(di Cristina Siccardi)
  Se si digita, sul Web, Parrocchia San Defendente di Ronco Cossato (Biella), appare il sito Una chiesa a più voci del parroco don Mario Marchiori.

 Le autorità religiose hanno perciò deciso di esautorare san Defendente, martirizzato dall’Imperatore romano Massimiano nel 287 circa perché si era rifiutato di sacrificare al culto dell’Imperatore stesso.
San Defendente morì per Cristo e per dare testimonianza ai fratelli in Cristo.

 Una chiesa a più voci? La zizzania nella Chiesa

Il Protestantesimo che impera in questa laica chiesa biellese, i santi sono banditi perché essi sono lo specchio della Fede autentica, mentre le «più voci» vengono debitamente selezionate secondo ben precisi e schierati criteri ideologici.

Bene accolta in questa parrocchia è stata Emma Bonino, che iniziò la sua carriera nella metà degli anni Settanta con la lotta per la legalizzazione dell’aborto in Italia e successivamente per l’affermazione del divorzio e la legalizzazione delle droghe leggere; nel 1975 fondò il Cisa (Centro informazione, sterilizzazione e aborto), per il quale venne arrestata. Tuttavia il 26 luglio scorso, in quello che dovrebbe essere un luogo sacro, predisposto per i sacerdoti, ovvero nel presbiterio della parrocchia sopraindicata, la Bonino ha presentato la sua campagna pro-emigrazione Ero straniero. L’umanità che fa bene, che sta portando in giro per l’Italia.

Questa donna, che da decenni lotta senza ritegno contro ogni principio di vita, di morale, di coscienza, è stata incoraggiata, due giorni prima di questo incontro, da papa Francesco, che le ha telefonato dicendole di «tenere duro».

Forse perché diversi cattolici (ricordiamo in particolare l’Associazione Ora et Labora in difesa della vita) hanno aperto una lodevole e più che legittima polemica contro la scandalosa iniziativa, dove era presente anche l’abortista Silvio Viale, che ha introdotto in Italia la pillola abortiva RU 486? Nessun dialogo e nessun confronto è stato permesso in quella serata: il dottor Leandro Aletti, figura storica dell’antiabortismo italiano sin dagli anni Settanta, ha formulato una domanda, ma è stato subito coperto dalle urla: «Vergogna! Vergogna!», mentre il microfono gli veniva sottratto. Un altro cattolico, Alberto Cerutti, ha domandato perché non sono stati accolti i sei milioni di bambini abortiti con la legge 194, ma i carabinieri, presenti in chiesa insieme alla polizia e alla Digos, lo hanno allontanato.

Giovedì sera l’anticattolica Emma Bonino, eroina delle lotte pro-morte, faceva la sua arringa in prossimità dell’altare e dell’ambone, mentre venerdì sera veniva ucciso Charlie Gard in un hospice di Londra, attrezzato per i malati terminali, dove gli è stata staccata la ventilazione artificiale. Un costo in meno per lo Stato: sarebbe soddisfatto l’economista e demografo inglese Thomas Robert Malthus, che influì fortemente su Charles Darwin, il quale gli dedicò L’origine della specie (1859), dove esponeva le sue teorie evoluzioniste e anticreazioniste. 

Ed ora i media rassicurano: il bambino, condannato a morte e la cui sentenza è stata eseguita sotto il raccapriccio di chi è ancora rimasto persona e non scimmia evoluta, sarà sepolto insieme alla sua scimmietta giocattolo. Charlie Gard rappresenta plasticamente le contraddizioni e le infamie di quest’epoca scristianizzata, che si fa padrona (dio) della vita e della morte. Così, la medaglietta di san Giuda Taddeo, il santo dei casi impossibili, che Charlie stringeva nel suo innocente pugnetto, è stato destituito, allo stesso modo di san Defendente, invocato dalla Tradizione della Chiesa contro il pericolo dei lupi e degli incendi. Oggi i lupi parlano nelle chiese, mentre il fuoco della Geenna viene alimentato dagli stessi uomini di Chiesa con una tracotanza ed una baldanza di impronta luterana.

Domenica festeggeremo la Trasfigurazione di Nostro Signore. All’inizio del Dicorso 79/A, dedicato proprio a questa memoria liturgica, sant’Agostino scrive: «noi sappiamo che il Signore Gesù Cristo verrà come giudice alla fine del mondo e darà il regno a quelli posti alla destra e il castigo a quelli posti alla sinistra. Poiché egli – come crediamo e dichiariamo pubblicamente – verrà a giudicare i vivi e i morti». Già in vita il corpo di Gesù assunse forma gloriosa e così lo videro gli Apostoli Pietro, Giacomo, Giovanni.

Il Vescovo di Ippona, nello stesso discorso, ritiene che la Trasfigurazione sul Monte Tabor della Galilea sia stata la realizzazione di ciò che aveva annunciato Cristo: «Alcuni tra quelli che sono qui presenti non moriranno prima d’aver visto il Figlio dell’uomo nel suo regno».

Il volto del Salvatore divenne splendente come la viva luce del sole: «Erano dunque essi quei tali ch’erano presenti e che non avrebbero visto la morte prima di vedere il Signore nel suo regno. Alla fine del mondo però tutti avranno lo splendore che il Signore mostrò in se stesso», tutti coloro che sono buon seme e che, quindi «appartengono al regno di Dio e la zizzania invece rappresenta quelli che appartengono al maligno. Il nemico che l’ha seminata è il diavolo stesso. Il giorno della mietitura è la fine di questo mondo. I mietitori poi sono gli angeli. Allorché dunque verrà la fine di questo mondo, il Figlio dell’uomo invierà i suoi angeli e porteranno via dal suo regno tutti gli operatori di scandali e li getteranno nella fornace di fuoco ardente; ivi sarà pianto e stridore di denti».

Se queste parole turbano coloro che operano per la distruzione e il male, cercando di rimuoverle dalla loro vita “religiosa”, non è un problema del buon grano, ma un problema della zizzania, che può annientare il corpo, temporaneamente, ma non l’anima, perché l’anima risorgerà con il suo corpo, così come è risorto Cristo.

Dice san Paolo: «Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1 Cor 15, 16-22).

Se le chiese si prestano ad ospitare la zizzania, la responsabilità di fronte a Dio è di coloro che rendono possibile questo scandalo, a noi la responsabilità di denunciare i lupi, senza mai stancarci di annunciare la Verità portata da Colui che si trasfigurò, anticipando in terra la sua Gloria celeste e di coloro che, fedeli nell’Amore Infinito, operano per il suo Regno. (Cristina Siccardi)

Argomento: Chiesa

 Quell’articolo strano, inquietante e antiamericano di La Civiltà Cattolica

 di Samuel Gregg

 L’antiamericanismo è vecchio quanto la Rivoluzione americana stessa (se non di più).
Gli Stati Uniti, come tutte le nazioni, hanno i loro difetti, ma sono loro ad attirare un’attenzione spropositata da parte del resto del mondo.
Questo dipende anche dall’importanza dei mass-media americani, dal fatto che le loro notizie arrivano in tutto il mondo e dallo status di superpotenza degli Stati Uniti.
Su scala globale, le scelte fatte dall’Argentina o dall’Italia, ad esempio, non sono importanti per gli affari internazionali quanto quelle degli Stati Uniti.

Alcune delle analisi più acute sugli Stati Uniti non sono state scritte da americani. Un’analisi esemplare è La democrazia in America (1835/1840) di Alexis de Tocqueville.
Eppure, nonostante la grande e intensa attenzione dedicata agli Stati Uniti, non è difficile trovare articoli scritti da non americani intelligenti che però riflettono gravi incomprensioni e a volte una palese ignoranza sulle correnti politiche, economiche e culturali che definiscono l’America.

Questo mi porta a pensare ad un articolo strano pubblicato recentemente in La Civiltà Cattolica: la rivista quindicinale gesuita italiana che gode di uno status quasi ufficiale, in quanto il Segretariato di Stato della Santa Sede esercita la supervisione sugli articoli pubblicati.
L’articolo a cui mi riferisco è: “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo”.
I suoi autori, Padre Antonio Spadaro, SJ (direttore di La Civiltà Cattolica)e il Pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell’edizione argentina dell’Osservatore Romano) esprimono diverse affermazioni su tendenze politiche e religiose specifiche degli Stati Uniti: affermazioni che, nella migliore delle ipotesi, sono inconsistenti e inesatte.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, l’analogia tra le prospettive teologiche di particolari filoni dell’evangelismo americano e l’ISIS.
Per quanto ne so, quelli che si definiscono fondamentalisti americani non distruggono 2000 anni di tesori architettonici, non decapitano i musulmani, non crocifiggono i cristiani mediorientali, non supportano una vile letteratura antisemita ne massacrano sacerdoti francesi ottantenni.
Un’altra tesi discutibile dell’articolo è che il Sacro Romano Impero sia stato costituito con l’intento di realizzare il Regno di Dio sulla terra.
Questa particolare analisi sarà vista come una novità dagli storici esperti di quella complicata entità politica che divenne, come dice il proverbio inglese, Sacra, romana e un impero.

Ci sono anche diversi legami tra lo scetticismo sul cambiamento climatico, la fede dei cristiani bianchi del sud degli Stati Uniti (commenti che se rivolti ad altri gruppi razziali sarebbero stati denunciati perché sconfina nel fanatismo) e i pensieri apocalittici di alcuni americani evangelici. In sostanza, si afferma che queste cose riflettono e aiutano ad alimentare una vista manichea del mondo da parte degli Stati Uniti.
Poi c’è la particolare associazione dell’articolo con l’eresia del "vangelo della prosperità" legata agli sforzi recenti per proteggere la libertà religiosa in America.

Senza dubbio, gli studiosi evangelici e altri esperti metteranno in evidenza i numerosi problemi riguardanti la comprensione della storia del cristianesimo evangelico e del fondamentalismo negli Stati Uniti.
Un mio amico agnostico, che è uno storico eminente dell’evangelismo americano in una prestigiosa università laica, mi ha detto che l’articolo mostra un’“ignoranza ridicola”.
Sospetto anche che il Pastore Figueroa e Padre Spadaro siano ignari, per esempio, dell’adesione di molti evangelici al diritto naturale negli ultimi decenni: qualcosa che, per definizione, immunizza ogni serio cristiano dalle tendenze fideiste.

Ma due particolari affermazioni degli autori richiedono una risposta più dettagliata.

Chi è un manicheo?
Come leggiamo nell’articolo, gli autori affermano che il fondamentalismo evangelicale ha fatto sì che l’America adottasse una comprensione manichea degli affari internazionali.
Essi sostengono, tuttavia, che Papa Francesco rifiuta ogni immagine di un mondo in cui si contrappongono il bene e il male assoluti.
Invece, dicono, il papa saggiamente riconosce che “alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere”.

Senza dubbio, il desiderio di potere motiva alcuni attori internazionali.
È altrettanto importante riconoscere che alcune idee – come marxismo, leninismo, jihadismo islamico o nazionalsocialismo – hanno spinto i movimenti transnazionali e gli stati-nazione ad agire in modo malvagio perché le idee stesse sono malvage.
Per gli americani (e per chiunque altro) riconoscere questo e chiamare queste cose con il loro nome non significa credere nel manicheismo.
Si tratta semplicemente di riconoscere che alcune idee sono veramente malvage e portano molte persone, persino nazioni, a compiere atti gravemente cattivi.

Non si può comprendere, per esempio, il regime populista che sta ora distruggendo il Venezuela, a meno che non ci rendiamo conto che la sua leadership e molti dei suoi sostenitori sono in parte motivati ​​da una visione profondamente conflittuale del mondo.
Questa visione deriva soprattutto e direttamente da Marx e Lenin (cosa che potrà dichiarare chiunque abbia ascoltato una delle brevi sfuriate televisive di tre ore di Hugo Chávez).
Vale la pena ricordare che quando il presidente Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero malvagio” nel 1983, milioni di persone al di là dalla Cortina di Ferro hanno immediatamente compreso quello di cui parlava.
Sapevano che i sistemi in cui vivevano erano basati su idee malvage sulla natura dell’uomo e della società.

Inoltre, il fatto che alcuni americani descrivano (spesso accuratamente) regimi particolari come malvagi non significa che considerino gli Stati Uniti un Regno di Dio embrionale sulla terra.
Oggi, molti americani evangelici sono profondamente angosciati, per esempio, dallo status dell’élite e della cultura popolare negli Stati Uniti. E sottolineano subito questi fallimenti, anche quando tali debolezze si manifestano nei loro ranghi.
Ciò dovrebbe far riflettere molti europei e latinoamericani prima di dire che milioni di cristiani negli Stati Uniti hanno una visione manichea del mondo. 

Ecumenismo, evangelici e cattolici
Una seconda tesi problematica che caratterizza l’articolo di Spadaro-Figueroa che richiede maggiore attenzione è la sua definizione del rapporto tra molti cattolici ed evangelici negli Stati Uniti: un rapporto su cui il sacerdote e il pastore hanno chiaramente delle riserve.

Padre Spadaro e il Pastore Figueroa osservano correttamente che molti cattolici e evangelici hanno riconosciuto di aver avuto, negli ultimi decenni, obbiettivi comuni per quanto riguarda “aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’educazione religiosa nelle scuole e altre questioni considerate genericamente morali o legate ai valori”.
Aggiungono che “sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici”.

Da “Integralisti cattolici” possiamo sicuramente presumere che gli autori si riferiscano ai tanti cattolici americani (normalmente etichettati come “conservatori”) che hanno scelto di allearsi con gli evangelici per difendere cose come la cultura della vita e la libertà religiosa da quella forma di secolarismo dottrinare dilagante sotto l’amministrazione Obama.
Ma la stragrande maggioranza di questi cattolici non sono “integralisti” per non parlare dei teocratici in attesa. Piuttosto il contrario. Né la maggioranza degli evangelici negli Stati Uniti spinge i programmi teocratici.

Se si esaminano, ad esempio, le dichiarazioni di vari studiosi e intellettuali coinvolti in movimenti come “Evangelicals and Catholics Together”, vediamo che non contengono nessuna aspirazione teocratica.
La discussione ecumenica tra coloro che si impegnano in questi sforzi ha portato nel tempo a risultati positivi con chiarimenti dei punti comuni, rimozione di idee sbagliate, individuazione di blocchi dottrinali reali e individuazione di aree in cui possono essere fatti insieme lavori pratici per promuovere il bene comune.
Ciò è in netto contrasto con i luoghi comuni e le assurdità che hanno da sempre caratterizzato la discussione ecumenica insieme al rapido declino delle confessioni protestanti che da tempo si sono allontanate dalle verità basilari cristiane sulla fede e la morale che la maggioranza degli evangelici continua ad affermare rigorosamente.

Inoltre, quando negli Stati Uniti i cristiani evangelici e i cattolici affermano che, ad esempio, gli esseri umani non ancora nati hanno diritto alle stesse protezioni dall’uso ingiusto della forza letale come qualsiasi altro essere umano o che la libertà religiosa è qualcosa in più di una semplice libertà di culto, o che i genitori hanno il diritto di insistere affinché i loro figli non debbano sorbirsi la sciocchezza della “teoria del gender” a scuola, tali argomenti sono sempre più trattati in termini appartenenti alla sfera pubblica.
I cattolici hanno una lunga tradizione su tali questioni. Eppure è anche un approccio che molti evangelici hanno iniziato ad adottare solo negli ultimi anni.

Questo non aggiunge nulla al discorso dell’imposizione della teocrazia o alla pretesa di privilegi speciali, per non parlare dei tentativi di facilitare accordi tra Stato e Chiesa o qualche tipo di nazionalismo americano evangelico/cattolico.
Contrariamente alle affermazioni di Padre Spadaro e del Pastore Figueroa, questa non è “una diretta sfida virtuale alla laicità dello Stato”.
Si tratta di affermare che le verità che tutte le persone possono conoscere attraverso la ragione naturale possono anche essere legittimamente riconosciute in società pluralistiche come gli Stati Uniti.
Inoltre, affermare così tali verità aiuta anche a facilitare la libertà e l’autentico pluralismo negli Stati Uniti (contrariamente all’ideologia della “diversità”).
Queste verità aiutano anche a proteggere i non cristiani e i non credenti, così come un qualsiasi altro americano, dalla coercizione ingiusta.

Un problema di attendibilità
Se l’articolo di La Civiltà Cattolica riflettesse semplicemente le opinioni di un qualsiasi prete cattolico occidentale e di un ministro argentino presbiteriano, pochi sarebbero preoccupati per il suo contenuto.
Ma gli articoli di La Civiltà Cattolica sono controllati dal Segretariato di Stato della Santa Sede.
Quindi, è curioso che chiunque abbia approvato l’articolo (supponendo che fosse stato correttamente verificato) presso la Segreteria di Stato non abbia preso in considerazione la mescolanza fatta dagli autori su questioni indirettamente collegate, o sollevato questioni sul tono emotivista dell’articolo, o notato che Padre Spadaro e il Pastore Figueroa hanno una conoscenza amatoriale della storia religiosa degli Stati Uniti e dei punti più importanti della politica americana.
Se è vero che la bandierina rossa non è stata alzata – o è stata ignorata – allora tutti i cattolici, americani e non, hanno ragione di preoccuparsi.
Non è semplicemente nell’interesse della Chiesa universale sviluppare o incoraggiare visioni generalmente false sugli Stati Uniti o sull’Anglosfera.

Tutte le persone, tra cui il papa e i suoi consiglieri, sono libere di avere le proprie opinioni sulle diverse nazioni e comportamenti internazionali.
Nessuno si aspetta che il vescovo di Roma sia acritico verso gli Stati Uniti o qualunque altro Paese.
C’è molto da criticare sugli Stati Uniti, proprio come sull’Argentina (fallimenti in materia economica, invidia sempre presente e idolatria della persona, incoraggiate dal veleno del peronismo) o sull’Italia (corruzione e clientelismo dilagante nella sua cultura politica ed economica a cui i funzionari vaticani e gli ecclesiastici italiani non hanno, purtroppo, dimostrato di essere immuni).

Tuttavia, lo sviluppo di tali opinioni dovrebbe essere accompagnato da un’attenta riflessione, informazioni dettagliate e una comprensione accurata della storia e dello sviluppo di un paese.
Purtroppo, tutto questo manca nell’articolo Spadaro-Figueroa ed è evidente.
Ma il danno maggiore lo subisce l’attendibilità della Santa Sede nel suo contributo sulla sfera internazionale. E nessuno trae beneficio da questo, meno di tutti Papa Francesco.

 

NOTE: L’articolo originale On that strange, disturbing, and anti-American “Civiltà Cattolica” article è stato pubblicato su The Catholic World Report il 14 luglio 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.

Samuel Gregg

Argomento: Fede e ragione

 Vittorio Messori, da: Il Timone (http://www.iltimone.org/it_IT/home/t-shop/abbonati), agosto 2017.

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 Quando la finiremo di illuderci, ripetendo  ossessivamente il mantra del “dialogo”, sempre e comunque, per affrontare ogni problema, persino l’aggressività mortifera dell’islamismo?

Il dialogo, tra l’altro, presuppone che ciascuno dei dialoganti metta sul tavolo, con chiarezza, le sue ragioni.
Cosa impraticabile se si ha di fronte un musulmano: uno dei capisaldi del Corano stesso non solo della tradizione maomettana, è che ebrei e cristiani hanno manipolato le Sacre Scritture.

Soprattutto, per quanto riguarda i cristiani, eliminando le parole di Gesù, quando avrebbe annunciato la venuta dopo di Lui del “Sigillo dei profeti”, Muhammad.
Dunque, dicono, inutile perdere tempo con dei falsari.

Così, all’islamico, è addirittura proibito leggere la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento (difatti non sono tradotti in arabo), perché si rischierebbe di prestar fede alle menzogne dei devoti di Jahvé e di quelli di Gesù Cristo.
Ma allora: che dialogo ci si può aspettare da un interlocutore che ti considera a priori uno spacciatore di menzogne?

Eppure, qualche dialogante ad ogni costo (anche nelle alte gerarchie ecclesiali) non si rassegna a ricorda il rispetto con il quale il Corano parla di Isa, Gesù, e di sua madre Maryam.
Stanco di queste argomentazioni, un docente della Sorbona di Parigi, Roger Arnaldez, considerato il maggiore islamologo francese, ha deciso di esaminare ciò che dicono di Gesù non soltanto il Corano ma anche le migliaia di hadit, cioè di detti attribuiti a Muhammad dalla tradizione islamica.

Vediamo le sue conclusioni, dopo la lunga ricerca: «I cristiani rischiano di emozionarsi, venendo a conoscere i molti versetti coranici su Gesù e Maria. Ma non si lascino ingannare: tutti i commenti islamici, dagli inizi ad oggi, convergono nell’indicare Gesù, senza esitazione, come il penultimo profeta. E’ un Gesù che non ha nulla a che fare con il Personaggio dei Vangeli: è interamente musulmano e condanna duramente i cristiani che lo hanno scambiato per Figlio di Dio, ricordando che Allah è l’unico Dio e non ha di certo prole. Ogni dialogo, poi, è interdetto anche perché, per il credente musulmano, sul mondo deve regnare soltanto la legge di Allah, rivelata a Muhammad, e l’islam non riconosce, anzi giudica blasfeme, le parole liberatorie di Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”».

Cose, queste, che dovrebbero essere ben note ma che non fermano né fermeranno i dialoganti a ogni costo.
Liberi di sognare, ma la realtà non ha compassione per le intenzioni buone ma irrealistiche.

Argomento: Fede e ragione

 Dopo il boom tra il ’78 ed il 2012, con l'avvento di Papa Francesco ha avuto inizio una flessione.

 Al punto che, nella DIocesi di Bolzano, 25 parrocchie sono state drammaticamente affidate ai laici.

 

Il «boom» di vocazioni sacerdotali, registrato nei seminari di tutto il mondo tra il 1978 ed il 2012, è purtroppo ormai solo un ricordo: cinque anni fa è iniziata un’inversione di tendenza, da cui la Chiesa cattolica pare non riuscire più a sollevarsi. A dirlo, sono i dati diffusi dall’Ufficio Centrale di Statistica della Santa Sede nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae, un tomo di ben 500 pagine.

Il picco di vocazioni si ebbe con Giovanni Paolo II, passato dai 63.882 seminaristi del suo primo anno di pontificato, il 1978, ai 114.439, quasi il doppio, nell’anno della sua morte, il 2005. Il dato ha registrato un’ulteriore crescita con Benedetto XVI, toccando quota 120.616 nel 2011. Situazione sostanzialmente stabile nel 2012 con 120.051 vocazioni.

Da allora, però, e con l’avvento di papa Bergoglio ha avuto inizio una flessione, ad oggi inarrestabile : dai 118.251 seminaristi del 2013 si è giunti ai 116.843 del 2015. E’ abbastanza per parlare di crisi, che ha significato carenza di sacerdoti e parrocchie chiuse soprattutto nelle comunità-simbolo del liberalismo teologico, come molte in Germania e in Svizzera; di contro, in altre Diocesi, soprattutto in Africa e negli Stati Uniti, fedeli alla Tradizione ed alla Dottrina cattolica, le vocazioni sono fiorite copiose.

Un esempio è dato dalla Diocesi di Madison, nel Wisconsin, noto bastione del cattoprogressismo sino al 2003, quando giunse come Vescovo mons. Robert Morlino. All’epoca, c’erano solo sei seminaristi; in dodici anni sono sestuplicati, divenendo 36 nel 2015. Come? Grazie all’attenta guida del nuovo Pastore col ritorno all’ortodossia cattolica, alla chiusura coatta di certi gruppi dissidenti, autoproclamantisi “cattolici”, benché lontani anni-luce dalla sana Dottrina, alla diffusione di lettere pastorali a tutela dell’insegnamento cattolico sul matrimonio, alle omelie inneggianti alla santità di vita, ai tabernacoli al centro delle chiese, a celebrazioni liturgiche dignitose, molte delle quali nella forma tridentina.

Lo stesso dicasi per la Diocesi di Lincoln, in Nebraska, dove Vescovi ortodossi hanno portato vocazioni sacerdotali in proporzione di molto maggiore a quella delle altre Diocesi. Il perché lo ha ben spiegato lo stesso Vescovo di Lincoln, mons. James D. Conley, che in un’intervista, rilasciata l’anno scorso al Catholic World Report, ha collegato senza esitazioni tale fenomeno alla fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa.

Insomma, un monito pastorale molto chiaro per quanti vogliano stare ad ascoltarlo…

(M.F., 25 giugno 2017 per https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/tornata-la-crisi-nei-seminari-dopo-il-boom-tra-il-1978-ed-il-2012/)

Argomento: Chiesa

 La teologia di Karl Rahner
e l’eutanasia della Dottrina sociale della Chiesa.
  Apriamo una discussione sulla teologia di Rahner.

 

L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi così scriveva nel libro “La Dottrina sociale della Chiesa. Una verifica a dieci anni dal Compendio (2004-2014)” (Cantagalli, Siena 2014):
« A mio modo di vedere la posizione di pensiero maggiormente influente per la critica alla Dottrina sociale della Chiesa è quella di Karl Rahner. Se andiamo a vedere nel dettaglio, molti dei teologi che, in seguito, hanno sferrato critiche e sviluppato percorsi alternativi alla Dottrina sociale sono stati suoi allievi. Rahner riflette sulla scia del pensiero di Heidegger, ossia al di fuori del contesto di una filosofia cristiana. Fuori anche dal contesto tracciato in seguito dalla Fides et ratio di san Giovanni Paolo II. Questa enciclica fa alcuni nomi, a titolo di esempio, di filosofi cristiani, ma Heidegger non figura tra essi. Rahner intende Dio come un “trascendentale esistenziale”.

Ciò significa due cose principalmente: che tutti gli uomini sono in Dio, perché Egli è la loro dimensioni apriorica, l’orizzonte non conoscibile e non categorizzabile della loro soggettività e della loro libertà, in pratica del loro essere persone; che a Dio si accede sempre dentro la nostra coscienza. Egli non viene conosciuto, ma coscienzialmente ed esistenzialmente esperito come orizzonte di ogni significato.

Ciò storicizza la fede, che non è un conoscere ma un fare esperienza esistenziale di un orizzonte intrascendibile. In questo consiste, per lui, la trascendenza. Non ci sono più atei e credenti, ma tutti sono dentro quest’orizzonte e si accompagnano reciprocamente nell’interpretazione della vita. Qualcuno passa da un cristianesimo anonimo ad uno non anonimo, ossia tematizzato e consapevole, senza perciò cessare di condividere quello stesso orizzonte. Il bene e il male non sono netti, ma svolgendosi l’esistenza tutta dentro l’orizzonte trascendentale di Dio, esistono vari livelli di bene da far lievitare, ma non mai da condannare. L’uomo non può mai sapere fino in fondo quando è in situazione di peccato. La Chiesa non è davanti al mondo, pur essendo anche nel mondo, ma si fa mondo, perché condivide col mondo il comune orizzonte esistenziale.

In questo quadro, che ho dovuto qui riassumere in poche battute col rischio di incompletezze, è molto difficile farci entrare la Dottrina sociale della Chiesa, a meno di smantellarne il carattere di corpus dottrinale, eliminarne la valenza missionaria e salvifica ed intenderla come una prassi dell’accoglienza, dell’ascolto e del camminare insieme, ma senza la luce della verità che viene dall’esterno di questo mondo, dal trascendente. Il trascendente, per Rahner, consiste appunto nella dimensione trascendentale esistenziale che, essendo la condizione di ogni senso, non può essere a sua volta tematizzata. Trascendente in questo senso».

Da queste affermazioni risulta l’incompatibilità della teologia rahneriana con la Dottrina sociale della Chiesa e perciò si capisce perché tutte le correnti che a Rahner si rifanno in realtà hanno sempre combattuto, in modo palese od occulto, la Dottrina sociale della Chiesa, anche nel lungo periodo – anzi soprattutto allora – in cui essa doveva essere rilanciata per volontà dei Pontefici. Si è trattato di un’opposizione sorda e pervicace che ha prodotto molti danni e che oggi sembra essere vincente. Ho potuto confermare questa tesi dell’Osservatorio nel mio ultimo libro “La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo” (Fede & Cultura, Verona 2017). Alla luce anche di quanto scritto in questo libro, può essere utile richiamare qui i punti fondamentali per cui la teologia che fa capo a Rahner rappresenta un tentativo di eutanasia della Dottrina sociale della Chiesa. Speriamo di suscitare così un dibattito che ospiteremo volentieri nel nostro sito.

La Chiesa nel mondo

Perché ci sia Dottrina sociale della Chiesa bisogna che la Chiesa non sia mondo. La Dottrina sociale della Chiesa è infatti l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali. Se la Chiesa si immerge senza distinzione nelle realtà temporali, la missione della Dottrina sociale della Chiesa, e la Dottrina sociale della Chiesa come missione della Chiesa, sono già finite. Ma proprio questo è quanto afferma Rahner, secondo cui la Chiesa deve smetterla di voler “manipolare il mondo”. Essa deve intendersi come una parte del mondo, senza pretese di superiorità dottrinale e veritativa.

Dio si rivela nel mondo

Questo perché Dio non si rivela prioritariamente nella Chiesa ma nel mondo, dato che Egli si rivela indirettamente negli eventi dell’esistenza in quanto orizzonte primordiale e apriorico che li rende possibili. La rivelazione di Dio non è né cosmica né metafisica, è completamente storica. Dio si rivela indirettamente nei fatti storici. Ne consegue che la dottrina – e quindi anche la Dottrina sociale della Chiesa – non è l’elemento primario. Prima di tutto c’è la vita, la prassi … e poi la dottrina. Ecco perché la Dottrina sociale della Chiesa è stata accusata di ideologia e di astrattezza.

Dio è immanente nella storia

Secondo Rahner bisogna ripensare la trascendenza di Dio. Essa non è di carattere metafisico, ma esistenziale. Dio è trascendente nel senso che non è una cosa tra le cose, ma è l’orizzonte che rende possibile la nostra visione interessata, partecipe e libera delle cose. Trascendente per lui vuol dire a-priori. In questo senso Dio non ci rivela delle conoscenze, non ci trasmette una dottrina, non ci dà delle prescrizioni … Egli ci dice solo di vivere in modo partecipato, dialogando con gli altri perché Dio si rivela a tutti e non solo ai cristiani.

Dio pone domande e non dà risposte

La Dottrina sociale della Chiesa, pur con il suo carattere pratico e perfino sperimentale, aveva la pretesa di indicare delle risposte di bene e di salvezza all’umanità. Ma per Rahner Dio non dà regole, suggerimenti, indicazioni. La presenza di Dio in tutti gli uomini consiste nella loro “questionabilità”, ossia nella insaziabilità che li porta a mettere sempre in questione i nuovi risultati acquisiti. Il cristiano è semplicemente colui che è aperto al futuro, da cui derivano tutte le dottrine teologiche del futuro e della prassi che hanno caratterizzato i decenni postconciliari.

Dottrina e legge morale naturale no esistono più

La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto di fondarsi sulla rivelazione – vale a dire sulla dottrina della fede – e sul diritto naturale. Ma nella prospettiva rahneriana entrambe le cose non esistono più. La rivelazione non ci fa conoscere verità dottrinali, I dogmi sono storici e si evolvono, la “natura” va riassorbita completamente nella storia ed è un residuo metafisico del passato.

Come si vede da questi poveri accenni – sviluppati più adeguatamente bel libro sopra citato – tra la teologia di Karl Rahner e la Dottrina sociale della Chiesa c’è assoluta incompatibilità. Questo spiega, lo ripeto, perché essa sia stata e sia fortemente contestata e contrastata. Ma la ragione non sta dalla parte di Rahner e del rahnerismo, nonostante sembri oggi prevalente nella Chiesa.

 

Stefano Fontana
per Osservatorio Van Thuan del 5 maggio 2017: http://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-teologia-di-karl-rahner-e-leutanasia-della-dottrina-sociale-della-chiesa-apriamo-una-discussione-sulla-teologia-di-rahner-2/

Argomento: Chiesa

Servidoras IVE Sto notando, tra i credenti, il diffondersi di un fenomeno nuovo. O, meglio, di una nuova figura. Lo chiamerei il «cattolico errante».

 

 Si tratta di un bravo cattolico, un po’ di tutte le età e le condizioni sociali, che vaga di chiesa in chiesa, di parrocchia in parrocchia.  Perché lo fa?
 Perché, stanco di liturgie sciatte e di chiese brutte, di preti iperattivi o apatici, di parrocchiani sovreccitati o depressi, cerca una chiesa che sia semplicemente normale, con un prete che sia semplicemente prete, una liturgia semplicemente dignitosa, un edificio semplicemente rispettoso del sacro, fedeli semplicemente beneducati.

Il cattolico errante non ha molte pretese. In genere non è un tradizionalista. Anzi, cresciuto nella Chiesa del post Concilio, ne ha assimilato tutto il buono che c’è. Però è stanco, molto stanco.
Non sopporta più le degenerazioni nate da una lettura distorta del Concilio, non gli va più di convivere con ignoranza e superficialità.
Non ne può più di musica per nulla sacra, cori stonati, altoparlanti da discoteca, licenze assurde nella celebrazione.
Non sopporta più fedeli chiassosi e sbracati.
Non ne può più di chiese orrende, preti che celebrano con le scarpe da ginnastica, tazebao appesi tra una Madonna e un San Giuseppe.
Non accetta più di subire omelie irrimediabilmente scontate o troppo immaginifiche.
Non gli va più di fare i conti con parroci che sbrigano la messa come fosse una pratica amministrativa o che la trasformano in spettacolo.
Ed è anche stanco di essere guardato come un provocatore ogni volta che osa dire come la pensa.
Così si mette in viaggio e diventa un cattolico errante.

Il suo obiettivo è naturalmente quello di tornare a essere un cattolico stanziale, e c’è da dire che spesso ci riesce. Per quanto grami, infatti, questi nostri tempi non sono disperati. Ci sono ancora tanti preti semplici e assennati, alla guida di parrocchie normali nel senso migliore del termine. Ci sono ancora tanti bravi predicatori. C’è ancora attenzione per la coerenza liturgica, per il bel canto, per la musica davvero sacra. Però sono tesori che vanno cercati. E il metodo più utilizzato dal cattolico errante è il passaparola. Come nel seguente esempio di dialogo tra un ex cattolico errante tornato stanziale, che chiameremo Tizio, e un cattolico stanziale che sta per diventare errante, e chiameremo Caio.

Tizio: Ciao Caio!

Caio: Ciao Tizio!

Tizio: Lo sai che ho trovato una bella parrocchia? La Chiesa non è né troppo piccola né troppo grande e l’acustica è perfetta, tanto che non c’è bisogno di altoparlanti. I canti sono stupendi, qualcuno perfino in latino. Niente chitarre, niente tamburi. Pensa che i fedeli, quando entrano ed escono, si inginocchiano! E nessuno si mette a chiacchierare come se si trovasse nella piazza del mercato.

Caio: Ma no? Non ci posso credere!

Tizio: Te l’assicuro, è tutto vero! E il parroco non è un attivista. Niente lotterie, niente viaggi, niente iniziative strane. Non è neanche logorroico. Solo preghiera, adorazione eucaristica e catechismo. E tanta cura per la liturgia. E tante ore trascorse nel confessionale.

Caio: Ma guarda! Sembra impossibile!

Tizio: Anche a me sembrava impossibile. Poi ho trovato questa parrocchia e mi è tornata la voglia di andare in chiesa. E ancora non ti ho detto delle prediche: bellissime! Il parroco non è malato di protagonismo, né monomaniacale. Si limita a commentare il Vangelo del giorno e ogni volta lo fa con semplicità, ma senza diventare banale. E sa farsi ascoltare da tutti, bambini e vecchi, colti e meno colti!

Caio: Dimmi subito dove si trova questa parrocchia!

Ecco, le cose più o meno vanno così. Certo, il traffico un po’ ne risente, perché tutti questi cattolici erranti sono costretti a spostarsi percorrendo molti chilometri. Ma ne vale la pena.

Anche se il cattolico errante spesso non lo sa (perché è una persona semplice, mossa solo dalla sua fede e dal desiderio del bello e del sacro), il «Codice di diritto canonico» sta dalla sua parte. Il Codice infatti riconosce non solo il diritto di ricevere dai pastori l’aiuto derivante dai beni spirituali della Chiesa, specie attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, ma anche «il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa». Quindi c’è un diritto a evitare le storture, le stranezze e le ambiguità, per non parlare delle vere e proprie profanazioni.

In realtà il Codice dice che le aberrazioni liturgiche vanno anche segnalate e denunciate, e che anzi, per il cattolico, questo è un preciso dovere. Ma il cattolico errante, mosso da pietà, spesso preferisce stendere un velo pietoso e, anziché scrivere al vescovo ed esporre le sue lagnanze, si mette in viaggio.

Il cattolico errante, insomma, non fa che cercare ciò che gli spetta. Lo spiega molto bene anche il liturgista don Nicola Bux in quel prezioso libro che è «Come andare a messa e non perdere la fede», dove ricorda che in tutti i casi in cui la comunità, anziché lodare Dio, celebra se stessa (per dirla con Joseph Ratzinger, trasforma la liturgia in «una danza vuota intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi»), occorre reagire.

Pochi lo sanno, e don Bux giustamente lo sottolinea: nell’istruzione «Redemptionis sacramentum» del 2004, approntata dalla Congregazione per il culto divino d’intesa con quella per la dottrina della fede, si legge che tutti i fedeli «godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme». Dunque niente fantasie, niente aggiunte, niente travisamenti, perché «il popolo cattolico ha il diritto che si celebri per esso in modo integro il sacrificio della santa messa, in piena conformità con la dottrina del magistero della Chiesa».

Oggi, 7 luglio 2017, sono passati dieci anni esatti dalla lettera apostolica in forma di motu proprio «Summorum pontificum» di Benedetto XVI, che, insieme all’istruzione «Universae Ecclesiae», ha permesso il moltiplicarsi delle messe in rito antico, secondo un’esigenza sempre più diffusa. La data è dunque propizia per ricordare che per secoli la Chiesa, specie attraverso l’arte, la musica, l’architettura, ha orientato tutto alla gloria di Dio, alla preghiera, alla salvaguardia della dottrina. Poi, improvvisamente, un’idea distorta di aggiornamento ha dato inizio agli orrori.

Farne l’elenco non è necessario. Delle chiese bruttissime e dei tabernacoli spariti, o messi in un angolo, ci siamo già occupati in un’altra occasione. Qui vorrei solo sottolineare la verbosità che ha fatto irruzione nella celebrazione della messa. Verbosità vuol dire che si chiacchiera troppo, si prega poco e si adora ancor meno. Don Bux scrive che la messa «non è una conferenza dove devi capire tutto», quindi è inutile che il celebrante si affanni a spiegare ogni cosa, in modo didascalico, quasi desacralizzando la liturgia. «Il linguaggio liturgico non può essere quello quotidiano» e  «comprendere la realtà della liturgia è diverso dal comprendere le parole». Occorre lasciare spazio al mistero e lasciarsi prendere dal mistero. San Bonaventura arriva a dire che durante la liturgia bisogna sospendere l’attività intellettuale. La liturgia è essenzialmente adorazione di Dio.

Un’annotazione va fatta sul ruolo della comunità, del popolo di Dio. Che partecipa alla messa, ma, attenzione, non è il soggetto della messa. Tanto è vero che il celebrante può benissimo essere da solo e la messa è pienamente valida. Quindi, se va evitato il protagonismo del celebrante, va evitato anche quello dell’assemblea, altrimenti c’è davvero il rischio che l’azione liturgica diventi spettacolo rispetto al quale tutti sono desiderosi di dare un contributo. Partecipare non vuol dire gareggiare nel protagonismo, ma stare al proprio posto, con discrezione. Un malinteso senso della partecipazione porta a coinvolgere il popolo in modo improprio. «Partecipare attivamente significa cooperare intimamente con la grazia di Dio; non è attività esteriore».

Bellissime poi le pagine nelle quali don Bux spiega la necessità e il significato dell’inginocchiarsi. Vangelo e Atti degli apostoli ci dicono che Gesù, Pietro, Paolo e Stefano hanno pregato in ginocchio. «Tutta la creazione piega le ginocchia nel nome di Gesù (cfr Filippesi 2,10), segno della signoria di Dio sul mondo. In tale gesto di verità si inserisce la Chiesa nel glorificare Gesù Cristo». L’inginocchiarsi, il genuflettersi e l’inchinarsi sono atti di culto esterno, certamente, ma anche di fede. Ci aiutano nella preghiera e nell’adorazione. Come scrisse Romano Guardini: «Quando entri in chiesa o ne esci, piega il tuo ginocchio profondamente, lentamente; ché questo ha da significare: “Mio grande Iddio!…”. Ciò infatti è umiltà ed è verità ed ogni volta farà bene all’anima tua».

Sì, ci farà bene. Come il silenzio, il «sacro silenzio», che è esso stesso preghiera e manifestazione di fede e adorazione. Quel silenzio che oggi è così negletto nelle celebrazioni piene di clamore, nelle quali si arriva perfino all’applauso. Come se l’azione liturgica, al pari di uno spettacolo, dovesse procurare emozioni e non aiutarci a entrare nel mistero permanente di Cristo sulla croce.

Insomma, il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci. Ed è comprensibile che, una volta trovato un tesoro così grande, lo voglia condividere.

Aldo Maria Valli
da: http://www.aldomariavalli.it/2017/07/07/il-cattolico-errante-e-la-ricerca-della-liturgia-perduta/

Argomento: Chiesa

Che l’approvazione dello ius soli stia a cuore a settori importanti della Chiesa italiana è cosa, ormai, abbastanza nota. Lo prova un numero notevole di dichiarazioni, tra cui quella del presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, che ha apertamente parlato di «provvedimento da sostenere e favorire».
Certo, forse prima di schierarsi così apertamente alla Cei avrebbero dovuto pensarci bene, dal momento che non manca chi – sulla base di argomentazioni tutt’altro che polemiche – mette in luce come il disegno di legge (DDL S. 17) in discussione in queste settimane in Senato, volto a modificare la vigente Legge 91/1992, introducendo in Italia una forma temperata dello ius soli, sia iniziativa, in realtà, non rispettosa della Dottrina sociale della Chiesa.

Tuttavia, dato che la Cei, attraverso i suoi più autorevoli esponenti, ha preso una determinata posizione al riguardo, non resta che prenderne atto.
Una simile constatazione non può però portare ad accettare che si arrivi, a Santa Messa, addirittura a pregare per lo Ius soli. Perché è esattamente questo che è successo, come racconta il quotidiano La Verità oggi in edicola. E’ accaduto alla chiesa di Bellaria Centro, parrocchia S. Cuore di Gesù, dove i fedeli, ieri mattina, si sono imbattuti in una preghiera dei fedeli che li ha lasciati di stucco. In particolare, il mio amico Francesco Giacopuzzi, da quelle parti in vacanza, non voleva infatti credere ai propri occhi ed è arrivato a fotografare il foglietto che, incredulo, si è trovato tra le mani, con una preghiera dei fedeli col seguente passaggio:

«Per coloro che ricoprono incarichi di governo e di responsabilità civili, perché si adoperino in tempi rapidi a far approvare la riforma sullo “ius soli”, consentendo ai giovani di origine straniera, nati o cresciuti nel nostro paese, di diventare cittadini italiani non solo di fatto, come già sono, ma anche per la legge. Preghiamo».
Ora, che la preghiera dei fedeli risulti talvolta il momento meno ispirato della Santa Messa – riducendosi a concentrato di aria (quasi) fritta in luogo delle sentite intenzioni di orazione dei parrocchiani – non costituisce purtroppo una novità. Tuttavia, da qui a trasformare questo passaggio in un’invocazione affinché si approvi una determinata legge, francamente, ne passa. Anche perché, a ben vedere, non si ricordano precedenti.

O forse qualcuno rammenta una preghiera dei fedeli per l’approvazione di un disegno di legge X a favore delle famiglie numerose? O contro il divorzio breve, le unioni civili e il testamento biologico apripista dell’eutanasia?
Niente di tutto questo, dato che – si dice – la Chiesa non fa politica. Benissimo. Ma perché allora, quando c’è di mezzo lo ius soli tanto caro al Pd, si scomoda persino la Santa Messa? Non sarà un po’ troppo? Non si starà perdendo completamente la bussola?
Ha senso chiederselo tenendo presente che qui, evidentemente, il punto non è l’unità pastorale di Bellaria, bensì la piega presa da parti importanti del mondo cattolico, le quali oggi sembrano scambiare il Vangelo come vademecum dell’accoglienza dell’immigrato e Gesù come poverello migrante.

La realtà invece è ben diversa, a partire dal Presepe che – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra “culture diverse”, essendo popolato esclusivamente da ebrei.
La stessa condizione di Gesù, analizzata storicamente, non pare quella di una persona socialmente svantaggiata dal momento che, ad un esame attento, «conoscenza delle lingue, abilità professionale, formazione intellettuale offrono un quadro personale sufficientemente delineato per considerare Gesù un imprenditore» (StoriaLibera, 2015; Vol.1:45-100).
Questo significa che accogliere il forestiero o aiutare il povero non siano doveri cristiani? Certo che no, lo sono eccome.
Ma l’approvazione dello ius soli, con tutto ciò, c’entra ben poco, anzi non c’entra nulla. E pare il caso, almeno durante la Messa, di evitare trovate a dir poco fuori luogo.

Il Cristianesimo è infatti qualcosa di troppo importante per essere ridotto a concentrato di buoni sentimenti, cosa che tantissimi fedeli hanno ancora ben chiaro ma che – incredibile ma vero – oggi sfugge ad un numero crescente di pastori.

Anche la Cei, mi permetto di osservare, dovrebbe riflettere su questo, nella consapevolezza che se un cittadino – legittimamente, sia chiaro – è favorevole allo ius soli, all’accoglienza illimitata dei migranti, alla costruzione dello moschee e quant’altro, ha già un’opzione chiarissima e del tutto coerente dinnanzi a sé: farsi la tessera del Pd sostenendone il programma, candidandosi, organizzando convegni, cortei, manifestazioni. Tutte cose, lo si ribadisce, che in un regime democratico sono del tutto lecite.

Ma il Vangelo e la Messa – fino a prova contraria – sono e restano una cosa diversa. Completamente diversa.

 

Giuliano Guzzo

26 lunedì Giu 2017  Posted by in Chiesa | https://giulianoguzzo.com/2017/06/26/per-lo-ius-soli-preghiamo/

Argomento: Politica

 Lo scandalo della Pontificia Accademia per la Vita

 

 Lo scandalo internazionale suscitato dalla nomina a membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) del professor Nigel Biggar (clicca qui e qui), ha costretto il presidente della PAV, monsignor Vincenzo Paglia, a rilasciare un’intervista chiarificatrice a Vatican Insider, a un mitissimo Andrea Tornielli. C’era una remota speranza di potere cogliere almeno un barlume di ravvedimento e autocritica, ma purtroppo bisogna concludere che la toppa è peggio del buco. 

 

È incoraggiante apprendere che la posizione del professor Biggar espressa nel dialogo con Peter Singer e denunciata dal Catholic Herald (liceità dell’aborto fino alla 18esima settimana) non sia la posizione del presidente della PAV e dell’Accademia per la Vita, ma si tratta del minimo sindacale.
Il sollievo però finisce qui. Monsignor Paglia dice di avere ricevuto rassicurazione dal teologo anglicano che questi non ha mai pubblicato nulla sul tema dell'aborto. 

Bugia. Nel marzo 2015 sulla rivista Journal of Medical Ethics compare un articolo dal titolo "Perché la religione merita un posto nella medicina secolare". In quell'articolo, dove l'autore, il professor Biggar, difende il ruolo della religione nel dibattito bioetico, un paragrafo è intitolato "Religione persuasiva e la controversia dell'aborto".
Giunti ad un certo punto egli scrive: «Come monoteista biblico cristiano sono sensibile alla difficile situazione dei "poveri", cioè dei deboli e vulnerabili. Storicamente, ovviamente, questa categoria include le donne e in molte parti del mondo continua a includerle. Ma comprende anche gli esseri umani immaturi, certamente i bambini e in maniera discutibile i feti, almeno al di là di un certo punto del loro sviluppo».

Dunque Biggar ha scritto, ed ha detto che mentre il diritto alla vita dei bambini è certo, lo stesso diritto è discutibile per gli esseri umani non nati. E che la 18ª settimana di gestazione sia il punto di sviluppo prima del quale l'aborto sia secondo il professor Biggar moralmente lecito, emerge non solo dal dialogo a cui hanno fatto riferimento il Catholic Herald e monsignor Paglia, ma anche dalla voce diretta dell'interessato in un'intervista rilasciata al giornalista David Edmunds per la BBC riportata integralmente dal Journal of Medical Ethics (clicca qui). 

Monsignor Paglia pensa di tranquillizzare gli animi dicendo che il professor Biggar gli ha «assicurato che non intende entrare in futuro nel dibattito su questo tema». Sarebbe interessante capire se il presidente intende dire che quando alla PAV si parlerà di aborto, si seguirà la stessa procedura per i conflitti d'interesse nel consiglio dei ministri: uscire dalla stanza. 

Monsignor Paglia afferma che però sul fine vita il professor Biggar «ha una posizione assolutamente coincidente con quella cattolica». Tuttavia neanche qui è possibile convenire. In effetti Biggar è contrario alla legalizzazione dell'eutanasia, ma tale opposizione non è legata, come nella dottrina cattolica, alla dignità e al diritto alla vita di ogni essere umano.
Nel 2004 il professor Biggar ha pubblicato il libro "Aiming to kill. The ethics of suicide and euthanasia". Come osservato dal professor Richard Harries, medico, per 19 anni vescovo anglicano di Oxford e professore emerito di teologia al King's College di Londra, non certo sospettabile di simpatie pro-life, in quel testo Biggar «accetta la distinzione tra vita biologica e biografica e pensa che vi sia prima facie (a prima vista n.d.r.) la possibilità morale di effettuare l'eutanasia non volontaria alle persone che abbiano una vita biologica, ma non biografica, magari come risultato di un grave ictus.
Tuttavia egli aggiunge l'importante restrizione che ciò dovrebbe essere consentito «soltanto se al contempo non minasse il senso di preziosità di ogni vita umana da parte della società».
Nessuna sorpresa; se è moralmente lecito uccidere con l'aborto un essere umano non ancora cosciente, come sostenuto più volte da Biggar, perché per il professore inglese non dovrebbe essere moralmente lecito porre fine ai giorni di un essere umano irrimediabilmente incosciente? 

Biggar dunque in quel libro è contrario all'eutanasia non perché la ritenga ingiusta in sé in ogni caso, ma perché teme che essa avvierebbe una china scivolosa e possibili abusi. È lecito dunque domandarsi se per monsignor Paglia questa sia la posizione della Chiesa Cattolica. 

È comprensibile l'ansia di abbracci ecumenici e accettabile che i membri della PAV possano in teoria appartenere ad altre religioni, o essere persino atei; in fin dei conti la difesa della vita umana innocente e la prospettiva antropologica fino ad ora sostenuta dal magistero sono comprensibili attraverso il diritto naturale (anche se in via prudenziale per incarichi di tale delicatezza sarebbe sempre bene preferire persone competenti la cui ragione fosse illuminata e sorretta dalla fede). 

Però monsignor Paglia dice di avere accolto il professor Biggar dietro indicazione del primate anglicano Justin Welby. E al consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio dovrebbe essere noto che gli anglicani hanno posizioni etiche piuttosto distanti dal magistero cattolico, soprattutto in materia di sessualità e vita. 

Non osiamo quindi immaginare chi abbia segnalato a monsignor Paglia la professoressa Katarina Le Blanc, docente al Karolinska Institut dove conduce le proprie ricerche non disdegnando l'impiego di cellule staminali umane derivanti da soppressione di embrioni sovranumerari ottenuti durante fecondazione in vitro.
Purtroppo Andrea Tornielli non domanda niente sulla nuova accademica svedese.
Così come nessuna domanda il giornalista della Stampa ha per un altro neoincaricato, il professor don Maurizio Chiodi.

A pagina 158 del suo testo "Etica della vita. Le sfide della pratica e le questioni teoretiche", il professor Chiodi parla della generazione naturale e della fecondazione in vitro: «È proprio l'analogia tra le due situazioni che autorizza eticamente la procreazione medicalmente assistita. Non per nulla il 'medicalmente assistita' lo si dice della procreazione [...] Nella procreazione assistita, pur essendo essa realizzata senza rapporto sessuale, è sempre di procreazione che si tratta: è problematico quindi ogni allontanamento rispetto a tale senso 'intenzionato' nelle forme effettive della generazione [...] Nell'intenzione generante della coppia, normalmente legata alla relazione sessuale, si ritrova il paradigma costitutivo della stessa procreazione assistita che, proprio da questa intenzione generante, viene autorizzata come 'atto umano'».

Al di là dello sfumato e del velato, il quadro è perfettamente intellegibile. Se l'intenzione della fecondazione in vitro è generante, allora sarà un atto umano eticamente autorizzato che essa venga realizzata in maniera mediata dal biologo che sceglie i gameti e gli embrioni e dal ginecologo che li depone nell'utero materno? Sarà eticamente autorizzato congelare gli embrioni in vista di un'ulteriore futura intenzione generante? Sarà eticamente autorizzato lo scarto degli embrioni portatori di patologie trasmissibili, se a muoverlo è un'intenzione generante salutista? Tale prospettiva è forse coerente col magistero di Donum vitae, Dignitas personae, Evangelium vitae, Veritatis splendor e col numero 2377 del Catechismo della Chiesa Cattolica? O forse tutto ciò appartiene al ciarpame di un passato superato dalle aperture evocate da monsignor Paglia a Tornielli? 

Questi sono fatti, non fumisterie, ed un presidente minimamente rispettoso del proprio ruolo saprebbe dare risposte pertinenti; oppure, se incapace a farlo, saprebbe dimostrare almeno il proprio amore alla causa della vita liberando la carica per chi è in grado di ricoprire in modo degno il ruolo che fu del professor Jerome Lejeune e del cardinale Elio Sgreccia, fondatore del primo centro di bioetica in Italia.

 

di Renzo Puccetti
19-06-2017
per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-lo-scandalo-della-pontificia-accademia-per-la-vitapaglia-copre-i-nuovi-membri-ecco-le-prove-20202.htm

Argomento: Chiesa

Qual è l’intento del Sig. Andrea Tornielli nell’attaccare gli Araldi del Vangelo?
  Creare uno scisma nella Chiesa?

 (comunicato stampa ufficiale)

Chiunque legga gli articoli e i libri del notevole vaticanista, il sig. Andrea Tornielli, può sorridere rievocando la figura pittoresca del camaleonte.
Infatti, le sue pubblicazioni registrano un’acuta capacità di adattarsi all’ambiente in cui si trova per svolgere la sua attività: ha saputo sorridere a Giovanni Paolo II, vezzeggiare il pontificato di Benedetto XVI e, allo stesso tempo, glissarlo discretamente quando ormai andava a braccetto con Francesco…

Recentemente, il Sig. Tornielli ha pubblicato un articolo polemico nel blog Vatican Insider, del quotidiano La Stampa: “Araldi, la dottrina segreta: ‘Correa incentiva la morte del Papa’”.
Considerando la nota caratteristica camaleontica dell’articolista, due quesiti emergono dalla pubblicazione: quali sono le sue intenzioni? Per quale ambiente egli anticipa un adeguamento?

È interessante osservare che l’autore solleva, attraverso tale articolo, le antiche, antichissime denunce contro il Professor Plinio Corrêa de Oliveira riguardanti la venerazione che molti gli prestavano in vita così come la devozione privata a sua madre, Donna Lucilia.
Ora, Mons. João Scognamiglio Clá Dias, fondatore degli Araldi del Vangelo, è bersaglio degli stessi attacchi. Queste sono accuse obsolete, tutte hanno avuto una risposta e sono state adeguatamente confutate secondo i dettami della più stretta dottrina cattolica.

Timeo hominem unius libri. È bene quello che i lettori della stampa cattolica sono inclini a concludere in questi momenti sulla conoscenza del Sig.Tornielli riguardo il tema del suo articolo: lo studioso di un solo libro provoca timore. Il che non figura tanto bene per un articolista di questa levatura… Vediamo perché.

In primo luogo, potremmo suggerire al Sig. Tornielli di guardare un po’ al passato dell’istituzione, da lui con tanta veemenza attaccata, e gettare uno sguardo su un’opera pubblicata nel 1985 – Servitudo ex Caritate – con il parere dell’eminente teologo P. Victorino Rodríguez y Rodriguez, OP. In questo studio, cui nessuno ha mai replicato, il tema della Sacra Schiavitù a Gesù, per mezzo di Maria, così come i legami spirituali tra il Prof. Plinio e i suoi discepoli, che egli cita nel suo articolo, sono stati completamente chiariti per il passato, per il presente e per il futuro.

E perché non consultare, anche, il libro Donna Lucilia, del 1995, con prefazione elogiativa di P. Antonio Royo Marin, OP, ristampato in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana nel 2013, anche in italiano? La sua lettura sarebbe stata sufficiente per rendersi conto che i fondamenti della devozione a questa grande donna brasiliana si basano sulla sua vita di illibata virtù e sono nel bimillenario costume della Santa Chiesa.
Ci permetta di dirle, Sig. Tornielli, che forse è conveniente che riveda le sue annotazioni del tempo del catechismo, perché anche prima che qualcuno sia canonizzato, la Santa Madre Chiesa chiede che sia riconosciuta la sua fama di santità.

E quanto alla devozione al Dr. Plinio? Qualora gli interessassero dati più attuali, invitiamo il Sig. Tornielli a fare uno studio approfondito di un’opera recentissima, del 2016, pubblicata in cinque volumi sempre dalla Libreria Editrice Vaticana, con più di 100mila collezioni stampate, sotto il titolo di Il dono di sapienza nella mente, vita e opera di Plinio Corrêa de Oliveira.
In questo lavoro si trovano in dettaglio le origini storiche e le basi teologiche di questo tema, trattato in modo così tendenzioso nel suo articolo.

Benedetto XVI e il fondatore degli Araldi del Vangelo
È vero che è sorta, nel frattempo, a disposizione del Sig. Tornielli, una grande e insolita novità: un video privato, divulgato fuori dal contesto e superato col tempo, poiché è vecchio di un anno e mezzo. Essendo di uso ristretto dell’istituzione, è stato, comunque, ottenuto in modo illegale da un uomo appassionatamente disaffezionato nei confronti della TFP e degli Araldi – egli stesso ex-membro della TFP –, sposato con una signora, ex-membro dell’Opus Dei. Entrambi occupano parte del loro tempo ad attaccare le organizzazioni cui appartenevano.
È presso questa fonte che l’influente Sig. Tornielli è andato a prendere la sua informazione imparziale…Si tratta del resoconto di una riunione tra religiosi, riservata, che non ha implicato alcun cambiamento di direzione negli Araldi del Vangelo, sia nel loro rapporto con la Sacra Gerarchia e la società civile, sia nell’azione che svolgono con l’immensa quantità di aderenti del movimento. Lo scopo dell’incontro registrato era, semplicemente, scambiare impressioni su determinati fenomeni preternaturali, in un ambiente di amena e distesa intimità. Mani criminali, ancora sconosciute, hanno deciso di divulgare il suo contenuto in modo malevolo e irresponsabile per un pubblico che non ha, per la maggior parte, conoscenze teologiche sufficienti per dare un giudizio approfondito sul suo contenuto. Non era difficile, così, creare confusione nelle menti dei lettori. D’altra parte, queste stesse mani non si sono interessate, naturalmente, di divulgare le conclusioni di queste analisi.

Ora, perché il Sig. Tornielli non si è messo in contatto con gli Araldi per ottenere un chiarimento? A ragione potremmo dire: timeo hominem unius factionis, temiamo gli uomini della mezza verità, gli uomini parziali, quelli che non vogliono sentire ambo le parti.

Starà il Sig. Andrea Tornielli agendo da solo? Non lo sappiamo…

Ma possiamo affermare, analizzato l’articolo del rinomato vaticanista e le menzionate circostanze, che egli sta offrendo un cieco contributo nel senso di distruggere quell’unità a lungo sognata, che i Padri del Concilio Vaticano II hanno voluto portare avanti e che tre grandi uomini hanno concretizzato: San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Mons. João Clá.
Ecco un modo per rovinare la dottrina di un Concilio Ecumenico, e la dedita azione di due papi – di cui uno ancora vivo e in mezzo a noi – e di un Fondatore, di cui un Prefetto della Congregazione per i Religiosi, il Cardinale Franc Rodé, ha detto che la Chiesa è debitrice!

Cui prodest? A chi giova quest’atteggiamento?
Il mondo cattolico è sicuramente perplesso: questa volta il camaleonte presenta toni così surreali che, fatte le opportune riflessioni, continua ancora a sollevare domande riguardo le sue varie nuove colorazioni:
– Chi rappresenta il Sig. Andrea Tornielli?
– Vuole provocare uno scisma nella Chiesa?
– Con quali intenzioni?

Infine, chiarite le falsità e le distorsioni, gli rivolgiamo un invito a tornare sulla strada di un giornalismo colto, serio ed etico. Gli Araldi del Vangelo consacrano a San Giuseppe, patrono della Chiesa, la propria difesa, nella certezza di non essere abbandonati dal padre verginale di Gesù e castissimo sposo di Maria. Fatti salvi i propri diritti, sono essi disposti ad accogliere con benevolenza la ritrattazione dei calunniatori e a perdonarli sinceramente, in quanto non serbano alcun risentimento.

Araldi del Vangelo

fonte: http://araldimissioni.it/qual-e-lintento-del-sig-andrea-tornielli-nellattaccare-gli-araldi-del-vangelo-creare-uno-scisma-nella-chiesa/san-giovanni-paolo-ii-e-mons-joao-scognamiglio-cla-dias/

 

Argomento: Chiesa

 Giugno: mese del Sacro Cuore di Gesù

 

   di Plinio Corrêa de Oliveira

 

 Oggi è la vigilia di una grande festa: il Sacro Cuore di Gesù. Vi consiglio calorosamente di leggere e di meditare le Litanie del Sacro Cuore. È una vera meraviglia! Vorrei commentarne alcune con voi oggi.

 In primo luogo, questa bella invocazione: Cor Iesu, in sinu Vírginis Matris a Spíritu Sancto formátum, Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Madre.

Il Cuore di Gesù è, nella sua realtà materiale e carnale, l’oggetto del nostro culto, come simbolo della volontà di Nostro Signore e, quindi, del Suo amore per noi. È il cuore più santo che possa esistere poiché è unito ipostaticamente alla divinità. Eppure, questo Cuore è stato formato nel grembo della Madonna Immacolata, esclusivamente con la materia che la madre dà per formare il corpo del bambino. Questo Cuore è carne di Maria. Il Preziosissimo Sangue che per Esso fluisce è sangue di Maria. Parlare del Sacro Cuore di Gesù è parlare del Cuore Immacolato di Maria.

Meditiamo su questo mirabile processo di generazione per il quale la madre dà se stessa per formare il corpo del figlio. Gesù fu generato per intero dal e nel corpo di Maria, in un rapporto così intimo che Ella si consumava in un incendio di amore e di adorazione verso questo Figlio che si andava formando nel suo grembo. Possiamo perciò capire come il Cuore di Gesù sia sostanzialmente unito al Cuore Immacolato di Maria. Questo ci porta a valutare la fiducia senza riserve che dobbiamo avere nell’efficacia dell’intercessione della Madonna, tenendo presente che Nostro Signore non può rifiutare niente a una Madre santissima e perfetta. Nei confronti della Sua Madre, Gesù ha il riguardo più superlativo (se mi permettete il pleonasmo) che il Creatore possa avere riguardo alla Sua più perfetta creatura. Tanto più che Egli sa che la Sua carne, ipostaticamente unita alla Seconda Persona della Santissima Trinità, è interamente carne della Sua Madre. Per noi che abbiamo una grande devozione alla Madonna, questa meditazione ha un grande significato.

Un’altra bella invocazione: Cor Iesu, maiestatis infinitae, Cuore di Gesù, di maestà infinita.

Sant’Agostino dice: “Ubi humilitas, ibi maiestas. Dove c’è l’umiltà, c’è la maestà”. Le due cose sono inseparabili. Possiamo quindi concludere che il Sacro Cuore di Gesù, che è un abisso di umiltà, è anche un universo di maestà. Come vorrei essere un artista per dipingere una figura di Nostro Signore che esprima non solo la maestosità, e nemmeno solo l’umiltà, ma la loro sintesi. Ogni immagine pia del Sacro Cuore di Gesù esprime, in un certo modo, ciò che la maestà ha in comune con l’umiltà, e ciò che l’umiltà ha in comune con la maestà. Nostro Signore è la più alta sintesi della santità, in cui entrambe le virtù si incrociano e si fondono.

 

Il Beau Dieu d’Amiens

Ricordo la figura detta il Beau Dieu d’Amiens, nel portale della cattedrale di Amiens, in Francia. Gesù non ha il Sacro Cuore sul petto, anche perché all’epoca tale devozione non esisteva ancora. Ma io lo trovo altamente espressivo in questo senso. È un Re il più meritevole, il più nobile, ma allo stesso tempo così sereno, così mansueto, così padrone di sé. Egli sembrerebbe capace di subire la peggiore ingiuria e di rimanere totalmente impassibile, tranquillo, sereno, senza la benché minima reazione del proprio amore ferito. Sempre che questo fosse l’atteggiamento più virtuoso in tale contingenza. Secondo me, l’immagine del Beau Dieu d’Amiens è quella che meglio rappresenta l’altissima sintesi fra la somma maestà e la perfetta umiltà.

Come figli della Contro-Rivoluzione, tenendo conto che la Rivoluzione fa una caricatura dell’umiltà e tace sulla maestà, dobbiamo chiedere al Cuore di Gesù che ci dia quella forma elevata e nobile di maestà, quel senso di regalità che è caratteristica essenziale dello spirito contro-rivoluzionario. Ciò implica un senso dell’ordine, dell’onore, della gerarchia che è maestoso, anche quando si tratta del più umile degli uomini.

Non posso non invocare a tale riguardo la straordinaria figura della beata Anna Maria Taigi (1769-1837). Era una semplice cuoca a Roma, non voleva spacciarsi per regina. Aveva, però, una tale maestà che era impossibile passarle a fianco senza esserne intimidito. Oppure santa Teresina di Gesù Bambino (1873-1897), così maestosa nella sua modestia e nella sua affabilità, che suo padre la chiamava “ma petite Reine”.

Un’altra invocazione: Cor Iesu, fornax ardens caritatis, Cuore di Gesù, fornace ardente di carità.

Il Cuore di Gesù è una fornace ardente dell’amore di Dio, perché la carità è propriamente l’amore di Dio. E il fatto che Egli ne sia una fornace ardente — cioè non solo un forno, che già darebbe l’idea di fuoco, ma una fornace ardente — rende chiaramente l’idea che Egli è al centro di tutto l’amore di Dio. La devozione al Sacro Cuore di Gesù, per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, è fatta appositamente per coloro che, afflitti da tiepidezza spirituale, trascinano faticosamente la propria vita spirituale. Questa devozione comunica loro il fuoco della fornace ardente della carità. Se vogliamo, per noi e per gli altri, il vero amore di Dio; è questa una delle devozioni più adatte e più eccellenti.

 

Il valore della sofferenza

Un’altra invocazione molto importante per il nostro tempo: Cor Iesu, pátiens et multae misericórdiae, Cuore di Gesù, paziente e misericordioso.

Che cosa vuol dire, esattamente, essere paziente? Paziente è chi soffre. Possiamo quindi dire: Cuore di Gesù sofferente e misericordioso. Sofferente anche per i mali che noi Gli procuriamo. Il Cuore di Gesù disposto a soffrire fino in fondo, che ama la sofferenza perché ne comprende il valore, ci insegna che la sofferenza è la grande legge della vita. Una vita senza sofferenza non vale assolutamente nulla. Da un certo punto di vista, la vita dell’uomo vale nella misura in cui soffre e ama la sofferenza. Ciò è quanto ci insegna il Cuore di Gesù paziente.

Una delle espressioni più tipiche della capacità di soffrire è lo spirito di iniziativa, per cui l’uomo supera la pigrizia, vince la sonnolenza, affronta con successo la noia, calpesta l’egoismo e si butta nel lavoro, si lancia nella lotta, nel punto più arduo se necessario, pronto ad abbandonarla senza indugio nel caso gli interessi della Chiesa puntino nella direzione opposta. La forma più elevata di pazienza è lo spirito di combattività, per cui l’uomo rinuncia al proprio comfort per servire gli interessi della Chiesa. Ecco ciò che dobbiamo chiedere al Cuore di Gesù, paziente e misericordioso.

Essere misericordioso vuol dire avere pietà. Ecco un altro aspetto del Sacro Cuore di Gesù, che credo non sia sempre ben capito dalle generazioni più giovani: la misericordia divina perdona non una volta, né due, né duemila. La misericordia divina perdona sempre perché non vuol essere superata nel perdonare. Questo ci porta ad avere una fiducia illimitata nel Sacro Cuore di Gesù, per l’intercessione del Cuore Immacolato di Maria. Cuore di Gesù, paziente e misericordioso. Paziente con i miei difetti e con i miei peccati, misericordioso con le mie mancanze, per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, abbiate pietà di me! È un’ottima invocazione da recitare molte volte al giorno, per non perdere la fiducia in Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Ringraziamento dopo la Comunione

Ancora un’invocazione: Cor Iesu, propitiátio pro peccatis nostris, Cuore di Gesù, propiziazione per i nostri peccati.

A volte capita che ci sentiamo fondamentalmente indegni. Anche le anime più pure e più virtuose si sentono indegne. Capiscono che di fronte all’infinita giustizia di Dio noi non siamo nulla. Questa invocazione dà pace all’anima: il Sacro Cuore di Gesù è una propiziazione per i nostri peccati.

Che cosa vuol dire propiziazione? Io sono inutile. I sacrifici che faccio non valgono nulla perché vengono da me, che non valgo niente. Ma c’è una Vittima che vale tutto perché è senza macchia, senza difetti, è una Vittima unita ipostaticamente alla divinità stessa. Questa Vittima è Nostro Signore Gesù Cristo, che offre Se stesso per me. Tutto ciò che io non riesco a ottenere, questa Vittima ottiene per me.

Questa Vittima si è addossata i miei peccati, e li ha espiati per me. Perciò, se da una parte considero i miei peccati con enorme vergogna e contrizione, dall’altra li considero con un’immensa fiducia perché Qualcuno è morto per me, Qualcuno ha versato fino all’ultima goccia di sangue per me. Io non ho alcuna fiducia in me, ma questo Sangue infinitamente prezioso è stato versato per me.

Un’ultima invocazione: Cor Iesu, fons totíus consolationis, Cuore di Gesù, fonte di ogni consolazione.

La parola consolazione ha due sensi: rafforzare, o rinvigorire, e comunicare gioia. È la gioia, la soavità, l’unzione dello Spirito Santo. In entrambi i sensi, il Sacro Cuore di Gesù è la fonte di ogni consolazione. La nostra forza viene da Lui. È Lui che ci dà la forza quando ci sentiamo deboli, tiepidi, disorientati. Quando ci troviamo di fronte a qualche grande atto di generosità a cui siamo chiamati, senza il coraggio di realizzarlo, non facciamo “olimpismo”, non immaginiamo che bastino le nostre forze. No! Il Sacro Cuore di Gesù è la fonte di ogni forza. Attraverso il Cuore Immacolato di Maria, che è l’unico canale per arrivare al Cuore di Gesù, dobbiamo andare da Lui e chiedergli la forza, con la certezza che non ne usciremo frustrati. Con l’aiuto del Sacro Cuore avrò la forza che serve per fare anche le cose più ardue e più difficili nella vita spirituale.

Ecco alcune considerazioni che possiamo utilizzare quando facciamo il ringraziamento dopo la Comunione.

Quanto sarebbe utile, per esempio, meditare ogni giorno su un’invocazione del Sacro Cuore di Gesù durante il ringraziamento, tenendo conto che abbiamo appena ricevuto la Comunione, cioè la presenza reale di Nostro Signore. Possiamo meditare, per esempio, sul Sacro Cuore come fonte di ogni forza:

Signore, Voi siete la fonte di ogni forza. Io vorrei avere mille volte più forza di quanto ne ho, per servirvi meglio. So che questa fonte di ogni forza è adesso presente dentro di me; so che la fonte della forza siete Voi. Datemi forza contro i Vostri nemici esterni e contro le mie cattive tendenze, che sono pure nemiche Vostre. Abbiate pietà di me, Ve lo chiedo per mezzo del Cuore Immacolato di Maria.

Questo dovrebbe essere fatto seguendo liberamente i movimenti della nostra anima. Da parte mia, resta un suggerimento: quando, nel ringraziamento dopo la Comunione, sentite aridità, cioè quando non avete niente da dire a Nostro Signore, recitate una di queste invocazioni e meditate. Avrete fatto un eccellente Comunione, fonte di vere grazie.

Argomento: Devozione

 Il grande arcivescovo di Bologna torna a supplicare il Santo Padre di essere ricevuto assieme ad altri membri del sacro collegio cardinalizio.

 Il Card. Caffarra - assieme ad altri tre grandi cardinali - rivolge al Pontefice parole filiali e rispettose. Si può presumere che la loro intenzione sia di cercare di “discernere” meglio e fare chiarezza su alcuni sue opinioni malintese (in particolare per Amoris laetitae, ma non solo), poichè la confusione si allarga nella Chiesa.

 I lettori di totustuus.it sono invitati a pregare perchè questa udienza venga concessa e la confusione abbia fine: i sacerdoti offrendo il Santo Sacrificio eucaristico, le religiose e i religiosi con la recita dell'Ufficio Divino, i laici con il Santo Rosario e la loro azione della società.

 

Di seguito la lettera al papa del Cardinale Carlo Caffarra.

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Beatissimo Padre,

è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.

Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il “dolce Cristo in terra”, come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del “munus” petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal “munus” cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che “ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue” (At 20, 28).

Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque “dubia”, chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia”.

Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.

Beatissimo Padre,

è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di “Amoris Laetitia”. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.

Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: “Fare chiarezza”.

Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.

Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.

Carlo Card. Caffarra

Roma, 25 aprile 2017
Festa di San Marco Evangelista

Argomento: Chiesa

 Da Il timone giugno 2017: 

La versione di Barra

Scrive un lettore del Timone:
«[…] vorrei condividere una esperienza che mi affligge da un po’ di tempo. Sono veramente in uno stato di confusione totale, perché vedo nella Chiesa tante posizioni diverse una dall’altra su argomenti importanti per la mia vita spirituale e quindi per la fede. Da cattolico, cerco punti fermi nelle parole di Francesco, ma faccio fatica a trovarli. Alcune volta mi pare che il papa dia indicazioni di un certo tipo, altre che dia indicazioni diverse o anche opposte. Possibile, mi chiedo che ci sia questa confusione? […] Grazie [...]
P.G.Z. – e-mail »

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Caro amico,
lei disegna una posizione che conosco. Le scrivo dunque di me, convinto che qualcosa di simile alla “tempesta” ormai quotidiana nel mare agitato dell’anima mia sia sperimentato da molti altri. Tutto origina dallo scontro di “due forze” che appaiono diametralmente opposte.

La prima avanza titoli di assoluto valore e poggia sulla certissima verità di fede che il S. Padre è il Vicario di Cristo e Successore di Pietro. Ogni Papa legittimamente eletto lo è stato, e lo è – non ne dubito – anche Francesco. Così, al sorgere persino della più piccola perplessità sul suo operato, esplode nell’anima un turbinio di domande che non si acquieta: «Dubiti del papa? Lo stai contestando? Ti rendi conto del pericolo per la salvezza della tua anima? Non temi di scandalizzare E di offendere Dio?».

La seconda origina dai fatti, dalla cruda realtà. Qui, non dico “io penso”, ma piuttosto “vedo” e “leggo” (e conservo, onde assicurarmi di non avere allucinazioni) affermazioni del Santo Padre che mi appaiono inaudite proprio grazie a quella stessa fede che più sopra mi metteva in guardia: «È vero che ognuno ha una propria idea di bene e che la Chiesa deve aiutarlo a realizzarla? È vero che se una moglie luterana chiede perdono direttamente a Dio dei suoi peccati “fa lo stesso” del marito cattolico che si accosta al confessionale? È vero che Gesù si è fatto diavolo e qualche volta ha fatto il “finto scemo”? È vero che tra cattolici, ebrei, musulmani e buddisti “la sola cosa certa che abbiamo è che siamo tutti figli di Dio?».

Quando queste forze s’affrontano, contendendosi l’anima, è tempesta! Guai a me farmi giudice del Papa, con serio pericolo di deragliare nella fede, da un lato; incontestabile evidenza della bizzarria “dottrinale” di certe affermazioni, dall’altro. In me, confesso, non si conciliano.

Osservo come se la cavano alcuni amici, di fede sincera e per i quali va (meglio: deve andare!) tutto bene: testa sotto la sabbia, non “vedere”, non “sentire”, non “leggere” e, dunque, non “parlare” di certe cose.
Così non mi ci vedo, non è roba per me.

Tutto finito, dunque?
Ma neanche per sogno!
Mentre continuo ad invocare un intervento del Cielo, nell’attesa fiduciosa che la matassa si sciolga, cerco di fare al meglio il mio compito.
Consapevole – per fede – che Dio mi chiederà conto solo dei talenti che mi ha dato.
Di quelli donati ad altri – anche ai pastori della Chiesa – chiederà conto a loro, non a me.

Argomento: Fede e ragione

Il significato profondo della festa del Corpus Domini

(di Cristina Siccardi) La festa del Corpus Domini è alle porte, ma quanti ancora comprendono in profondità questo sublime miracolo d’amore?

Ogni vita sulla terra, per continuare ad esistere, ha necessità di essere alimentata, altrimenti perisce. L’uomo, essendo creatura con un anima razionale, ha pure bisogno di nutrimento sia intellettivo, che spirituale; ha bisogno dell’alimentazione della fede, della speranza, della carità (amore); ma il Salvatore gli ha anche offerto un cibo ancora più divino: se stesso in forma eucaristica.

San Tommaso d’Aquino spiega in questi termini il Mistero eucaristico: «Leffetto che produsse nel mondo la passione di Cristo, questo Sacramento lo produce in ciascuno di noi. Come il cibo materiale sostiene la vita corporea, laccresce, la ristora, ed è gradevole al gusto, lEucaristia produce nellanima simili effetti» (IIIª, 9, 79, a. 1).

«Caro mea vere est cibus, et sánguis meus vere est potus: qui mandúcat meam carnem, et bibi tmeum sánguinem, in me manet, et ego in eo» (Gv 6, 56-57), ovvero «La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui». Più chiaro di così se non ci si nutre della Santa Ostia non può avvenire l’inabitazione reciproca.

La storia della Chiesa è una continua lotta fra errori e verità, fra sacrilegi e trionfo del divino. Durante il periodo delle guerre di religione in Francia e anche oltre (1540-1600), la processione del Corpus Domini fu oggetto di feroce ostilità da parte degli ugonotti (i calvinisti francesi). Essi, come d’altra parte i luterani, negano la transustanziazione. Ecco che le processioni del Corpus Domini diventavano pretesti di pesanti provocazioni, profanazioni, blasfemie.

La festa liturgica affonda le sue radici nella Gallia belgica, che san Francesco definiva «amica Corporis Domini», grazie alle rivelazioni dell’agostiniana e mistica Beata Giuliana di Retìne, che nel 1208 ebbe un’estasi: vide il disco lunare risplendente di candida luce, deformato però da una linea in ombra. Si trattava della rappresentazione simbolica della Chiesa, alla quale mancava una solennità in onore della Santa Ostia. Alla monaca, nello stesso anno, apparve Cristo, che le chiese di impegnarsi affinché venisse istituita la festa del Santissimo Sacramento al fine di ravvivare la fede dei fedeli e di espiare i peccati commessi contro l’Eucaristia.

Nominata priora del convento di Mont Cornillon di Liegi, chiese consiglio ai maggiori teologi ed ecclesiastici del tempo, interpellando anche l’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, futuro papa Urbano IV, e il Vescovo di Liegi, Roberto de Thourotte. Fu così che nel 1246 quest’ultimo convocò un concilio, ordinando, a partire dall’anno successivo, la celebrazione della festa del Corpus Domini. Con la bolla Transiturus dell’11 agosto 1264, da Orvieto, dove aveva stabilito la residenza della corte pontificia, Urbano IV estese la solennità a tutta la Chiesa.

A convincere il Pontefice nello scrivere la bolla fu il celebre Miracolo eucaristico di Bolsena, che si verificò un anno prima, quando un sacerdote boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a celebrare la Santa Messa proprio a Bolsena, nel viterbese; nel momento preciso in cui spezzò l’Ostia consacrata, egli fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il Corpo di Cristo. Fu allora che dal Sacro Pane uscirono alcune gocce di sangue, le quali macchiarono sia il corporale di lino, attualmente conservato nel Duomo di Orvieto, sia alcune pietre dell’altare, custodite in preziose teche nella Basilica di Santa Cristina.

Da allora si sono verificati moltissimi Miracoli eucaristici riconosciuti dalla Chiesa, che possono essere visionati, uno ad uno, grazie allo straordinario sito http://www.miracolieucaristici.org/. Autore di questo splendido studio storiografico ed iconografico è il Servo di Dio Carlo Acutis, nato a Londra il 3 maggio 1991 e morto a 15 anni, il 12 ottobre 2006, a causa di una leucemia fulminante.

È sepolto nella nuda terra ad Assisi, la città di san Francesco che più di altre ha amato e nella quale tornava periodicamente per ritemprare lo spirito. «Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie», ha lasciato scritto fra i suoi appunti. A 12 anni aveva iniziato a comunicarsi quotidianamente e non finiva il suo giorno senza la recita del Santo Rosario e l’adorazione eucaristica, convinto com’era che quando «ci si mette di fronte al sole ci si abbronza… ma quando ci si mette dinnanzi a Gesù Eucaristia si diventa santi».

Di brillante intelligenza e di profonda fede, egli offrì le sue sofferenze e la sua vita per il Papa e per la Chiesa. I suoi sacrifici, uniti a quelli di altre nascoste anime oblative, e le preghiere intercessorie rivolte ai santi e alla Regina dei santi salveranno, per l’ennesima volta, la Chiesa dai suoi ugonotti, che oggi profanano il Corpo di Cristo con indegne liturgie e indegni altari.

(Cristina Siccardi per https://www.corrispondenzaromana.it/il-significato-profondo-della-festa-del-corpus-domini/ )

Argomento: Devozione

 Parrocchie da incubo, manuale per fedeli non "buonisti"
 

Don Andrea Brugnoli è un sacerdote di Verona, parroco a San Zeno alla Zai. Da molto tempo ormai si è messo sulla strada del rinnovamento pastorale della Chiesa. Ha fondato le Sentinelle del Mattino e il Café teologico presente in altre diocesi e anche all’estero. E ha creato Una luce nella notte. Ha scritto libri sulla rivitalizzazione pastorale ed è stato invitato da varie Conferenze episcopali – dalla Spagna a Taiwan - a parlare ai preti di nuova evangelizzazione e pastorale giovanile.

Ora egli dà alle stampe un libro che ha chiamato nel sottotitolo Manuale per cambiare stile di Chiesa. Il titolo suona truce e terrificante: Parrocchie da incubo (edizioni Fede & Cultura 2015). Ma all’interno di terrificante non c’è nulla. Certamente non è un libro tenero, che accarezzi, il nostro don Andrea è deciso e tagliente nelle sue valutazioni e coraggioso e originale nelle proposte. Il suo motto è «o si cambia o si muore». Non apprezza le «nostre riunioni verbose» e i «nostri catechismi antropologici» che, secondo lui, «hanno formato ben pochi cristiani veri, testimoni impegnati a portare le persone in Paradiso».

Secondo don Andrea bisogna cambiare anche i luoghi delle nostre parrocchie. «La chiesa», dice, «è la casa di Dio e Lui solo deve parlare. Non di noi, delle nostre attività: la gente deve vedere che in chiesa si entra per dare gloria a Dio e a Dio solo» Ce l’ha, don Andrea, con le bacheche disordinate, le candele elettriche, i volantini e gli avvisi sparsi ovunque, con il Tabernacolo messo in disparte perché «dopo il Concilio, al posto di Gesù, si sono messi i preti con la loro sedia», lo «scempio»– come lui lo chiama - dei due altari («mai una chiesa ha avuto due altari nello stesso presbiterio»), l’altare rivolto al popolo «così la liturgia si è ridotta da dialogo dell’uomo con Dio a un dialogo tra di noi», l’eliminazione della balaustra dove inginocchiarsi per la Comunione, le aule del catechismo sporche e disadorne, con sedie scomode.
Nella sua chiesa di San Zeno alla Zai a Verona – spiega don Andrea – la facciata è pulita, la bacheca ordinata e c’è solo una grande scritta: “Benvenuto a casa!”. In chiesa c’è sempre una musica di sottofondo in gregoriano, le candele sono di cera, al centro dell’altare c’è un grande crocefisso verso cui si rivolgono sia il celebrante sia i fedeli. Il Tabernacolo è posto al centro. Non è stata ripristinata la balaustra, ma viene data la possibilità di prendere la Comunione in ginocchio, con degli inginocchiatoi mobili, e il 95 per cento dei suoi fedeli fa così. Don Andrea non è un patito della messa antica. Dedica un capitolo del libro alla Messa di Paolo VI, che è stata ed è la sua messa. Però auspica una ulteriore riforma liturgica che unifichi i due riti
La Chiesa ha come ultimo scopo – dice don Andrea – di dare gloria al Signore. Per fare questo ha un obiettivo interno: edificare i discepoli, ed uno esterno: evangelizzare quelli che non conoscono Gesù. Tutto deve essere orientato al grande mandato di fare discepoli. Si incontra Gesù tramite l’incontro con dei cristiani che lo hanno già incontrato, ossia con dei discepoli-missionari. Bisogna formare persone in grado di evangelizzare e per questo, dice don Andrea, ci vuole una “visione”. Quella che lui propone è «Risvegliamo la Chiesa!» e tutta la vita della parrocchia vi ruota attorno, perché la visione deve essere conosciuta da tutti ed espressa in modo conciso e chiaro come la destinazione sul display di un autobus.

La cosa principale è formare una équipe. Anche da zero se necessario, mentre la vita della parrocchia intanto procede. Sono le persone che fanno la differenza, non le attività. Si fanno le attività in base alle persone e non il contrario. Il cristiano modello oggi è il filantropo. Deve tornare a essere l’apostolo che evangelizza. «Vedo diocesi», scrive don Andrea, «dove si organizzano costosi festival, convegni su ogni argomento, assemblee dove il microfono viene dato ai pagani e nemici della Chiesa, presentati come profeti e maestri di quello che dobbiamo fare noi». Ecco che anche il catechismo «si limita a un blando richiamo ai valori antropologici e a un moralismo terzomondista che persino un extracomunitario troverebbe risibile e anti-storico».

A proposito di catechismo. Nel suo libro-manuale don Andrea si sofferma molto sul catechismo, sulla preparazione ai sacramenti, sulla liturgia. Il catechismo – dice – è fatto per chi ha già incontrato il Signore. La catechesi non è l’annuncio, viene dopo di esso. Prima di tutto bisogna suscitare l’atto iniziale di fede nei confronti di Gesù Salvatore. Bisogna pensare a fare il primo annuncio ai bambini e ai ragazzi, tenendo conto che il test per sapere se l’annuncio è arrivato a destinazione è vedere se il bambino (o adulto) adora Gesù, se si inginocchia davanti al Tabernacolo e Gli parla. Se questo c’è, allora la catechesi diventa un cammino di discepolato.

Don Andrea è anche contro la “pastorale del ricatto”, che è l’esatto opposto del primo annuncio: approfittare del fatto che i genitori vogliono battezzare il figlio per obbligarli a un certo numero di incontri. Anche qui: prima ci vuole la fede e la conversione, poi la Chiesa forma i suoi figli. Ci sono tanti tipi di parrocchie. C’è la Parrocchia Addams, dove tutto è in disordine e piuttosto lugubre; c’è la Parrocchia Social, brulicante di volontari, tutti con la barba, i sandali ai piedi e dove si fa un sacco di cose: lavoretti per il Terzo mondo, raccolte equosolidali, vendita di prodotti missionari; c’è la Parrocchia Milàn, dove i preti recitano la messa con l’i-Pad e si fanno progetti pastorali con organigrammi e votazioni in Consiglio pastorale; c’è la Parrocchia Asilo, dove si ospitano i bambini quando i genitori lavorano, si organizzano campi scuola e grest quando le scuole sono chiuse, si fanno feste di compleanno e si ospitano riunioni condominiali e comitati di quartiere.

Don Andrea cerca di costruire una parrocchia diversa. Il suo sogno lo esprime con chiarezza alla fine del libro: «Sogno una Chiesa tutta protesa a formare gli evangelizzatori. Dove tu vai a Messa una domenica e senti un’aria di famiglia; dove tutti si conoscono perché tutti condividono la passione per portare le persone all’incontro con Gesù e quelli che sono nuovi, lì per la prima volta, vengono accolti con un bel sorriso e comprendono subito che quella può essere la loro casa».

di Stefano Fontana *da La Nuova Bussola Quotidiana,
 

Argomento: Chiesa

 Come già accadde per i Legionari di Cristo, il cui fondatore fu sommerso da calunnie e menzogne, così continua la persecuzione dei francescani dell'Immacolata. In entrambi casi, la grande stima e incoraggiamento di San Giovanni Paolo II per i fondatori.... e in entrambi i casi la cupidigia di appropriarsi dei beni degli Istituti religiosi gioca un ruolo imortante... ma forse il loro tentativo di annientamento ha ragioni ben più gravi.

 

 ULTIMATUM A PADRE MANELLI: MANI IN ALTO, FUORI I SOLDI O TI SANZIONIAMO CANONICAMENTE.

Non ha fine il calvario per padre Stefano Manelli, fondatore dei Frati Francescani dell’Immacolata (FFI), istituto commissariato ormai da quattro anni, senza che sia stata fornita mai dalle autorità competenti una motivazione chiara del provvedimento.

Si parlava di una possibile “deriva lefebvrista”; il che adesso fa un po’ ridere, posto che il Pontefice è più che pronto ad accogliere gli eredi di Marcel Lefebvre con una Prelatura personale nella Chiesa.

L’opinione che si può azzardare dall’esterno è quella di un’identificazione di cause molteplici: ad es. un assalto alla gestione del fondatore da parte di un gruppo di “giovani turchi” che volevano impadronirsi dell’ordine, uno dei più fiorenti –allora – dal punto di vista delle vocazioni (ora devono importarle dalla Nigeria, in spregio alla direttiva vaticana che impone la formazione in loco); e poi i soldi, la “roba”.

E’ un ipotesi che aiuta a capire sia la furibonda, e diffamatoria campagna di stampa che è partita su presunti abusi alle suore ; accuse archiviate nel novembre scorso dalla magistratura.
Ma che avranno probabilmente un seguito, pesante dal punto di vista finanziario e professionale, per alcuni siti web spazzatura e giornali che verranno perseguiti civilmente, con richiesta di danni cospicui, dalle vittime.

E anche le ultime mosse della Congregazione vaticana per i religiosi. Non tanto il Prefetto, il brasiliano João Braz de Aviz, quanto il segretario della Congregazione, José Rodriguez Carballo, francescano, che tiene un rapporto diretto con il Pontefice.
Carballo è direttamente coinvolto nello scandalo finanziario che ha provocato il crack dei Francescani a livello mondiale.
Era Ministro Generale all’epoca dei fatti. Uno scandalo che è stato tale da porre “in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale”, come scrisse lo statunitense Padre Michael Perry, responsabile dell’ordine, in una lettera indirizzata a tutti i fratelli.
Il caso è scoppiato dopo la decisione da parte della Procura svizzera di porre sotto sequestro decine di milioni di euro, depositi – pare – investiti dall’ordine in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti di armi e di droga.

Tornando ai Francescani dell’Immacolata. Il patrimonio non è indifferente: si parla di 59 fabbricati, 17 terreni, 5 impianti fotovoltaici, 102 autovetture, più numerosi conti bancari.
Posti sotto sequestro all’inizio del commissariamento, la giustizia ha poi deciso che dovevano essere dissequestrati e riaffidati alle associazioni di laici che ne erano titolari, a causa del voto di povertà assoluta praticato dai FFI.

Respinta dalla giustizia ordinaria, la Congregazione vaticana ha aumentato le pressioni sull’83enne padre Manelli, obbligato dal Vaticano a una forma di clausura; che oggettivamente nel 2017 ha un gusto (pessimo) di altri tempi.
Fra le altre cose a padre Manelli, di recente, è stato chiesto formalmente a nome del Pontefice, di confermare la sua fedeltà e obbedienza al Pontefice stesso. Il che ha fatto.

Circa quindici giorni fa padre Manelli ha però ricevuto una lettera da parte della Congregazione per i religiosi in cui gli si chiedeva di mettere in disponibilità della Chiesa i beni temporali adesso sotto il controllo delle associazioni di laici.

Ingenuamente il fondatore dei FFI ha risposto che non poteva mettere a disposizione nulla, perché i beni erano sotto il controllo delle associazioni di laici.

Forse avrebbe fatto meglio a chiedere un incontro con i laici stessi e far loro presenti le richieste vaticane; ovviamente poi i laici, che non sono tenuti all’obbedienza avrebbero potuto agire come meglio avrebbero creduto.

Non ha usato questa astuzia, e adesso il Vaticano può usare la sua risposta come una forma di mancata obbedienza al Papa; e quindi ne possono seguire sanzioni canoniche.

A margine c’è da dire che quest’uso dell’obbedienza come un’arma sta diventando frequente. Ricordiamo come fra’ Matthew Festing, Gran Maestro dell’Ordine di Malta, sia stato obbligato dal Pontefice a dimettersi, e a firmare una lettera dai contenuti più che discutibili proprio facendo leva sull’obbedienza. Un brutta abitudine che corre il rischio di cronicizzarsi…

Marco Tosatti da: http://www.marcotosatti.com/2017/06/01/il-vaticano-a-padre-manelli-mani-in-alto-fuori-i-soldi-o-ti-sanzioniamo-canonicamente/
Argomento: Chiesa

 Benedetto XVI in campo per sostenere il cardinale Sarah

 

«Con il cardinal Sarah la liturgia è in buone mani». Firmato: Benedetto XVI. Quello che a prima vista può sembrare un semplice atto di stima, è in realtà una vera e propria bomba. Significa infatti che il Papa emerito – pur con il suo stile discreto - scende direttamente in campo a difesa del cardinale Robert Sarah che, come prefetto della Congregazione per il Culto divino, è stato ormai isolato ed emarginato dalle nuove nomine di papa Francesco, e pubblicamente smentito nel suo indirizzo dallo stesso Papa.

Il clamoroso gesto di Benedetto XVI è arrivato sotto forma di post-fazione per un libro del cardinale Sarah, “La force du silence” (Il potere del silenzio), non ancora tradotto in italiano. Il testo di Benedetto XVI dovrebbe essere pubblicato sulle prossime edizioni del libro, ma è stato reso pubblico ieri sera dal sito americano First Things.

In esso Benedetto XVI elogia grandemente il libro del cardinale Sarah e Sarah stesso, definito «maestro spirituale, che parla dal profondo del silenzio con il Signore, espressione della sua unione interiore con Lui, e per questo ha da dire qualcosa a ciascuno di noi».

E alla fine della lettera si dice grato a papa Francesco per «aver nominato un tale maestro spirituale a capo della congregazione per la celebrazione della liturgia nella Chiesa».
È una nota che sa più di blindatura che di vera gratitudine. Non è un mistero infatti che nel corso dell’ultimo anno il cardinal Sarah è stato via via esautorato di fatto, prima con la nomina dei membri della Congregazione che ha avuto l’esito di circondare Sarah di personaggi progressisti apertamente ostili alla “riforma della riforma” invocata da Benedetto XVI e che il cardinale guineano tentava di realizzare (clicca qui).
Poi l’aperta sconfessione da parte del Papa a proposito della posizione degli altari (clicca qui e qui); quindi la nuova traduzione dei testi liturgici che sarebbe allo studio di una commissione creata a insaputa e contro il cardinale Sarah (clicca qui); infine le mosse per studiare una messa "ecumenica" bypassando la Congregazione stessa (clicca qui).

Si tratta di una deriva che colpisce al cuore lo stesso pontificato di Benedetto XVI che poneva la liturgia al centro della vita della Chiesa. E nel documento ora pubblicato, il Papa emerito rilancia un monito: «Così come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, anche per la liturgia è vero che è necessaria una conoscenza specifica. Ma è anche vero della liturgia che la specializzazione può mancare l’essenziale a meno che non sia radicata in una profonda, interiore unione con la Chiesa orante, che sempre di nuovo impara dal Signore stesso cosa sia l’adorazione».
Da qui l’affermazione finale che suona come un avvertimento: «Con il cardinale Sarah, maestro del silenzio e della preghiera interiore, la liturgia è in buone mani».

Questo intervento di Benedetto XVI, che cerca di blindare il cardinale Sarah e rimetterlo effettivamente a capo della Congregazione per la liturgia, è senza precedenti. E seppure la forma è quella di un “innocuo” commento a un libro, a nessuno può sfuggire il significato ecclesiale di tale mossa, che indica la preoccupazione del Papa emerito per quanto sta avvenendo nel cuore della Chiesa.

Benedetto XVI interviene ora sulla cosa che forse maggiormente ha caratterizzato il suo pontificato: «La crisi della Chiesa è una crisi della liturgia», ebbe modo di dire, e tale giudizio è stato rilanciato dal cardinale Sarah.

Ma non bisogna dimenticare ciò che monsignor Georg Geinswein ha affermato in una recente intervista, in modo solo apparentemente innocente: rispondendo a una domanda sulla confusione che c’è nella Chiesa e alle divisioni che si sono create, disse che Benedetto XVI segue con attenzione tutto ciò che avviene nella Chiesa. E ora vediamo che comincia discretamente a muovere qualche passo.

 

di Riccardo Cascioli per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-clamoroso-benedetto-xvi-in-campo-per-frenarela-deriva-liturgica-e-sostenere-il-cardinale-sarah-19885.htm

Argomento: Chiesa

 In queste ore, in un certo “piccolo mondo” sedicente antico, si parla molto di una processione intesa a riparare i (tristi) “festeggiamenti delle prime Unioni civili” fatte a Reggio Emilia (1).
La cosa non meriterebbe attenzione poiché chi organizza sono «quattro gatti ardenti di febbre ideologica» in evidente ricerca di visibilità.  

Tuttavia, siccome quanto si sta preparando rischia di nuocere alla causa del vero “mondo antico”, si rende necessaria una “messa in guardia”.

 

1. Millantato credito. La prima bugia sta nel fatto che i promotori (dei quali, fino a poche ore fa, non si conosceva alcun  nome) della processione reggiana hanno sostenuto di avere autorizzazione ad utilizzare spazi della Cattedrale di Reggio Emilia. Ma la Curia smentisce: «Il comitato non si è mai interfacciato con la curia né per chiedere la cattedrale né per farsi autorizzare, o quanto meno condividere la processione».
Non si tratta, dunque, di un’iniziativa corale, ma di qualcosa fatto da «ambienti lefebvriani» che con la Chiesa reggiana paiono non avere alcun rapporto.

2. Un video fantasy. Un video Youtube viene diffuso per far conoscere l’iniziativa: vi si vedono bellissime processioni fatte negli anni Cinquanta del secolo scorso. Peccato che quel mondo non esista più e che la situazione per i cattolici si sia complicata un “pochino”. Se ci vestiamo da templari e impugniamo lo spadone, ci arrestano.
C’è da chiedersi: se i promotori della processione non si rendono nemmeno conto di come la realtà sia diversa da allora, quale efficacia potrà avere questa o altre loro iniziative?
Per non parlare del danno all’immagine che quel video da’ del mondo a cui dicono di appartenere: chi zela la liturgia antica e il Magistero perenne è una persona che vive in un mondo di fantasia? che fa convegni sul “come eran belli i pizzi quando c’era lui” (Pio XII)?

3. I “puri”. Partono con un post intrigante su facebook, poi ti mandano un articolino, arriva l’invito a conoscersi di persona, segue il primo ritiro breve e, infine, gli Esercizi nella forma del Padre Vallet. Nell’ultima tappa si “forza” l’esercitante a non avere più rapporti con i cattolici normali, che sarebbero “impuri”.
Ricordo la conclusione di una conversazione con una signora, un tempo impegnatissima nel combattere la deriva etica del nostro paese: «Perché devo collaborare con iniziative pro-family che non sono integralmente pure?» (2).  Delirante: la vita dell’uomo non è forse un perenne salire e scendere?
E' lampante che la logica del gruppetto reggiano è lo zelo amaro (3), esasperato al punto da condurre alla totale inattività. Perché questo fanno: discutere se il Messale del 1962 sia già “contaminato”, una newsletter contro tutto e tutti (4) e stop.
Per costoro, come per i progressisti, la Quas primas riguarda una festa liturgica. Insomma, a parte l’imitatio cleri, questi non fanno NULLA.

4. Pro-family improvvisati. Gli organizzatori sbandierano che la famiglia è sotto attacco, che il gay pride di Reggio è uno scandalo e perciò è doveroso partecipare alla processione.
Curioso: l’attacco alla vita e alla famiglia è tema del tutto secondario nei loro siti. Sarà perché nessuno dei mille movimenti pro family è “puro”?
Battute a parte, questi ragazzi non hanno alcuna credibilità quando si presentano come difensori della famiglia, sia perché i loro interventi pro-family sono “rari” che per l’evidente improvvisazione organizzativa dell’evento, pensato e messo in atto in 3-4 giorni.
Dilettanti allo sbaraglio? No. O, almeno, non solo.
Forse in qualcuno ci saranno buone intenzioni, ma lo scopo della processione è uno solo: ottenere visibilità.

5. L’attacco pubblico al Papa. Questa è la priorità e l’unica cosa che fanno gli organizzatori: attaccare pubblicamente il Romano Pontefice. Peccato che... «Qui Romanum Pontificem […] publicis ephemeridibus, concionibus, libellis sive directe sive indirecte, iniuriis affecerit, aut simultates vel odia contra eorundem acta, decreta, decisiones, sententias excitaverit, ab Ordinario non solum ad instantiam partis, sed etiam ex officio adigatur, per censuras quoque, ad satisfactionem praestandam, aliisve congruis poenis vel poenitentiis, pro gravitate culpae et scandali reparatione, puniatur» (CIC 1917, can. 2344).
«Chi pubblicamente suscita rivalità e odi da parte dei sudditi contro la Sede Apostolica o l'Ordinario per un atto di potestà o di ministero ecclesiastico, oppure eccita i sudditi alla disobbedienza nei loro confronti, sia punito con l'interdetto o altre giuste pene» (CIC 1983, can. 1373).
I Codici di San Pio X e San Giovanni Paolo II sono concordi, forse la FSSPX li nasconde loro? Forse sono talmente immersi nel virtuale da ignorarli? talmente imprudenti da non peritarsi se quanto fanno è lecito?
Qui non c’è alcuno “stato di necessità”: il vero cattolico, quando non capisce cosa dice il Papa, studia. Quando gli sembra che ciò che dice il Pontefice differisca dal Catechismo tace e prega. Ma attaccare il Papa non è solo peccato, è cosa da dementi: nessuno ha mai vinto una guerra al Papa. Attaccare pubblicamente la Pietra su cui si fonda la Chiesa ottiene sempre e solo un risultato: dannarsi l’anima e indebolire la fede.
C’è una colorita espressione emiliana che descrive l’unico risultato che un cattolico ottiene quando attacca pubblicamente il Papa: «darsi una martellata sui maroni».

6. L’attacco pubblico al Vescovo di Reggio Emilia. Ha scritto Andrea Zambrano: «Nell’eccesso di apparire più puri di tutti, si lanciano in un’intemerata contro il vescovo di Reggio, reo di lasciare campo libero ad omosessualisti e affini [tesi tutta da dimostrare] e contemporaneamente di consacrare la Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, che in fondo è una specie di atto dovuto. Dovuto mica tanto visto che non l’ha fatto praticamente nessuno» (NBQ17/5/2017).
Invece di accusare di debolezza verso il proprio clero uno dei migliori vescovi rimasti in Cattedra (5), studino un pochino cosa sia la tolleranza del male (6): «È proprio di un legislatore sapiente permettere trasgressioni più piccole, per evitarne di più grandi» (I-II, Q 101, a 3).
Non mi risulta che lo Spirito Santo dia le grazie di Stato per governare la Chiesa ai laici: direi che le grazie di stato per evitare i danni più grandi nella Diocesi di Reggio le da’ proprio a Mons. Camisasca.

7. Conclusione. E’ evidente che la processione reggiana non è contro l’omosessualismo dilagante, né vuole difendere la famiglia, ma è una sgangherata iniziativa utile solo a qualcuno che non merita nemmeno di essere menzionato.
Di più: sia che alla processione vadano molti ingenui, che se sarà un flop, presto o tardi metterà in difficoltà tutte le realtà e le iniziative che, in misura maggiore o minore, tentano di salvare quel poco che resta di Verità e bellezza.
Ma a costoro non interessano le tante Messe ottenute a fatica nelle varie Diocesi: i preti che le celebrano non sono della FSSPX, sono “impuri”.
Non interessa che la lobby omosessualista stia già vincendo la battaglia mediatica e traendo enormi vantaggi propagandistici dal loro dilettantismo.
Non gli interessa dell’Italia, che ha enorme bisogno di attivi operai della restaurazione sociale e non solo di chierichetti, magari sposati e di 30 anni.
Nemmeno gli interessa della conservazione e propaganda della fede: come attaccano Mons. Camisasca, hanno attaccato Mons. Negri, Mons. Biffi, Mons. Caffarra, tutti “impuri”.

Questo fanno gli pseudo-tradizionalisti: si aggirano tra coloro che gli scandali del post concilio hanno gettato nell'accoramento e nella desolazione, per dannare anche questi, per tentarli di disperazione e di ribellione, per ridurli all’inazione e per sradicarli dalla fedeltà alla Roccia incrollabile su cui la Chiesa stessa è costruita.

David Botti
 

 

NOTE

(1) La prima unione civile del paese è stata fatta a Castel S. Pietro Terme (BO).

(2) «Con il "semi-contro-rivoluzionario", come d'altronde anche con il rivoluzionario che ha "coaguli" contro-rivoluzionari, vi sono alcune possibilità di collaborazione, e questa collaborazione crea un problema speciale: fino a che punto è prudente? A nostro avviso, la lotta contro la Rivoluzione si svolge convenientemente soltanto legando tra loro persone radicalmente e completamente esenti dal suo "virus". Si può facilmente concepire che i gruppi contro-rivoluzionari possano collaborare con persone come quelle sopra ricordate, in vista di qualche obiettivo concreto. Ma è la più evidente delle imprudenze, e la causa, forse, della maggior parte degli insuccessi contro-rivoluzionari, ammettere una collaborazione totale e duratura con persone infette da qualche influenza della Rivoluzione».

(3) «Agli occhi di chi è animato da questo falso zelo nulla è abbastanza perfetto, non vi è nulla che vada bene… Invece di rallegrarsi del bene che si vede, si va a cercare ciò che non va per criticarlo», gugglare chi l’ha detto…

(4) Anche da Mons. Livi, che ingenuamente ha aderito all’evento, vengono subito prese le distanze perché non è “puro”: «la linea teologica di Mons. Livi non coincide con quella tradizionalista».

(5) Nonché Fondatore di Congregazione… e che Congregazione! mica pizzi e merletti come la FSSPX.

(6) Ne parla ad esempio Pio XII, cui spesso quei ragazzini fan riferimento, ma che evidentemente non conoscono: si veda, ad esempio, il discorso Ci riesce, del 6-12-1953, in http://www.totustuustools.net/pvalori/Ciriesce.html  

 Scrive Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara

«Appuntamento importante. Un grande significato essere qui oggi. Un gesto di fiducia nella Provvidenza»

 

Il rinnovarsi dell'evento della Marcia per la Vita è un avvenimento di grande significato non solo per coloro che responsabilmente l'hanno indetta e per le migliaia di persone che parteciperanno, ma è significativo per l'intera società.

Nella nostra tradizione occidentale - e non soltanto cattolica - la Vita è sempre stata considerata un dono gratuito di Dio cui l'uomo era chiamato a rispondere con la totalità della propria vita, dell'intelligenza e dell'affezione. La Vita, pertanto, era indisponibile a qualsiasi istanza od istituzione di potere ma, in quanto espressione della grazia misericordiosa di Dio, fondamento e sollecitazione per un'autentica responsabilità.

«L'uomo supera infinitamente l'uomo» perché le sue radici sono nel mistero stesso di Dio ed è questa Presenza, misteriosa e reale e che circonda l'uomo, a rendere la Vita intensamente e suggestivamente drammatica. La Vita umana, come espressione della libertà e dell'intelligenza dell'uomo, acquista il valore di un'opera d'arte: l'opera d'arte che il singolo uomo tende ad inserire nell'unica e grande opera d'arte che è la vita di Dio.

La gloria di Dio è l'uomo che vive nel mondo.

Questo dato fondamentale della nostra tradizione occidentale ha dato alla cultura e alla civiltà un movimento di libertà e di responsabilità. Poi, improvvisamente ed in qualche modo traumaticamente, a questa antropologia del dono e della responsabilità si è sostituita l'antropologia del potere umano, che considera tutta la realtà oggetto della propria manipolazione scientifica e della propria trasformazione tecnologica.

La vita è diventata dunque un dato biofisiologico e/o socioeconomico che si esprime secondo una dinamica fondamentalmente meccanicistica. Divenendo oggetto manipolabile, sulla quale si appuntano le intenzioni e i desideri dell'uomo, la Vita viene sottoposta alla manipolazione umana nelle varie fasi dell'esistenza: quella perinatale, prima ancora che quella storica, e in quelle fasi in cui più decisamente appare il limite della vita umana, fisico o morale.

Una cattiva magistratura e una politica debole hanno poi consentito alla perversa mentalità diabolica di rendere la Vita umana sostanzialmente mediocre: un progetto senza profondità e senza altezza riducendoli il più delle volte a una sopravvivenza in cui l'uomo, anziché esercitare il suo potere sulla realtà, è divenuto oggetto di poteri oscuri e pervasivi.

La Marcia per la Vita ripropone in maniera pubblica il grande annunzio della fede cattolica: in Cristo e per Cristo la Vita umana non è inutile, ma colma di Verità, di Bellezza e di Bene; non secondo l'espressione profonda di Robert Spaeman "sentiero polveroso verso il nulla", ma secondo l'ampiezza del pensiero tomista che vede Dio come IL Vero, IL Buono, IL Bello. Il popolo della Vita proclama la redenzione della vita umana, in ogni tappa del suo manifestarsi nella storia.

Il Santo Padre emerito, Benedetto XVI, nel suo indimenticabile ed indimenticato Magistero, disse: "L'uomo che fa apostasia da Gesù Cristo finisce poi per fare apostasia da sé stesso". Per questo, camminare per le vie della città di Roma, come di altre tantissime città italiane e del mondo, è un grande gesto di fiducia nella Provvidenza: vissuta come dono e come responsabilità la Vita umana raggiunge il massimo della sua intensità, del suo fascino, della sua drammaticità.

Gabriel Marcel ripeteva: "Ama chi dice all'altro: tu puoi non morire". La Marcia della Vita è, pertanto, un gesto corale di amore reso agli uomini che vivono in questa società.

 

Mons. Luigi Negri
Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

Argomento: Vita

 Il messaggio del cardinal Carlo Caffarra: La persona è intangibile Infrangere questa sacralità è un atto sacrilego contro la Santità del Signore

 

La storia umana è lo scontro fra due forze: la forza di attrazione che ha la sua sorgente nel Cuore trafitto del Crocefisso-Risorto; il potere di Satana che non vuole essere spodestato dal suo regno. Il campo sul quale avviene lo scontro è il cuore umano, è la libertà umana. E lo scontro ha due dimensioni: una dimensione interiore; una dimensione esteriore.

Gesù, la Rivelazione del Padre, esercita una forte attrazione a sé; Satana opera in contrario, per neutralizzare la forza attrattiva del Crocefisso-Risorto. Opera nel cuore dell'uomo la forza della verità che ci fa liberi; e la forza satanica della menzogna che ci fa schiavi. Ma la persona umana non è solamente interiorità, non essendo puro spirito. La sua interiorità si esprime, prende corpo nella costruzione della società nella quale vive. L’interiorità umana si esprime, prende corpo nella cultura, la quale è una dimensione essenziale della vita umana come tale. La cultura è il modo specificatamente umano di vivere.

La condizione in cui si trova l’uomo, posto come è tra due forze contrapposte, non può non dare origine a due culture: la cultura della verità; la cultura della menzogna. C'è un libro nella S. Scrittura, l'ultimo, l'Apocalisse, che descrive lo scontro finale tra i due regni. In questo libro l'attrazione di Cristo riveste il profilo di un trionfo sulle potenze nemiche, comandate da Satana. E' un trionfo che arriva dopo un lungo combattimento. Le primizie della vittoria

sono i martiri. "Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana, e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra…Ma essi (=i martiri) hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio" (cfr.Ap12, 9.11). Nella nostra cultura occidentale esistono fatti che rivelano in modo particolarmente chiaro lo scontro tra l'attrazione esercitata sull'uomo dal Crocefisso-Risorto e la cultura della menzogna, edificata da Satana?

La mia risposta è affermativa, ed i fatti sono soprattutto due.

Il primo fatto è la trasformazione di un crimine (nefandum crimen, lo chiama il Concilio Vaticano II) l'aborto, in un diritto. Non sto parlando dell'aborto come atto compiuto da una persona. Sto parlando della più grande legittimazione che un ordinamento giuridico possa compiere di un comportamento: sussumerlo nella categoria del diritto soggettivo, la quale è categoria etica. Significa chiamare bene il male, luce le tenebre. «Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna». E' il tentativo di produrre un'«anti-Rivelazione».

Quale è infatti la logica che presiede alla nobilitazione dell’aborto? E' in primo luogo la più profonda negazione della verità dell'uomo. A Noè appena uscito dalle acque del diluvio, Dio disse: «Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo» (GEN9, 6). La ragione per cui l'uomo non deve spargere il sangue dell'uomo è che l'uomo è immagine di Dio. Mediante l'uomo, Dio dimora dentro la sua creazione; la creazione è tempio del Signore, perché vi abita l'uomo. Infrangere questa intangibilità della persona umana è un atto sacrilego contro la Santità di Dio. E' il tentativo satanico di dare origine ad un'«anti-creazione». Nobilitando un'uccisione umana, Satana ha posto il fondamento della sua "creazione": togliere dalla creazione l'immagine di Dio; oscurare in essa la Sua presenza.

Nel momento in cui si afferma il diritto dell'uomo di disporre della vita e della morte di un altro uomo, Dio è espulso dalla sua creazione, perché viene negata la sua presenza originaria, viene dissacrato il luogo originario della sua dimora dentro la creazione: la persona umana.

Il secondo fatto è costituito dalla nobilitazione dell'omosessualità. Essa infatti nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio.

La Divina Rivelazione ci ha detto come Dio pensa il matrimonio: l'unione legittima dell'uomo e della donna, fonte della vita. Il matrimonio ha nella mente di Dio una struttura permanente. Esso si basa sulla dualità del modo umano di essere: la femminilità; la mascolinità. Non due poli opposti, ma l'uno con e per l'altro. E solo così, l'uomo esce dalla sua solitudine originaria.

Una delle leggi fondamentali con cui Dio governa l'universo, è che Egli non agisce da solo. E' la legge della cooperazione umana al governo divino. L'unione fra uomo e donna che diventano una sola carne, è la cooperazione umana all'atto creativo di Dio: ogni persona umana è creata da Dio e generata dai suoi genitori. Dio celebra la liturgia del suo atto creativo nel tempio santo dell'amore coniugale.

In sintesi. Due sono le colonne della creazione: la persona umana nella sua irriducibilità all'universo materiale; l'unione coniugale tra uomo e donna, luogo in cui Dio crea nuove persone umane "a sua immagine e somiglianza".

L'elevazione assiologica dell'aborto a diritto soggettivo è la demolizione della prima colonna. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio, è la distruzione della seconda colonna.

Alla radice è l'opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E' l'ultima terribile sfida che Satana sta lanciando a Dio. "Io ti dimostro che sono capace di costruire un'alternativa alla tua creazione. E l'uomo dirà: si sta meglio nella creazione alternativa che nella tua creazione".

E' una spaventosa strategia della menzogna, costruita su un profondo disprezzo dell'uomo. L'uomo non è capace di elevarsi allo splendore del Vero; non è capace di vivere dentro il paradosso di un desiderio infinito di felicità; non è in grado di ritrovare sé stesso nel dono sincero di sé stesso.

Il Grande Inquisitore di Dostojevski parla proprio in questo modo a Gesù: "tu avevi un'opinione troppo alta degli uomini, perché essi sono senza dubbio schiavi, anche se ribelli per natura…Ti giuro: l'uomo è debole e più vile di quanto tu non avessi pensato! E' debole e meschino".

Come dobbiamo dimorare dentro a questa situazione?

La risposta è semplice: dentro lo scontro fra la creazione e l'anti-creazione siamo chiamati a TESTIMONIARE. E' la testimonianza il nostro modo di essere nel mondo.

Il Nuovo Testamento ha una ricchissima dottrina al riguardo. Mi devo limitare ad indicare i tre significati fondamentali che costituiscono la testimonianza.

Testimoniare significa dire, parlare, annunciare apertamente e pubblicamente. Chi non testimonia in questo modo, è simile al soldato che nel momento decisivo della battaglia scappa. Non siamo più testimoni, ma disertori, se non parliamo apertamente e pubblicamente. La Marcia per la Vita, quindi, è una grande testimonianza.

Testimoniare significa dire, annunciare apertamente e pubblicamente la divina Rivelazione, la quale implica quelle evidenze originarie che anche la sola ragione rettamente usata scopre. E dire in particolare il Vangelo della Vita e del Matrimonio.

Testimoniare significa dire, annunciare apertamente e pubblicamente il Vangelo della Vita e del Matrimonio in un contesto processuale (cfr.Gv 16, 8-11). Lo scontro va assumendo sempre più il profilo di un processo, di un giudizio il cui imputato è Gesù ed il suo Vangelo. Come in ogni giudizio ci sono anche i testimoni a favore: a favore di Gesù e del suo Vangelo.

L'annuncio del Vangelo del Matrimonio e della Vita avviene oggi in un contesto di ostilità, di contestazione, di incredulità. Se così non fosse, i casi sono due: o si tace il Vangelo; o si dice altro. Ovviamente quanto ho detto non va intesto nel senso che i cristiani devono rendersi…antipatici a tutti.

Nell'ambito della testimonianza al Vangelo, l'irenismo, il concordismo vanno esclusi. Su questo Gesù è stato esplicito. Sarebbe un pessimo medico chi avesse un'attitudine irenica verso la malattia. Agostino scrive: «ama l'errante, ma perseguita l'errore». Come scrive il grande confessore della fede, russo, Pavel A. Florenskij: «Il Cristo è testimone, nel senso estremo della parola, il testimone. Nella sua crocefissione Giudei e Romani credettero di vedere solo un evento storico, ma l'evento si rivelò essere la Verità».

S.E. Cardinale Carlo Caffarra

Il Tempo, 20 maggio 2017: *Un estratto dell’intervento del cardinale Carlo Caffarra al Rome Life Forum

Argomento: Vita

 Negli ultimi giorni, i due termini per antonomasia opposti e inconciliabili, Chiesa ed Omosessualità, sono tornati ad essere prepotentemente accostati e far parlare di sé, per via di due episodi differenti ma analoghi in quanto ad endorsement nei confronti dell’omosessualità: il primo, la decisione di alcune parrocchie italiane di aprire le proprie porte in occasione della Giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia che si celebrerà in tutto il mondo il prossimo 17 maggio; il secondo, le sconcertanti dichiarazioni rilasciate su Facebook da Padre James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede per il quale alcuni santi potrebbero essere stati gay.

VEGLIE ECUMENICHE LGBT

La prima iniziativa fa parte di un progetto organizzato dai gruppi di cristiani LGBT promosso in tutt’Europa per la giornata internazionale del 17 maggio contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia che vede parrocchie cattoliche e chiese evangeliche unite assieme dal versetto della Lettera di san Paolo ai Romani: “Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (Romani 12,14) in veglie di preghiera ecumeniche.

Una apposita Commissione Fede e Omosessualità delle Chiese Battiste Metodiste, Valdesi ha curato uno Schema di liturgia che è stato proposto alle diverse comunità che, in Italia e in altre città europee, aderiranno all’iniziativa, organizzando veglie o culti domenicali.

“Una liturgia che –  come si legge sul sito del Progetto Gionata vuole fare memoria e essere luce per fugare il silenzio e l’indifferenza, spesso presente nella nostra società e a volte anche nelle chiese, sulle tante violenze contro le persone omosessuali e verso quanti sono considerati più deboli perché più fragili, perché stranieri, perché più piccoli”.

L’elenco delle parrocchie cattoliche che hanno aderito alle veglie di preghiera e alle iniziative conto le discriminazioni di genere è disponibile sullo stesso sito dove si legge come “in tante città da Catania a Trieste, passando da Amsterdam a Siviglia tante comunità cristiane pregheranno con i gruppi di cristiani LGBT per porre un termine all’omofobia, alla transfobia e ad ogni forma di discriminazione e di odio e per contribuire a rendere questo mondo un posto migliore per tutte e tutti”.

Tra le parrocchie che hanno annunciato la loro adesione alla giornata di sensibilizzazione sui temi della omofobia, bifobia e  transfobia vi è la chiesa Santa Maria della Passione di Milano che assieme al Tempio Valdese ha organizzato una veglia di preghiera ecumenica per le vittime dell’omofobia e della transfobia:

Per chiedere a Dio di vincere con l’amore il clima d’odio di cui sono vittima le persone omosessuali e transessuali ci troveremo presso il Tempio Valdese di Via Francesco Sforza 12/A e da lì ci sposteremo con una fiaccolata, verso la chiesa di Santa Maria della Passione, in Via Bellini 2″

Palermo i padri gesuiti e i padri comboniani hanno scelto di schierarsi al fianco della Chiesa evangelica luterana, mentre a Pinerolo, in provincia di Torino la comunità cristiana di base di don Franco Barbero organizzerà una manifestazione in piazza per un “salutare rinnovamento teologico nella Chiesa“.

Genova, sarà la Chiesa di San Pietro in Banchi ad ospitare una Veglia per il superamento dell’omofobia e di ogni discriminazione organizzata dal gruppo Bethel di persone LGBT credenti liguri. 

Oltre a GenovaMilano, Palermo e Pinerolo, altre iniziative sono in programma a Firenze, Reggio Emilia, Catania, Trieste e Bologna.

Secondo Innocenzo Pontillo, referente del progetto Gionata su fede e omosessualità, la Chiesa starebbe lentamente aprendo le proprie porte alla comunità LGBT:

“Mi sembra il segno più evidente di come la Chiesa stia cominciando a interrogarsi seriamente su quanto affermava il Sinodo dei vescovi, circa la necessità di costruire una pastorale di accoglienza per le persone Lgbt e i loro familiari” .

LA REALTA’

Tuttavia, malgrado i titoloni dei quotidiani e di tanti siti web che fiutano lo scoop, riportando il tanto atteso quanto impossibile abbraccio ufficiale tra Chiesa e omosessualità, la realtà è che la posizione della Chiesa cattolica sul tema, al momento, non è cambiata di una virgola.

Se si scorre l’elenco delle veglie in programma, salta intatti all’occhio come la maggior parte di queste siano promosse da chiese evangeliche, protestanti e valdesi e lì dove sono le parrocchie cattoliche (meno di una decina a fronte di circa 26.000 parrocchie presenti in Italia) ad organizzare si tratta chiese gestite da sacerdoti ai margini della Chiesa o addirittura da ex preti che hanno abbandonato lo stato clericale.

Uno di questi, ad esempio è Franco Barbero, della comunità cristiana di base di Pinerolo, noto per le sue critiche alla dottrina, liturgia e magistero della Chiesa cattolica, a causa delle quali fu dimesso dallo stato clericale da Papa Giovanni Paolo II all’inizio del 2003.

LE DICHIARAZIONI DI PADRE MARTIN

Ben più gravi, in quanto provenienti da una voce ufficiale ed autorevole del Vaticano, sono state invece le “esternazioni social” di Padre James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, il quale su Facebook ha sostenuto la possibilità di incontrare santi gay in paradiso.

Una piccata e scioccante dichiarazione, scritta al culmine di una querelle sorta il 5 maggio dopo che il sacerdote era stato subissato di commenti negativi per avere pubblicato sulla propria pagina Facebook un post riguardante l’incontro tra il vescovo di Lexington, John Stowe, e i supporter di New Ways Ministry, un gruppo che “sostiene lesbiche, gay, bisessuali e trans cattolici“, commentando così la notizia: “Un altro segno di benvenuto e di costruzione di ponti“.

Di fronte alla reazione di diversi fedeli che hanno prontamente ricordato a padre Martin come la dottrina della Chiesa in materia dica ben altro, il consulente vaticano ha pensato bene di replicare scrivendo:

“alcuni santi erano probabilmente gay. Una certa parte dell’umanità è gay. Anche una certa parte dei santi poteva esserlo. Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne Lgbt“.

CHIESA ED OMOSESSUALITA’

Eppure se la società, nel corso dei secoli, ha mutato il suo giudizio e atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, lo stesso non è avvenuto per la Chiesa cattolica, la quale fedele al suo Magistero dottrinale, non ha mai variato, nel corso di duemila anni, il suo insegnamento in materia che afferma come pratica dell’omosessualità vada considerata come un vizio contro natura, che provoca non solo la corruzione spirituale e la dannazione eterna degli individui, ma anche la rovina morale della società, colpita da un germe mortale che avvelena le radici stesse della vita civile.

Nel corso dei secoli tale insegnamento è stato trasmesso e confermato interrottamente dalla Sacra Scrittura, dai Padri della Chiesa, dai santi Dottori e dai Pontefici.

Nel Vecchio Testamento basta citare il celebre episodio delle città di Sodoma e Gomorra (Gen. 18, 20; 19, 12-13; 19, 24-28) incenerite da Dio a causa dei peccati contro natura di loro abitanti.

Nel Nuovo Testamento il giudizio nei confronti dell’omosessualità viene espresso con parole ancor più chiare  e vigorose.

In particolare, san Paolo, l’Apostolo delle Genti, lo stesso preso a modello dai cristiani LGBT per la promozione delle loro veglie contro l’omofobia, in alcuni passi delle sue lettere, chiarisce i motivi della distruzione di Sodoma e Gomorra, mettendo la “passione infame” dell’omosessualità sullo stesso piano dell’empietà, dell’idolatria e dell’omicidio.

Nella lettera ai Corinzi, l’Apostolo mette in guardia coloro che commettono atti contro natura per i quale le porte del Regno di Dio non si spalancheranno:

Non illudetevi! Né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti (…) erediteranno il Regno di Dio!”. (1 Cor., 6, 9-10)

Più recentemente, il Magistero della Chiesa cattolica ha rinnovato la condanna del sempre più dilagante vizio contro natura attraverso due importanti e chiari documenti pubblicati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede:

In entrambi i documenti, la Congregazione ha ribadito l’impossibilità di legittimare in qualsiasi modo le unioni omosessuali in quanto totalmente in contrasto col disegno divino e quindi anche con la dignità umana.

Al punto 8 della dichiarazione Persona humana si legge:

“le relazioni omosessuali  (…) sono condannate come gravi depravazioni ed anzi vengono presentate come funesta conseguenza del rifiuto di Dio. Questo giudizio della Scrittura (…) attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati e che non possono in nessun caso ricevere una qualche approvazione”.

La Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali distingue tra inclinazione e comportamento omosessuale, sottolineando come quest’ultimo non sia in alcun caso accettabile dal punto di vista morale:

“Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in se peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Pertanto, l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata. Di conseguenza, coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia una scelta moralmente accettabile”.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato nel 1992 da Giovanni Paolo II, ha ribadito la ferma condanna del vizio omosessuale, scrivendo:

“Basandosi sulla sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono infatti contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, e non sono frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. Non possono essere approvati in nessun caso” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357)

ACCOGLIENZA O OMOERESIA ?

Sacerdoti come Padre James Martin e tutti coloro che tentano di conciliare Chiesa ed omosessualità si rendono complici di quella che Dariusz Oko, docente di Teologia alla Pontificia accademia di Cracovia, qualche anno fa, efficacemente, definì «omoeresia», ovvero una corrente di pensiero contraria all’insegnamento della Chiesa in materia di omosessualità descritta dallo stesso Oko con queste parole:

«L’omoeresia è un rifiuto del magistero della Chiesa cattolica sull’omosessualità. I sostenitori dell’omoeresia non accettano che la tendenza omosessuale sia un disturbo della personalità. Mettono in dubbio che gli atti omosessuali siano contro la legge naturale. I difensori dell’omoeresia sono a favore del sacerdozio per i gay. L’omoeresia è una versione ecclesiastica dell’omosessualismo».

 

Rodolfo de Mattei, per https://www.osservatoriogender.it/chiesa-ed-omosessualita-tra-fake-news-e-omoeresie/

Argomento: Chiesa

 13 maggio 2017: Papa Francesco, per i cento anni dalle apparizioni della Madonna di Fatima, si recherà sul luogo e canonizzerà Francesco e Giacinta Marto, testimoni diretti, insieme alla cugina, Lucia dos Santos, degli avvenimenti soprannaturali di allora.

 Quel 13 maggio 1917 i tre santi pastorelli descrissero così la Madonna: «Era una Signora tutta bianca, più brillante di un raggio di sole, più chiara e più viva di un calice di cristallo ripieno di acqua limpidissima, penetrato dai raggi del sole più splendente». Una rappresentazione folgorante della Madre di Dio e della Madre della Chiesa, venuta in terra per allertare, ammonire, maternamente sollecitare e per ricordare che soltanto i sacrifici, la preghiera, il Santo Rosario conducono alla Salvezza, riparano i peccati e le offese a Dio. Uno dei divertimenti preferiti da Francesco, Giacinta e Lucia era quello di gridare ad alta voce, dall’alto dei monti, seduti sulla roccia.

Il nome che più echeggiava era quello della Madonna. A volte Giacinta, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà suor Lucia, recitava tutta l’Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l’eco riproduceva per intero quella precedente. Innocentissima preghiera di bambina, dove il soprannaturale si sovrapponeva al naturale. E la Madonna scelse proprio lei, suo fratello e la cugina per rivelare a Fatima, nel 1917, i rimedi che l’umanità e la Chiesa avrebbero dovuto prendere per combattere errori e guerre.

Il 12 settembre 1935 le spoglie di Giacinta furono trasportate da Vila Nova de Ourém a Fatima. Quando la bara fu aperta si attestò che il volto della piccola veggente era incorrotto. Venne scattata una fotografia e il Vescovo di Leiria, Monsignor José Alves Correia da Silva ne inviò una copia a suor Lucia che, nei ringraziamenti, accennò alle virtù della cugina. Tale fatto indusse il Monsignore ad ordinare alla monaca di scrivere tutto ciò che sapeva della vita di Giacinta, ed ecco che nacque la Prima Memoria che l’autrice terminò nel Natale dello stesso 1935.

Trascorsero due anni e il Vescovo di Leiria ordinò a suor Lucia di scrivere, in tutta verità, la sua vita e le apparizioni mariane, così come erano avvenute. Suor Lucia obbedì, scrivendo la Seconda Memoria dal 7 al 21 novembre 1937. In una lettera del 31 agosto 1941, indirizzata a Padre Giuseppe Bernardo Gonçalves sj, Lucia spiega come nacque la Terza Memoria: «Mons. Vescovo… mi ordinò di ricordare qualsiasi altra cosa che avesse relazione con Giacinta, per una nuova edizione che vogliono stampare. Quest’ordine mi penetrò nell’anima come un raggio di luce…». Fu proprio con questo scritto che Fatima raggiunse dimensioni internazionali.

Sorpresi dai racconti della Terza Memoria, mons. Giuseppe Alves Correia da Silva e don Galamba conclusero che Lucia, nelle relazioni anteriori, non aveva detto tutto e che nascondeva ancora degli elementi. Dunque, il 7 ottobre 1941, la monaca riceve il nuovo ordine di scrivere qualsiasi altra cosa che avesse potuto emergere dagli accadimenti di Fatima.

Fu così che l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, dello stesso anno, l’autrice consegnò il manoscritto affermando: «Fin qui, ho fatto il possibile per nascondere quel che le apparizioni della Madonna nella Cova d’Iria avevano di più intimo. Ogni volta che mi vidi obbligata a parlare, cercai di accennarvi di sfuggita, per non scoprire quello che tanto desideravo tener in serbo. Ma ora, che l’obbedienza mi comandò, ho detto tutto! E io rimango come lo scheletro, spogliato di tutto e perfino della vita stessa, messo nel Museo Nazionale, per ricordare ai visitatori la miseria e il niente di tutto quel che passa. Così spogliata, resterò nel Museo del Mondo ricordando a quelli che passano, non la miseria e il niente, ma la grandezza delle Misericordie Divine».

Con schiettezza e semplicità suor Lucia narra in queste pagine le beltà della loro infanzia. Tutti e tre i bambini nacquero ad Aljustrel, in Portogallo. Lucia dos Santos, poi suor Lucia di Gesù, il 22 marzo 1907, morirà a Coimbra il 13 febbraio 2005; Francesco Marto l’11 giugno 1908, morirà a Fatima il 4 aprile 1919 (beatificato con la sorella il 13 maggio 2000); Giacinta Marto l’11 marzo 1910, morirà a Lisbona il 20 febbraio 1920.

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In quello stesso 13 maggio in cui Maria Santissima apparve a Fatima, nella cappella Sistina, Benedetto XV consacrò Vescovo mons. Eugenio Pacelli, futuro Pio XII. Alla vigilia della proclamazione del dogma dell’Assunzione della Madonna, 1° novembre 1950, proprio Papa Pacelli, passeggiando nei giardini vaticani, assisterà allo stesso miracolo del sole, che si era verificato il 13 ottobre 1917, durante l’ultima delle apparizioni alla Cova d’Iria: una sconcertante danza del sole, con la viva impressione che l’astro dovesse scagliarsi contro la terra.

Il 29 ottobre di quell’anno la statua della Madonna di Fatima era giunta (ultima tappa di un lungo pellegrinaggio per il mondo) a Roma, custodita nella piccola chiesa del Casaletto, dietro i giardini vaticani. Ricordiamo inoltre che, durante un’udienza pubblica in San Pietro, nel giugno dell’anno seguente, quando sarà qui solennemente portata quella stessa statua, i fedeli saluteranno Pio XII con «Viva il Papa di Fatima». Tuttavia, il Papa di Fatima deve ancora arrivare: nessun Pontefice, dal 1917 ad oggi, ha consacrato la Russia, come esplicitamente richiesto dalla Madonna, al suo Cuore Immacolato, così come nessuno ha rivelato totalmente il terzo segreto, che avrebbe dovuto essere divulgato a partire dal 1960.

Eppure, nessun Papa ha mai trascurato le apparizioni di Fatima. Tutti, da allora, in un modo o nell’altro, se ne sono occupati o sono andati alla Cova d’Iria in pellegrinaggio. Anche Papa Francesco andrà. A Fatima la Madonna raccomandò più volte di pregare per il Papa. Papa Francesco, spesso e volentieri, domanda pubblicamente preghiere. Da ultimo all’Angelus di Domenica scorsa, mentre era coronato da quattro novelli sacerdoti, che ha invitato (con i microfoni accesi) autorevolmente, com’è nel suo stile, a salutare la gente.

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La crisi attuale della Chiesa, instabile e tremante nei suoi principi, nella sua dottrina, nei suoi dogmi, come lo era stato il Sole sul cielo di Fatima nel 2017 e nel 1950 sul Vaticano, lo si nota anche nel come realizza, dal postconcilio in poi, i luoghi di culto alla Trinità. È bene oggi precisare «alla Trinità», poiché l’espressione «a Dio», con la libertà religiosa, l’ecumenismo, la “vocazione” interreligiosa delle gerarchie ecclesiastiche, potrebbe essere intesa in modi soggettivamente diversi.

Il Santuario di Nostra Signora di Fatima nella borgata San Vittorino di Roma (diocesi di Tivoli), officiata dagli Oblati di Maria Vergine (fondati dal Venerabile Pio Brunone Lanteri, 1759-1830, membro attivo delle associazioni controrivoluzionarie Amicizia cristiana e Amicizia cattolica e particolarmente devoto al Cuore Immacolato di Maria), è la dimostrazione evidente delle profonde problematiche che attraversa la Chiesa contemporanea. Costruito fra il 1970 ed il 1979 su progetto dell’architetto Lorenzo Monardo, venne inaugurato il 13 maggio 1979 dal Vescovo Monsignor Guglielmo Giaquinta. La chiesa, che non appare come tale, si presenta come un grande imbuto capovolto, a pianta circolare. L’ambiente circolare confluisce, leggermente in discesa, verso il centro, dove si trova l’altare, in marmo bianco, collocato sopra una pedana circolare in marmo nero.

La luminosità policroma del luogo è determinata dalle pacchiane vetrate. Un Santuario, come tanti altri luoghi di culto edificati da alcuni decenni, che più che dare maggior gloria a Dio, abbruttiscono le nostre città.

Francesco sarà il quarto Pontefice a calpestare la terra benedetta di Fatima, dopo Paolo VI (1967), Giovanni Paolo II (1982, 1991 e 2000) e Benedetto XVI (2010). La visita si concentrerà esclusivamente alla Cova da Iria, dove il 13 maggio 2013, l’allora Cardinale Patriarca di Lisbona, mons. José Policarpo, aveva consacrato il pontificato del Papa argentino alla Vergine Maria. Proprio alla Cova d’Iria sorge il bel santuario in stile neobarocco, al centro di un colonnato (200 colonne). Al di sopra del portale principale di ingresso si eleva la torre campanaria alta 65 metri.

L’interno è decorato in gusto secentesco e ai lati dell’altare maggiore si venerano le tre tombe dei veggenti. La statua in legno della Madonna è custodita nella cappellina delle apparizioni, scolpita nel 1920, dietro precise indicazioni di suor Lucia, dall’artista portoghese José Ferreira Thedim.

(Cristina Siccardi, per https://www.corrispondenzaromana.it/la-canonizzazione-di-francesco-e-giacinta-di-fatima/ )

Argomento: Chiesa

 Centenario Fatima, il vescovo consacra la Diocesi 

In occasione del centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, il vescovo della diocesi di Reggio Emilia ha proclamato un solenne atto ci consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Si tratta di un'iniziativa unica nel suo genere, e per certi versi coraggiosa vista la ritrosia con la quale un'ampia parte di certa intellighentia cattolica ha liquidato in questi ultimi decenni la devozione mariana.

Il vescovo Massimo Camisasca ci pensava da tempo: vivere il 13 maggio non come un semplice anniversario sul calendario, ma come un rispondere ad una richiesta che la Vergine aveva espresso a Cova da Iria per il mondo intero e la Russia in particolare. 

"Fin dall'inizio del 2017 ho espresso il vivo desiderio di consacrare la nostra Diocesi e la nostra terra al Cuore Immacolato di Maria" ha scritto Camisasca nella bolla d'indizione del "giubileo" fatimita ripetendo così le parole espresse nel 1959 dal vescovo di Reggio Beniamino Socche, che al termine della Peregrinatio Mariae in terra reggiana, consacrò la diocesi al Cuore Immacolato.

E in processione, sabato 13 maggio, per le vie di Reggio Emilia sarà proprio una copia di quella statua, portata a spalla dalle confraternite locali. A testimoniare l'importanza di questo atto di consacrazione, che va ben oltre la semplice devozione, Camisasca vuole davvero tutta la diocesi: "Vescovo, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, consacrati, fedeli, Case della Carità, aggregazioni laicali e movimenti, ammalati e volontari dell’Unitalsi e del Cvs, membri dei gruppi di preghiera, in Piazza Duomo, davanti alla Chiesa madre di tutti i fedeli reggiano-guastallesi, pronuncerò l’Atto di affidamento a Maria, concluso dal canto dei fedeli e dal suono delle campane, invocando insieme per l’intercessione materna della Vergine la pace sul mondo intero".

Ma che cosa significa un atto di consacrazione? E perchè il vescovo ha preso questa decisione così importante? E che cosa significa, dunque perché è ancora decisiva, l'esperienza di Fatima nel mondo di oggi tanto da apparire a noi come un crocevia decisivo e profetico? La Nuova BQ lo ha chiesto proprio a Camisasca in questa intervista. 

L'atto di consacrazione è una manifestazione pubblica di fede che però nel corso degli ultimi 50 anni ha faticato ad "imporsi". Perché ha deciso come vescovo di celebrare i 100 anni delle apparizioni non un atto di culto pubblico? 

Mi sembra fondamentale che in un’epoca in cui la fede tende a ridursi a un atto privato, a un rapporto dell’individuo con Dio, essa possa mostrare il suo volto pubblico: la fede, per sua natura, è chiamata a trasformare la mente e il cuore delle persone, e perciò i loro rapporti e il volto della società. L’espressione forse più alta della valenza pubblica della fede si rivela proprio in quanto è nato dai richiami di Fatima: senza la conversione dei cuori, non vi sarà la fine delle guerre. Questo continuamente la Madonna ripete fino a oggi. Al suo richiamo fa eco il magistero dei Papi, da Pio XII a Francesco.

Ritiene che questa sia una richiesta della Madonna ancora valida o proprio oggi ancor più valida?

La richiesta della Madonna è più valida che mai. Consacrare se stessi, la Chiesa, il mondo, al cuore immacolato di Maria, vuol dire vedere in Maria, nel suo amore purissimo, tutto teso soltanto al bene dei suoi figli, una forza potente di intercessione presso Dio. Vuol dire chiedere la grazia della conversione e della vittoria contro Satana e contro tutte le forze del male che egli scatena nei confronti del regno di Dio.

Si tratta di un atto di devozione e basta o si inserisce invece in una dimensione ecclesiologica precisa?

Si tratta di un’ecclesiologia ben precisa, tra l’altro raccolta nella Lumen Gentium, che vede in Maria la madre della Chiesa. Essa sostiene la generazione del Verbo e lotta perché il corpo di Cristo sia difeso nella battaglia quotidiana contro chi vorrebbe eliminarlo. È anche la visione di Maria e della Chiesa che troviamo nel capitolo XII dell’Apocalisse.

Alla luce dell'atto di affidamento qual è il ruolo entro il quale un cristiano deve inserire la Madonna? Spesso anche in ambito cattolico si fa largo la tesi, tipicamente protestante, che il culto a Maria non sia lecito o che comunque non sia salvifico. Che cosa risponderebbe?

Maria è una delle strade fondamentali per comprendere chi sia il fedele nella sequela di Cristo. Ma anche colei che avendo generato Gesù di Nazaret nella sua umanità divina, ci aiuta a entrare nell’umanità di Gesù, che è la porta fondamentale per scorgere la sua divinità.

Lei ha mai conosciuto suor Lucia? E' stato a Fatima? Se sì quali ricordi ha di queste esperienze?

Non ho mai conosciuto suor Lucia personalmente, anche se sono stato tentato più volte di andarla a incontrare. Mi ha sempre trattenuto un senso di rispetto, forse esagerato, per la sua persona. Sono stato molte volte a Fatima, un luogo che conserva ancora oggi il clima di una periferia nascosta dell’Europa, il clima del silenzio e del mistero, del sacrificio e dell’offerta. Forse tutto ciò è accentuato dalle tombe dei tre veggenti, così semplici e familiari, e dalla corona di Maria in cui è incastonato il proiettile che ferì san Giovanni Paolo II.

Che cosa pensa del dibattito in corso nel mondo cattolico sul terzo segreto. E' davvero stato rivelato tutto o è possibile che alcune parti del terzo segreto, forse di difficile comprensione, siano state tenute segrete?

Non so assolutamente nulla a questo riguardo. Penso che la sostanza del segreto sia stata rivelata.

Quali risvolti può avere oggi il messaggio di Fatima alla luce delle dichiarazioni di Benedetto XVI nel 2007 sull'aereo di ritorno dal Lisbona?

Penso che le parole di papa Benedetto siano ancora attuali. La Chiesa ha bisogno permanentemente di riscoprire il suo volto in quello di Cristo, la sua missione in quella del Salvatore e di abbandonare tutto ciò che intralcia questa missione.

Il cardinal Caffarra ha sempre ricordato l'episodio dell'incontro con suor Lucia e posto l'accento sull'attacco alla famiglia. Che cosa possono dire a noi quelle parole?

Certamente la grave crisi della realtà della famiglia, che ha molte cause, è accentuata dall’attacco ideologico rivolto contro di essa da tutte quelle forze che preferiscono che l’uomo sia solo, per poter essere meglio soggiogato dai poteri mondiali che governano la nostra società capitalista.

La devozione a Fatima si inserisce nel solco delle devozioni mariane. A questo proposito che cosa succede a Civitavechia? Lei ha fatto la prefazione di un libro di monsignor Grillo. In che modo Civitavecchia è collegata Fatima?

Non so rispondere a questa domanda. Sono stato in quella casa a pregare. So che ci è stato anche Giovanni Paolo II. Lascio che sia la Chiesa a dire un parere definitivo.

Il terzo segreto di Fatima ci parla di una condizione di grave sofferenze per la Chiesa. Oltre alle persecuzioni e alla grave crisi morale di certi uomini di Chiesa, come nel caso della pedofilia, ci sono anche elementi per pensare a un messaggio che investa il rischio di apostasia della Chiesa? 

Credo profondamente alle parole di Gesù: non prebalebunt, non prevarranno (cfr. Mt 16,18). Se la condizione di vita della Chiesa è una condizione di lotta, come è la condizione di vita del cristiano, essa sa che è Cristo stesso al timone della sua nave. I segni della fede, della speranza e della carità sono molto presenti nella vita della Chiesa di oggi, attraverso i santi e i martiri più numerosi che nelle altre epoche della storia.

Che cosa significa alla luce del messaggio di Fatima leggere la storia e il presente secondo una logica profetica? Stiamo attraversando tempi profetici?

Il grande profeta è stato Gesù. Maria, con le sue apparizioni, ci invita continuamente a guardare e ascoltare la profezia che è suo Figlio. Ci invita alla preghiera, all’ascolto di Dio, alla penitenza, alla gioia.

Perché ci rivolgiamo a Fatima pensando che alla fine il Cuore immacolato trionferà? E' una consolazione che però ci spaventa. Significa che siamo spaventati perché la situazione nella Chiesa non va come dovrebbe? La fede è in calo in Occidente, le chiese chiudono, il mondo è sempre più scristianizzato e nemico della fede. Che cosa dovremmo fare noi per favorire questo trionfo?

Durante la mia visita pastorale trovo molti accenti di paura nelle persone. Invito tutti, senza un ottimismo vuoto, ma con realismo cristiano, a guardare con fiducia ciò che ci attende. Dio molte volte ha provato il suo popolo, ma, quando esso ha ascoltato il suo richiamo alla conversione, tanti nuovi germogli hanno segnato una nuova nascita, una nuova epoca.

 

di Andrea Zambrano10-05-2017, per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-centenario-fatima-il-vescovo-consacra-la-diocesi-19789.htm

Argomento: Madonna

 La vera riforma cattolica e la pseudo-riforma di Lutero

 Nel quinto anniversario della Rivoluzione luterana, rimbombano falsi appelli ad una riforma strutturale della Chiesa.
La storia del XVI secolo ci insegna come i veri riformatori siano i Santi, che non hanno preteso di cambiare la costituzione della Chiesa, ma si sono sforzati di cambiare sé stessi e, col loro esempio, di cambiare gli altri.
Anche oggi la nostra risposta, dunque, non può che consistere nel loro esempio.
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Cinquecento anni dopo la pseudo-riforma di Lutero, è necessario ricordare la vera riforma della Chiesa, che nel secolo precedette e seguì la pseudo-riforma dell’eresiarca tedesco.

Sullo sfondo della decadenza intellettuale e morale del XVI secolo, nella Chiesa nacquero gruppi di ardente pietà chiamati Compagnie del Divino Amore. Il movimento si sviluppò a Genova attorno a santa Caterina Adorno de’ Fieschi ed ebbe come iniziatore un laico, Ettore Vernazza. Alla Compagnia del Divino Amore appartenevano il vicentino Gaetano di Thiene e il napoletano Gian Pietro Carafa che fondarono l’ordine dei Teatini, così chiamato perché Carafa, che poi sarà Papa con il nome di Paolo IV, era allora vescovo di Chieti (Theatum). Per combattere la cupidigia, i Teatini abbracciavano la povertà apostolica e si abbandonavano completamente alla Divina Provvidenza. Con essi si inaugura una nuova vita religiosa, quella dei chierici regolari, che praticano i consigli evangelici, professano voti pubblici e conducono vita in comune secondo una regola.

La figura di Ignazio di Loyola si staglia come quella di un gigante sul XVI secolo. Gli Esercizi spirituali sono un libro ispirato, che secondo san Francesco di Sales ha prodotto più santi delle lettere dell’alfabeto in essi contenuti. Mentre Ignazio fondava la Compagnia di Gesù che muoveva contro il protestantesimo alla riconquista dell’Europa, a Roma dominava la figura di san Filippo Neri, un santo molto diverso da sant’Ignazio, ma a lui strettamente legato. A poco a poco si costituì intorno a lui un piccolo gruppo di fedeli, chiamato l’Oratorio.

In Spagna san Giovanni di Dio aveva fondato una congregazione chiamata da noi Fatebenefratelli perché, questuando per i malati, san Giovanni era solito dire per le strade: «Fate bene fratelli, per voi e per l’amor di Dio». Nell’anno in cui san Giovanni di Dio muore, il 1550, nasce in Abruzzo Camillo de Lellis, dapprima soldato e anche avventuriero e giocatore, poi convertitosi nel 1575, e fondatore di un istituto religioso, i Camilliani, in cui ai tre voti ordinari si aggiunge il voto di assistere i malati anche nel tempo della peste. I suoi religiosi portavano sul petto quella croce rossa, che sarebbe divenuta simbolo dei servizi ospedalieri.

In quegli stessi anni sant’Antonio Maria Zaccaria fonda i Barnabiti, discepoli di san Paolo, ai quali viene attribuita la pratica dell’adorazione al Santissimo Sacramento, mentre san Girolamo Emiliani fonda i Somaschi. Il tenore di vita dei nuovi ordini religiosi era molto simile: vita rigorosamente mortificata, rifiuto di ogni mondanità, abbandono alla Provvidenza, zelo per le anime.

Il Concilio di Trento fu al centro di questa grande opera riformatrice. L’assise si svolse per 18 anni, dal 13 dicembre 1545 al 16 dicembre 1563, «a lode e gloria di Dio, ad accrescimento della fede e religione cristiana, a estirpamento delle eresie, alla pace e unione della Chiesa, alla riformazione del clero e del popolo cristiano, a confusione dei nemici del nome cristiano».

Grazie al Concilio di Trento, tra la seconda metà del ‘500 e la prima metà del ‘600 la Chiesa conobbe un’epoca di restaurazione dottrinale e di profondo rinnovamento dei costumi. Due grandi santi vanno ancora ricordati: san Carlo Borromeo e san Pio V. San Carlo Borromeo visse dal 1538 al 1584 e applicò rigorosamente, come arcivescovo di Milano, lo spirito e la lettera dei decreti del Concilio di Trento. La diocesi di Milano era immensa, perché si estendeva oltre la Lombardia, su una parte delle Venezie, della Svizzera, dello Stato genovese. Carlo Borromeo non solo vi risiedette per 18 anni, ma visitò tutte le parrocchie, anche quelle più remote e sperdute, dando l’esempio di una vita di zelo, penitenza e preghiera.

San Pio V, Michele Ghislieri, rappresenta un modello di Papa, per la fermezza e la santità del suo governo. «Elevato alla cattedra di san Pietro, – ricorda Dom Guéranger – seppe infondere nei novatori un terrore salutare, risollevò il coraggio dei sovrani dell’Italia e, con moderato rigore, riuscì a rigettare al di là delle Alpi il flagello che avrebbe trascinato l’Europa alla distruzione del Cristianesimo, se gli Stati del Mezzogiorno non vi avessero opposto una barriera invincibile. L’eresia si arrestò. Da allora il protestantesimo, ridotto a logorar sé stesso, dette spettacolo di quella anarchia di dottrine che avrebbe portato alla desolazione il mondo intero, senza la vigilanza del Pastore che, sostenendo con indomabile zelo i difensori della verità in tutti gli Stati ove essa regnava ancora, si oppose, come una parete di bronzo, al dilagarsi dell’errore nelle contrade ove comandava da padrone. L’opera di san Pio V per la rigenerazione del costume cristiano, per fissare la disciplina del concilio di Trento, per la pubblicazione del Breviario e del Messale sottoposti a riforma, ha fatto del suo pontificato, durato sei anni, una delle epoche maggiormente feconde della storia della Chiesa». Il nome di san Pio V è anche indissolubilmente legato alla straordinaria vittoria di Lepanto contro i Turchi e la sua memoria è per questo a tanti cara.

La storia del XVI secolo ci insegna che i veri riformatori sono i santi, che non hanno attribuito alla Chiesa le colpe degli uomini, ma hanno assunto su sé stessi quelle colpe, a immagine di Nostro Signore. Non hanno preteso di cambiare la costituzione della Chiesa, ma si sono sforzati di cambiare sé stessi e attraverso il proprio esempio di cambiare gli altri. La Chiesa è sempre santa, gli uomini di Chiesa spesso non lo sono.

I falsi riformatori sono coloro che sostengono che la causa del male non sta negli uomini di Chiesa, ma nella Chiesa in sé e che quindi vogliono modificarne il governo, i Sacramenti, l’insegnamento, adattandoli alle opinioni proprie o del mondo. Essi dicono di farlo per ritornare al messaggio evangelico e perciò rifiutano la tradizione della Chiesa e si richiamano alla Sacra Scrittura o meglio alla propria ragione, al proprio sentimento, che interpreta i passi della Sacra Scrittura senza una regula fidei a cui riferirsi.

Nel quinto anniversario della Rivoluzione luterana rimbombano falsi appelli ad una riforma strutturale della Chiesa. La nostra risposta non può che essere l’esempio dei santi, che hanno unito l’integrità morale della loro vita alla fedeltà integrale alla Tradizione della Chiesa, che non è altro che il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo, sempre vivo e sempre attuale, carico di tutte le memorie del passato e di tutte le speranze del futuro.

 

Roberto de Mattei,  RC n.118 - ottobre 2016 da: https://www.radicicristiane.it/2016/10/editoriali/la-vera-riforma-cattolica-e-la-pseudo-riforma-di-lutero/

Argomento: Storia

 Il bilancio del vescovo Negri. "A Ferrara quattro anni bellissimi e terribili"

Tra poco meno di due mesi lascerà l’incarico ma continuerà a vivere a Santa Maria in Vado. "La mia battaglia continua. Ho parlato al mio successore, monsignor Perego, ma non voglio fargli ombra"

di CRISTIANO BENDIN

 

Ferrara, 20 Aprile 2017 - «Questi quattro anni a Ferrara? Si licet parva componere magnis, riprendendo quanto Paolo VI disse dei suoi anni a Milano, sono stati quattro anni bellissimi e terribili». Dal 3 giugno, quindi tra poco meno di due mesi, monsignor Luigi Negri cesserà di essere amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio (il vescovo eletto è infatti monsignor Gian Carlo Perego, che verrà consacrato il 6 maggio a Cremona) e ne diventerà arcivescovo emerito. Ed è quindi tempo di bilanci, anche come uomo. «Bellissimi – spiega – perché ho contribuito alla ripresa dell’impeto evangelico e missionario e ho ridato al popolo cristiano coscienza di sé: con me è finita la Chiesa del silenzio. Terribili perché questa cosa non si fa senza pagarne le conseguenze e io le ho pagate verso di tutti».

Tra due mesi finisce il suo episcopato: cosa farà dopo?
«Cercherò di onorare un mandato ricevuto da un gruppo di personalità ecclesiastiche alle quali tengo molto: bisogna continuare la battaglia per la difesa dei diritti di Dio e dell’uomo, battaglia più necessaria alla Chiesa che non alla società. Vorrei fare una serie di interventi a vari livelli e, come fondazione Giovanni Paolo II, stavo pensando a una collana di testi catechetici e culturali che sappiano incarnarsi nelle problematiche che il mondo impone alla Chiesa. Accetterò più di prima inviti a convegni perché credo che una diffusione sistematica della Tradizione sia essenziale».

Lei è considerato un tradizionalista: si riconosce come tale?
«Io considero questa tendenza ad etichettare il clero una cosa negativa non solo perché è la risulta di una pressione che, da sempre, la mentalità dominante - e in particolare i mass media - esercitano sulla Chiesa ma anche perché questo modo non cristiano di definire e sentire la Chiesa è ormai una operazione ecclesiastica: segno che la Chiesa si è fatta invadere dal mondo».

In cosa lei è tradizionalista?
«Perché ho difeso la priorità della Tradizione sopra ogni forma pastorale: la Tradizione è la Verità e una pastorale senza Verità è arbitraria, come dice Carlo Caffarra».

Condivide i ‘dubia’ espressi da Caffarra e dagli altri cardinali?
«Condivido il fatto che la questione dovesse essere posta ad una chiarificazione superiore: avere dubbi è sacrosanto, considerare la loro sollevazione come un delitto di lesa maestà è sintomo di debolezza, sarei tentato di dire di regime. Ad esempio non posso accettare che Lutero sia presentato come un grande riformatore, questo per ragioni dogmatiche! Il Concilio di Trento l’ha definito arcieresiarca e i decreti dei concili ecumenici legittimi sono come dichiarazioni di fede definita che nemmeno i 265 papi che hanno preceduto Francesco potrebbero contraddire. Infine ho sempre considerato giusto il rispetto e la promozione della libertà della coscienza personale ma questo non significa l’equivalenza delle fedi. Il rischio è il relativismo da cui ci mise in guardia sin dall’inizio Benedetto XVI».

Tutto ciò la pone in contrapposizione a papa Francesco: non ritiene ci sia tensione dialettica?
«Non vivo ciò come una tensione personale. Il papa è il papa ma un conto è il Magistero papale, manifestato e comunicato in generi letterari che la Chiesa, in duemila anni di storia, ha individuato, sostenuto e difeso; altra cosa sono tweet, telefonate o i pourparler. Ecco, io accolgo il magistero del papa, dò ad esso l’assenso della fede e cerco di leggerlo dentro la tradizone, come ho fatto con Caffarra con la Amoris Laetitia. Francesco non può fare a meno della Tradizione e la Tradizione non può fare a meno di Francesco, alla faccia dei vari turiferari».

Qual è il compito di un vescovo?
«La moralità di un vescovo è saper contemperare la sua cultura, le sue conoscenze e la sua formazione con il compito che gli è stato affidato: in sintesi, egli non può investire il suo compito dei contenuti delle sue convinzioni».

Lei, però, è stato considerato espressione di CL...
«Io provengo da Cl ma le mie decisioni prescindono da ciò, mai ho imposto questa realtà: ho fatto il vescovo a partire dalle mie convinzioni ma non ho mai contrabbandato le mie convinzioni come parte essenziale del magistero che sono chiamato a ricoprire».

Vivrà a Santa Maria in Vado?
«Sì, resterò a Ferarra perché è una città i cui si vive bene e perché vorrei costituire un ambito di lavoro in grado di farmi arrivare all’opinione pubblica. Debbo poi dare spazio anche a Milano, una settimana al mese. Se poi per qualsiasi ragione la situazione diventasse non positiva ne trarrò le dovute conseguenze».

In che senso? Si spieghi.
«Non voglio fare in alcun modo ombra a monsignor Perego. Mi asterrò da quasiasi giudizio e intervento sulla vita della diocesi. Dovremo difenderci tutti e due ma la convivenza, sono certo, si modulerà in maniera positiva».

Ne ha già parlato con lui?
«Quando gli ho comunicato che mi sarei fermato qui lui mi è sembrato contento».

Di cosa avete parlato nei vostri incontri propedeutici?
«Di questioni relative alla vita della diocesi affinché poi agisca come riterrà opportuno. Gli ho parlato a cuore aperto di quella che, in un certo senso, ritengo sia una mia sconfitta: in questi anni è cresciuto il calore anche umano del clero verso il vescovo ma temo che la mia concenzione cristologica, ecclesiologica e antropologica, in connessione con la Tradizione, sia stata sentita ma non accolta fino in fondo da tutti. Ci sono sacerdoti, che pure hanno una funzione notevole sul piano della proposizione intellettuale, che ritengono di non doversi confrontare con me: non li colpevolizzo ma ciò mi dispiace. Poi gli ho parlato della liturgia: equivoci, sacrilegi, manipolazioni sono l’inizio della fine della Chiesa».

A proposito di liturgia, alcune critiche ha sollevato la liturgia che Familia Christi ha introdotto a Santa Maria in Vado, piuttosto tradizionalista per alcuni. Cosa risponde ai critici?
«Ai critici e ai sacerdoti ho detto: ciascuno di voi ha una sua tradizione, non rendete questo incontro uno scontro. Sono anche intervenuto affinché non fosse spostato l’altare. La giusta e leale fedeltà al carisma va coniugata con la tradizione della parrocchia».

Che impressioni ha tratto dal colloquio con Perego?
«Ciascuno di noi fa la propria esperienza e ha una sua formazione e competenza. Io nella ricerca e nell’insegnamento, lui oltre ad aver insegnato ha avuto una grandissima responsabilità nella Fondazione Migrantes, condotta con onestà, serietà e professionalità. Gli ho detto che nessun vescovo può far valere la propria competenza come base della pastorale, la base della pastorale è la vita del popolo di Dio che ha bisogno di sentirsi dire cose chiare e positive e che non può prescinfdere dalla pietà Mariana e dei Santi. Ho recepito in lui una grande disponibilità in questo senso».

Corea del Nord, Siria, Medio Oriente: nel mondo c’è aria di guerra. Che ne pensa?
«Per dirla con Giussani, stiamo assistento al trionfo della mediocrità. L’Italia è ad una svolta, che i mass media e gli intelletuali ritengono irreversibile, costituita dalla vittoria pentastellata: un movimento fondato da un guitto! Allargando lo sguardo, constatiamo che la guerra mondiale può scoppiare per colpa di un imbecille di 30 anni ipodotato intellettualmente. Incredibile che si sia arrivati a tal punto per il delirio di onnipotenza di mediocri che nessuno ferma! Prego la Madonna perché ci sia una presa di posizione ben precisa almeno della Chiesa, anche se sta attraversando un momento di fatica.

A tal proposito, perché si sta scristianizzando l’Europa?
«E’ quello che aveva intuito con profondità Benedetto XVI durante il sinodo sulla nuova evangelizzazione. Il problema è che oggi l’evangelizzazione si è svaporata tra le nostre mani; nell’attuale magistero essa non ha più il peso teorico e pratico che aveva con Benedetto e quindi tutto l’invito ad occuparsi di alcune conseguenze negative del mondo finisce per occupare quasi interamente il discorso ecclesiale».

Che ne pensa di Trump?
«Non sono un politologo ma c’è un fatto: ad una amministrazione Usa, quella Obama-Clinton, totalmente iscritta in una antropologia antireligiosa, è succeduta una presidenza che ogni tanto fa riferimento ai valori religiosi e questo non lo posso vedere se non come positivo. Poi come questo si possa sposare con certo avventurismo e decisionismo non so dare risposte. Certo, ogni tanto più che un presidente Usa mi sembra un guitto pure lui...».

Una opinione o un auspcio per la politica ferrarese?
«Non entro nel dibattito interno al Pd ma non ritengo più giusto che sia dato un credito indiscusso e indiscutibile solo ad esso. Credo sia auspicabile l’inizio di un cammino in cui, a partire da certi principi propri, ciascuno possa fare scelte anche partitiche non a senso unico. Comacchio è l’esempio significativo di come una nuova generazione di giovani freschi e non incartapecoriti nella difesa di una ideologia possa fare bene. Ma anche Bondeno! Spero che anche la città di Ferrara possa esprimere qualcosa di nuovo anche se, onestamente, al momento vedo poco».

Cambiando discorso: le sue dichiarazioni sulle dimissioni di Ratzinger hanno sollevato un vespaio di polemiche!
«Non ho mai parlato di complotto ma la mia coscienza è stata interpellata dal fatto che il presidente Usa abbia detto alla sua intelligence di verificare se fosse vero che l’amministrazione Obama aveva tentato di mettere le mani sulla vita della Chiesa. Io non ho alcuna certezza di complotti! Mi sono limitato a rilanciare un dubbio sollevato da Trump: con la mia uscita ho impedito di ignorarlo e per questo sono stato criminalizzato».

 

da: http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/vescovo-luigi-negri-chiesa-ratzinger-1.3051819

Argomento: Chiesa

Fatima, porta della speranza

Il messaggio di Fatima non rappresenta solo un antidoto alla penetrazione degli errori del comunismo, apre anche i cuori alla speranza nel futuro della Chiesa e della società intera. Sei Pontefici hanno riconosciuto e onorato le apparizioni della Cova da Iria. Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI visitarono il Santuario da Papi, mentre Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I vi si recarono da cardinali. Pio XII vi inviò il suo delegato, il cardinale Aloisi Masella. Chi non è mai stato a Fatima non perda l’occasione di andarci, nel centenario di quest’evento. Chi c’è già stato, ci ritorni.
RC n.123 - aprile 2017 di Roberto de Mattei

Chi si reca in pellegrinaggio a Lourdes lo fa per immergersi nell’atmosfera soprannaturale di un luogo. La Grotta in cui la Madonna apparve a santa Bernadette nel 1858 e le piscine in cui i malati continuano ad essere immersi nell’acqua miracolosa, sono lembi di terra benedetta in una società ormai sconsacrata. Chi va a Fatima, lo fa invece per trarre refrigerio spirituale non da un luogo, ma da un Messaggio celeste: il cosiddetto “segreto”, che la Madonna affidò a tre pastorelli cento anni fa, tra il maggio e l’ottobre del 1917. Lourdes guarisce soprattutto i corpi, Fatima offre una direzione spirituale alle anime disorientate.

Il 13 maggio 1917, alla Cova de Iria – un luogo sperduto, tutto sassi e ulivi, vicino al villaggio di Fatima in Portogallo –, a tre bimbi che stavano badando alle loro pecore, Francesco e Giacinta Marto e la cuginetta Lucia dos Santos, apparve, secondo le loro parole, «una Signora, tutta vestita di bianco, più splendente del sole, che diffondeva una luce più chiara e intensa di un bicchiere di cristallo pieno di acqua pura, attraversato dai raggi del sole più ardente». Questa Signora si rivelò come la Madre di Dio, incaricata di portare un messaggio agli uomini, e dette appuntamento ai tre  pastorelli per il 13 del mese successivo e così via, fino al 13 ottobre. L’ultima apparizione si concluse con un grandioso miracolo atmosferico, detto la “danza del sole”, visto fino a oltre 40 chilometri di distanza, da decine di migliaia di testimoni.

Il segreto rivelato dalla Madonna a Fatima consiste di tre parti, che formano un insieme organico e coerente. La prima è la terrificante visione dell’inferno in cui precipitano le anime dei peccatori; a questo castigo si contrappone la misericordia del Cuore Immacolato di Maria, supremo rimedio offerto da Dio all’umanità per la salvezza delle anime.

La seconda parte riguarda una drammatica alternativa storica: la pace, frutto della conversione del mondo e dell’adempimento delle richieste della Madonna, oppure una terribile punizione che avrebbe atteso l’umanità, se questa si fosse ostinata nelle vie del peccato. La Russia sarebbe stata lo strumento di questo castigo.

La terza parte, divulgata dalla Santa Sede nel giugno 2000, dilata la tragedia alla vita della Chiesa, offrendo la visione di un Papa e di vescovi, religiosi, religiose e laici colpiti a morte dai persecutori. Le discussioni che si sono aperte negli ultimi anni su questo “Terzo Segreto” rischiano però di offuscare la forza profetica della parte centrale del Messaggio, riassunta da due frasi decisive: «la Russia diffonderà nel mondo i suoi errori» e «Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà».

Il 13 luglio del 1917, quando la Madonna rivolge ai fanciulli di Fatima queste parole, la minoranza bolscevica non ha ancora conquistato il potere in Russia. Ciò avverrà qualche mese dopo con la “Rivoluzione di Ottobre”, che segna l’inizio della diffusione nel mondo di una filosofia politica, che si propone di scardinare i fondamenti dell’ordine naturale e cristiano. «Per la prima volta nella storia – affermò Pio XI nella sua enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937 – stiamo assistendo ad una lotta freddamente voluta e accuratamente preparata dall’uomo contro tutto ciò che è divino (2 Tess. 1, 4)».  Non c’è stato nel Novecento crimine analogo al comunismo, per lo spazio temporale in cui si è disteso, per i territori che ha abbracciato, per la qualità dell’odio che ha saputo secernere. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica questi errori si sono come liberati dall’involucro che li conteneva, per propagarsi come miasmi ideologici a tutto l’Occidente, sotto forma di  relativismo culturale e morale.

Gli errori del comunismo sembrano essere penetrati all’interno della stessa Chiesa cattolica. Papa Bergoglio ha recentemente ricevuto in Vaticano gli esponenti dei cosiddetti “movimenti popolari”, rappresentanti della nuova sinistra marx-ecologista, e ha espresso la sua simpatia verso i regimi filo-marxisti dei fratelli Castro a Cuba, di Chávez e Maduro in Venezuela, di Morales in Bolivia, di Rafael Correa in Ecuador, di José Mujica in Uruguay, dimenticando le parole di Pio XI che, nell’enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937, definiva il socialcomunismo come «intrinsecamente perverso».

Il messaggio di Fatima rappresenta un antidoto alla penetrazione di questi errori. Sei Pontefici hanno riconosciuto e onorato le apparizioni della Cova da Iria. Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI visitarono il Santuario da Papi, mentre Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I vi si recarono quando erano ancora il cardinale Roncalli e il cardinale Luciani. Pio XII vi inviò il suo delegato, il cardinale Aloisi Masella.

Chi non è mai stato a Fatima non perda l’occasione di andarci, nel centenario di quest’evento. Chi è già stato una o più volte, faccia come ho fatto io: ci ritorni. Non troverà, almeno fino a Pasqua, una grande massa di pellegrini. Ignori il nuovo santuario, che nella sua bruttezza ricorda quello di san Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, e limiti la sua visita alla cappellina delle apparizioni, al vecchio santuario, che ospita le spoglie dei beati Giacinta e Francesco, e al colle del Cabeço dove, nel 1916, l’Angelo del Portogallo anticipò le apparizioni ai tre pastorelli. Fatima svela ai suoi devoti la portata della tragedia del nostro tempo, ma apre anche i cuori ad una invincibile speranza nel futuro della Chiesa e della società intera.

 

Radici cristiane: https://www.radicicristiane.it/2017/04/editoriali/fatima-porta-della-speranza/

Argomento: Madonna


 

di Riccardo Cascioli
22-03-2017

 

C'è un’aria sempre più pesante nella Chiesa: chiunque osi soltanto mostrare qualche perplessità su alcuni interventi di papa Francesco o semplicemente ribadisca le verità di fede che la Chiesa ha sempre annunciato, finisce nel mirino dei nuovi giacobini. L’ultimo in ordine di tempo a fare le spese di questo clima è il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Muller, che sarà questa sera a Trieste per un incontro nel quadro dell’iniziativa della cattedra di san Giusto.

Ebbene il suo arrivo è stato preceduto da una lettera di protesta del solito gruppetto catto-comunista, a cui ha fatto da sponda il quotidiano locale (laicista) Il Piccolo: “Raccolta firme contro l’arrivo del cardinale anti-Bergoglio”, titolava il giornale. Inutile ribadire che mai il cardinale Muller si è voluto porre contro il Papa, ma ormai basta affermare la centralità della dottrina nell’appartenenza alla Chiesa per scatenare la caccia alle streghe. E siccome non lo si può dire apertamente, si usa come pretesto la questione pedofilia: in questo caso Muller è diventato il capro espiatorio per le rumorose dimissioni di una vittima di abusi sessuali dalla commissione ad hoc istituita dal Papa (e ci sarebbe da riflettere sull’uso che si sta facendo di un dramma come la pedofilia per regolare i conti con vescovi non proprio in linea con l’attuale pontificato).

Il caso di Trieste comunque è grave, meriterebbe un intervento deciso da parte della Sala Stampa della Santa Sede, ma chissà perché ci sentiremmo di scommettere sul silenzio. Forse perché ultimamente assistiamo, ad esempio, a continue e impunite esternazioni imbarazzanti contro i cardinali che hanno firmato i Dubia, anche ad opera di persone ritenute vicine al Papa. È il caso presentato nei giorni scorsi dal vaticanista Sandro Magister, che ha pubblicato alcuni stralci degli interventi del vescovo Bruno Forte e dello storico della Chiesa Alberto Melloni lo scorso 9 marzo a Roma, in occasione di una conferenza. Se Forte ha indicato i seminatori di dubbi quale causa di «insicurezze e divisioni tra i cattolici e non solo», Melloni l’ha buttata sulla derisione definendo i cardinali «quattro ciliegie che si credono la metà del ciliegio».

Il 25 febbraio c’era stato invece un attacco pesante di don Vinicio Albanesi, fondatore della comunità di Capodarco, che ricevuto in udienza con la sua comunità, aveva invitato il Papa a lasciare perdere «quanti cincischiano con i dubia. Sono un po’ farisei e nemmeno scribi, perché non capiscono la misericordia con cui lei suggerisce le cose. Lei abbia pazienza. È una fatica, ma noi siamo con lei e la sosterremo sempre». Incredibile che si possa parlare così pubblicamente di cardinali davanti al Papa, ma c’è da dire che da parte del Pontefice non c’è stata alcuna reazione.

Un silenzio che può essere interpretato in modi diversi, ma certamente c’è chi lo capisce come un segnale che certi insulti si possano rivolgere tranquillamente. E si comporta di conseguenza. Del resto, duole dirlo, lo stesso papa Francesco nella recente intervista al giornale tedesco Die Zeit, ha espresso parole ben poco lusinghiere nei confronti del cardinale Raymond Burke. Il tema era la vicenda dell’Ordine di Malta, ma l’accusa di incapacità rivolta a quello che resta nominalmente il cardinale patrono dei cavalieri di Malta, è senza precedenti.

Ai Dubia dunque non arrivano risposte, in compenso arrivano insulti a chi li ha formulati. E soprattutto accuse di disobbedienza, di ostilità nei confronti del Papa, di seminatori di zizzania e via di questo passo. Ma per capire questi attacchi vale la pena ricordare chi sono i nuovi inquisitori. Abbiamo citato Alberto Melloni, persona che si picca di essere molto vicino a papa Francesco, e sicuramente tra i più insistenti nell’insulto ai cardinali dei Dubia.

Nell’incontro pubblico di cui all’inizio dell’articolo, Melloni dopo aver definito come «improprio lo strumento stesso delle domande fatte al Papa», afferma che vescovi e cardinali non hanno il diritto di trattare il Papa da imputato. Ora, a parte che i Dubia sono uno strumento previsto e molte volte usato per chiarire il senso di alcuni documenti e non solo; e a parte che nessuno ha trattato il Papa da imputato, bisogna ricordare che il Melloni oggi “papista” è lo stesso Melloni firmatario di un documento di aperta contestazione a san Giovanni Paolo II.

Correva l’anno 1989, Giovanni Paolo II era papa da 11 anni, e teologi e intellettuali di sinistra non potevano sopportare un’interpretazione del Concilio Vaticano II che non andasse nel senso di una rottura con la Chiesa precedente e della fondazione di una nuova Chiesa. Meno che mai potevano sopportare che il Papa nominasse dei vescovi non in linea con la rivoluzione in corso. Così dopo un durissimo testo del teologo moralista Bernard Haring (sarà un caso che ora sta tornando di moda?) che contestava il Papa in materia di morale sessuale, nel gennaio 1989 esce la Dichiarazione di Colonia, un attacco frontale al Papa firmato da 162 teologi di lingua tedesca. Iniziativa che viene poi replicata in Olanda, Spagna, Francia, Belgio e altri paesi.

E in maggio è seguita dalla Lettera ai cristiani di 63 teologi italiani, che non riconoscendosi nel Magistero di Giovanni Paolo II decidono di farsi loro stessi magistero rivolgendosi direttamente al popolo di Dio. Non solo Melloni è tra i firmatari: ovviamente ci sono i suoi soci della “Scuola di Bologna”, il fondatore Giuseppe Alberigo in testa; c’è il priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, c’è l’attuale vice-presidente della Conferenza episcopale italiana e vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla; ci sono i nomi più noti della teologia italiana, i cui testi tuttora fanno scuola nei seminari e nelle università pontificie. E molti di loro sono fra gli attuali “papisti”, censori e fustigatori di quanti ricordano che non esiste la Chiesa di Francesco ma esiste la Chiesa di Cristo.

Ma basta dare un’occhiata alle rivendicazioni di allora per capire cosa sta accadendo oggi: la richiesta di una “svolta pastorale”, libertà dei teologi dal Magistero, nomine dei vescovi fatte dal basso (ovviamente solo se progressiste), lo “spirito del Concilio” contro “la lettera del Concilio”, autonomia delle Chiese locali da Roma.

Allora c’era Giovanni Paolo II; adesso che c’è papa Francesco bandiera della “svolta pastorale”, invece gli stessi personaggi invocano il centralismo romano, nomine dei vescovi dall’alto in barba a tutte le procedure tradizionali, obbligo di una sola linea teologica, punizione severa per chiunque intendesse obiettare.

È l’evidenza che le posizioni di certi “papisti”, turiferari e guardiani della rivoluzione, non hanno niente a che vedere con l’amore per la Chiesa e per l’unità intorno al Papa: è solo un’operazione ideologica per fare avanzare un’agenda che rompe con la tradizione, al fine di affermare una “nuova Chiesa del popolo”. E si sa, quando il popolo lo vuole, non c’è spazio per Dubia.

 

http://www.lanuovabq.it/it/stampaArticolo-insulti-ai-cardinali-e-nuova-chiesa-del-popolo--19320.htm

Argomento: Chiesa

 

L’erosione dell’ordinamento sacramentale cattolico in Germania

 

Commento al comunicato stampa
della Conferenza Episcopale Tedesca del 1 febbraio 2017

di Christian Spaemann

E così ci si è arrivati. I vescovi tedeschi hanno fatto qualcosa di cui non avevano assolutamente la potestà: hanno indebolito l’ordinamento sacramentale della Chiesa cattolica. I fedeli in situazioni irregolari, vale a dire in relazioni sessuali stabili al di fuori di un matrimonio sacramentale, avranno la possibilità di ricevere i sacramenti. Quel che qui conta è «rispettare … la loro decisione di ricevere i sacramenti». I sacerdoti che si attengono alla prassi sinora in vigore, secondo il documento dei vescovi, dovranno far cadere la tendenza a un «giudizio sbrigativo» e a un «atteggiamento rigoristico ed estremo». I vescovi hanno fatto propria la logica di un falso concetto di misericordia, con conseguente caricatura di coloro che seguono il magistero della Chiesa cattolica e la sua intrinseca ragionevolezza.

Nel loro documento i vescovi tedeschi violano delle norme chiare, che numerosi papi, in particolare Giovanni Paolo II, e il Catechismo della Chiesa Cattolica hanno stabilito in maniera inequivocabile in linea con tutta la tradizione magisteriale della Chiesa. Il richiamo dei vescovi all’esortazione postsinodale “Amoris Laetitia” di papa Francesco, non giustifica questo modo di procedere, dal momento che essa deve essere interpretata alla luce della tradizione. Diversamente, non le si dovrebbe prestare la propria sequela, dal momento che il Papa non sta al di sopra della tradizione magisteriale della Chiesa.

Nella sostanza, il punto è che, secondo l’insegnamento della Chiesa, vi sono norme che valgono senza eccezioni e non sono soggette a valutazioni particolari, che possano, cioè, essere decise caso per caso in maniera diversa. Ciò rientra nella natura stessa della persona umana, cui compete una dignità che impone determinati limiti nell’approccio con se stessi e con gli altri. Rientra qui la sessualità umana, che non può essere strumentalizzata o vissuta al di fuori di certi contesti, senza ferire la propria dignità o risultare colpevole, indipendentemente da come debbano essere valutate le circostanze soggettive e, quindi, la colpa personale. Se qualcuno, per esempio, ha un disturbo cerebrale organico, a causa del quale non può governare i suoi affetti e in conseguenza del quale continua a insultare sua moglie, egli, malgrado questo fatto, finisce lo stesso per macchiare la sua relazione con lei e continuerà a provare dispiacere per come la tratta, anche se non può farci nulla o quasi nulla.

La sessualità umana può essere intesa solo a partire dal suo significato. Secondo la concezione cristiana, essa è espressione della comunione tra uomo e donna, su un piano biologico, corporeo, spirituale e personale, «un simbolo reale della donazione di tutta la persona» (Giovanni Paolo II, esortazione postsinodale “Familiaris Consortio” (FC 80). 
Della persona nella sua integralità fanno parte il passato e il futuro e, pertanto, la donazione di tutta la persona è possibile solo nel pieno coinvolgimento del suo passato e del suo futuro, così come si esprime nel Sì del matrimonio.
Per questa ragione la Chiesa colloca da sempre la sessualità della persona umana nel contesto del matrimonio, come l’unico luogo, dove essa può essere vissuta in corrispondenza con la dignità che Dio ha voluto per essa. Si tratta di un comandamento e non di un ideale, come, invece, si continua a chiamarlo.
Ogni esercizio della sessualità che non corrisponda a questo comandamento costituisce, oggettivamente, una separazione della persona interessata dalla sua vocazione, vale a dire, un peccato.
Su questo non ci sono eccezioni.
Allo stesso modo, i metodi artificiali, che hanno come scopo impedire il concepimento, violano sempre la dignità dell’atto sessuale, perché i partner, in qualche modo, finiscono per considerarsi reciprocamente come oggetto, anche qualora si fosse in  presenza di circostanze difficili e i partner fossero sicuri  di avere delle buone intenzioni l’uno verso l’altro. Il linguaggio del corpo costituisce, infatti, una realtà oggettiva, che non si può travalicare mediante un atteggiamento soggettivo.
Si è qui di fronte al cosiddetto “actus intrinsece malus”. Con questa espressione si intendono atti o contesti di atti che, in nessun caso, possono essere definiti come buoni. Tommaso d’Aquino ha elaborato questo concetto e Giovanni Paolo II lo ha fissato come magistero vincolante della Chiesa nella sua enciclica “Veritatis Splendor” (VS 79). In base ad esso «le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto “soggettivamente” onesto o difendibile come scelta» (VS 81). Questo principio vale in maniera specifica per la sessualità umana.

Un punto decisivo nell’attuale confusione riguardo al magistero ecclesiale in questo ambito sta nella lettura riduttiva delle affermazioni di Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Familiaris Consortio” (FC 84). Essa è emersa anzitutto nella Relatio del gruppo sinodale di lingua tedesca, del 21 ottobre 2015, e, successivamente, ha trovato accesso nel documento conclusivo del sinodo. Essa è stata ripetuta in numerose presi di posizione di vescovi e cardinali e ha trovato espressione in AL, ripresentandosi oggi nell’ultimo comunicato stampa della Conferenza Episcopale Tedesca.
Che cosa è accaduto? Nell’articolo 84 FC, trattando dei divorziati risposati, si afferma che si devono «ben distinguere le diverse situazioni».  In questo passo si citano alcune motivazioni, umanamente comprensibili, per cui delle persone sposate, dopo una separazione, avviano una nuova unione. È chiaro che all’allora pontefice premeva richiamare il lato soggettivo delle situazioni coinvolte e una valutazione della responsabilità morale che doveva essere applicata in maniera differenziata ai singoli casi, in maniera tale da sensibilizzare il clero a una pastorale attenta e discreta.
Proprio qui, però, c’è il punto decisivo: Giovanni Paolo II non  ne deduce affatto che nei singoli casi di colpa soggettiva diminuita o superata sia possibile l’accesso ai sacramenti. Al contrario, poche righe più sotto introduce con un chiaro “Nihilominus …” il limite della situazione oggettiva di disordine che vale per tutti coloro che vivono in una tale situazione: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Viene, poi, una precisazione decisiva:  i divorziati risposati sono da ammettere ai sacramenti solo se «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi».

Il linguaggio del corpo nella sessualità non può, dunque, essere travalicato semplicemente mediante delle circostanze attenuanti né una situazione oggettiva di peccato può essere legittimata mediante l’amministrazione dei sacramenti. Una differenziazione per casi singoli non è qui possibile. Questo insegnamento e l’ordinamento sacramentale che ne risulta, in accordo con tutta la tradizione magisteriale della Chiesa, è stato espressamente confermato nei successivi documenti del magistero, tra l’altro nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1650) e nell’esortazione postsinodale di Benedetto XVI “Sacramentum Caritatis” (29).

Questo passaggio decisivo di FC è stato, invece,  sistematicamente tralasciato nei documenti più recenti. Si tratta di un tentativo, chiaramente non trasparente, di armonizzare dei testi contradditori. Invece di prendere posizione rispetto alla netta delimitazione del “Nihilominus”, nei testi pubblicati su questo tema si mantiene la prospettiva soggettiva della situazione irregolare. Si raccomanda, così, un approfondito esame di coscienza, con il quale la persona coinvolta, nel cosiddetto “forum internum”, l’ambito della coscienza individuale, dovrebbe riflettere sul passato e sul presente delle proprie relazioni (tra gli altri AL 300). In tal modo si desta l’impressione che la volontà di far luce e rielaborare le conseguenze morali e psicologiche di un divorzio e di un nuovo matrimonio civile, come, per esempio, il  chiarimento delle responsabilità nei confronti del partner precedente o della relazione con i figli nati dal primo matrimonio, possa essere presupposto sufficiente per l’ammissione ai sacramenti. 

Secondo l’insegnamento della Chiesa, invece, in casi simili tali premesse sussistono solo quando siano rispettati i criteri oggettivi dell’ordinamento cristiano della vita, vale a dire o l’astinenza sessuale o la non validità del matrimonio sacramentale, magari dimostrabile solo nel foro interno. Proprio qui sta la linea di rottura con l’insegnamento della Chiesa, che, esattamente in questo punto non viene affatto portato al suo sviluppo o approfondita, come continuamente si sostiene.

La logica interna di una pastorale della misericordia, unicamente orientata alla soggettività dei fedeli, porta di per sé molto oltre la questione dei divorziati risposati civilmente. Nei corrispondenti documenti, come, per esempio, nella Dichiarazione dei vescovi tedeschi, si continua,  difatti, a parlare di «situazioni irregolari». Coloro che «non sanno ancora decidersi per il matrimonio» vengono, a loro volta, citati in questo contesto. Appare allora del tutto conseguente che anche la LGTB-Community voglia prendere la parola nella Chiesa e pretenda che sia allentata la disciplina per ciò che la compete (https://newwaysministryblog.wordpress.com/2017/01/23/instructions-on-amoris-laetitia-from-maltas-bishops-can-inform-lgbt-issues-too/, vgl. hierzu auch http://www.kath.net/news/57028). Perché, del resto, dovrebbero essere esclusi?  Ovviamente questo tipo di sviluppo non si ferma nemmeno davanti all’enciclica “Humanae Vitae” di Paolo VI, che viene messa in dubbio nella sua non equivocabilità (Instrumentum laboris 2016, Art. 137; cfr., qui, anche http://www.kath.net/news/54124).

Le conseguenze del nuovo concetto di misericordia non possono essere limitate al solo ambito delle relazioni di coppia e della sessualità. Così, proprio richiamandosi ad AL, una parte dell’episcopato canadese, ha stabilito di concedere l’accompagnamento dei sacramenti della Chiesa in prossimità della morte a delle persone che intendono avvalersi del suicidio assistito o dell’eutanasia (https://cruxnow.com/global-church/2016/09/21/canadian-bishops-issue-guidelines-assisted-suicide-cases/).

Ci troviamo solo all’inizio di quanto può svilupparsi da questa concezione della misericordia.  Lungo una simile china scivolosa si può con certezza prevedere che cosa sta per arrivare: si deve solo seguire la logica. Quel che qui accade è fatale anche perché nei relativi documenti ecclesiali non viene più cercato alcun collegamento  ragionevole con la tradizione ecclesiale. Si mette così in questione l’intima unità di fede e ragione. In molti fedeli si fa strada quindi l’impressione di una sorta di possibilità di costruire a piacimento in quel che riguarda la fede, la morale e la pastorale e tutto questo spinge l’avanzata del relativismo. 
All’idea che si va diffondendo che il cristianesimo cattolico  possa elaborare il proprio insegnamento facendo a meno del diritto naturale, dell’antropologia e della coerenza interna dei propri contenuti, sembra ispirarsi il breve tweet del gesuita italiano Antonio Spadaro: «La teologia non è matematica. 2 + 2 in teologia può far 5 … » (Epifania 2017).

La domanda che ora si pone è se i sacerdoti che si attengono all’ordinamento sacramentale della Chiesa sinora tramandato, possano essere definiti come rigoristi, estremisti e privi di misericordia. Questi verdetti colpiscono anche san Giovanni Paolo II e, con lui innumerevoli sacerdoti in tutto il mondo? Ovviamente, no.  Chiarire che esistono dei limiti non è di per sé assenza di misericordia.
Rigorista sarebbe un sacerdote che, per esempio, sottoporre a pressioni, senza considerazione per il contesto e per le conseguenze, una donna risposata, con tre figli, e pretendere che sin da subito si rifiuti al marito, minacciandole l’inferno.
Rigorista sarebbe anche un sacerdote che si rifiutasse di accompagnare pastoralmente, in maniera generica,  una persona che ha deciso di chiedere l’eutanasia. Ben difficilmente si possono negare l’accompagnamento, la benedizione e la preghiera.
Invece, spiegare alla persona interessata perché non può ricevere l’assoluzione sacramentale nella Confessione o la Comunione non ha nulla a che fare con il rigorismo. Conosco sacerdoti che hanno ottimi contatti con delle persone in situazioni irregolari, che le trattano con rispetto, le integrano nella loro parrocchia, senza amministrare loro i sacramenti.

Dei concetti sociologici oggi così frequentemente usati nella Chiesa, come “inclusione” o “nessuno deve essere rifiutato”, soggiacciono spesso a un equivoco di fondo. Se un paziente cerca il mio aiuto come medico, neppure il più radicale sostenitore della psichiatria sociale pretenderebbe da me che io accettassi da prescrivere a quel paziente il farmaco che lui a tutti i costi vuole avere. È da sempre un fatto ovvio e parte della liturgia, sia in Oriente che in Occidente, che i fedeli confessino i loro peccati in forma generale, prima di unirsi al Signore nella Comunione. Prendiamo le distanze dai nostri peccati, ci rivolgiamo al Signore e riceviamo nella Comunione il suo perdono. Nel caso dei peccati gravi il sacramento della Confessione deve precedere la Comunione. È quindi altrettanto ovvio che le persone, che vivono in relazioni sessuali obiettivamente disordinate, non partecipino alla Comunione, qualora, per qualunque ragione si tratti, non si sentano in condizione di rinunciarvi.

È fuori discussione che esistano numerose situazioni di vita, in cui delle relazioni sessuali vengano vissute al di fuori di un matrimonio valido.  A questo proposito c’è, però, una differenza fondamentale se si conserva il timore reverenziale davanti alla santità di Dio e ai suoi comandamenti mediante l’astinenza eucaristica, sperando nella Sua misericordia, o se  ci si arroga il giudizio su se stessi, senza cambiare la situazione di vita che contraddice i comandamenti, pretendendo di discolparsi, mediante la confessione di altri peccati e l’unione con Cristo nella Comunione. La constatazione delle «circostanze attenuanti», vale a dire il giudizio soggettivo di chi amministra e di chi riceve il sacramento, non può passare sopra la situazione oggettiva.
La Chiesa su questo punto non ha affatto la piena potestà. La grazia di Dio non è legata ai sacramenti, ma solo a Lui compete in questi casi il giudizio, e noi non lo conosciamo. «La Tua parola è luce ai miei passi», si legge nel salmo (119, 105). Proprio nei casi in cui alla stessa persona interessata, a chi le sta intorno e a chi l’ha in cura d’anima appare particolarmente difficile vederla come peccato, si dovrebbe tener presente che noi non conosciamo la volontà assoluta di Dio e, quindi, non possiamo superare i limiti del cono di luce che ci è concesso. Qui si richiede l’umiltà, non l’amministrazione dei sacramenti. La misericordia di Dio non può essere imposta per decreti.

L’affermazione dei vescovi tedeschi che nel discernimento riguardo all’amministrazione del sacramento in situazioni irregolari «la coscienza di tutte le persone coinvolte sia da prendere nella massima considerazione», il fatto che i sostenitori del nuovo concetto di misericordia parlino di «situazioni complesse» e la tesi secondo cui non ci sarebbero «soluzioni semplici», appaiono come argomenti mendaci che rendono opachi dei dati di fatto di per sé semplici. 
Perché dovrebbe essere difficile per le persone coinvolte stabilire se vivono in castità o no? Anche chiarire se il matrimonio contratto sacramentalmente sia stato invalido o no è qualcosa che senza particolari strapazzi per la coscienza può essere chiarito con l’aiuto di un esperto canonista. In una delle sue ultime interviste l’anziano e saggio Konrad Adenauer, richiesto circa la sua propensione a semplificare, disse che si devono vedere le cose così profondamente da renderle semplici. Se si rimane solo alla superficie delle cose, esse non sono semplici, ma se si guarda in profondità, allora si vede quel che è reale, e questo – spiegava – è sempre semplice.

Coloro che vogliono allentare l’ordinamento sacramentale cattolico, se si guardano le cose in questo modo, non possono certo richiamarsi alla misericordia divina. In tal caso non si finisce certo per fare il bene delle persone coinvolte. È scandaloso vedere come a questo scopo essi si richiamino al diario della santa suora Faustyna Kowalska. Giovanni Paolo II fu colui che ne riconobbe l’importanza e che canonizzò questa semplice religiosa. Io stesso, qualche anno fa, studiai a fondo questo libro e non vi trovai nemmeno una traccia di incoraggiamento a pretendere di andare oltre i limiti rispetto alla misericordia di Dio fonte di timore e tremore. Al contrario, spirito e lettera di questo scritto si muovono in tutt’altra direzione.

Tutti i fedeli che vivono in relazioni sessuali irregolari, soprattutto coloro che si trovano dalla parte delle vittime, che sono stati feriti, abbandonati, forse persino abusati, e che si sono già sforzati di vivere in castità, in breve, tutti coloro che meritano in maniera particolare la comprensione della Chiesa, sono esortati a non fare uso delle nuove possibilità di ricevere il Sacramento. Essi, mediante l’astinenza eucaristica, possono a loro modo rendere testimonianza alla santità di Dio e dei suoi comandamenti. In tal modo, essi potrebbero anche stare più vicini a Dio di alcuni di coloro che, in nome di una falsa idea di misericordia, vogliono amministrare i sacramenti.

(Traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni http://www.kath.net/news/58530 . da http://www.corrispondenzaromana.it/lerosione-dellordinamento-sacramentale-cattolico-in-germania/)

Argomento: Chiesa

 «Scismi, sacrilegi e poca fede scuotono la Messa»

 Sarah rimette al centro la questione liturgica 

 

Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé (QUI l'originale in francese). 

RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI

Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato il motu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».

Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo “rubricismo” troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».

UNA RIFORMA IN ROTTURA

La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa “riforma” che ha sostituito il vero “restauro” voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».

LA CRISI DELLA CHIESA E LA CRISI LITURGICA

Ricordando la famosa indicazione espressa in diverse occasioni già dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, il prefetto ha sottolineato che «la crisi che scuote la chiesa da circa una cinquantina d'anni, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, è legato alla crisi della liturgia, e quindi dal mancato rispetto, la desacralizzazione e la riduzione alla dimensione orizzontale degli elementi essenziali del culto divino». 

Anche se il Concilio ha voluto promuovere una maggior partecipazione attiva del popolo di Dio, «noi non possiamo chiudere gli occhi sul disastro, la devastazione e lo scisma che i promotori moderni di una liturgia viva hanno provocato rimodellando la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Essi hanno dimenticato che l'atto liturgico è, non soltanto una preghiera, ma anche e sopratutto un mistero nel quale si realizza per noi qualche cosa che noi non possiamo comprendere pienamente, ma che noi dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell'amore, nell'obbedienza e nel silenzio adoratore. E questo è il vero senso della partecipazione attiva dei fedeli».

LA LITURGIA COME SACRIFICIO E GLORIFICAZIONE DI DIO

C'è una «grave crisi di fede», secondo Sarah, che dobbiamo riconoscere «non solo a livello dei fedeli, ma anche e sopratutto presso numerosi preti e vescovi, che ci ha messo nell'incapacità di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come atto identico, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, e che rende presente il Sacrificio della Croce in una maniera non cruenta, ovunque nella Chiesa, attraverso tutti i tempi, luoghi, popoli e nazioni. Si ha spesso la tendenza sacrilega di ridurre la Santa messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a una autocelebrazione della comunità, o peggio ancora, a un mostruoso intrattenimento contro l'angoscia di una vita che non ha più senso, o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo svela e ci obbliga a guardare in verità la nostra interiorità». 

Molti «ignorano che la finalità di tutte le celebrazioni è la gloria e l'adorazione di Dio, la salute e la santificazione degli uomini, poiché, nella liturgia, “Dio è perfettamente glorificato e gli uomini santificati (Sacrosantum concilium n° 7). Questo è l'insegnamento del Concilio, una maggioranza dei fedeli, preti e vescovi compresi, lo ignorano».

L'ADORAZIONE DI DIO E NON DELL'UOMO

«Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI», ha scritto il cardinale, «alla radice della liturgia si trova l'adorazione, e quindi Dio. Pertanto, bisogna riconoscere che la grave e profonda crisi che, dopo il Concilio, influenza e continua a influenzare la liturgia e la stessa Chiesa, è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e la sua adorazione, ma gli uomini e la loro pretesa capacità di “fare” qualche cosa per occuparsi durante la celebrazione eucaristica.

Anche oggi, un numero importante di ecclesiastici sotto-stimano la grave crisi che attraversa la Chiesa: relativismo nell'insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, desacralizzazione e banalizzazione della santa liturgia, visione puramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano in modo alto e forte che il concilio Vaticano II ha suscitato una vera primavera nella Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di di ecclesiastici stanno prendendo in considerazione questa “primavera” come un rifiuto, una rinuncia del patrimonio secolare, a anche come una rimessa in causa radicale del passato della Chiesa e della sua Tradizione. Si accusa l'Europa politica di abbandonare o di negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad avere abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano, è incontestabilmente la Chiesa cattolica postconciliare».

LA TRADUZIONE DEL MESSALE

A proposito di un argomento attuale, vista la commissione recentemente istituita e che sta lavorando proprio su questo tema, il cardinale ha specificato che «certe Conferenze episcopali rifiutano anche di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni reclamano che ogni chiesa locale possa tradurre il messale romano, non secondo il patrimonio sacro della Chiesa e in base ai metodi e i principi indicati da Liturgiam authenticam, ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali suscettibili di essere, dicono, comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo desidera essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Il Vangelo e la Rivelazione, anch'essi, sono “reinterpretati”, “contestualizzati” e adattati alla cultura occidentale decadente. (…) Molti rifiutano di guardare in faccia all'opera di autodistruzione della Chiesa con le sue stesse mani, attraverso la demolizione pianificata dei suoi fondamenti dottrinali, liturgici, morali e pastorali».

IL FUTURO DI SUMMORUM PONTIFICUM

Al termine del suo lungo e articolato messaggio il prefetto del Culto divino ha indicato quella che «da lungo tempo» è una convinzione che lo abita. «La liturgia romana riconciliata nelle sue due forme, che è essa stessa frutto di uno sviluppo, (…), può lanciare il processo decisivo del “movimento liturgico” che tanti sacerdoti e fedeli attendono da tempo. Da dove cominciare? Io mi permetto di proporre tre piste che ho riassumo in queste tre lettere: SAF, silenzio, adorazione, formazione. (…) Il silenzio, senza il quale non possiamo incontrare Dio, (…) l'adorazione (…) e la formazione liturgica a partire da un annuncio della fede o catechesi avente come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ciò che ci protegge da eventuali elucubrazioni più o meno convincenti di alcuni teologi ammalati di “novità”. (…) Io vi chiedo di applicare Summorum pontificum con grande cura; non come una misura negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce dei muri e crea dei ghetti, ma come un importante e vero contributo all'attualità e al futuro della vita liturgica della Chiesa».

di Lorenzo Bertocchi 02-04-2017 per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-scismi-sacrilegi-e-poca-fede-scuotono-la-messasarahrimette-al-centro-la-questione-liturgica-19425.htm#.WOEOlDtjc6g.facebook

Argomento: Chiesa

 Guida bioeticamente scorretta per cattolici adulti

Una potente ironia percorre questa meditazione quaresimale e civica sul principale fattore di distruzione del cattolicesimo italiano.
Per non dimenticare chi ci ha tradito ci serve capire come ragiona: per non ripetere gli errori del passato.

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Il cattolico adulto lo sa, sa di essere diverso, aperto ai tempi che mutano e che richiedono un mutare della Chiesa, del suo rigore dottrinale, del suo essere astratta istituzione

Sì, lo si sa: il cattolico adulto è uno che la sa lunga, mica come quei cattolici bigotti che ancora credono nei sacramenti, nella confessione, magari nella presenza reale del Salvatore nell’eucaristia, nell’indissolubilità del matrimonio, nella verità della rivelazione cristiana o perfino in posti da isteria collettiva di massa come Fatima, Lourdes o Medjugorje.

Il cattolico adulto lo sa, lo sa bene che quello che conta è la speranza nell’uomo, nella possibilità di essere tolleranti e moderni, non come chi ritiene che vi siano principi e norme universali; il cattolico adulto sa bene che ciò che conta è la fede di portare il progresso nella società, nella concretezza delle opere, non nell’astrazione dello spirito; ciò che conta per il cattolico adulto è la carità per il prossimo, come assistenza dei più poveri e degli emarginati, non con l’asettico rigore del rispetto di astratte verità teologiche e morali.

Tutto questo, e in effetti anche ben altro, il cattolico adulto ce l’ha sempre ben presente, ed è ciò che lo distingue, grazie a Dio (pensa tra sé), dagli altri, dagli altri cattolici, intolleranti e retrogradi che dopo un rosario, magari predicano una assurda verità assoluta sull’uomo riflesso di una ancor più assurda verità su Dio, o che magari ritengono che la Chiesa non debba essere un insieme di operatori sociali per il benessere umano, ma la sposa mistica del Cristo.

No, il cattolico adulto è maturo, non ha più bisogno di madre Chiesa che gli indichi la via; quello è tipico di quei cattolici che, appunto, adulti non sono, né nella fede, né nell’agire sociale e politico. Il cattolico adulto lo sa, sa di essere diverso, aperto ai tempi che mutano e che richiedono un mutare della Chiesa, del suo rigore dottrinale, del suo essere astratta istituzione.

Il cattolico adulto sa che la Chiesa orienta, ma non guida; sa che le Sacre Scritture sono solo orientative, non indicative; sa che il Cristianesimo è amore e che quindi non vi possono essere principi, norme o divieti.

Il cattolico adulto non solo sa, ma sa anche di sapere tante cose, tante più degli altri, sicuramente più di coloro che, cattolici non-adulti, hanno una fede semplice, popolare, ingenua, perfino mistica talvolta, e che se non è mera superstizione è sicuramente qualcosa non più al passo con i tempi.

Il cattolico adulto, per esempio, ritiene che l’aborto sia soltanto un disagio personale della donna e che nessuno possa intromettersi, non invece, come insegna S. Giovanni Paolo II «l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (Evangelium vitae, n. 58).

Il cattolico adulto, sempre per esempio, ritiene che la maternità surrogata sia legittima, perché legittimo è il diritto di avere figli, non come insegna la Congregazione per la Dottrina della Fede secondo la quale, invece, la maternità surrogata è «una mancanza oggettiva di fronte agli obblighi dell’amore materno, della fedeltà coniugale e della maternità responsabile; offende la dignità e il diritto del figlio ad essere concepito, portato in grembo, messo al mondo ed educato dai propri genitori» (Donum vitae, II, 3, 22 febbraio 1987).

Il cattolico adulto, ancora per esempio, reputa che l’ideologia gender non esista, essendo soltanto una trovata omofoba di certi ambienti cattolici conservatori ancora attaccati a modelli familiari ancestrali e non più al passo con i tempi, non avendo alcuna importanza le parole di Papa Francesco per il quale «un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare. D’altra parte, la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie. Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata» (Amoris laetitia, n. 56).

Il cattolico adulto ritiene del resto che non vi sia nulla di male nell’approvazione delle unioni civili, poiché i tempi cambiano e con essi la famiglia, occorrendo garantire i diritti di tutti, anche di coloro che non rientrano nella definizione cristiana di famiglia, non risultando rilevanti le parole di Papa Leone XIII per il quale «è dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia» (Rerum novarum, n. 11).

E, infine, il cattolico adulto, che non ritiene fondamentale la resurrezione tra i paradigmi escatologici del Cristianesimo, e che ha elaborato una idea tutta propria della morte, magari schiacciando l’occhio anche a qualche tentazione orientalista che predica la reincarnazione, sa bene che nessun Dio buono può costringere i propri figli alla sofferenza, non potendo così essere illecita l’eutanasia, specialmente se richiesta da persone estremamente sofferenti, non avendo alcuna importanza le parole di Papa Benedetto XVI per cui «va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana» (Caritas in veritate, n. 75).

Il cattolico adulto, quindi, partecipa attivamente o anche soltanto passivamente, ma sempre con gioia, all’approvazione e alla diffusione di leggi e meccanismi culturali che favoriscono l’aborto, la maternità surrogata, l’ideologia gender, le unioni civili, l’eutanasia, poiché sa, sa cosa in effetti è il Cristianesimo e sa quando la Chiesa sbaglia non avendo importanza nemmeno le parole di S. Paolo: «La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia» (1Cor., 13,9).

Il cattolico adulto, insomma, pare sia molto adulto anche se a scapito del suo stesso essere cristiano, poiché il suo pensiero, specialmente nell’ambito della bioetica, sebbene sia proprio al passo con i tempi non c’entra più nulla con l’impianto morale del Cristianesimo.

Aldo Vitale, 3 marzo 2017 per http://www.tempi.it/guida-bioeticamente-scorretta-per-cattolici-adulti#.WN9QCaLj-M8
Argomento: Politica

Dopo cento anni le apparizioni di Fatima del 1917 ci trasmettono ancora molti insegnamenti.

Soprattutto l’invito a saper leggere i segni del Cielo, cui sempre deve essere rivolto il nostro sguardo.
In Cielo, annunzia l’Apocalisse, apparirà un grandioso segno: una Donna rivestita di sole.
Scrutando il Cielo, che è un luogo spirituale prima che fisico, riusciremo a prevedere l’ora tragica del castigo e quella splendente del trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

 

 Le apparizioni di Fatima del 1917 ci trasmettono, cento anni dopo, ancora molti insegnamenti. Uno di questi è l’invito a saper leggere i segni del Cielo. A Fatima ogni apparizione della Madonna ai tre pastorelli fu accompagnata da fenomeni atmosferici. Il più straordinario fu quello del 13 ottobre 1917. La Madonna stessa annunziò alla piccola Lucia, l’unica dei tre veggenti con cui parlava, che le sue apparizioni si sarebbero concluse con un miracolo, affinché tutti fossero convinti dell’autenticità del messaggio: «L’ultimo mese farò il miracolo perché tutti credano». Decine di migliaia di persone tra pellegrini e scettici, che volevano dimostrare la falsità delle apparizioni, accorsero il 13 ottobre alla Cova da Iria. I quotidiani del tempo parlarono di 40-50 mila presenti, ma il numero fu probabilmente molto maggiore.

Alla fine dell’ultimo colloquio di Lucia con la Madonna, nel momento in cui la santissima Vergine si elevava verso il Cielo, si udì il grido della pastorella: «Guardate il sole!».

Le nuvole si aprirono, lasciando vedere il sole che brillava di un’intensità mai vista, ma senza accecare gli occhi. «La cosa più stupefacente era il poter contemplare il disco solare per lungo tempo, brillante di luce e calore, senza ferirsi agli occhi o danneggiare la retina», testimoniò José Maria de Almeida Garrett, professore di scienze naturali presso l’Università di Coimbra. Il giornalista Avelino de Almedia, redattore-capo di O Sèculo, quotidiano socialista di Lisbona, che aveva fino ad allora ridicolizzato gli eventi, scrisse il 15 ottobre sul suo giornale: «L’immensa moltitudine si volta verso il sole, che si mostra libero dalle nuvole, nello zenit. L’astro sembra un disco di argento scuro ed è possibile fissarlo senza il minimo sforzo. Non brucia, non acceca. Si direbbe realizzarsi un’eclissi. Ma ecco che un grido colossale si alza e dagli spettatori che si trovano più vicini si ode gridare: “Miracolo, Miracolo! Meraviglia, meraviglia».

Antonio Borelli Machado descrive il fenomeno in questi termini: «Il globo solare cominciò a roteare vertiginosamente, i suoi bordi divennero scarlatti e si allontanò nel cielo, come un turbine, spargendo rosse fiamme di fuoco. Questa luce si rifletteva sul suolo, sulle piante, sugli arbusti, sui volti stessi delle persone e sulle vesti assumendo tonalità scintillanti e colori diversi. Animato per tre volte da un movimento folle, il globo di fuoco parve tremare, scuotersi e precipitarsi zigzagando sulla folla terrorizzata. Il tutto durò circa dieci minuti».

L’avvocato Dominhos Pinto Coelho scrisse sul quotidiano cattolico O Ordem: «Il sole a momenti era circondato da fiamme cremisi, in altri aveva un’aureola di giallo e rosso, in altri ancora sembrò roteare rapidissimo e poi ancora sembrò che si distaccasse dal Cielo per avvicinarsi alla terra». Manuel Nunes Formigao, sacerdote del seminario di Santarem, racconta da parte sua: «Il sole iniziò a girare vertiginosamente sul suo asse, come il più magnifico fuoco d’artificio che si possa immaginare, assumendo tutti i colori dell’arcobaleno e lanciando bagliori di luce multicolore. Questo sublime e incomparabile spettacolo, che si è ripetuto tre volte, è durato per circa dieci minuti. L’immensa moltitudine, sopraffatta all’evidenza di tale tremendo prodigio, si gettò in ginocchio». Finalmente il sole tornò zigzagando al punto da cui era precipitato, restando di nuovo tranquillo e splendente, con lo stesso fulgore di tutti i giorni.

La “danza del sole” del 13 ottobre è un fatto storico, attestato da migliaia di persone, che lo hanno descritto nei minimi dettagli. Nel 1967 il canonico Martins dos Reis ha dedicato un’intera opera allo studio di questo prodigio (O Milagre do Sol e o Segredo de Fátima, Ed. Salesianas, Porto, 1966).

Ma la Madonna annunziò ai tre pastorelli anche un altro fenomeno celeste. Il 13 luglio disse loro: «Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre».

Il 25 gennaio 1938 il cielo di tutta Europa fu illuminato da una grandiosa aurora boreale. I giornali parlarono di evento “eccezionale”, “rarissimo” e “visibile in tutta Europa”. Suor Lucia era convinta che si trattasse del segno premonitore indicato dalla Madonna. Gli storici oggi concordano nel ritenere che la guerra in Europa iniziò di fatto nel 1938, l’anno dell’annessione dell’Austria (marzo) e dell’occupazione dei Sudeti (ottobre) da parte della Germania hitleriana.

Una seconda aurora boreale illuminò il cielo il 23 settembre 1939: «Quella notte – racconta nelle sue Memorie il gerarca nazista Albert Speer – ci intrattenemmo con Hitler sulla terrazza del Berghof ad ammirare un raro fenomeno celeste: per un’ora circa, un’intensa aurora boreale illuminò di luce rossa il leggendario Untersberg che ci stava di fronte, mentre la volta del cielo era una tavolozza di tutti i colori dell’arcobaleno. L’ultimo atto del ‘Crepuscolo degli dei’ non avrebbe potuto essere messo in scena in modo più efficace. Anche i nostri volti e le nostre mani erano tinti di un rosso innaturale. Lo spettacolo produsse nelle nostre menti una profonda inquietudine. Di colpo, rivolto a uno dei suoi consiglieri militari, Hitler disse: ‘Fa pensare a molto sangue. Questa volta non potremmo fare a meno di usare la forza’».

Proprio quella notte avvenne il patto von Ribbentrop-Molotov, che sancì la sciagurata alleanza tra Hitler e Stalin, punto culminante della guerra che deflagrava.

Le terribili sofferenze della seconda guerra mondiale non furono però sufficienti a far ravvedere l’umanità che, negli ultimi settant’anni, è andata precipitando sempre di più in un abisso di peccati pubblici di ogni genere. Lo scenario che il Signore rivelò a suor Lucia il 3 gennaio 1944 appartiene purtroppo al nostro futuro: «Ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito: la punta della lancia come fiamma che si stacca, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti. Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso».

Le guerre e le persecuzioni predette dalla Madonna a Fatima si accompagneranno a terribili sconvolgimenti atmosferici, ma tutto questo sarà verosimilmente preceduto da un grande segno del Cielo, di cui le aurore boreali del 1938-1939 furono solo una prefigurazione. Il 3 gennaio 1944, nel palpitare accelerato del cuore e nel suo spirito, suor Lucia udì una voce leggera che diceva: «Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo! Questa parola ‘Cielo’ riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il Cielo, il Cielo!».

Il nostro sguardo deve essere rivolto sempre verso il Cielo, perché i Cieli narrano la gloria di Dio (Salmo 18, 2) e in Cielo, annunzia l’Apocalisse (12, 1), apparirà un grandioso segno: una Donna rivestita di sole. Scrutando il Cielo, che è un luogo spirituale prima che fisico, riusciremo a prevedere l’ora tragica del castigo e quella splendente del trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

RC n.121 - febbraio 2017 di Roberto de Mattei, per http://www.corrispondenzaromana.it/

Argomento: Madonna

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