dovrebbe essere semplice, sprovvista di qualsiasi carattere ricercato e, trattando una materia legata all’eternità, risultare sempre attuale. Semplicità ed eternità erano termini che si intrecciavano nel fulcro della Rivelazione portata da Gesù riguardo il Regno.

Due visioni opposte del Regno

I Giudei avevano una concezione sbagliata su questo punto in particolare. Credevano che la venuta del Messia fosse un’opportunità unica per la realizzazione del sogno nazionalista del popolo eletto: un intervento divino per instaurare un’era storica nella quale la supremazia politica, sociale e finanziaria sopra tutti i popoli sarebbe stata raggiunta con gloria e trionfo.

Proprio in senso opposto era il contenuto della Rivelazione sul vero Regno. In questo, tutto è semplicità, lentezza e superamento di ostacoli. Di qui il riferimento alle immagini del grano di senape, del loglio e del frumento, parabole contrapposte agli errori di visualizzazione del popolo giudeo.

Gesù predica alla moltitudine

Questa è la tematica trattata nell’intero capitolo 13, da San Matteo. In questo passo, seguiamo la predicazione di Gesù in Galilea. Uscito di casa, Gesù si siede sulle rive del mare di Tiberiade. Lo circonda una moltitudine tale che Egli si trova nella circostanza di dover salire su una barca, per riuscire a parlare a tutti. Discorre nuovamente utilizzando parabole: il seminatore, la zizzania, il grano di senape, il lievito. Dopo di che, saluta i presenti e ritorna verso casa. Una volta solo con i suoi discepoli, Gli viene chiesto di spiegare la metafora della zizzania. Se continuiamo ad ascoltarLo, penetreremo nel passo del Vangelo della Liturgia di oggi.

Sebbene San Matteo presenti questi insegnamenti come proferiti in casa, solamente ai discepoli, e non alla moltitudine, Maldonado la pensa in modo contrario: "Io credo che sia più probabile che li abbia detti a tutti prima, insieme con le altre parabole" (6).

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XVI domenica del Tempo Comune
di Monsignor Giovanni Scognamilio Clá Dias, fondatore degli Evangeli Praecones
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Zizzania, senape, lievito ed il Regno
Correggere le convinzioni errate del popolo giudeo sul regno messianico, porre l’accento su quanto fede dobbiamo aver nella forza di espansione della Chiesa e insistere sulla necessità della vigilanza – questi sono i principali obiettivi di queste parabole.

 

 

Vangelo

La parabola della zizzania

24 Un’altra parabola espose loro così: "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 28 Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? 29 No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".

Il grano di senape

31 Un’altra parabola espose loro: "Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami".

Il lievito

33 Un’altra parabola disse loro: "Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti". 34 Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, 35 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.

Spiegazione della parabola della zizzania

36 Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo". 37 Ed egli rispose: "Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. 38 Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, 39 e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda! (Mt. 13, 24-43).

I – Introduzione

Come una cornice può dare il suo contributo a che una bella pittura possa essere meglio apprezzata, così anche le scene evangeliche, in tutta la loro semplicità, frequentemente contribuiscono a mettere in risalto la figura dei loro protagonisti.

Sapendo che le parabole in questione sono state pronunciate da Gesù in una barca, ancorata presso la spiaggia lungo la costa del Mar di Galilea, viene da chiederci come doveva svolgersi la scena. Immaginiamo acque tranquille e silenziose e una moltitudine incuriosita, pigiata sulla riva ad ascoltarLo e vederLo, mentre invece Gesù sta nella barca, seduto su una panca di legno rustico, pronunciando affascinanti metafore. Poesia e logica, incanto e sapienza, semplicità e grandezza, si baciavanno compenetrandosi in un rapporto strettissimo, e correggevano i concetti erronei di quel popolo riguardo al regno messianico.

Nel corso dei secoli, si era sviluppata tra i giudei una mentalità trionfalista a proposito dell’agognato Messia. Essi sostenevano che il suo arrivo avrebbe inaugurato un regno stabile, splendido, giusto, che avrebbe visto l’eliminazione dei peccatori e la conseguente instaurazione di una nuova era nella quale non ci sarebbe più stata la malvagità umana. Evidentemente, questo ragionamento si fondava su premesse già di per sé errate, che portavano ad una conclusione del tutto equivoca: nella loro logica non tenevano in considerazione l’esistenza del peccato originale e di quello attuale.

A causa dell’influenza dei farisei, il trionfo dei buoni- che di fatto sarà folgorante nel Giudizio Finale- era visto erroneamente da quegli ebrei come l’essenza di un’era storica caratterizzata dalla supremazia della virtù. E qui si trova uno dei principali obiettivi della parabola della zizzania e del grano: rettificare la distorta visione farisaica sulla possibilità di una purificazione assoluta del Regno qui sulla terra. Oltretutto, questo getta una luce insuperabile per lo sviluppo della Chiesa Cattolica nel corso dei secoli, da molteplici punti di vista, come vedremo più avanti.

Argomento: Tracce per omelie

Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A
Traccia di P. Octavio Ortiz L. C.

 


Sacra Scrittura
I Lettura: Is 55,10-11;
Salmo: Sal 64;
II Lettura: Rm 8, 18-23;
Vangelo: Mt 13, 1-23


 

Nesso tra le letture

La liturgia di questa domenica si muove come un pendolo tra due verità importanti. Da una parte, si sottolinea l’efficacia della Parola di Dio. Tutto quello che Dio dice è vero e troverà il suo compimento al momento opportuno. Essa, la Parola di Dio, discende dal cielo come pioggia che bagna e feconda la terra (prima lettura). Dall’altra, appare evidente la necessità che il terreno sia ben preparato ad accogliere il seme e produrre frutto. Benché il seminatore semini a spaglio e con autentica generosità, e nonostante il seme abbia una propria virtualità, è necessario che la terra sia preparata e ben disposta (Vangelo). Il tema è di grande interesse: si tratta della collaborazione tra la grazia di Dio e l’apporto della libertà umana. Una comprensione esatta e profonda della liturgia di oggi, conduce senza dubbio ad una vita cristiana più autentica e più impegnata, fondata sull’efficacia della Parola di Dio, ma al contempo responsabile dei doni ricevuti e della necessità di produrre frutto. Da parte sua, il testo della lettera ai romani ci mostra che la creazione intera è in attesa della piena manifestazione dei figli di Dio. Ci troviamo in una situazione paradossale: l’uomo è stato già salvato e redento dall’opera di Cristo, ma gli resta ancora di intraprendere il suo peregrinare per la terra, verso il possesso pieno di Dio. "Già, ma non ancora". L’immagine di un parto che provoca simultaneamente gioia e dolore, esprime adeguatamente la situazione del cristiano: possiede le primizie dello spirito, ma geme fino ad arrivare alla redenzione del suo corpo (seconda lettura).


Messaggio dottrinale

1. La Parola di Dio è efficace
La Parola di Dio rivela, ma contemporaneamente opera quello che rivela. Essa è vera ed è efficace. Questa seconda caratteristica è quella che appare più chiaramente nel testo di Isaia che oggi consideriamo. L’immagine, presa della vita del campo, è particolarmente suggestiva e penetrante: la pioggia e la neve cadono dal cielo, ma prima di tornarvi nuovamente, fecondano la terra e producono frutto abbondante. Allo stesso modo la Parola di Dio discende dal cielo, ma non vi ritorna senza portare frutto. Questa affermazione è di grande consolazione per chi ha in somma stima la Parola di Dio e la medita "giorno e notte". Possiamo affermare che tutta la Bibbia è attraversata da questa verità. Su di essa si fonda la speranza del popolo, soprattutto nei momenti di maggior angoscia e avversità, perché la Parola di Dio non può rimanere incompiuta. Il testo di Isaia si inquadra nel periodo della dura prova dell’esilio, di fronte alla quale Israele medita la promessa del Signore: Dio ha promesso la liberazione dall’esilio come un nuovo esodo; non si può dubitare che questo avverrà, perché Dio compie ciò che promette. La sua parola non è vana, ma efficace. Questa Parola possiede, inoltre, una dimensione creativa. Produce una nuova realtà che prima non esisteva, e che fa nuove tutte le cose.
Il salmo 32 spiega questa verità:

"Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
[...] perché egli parla e tutto è fatto,
comanda e tutto esiste".
Sal. 32, 6,9.

Così la Parola di Dio è creatrice. Creatrice della storia, specialmente della storia dela salvezza. In ogni istante ha il potere di creare, di dare la vita, di offrire la salvezza. In realtà questa Parola di Dio è il suo piano salvifico, è l’espressione del suo amore che si è realizzato nella sua alleanza con Abramo (la promessa di una discendenza numerosa – e la promessa della terra), con Mosè (l’Alleanza sinaítica costituisce il popolo e dimostra la vicinanza del Signore). Questa alleanza trova la sua massima espressione in Gesù Cristo, la Verbo di Dio fatto carne. Egli ci manifesta l’amore del Padre e ci manda il suo Spirito per portare a compimento il piano di salvezza nel suo corpo che è la Chiesa.

2. Il seminatore e la speranza
L’esperienza umana ci dimostra che, con la semina, nasce la speranza del seminatore. La semina ha la sua origine e la sua radice nella speranza, perché nessuno seminerebbe se non nutrisse la fiducia di raccogliere frutto un giorno; ma allo stesso tempo, la semina alimenta la speranza. Quando il seminatore si mette a lavorare alla preparazione della terra e allo spargimento del seme, il suo spirito si riempie di speranza e di gioia, vedendo realizzata nel futuro la promessa del suo lavoro. In questo modo, il seminatore fissa il suo sguardo non tanto sul lavoro presente, pieno di fatica e di sudore, bensì sul futuro che promette un prezioso raccolto.
La fecondità di cui ci parla la parabola del Signore è simbolica. In realtà, nel suolo della Palestina la fertilità della terra dà, al massimo, il dieci per uno. Quindi, parlare del trenta, sessanta e cento per uno, suppone una fertilità che supera di molto le possibilità della terra stessa, e assume piuttosto un carattere simbolico. Dunque, il seminatore lancia il suo seme a spaglio, e sa che parte del suo seme si perde, cade in terra infertile, resta al margine della strada, o lo mangiano gli uccelli, o cade tra pietre e spine... Tuttavia, non per questo smette di seminare; ben al contrario, quanto maggiore possa essere il rischio che il terreno non produca secondo le aspettative, tanto maggiore sarà l’impegno a seminare con la più ampia generosità. Cattivo seminatore sarebbe colui che conservasse il seme nel sacco per paura che si perda tra i pericoli. Deve affrontare con pienezza di coraggio i rischi del terreno e deve continuare a seminare, perché solamente con una semina generosa potrà aspettarsi un raccolto rigoglioso.
Il dato splendido della parabola è che nonostante che il terreno sia irregolare e non offra eccessive garanzie, il seminatore lancia comunque il suo seme e, alcuni mesi più tardi, il seme incomincia a produrre il suo frutto, dove il trenta, dove il sessanta e dove il cento per uno. Questo conferma che il seminatore aveva ragione a seminare con generosità e gran sacrificio. È stato saggio a non risparmiare sforzo alcuno e a sfruttare con intelligenza il tempo disponibile. Un seminatore che, prevedendo che parte del suo seme rimarrà fuori della strada, rinunciasse a seminare ed a tentare nuove strade, si comporterebbe da insensato. Manifesterebbe scarsa fiducia nella capacità del seme di vincere gli ostacoli e crescere, perfino in quei posti dove la terra non assicura neppure il trenta per uno. In realtà, il seminatore non può smettere di seminare. È qui che si rivela la profondità di vita di quegli uomini, i santi, che non si concedono riposo nella loro opera apostolica. Ci sorprende osservare quante e quanto preziose opere hanno messo in piedi in archi relativamente brevi di tempo. Pensiamo per esempio a san Tommaso d’Aquino e la sua Summa Theologiae, o a san Giovanni Bosco che fondò innumerevoli istituzioni a favore dei giovani, in breve tempo. Il mondo attende sempre la manifestazione dei Figli di Dio.

Argomento: Tracce per omelie

Quattordicesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


 

I Lettura: Zc 9, 9-10;
Salmo: Sal 144;
II Lettura: Rm 8, 9.11-13;
Vangelo: Mt 11, 25-30


 

Nesso tra le letture

Il gioioso annuncio messianico del profeta Zaccaria diretto agli abitanti di Gerusalemme (questo indica la metonimia "figlia di Sion, figlia di Gerusalemme"), proclama con la massima semplicità la venuta di un re umile ("a te viene il tuo re") che ristabilirà la pace e la giustizia tra le nazioni, e sintetizza meravigliosamente tutta la speranza di salvezza del popolo d’Israele (prima lettura). Un simile annuncio profetico trova il suo perfetto compimento in Gesù Cristo, "mite e umile di cuore", che viene a portare sollievo e ristoro (Vangelo) a tutti coloro che sono affatticati e oppressi dal giogo della legge antica. Egli, che conosce intimamente il Padre, rivela il vero volto di Dio che è "paziente e misericordioso, lento all’ira" (salmo) e generoso nel perdonare chiunque, con umiltà, si riconosca bisognoso di misericordia: "ricordati, Signore, della tua misericordia". Da parte sua, san Paolo ci ricorda che il piano di salvezza che questo re è venuto ad instaurare nel mondo, inizia con la conversione del cuore, che implica non vivere sotto il dominio disordinato ed egoistico dell’uomo, bensì secondo la guida sapiente dello Spirito di Cristo (seconda lettura).

 

Messaggio dottrinale

1. Gesù, epifanìa del volto del Padre
Nel Vangelo di Matteo, che la liturgia sottopone oggi alla nostra considerazione, ci viene offerta una delle rivelazioni più profonde di carattere cristologico: Gesù è Figlio eterno del Padre. "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra". Con queste parole di lode e benedizione Gesù Cristo inizia la sua "confessione", rivolgendosi al Padre. Esse esprimono chiaramente il riconoscimento del primato del Padre da parte del Figlio, (Signore del cielo e della terra) e, pertanto, evidenziano il carattere trascendente di Dio che è creatore di tutto quanto esiste. Ma, allo stesso tempo, Gesù si rivolge al Creatore dell’Universo con l’appellativo più intimo e immediato con cui mai uomo alcuno avrebbe osato dirigersi a Dio: "Padre". Il termine preciso in ebraico è "abbà", che può essere tradotto come "papà". Così, se da un lato Gesù ci manifesta la grandezza del Padre, la sua signoria e trascendenza, dall’altro egli ci rivela pure la sua vicinanza e la sua bontà. Il Dio che ci rivela Gesù Cristo è un Dio Padre nel senso più profondo e vero. In questo senso, il catechismo della Chiesa cattolica ci dice:

"Chiamando Dio col nome di "Padre", il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per i tutti i suoi figli", (CCC, n° 239).

Grazie a questa conoscenza reciproca che il Figlio dichiara di avere col Padre ("nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio"), Gesù Cristo può ben essere considerato, fuori di ogni dubbio, come manifestazione, "epifanìa", del volto del Padre.

2. I segreti del Regno rivelati ai piccoli ed umili
L’oggetto della lode che Gesù rivolge al Padre: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra" (Mt 11, 25), sta in questo: "perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25b). Ciò che Gesù indica in modo indeterminato, usando l’espressione "queste cose", è con ogni probabilità il piano divino della salvezza, il mistero del regno dei cieli che il Figlio è venuto a instaurare sulla terra, ma che non è stato riconosciuto dai sapienti e dagli intelligenti del mondo suo contemporaneo. In questa categoria di sapienti e intelligenti sono compresi le autorità del popolo ebraico, gli scribi e i farisei che osservavano la legge con scrupolosità esasperata, tralasciando la giustizia e l’amore per Dio (cfr Lc 11, 42), che avevano la legge sulle labbra, ma non l’avevano compresa col cuore (cfr Is 29, 13). Questi si ritenevano la classe colta del popolo, ritenevano di essere esperti nello studio della Scrittura e, tuttavia, non seppero riconoscere il proposito divino, realizzato davanti ai loro stessi occhi, proprio nella mansuetudine del Figlio. Questo mistero di salvezza è, invece, compreso da coloro che sono umili e semplici di cuore, i poveri di spirito (cfr Mt 5,3), che si pongono di fronte a Dio in atteggiamento di ascolto e di disponibilità, e lo riconoscono come Signore del cielo e della terra, come il padre da cui proviene ogni bene e ogni dono.

3. Un volto misericordioso
Presentando se stesso come "mite ed umile di cuore", Gesù Cristo ci rivela un volto misericordioso di Dio che è "paziente e misericordioso, lento all’ira e ricco di grazia". Sono innumerevoli i salmi che proclamano la nota peculiare caratteristica di Dio, nel suo rapporto col suo popolo: la bontà e la misericordia. Il salmo 103 è in se stesso un inno che esalta questo atteggiamento di Dio verso il suo popolo eletto:

"Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie;/ salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia;/ egli sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza./ (…) Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore./ Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno./ Non ci tratta secondo i nostri peccati, né ci ripaga secondo le nostre colpe./ Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono./ Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere", (Sal 103, 3-5. 8-10. 13-14).

Argomento: Tracce per omelie

Commento al Vangelo della Solennità del Corpus Domini
di Monsignor Giovanni Scognamilio Clá Dias, fondatore degli Evangeli Praecones 
courtesy of http://www.salvamiregina.it/default.asp

 

Un insuperabile dono...

L’amore di Dio per gli uomini, manifestato nell’Incarnazione, ha raggiunto un apice inimmaginabile con l’istituzione dell’Eucaristia. Qual è la nostra risposta ad un così grande dono?

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

 

 

 

Vangelo
"In quel tempo, Gesù disse alle moltitudini dei giudei: 51 ‘Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo’.
52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: ‘Come può costui darci la sua carne da mangiare?’. 53 Allora Gesù disse: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.
57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno’" (Gv 6, 51-58).

 

I – Dio Si dà interamente

Esistendo da tutta l’eternità, la Trinità non aveva bisogno della creazione. Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo bastavano del tutto a se stessi, godendo una felicità perfetta e infinita. In questo consiste la gloria intrinseca e insuperabile delle Tre Persone Divine. Tuttavia, creando, Dio ha voluto rendere le creature partecipi della sua felicità, e queste, nell’assomigliare al Creatore, Gli avrebbero reso la gloria estrinseca, realizzando così la più alta finalità del loro essere. La creazione è stata, dunque, un atto di donazione, di dedizione e di generosità supreme (1), arricchito in seguito dall’Incarnazione del Verbo, quando Dio Si è assoggettato ad assumere la povera natura umana allo scopo di redimerci dal peccato dei nostri primi padri.

L’Uomo-Dio avrebbe dovuto prolungare la sua presenza sulla Terra

Ma l’amore incommensurabile di Dio per noi non si è limitato solo a questo: per aprirci le porte del Cielo, è arrivato al punto da soffrire una dolorosa Passione, morire sulla Croce e risorgere. E lo avrebbe fatto, se fosse stato necessario, per riscattare un uomo soltanto. Ora, dobbiamo chiederci: dopo aver espresso questo amore incredibile per noi, Egli avrebbe semplicemente dovuto salire al Cielo e abbandonare la comunione con gli uomini la cui redenzione Gli era costata così cara? Sarebbe possibile immaginare, dopo una tale unione con noi, che si verificasse questa irrimediabile separazione?

La meravigliosa soluzione a questo problema, che ci lascia perplessi, solo Dio poteva trovarla. Commenta bene, a tal proposito, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira:
"Non voglio dire che la Redenzione e il sacrificio della Croce imponessero a Dio, a rigor di logica, l’istituzione della Sacra Eucaristia. Ma si può dire che tutto invocava, tutto urlava, tutto supplicava perché Nostro Signore non Si separasse così dagli uomini. Una persona con un po’ di immaginazione dovrebbe intravvedere che Nostro Signore avrebbe trovato un mezzo per essere sempre presente, con ciascuno degli uomini da Lui redenti, in modo tale che, dopo l’Ascensione, Egli fosse sempre in Cielo, sul trono di gloria che Gli è dovuto, ma allo stesso tempo, seguisse passo passo la via dolorosa di ogni uomo qui sulla Terra, fino al momento estremo in cui ognuno dicesse, a sua volta ‘Consummatum est’ (Gv 19, 30)" (2).

Conclude con questa pia confidenza: "Credo che se io avessi assistito alla Crocifissione e avessi saputo dell’Ascensione, anche se non avessi saputo dell’Eucaristia, avrei cominciato a cercare Gesù Cristo in tutta la Terra, perché non sarei riuscito a convincermi che Lui avesse smesso di convivere con gli uomini. Questa comunione veramente meravigliosa di Gesù Cristo con gli uomini si fa, esattamente, per mezzo dell’Eucaristia" (3)

Il fatto che Dio abbia operato la Creazione per darSi a Se stesso già ci riempie di meraviglia. Molto di più, tuttavia, è il fatto che Lui abbia assunto la natura umana per propiziarci, con la sua morte, l’infinito dono della vita soprannaturale e aprirci le porte del Cielo. Tuttavia, portare l’amore al punto di darSi agli uomini in alimento, supera qualunque capacità di immaginazione! Si può dire a ragione che l’apice di questa donazione, si trova nel Sacramento dell’Eucaristia.

Apparente semplicità della Santa Cena

Come avvenne l’istituzione del più eccellente e sublime dei Sacramenti, il fine a cui si ordinano tutti gli altri apparentemente, in un modo molto semplice. Per gli Apostoli, si trattava di una delle solite cene, celebrate ogni anno dai giudei secondo il plurisecolare rito indicato dettagliatamente da Dio a Mosè e Aronne, come qualcosa da esser perpetuato di generazione in generazione (cfr. Es 12, 1-14). Essa ricordava ai giudei la Pasqua del Signore, la morte dei primogeniti dell’Egitto e la traversata del Mar Rosso. I discepoli erano, pertanto, dell’idea che si trattasse di una semplice commemorazione religiosa, quando di fatto si sarebbe realizzato nel Cenacolo quanto era stato prefigurato nell’Antica Legge: il sacrificio di animali avrebbe ceduto il posto all’olocausto dell’Agnello Divino che tra breve sarebbe stato immolato sull’altare della Croce, per la nostra salvezza. Le vittime materiali simbolizzavano il corpo di Cristo che sarebbe stato nel contempo sacerdote e vittima nel Nuovo Sacrificio, eterno e di valore infinito.

Secondo quanto riferiscono gli Evangelisti, dopo che Gesù ebbe istituito l’Eucaristia e dato la Comunione agli Apostoli, essi cantarono i salmi e uscirono alla volta del Monte degli Ulivi (cfr. Mc 14, 26; Mt 26, 30). Costituivano questi salmi il canto di rendimento di grazie intitolato Hallel – "Lodate Javé" –, proprio della liturgia ebraica per la celebrazione della Pasqua (5) e particolarmente simbolico in quella circostanza: mentre gli uni rendevano grazie per essersi comunicati, il Messia rendeva lode al Padre per l’istituzione dell’Eucaristia, che rappresentava la concretizzazione dell’anelito manifestato all’inizio della Sacra Cena: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione" (Lc 22, 15).

Se avessero saputo con anticipo la grandezza di quello che sarebbe stato istituito quel giorno – non solo l’Eucaristia, ma anche il Sacerdozio –, c’è da supporre che gli Apostoli avrebbero preparato una cerimonia all’altezza, ma in quel momento, chi aveva nozione di quanto stava succedendo?

 

Argomento: Tracce per omelie

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

 

Ragioni della festa e della sua tarda istituzione.

Abbiamo visto gli Apostoli nel giorno della Pentecoste ricevere lo Spirito Santo e, fedeli all'ordine del Maestro (Mt 28,19) partire subito per andare ad ammaestrare tutte le genti, e battezzare gli uomini nel nome della Santissima Trinità. Era dunque giusto che la solennità che ha per scopo di onorare il Dio unico in tre persone seguisse immediatamente quella della Pentecoste alla quale è unita da un misterioso legame. Tuttavia, solo dopo lunghi secoli essa è venuta a prender posto nell'Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.

Tutti gli omaggi che la Liturgia rende a Dio hanno per oggetto la divina Trinità. I tempi sono per essa così come l'eternità; essa è l'ultimo termine di tutta la nostra religione. Ogni giorno ed ogni ora le appartengono. Le feste istituite per commemorare i misteri della nostra salvezza finiscono sempre ad essa. Quelle della Santissima Vergine e dei Santi sono altrettanti mezzi che ci guidano alla glorificazione del Signore unico nell'essenza e triplice nelle persone; quanto all'Ufficio divino della Domenica in particolare, esso offre ogni settimana l'espressione formulata in modo particolare, dell'adorazione e dell'omaggio verso questo mistero, fondamento di tutti gli altri e sorgente di ogni grazia.

Si comprende così perché la Chiesa abbia tardato tanto ad istituire una festa speciale in onore della Santissima Trinità. Mancava del tutto la ragione ordinaria che motiva l'istituzione delle feste. Una festa è la fissazione di un fatto che è avvenuto nel tempo e di cui è giusto perpetuare il ricordo e la risonanza: ora, da tutta l'eternità, prima di qualsiasi creazione, Dio vive e regna, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Questa istituzione non poteva dunque consistere se non nel fissare sul Calendario un giorno particolare in cui i cristiani si sarebbero uniti in un modo per così dire più diretto nella solenne glorificazione del mistero dell'Unità e della Trinità in una stessa natura divina.

Storia della festa.

Il pensiero si presentò dapprima ad alcune di quelle anime pie e raccolte che ricevono dall'alto il presentimento delle cose che lo Spirito Santo compirà più tardi nella Chiesa. Fin dal secolo VIII, il dotto monaco Alcuino, ripieno dello spirito della Liturgia, credette giunto il momento di redigere una Messa votiva in onore del mistero della Santissima Trinità. Sembra pure che vi sia stato spinto da un desiderio dell'apostolo della Germania, san Bonifacio. La Messa costituiva semplicemente un aiuto alla pietà privata, e nulla lasciava prevedere che ne sarebbe derivata un giorno l'istituzione di una festa. Tuttavia la devozione a questa Messa si estese a poco a poco, e la vediamo accettata in Germania dal Concilio di Seligenstadt, nel 1022.

Ma a quell'epoca in una chiesa del Belgio era già in uso una festa propriamente detta della Santissima Trinità. Stefano, vescovo di Liegi, aveva istituito solennemente la festa della Santissima Trinità nella sua Chiesa nel 920, e fatto comporre un Ufficio completo in onore del mistero. A quei tempi non esisteva ancora la disposizione del diritto comune che riserva alla Santa Sede l'istituzione delle nuove feste, e Richiero, successore di Stefano nella sede di Liegi, tenne in piedi l'opera del suo predecessore.

Essa si estese a poco a poco, e pare che l'Ordine monastico le sia stato subito favorevole; vediamo infatti fin dai primi anni del secolo XI, Bernone, abate di Reichenau, occuparsi della sua propagazione. A Cluny, la festa si stabilì abbastanza presto nel corso dello stesso secolo, come si può vedere dall'Ordinario di quel monastero redatto nel 1091, in cui essa si trova menzionata come istituita già da un certo tempo.

Sotto il pontificato di Alessandro II (1061-1073), la Chiesa Romana, che ha spesso sanzionato, adottandoli, gli usi delle chiese particolari, dovette esprimere un giudizio su questa nuova festa. Il Pontefice, in una delle sue decretali, pur costatando che la festa è già diffusa in molti luoghi, dichiara che la Chiesa Romana non l'ha accettata per il fatto che ogni giorno l'adorabile Trinità è senza posa invocata con la ripetizione delle parole: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto, e in tante altre formule di lode.

Tuttavia la festa continuava a diffondersi, come attesta il Micrologio; e nella prima parte del secolo XII, l'abate Ruperto affermava già la convenienza di quella istituzione, esprimendosi al riguardo come faremmo oggi noi: "Subito dopo aver celebrato la solennità della venuta dello Spirito Santo, cantiamo la gloria della Santissima Trinità nell'Ufficio della Domenica che segue, e questa disposizione è molto appropriata poiché subito dopo la discesa di quel divino Spirito cominciarono la predicazione e la fede e, nel battesimo, la fede, la confessione del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Dei divini Uffici, l. xii, c. i).

In Inghilterra l'istituzione della festa della Santissima Trinità ebbe come autore principale il martire san Tommaso di Cantorbery. Fu nel 1162 che egli la istituì nella sua Chiesa, in ricordo della sua consacrazione episcopale che aveva avuto luogo la prima Domenica dopo la Pentecoste. Per la Francia troviamo nel 1260 un concilio di Arles presieduto dall'arcivescovo Florentin, che nel suo sesto canone inaugura solennemente la festa aggiungendovi il privilegio d'una Ottava. Fin dal 1230 l'ordine dei Cistercensi, diffuso nell'intera Europa, l'aveva istituita per tutte le sue case; e Durando di Mende, nel suo Razionale, lascia concludere che il maggior numero delle Chiese latine, durante il secolo XIII usava già la celebrazione di questa festa. Fra tali Chiese ve ne erano alcune che la ponevano non alla prima bensì all'ultima Domenica dopo la Pentecoste e altre che la celebravano due volte: una prima all'inizio della serie delle Domeniche che seguono la solennità di Pentecoste, e una seconda volta alla Domenica che precede immediatamente l'Avvento. Questo uso era mantenuto in modo particolare dalle Chiese di Narbona, di Le-Mans e di Auxerre.

Si poteva sin d'allora prevedere che la Santa Sede avrebbe finito per sanzionare una istituzione che la cristianità desiderava di vedere stabilita dappertutto. Giovanni XXII, che occupò la cattedra di san Pietro fino al 1334, completò l'opera con un decreto nel quale la Chiesa Romana accettava la festa della Santissima Trinità e la estendeva a tutte le Chiese.

Se si cerca ora il motivo che ha portato la Chiesa, guidata in tutto dallo Spirito Santo, ad assegnare così un giorno speciale nell'anno per rendere un solenne omaggio alla divina Trinità, quando tutte le nostre adorazioni, tutti i nostri ringraziamenti, tutti i nostri voti salgono in ogni tempo verso di essa, lo si troverà nella modificazione che si andava introducendo allora nel calendario liturgico. Fin verso il 1000, le feste dei santi universalmente onorati erano molto rare. Da quell'epoca appaiono in maggior numero, ed era da prevedere che si sarebbero moltiplicate sempre di più. Sarebbe giunto il tempo - e sarebbe durato per secoli - in cui l'Ufficio della Domenica che è consacrata in modo speciale alla Santissima Trinità, avrebbe ceduto spesso il posto a quello dei Santi riportati dal corso dell'anno. Si rendeva dunque necessario, per legittimare in qualche modo questo culto dei servi nel giorno consacrato alla suprema Maestà, che almeno una volta nell'anno la Domenica offrisse l'espressione piena e diretta di quella religione profonda che l'intero culto della santa Chiesa professa verso il sommo Signore, che si è degnato di rivelarsi agli uomini nella sua unità ineffabile e nella sua eterna Trinità.

Argomento: Tracce per omelie
Omelia - Anno A: 12 giugno: Pentecoste

Commento al Vangelo della solennità di Pentecoste
di Monsignor Giovanni Scognamilio Clá Dias,
fondatore degli Evangeli Praecones

 

"Formiamo un solo corpo, e tutti noi beviamo da un solo Spirito"(1 Cor 12,13).
Chi è lo Spirito Santo, come sono state le circostanze e quali le principali grazie concesse a Maria e ai discepoli in occasione della Pentecoste?
Ecco gli insegnamenti che la Liturgia ci mette a disposizione nella festa di oggi, facendoci comprendere dove si trova la vera pace.

 

Vangelo della solennità di Pentecoste

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi". 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20, 19-23).

 

I – La Chiesa in occasione delle Pentecoste

Preghiera in una atmosfera di armonia e concordia

Come tante altre feste liturgiche, la Pentecoste ci fa ricordare uno dei grandi misteri della fondazione della Chiesa da parte di Gesù. Si trovava infatti in uno stadio ancora quasi embrionale – allegoricamente, si potrebbe paragonarla ad una bambina di tenera età – riunita intorno alla Madre di Cristo. Lì nel Cenacolo, conforme quanto ci descrivono gli Atti degli Apostoli nella prima lettura, si verificarono fenomeni mistici di eccelsa grandezza, accompagnati da manifestazioni sensibili di ordine naturale: rumore come di un vento impetuoso, lingue di fuoco, i discepoli che si esprimevano in lingue diverse senza averle mai prima apprese. L’alto significato simbolico dell’insieme di questi avvenimenti, come di ognuno in particolare, ha costituito materia per innumerevoli e sostanziosi commenti di esegeti e teologi di grande valore, come risulta chiaro da precedenti osservazioni da noi svolte in un articolo pubblicato nel 2002. Oggi, è opportuno mettere in rilievo altri aspetti di non minore importanza collegati alla narrazione fatta da San Luca (At 2, 1-11), per meglio intendere così il Vangelo in questione e, pertanto, la stessa festività di Pentecoste.

In quanto figura esponenziale, si distacca Maria Santissima, predestinata da tutta l’eternità a essere Madre di Dio. Si diceva che avesse attinto la pienezza massima di tutte le grazie e di tutti i doni, quando invece, nella Pentecoste, Le sarebbe stato concesso molto di più. Così come era stata eletta per l’insuperabile dono della maternità divina, doveva ora diventare Madre del Corpo Mistico di Cristo e, proprio come era avvenuto nella Incarnazione del Verbo, è sceso sopra di Lei lo Spirito Santo, per mezzo di una nuova e ricchissima effusione di grazie, al fine di adornarLa con virtù e doni appropriati e proclamarLa "Madre della Chiesa".

Seguono poi gli Apostoli; essi costituiscono la prima scuola di araldi del Vangelo. Rispettavano le condizioni essenziali per essere adatti all’alta missione che aveva loro destinato il Divino Maestro, come ci riferisce la Scrittura: "Tutti costoro perseveravano concordi nella preghiera con le donne e con Maria, Madre di Gesù, e con i fratelli di lui" (At 1, 14). Questa perseveranza nella preghiera si è realizzata in forma continuata e nel silenzio, nella solitudine e nel chiuso del Cenacolo. L’atmosfera era di massima concordia, armonia ed unione tra tutti, di vera carità fraterna. San Luca nel suo racconto ci tiene a far risaltare la presenza di Maria, certamente per rendere evidente quanto Lei stessa si rallegrasse di essere una fedele partecipante della Comunità. Un segnale evidente è la sottomissione e l’obbedienza al Vicario di Cristo come traspare nei versetti successivi, che riferiscono sul primo atto di governo e giurisdizione di San Pietro (At 1, 15-22).

In sintesi, la vera efficacia dell’apostolato è evidenziata lì, sotto il manto della Santissima Vergine, nell’unione effettiva di tutti con la Pietra sopra la quale Cristo ha edificato la sua Chiesa.

L’efficacia dell’azione si trova nella contemplazione

Questo grande avvenimento è stato preceduto non solo dai dieci giorni di preghiera continua, ma anche da molti altri momenti di raccoglimento. Il trauma avuto in occasione della drammatica Passione del Salvatore esigeva ore e ore di isolamento e riflessione. Oltre a ciò, il timore di nuove persecuzioni e tradimenti imponeva a tutti loro prudenza, a parte l’abbandono delle attività comuni dell’apostolato anteriore.

Curiosamente, in generale, Cristo Risorto sceglieva occasioni come questa – di riflessione e compenetrazione da parte di tutti – per apparire loro, così come lo Spirito Santo, per infondere in loro i suoi doni. Questa è una importante lezione che la Liturgia di oggi ci offre: la vera efficacia dell’azione si trova nella contemplazione. Lo stesso Apostolo per eccellenza, che è giunto ad esclamare: Vae enim mihi est, si non evangelizavero! – Guai a me se non annunciassi il vangelo" (I Cor 9,16), trascorse un lungo periodo di preghiera nel deserto al fine di prepararsi per la predicazione.

Chi assume il compito di analizzare passo passo le attività di un uomo zelante e apostolico può giungere a sbagliarsi se le giudica semplice frutto della sua personalità intraprendente, o del suo carattere dinamico, o addirittura della sua costituzione psicofisica. Sono numerosi gli uomini operanti e proficui che tirano fuori dal proprio essere l’inimmaginabile. Dove si trovano, di fatti, le energie impiegate da questi leoni della fede e dell’ efficenza? Più ancora ci potremmo chiedere: come riescono loro, in mezzo alla valanga di attività, a conservare un cuore mite e soave nel trattare gli altri?

Ricordiamoci del consiglio dato da San Bernardo di Chiaravalle al papa dell’epoca, Eugenio III: "Temo che in mezzo alle tue occupazioni ti disperi per non poterle portare a termine e si indurisca la tua anima. Agiresti con buon senso se le abbandonassi per qualche tempo affinché esse non ti dominino né ti trascinino verso dove non desideri arrivare. Forse mi chiederai: ‘Verso dove?’ (...) All’indurimento del cuore. Vedi dunque dove ti possono trascinare queste occupazioni maledette se continui a dedicarti totalmente ad esse, come hai fatto finora, senza riservare niente per te".

Si tratta di un dottore della Chiesa che consiglia il Dolce Cristo nella terra di quei tempi, nell’esercizio della più alta funzione: il governo di questa istituzione divina. Bene, secondo il suo parere, tanto elevate occupazioni, senza l’ausilio della vita interiore, sono maledette. Questa sempre è stata la postura d’animo dei santi, spiritualisti e Padri della Chiesa. Sant’Agostino afferma, per esempio: "Ogni apostolo, prima di sciogliere la lingua, deve elevare a Dio con brama la sua anima, per esalare ciò che deve, e distribuire la sua pienezza" (De civitate Dei XIX 13: PL 41, 640)

Fatte queste considerazioni emergenti da una prima lettura (At 2, 1-11) ci sentiamo più preparati a contemplare le bellezze del Vangelo della presente Liturgia.

Argomento: Tracce per omelie

Solennità dell’Ascensione del Signore – Ciclo A

I Lettura: Atti, 1-1-11;
Salmo: Sal 46;
II lettura: Ef 1,17-23;
Vangelo: Mt 28, 16-20

Nesso tra le letture

"Questo Gesù, che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo" (prima lettura). Questa attestazione degli Atti degli apostoli ci offre una sintesi profonda della liturgia nella solennità dell’Ascensione. Gesù sale al cielo col suo corpo glorificato. Lascia agli apostoli una missione chiara e impegnativa: "andate e ammaestrate tutte le nazioni" (Vangelo). Si tratta di andare fino agli estremi confini della terra, affinché risuoni l’annuncio di Dio. Si tratta di proclamare, incessantemente, quanto sia grande e profondo l’amore di Dio che si è manifestato in Cristo Gesù. L’apostolo sarà, dunque, l’uomo dell’ "amore più grande". L’uomo consapevole che il Signore che oggi ascende tra le acclamazioni, ritornerà. Ritornerà sicuramente e pieno di gloria! Perciò, in definitiva, si tratta di comprendere qual è la speranza cui siamo stati chiamati (seconda lettura), comprendere qual è l’eredità che Dio prepara a coloro che lo amano. Questa solennità dell’Ascensione è, allora, il momento più adatto per esaminare il nostro peregrinare lungo la vita, considerando che il Signore tornerà per prenderci con sé e che, quindi, dobbiamo intraprendere con entusiasmo i nostri doveri quotidiani, recuperando in essi il valore dell’eternità.

Argomento: Tracce per omelie

Sesta domenica di Pasqua

LETTURE
Atti 8,5-8,14-17
Salmo 66
1Pt 3,15-18
Giovanni 14,15-21


TEMA DELLE LETTURE

Le letture di oggi si riferiscono alla prima epoca missionaria dei cristiani e alla presenza e alla guida dello Spirito Santo che il Signore invia ai suoi fedeli. Nella sua lettera alle varie comunità cristiane, san Pietro le esorta ad essere pronte a spiegare agli altri il senso delle aspettative della fede cristiana. Ciò suggerisce un atteggiamento di franchezza e la capacità di comunicare ciò in cui crediamo e le ragioni della nostra fede. Questa esposizione della fede cristiana deve essere fatta con gentilezza e rispetto. San Pietro dà ad intendere che la sofferenza è una conseguenza della predicazione. È interessante il fatto che san Pietro qualifichi il cristianesimo a partire dalla speranza, dalle aspettative di quel che deve avvenire a motivo di Cristo.

Sia il vangelo di Giovanni sia gli Atti degli Apostoli parlano dello Spirito Santo di Dio che viene inviato ai cristiani. Gesù lo chiama il Consolatore, lo Spirito di verità che dimorerà nei cuori dei fedeli per consolarli e guidarli. Per quanto la presenza dello Spirito Santo sia un dono gratuito dell’amore di Dio, lo ricevono soltanto coloro che vogliono accoglierlo e che si preparano opportunamente a farlo. Gesù promette anche la sua presenza spirituale nei fedeli. Egli afferma pure che l’amore autentico di Dio si dimostra vivendo una vita autenticamente cristiana.

Gli Atti degli Apostoli ci mostrano Pietro e Giovanni che invocano e impartiscono lo Spirito Santo sui Samaritani (noti per la loro religiosità eclettica e per la loro accettazione solo parziale della Bibbia dell’Antico Testamento), tramite l’imposizione sacramentale delle mani.

Le lodi del Salmo 65 possono suonare stravaganti ai nostri orecchi, ma ci ricordano la grandezza delle opere del Signore: il mondo intero si prostri di fronte al terribile potere di Dio.


MESSAGGIO DOTTRINALE

La presenza dello Spirito Santo. Il cristianesimo è una sorgente vitale dentro di noi, un’esperienza permanente, reale, di Dio che riceviamo con il Battesimo e che viene completata nell’età della maturità con la Confermazione. La presenza dello Spirito Santo fortifica ed illumina il cristiano affinché adempia con la propria esistenza, sull’esempio di Cristo, la sua missione sulla terra. In questo modo, dimora in noi lo Spirito di Dio, e ci sentiamo ispirati ed illuminati senza essere spogliati di noi stessi. Continuiamo a determinare liberamente la nostra vita. Lo Spirito Santo ci aiuta a discernere il valore relativo di tutte le cose in rapporto alla sapienza di Dio, e ad agire di conseguenza. Lo Spirito ci fortifica nel riconoscere Dio come Signore e Creatore. Ci fortifica perché adempiamo la missione dell’evangelizzazione, con dolcezza e rispetto, nonostante gli ostacoli e la persecuzione.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 683-690 parlano dello Spirito Santo; i paragrafi 731-741 dicono dello Spirito e della Chiesa negli ultimi giorni; i paragrafi 1285-1321 trattano del sacramento della cresima.

Spiegare le ragioni della fede. San Pietro ci chiede di essere capaci di spiegare la speranza che è in noi. Ciò richiede da parte nostra una chiara comprensione delle realtà essenziali che sorreggono l’esperienza cristiana e di come esse siano compatibili con quel che sappiamo delle altre realtà. Non è un’impresa facile, ma prospetta grandi risultati e produce rispetto per la sapienza dell’uomo. I cristiani non devono temere i progressi della conoscenza umana, né si deve rifuggire da quel che appare difficile da spiegare. Il cristiano non ha una spiegazione o una risposta per tutto. Non c’è contraddizione tra conoscenza e fede; anzi, quella è perfezionata dall’esperienza di questa; la fede può guidare la ricerca della conoscenza umana. Sappiamo che la vita e la realtà sono complesse. Il cristianesimo non semplifica né deforma i fatti; piuttosto, ci aiuta a restare aperti e pieni di speranza nel proseguire l’inarrestabile ricerca di senso e di salvezza.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 904-907 si riferiscono alla partecipazione all’ufficio profetico di Cristo; i paragrafi 2471-2474 trattano del dovere cristiano di dare testimonianza alla verità.

Argomento: Tracce per omelie

Quinta domenica di Pasqua

LETTURE

Atti 6,1-7
Salmo 33
1Pt 2,4-9
Giovanni 14,1-12



TEMA DELLE LETTURE

Nelle letture odierne, c’è un evidente spostamento dell’attenzione dalla risurrezione di Gesù all’attività e all’organizzazione dei primi cristiani. Nel vangelo di Giovanni, Gesù avverte i suoi discepoli della sua partenza e ricorda loro come devono giungere alla casa del Padre celeste. Gesù deve essere il loro modo di vita, la luce sulla via e lo spirito che sostiene il loro animo. I suoi seguaci compiranno opere perfino più grandi di quelle del Maestro. C’è un chiaro senso di preparazione per i tempi a venire.

Il salmo 32 sottolinea il senso della fiducia nel Signore che sostiene il giusto. Gesù ripete l’appello all’affidamento fiducioso e, in una frase che era molto significativa per gli ebrei, chiede ai suoi discepoli di aver fiducia in Dio e in Lui. Egli è lo stesso Dio della rivelazione.

La prima Lettera di Pietro, inserendo frasi tratte dal profeta Isaia, incoraggia i cristiani ad essere consapevoli del proprio compito di "pietre vive", per costruire, insieme a Cristo quale pietra angolare, un "edificio spirituale" (v. 6). C’è il senso di qualcosa che deve essere formato in unità, che dipende dalla libera ed attiva cooperazione di tutti coloro che arrivano a credere.

Gli Atti degli Apostoli descrivono un momento di organizzazione pratica nella vita dei primi cristiani per rispondere a necessità concrete della comunità. C’è una spartizione delle funzioni per consentire agli apostoli di dedicarsi totalmente al proprio compito ministeriale, consacrando così altri affinché si dedichino alle esigenze della carità. Possiamo vedere qui il plasmarsi nel concreto dell’edificio spirituale.


MESSAGGIO DOTTRINALE

La Chiesa. Le letture richiamano le caratteristiche essenziali della Chiesa. Innanzitutto, la Chiesa è dove Dio dimora. È quel che si sperimenta nella presenza spirituale di Dio nel cuore dell’uomo. È questa vita cristiana che muove ogni fedele a stabilire un rapporto di fratellanza con tutti gli altri e, spinto dall’amore, ad offrire la stessa "via, verità e vita" agli altri. C’è una struttura e un ordine per questo proposito di comunione con Dio e con i santi in cielo, e con gli altri in questa vita temporale. Soprattutto, la Chiesa è chiamata a testimoniare l’amore salvifico di Dio per ogni uomo, e ad amare tutti gli uomini e le donne così come Dio li ama.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 748-959 trattano della Chiesa, e specialmente della sua origine, fondazione e missione, della sua cattolicità, della missione degli apostoli, della costituzione gerarchica della Chiesa e della comunione dei santi.

Vita cristiana. Al cuore della fede cristiana c’è l’esperienza interiore della presenza di Dio. È questa esperienza che può trasformare la vita del cristiano e portarlo a vivere come Gesù. Credere in lui significa impegnarsi ad essere specchio del suo amore fattivo per il prossimo, ma questo è un impegno che, a motivo dell’amore che si ha per Dio, si accoglie e volentieri. Un’esperienza cristiana autentica ci porta ad essere aperti ad una verità più grande e a voler esprimere nelle nostre azioni quel che sentiamo nel cuore. Questo è ciò che distingue il cristianesimo da un semplice codice di condotta, o da una morale dell’obbligo.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 683-686 trattano della nuova nascita del battesimo e della comunicazione della vita nuova.

Sasso d’inciampo e pietra di scandalo". Questo è una delle strane frasi delle Sacra Scrittura che necessita di essere ben intesa. L’intervento di Dio nella vita umana non è un invito casuale, nonostante esso, in questa vita, abbia sempre l’aria di un invito più che di un obbligo. Siamo sempre liberi, e la decisione spetta sempre e solo a noi. Questa espressione si riferisce alla scelta che viene offerta alla nostra libertà. La vita e gli eventi ci vengono presentati in modo tale che finiamo con l’inciampare sugli "inviti" di Dio, per decidere liberamente quel che intendiamo fare. Le nostre decisioni, anche le più piccole, o che prendiamo da soli nel santuario della nostra coscienza, fanno sempre la differenza per il nostro futuro.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 1731-1742 trattano della libertà umana e della responsabilità.
Argomento: Tracce per omelie

Quarta domenica di Pasqua

LETTURE
Atti 2,14,36-41
Salmo 23
1Pt 2,20-25
Giovanni 10,1-10

TEMA DELLE LETTURE

Nel contesto liturgico dei misteri pasquali, celebriamo, oggi, Gesù Cristo come Buon Pastore. Il Maestro usa questa immagine in riferimento a sé nel Vangelo di san Giovanni. Egli è la Porta; tutti coloro che passano attraverso la Porta saranno salvati. Egli è il Buon Pastore che conduce il suo gregge su pascoli sicuri, perché né briganti né ladri possano rubare, sopprimere o distruggere il gregge.

Il salmo 22 ripropone l’immagine bucolica del Signore quale pastore e custode. Anche se può accadere di dover subire la persecuzione dei nemici, il salmista sperimenta un senso di sicurezza, grazie alla presenza e alla protezione del Signore.

La prima Lettera di san Pietro sembra riecheggiare le parole del capitolo 53 del libro del profeta Isaia, quando ricorda che tutti noi eravamo erranti come pecore, ciascuno perso per la propria strada. Gesù si assume il compito di radunare il gregge, quale pastore e custode delle nostre anime.

Gli Atti degli Apostoli riferiscono di Pietro che rivela come far ritorno al gregge del Signore, attraverso il pentimento personale, la purificazione del Battesimo e mediante l’accoglienza dello Spirito Santo.

MESSAGGIO DOTTRINALE

Il sacerdozio ministeriale. Le letture di oggi richiamano un aspetto centrale del sacerdozio ministeriale di Gesù: il sacerdote come pastore. La metafora deve essere compresa correttamente. Il sacerdote è uno che, in virtù della sua consacrazione, vive per gli altri. Il titolo "Padre", come "Pastore", essenzialmente esprime un rapporto aperto agli altri, così come il suo modo di essere per gli altri ben più di chi svolge una semplice e anonima funzione. È questo intenzionale (ed autentico) modo di essere per gli altri che anima tutto ciò che egli fa, dai sacri ministeri alle faccende più ordinarie. Questo spirito di carità è parte essenziale della santità e della fedeltà del sacerdote.

Riferimenti nel Catechismo: i paragrafi 1544-1553 trattano dell’unico sacerdozio di Cristo e del servizio ministeriale di carità.

Argomento: Tracce per omelie
Omelia - Anno A: III Domenica di Pasqua

Terza domenica di Pasqua

 

Atti 2,14,22-33;
Salmo 16;
1Pt 1,17-21;
Luca 24,13-35

 

TEMA DELLE LETTURE
Nella lettura degli Atti degli Apostoli e nel salmo 15 viene messo in evidenza un collegamento tra l’Antico ed il Nuovo Testamento. Il salmo esprime l’affidamento che un cristiano fa della propria vita a Dio. Il Signore guida il salmista perfino "di notte", e questi sa che anche di fronte alla morte stessa il Signore proteggerà la sua vita e lo condurrà alla gioia piena ed eterna al suo fianco. San Pietro parla di un senso profetico del salmo di David. L’adempimento della promessa del Signore si è pienamente realizzato in Gesù Cristo, che fu messo a morte per decisione umana ed è risorto dai morti per la potenza di Dio. Lo Spirito di Dio è stato effuso nei cuori dei cristiani. È questo Spirito che muove noi cristiani, lungo il nostro pellegrinaggio qui sulla terra, a temere e a sperare nel Padre, dopo aver conosciuto la risurrezione di Gesù.

San Luca narra quanto accadde ai due discepoli che procedevano sulla via per Emmaus. Quel che è specialmente interessante sono i diversi livelli di conoscenza. Ai due discepoli viene prima chiesto di riferire i fatti della passione di Gesù, avvenuti nei giorni precedenti. Ed essi lo fanno quasi con distacco, con disincanto, limitandosi ad esporre i semplici fatti. Il "viandante" poi illumina, a loro beneficio, il significato scritturale di quegli stessi fatti, ad un secondo e più alto livello di conoscenza. Alla fine, la presenza di Gesù si rivela visibilmente ai loro occhi alla frazione del pane: un’esperienza che aveva avuto inizio lungo la strada (´Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?ª, v. 32), e che manifesta il senso personale di quegli stessi fatti.

 

Argomento: Tracce per omelie

Seconda Domenica di Pasqua

LETTURE
Atti 2,42-47;
Salmo 118;
1Pt 1,3-9;
Gv 20,19-31

TEMA DELLE LETTURE

Il Vangelo di oggi narra l’impatto della presenza di Gesù Cristo, risorto dai morti, sui pavidi discepoli, timorosi del mondo. Nel linguaggio simbolico tipico di san Giovanni, il Vangelo riferisce del saluto di Gesù, del suo alitare sui discepoli e di come impartì loro lo Spirito Santo insieme al potere di rimettere i peccati. Il successivo racconto dell’apparizione di Gesù a Tommaso serve a dar rilievo al merito di coloro che, pur non avendo visto Gesù, crederanno nella sua presenza e nel suo insegnamento. Solo così il credente "avrà la vita" (v. 31).

Gli Atti degli Apostoli riportano le semplici caratteristiche della vita cristiana; la preghiera ed il sacrificio eucaristico, l’istruzione nella fede, la vita e le proprietà in comune. Questa genuina semplicità è motivo di ammirazione da parte degli altri.

Il salmo 117 narra di come il salmista si allieta della presenza e della potenza del Signore. In particolare, Egli ha protetto e salvato il giusto dalle persecuzioni e dagli attacchi dei nemici. Il rifiuto e l’apparente fallimento del salmista, che paragona se stesso ad una pietra, scartata dai costruttori, sono stati trasformati dal Signore in successo e rivendicazione, cioè in una pietra angolare.

La prima lettera di san Pietro parla di un’eredità che è garantita per coloro che rinascono come cristiani. Già ora i cristiani sono ricolmi di una gioia che è "indicibile e gloriosa" (v. 8). Con questa gioia si possono affrontare le prove della vita terrena, le quali purificano e fortificano la fede nella nostra eredità futura: la vita eterna.

Argomento: Tracce per omelie

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