L’ultimo guaritore. Faceva camminare gli storpi e ridava la vista ai ciechi. In un libro l’incredibile storia di padre Matteo La Grua

20 gennaio 2013        

IL GIORNALE         

Era il 15 giugno dello scorso anno quando un grandissimo guaritore lasciava questo mondo: padre Matteo La Grua, prete siciliano padre spirituale del movimento ecclesiale Rinnovamento nello Spirito, «braccio operativo» di Dio su questa terra.

Bastava una sua parola, infatti, un suo sguardo o una sua carezza, perché i ciechi ritrovassero la vista, gli storpi tornassero a camminare, e gli increduli guadagnassero la fede. Oggi come duemila anni fa, quando a solcare le strade del mondo era Gesù.

Fu a tutti gli effetti un alter Christus, padre Matteo, come san Francesco d’Assisi nove secoli fa, come san Pio da Pietrelcina vissuto nel secolo scorso.

NON PIU’ SCHIAVI, MA UOMINI E DONNE
18 gennaio 2013 / In News

Oggi, essendo il mio compleanno, vi faccio un piccolo regalo. Un capitolo del mio libro “Indagine su Gesù” (Rizzoli)

Argomento: Storia

Fadelle Joseph, Il prezzo da pagare, San Paolo 2011, pp. 216 - 18,00 euro

 

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(di Fabrizio Cannone) E’ difficile recensire, senza pathos, un libro che ha toccato nel profondo e altresì profondamente commosso centinaia di migliaia di lettori (Joseph Fadelle, Il prezzo da pagare, San Paolo, Cinisello Balsamo 2011, pp. 220, euro 18). Joseph Fadelle, nasce nel 1964 in Iraq, da una famiglia dell’alta aristocrazia sciita, notoriamente perseguitata dai sunniti, il gruppo maggioritario nell’Islam, e dal governo autocratico di Saddam Hussein. Il suo vero nome è Mohammed al-Sayyd al-Moussaoui e la sua famiglia “discende direttamente da quella del Profeta” (p. 14).

La storia della sua conversione al cattolicesimo, narrata nel libro, nasce da un incontro fortuito fatto in caserma dove lui svolgeva il servizio militare. Infatti fu mandato nella camerata con un cristiano di 44 anni, di nome Massoud. Ben presto una profonda amicizia nasce tra i due commilitoni. La cosa che più stupisce Mohammed è «la capacità di ascoltare» così «empatica e benevola» (p. 22) di Massoud. Tra letture, conversazioni, approfondimenti, piano piano Mohammed si rende conto di non accettare più tante cose dell’Islam.

Ma la conversione piena avverrà per Mohammed, come per certi Patriarchi del Vecchio Testamento, attraverso un sogno. Si trovava nel sogno misterioso presso un ruscello e aveva di fronte un uomo di straordinaria bellezza, che lo attraeva con il suo sguardo «di una dolcezza infinita» (p. 35). Quest’uomo, evidentemente Gesù di Nazareth, gli dice una sola frase che sarà per lui l’incipit dell’adesione definitiva alla fede cristiana: «Per attraversare il ruscello, hai bisogno del pane della vita» (p. 35). Quando il Nostro scoprirà, nel Vangelo di Giovanni, prestatogli dall’amico Massoud, che Gesù stesso usò quell’espressione, a lui ignota, avrà una certezza spirituale di essere sulla strada giusta.

Ma da qui iniziano i suoi dolori e si manifesta, con una crudeltà senza pari, il suo «prezzo da pagare» per abbandonare l’Islam e farsi cristiano-cattolico. Le prime croci arrivano dalla Chiesa locale la quale farà di tutto per dissuaderlo dal divenire cristiano! Queste pagine, sono forse le più dolorose del libro, e vanno ben meditate per capire fino a che punto, la “crisi della fede” di cui parla così spesso Benedetto XVI, sia diventata oramai qualcosa di profondamente radicato e di universale.

Un prelato, alla sua richiesta di battesimo, gli risponde, ribaltando l’esempio di Cristo che corre per una sola pecora da salvare (cfr. Mt. 18, 12-14), che: «Non si può sacrificare tutto il gregge per salvare una sola pecora…» ! (p. 52). Dopo che la famiglia lo persuade/obbliga a sposare una giovane mussulmana, da cui ha presto un figlio, inizia la carcerazione, per farlo tornare nell’Islam (cfr. pp. 94-110).

Passa oltre un anno in un penitenziario come sorvegliato speciale tra i criminali comuni. Dei dolori indicibili della prigionia, dovuta si badi bene, non al governo o ai “fondamentalisti”, ma alla propria famiglia, scrive così: «Se non avessi sperimentato la vita in cella non avrei mai potuto sprofondarmi in questo cuore-a-cuore con Gesù e il suo Spirito» (p. 105).

Quando esce dal penitenziario pesa soltanto 50 kg e la stessa moglie fa fatica a riconoscerlo. Nel 2000, dopo mille peripezie, fugge con la famiglia dall’Iraq e si rifugia in Giordania. Da lì, con l’aiuto di una suora coraggiosa, la definitiva fuga verso l’Europa. Il 15 agosto del 2000, festa dell’Assunzione di Maria, nell’Anno giubilare, arriva a Parigi dove si trasferisce con la moglie e i due figli, che nel frattempo hanno ricevuto il battesimo. Il racconto della sua storia, uscito in Francia nel 2010, è divenuto un best seller, e pare, ha prodotto nuove conversioni di islamici al cristianesimo.

 

(Fabrizio Cannone, per Corrispondenza Romana)

Argomento: In libreria

Francesco Agnoli, Case di Dio e ospedali degli uomini, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 144, € 13,50

 

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PREFAZIONE. Faccio volentieri la prefazione a questo libro di Francesco Agnoli perché ha il merito di richiamare un fatto dimenticato gravemente dagli addetti ai lavori, dai pazienti attuali e da quelli futuri (cioè le persone sane), insomma da tutti: gli ospedali sono nati in epoca cristiana.

C’è un perché profondo in questo, che vale anche oggi. Prima di Cristo dominava la morte: la vita era breve, durissima e, quando veniva attaccata dalla malattia, senza speranza. C’era la medicina, ma la sua arte fondamentale, che la distingueva dalla ciarlataneria, era la prognosi. La competenza dei medici si vedeva soprattutto dalla loro esperienza su come la malattia e i pazienti andavano a finire.

L’impotenza era massima, le cure praticamente inesistenti e l’assistenza trascurabile. I malati cronici e contagiosi – come i lebbrosi – venivano allontanati dalle città e abbandonati a morire soli in luoghi isolati. I romani avevano costruito i valetudinari, ma questi erano soprattutto per i soldati, abbastanza forti da sopravvivere validamente alle ferite.

Ippocrate, già cinque secoli prima di Cristo, aveva strappato la medicina ai maghi e ai sacerdoti, facendola diventare da conoscenza occulta a osservazione razionale di processi naturali. Da uomo religioso quale era, aveva introdotto un giuramento, attraverso il quale i medici si facevano responsabili delle loro azioni davanti agli déi, rispettavano la vita come valore fondamentale, si impegnavano innanzitutto a non nuocere e a non fare quello di cui non erano capaci, a rispettare il segreto professionale e a essere solidali fra loro.

Tuttavia, la novità di Ippocrate e dei suoi discepoli – alcuni mettono in discussione addirittura che costui sia veramente esistito, ipotizzando che siano esistiti solo i suoi discepoli – lungo cinque secoli, non fu in grado di dare vita a veri e propri ospedali e, nemmeno, fu molto popolare in epoca classica… fino all’insorgere del Cristianesimo, che adottò il giuramento di Ippocrate e lo fece proprio!

La Resurrezione di Cristo introdusse un’attesa e una definitiva speranza. La morte non era più l’ultima parola sulla vita.

Quest’ultima era più forte, indomabile ed eterna, in ogni caso amata da Dio. Egli stesso, infatti, aveva mandato il suo Figlio a condividere il destino dell’uomo, la sua sofferenza, la sua domanda di salvezza, cui aveva trionfalmente risposto. Così la morte e la malattia potevano essere vissute, affrontate e rischiate per lo stesso amore con cui Cristo aveva amato noi. Era possibile la carità, l’amore gratuito per l’altro, non secondo la propria convenienza, ma per il suo destino. Assistere gli ammalati poteva significare morire per aver contratto un’infezione, che era la causa più frequente dell’invalidità. Però si incominciò a fare. Come evidenzia bene questo libro, furono i monaci a cominciare ad ospitare gli sfortunati – malati e poveri rappresentavano la stessa sofferenza e ingiustizia – lungo i secoli, soprattutto gli ammalati. La carità religiosa coinvolse la società civile, i laici, i politici e i ricchi che, donando quello che possedevano, cercavano di salvarsi l’anima. Prima i conventi e poi le città furono animate dalla carità cristiana. Gli ospedali divennero maggiori e specialistici, avviandosi ad essere le realtà che conosciamo oggi. Ma sempre la carità fu la molla della dedizione dei medici, degli infermieri, dei parenti e dei volontari. Gli ospedali non sono nati perché si sapesse curare, ma per assistere, per essere presenti vicino a chi soffre e chi muore.

L’assistenza, la pura e caritatevole assistenza, è stata per secoli l’incubatrice di un progresso medico che si è sviluppato, soprattutto recentemente, con la diagnostica, la chirurgia e la farmacologia.

Adesso sembra che non ci sia bisogno della carità, ma della scienza e del diritto di operatori e di ammalati. Non è così. La stragrande maggioranza degli abitanti del mondo sono poveri, si ammalano facilmente e vivono poco.

Senza la carità dei missionari starebbero ancora peggio. Solo quest’ultima fa da argine e scuote l’indifferenza dei ricchi. Questi vivono a lungo, ma gli ultimi anni della loro vita sono tormentati dalla malattia e dall’invalidità. Hanno bisogno di qualcuno che li assista oltre l’impotenza delle medicine. Altrimenti, senza amore e senza speranza, meglio morire. Le aspirazioni all’eutanasia attiva sono una pietra tombale per i rapporti umani. La stessa medicina, salvando le vite, conserva invalidità gravi che hanno bisogno di un’assistenza diuturna e che solo in un’assistenza così possono trovare la speranza di valutazioni e rimedi più efficaci. Infine, non si può curare e assistere guardando l’orologio, tutti abbiamo bisogno di un minuto in più; un minuto nel quale il rapporto tra malato, medico e infermiere acquista significato, diventa fattore di speranza per sé e per tutti.

In fondo gli ospedali di oggi, per essere veramente tali, cioè corrispondenti al bisogno di chi vi cerca ricovero, necessitano dello stesso impeto degli ospedali di una volta. La medicina moderna guarisce ma, curando meglio, produce essa stessa ammalati e invalidi cronici. Malattia e morte possono venire nascoste sotto lo scintillio delle apparecchiature e delle tecniche più sofisticate, ma non per questo sono meno gravi e drammatiche. Tutti ci siamo passati, o magari indirettamente e sicuramente ci passeremo in modo diretto.

Malattia e morte sono il segno della radicale inadeguatezza dell’uomo a salvarsi. L’ospedale, rispondendo al bisogno di salute, deve rispondere a un bisogno che è di tutta la persona e non solo dei suoi meccanismi biologici. Altrimenti a che vale curare? "Lunga agonia è la vita", diceva Shakespeare.

 

Giancarlo Cesana

 

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Argomento: In libreria
In libreria: Il Kattolico 3

Rino Cammilleri, Il Kattolico 3, Gilgamesh ed. 2012, ISBN 978-88-97469-08-7, pp. 224, Euro 15,00

«Il Kattolico 3» è la terza raccolta degli articoli che Rino Cammilleri fa uscire da anni sull'omonima rubrica del mensile di apologetica «Il Timone».

 

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Quando inventai la sigla goliardica «il kattolico» ero giovane ed avevo ancora negli occhi le scritte, sui muri, dei rivoluzionari con la mutua e le ferie pagate: Craxi con la croce uncinata al posto della «x», Kossiga con la kappa e le «esse» tracciate a mo’ di SS.
L’uso della kappa in luogo della «c» dura faceva molto lingua tedesca, il tedesco faceva molto nazista e nazista (o fascista, era lo stesso) era chiunque si opponesse alla Rivoluzione.
Da qui la decisione di provocare mettendomela da solo, la kappa. Anche perché dava, come tutti i simboli, un’idea immediata e sintetica.
Il messaggio era: qui parla un cattolico tosto, di quelli che non porgono l’altra guancia (di Cristo, non la propria) e non hanno peli sulla lingua.
Del resto, la polemica è un genere letterario tra gli altri.

Per questo, cari lettori, eccovi la raccolta Il Kattolico 3, dopo Il Kattolico 1 (Piemme) e Il Kattolico 2 (Sugarco).
Per le ulteriori puntate dovrete abbonarvi al mensile «Il Timone».
A meno che non intendiate aspettare un Kattolico 4.
Buona lettura.

Rino Cammilleri

 

Rino Cammilleri, 60 anni, agrigentino. Ha al suo attivo una trentina di volumi pubblicati coi maggiori editori nazionali. Tra le opere più recenti, Il crocifisso del samurai (Rizzoli) e Dio è cattolico? (Lindau). Tiene rubriche su «Il Timone», «Il Giornale»

 

Argomento: In libreria

Jean Madiran, La destra e la sinistra, Fede e Cultura 2012, pp. 96, Euro 10,50

 

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Prefazione di Francesco Agnoli

Quante volte, alla fine di una discussione sulla famiglia, l’aborto, l’attualità o altro, mi sono sentito dire, con tono inquisitorio, da un interlocutore accigliato e inorridito: «Ma tu, allora, sei di destra?».

Ogni volta mi sono trovato disarmato, incapace di comprendere l’importanza di una simile etichetta appiccicata, con rabbia e con un non velato senso di superiorità, all’avversario. Ogni volta ho risposto: «Non sono certamente di sinistra».

Una risposta breve, chiara che però appariva, anche a me, cresciuto come tutti nel dualismo categorico destra-sinistra, in qualche modo incompleta.

Dopo la lettura di questo saggio di Madiran, invece, mi sento sollevato. Come nota il grande scrittore francese, infatti, la destra altro non è che una invenzione, una prigione, un lazzaretto per lebbrosi, creato dalla sinistra per rinchiudervi tutti coloro che non sono omogenei al suo pensiero unico e dogmatico. Chi è di destra, lo decide la sinistra. La destra è un ghetto in cui la sinistra rinchiude, etichettandoli, gli avversari. Che saranno sempre "conservatori", "antidemocratici", "reazionari" eccetera, mentre a sinistra vi è il bene, sempre e comunque.

Non si chiamava "democratica", sino a pochi anni fa, la parte della Germania in cui vigeva una dittatura comunista? Così come si chiama ancora oggi "popolare" la Cina dittatoriale e comunista. Il Partito Comunista Italiano non è prontamente diventato PDS (Partito dei Democratici di Sinistra), appena caduto il muro di Berlino e si è vista quale fosse la "democrazia" di Germania dell’Est, Romania, Albania, URSS, eccetera? E non si chiama oggi PD, cioè "Partito Democratico", nonostante sia guidato ancora da chi è cresciuto inneggiando alla Russia "patria dei lavoratori", con la bandiera rossa in mano?

Loro, quelli che stanno a sinistra, sono la democrazia, il popolo, il progresso. Contro ogni verità rivelata e trascendente, possiedono ogni verità umana e immanente, conoscono ciò che è bene e ciò che è male, sebbene siano relativisti; condannano al paradiso o all’inferno, senza credere in Dio.

È un fatto storico. Inizia con la Rivoluzione Francese, madre di tutte le rivoluzioni: quella comunista, quella fascista, quella nazional-socialista.

Madiran, che è francese, lo sa molto bene. I maestri di tutto – esaltati da Lenin e dai rivoluzionari russi che cantavano la Marsigliese ed esaltavano la ghigliottina, ma anche da Mussolini, da Mao e da Pol Pot – sono i membri della sinistra rivoluzionaria francese: i "democratici" giacobini. Coloro che scriveranno, nella Costituzione del 1793, che tutti hanno diritto di voto e che il potere appartiene al popolo. Gli stessi che erano andati al potere, eliminando con la galera e la ghigliottina i loro vecchi compagni, i girondini, sino a poco prima seduti anch’essi a sinistra. Quelli che una volta ottenuto il potere e confezionata la Costituzione democratica, non la applicheranno mai, e perderanno il loro potere solo dopo aver ghigliottinato migliaia e migliaia di persone e dopo essersi uccisi tra di loro.

Robespierre è il padre di tutte le sinistre: lui, l’"incorruttibile", il "virtuoso", il moralista, che agisce per il bene del popolo, ma non attraverso il popolo; che forse neppure ha mai visto, come racconta qualche storico, quella ghigliottina che ha fatto funzionare senza tregua per mesi. Robespierre: colui che vuole portare la democrazia, passando per la dittatura. Sempre in nome della libertà, della eguaglianza, della fraternità. Lui che impone il prezzo massimo delle merci, distrugge l’economia francese e spinge un intero popolo a cercare nell’esercito e nella guerra l’unico modo per sopravvivere. Lui che consegna a Napoleone, giovane ufficiale giacobino, un popolo disperato, destinato a oltre vent’anni di guerra ininterrotta per esportare la "libertà" con le baionette.

È l’amico di Robespierre, il giacobino Danton, che, prima di essere mandato a morte dallo stesso Robespierre, gli fornisce gli strumenti: il tribunale rivoluzionario, cioè l’antenato dei tribunali del popolo sovietici, nazisti, cubani… e la "legge dei sospetti", quella per cui ogni cittadino è un potenziale nemico, un "controrivoluzionario di destra", anche se non lo sa o se, per paura, non lo ha mai detto neppure a sua moglie.

Chi studia la storia di questi ultimi due secoli e mezzo, si accorge, dunque, molto chiaramente di cosa intenda Madiran, quando allude alla capacità della sinistra di guidare il gioco "destra-sinistra", stabilendo lei dove piazzare personaggi e pedine. Decidendo spesso di mettere a destra persone che sino a qualche tempo prima accoglieva, nutriva, coccolava e scaldava nel suo seno.

"Stalin" ricorda Madiran "trovava ancora uomini di destra da fucilare anche all’interno del Partito Comunista", dopo più di vent’anni di comunismo. Le purghe staliniste, grandi e piccole, colpirono rivoluzionari della prima ora, da Troskij a Bucharin, passando per milioni di iscritti al Partito Comunista. Come aveva fatto Robespierre, eliminando Danton, Desmoulins, Hébert… e come avrebbero fatto Mao e i suoi successori in Cina, in una notte dei lunghi coltelli durata decenni.

E Mussolini, l’inventore del fascismo? Non era forse il brillante anarchico-socialista romagnolo, che Lenin aveva elogiato come l’unico vero rivoluzionario italiano, leader dei socialisti massimalisti italiani e direttore del quotidiano socialista l’"Avanti!"? Non era forse cresciuto leggendo e declamando Marx, Sorel e tutta la saggistica e la letteratura di sinistra? Non era forse l’amico del socialista irredentista trentino Cesare Battisti, che lo avrebbe introdotto all’interventismo nazionalista?

In verità, si potrebbe notare quanta somiglianza vi sia tra la statolatria comunista e quella fascista! Tra il Mussolini antidemocratico socialista, che predicava la chiusura del Parlamento, in nome della dittatura del proletariato, e il Mussolini fascista, circondato di ex socialisti come lui, da Farinacci a Bianchi, che delegittimò il Parlamento in nome della dittatura propria!

È un fatto storico innegabile che il fascismo e il nazionalsocialismo siano debitori, per molti versi, del socialismo; che la rivoluzione comunista venga prima di quella fascista e di quella nazista, non solo in ordine di tempo; che le guardie rosse vengano prima delle squadracce fasciste; che i gulag siano sorti prima dei lager e che i lager siano stati costruiti prendendo esempio dai gulag. Sono fatti storici la somiglianza tra il materialismo comunista e il materialismo biologico nazionalsocialista, come pure il patto von Ribbentrop-Molotov tra la Germania di Hitler e l’URSS di Stalin, che aprì la porta alla seconda guerra mondiale!

Anche la destra moderna, nazionalista e statalista, insomma, è un’invenzione, in buona parte, della sinistra: sia perché la sinistra spesso le ha fornito i capisaldi, sia perché sempre la sinistra ha poi stabilito dove piazzare chi. Per stare all’attualità italiana: non erano ardenti fascisti, prima di passare a sinistra, i Malaparte, gli Scalfari, i Bocca, i Fo?

Se la destra è allora un’invenzione della sinistra, in molti sensi, non rimane che riconoscere, con Madiran, che fuori della sinistra non vi è che il Cristianesimo. Fuori dal mondo salvato dall’Uomo, dall’Utopia, dal messianismo politico comunista o nazionalsocialista, dalla statolatria, dallo scientismo, dall’ecologismo eccetera, non vi è che l’uomo creato da Dio e salvato da Cristo.

Oltre la giustizia e l’eguaglianza imposte dall’alto, dallo Stato che prende il posto di Dio, non vi è che la rivoluzione "interiore e personale", la conversione dei cuori, la libertà cercata da Dante nel suo cammino spirituale. Fuori dalle religioni atee della politica, che ci hanno regalato campi di concentramento e guerre mondiali, non c’è un altro partito, un’altra rivoluzione, un altro Potere mondano, perché "la porta stretta del Cristianesimo è, sicuramente, di cercare dapprima il regno di Dio e la sua giustizia e il resto sarà donato in sovrappiù".

Buona lettura.

Francesco Agnoli

Argomento: In libreria

Josef Pieper, Sintonia con il mondo. Una teoria sulla festa, Cantagalli, Siena 2009, pp. 120, € 12,00

 

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Il filosofo tedesco Josef Pieper (1904-1997), noto per i suoi scritti dedicati alle virtù, iniziò a riflettere sulla festa durante la seconda guerra mondiale e successivamente ritornò sull’argomento negli anni 1960. Il risultato è questo saggio, pubblicato originariamente nel 1963 e tradotto in italiano dall’editore Cantagalli. Il contenuto essenziale della riflessione di Pieper è intuibile – cosa non scontata - già dal titolo: la festa è possibile solo se si è in sintonia col mondo, anzi, tale sintonia è il nucleo, il vero motivo della festa. Questo messaggio è efficacemente sintetizzato nella Prefazione (pp. 5-16)dal curatore Francesco Russo: «[...] si può vivere autenticamente la festa solo sulla base del proprio consenso verso il mondo nel suo insieme» (p. 11). Ciò non implica ignorare il male, ma tener presente che, malgrado tutto, il mondo ha una sua bontà originaria.

Il saggio si compone di nove capitoli, senza titolo ma facilmente identificabili nella misura in cui ciascuno è incentrato su un particolare aspetto della festa e rispettivamente: lo scopo della festa (pp. 19-28); il suo carattere contemplativo (pp. 29-38); il consenso (pp. 39-50); il culto (pp. 51-62); il settimo giorno (pp. 63-71); le arti (pp. 73-81); la festa artificiale (pp. 83-87); la festa totalitaria (pp. 99-106); infine, la persistenza della vera festa (pp. 107-115)

A prima vista, la festa è immediatamente percepibile come un giorno di non lavoro, ma questo non è sufficiente per definirne l’essenza. Del resto essa è, sì, distinta, ma anche legata al lavoro così che da uno pseudolavoro non può che scaturire una pseudofesta: né la schiavitù né l’ozio, ma «solo un lavoro pieno di senso» (p. 20) è terreno fertile per una festa che, a sua volta, sia piena di senso. La differenza con il lavoro risiede nel fatto che, la festa non è funzionale ad uno scopo esterno, non è "utile", ma è piena di senso in sé stessa. «Resta comunque sospesa la domanda: per quale motivo in un’attività è insita la caratteristica di essere piena di senso in quanto tale?» (p.28).

Non è certo l’organizzazione a "fare" la festa, né lo studio della morfologia, delle caratteristiche esteriori della festa, a permetterci di andare oltre l’involucro più esterno. L’essenza, ciò che fa della festa «una bella giornata» (p. 31) si situa piuttosto al livello dell’ammirazione, della gioia, della contemplazione, della visio beatifica. «Se si riesce a gettare lo sguardo sul fondamento nascosto di tutto ciò che è, allora nella stessa misura si verifica un agire in sé pieno di senso e all’uomo è concessa una "bella giornata"» (p. 33). La contemplazione è dunque ciò che "fa" la festa, ne è il vero motivo, nonché il solo in grado di giustificare la rinuncia al guadagno in favore di un arricchimento esistenziale – che è in fondo una rinuncia per amore.

Solo dall’amore può scaturire la gioia della festa. «Chi non ama nulla né nessuno, non può gioire, per quanto disperatamente lo desideri» (p. 40). Ma l’amore, a sua volta, può scaturire solo da una causa concreta, non certo da idee astratte – «[...] come quelle di Auguste Comte [1798-1857], che nel calendario da lui elaborato prevedeva le feste della "umanità", della "paternità" e persino del "focolare". Neppure l’idea di libertà potrebbe infiammare gli uomini per una festa» (p. 41). Si prova gioia invece per eventi concreti quali una nascita, un matrimonio, un ritorno a casa, e non si può gioire senza presupporre, almeno implicitamente, il consenso verso il mondo nel suo insieme, l’approvazione verso ciò che esiste, poiché «Per rallegrarsi di qualcosa si deve approvare tutto» (Friedrich Wilhelm Nietzsche [1844-1900], cit. a p. 43).

Argomento: In libreria

Gilbert Keith Chesterton, La Chiesa cattolica. Dove tutte le verità si danno appuntamento, Lindau, Torino 2010, pp. 116, € 13,00.

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La società occidentale postmoderna viene solitamente descritta come una società libera, orgogliosamente fondata sul primato dei diritti e soprattutto della tolleranza. Sembrerebbe una società ideale, in cui tutto si puo dire, eppure restano, inaspettate, delle parole tabù.

Conversione e una delle parole tabù dei giorni nostri. Sui mezzi di comunicazione e nei salotti pubblici ben poche persone osano pronunciarla e ancora meno la tollerano. Probabilmente perche si tratta di una parola di per se impegnativa, che presuppone peraltro lesistenza di una Verita oggettiva da riconoscere, superiore al singolo individuo ・ cose veramente intollerabili per la diffusa cultura del disimpegno e del relativismo morale. Il saggio del "convertito eccellente" Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) pubblicato per la prima volta in Italia da Lindau offre a tal proposito, sul tema della conversione (e dei convertiti), delle riflessioni straordinariamente puntuali. Nella Prefazione (pp. 5-10), Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana, tratteggia brevemente il profilo del grande scrittore inglese mettendone in luce leccezionale ars retorica, propria dei grandi apologeti di Cristo: "quando Chesterton parla di religione, ne parla sempre a partire dalla ragione e dalla vita. Non fa un "discorso ecclesiastico" o clericale. Puo partire da un pezzo di gesso, un dente di leone o un tramonto per arrivare al rapporto di ciascuno di noi con il Mistero. Perche per lui fu cosi: il Mistero che fa tutte le cose si manifesto nella sua vita attraverso gli umili ma potenti segni dellallegria familiare, del gusto del bello scorto nelle cose di tutti i giorniTutto era la conferma che la vita era degna di essere vissuta, che il mondo era magico e che, se ne aveva scoperto la magia, voleva dire che cera un Mago" (p. 9).

Argomento: In libreria

Romana de Carli Szabados, Finis Austriae. La santità dell’ultimo imperatore, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 196, € 18

 

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Beato Carlo d’Asburgo, agonia di un re

 

Davvero permase in Carlo sempre l’anelito di pace di un fervido credente in Dio.

Lo storico Fritz Weber magistralmente tratteggia la personalità dell’erede, di quella gigantesca responsabilità nello scenario viennese: "A Vienna regnava un giovane imperatore. Nessuno desiderava la pace più ardentemente di lui. Aveva ereditato un vecchio edificio e dalle crepe dei muri cominciava a filtrare l’acqua. Il nuovo sovrano portava sulle spalle il peso di un’immensa responsabilità, appunto".

Egli credeva fermamente nella possibilità di una conciliazione.

Anziché colpire i nemici della dinastia con tutto il rigore di chi afferma il proprio diritto all’autoconservazione, egli usava la clemenza. Nessuno comprese tale generoso gesto. Quelli che avversavano segretamente l’antiquata struttura statale sorridevano sarcastici; i nemici dichiarati lo interpretarono come un primo successo della loro tenacia.

Quelli che conservavano la propria fede nell’Austria-Ungheria subirono la prima cocente delusione nel vedere concessa la grazia ai colpevoli di alto tradimento e a chi colpiva alle spalle l’impero.

La seconda delusione fu negli approcci per la conclusione della Pace: intrapresi di comune accordo dalle Potenze Centrali, corrispondevano però, in primissimo luogo, alle intenzioni dell’imperatore Carlo. Il desiderio di porre fine al conflitto nasceva dal cuore sensibile di un uomo, che soffriva come pochi per le miserie dell’umanità, nasceva da una nobiltà d’animo infinitamente lontana e diametralmente opposta alle speculazioni dei freddi maestri di calcolo della parte avversa.

Il giovane imperatore si rifiutava di comprendere che si trattava sempre di più di una questione di vita o di morte, di esistere oppure no. Per lui il mondo era tutto, lo considerava come un’unità inscindibile saldamente fondata sui comandamenti divini e procurava di adempiere a questi comandamenti. Ma l’ora era dominata dal potere, dalla violenza e dalla tenacia nella lotta, per cui gli eventi lo travolsero. Tutto quello che perseguiva si trasformò in un’inarrestabile fatalità per lui e per il suo impero.

Tra il termine del 1916 e l’inizio del 1917 la speranza di una prossima pace venne sepolta. La guerra segue il suo corso, diceva il messaggio di capodanno: equivaleva forse a "non ne posso più, sono stanco di questi avvenimenti terribili che la provvidenza mi ha imposto di guidare, ma non posso tornare indietro, devo portare il peso di questa eredità, anche se le mie spalle sono troppo deboli per reggerlo".

Carlo era sempre più isolato, man mano che si avvicinava la fine della guerra e dell’Austria, ma nulla gli impediva di recitare il Te Deum come accadde l’ultimo giorno dell’anno 1918, con la spiegazione, molto sentita in merito al ringraziamento: "Se quest’anno è stato duro, poteva essere ben più tragico per tutti noi. Se si è disposti a prendere dalla mano di Dio ciò che è buono, bisogna anche essere disposti ad accettare con riconoscenza tutto ciò può essere difficile e doloroso. Del resto quest’anno ha visto la tanto sospirata fine della guerra e per il bene della Pace vale qualsiasi sacrificio e qualsiasi rinuncia" (testimonianza riportata da Paolo Mattei).

Divenne imperatore in piena guerra: non poteva capitargli di peggio… Dice di lui Antonio Borrelli: "Ultimo sovrano della duplice monarchia austro-ungarica, ne dovette subire il crollo pur essendo tanto diverso dai suoi predecessori, per la sua religiosità, dirittura morale, visione sociale riforma di uno Stato assolutista in uno confederale. La Radio Vaticana, il 3 novembre 1949 annunziava l’apertura del processo di beatificazione, gli Atti furono consegnati alla congregazione dei Riti il 22 maggio 1954; a maggio 2003 sono state riconosciute le virtù eroiche e quindi il titolo di venerabile".

Sin da fanciullo aveva dimostrato una particolare inclinazione verso la religione e la preghiera, si sentiva chiamato alla carità per il prossimo e fin da ragazzo raccoglieva soldi per i poveri. Da giovane ufficiale in Galizia, cercò sempre con successo di elevare la vita morale dei suoi soldati, i quali vedevano in lui il modello di uomo cattolico. I suoi principi religiosi lo portarono da imperatore a sostituire il feldmaresciallo Conrad anche per aver usato indiscriminatamente le corti marziali, alienando i cechi dalla Casa d’Austria.

L’autore puntualizza: "Benché fornito di ottima preparazione militare, formazione universitaria e istruzione di Stato Maggiore, fu l’unico fra i belligeranti ad accogliere le iniziative di Pace di Papa Benedetto XV, del resto sin dall’inizio del suo Governo era deciso a riportare la Pace ai suoi popoli. Intraprese varie iniziative di pacificazione con le altre potenze, senza riuscire a prevalere però nella cerchia dei generali statisti tedeschi; non andarono in porto nemmeno due tentativi di pace separata, a causa della fiera resistenza del governo italiano e che si seppero poi in giro. Carlo si ritirò dapprima in Ungheria, rinunciando ad ogni partecipazione agli affari di stato, ma senza abdicare come sovrano. I tentativi di riprendere il trono furono espletati per sua volontà, senza usare la forza militare, risparmiando così un alto costo di vite umane, tale atteggiamento gli costò la corona".

Il vero Giuda fu il reggente von Horthy, che lo tradì malgrado il giuramento e lo umiliò al punto da farlo attendere e poi non riceverlo proprio nelle stanze del sovrano esiliato, dove la grandezza dell’imperatore fu di accettare il tutto per non sfidare il destino costringendo i soldati a trasgredire gli ordini nel pieno rispetto delle regole militari. Rinunciò così modestamente ai suoi legittimi diritti, rispettando l’etica della sua educazione cristiana".

Due giornate di primavera gli furono fatali: quella del 23 marzo 1919, in cui si consumò il pianto dell’addio dalla Patria ed iniziò "la via Crucis" dell’esilio con il dolente pellegrinaggio, che culminò appunto nella seconda giornata, quella fatidica della morte, il primo aprile 1922. Così esclamò, stremato, l’ESULE, adagiato sul letto: "Era qualcosa di straordinario oggi con la santa Comunione, allorché udii il Confiteor provai la sensazione come se il Redentore stesse vicino a me e dicesse: ‘Viene impartita la Comunione’. E poiché non volevo capire, ripeté: ‘Io voglio che tu ti comunichi, non c’è tempo da perdere, non esiste nessun impedimento’. Allora non pensai più che durante la notte avevo mangiato un biscotto". Carlo la ritenne una profanazione, inoltre temeva il tossire durante la Messa, fu avvertito il celebrante ma quella mattina la tosse si calmò, allora fu spalancata la porta, di solito socchiusa per non essere visto, onde poter di bearsi della visione dell’altare. Sopraggiunse un peggioramento nella salute del Kaiser. Ma nella notte non ne volle sapere di prendere un’aspirina, che avrebbe compromesso il suo anelito di comunicarsi. Zita non desistette: "Tu devi guarire così vuole il Signore".

Dal 27 marzo fu esposto il Santissimo nella sua stanza, mancavano solo quattro giorni alla fine. La febbre era salita a 40,5 gradi, si presentava una giornata terribile, non lo fece trapelare il povero ammalato, anche perché senza sedativi, ma la sua confessione alla sera sconvolse chi lo curava, senza aver intuito quella immane sofferenza dedotta da queste parole lancinanti: "Ringrazio il Buon Dio, che questo giorno sia alla fine, non avrei mai pensato che potesse esserci una giornata così faticosa…".

Anche la sua esistenza si avvicinava alla fine... spesa per un’unica aspirazione: "Quella di conoscere il più chiaramente possibile in tutte le cose la volontà di Dio e di eseguirla e precisamente nella maniera più perfetta".

La notte, per l’uomo stremato, fu calma, e fu pietosa per la sposa spossata, che poté concedersi finalmente due ore di sonno.

Il 30 marzo esclamò: "Come sono diventato magro". E forse non si era accorto delle unghie diventate blu. La sua schiena era tutta una ferita e pertanto non gli era possibile giacere. Fu deciso di fargli una trasfusione, si offerse Zita, ma invano. Si rassegnò il misero e sibilò: "Sono stanco, tanto stanco…". Pregò Iddio di farlo dormire e gli furono concesse tre ore. L’ultimo giorno l’inquietudine non gli permise d’addormentarsi. Zita, seduta sul letto, gli teneva la mano, da qualche giorno Carlo non riusciva a fermarle, così leggere correvano sulla coperta come se non gli appartenessero più. Lei chiese cosa lo rendesse così inquieto.

"Nulla, solo non posso dormire e desidererei un bicchiere d’acqua però se non ti recasse disturbo".

La giovane imperatrice si spaventò, sul suo volto scorse decisi i tratti della morte: era la fine per l’ultimo delicato Absburgo, cacciato dalla Casa dei Padri come un traditore, ma accolto da Gesù come il suo figlio più caro per una protezione eterna.

 

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Argomento: In libreria

Gabriele Amorth e altri, L’azione del Maligno. Come riconoscerla e come liberarsene, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 180, € 10,50

 

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Nulla è impossibile a Dio.
Arcangelo San Gabriele

 

 

INTRODUZIONE

La missione di Gesù è stata improntata a una lotta contro il demonio, nei suoi aspetti e nelle sue manifestazioni più o meno palesi. La Chiesa ha il compito di ripercorrerne la strada. Il discorso sul maligno e sulla fenomenologia che lo contraddistingue è complesso e nel corso del tempo ha dato vita a diverse scuole di pensiero.

In questo testo abbiamo raccolto le argomentazioni e le esperienze di coloro che sono considerati i luminari nei rispettivi campi dello scibile e dell’azione, con la speranza di rendere un servizio a Dio il più possibile esaustivo.

Vi sono due modi fondamentali per far fronte al demonio: il primo è inerente alla nostra personale santificazione, ovvero rimanere e crescere nella Grazia di Dio; il secondo consiste essenzialmente nel sottrarre le anime all’influenza di Satana e delle altre forze maligne.

L’evangelizzazione non è solamente rivolta alla promozione umana della persona, ma anche e soprattutto all’evoluzione della persona nella sua interezza, per farla entrare nel regno di Dio, togliendola quindi al principe nefasto di questo mondo. Qualunque individuo deve essere aiutato a crescere: nessun caso è impossibile da affrontare o da risolvere.

L’esperienza dello spirito del male rientra nella crescita spirituale della persona, se convertita in positivo. Sta a noi riconoscerla e combatterla, senza pigrizia e con corrette cognizioni di causa.

La Curatrice (A.M.)

 

 

PARTE PRIMA

 

L’AZIONE DEL DEMONIO

di Gabriele Amorth

 

Sappiamo che il demonio esercita una duplice azione sugli uomini: una ordinaria e una straordinaria. La prima, quella che a lui preme di più, è la tentazione. In odio a Dio, i demoni tentano l’uomo al male, ossia cercano di allontanare gli uomini da Dio portandoli a vivere in uno stato di peccato, in modo poi da trascinarli dove loro si trovano: all’inferno. È una vendetta che essi fanno contro Colui che ha creato tutti gli uomini per il Paradiso.

A questa azione ordinaria del demonio siamo tutti soggetti, dalla nascita alla morte. Facendosi uomo, Gesù ha accettato di subire come noi le tentazioni del maligno.

Il suo esempio ci indica che se noi non vogliamo, il maligno non può vincerci: noi siamo in grado di non lasciarci sedurre, soprattutto con la vigilanza e la preghiera. Se poi, nella nostra debolezza, ci capita di cadere nel peccato, il Signore è sempre pronto a perdonarci. A tal fine ha istituito il sacramento della confessione, che non solo rimette i peccati, ma è anche un mezzo per attuare quella conversione continua di cui abbiamo bisogno.

Il demonio può anche esercitare un’azione straordinaria sugli uomini. Questa sua attività è più rara, e dipende in parte dalla colpa dell’uomo che, andando contro il volere di Dio, abbandona il Creatore per darsi alle varie forme di occultismo: magia, cartomanzia, maledizione, vudù, macumba, sedute spiritiche, sette sataniche, ecc...

Così facendo è l’uomo che si allontana da Dio, per darsi a Satana. Il più delle volte l’azione straordinaria del demonio dipende da un maleficio; in questo caso non è colpevole l’uomo che lo subisce, ma l’uomo che lo fa o che lo commissiona a un mago o ad altra persona collegata con Satana.

Le varie forme di questa attività diabolica, che hanno una vastissima gamma di intensità e di gravità, sono quattro.

Argomento: In libreria

F. AGNOLI, Indagine sul Cristianesimo. Come si costruisce una civiltà, Piemme, Milano 2010, pp. 278, Euro 17,00.

 

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Se il portato e il valore, storicamente innegabili, delle radici cristiane dell'Europa sono stati più volte e da più parti pubblicamente ripudiati, come scrive il giornalista Francesco Agnoli in una delle sue ultime fatiche, è segno che - nell'attuale contesto contrassegnato sempre più dal relativismo dominante delle idee - a preoccuparsi devono essere non solo i cristiani ma tutti coloro che hanno a cuore il buon senso e il rispetto della memoria storica del nostro Continente. Il saggio, in effetti, nasce proprio a seguito di una serie impressionante di avvenimenti recenti che (dalla politica più alta fino ai prodotti più diversi dei mass-media e della cultura popolare) hanno ripetutamente divulgato un'interpretazione unilateralmente riduttiva, talvolta faziosa, se non denigratoria, della valenza storica del fatto cristiano. Come scrive infatti lo scrittore e giornalista Renato Farina nella prefazione al volume "quello che vi accingete a leggere è una specie di esplorazione di Atlantide. Il continente scomparso è la verità storica del cristianesimo" (pag. 7): il nostro tempo appare davvero attraversato da una diffusa ignoranza di massa, una sorta di nuovo 'senso comune', su interi periodi storici, che porta ad accettare indifferentemente gli slogan propalati a piene mani dalla cultura dominante di impronta laicistica, senza che - non il cattolico medio - ma persino il cittadino-medio senta il bisogno di indignarsi di fronte a una simile manipolazione evidente della realtà. Anzi, il successo indiscusso che arride a romanzi come quelli di Dan Brown o, per altro verso, alle indagini 'a tesi' di un Corrado Augias in Italia dimostra esattamente il contrario. E' quindi giunto il momento di scendere in campo per un'indagine vera, argomentando opportunamente punto per punto che cosa abbia significato la Rivelazione cristiana per l'Occidente in genere e l'Europa in particolare.

Così, nei successivi diciotto capitoli che compongono lo studio analitico vero e proprio, corredato peraltro da ampie e documentate note a piè di pagina, Agnoli affronta pazientemente - dall'imperatore Costantino alle Crociate, dall'Inquisizione alla caccia alle streghe, dalla scoperta dell'America alla contesa, filosofica e religiosa, con l'Illuminismo - tutte le pagine superficialmente 'più oscure' dipinte di volta in volta ad arte dalla storiografia protestante, poi storicista, quindi comunista o laicista, fino ai tempi più recenti con l'obiettivo neanche troppo velato di screditare la Chiesa e il suo Fondatore. Eppure, fermo restando che il Cristianesimo è anzitutto la fede nella vita eterna, gli effetti benefici per la vita terrena sono sotto gli occhi di tutti, se solo si fosse disposti ad osservarli. A beneficiare del Cristianesimo, ad esempio, è stata anzitutto la donna che ha enormemente migliorato la sua condizione sociale. In effetti, "assolutamente secondaria e marginale, relegata nelle sue stanze nel mondo greco; sotto perpetua tutela dell'uomo, padre e marito, quasi un oggetto, nel mondo romano; ostaggio della forza maschile, presso i popoli germanici; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo ebraico; forma inferiore di reincarnazione nell'induismo tradizionale; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità nel mondo islamico e animista; vittima presso diverse culture di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio del maschio in tutte le culture antiche, la donna diventa col Cristianesimo creatura di Dio, al pari dell'uomo" (pagg. 42-43). E lo diventa, per quanto possa apparire improbabile alla mentalità femminista oggi dilagante, soprattutto in virtù dei sacramenti cristiani e del matrimonio monogamico e indissolubile. L'Autore spiega infatti che le conseguenze storiche della diffusione degli istituti cristiani (come il matrimonio), oggettivamente riscontrabili nel confronto con le società passate, furono molteplici: in primo luogo, basti considerare che quella cristiana "è l'unica religione della storia in cui il rito di iniziazione e quindi di ammissione alla comunità, cioè il battesimo, è uguale per uomini e donne" (pag. 46). Quindi, il fatto storico altrettanto inequivocabile che "condannando l'esposizione dei bambini e l'infanticidio [il Cristianesimo], limita drasticamente una pratica molto diffusa in tutto il mondo, dall'antica Roma [dove era approvata persino da uomini come Seneca e Tacito] alla Cina e all'India di oggi, e avente più spesso come vittime le femmine" (pag. 47). Infine, ma non meno importante, il fatto che il matrimonio per un cristiano (come da legge naturale) sia monogamico e indissolubile "sottintende anzitutto la dignità degli sposi: non è lecito ad un uomo avere più mogli, nel suo gineceo o nel suo harem [...] non è lecito ripudiare la moglie come un oggetto né sostituirla con delle schiave [...] e neppure, ovviamente, il contrario" (pag. 47). Tutta la storia della Chiesa, a ben vedere "tende a salvare proprio questa pari dignità: vietando ovviamente ogni diritto di vita o di morte dell'uomo sulla donna; tutelando il più possibile il libero consenso degli sposi; innalzando l'età del matrimonio della donna (che per i Romani erano sovente i dodici anni); togliendo ai genitori la possibilità di violare la libertà dei figli, e in particolare ai padri di decidere il marito della figlia; combattendo l'abitudine dei matrimoni combinati, soprattutto tra i nobili; contrastando in ogni modo i matrimoni forzati, in cui solitamente era la donna a fungere da vittima" (pag. 48). Come si vede, l'elenco è pressochè sterminato ma se non si fosse ancora convinti si può sempre confrontare la condizione odierna della donna occidentale, frutto di questo lungo processo di seminagione, con quella tuttora riscontrabile in luoghi dove il Cristianesimo non è mai penetrato o è appena presente in piccole comunità di minoranza, come l'Asia e ampie zone dell'Africa. Quali donne hanno più dignità, più libertà, più diritti?

Argomento: In libreria

Francesco Agnoli, Sentinelle del post-concilio. Dieci testimoni controcorrente, Cantagalli 2011, EAN 9788882727352, Pagine 160,
Prezzo:€ 10,00

 

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''Il concilio che si inizia sorge nella Chiesa come un giorno foriero di luce splendidissima.'' Cosi' Giovanni XXIII apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II l'11 ottobre 1962. Purtroppo gli anni che seguirono furono meno splendenti di quel che ci si augurava, la ricezione del concilio piu' difficile di quel che si sperava, eppure l'esaltazione di un certo ''spirito conciliare'' ha caratterizzato la vita della Chiesa per quasi cinquant'anni.

Lo stesso Paolo VI si mostro' allarmato della situazione post-conciliare, poi Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI hanno piu' volte messo in guardia da erronee interpretazioni. C'e' il rischio pero' che il dibattito sul Vaticano II rimanga solo in ambito specialistico, mentre la natura di queste derive pastorali e dottrinali e' importante possa essere conosciuta da tutti, per questo la testimonianza di alcune grandi personalita' puo' essere utile.

Si propone allora non un trattato teologico, ne' storico, ma una specie di inchiesta da cui far emergere il ruolo di alcune ''sentinelle'' che nel post-concilio hanno rappresentato una voce fuori dal coro. Personalita' spesso controcorrente, etichettate con troppa facilita': Eugenio Corti, Romano Amerio, Giovannino Guareschi, S. Pio da Pietralcina, P. Tomas Tyn, Don Divo Barsotti, P. Cornelio Fabro, il Card. Giuseppe Siri, Mons. Brunero Gherardini, sono le ''sentinelle'' tratteggiate da vari autori in questa breve indagine.

Argomento: In libreria

Paolo Gulisano, L' arte del guarire. Storia della medicina attraverso i santi, Ancora 2011, pagine 176, ISBN 9788851409302 , Euro € 15,00

 

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È opinione ancora purtroppo diffusa che il Cristianesimo sia stato un ostacolo al progresso delle scienze, compresa quella medica. Questo libro, scritto da un medico, ci rivela un volto diverso della storia della medicina, che non è soltanto la storia di invenzioni, di scoperte, di progressi scientifici. È anche la storia di uomini che nel corso dei secoli hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre. Medici, ma anche infermieri, farmacisti o altre figure che fin dall’antichità praticarono in modo eroico, fino alla santità, l’arte del guarire. Il compito del curare ha a che fare ogni giorno con il singolo segnato dalla malattia, nel corpo e nello spirito. I protagonisti di questa storia non ebbero mai paura di dedicare a questo scopo la loro vita, affrontando il tanto male che c’è nel mondo, valorizzando il tanto bene che vi è ancora.

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«Uno degli evangelisti, uno dei primi discepoli di Cristo, era dunque un medico, il primo medico cristiano… La professionalità medica di Luca traspare dai suoi scritti per la particolare appropriatezza dei termini adoperati quando parla di malattie o descrive le guarigioni operate da Gesù Cristo… Luca è il solo evangelista che riporti la parabola del buon samaritano, icona e paradigma della pastorale sanitaria… In tale racconto Luca precisa che il samaritano "fasciò le lesioni del ferito e vi versò sopra dell'olio e del vino", curandolo, cioè, secondo i metodi del tempo: la fasciatura a scopo protettivo, l'olio come lenitivo e il vino come blando disinfettante. Fu, inoltre, l'unico evangelista a riportare l'espressione "Medico, cura te stesso", pronunziata da Gesù quando si mise a insegnare nella sinagoga di Nazaret… Dopo l'evangelista Luca, i primi santi medici della storia del cristianesimo, e della medicina, furono due fratelli gemelli, Cosma e Damiano… I fratelli medici usavano raccogliersi in preghiera dinanzi all'ammalato prima di procedere all'anamnesi, all'esame obiettivo e alla prescrizione della terapia… A Cosma e Damiano fece seguito, nella comunità cristiana delle origini, una lunga serie di medici martiri…». (dai capitoli II e III)

La storia della medicina non è soltanto la storia di invenzioni, di scoperte, di progressi scientifici.
È anche la storia di uomini che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre.
Medici, ma anche infermieri, o altre figure che fin dall'antichità praticarono in modo eroico, fino alla santità, l'arte del guarire.
Da Gesù Cristo, che era anche medico, al Medioevo che inventa gli ospedali, fino al Rinascimento e infine alla modernità ipertecnologica, dove chi soffre ha bisogno anzitutto di una presenza umana accanto a sé.

Non mancano aneddoti, racconti originali e curiosità su un tema importante, affascinante e affrontato con lo stile preciso di un saggio divulgativo e la scorrevolezza di un lungo racconto.

INDICE
Introduzione. Santa Medicina. I. La medicina nel mondo antico. La medicina ebraica. La medicina ippocratica. II. L'avvento del cristianesimo. Gesù medico. I primi cristiani (medici) III. «Se vuoi, mi puoi salvare…». I santi medici Cosma e Damiano. Medici martiri. IV. I santi taumaturghi. Tra carcerati e derelitti. Oltre gli antichi confini. V. La medicina dei monasteri. Le ricette degli abati. Spiriti sapienti VI. La nascita dell'ospedale. Dalla corsia alla tiara. Ildegarda di Bingen VII. Medicina e rinascimento. Medici e umanisti. In terra di missione. La scienza del cuore.VIII. Assistere i dimenticati. Il santo farmacista. Il patrono degli infermieri. IX. Scienza e fede. Nuovi mali, santi rimedi. Il genio femminile. X. Medicina e modernità. Un Premio Nobel a Lourdes. Giuseppe Moscati. XI. Santi in corsia. Marcello Candia. Riccardo Pampuri. Gianna Beretta Molla. XII. Conclusione. Festa dei santi citati nel testo. Bibliografia.

 

Argomento: In libreria

Edoardo Rialti, L’uomo che ride. L’avventura umana e letteraria di G.K.Chesterton, Cantagalli-Il Foglio, Siena 2011, € 15,00

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I fans dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton, meglio noto come GKC, possono finalmente e comodamente avere in un solo libro tutti gli articoli apparsi sul quotidiano Il Foglio e dedicati all’araldo del buon senso e della gioia, al "difensore della fede" come lo definì il Papa Pio XI. E quanti ancora non lo conoscono hanno ora a disposizione una coinvolgente introduzione al personaggio. L’autore è lo studioso Edoardo Rialti, docente di Letteratura, e talmente in simbiosi con l’ingombrante oggetto della sua opera che se non fosse per le virgolette si farebbe fatica a discernere dove finisce Rialti e inizia Chesterton (o viceversa). La simbiosi è evidente già scorrendo l’indice e leggendo i titoli dei vari saggi - un solo esempio per tutti: "La pinta e la croce", sufficiente a mandare in stato di estasi (o almeno di ebbrezza letteraria) ogni spirito chestertoniano.

Rialti ripercorre la vita ma soprattutto lo spirito di quest’uomo che ha combattuto con la penna per «difendere quanto di buono, bello, amabile ci sia già nella vita dell’uomo, di ogni uomo», al punto da poter dire di GKC che tutto quello che c’era di buono in lui cantò. Un combattente e un cantore, dunque, che deplorava la separazione tra l’amore e la guerra tipica del mondo moderno. Al contrario, afferma GKC, «non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo». Un combattente che lottava innanzitutto in difesa – e per amore – della realtà, inclusa la realtà materiale (mai dimenticando che Dio si è fatto carne) anche nei suoi aspetti più quotidiani e apparentemente irrilevanti – e che invece dovremmo tornare a guardare con stupore e gratitudine, risvegliandoci all’alba di quel «mattino eterno» che è l’infanzia, e osservare il mondo con gli occhi dei bambini, poiché, come diceva quell’enorme bambino che era GKC, «ciò che è meraviglioso della fanciullezza è che in essa tutto è meraviglia. Non è semplicemente un mondo di miracoli, ma un mondo miracoloso». Non stupisce dunque che tra i tanti oggetti tuttora conservati nella casa di Chesterton, ci fosse (almeno) uno scatolone «pieno di figurine ritagliate nel cartone, draghi, principi, folletti».

Eppure il nostro "uomo che ride" era passato da adolescente attraverso «un periodo di nichilismo radicale» e di disperazione– come racconta egli stesso nella sua Autobiografia - al punto che i suoi compagni si chiedevano se stesse impazzendo. «Tuttavia non ero pazzo – risponde GKC – semplicemente portavo avanti, fin dove voleva andare, lo scetticismo del mio tempo. E parallelamente scherzava col fuoco dell’esoterismo imbattendosi in qualche strana e menzognera presenza sulla quale – commenta Rialti - «oggi chissà quanti cattolici storcerebbero il naso […]; la scrittrice Flannery O’Connor si sarebbe limitata a ribattere loro che per fare la prova dell’esistenza di satana basta provare a resistere a una qualsiasi tentazione per cinque minuti. Il problema è che probabilmente non ci provano mai».

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Mons. Javier Echevarría, Vivere la santa Messa, Ares 2011, Codice ISBN: 978-88-8155-517-8, Pagine: 176, Euro 14.00

 

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Sulla scorta degli insegnamenti di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, mons. Javier Echevarría, prelato dell’Opus Dei, propone un itinerario spirituale per conoscere e amare ogni giorno di più la santa Messa.
Il testo, ripercorrendo i singoli momenti della liturgia, offre profondi spunti di riflessione personale per i sacerdoti e per i laici; è arricchito, inoltre, da numerose espressioni di san Josemaría Escrivá che, ricordando la chiamata universale alla santità, indicò il santo Sacrificio come «il centro e la radice» della vita di ogni cristiano.

Scrive l’Autore nella Presentazione: «Ho desiderato promuovere lo spirito liturgico, che porta a curare il rapporto con Cristo non solo durante la Messa, ma lungo tutta la giornata, e a comunicarlo ad altre persone. Sono stato mosso, in definitiva, dal desiderio di aiutare a concretizzare – per me stesso e per molte altre persone – la grande aspirazione di san Josemaría: “Dobbiamo, anzitutto, amare la santa Messa, che deve essere il centro della nostra giornata. Se si vive bene la Messa, come è possibile poi, per tutto il resto del giorno, non avere il pensiero in Dio, non aver la voglia di restare alla sua presenza per lavorare come Egli lavorava e amare come Egli amava?”».

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Roberto de Mattei, Il mistero del Male e i castighi di Dio, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 96, € 10

 

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PREFAZIONE

Il 16 marzo 2011, nel corso della sua rubrica mensile a Radio Maria "Radici Cristiane", il prof. Roberto de Mattei svolgeva una riflessione teologica e spirituale sul mistero del male prendendo spunto dall’allora recente terremoto-maremoto che aveva colpito il nord del Giappone.

Pochi giorni dopo, per iniziativa dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), partiva una violenta campagna di aggressione mediatica, amplificata nelle settimane successive dai principali organi di comunicazione italiani, giornali, radio e televisione, con l’obiettivo di screditare ogni cattolico che osi ricordare pubblicamente le verità più "scomode" della nostra fede.

Si giunse a raccogliere migliaia di firme per chiedere le dimissioni del prof. de Mattei da vice-presidente del CNR, a causa di una presunta incompatibilità tra le sue affermazioni e il suo ruolo nel maggior ente di ricerca scientifica in Italia.

Agli attacchi laicisti se ne sono aggiunti anche alcuni provenienti dalla parte cattolica, in particolare: da padre Raniero Cantalamessa, in una omelia tenuta a San Pietro il 22 aprile, da Gianni Gennari (in arte "Rosso Malpelo") su "Avvenire" il 31 marzo, da padre Giandomenico Mucci su "La Civiltà Cattolica" il 21 maggio e dal priore di Bose, Enzo Bianchi, a "Rai Tre" il 12 giugno 2011.

Queste critiche sono state l’occasione per un chiarimento delle posizioni della Chiesa sul mistero del male e sui castighi divini, da parte non solo del prof. de Mattei, ma da autorevoli esponenti della cultura cattolica, tra i quali padre Serafino M. Lanzetta F.I., mons. Antonio Livi, Corrado Gnerre, [...] , Cristina Siccardi. Ne riportiamo in questo volumetto gli interventi per contribuire all’approfondimento di un punto centrale della teologia e della filosofia cristiana della storia.

Giovanni Zenone

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Carlo Alianello, L' Alfiere, Rizzoli 2011, pp. 496, ISBN: 17050838,  Prezzo: 11,90

 

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Questo popolo va in sfacelo per eccesso d’intelligenza. Tu gli dici patria, e lui vede il gendarme borioso, il generale traditore e il Re truffato. Facce dello stesso Pulcinella.”

Pino Lancia è alfiere nell’esercito delle Due Sicilie, “un giovanottone alto e quadro a cui l’uniforme turchina dei Cacciatori a piedi stava come un guanto”, un novellino che si ritrova nella battaglia di Calatafimi contro le camicie rosse. È il 1860 e la spedizione dei Mille squassa l’Italia. Liberale nell’animo, Pino servirà il suo re, Francesco II di Borbone, sino alla fine, a dispetto di ogni convenienza. Attraversando l’Italia in guerra in compagnia di un giovane francescano, mentre intorno a lui si dipana un’animatissima “commedia umana” di eroismo, amore e viltà, l’alfiere assiste alla caduta del regno e all’unificazione del paese sotto le insegne sabaude.

Classico letterario da riscoprire, il romanzo racconta il Risorgimento dalla prospettiva inedita dei vinti.
Perché chi l’ha detto che i buoni – e i cattivi – fossero tutti da una parte?
Chi era il vero nemico dell’Italia, in quei tempi tumultuosi?
Garibaldi e i piemontesi che vengono di fuori e a tutti i costi ci vogliono regalare questa benedetta libertà, che chi sa che gli pare e il mondo resterà sempre quello che è, o quelli che ci hanno governati sino a ora e han tollerato il sopruso, il raggiro, la corruzione?

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Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti, Redemptionis Sacramentum: Istruzione su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, Libreria Editrice Vaticana 2004, ISBN-13: 978-88-2097-577-7 , Euro 2,50

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Tra i tanti doni che stiamo per acquistare, abbiamo ricordato il nostro parroco?
Ecco un piccolo volumetto dal valore inestimabile che sicuramente gli sarà gradito, gli farà un gran bene e guadagnerà a voi qualche anno di purgatorio in meno.

Si tratta di una Istruzione di una Congregazione Romana che va letta in continuita con l'enciclica di Giovanni Paolo II "Ecclesia de Eucharistia". Essa offre l'insieme delle norme relative alla Santissima Eucaristia e riprende alcuni elementi che canonicamente sono sempre in vigore.
Il vostro parroco sicuramente la rispetterà, la liturgia domenicale riprenderà ad essere orientata all'adorazione di Gesù Eucarestia e vi sarà un grande giovamente per le anime dei fedeli e dei celebranti.

Di seguito alcuni esempi di ciò che la Sede Apostolica suggerisce nelle celebrazioni eucaristiche:

  • «Regolamentare la sacra Liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel Vescovo Sacrae»
     
  • Mentre il Sacerdote celebrante recita la Preghiera eucaristica,«non si sovrappongano altre orazioni o canti, e l’organo o altri strumenti musicali tacciano»
     
  • L’omelia si incentri strettamente sul mistero della salvezza, esponendo nel corso dell’anno liturgico sulla base delle letture bibliche e dei testi liturgici i misteri della fede e le regole della vita cristiana
     
  • È necessario che si mantenga l’uso del piattino per la Comunione dei fedeli, per evitare che la sacra ostia o qualche suo frammento cada
  • Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi.
     
  • Non è lecito unire il sacramento della Penitenza con la santa Messa in modo tale che diventi un’unica azione liturgica. Ciò non impedisce, tuttavia, che dei Sacerdoti, salvo coloro che celebrano o concelebrano la santa Messa, ascoltino le confessioni dei fedeli che lo desiderino, anche mentre si celebra la Messa nello stesso luogo, per venire incontro alle necessità dei fedeli

 

Argomento: In libreria

Stefano Maccarini Foscolo. Con una presentazione di mons. Nicola Bux, Assassinio della cattedrale. Ipotesi, drammi e lacerazioni di una chiesa sfigurata: il caso di Reggio Emilia, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 80, € 9,00

 

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…Ed ora ciò che rimane da mostrare a voi
della mia storia, a molti sembrerà
nient’altro che una futile vicenda,
l’insensato suicidio di un lunatico,
l’arrogante passione di un fanatico.
E vi dico: in tutti i tempi la storia
ha tratto le più strane conseguenze
dalle cause più remote. Ma alla fine
per ogni male, per ogni delitto,
per ogni sacrilegio, per ciascuna
ingiustizia, per le molte oppressioni,
.…tu, tu e ancora tu, dovrete tutti
conoscere il momento del castigo.

[T. S. Eliot, Assassinio nella Cattedrale,Parte I, Tommaso]

 

 

Questo piccolo libro non sarebbe mai stato scritto
se chi poteva ascoltare voci, dubbi e pensieri avesse ascoltato,
se chi doveva vigilare su idee, proposte, progetti avesse vigilato,
se chi voleva dialogare in serenità, scienza, coscienza avesse dialogato.

Un sincero ringraziamento a tutti gli amici, i conoscenti e i parrocchiani dell’Unità Pastorale Cattedrale – San Prospero che, condividendo idee, opinioni, giudizi, mi hanno sostenuto nell’elaborazione delle seguenti note e a cui spero, indegnamente, di aver dato voce.

 

PRESENTAZIONE

Nell’ambito del dibattito apertosi dopo il noto discorso alla Curia Romana di Benedetto XVI, circa l’interpretazione del Concilio Vaticano II, si deve collocare l’incipiente confronto tra i sostenitori del cosiddetto adeguamento degli antichi edifici di culto alla liturgia moderna e i fautori della preservazione della tradizione liturgica antica. Un tale confronto prende quota e diventa ineludibile in presenza del Motu Proprio Summorum Pontificum, recentemente "tradotto" nell’Istruzione Universae Ecclesiae, che consente la celebrazione della Santa Messa secondo il Rito Romano antico, con le implicazioni rituali che esso comporta, specialmente in merito all’orientamento del sacerdote versus Dominum.

In occasione dei restauri della Cattedrale di Reggio Emilia si è sviluppato, da un ambito locale fino a conquistare la scena nazionale, un grande dibattito sul tema della conservazione, della tutela e dell’adeguamento liturgico delle chiese storiche. Da molti osservatori, sia esterni che interni alla comunità ecclesiale, sono stati espressi dubbi e perplessità sul percorso – innovativo e sperimentale – intrapreso per l’adeguamento dell’antica chiesa madre della diocesi reggiana, con discutibili o distorte interpretazioni attuative delle indicazioni liturgiche "postconciliari".

Fra gli interventi che hanno destato maggiore preoccupazione citiamo sia la rimozione dell’antico altare maggiore, che l’eliminazione dei tradizionali banchi ottocenteschi in legno, così come lo spostamento della cattedra vescovile all’interno della navata centrale, ma soprattutto l’introduzione di opere d’arte contemporanea che dovrebbero "arricchire" l’interno dell’edificio.

Al dire di molti, si è trattato di una operazione "verticistica" ispirata da un ristretto gruppo di esperti che hanno eluso ogni confronto, ogni colloquio e ogni dialogo con la comunità, cercando addirittura di proporre il "modello" di Reggio Emilia quale meditata soluzione esemplare.

Il saggio dell’architetto Stefano Maccarini Foscolo controbatte puntualmente, sia sotto il profilo storico architettonico, che più propriamente ecclesiologico, con documenti e analisi critiche alla mano, l’attuale adeguamento liturgico della cattedrale di Reggio Emilia, da qualcuno ritenuto un vero "stravolgimento". L’esame delle varie tappe, che hanno condotto all’attuale sistemazione liturgica della cattedrale, ha messo in evidenza come queste "sperimentazioni" possano compromettere tanto l’armonia delle strutture, quanto la serena partecipazione dei fedeli al mistero dell’Eucaristia.

Ci si deve augurare che questo studio, scaturito dalla conoscenza storico-artistica e dalla passione verso un monumento così insigne e significativo, riapra un confronto rispettoso e sincero all’interno della chiesa reggiana, perché il dialogo che si cerca di instaurare su tutti i livelli del vivere civile, diventi anche e soprattutto prerogativa di noi cattolici.

Mons. Nicola Bux

Argomento: In libreria

Cardinale Zenon Grocholewski, La legge naturale nella dottrina della Chiesa, Consult Editrice, Roma 2008, pag. 68, Euro 15,00.

 

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Il cardinale Zenon Grocholeski, prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica e membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dato alle stampe una sua ampia conferenza sul tema filosofico e giuridico della cosiddetta “legge naturale” dal titolo La legge naturale nella dottrina della Chiesa (Roma, 2008, 15 €), tema assolutamente imprescindibile nell’odierna cultura relativista e nichilista.

Sul medesimo tema il Cardinale ha tenuto conferenze in varie parti del mondo come per esempio a Parigi, a Buenos Aires o a Roma, cercando sempre di sensibilizzare l’uditorio cattolico circa la «riaffermazione della lex naturalis» (p. 15). In un mondo caratterizzato da «un pensiero metafisicamente debole», come recita il titolo del primo capitolo dell’opera, è dovere della Chiesa ribadire la necessità di innervare le leggi, il diritto e gli stessi costumi sulla base non di un vago consenso sociale e “dal basso”, sempre effimero e in perpetuo movimento, ma sui fondamenti oggettivi e universali dell’etica, sia naturale che rivelata.

Pregio specifico dell’opuscolo è quello di rammentare la fondazione patristica e scolastica dell’etica cristiana la quale, se è andata progressivamente sviluppandosi in tutte le sue conquiste teoretiche e virtualità storiche, non procede però a salti e per rotture, come vorrebbe il pensiero moderno post-cartesiano, bensì con uno sviluppo armonico e nella fedeltà a ciò che la fede e la ragione con certezza stabiliscono.

L’identificazione della legge naturale non con la “mera” ragione, ma con la “retta” ragione è un punto assolutamente decisivo ed è sempre toccante rileggere il celebre passo ciceroniano citato in proposito: «Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna (…). È un delitto sostituirla con una legge contraria» (p. 25).

Il Cardinale poi, citando la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, ricorda che il rifiuto dell’idea di legge naturale si è sviluppato persino «entro la stessa comunità cristiana» e ciò secondo il pontefice ha per causa «l’influsso più o meno nascosto di correnti di pensiero che finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivo rapporto con la verità» (pp. 27-28): segno che mostra ancora una volta che la presenza del neo-modernismo nella teologia e nel pensiero cattolico non è né un errore di valutazione né una profezia di sventura, purtroppo.

Apprezzabilissima allora, proprio nel contesto di una rimessa in causa della legge naturale in quanto non biblica, “razionalistica”, “integralista”, in ogni caso superata e sottomessa al consenso delle maggioranze, la ripresentazione della stessa attraverso l’esposizione delle sue caratteristiche precipue e cioè la sua “conoscibilità” dovuta alla sua razionalità (che dunque non giustifica affatto i sostenitori del relativismo o del pluralismo etico), l’“universalità” (contro chi mette questa o quella “cultura” avanti all’umana “natura”) e l’“immutabilità” (contro ogni forma di progressismo ed evoluzionismo nel senso di superamento della tradizione e di quanto già accertato – una volta per sempre – come i dogmi di fede e le verità prime della ragione umana).
 

(c) Corrispondenza Romana, 8/9/08

Argomento: In libreria

Walter Martìn, Habemus Papam - Il fumo di satana e l'uomo di Dio, Ediz. Fede e cultura, Isbn: 978-88-6409-094-8, pagg. 382, Euro 24,00

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Recensione
Un papa che non vuole assumere la carica… ma poi acceta e compie cose straordinarie... Un romanzo fatto di abile narrazione, di suspense, di sana teologia e di tanta buona dottrina cattolica. Per raccontare che cosa? L’eterna guerra che il Nemico muove contro la Chiesa, fino a portarla sulla soglia degli inferi senza riuscire a vincerla. Nulla di nuovo, perché questo è il motore della storia da duemila anni a questa parte. Ma c’è modo e modo di raccontarlo, e l’Autore di queste pagine è uno che sa farlo conquistando anche il lettore distratto. E, soprattutto, c’è modo e modo di esserne consapevoli, e l’Autore di queste pagine è uno che mostra di aver colto fin nelle sue pieghe più intime la crisi nella quale si dibatte la Chiesa. Habemus Papam è, insieme, una storia di grande coinvolgimento e un compendio inossidabile della fede cattolica che, in certi punti, pare quasi uno Iota unum messo in prosa.

L'Autore
Walter Martìn è lo pseudonimo di don Giuseppe Pace (1911-2000). Sacerdote salesiano, don Pace fu un fiero oppositore della deriva che investì la Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II. Si rifiutò di accettare la rivoluzione liturgica e dottrinale imposta a partire da quegli anni e per questo venne emarginato e ridotto a celebrare la Santa Messa tradizionale in clandestinità.

Argomento: In libreria

Alessandro Gnocchi-Mario Palmaro, La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Editore Vallecchi  2011, ISBN: 8884272289, pp.248,  € 12,50

 

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Soltanto chi ha un po’ di dimestichezza con autori umoristi (e seri) cattolici come Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) e Giovannino Guareschi (1908-1968) può comprendere, fin dal titolo “La Bella Addormentata” l’allusività a quel mondo delle favole tanto decantato dai due grandi autori cristiani, sovente citati nel saggio di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.
Quella “morale delle favole” che emerge dalla lettura di Chesterton e Guareschi non ha solamente un valore etico adatto a grandi e piccini, ma ha soprattutto un valore teologico e metafisico profondo che parte da una considerazione semplice e sostanziale: Dio ha creato tutto in modo fantastico dal nulla e l’uomo per riconoscerne il segno della Sua presenza deve meravigliarsi della bellezza del Suo ordine anche attraverso l’ascolto o la visione delle grandi metafore fiabesche.
 
Per guardare al presente ed intravvedere il futuro serve quindi ritornare al passato, come ci ricordano le grandi favole che da sempre hanno accompagnato la crescita di tutti gli uomini. Con questo saggio gli Autori ci fanno assaporare il prezioso ricordo della nostra giovinezza, quando per risvegliare la Bella Addormentata si aspettava il Principe Azzurro che amandola sapesse ridestarla.
Il richiamo allusivo alla Chiesa “Bella” e “Addormentata” è da considerarsi quindi, nell’opera di Gnocchi e Palmaro, un passaggio di riferimento fondativo e costante imprescindibile.
 
La bellezza della Chiesa, ci ricordano gli Autori, è deturpata dai nostri peccati, dai nostri tradimenti, dalle nostre eresie ed è soprattutto il peso dei peccati dell’umanità intera che ha prodotto una crisi ed ha ridotto al lumicino il vigore dottrinale di tanti, troppi suoi figli. Dinanzi a questa evidente crisi (nel Prologo gli Autori sottolineano il fatto di non poter non chiamare critica la situazione ), Gnocchi e Palmaro cercano di comprendere lo stato reale della crisi attraverso la descrizione fenomenologica del sonno, che è l’emblema della crisi, proponendo una lettura attenta del Concilio Vaticano II a partire da quella contrapposizione geniale (scaturita dalla penna di Guareschi) tra Don Camillo e Don Francesco sintetizzata con poche ma espressive parole: «Non posso comprare niente» (Don Camillo) «Non ho niente da vendere» (Don Francesco). Quel “non posso” e quel “non ho niente” riassumono in modo impareggiabile, attraverso due figure antitetiche di sacerdoti, due visioni del mondo inconciliabili. Come hanno sottolineato gli Autori, Don Francesco aprendosi al mondo nell’illusione di convertirlo, ha finito per assumerne persino i tic intellettuali più grotteschi.
 
Il sottotitolo del saggio di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro: “Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi” prelude ad una benefica iniezione di fiducia e di speranza: “Perché si risveglierà”, delicata metafora dell’evangelico “non praevalebunt”. Gli Autori si chiedono cosa poter fare per evitare di cadere nel torpore di un’esistenza senza Dio e rispondono ancora attraverso Don Camillo: «Bisogna salvare il seme: la fede. Bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più …».
 
Analizzando con dovizia di particolari il clima psicologico con cui venne presentato e preparato il Concilio Vaticano II, gli Autori hanno potuto constatare , anche attraverso numerose fonti, l’enorme influenza che il contesto storico degli anni ’60 ha prodotto sui lavori del Concilio e su alcuni testi conciliari, il tipo di linguaggio utilizzato nei documenti, le controversie interpretative, i silenzi del Concilio attorno ad alcune questioni fondamentali, il dilemma sulla natura dogmatica o pastorale del Concilio o di parti del Concilio. Interessante e stimolante la citazione di Romano Amerio, autore di Iota Unum, che commentando il discorso inaugurale del Concilio tenuto dal Beato Giovanni XXIII, laddove il Pontefice faceva riferimento alla Chiesa che avrebbe dovuto mostrarsi “madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati” ha osservato che non si possono contrapporre principio di misericordia e principio di severità, in quanto nella mente della Chiesa la condanna stessa dell’errore è opera di misericordia.
 
Gli Autori hanno rilevato così che il Concilio si apriva sotto auspici precisi: evitare di condannare, sforzarsi di capire, dialogare col mondo, guardare con ottimismo al futuro ma hanno evitato di attribuire al Concilio tutta la colpa dell’attuale crisi, in quanto c’era qualcosa che non andava già prima del Concilio (per esempio il modernismo, definito da San Pio X “sintesi di tutte le eresie”).
Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro hanno posto all’attenzione dei lettori il ruolo di alcuni teologi (Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, Karl Rahner e molti altri) nell’ispirare e indirizzare i lavori conciliari. Richiamando ancora il linguaggio, gli Autori hanno evidenziato che alcuni concetti come “aggiornamento” e “segni dei tempi” siano diventate parole-chiave per rimarcare come l’ortoprassi avesse avuto il sopravvento sull’ortodossia. Dal punto di vista più istituzionale, hanno osservato Gnocchi e Palmaro, con la nascita delle Conferenze episcopali fra Papa e vescovo si è insinuata una nuova struttura che mediaticamente ha “rubato la scena” al singolo successore degli apostoli.
 
La denuncia degli Autori ha stigmatizzato l’opera incessante di teologi, periti, vescovi e cardinali, accomunati dall’obiettivo di utilizzare il Vaticano II per introdurre profondi cambiamenti nella dottrina della Chiesa. Questo ridimensionamento del papato a favore della collegialità episcopale, hanno ribadito gli Autori, è stato provvidenzialmente bloccato con la famosa Nota explicativa praevia di Paolo VI.
 
Per quanto concerne l’attenzione verso i mezzi di comunicazione sociale, Gnocchi e Palmaro hanno analizzato e sostenuto gli studi di Marshall McLuhan (1911-1980) in rapporto ai valori e principii cristiani soprattutto attraverso una considerevole citazione tratta dal volume La luce e il mezzo di McLuhan: «L’uomo elettronico non ha essenza carnale;è letteralmente disincarnato. Ora, un mondo disincarnato come quello in cui ci troviamo a vivere è una minaccia formidabile per la Chiesa incarnata…».
La risonanza mediatica del Concilio, hanno annotato gli Autori, citando gli studi di uno storico progressista famoso come Giuseppe Alberigo (1926-2007), è stata orientata e pilotata da giornali e televisioni, i quali, ancora attraverso il pensiero di McLuhan, travisano il messaggio in quanto lo scopo non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione (il mezzo è il messaggio).
Ovvero, la scena è dominata dai mass-media che comunicano se stessi.
Conseguentemente, hanno rilevato gli Autori, affidando il proprio destino ai mezzi di comunicazione, il Concilio Vaticano II ha posto le premesse perché la lettera dei suoi documenti dovesse essere scritta e interpretata alla luce di altro, di un “trascendentale ideologico”… adottando così un linguaggio(“trascendentale tecnico”) di cui la Chiesa non era padrona.
 
Particolarmente interessante il riferimento al linguaggio filosofico di Immanuel Kant (1724-1804) anche nel considerare il “trascendentale ecclesiologico” prodottosi dal clima di svalutazione metafisica penetrata anche all’interno di alcuni membri della Chiesa che, assieme alla deriva marxista (dai preti-operai alla teologia della liberazione) ed a certe teorie maritainiane, hanno prodotto personaggi equivoci come ad esempio Giuseppe Dossetti (1913-1996), prima politico democristiano e poi monaco, in cui l’alleato naturale del cristiano è il comunista data la comune passione per l’uomo.
Giuseppe Dossetti, hanno ribadito gli Autori, ebbe un ruolo importante sui lavori conciliari in quanto perito del cardinale Giacomo Lercaro. Nell’ultima parte del saggio, Gnocchi e Palmaro hanno posto in evidenza come la Chiesa, nel corso dei tempi, avesse utilizzato tre armi formidabili: il latino, la predicazione apologetica per il popolo, lo stile definitorio e giuridico.
 
Quest’ultimo tratto, lo stile definitorio, hanno sottolineato gli Autori, ha permesso alla Chiesa di contrastare l’eresia e di precisare nel tempo la dottrina cattolica senza equivoci e senza ambiguità. Al contrario, hanno osservato Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, dal Concilio Vaticano II in poi, lo stile definitorio è stato progressivamente abbandonato … per sostituirlo con quello discorsivo. Continuando nell’analisi critica attraverso la terminologia kantiana, gli Autori hanno parlato di una “critica della ragion ecclesiologica” prodottasi da uno svilimento della ragione in quanto incapace di conoscere il vero, la cosa in sé portando ad un abbassamento della ragione in aperto contrasto con l’allargamento della ragione richiamato dall’attuale pontefice Benedetto XVI.
 
Dinanzi ad una ragione incapace di conoscere il vero, il risultato più evidente è stato, secondo gli Autori, una Chiesa intimidita davanti al mondo, al pari dell’uomo kantiano davanti al noumeno.
Con il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 e con il Compendio del 2005, hanno puntualizzato gli Autori, c’è stato un ritorno al ricorso dello stile definitorio essenziale per la dottrina cristiana. Sul valore del Concilio Vaticano II, hanno sostenuto Gnocchi e Palmaro, rimangono dubbi ed equivoci, nodi irrisolti, questioni aperte che soprattutto da coloro che hanno individuato nel Vaticano II le radici di un atteggiamento di apertura, di dialogo, di confronto dovrebbero essere considerate, anziché mostrare un volto di chiusura e di intolleranza nei confronti di chiunque sollevi dubbi intorno al Concilio.
 
In conclusione, hanno evidenziato gli Autori, per aiutare la Bella Addormentata bisogna innanzitutto amarla ricordando che la carità si accompagna alla verità, così come la verità si accompagna alla carità… tocca a ciascun cattolico dare ogni giorno quel bacio alla Bella Addormentata, se veramente la ama.
 
 
FABIO TREVISAN

 

Argomento: In libreria

Padre Rocco Camillò, Cose dell’altro mondo. I Novissimi e dintorni, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 112, € 10

 

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INTRODUZIONE

Cosa sono i Novissimi?

Oggi che non si studia più il Catechismo di S. Pio X, questo termine non ci è più molto familiare. In latino, il termine novus significa ultimo. Novissimus è lo stesso termine al superlativo, ultimissimo.

Quando si parla dei Novissimi si intende, dunque, parlare delle cose ultime della nostra vita – nel senso di definitive – quelle realtà corporali e spirituali che si prospettano per noi a conclusione del nostro percorso terreno.

I Novissimi sono classicamente quattro nel catechismo: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. Ma ci sembra opportuno, in questa sede, aggiungere anche una riflessione sul Purgatorio e sulla Risurrezione dei Corpi, per completare il quadro delle realtà che ci attendono oltre questa vita.

Questo libro non ha la pretesa di essere un trattato di escatologia, ma nasce semplicemente dal desiderio di offrire delle meditazioni, che sgorgano dalla fede della Chiesa, circa le realtà future a cui andiamo incontro.

Oggi più che mai la cosa maggiormente necessaria a questo mondo è parlare dell’Altro. Il peggior inganno della modernità è quello, infatti, di farci pensare che tutto inizi e finisca quaggiù, che siamo già approdati nel paese delle meraviglie, fatto di prodigi scientifici e cullato da tante illusioni, allontanando da noi il pensiero che invece passa la scena di questo mondo (1Cor 7,31).

Che ci faccia piacere o meno, passerà anche questa nostra vita.

Una verità di cui tanto volentieri ci scordiamo.

Qualcuno è morto? Le uniche speranze sono che abbia sofferto il meno possibile e che fosse vecchio. Non si coglie più un minimo interesse circa la preparazione spirituale alla morte: ci si prepara ancora a morire, al di là di quanto siamo vecchi? Si prepara la coscienza all’incontro con Dio? Preoccupatissimi, anche giustamente, a mantenere la salute fisica quaggiù, ma non altrettanto preoccupati per la salute dell’anima in vista della nostra partenza da questo mondo, di cui ignoriamo il giorno.

Si muore. Muoiono sempre gli altri. E la vita va avanti. Ma è proprio questa frase a rivelarci che la vita è in cammino verso una meta. Questo è il punto: dove siamo diretti?

Non abbiamo una città stabile in questo mondo (Eb 13,14). Siamo tutti in cammino verso un’altra città, verso la Patria dei Cieli.

Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1Cor 2,9).

È molto utile, allora, darsi da fare durante questa vita per conoscere e portare il pensiero a quelle realtà che ci attendono oltre questo nostro mondo visibile.

Anzi, visto che parliamo della vita eterna, è probabilmente la cosa più interessante da fare. Per questo mi pare necessario che, oltre all’attuale e morboso interesse per le riviste di gossip, spettacolo e cronaca mondana, le quali oggi sono attualità e domani avranno il compito – pur nobile – di foderare i cestini della pattumiera, l’interesse degli uomini e delle donne si rivolga anche, ogni tanto, alla lettura di un buon libro che abbia invece il compito di prepararli alla vita eterna.

Chi non sale spesso in Cielo col pensiero mentre è in vita,
corre grandemente il pericolo di non salirvi
neanche dopo la morte.
(San Filippo Neri)

Argomento: In libreria

Giuseppe Bortolussi, Tassati e mazziati. Le tasse nascoste: quando lo Stato ci mette le mani in tasca due volte, Sperling & Kupfer, CODICE EAN: 9788820049911, pagine 192, Euro 16,50

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Un libro che fa chiarezza sul sistema fiscale italiano, che abbandona il taglio tecnico, l’impostazione da dottrina commercialistica e affronta il tema partendo da due domande molto semplici: quanti soldi paghiamo, dove vanno a finire i nostri soldi?
 Tasse, tasse e ancora tasse. Tutti dicono che sono troppe.
 Ma quasi tutti ignorano che, oltre a quelle visibili, si pagano una quantità incredibile di imposte nascoste: dai fondi pensione, al project financing (con cui “finanziamo” due volte le opere pubbliche), dalle “tasse sulle tasse”, come l’Iva sulle accise della benzina, a quelle che cambiano nome (ma non sostanza).
 Un libro che intende smontare tutti i falsi miti sulla fiscalità in Italia e spiegare le ricadute concrete sulle «tasche» di cittadini e imprese.E affronta in questa chiave i temi più caldi: l’evasione, la reale pressione tributaria, il federalismo fiscale.

 Ogni mattina il signor Rossi fa colazione guardando le notizie in TV, poi si lava e si rade e, scendendo, butta la spazzatura. Va al lavoro in macchina e, prima di rientrare, passa al supermercato. Dopo cena, se resta a casa, si beve un amaro. Se si fermasse a contare quante tasse ha pagato nel corso della giornata, probabilmente non riuscirebbe a prendere sonno.

Ci sono quelle più note: l’IVA, la tassa rifiuti, le accise sulla benzina e sugli alcolici, il bollo auto, il canone RAI, più le varie addizionali IRPEF comunali e regionali? Tasse, tasse, e ancora tasse. 
Odiose, e soprattutto troppe. Quanti soldi transitano dalle nostre tasche verso le casse dello Stato? Dove vanno a finire? Oltre ai balzelli più conosciuti ci sono imposte più o meno nascoste: più di un centinaio, che fanno del nostro sistema fiscale uno dei più complessi, opprimenti e meno trasparenti al mondo.
 
In questo volume, Giuseppe Bortolussi smonta tutti i falsi miti della spesa pubblica in Italia e spiega le ricadute del nostro sistema tributario su cittadini e imprese; affronta senza mezze misure i temi della presunta evasione e della persecuzione fiscale proponendo la soluzione federalista come uno dei modi in cui sarà più facile svelare i “giochi di prestigio” del mago Stato, l’abile illusionista, che fa sparire ben il 51% dei nostri guadagni, ci impone di pagare due volte gli stessi servizi (è il caso del miracoloso Project Financing?) e nasconde dietro il paravento dell’evasione la grande inefficienza nella gestione della spesa pubblica.

E il rischio è che “Il circuito perverso che si e’ creato tra spesa pubblica inefficiente, evasione fiscale e tassazione occulta rischia di disgregare le basi stesse della nostra famiglia”
Fonte: bloverbooking.wordpress.com/category/recensioni

Argomento: In libreria

Joseph Nicolosi, Oltre l'omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione, San Paolo Edizioni, ISBN: 8821557537, Pagine 312, Euro 16,00

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Il seguente brano è stato tratto dall’introduzione del dottor Nicolosi al suo libro Oltre l’omosessualità. Il dottor Nicolosi scrive:


"Questo libro illustra i principi fondamentali della mia opera Reparative Therapy of Male Homosexuality. Qui troverete descrizioni chiare del modo in cui lavoro con i clienti quando affronto le distorsioni che oscurano il vero Io mascolino"…

"… Il movimento di liberazione gay ha avuto grande successo basandosi sul dramma della testimonianza personale. Quando nel 1973 sono stati sottoposti all’associazione americana di psichiatria tutti gli argomenti teorici, sia a favore, sia contro l’idea dell’omosessualità come patologia, è stata la prospettiva sociopolitica che ha esercitato la maggiore influenza. Dopo aver ascoltato alcune delle storie personali di uomini gay frustrati nel corso della terapia, l’associazione di psichiatria ha tolto l’omosessualità dalla lista delle categorie diagnostiche.
Ora noi offriamo il genere opposto di testimonianza personale, quella di uomini omosessuali che hanno cercato di accettare un’identità gay, ma che sono rimasti insoddisfatti e poi hanno tratto vantaggio da una psicoterapia che li aiuta a liberarsi dal conflitto relativo all’identità di genere che, per lo più, si trova alla base dell’omosessualità.
Sebbene ogni cliente abbia una storia unica, ho scelto otto uomini a rappresentare le personalità che ho incontrato nei 12 anni durante i quali ho seguito più di 200 clienti omosessuali. Ciascuno di noi possiede aspetti di quegli otto uomini come la fragilità di Albert, l’integrità di Charlie, la rabbia di Dan, il narcisismo di Steve e l’ambivalenza di Roger.
Alcuni lettori potrebbero rimanere sorpresi dallo stile diretto del mio intervento terapeutico. In parte, questo potrebbe essere dovuto alla sintesi della trascrizione per ragioni editoriali. Per motivi di brevità e chiarezza, alcune delle sottigliezze potrebbero essere andate perse.
Dall’altro lato, la terapia riparativa richiede davvero un terapeuta più coinvolto, un "provocatore benevolo", che abbandona la tradizione dell’analista non coinvolto, opaco, per diventare una presenza maschile importante. Il terapeuta deve saper tenere in equilibrio le obiezioni attive con l’incoraggiamento caloroso a seguire il modello padre-figlio, mentore-discepolo. Questo è un principio fondamentale della terapia riparativa.
La terapia riparativa non spiega tutte le forme di omosessualità, ma solo i sintomi predominanti che ho incontrato durante la mia attività. Questa terapia non è adatta a tutti gli omosessuali. Alcuni potrebbero preferire la terapia di affermazione gay (TAG). Molti omosessuali preferiscono affermare: "Sono nato in questo modo", evitando, quindi, la sfida lanciata dai temi che affronteremo qui.
Tuttavia, non è mai stata riscontrata una prova definitiva del fondamento biologico dell’omosessualità. Sebbene alcuni uomini siano caratterialmente predisposti alla passività e alla suscettibilità (e, quindi, al danno nell’identità di genere che può condurre all’omosessualità), mi è sempre sembrato che espressioni come: "Sono nato in questo modo" siano un altro modo per dire: "Non voglio approfondire le questioni legate allo sviluppo che hanno fatto di me un omosessuale".

Questo libro è stato scritto in un momento in cui si assiste a un dibattito senza precedenti sulle questioni politiche, legislative e psicoterapeutiche legate all’omosessualità.
Non mancano tentativi di etichettare la terapia riparativa come illegale e contraria alla morale, sostenendo che non produce alcun cambiamento e in effetti fa più male che bene ai clienti.
Ogni psicoterapia che tenti di sottoporre a trattamento l’omosessualità rischia di suscitare scetticismo. Una tale reazione è comprensibile, data la storia del trattamento. L’ostilità del passato verso l’omosessuale, nel nome della cura, ha comportato la terapia con elettroshock, la castrazione e la chirurgia cerebrale. Un’ingiustizia sociale è stata perpetrata sugli omosessuali da coloro che usano come giustificazione il fatto che l’omosessualità sia un disordine nello sviluppo.
Non è nostro scopo contribuire a un’ostilità reazionaria. Tuttavia, va fatta una distinzione fra scienza e politica, e la scienza non dovrebbe venire piegata alle pressioni politiche gay…"

Joseph Nicolosi

Argomento: In libreria

Francesco PAPPALARDO, L'Unità d'Italia e il Risorgimento, D'Ettoris Editore, Crotone 2011, pp. 76, € 7,90.

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Nel centocinquantesimo anniversario dell’unificazione politica della penisola italiana non sono mancate opere e ricostruzioni storiografiche di pregio (già segnalate peraltro su queste pagine online dell’Istituto) intese a rileggere i complessi eventi che portarono alla famosa proclamazione del 17 marzo 1861 in chiave più obiettiva, quando non semplicemente realistica, anche a costo di toccare qualche nervo scoperto. Il pericolo, con il passare inesorabile degli anni, è infatti quello di sposare e avallare — magari inconsciamente — delle letture storiche parziali — da cui derivano però, inevitabilmente, delle scelte politiche e sociali valide hic et nunc — per il semplice fatto che provengono dalle massime istituzioni del Paese o su cui, almeno superficialmente, tutte le principali agenzie politiche e culturali oggi si dichiarano, grosso modo, d’accordo.

Il nuovo, agile lavoro di Francesco Pappalardo, autore di numerosi volumi sulla storia del Risorgimento e sul cosiddetto «brigantaggio» nel Mezzogiorno, si presenta a tal proposito — soprattutto per il pubblico più «profano» e per chi abbia necessità di conoscere sinteticamente le coordinate generali del Risorgimento — come un efficace compendio su «quel che c’è da sapere» relativamente all’unificazione, avvenuta esattamente centocinquant’anni or sono.

Composto da otto brevi capitoli e una conclusione, il saggio di Pappalardo fa luce anzitutto sulla genesi e sul significato storico dei termini (fin troppo) abusati della questione: così, «Risorgimento» «[…] indica generalmente il periodo della storia d’Italia durante il quale la Penisola viene unita politicamente. Il concetto richiama l’idea di una risurrezione della nazione italiana attraverso la conquista dell’unità politica perduta da tempo immemorabile ed è accompagnato quasi sempre da considerazioni negative sulla lunga serie di inadeguatezze e di occasioni perdute che avrebbero caratterizzato la storia peninsulare» (p. 7). In questo senso il Risorgimento costituirebbe quindi il radioso riscatto della civiltà italica dopo secoli di decadenza dovuti a — e segnati soprattutto dalla — presenza sul territorio italiano della sede universale della Chiesa cattolica. Ora, se è vero che l’unificazione politica è ormai un fatto acclarato — si è resa a suo tempo necessaria e forse inevitabile per impedire guai ben peggiori — e oggi sicuramente da difendere, il Risorgimento che ha accompagnato quel processo di unificazione, in quanto «Rivoluzione culturale», che aveva l’obiettivo di modernizzare il Paese, costruendo ex nihilo «una nazione nuova caratterizzata da una nuova cultura» (p. 9), rappresenta invece oggettivamente più una cesura che un segno di continuità nella millenaria storia degli italiani e della cultura italiana, più un momento di divisione che di unione, più un aspetto problematico che un valore condiviso. Pappalardo lo spiega in dettaglio nei primi capitoli, rievocando la variegata e multiforme storia della nazione italiana, non a caso ricordata ancora oggi come la terra dei «mille campanili» e certamente come soggetto con ben più di centocinquant’anni. Il termine «nazione», peraltro, in questo senso veniva utilizzato già con cognizione di causa dallo scrittore e poeta fiorentino Giovanni Boccaccio (1313-1375): siamo nel Medioevo e l’identità italiana è dunque già viva e riconosciuta con tutta evidenza come un unicum, il che non è poco per una nazione che — soprattutto nelle sue élite più progressiste e «alla moda» — ha sempre coltivato l’autodenigrazione pubblica come una sorta di passatempo preferito. Insomma, per esprimersi correttamente, mentre lo Stato italiano è sorto nel 1861, «la nazione Italia esiste da quasi un millennio come unità culturale, pur nella diversità delle sue componenti, e si è formata all'interno della Cristianità occidentale, nei secoli dellAlto Medioevo, sulla base di una preziosa eredità romana, a sua volta maturata in un complesso mosaico di lingue e di stirpi» (p. 12). Il secolare pluralismo socio-culturale della Penisola emerge qui non solo come un mero dato storico-fattuale circoscrivibile, più o meno rilevante a seconda della prospettiva storiografica adottata, ma come valore in sé e peculiare tratto distintivo dell’«essere italiani»: «eredi dell’universalismo romano e cristiano, [essi] hanno oscillato sempre fra l’apertura all’universale e l’attenzione al particolare, fra il senso dell’appartenenza nazionale e l’attaccamento alla comunità locale, e hanno dato vita a una comunanza di cultura e di civiltà che trascendeva le singole formazioni politiche» (p. 13). Questo diffuso — e ovunque spontaneo — idem sentire, pur ripetutamente attaccato e messo alla prova, nel corso dei secoli non si è mai dissolto e non scompare nemmeno di fronte alla discesa di Napoleone Bonaparte (1769-1821), quando centinaia di migliaia d’italiani «[...] prendono le armi [...] contro gli eserciti rivoluzionari [...] dando vita all’ampio e poco conosciuto fenomeno dell’Insorgenza, con la quale i popoli [della Penisola] si schierano ancora una volta in difesa della patria comune» (p. 16). L’Insorgenza antigiacobina e antinapoleonica rappresenta infatti — anzitutto per le sue dimensioni e la sua capillare capacità di mobilitazione, nonché per l’elevato numero di vittime — un movimento di popolo senza eguali nella storia italiana, Risorgimento compreso.

Argomento: In libreria

Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda 2011, ISBN 978-88-6088-164-9, pag. 271, Euro 17,00

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Mastrocola: studiare non serve?

«Theodor Wiesengrund Adorno. Qualcuno, per caso, ancora se lo ricorda? Criticava la condiscen­denza per gli uomini come sono, vista come falsa virtù... 'Il bor­ghese – diceva – è tollerante. Il suo amore per la gente così com’è nasce dall’odio per l’uomo come dovrebbe essere'». È una delle provocazioni contenute nel libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda), che af­fronta il drammatico problema di una scuola che ha smesso di inse­gnare. Il problema, spiega abil­mente l’autrice, che oltre a essere una nota scrittrice è anche do­cente di Lettere al liceo, è il frutto di una società essenzialmente e­donista, che non intende impe­gnarsi a far crescere i propri figli.

La frase di Adorno fotografa con i­nusitata efficacia questo stato di cose e ha il grande pregio di ob­bligare alla discussione.

«Lui so­steneva che il consumismo di massa ci avrebbe ridotto a restare quello che eravamo, cioè massa amorfa. Il sospetto è che abbia a­vuto ragione. E la scuola ne è una diretta conseguenza. Oggi un ra­gazzo può agevolmente chiedersi se lo studio serva ancora. Il dram­ma è che noi adulti abbiamo ri­sposto di no. Così i giovani non studiano. Al liceo ho molti stu­denti che si interessano alle lezio­ni, bravi ragazzi, che però a casa non aprono libro. E non c’è nes­suno che faccia loro comprendere l’importanza dello studio».

Non lo fa la scuola, non lo fa la famiglia, non lo fa la società. Ne consegue, pare di capire, una sorta di grande inganno i cui i nostri ragazzi sono le vere vittime.

«Un inganno dai tanti volti. La scuola fa lavorare in gruppo quando sappiamo benis­simo che si tratta di un modo per non studiare. Insegna a lavorare sfruttando il web e questo è vera­mente il massimo che si potesse fare per fre­gare i giovani: dire lo­ro che tanto c’è il computer, che si può sempre mettere la pa­rola giusta sul motore di ricerca e poi si sca­rica, si copia e incolla e il compito del gior­no è fatto. Non c’è nemmeno bi­sogno di leggere quello che si è scaricato».

Sono i professori, per­sino i libri di testo che chiedono agli studenti di studiare in questo modo con internet.

«E così si a­valla la logica che per studiare non serve fatica. Anzi, non serve proprio studiare. Servono solo le nuove abilità: utilizzare i nuovi programmi, navigare in rete, chattare, collegarsi a facebook».

Se si avanzano critiche su questi ar­gomenti c’è sempre il professore che con tono di compatimento ti fa notare che forse sei retrogrado, antiquato, reazionario.

«Ma è una falsità. Siamo noi i più moderni. Noi che usiamo tranquillamente tutte le nuove tecnologie cono­scendo Dante e Petrarca, avendo letto Tasso, Leopardi e Montale, sapendo di latino e di sintassi. Insomma, vogliamo o no che i nostri ragazzi abitino anche una sfera mentale, spirituale, del­le idee e non siano interamente calati nel più puro materialismo? Vogliamo che la scuola serva an­cora a qualcosa? Cosa vogliamo che facciano i nostri figli?».

Biso­gnerebbe chiederlo alle famiglie, che oltre a non far studiare i figli a casa se la prendono con maestri e professori quando danno troppi compiti o pretendono qualcosa di più dagli studenti.

«È quella che nel libro ho definito l’inversione delle responsabilità. Se le famiglie remano contro gli insegnanti che vogliono lavorare la scuola non serve più. Meglio che tolga il di­sturbo, appunto. I genitori sem­pre schierati dalla parte dei figli sono il fenomeno più deva­stante del mondo scolastico. Del resto la scuola e il modo di approcciarsi alla scuola sono il rifles­so della società».

Viene da chiedersi come sia potuto ac­cadere tutto questo.

«Le rispondo con una provocazio­ne: forse siamo un Paese troppo progredito per credere ancora nella scuola».

Un’affermazione drammatica.

«Drammatica, ma realista. La nostra società, cioè tutti noi, è troppo concentrata sul suo ombelico, è troppo rivolta al piacere. La famiglia media pensa a come impiegare il tempo libero nei divertimenti, nello sport, pen­sa ad avere due auto, due telefo­nini, la tv dell’ultima generazio­ne... in tutto questo la scuola è un disturbo. Ci sono i compiti da fa­re, c’è da impegnarsi a seguire i fi­gli, a spronarli... Molto più facile affidarli alle badanti tecnologiche, come la tv, internet, le play sta­tion. Si sono perduti i valori peda­gogici della fatica, dell’umiltà. Studiare è un impegno e le fami­glie non vogliono più che i figli studino. Pensano alla scuola co­me a un contenitore».

Detta così sembra una delle pessime conse­guenze del ’68?

«Questa situazio­ne è certamente figlia anche delle ideologie, delle letture cattive e distorte degli scritti di don Milani, quello che nel libro chiamo il donmilanismo, che ha portato a una scuola appiattita verso il bas­so. Della lettura di comodo dei li­bri di Gianni Rodari, che defini­sco rodarismo e che ha portato al­l’inganno criminale della scuola creativa, che lascia spazio alla fantasia, ma non insegna la gram­matica, la struttura del pensiero e del discorso. Ma per per diventare grandi bisogna prima aver molto letto, molto pensato e molto stu­diato, poi ci si può aprire alla creatività vera».

 

di Roberto I. Zanini
da Avvenire del 17 febbraio 2011, pag. 27

    

 

Argomento: In libreria
In libreria: L'enigma del sangue

Joseph Thornborn, L'enigma del sangue, Piemme 2010, Pagine 378, ISBN 978-88-566-0229-6, Euro 19,00

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E' notte. Nella cattedrale di Torino scoppia un incendio. Il fuoco lambisce la cappella dov’è conservata la Sacra Sindone.
Una squadra di pompieri sottrae alle fiamme la teca contenente la reliquia e la sostituisce con una copia perfetta. In realtà il furto è opera di una setta satanica, il cui obbiettivo è dimostrare che Gesù era soltanto un uomo, e quindi che non è risorto.
Nel frattempo don Sebastiano Blodbodj, un sacerdote dell’Archivio Segreto Vaticano, viene mandato a San Giovanni Rotondo per rintracciare un antico vasetto di terracotta che contiene tracce di sangue ed è misteriosamente legato al segreto della Sindone.
L’omicidio di un uomo, studioso dei Templari, porta sulle tracce della setta anche una giovane detective francese che, entrata in contatto con don Sebastiano, scopre che entrambi perseguono lo stesso scopo, quello di snidare l’organizzazione occulta che trama per ferire al cuore la cristianità.
Con l’aiuto provvidenziale di John Costa, giornalista italo-americano amico del sacerdote, don Sebastiano e Claudine Mathieu affronteranno un percorso a ostacoli, fitto di pericoli e di misteri, per combattere il male e salvare il destino della Chiesa.

Argomento: In libreria

Edmondo Coccia, I nipotastri di Voltaire. Fango sulla Chiesa, Fede e cultura 2010, Isbn: 978-88-6409-049-8, pagg. 160, € 15.00

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Un excursus sui principali personaggi che popolano l’ambiente anti-cattolico odierno, raccontato con linguaggio graffiante e satirico che però non cela al lettore la verità.

La definizione dei contemporanei libellisti contro la Chiesa cattolica come “nipotastri di Voltaire” è motivata dal fatto che questo grande filosofo, scrittore, drammaturgo e poeta francese del diciottesimo secolo viene giustamente ritenuto l’antesignano di ogni atteggiamento ostile nei confronti del cristianesimo in genere, della Chiesa cattolica in particolare.
Si consenta d’affermare, però, che nessuno degli attuali eredi e continuatori del suo pensiero e del suo spirito appare all’altezza dell’illustre antenato, né per originalità d’idee né per lo stile letterario, caratterizzato da sorprendenti doti d’umorismo, ironia, satira, sarcasmo, difficilmente riscontrabili nella produzione letteraria dei suoi nipotastri.
In questo libro troviamo, allora, una carrellata di tali individui, puntualmente smontati dall’Autore: Dan Brown, Piergiorgio Odifreddi, Corrado Augias, Claudio Rendina, Marco Politi ed Emma Bonino, Gianluigi Nuzzi.
Quello che apparirà chiaro alla fine della lettura sarà il bilancio, sia pure sommario, di ciò che l’idea religiosa in genere ha prodotto nella storia dell’umanità e di quanto invece hanno prodotto atei e agnostici.

 

"ATEI E AGNOSTICI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI CONTRO LA CHIESA"

Il mese scorso ho così modificato un moto di Voltaire: Infanga, infanga, qualcosa resta. Ora leggendo il libro di Edmondo Coccia, I Nipotastri di Voltaire, edito da Fede & Cultura la mia idea si rafforza.

Recensire un libro dove l’autore a sua volta è recensore di altri libri, forse è una novità. Una significativa caratteristica di questo libro è che l’autore ti offre una sintesi in 155 pagine, delle baggianate, delle idiozie, delle bubbole, del pensiero-filosofia (si fa per dire) dei più illustri atei, agnostici dei nostri tempi: Dan Brown, Piergiorgio Odifrddi, Corrado Augias, e poi Claudio Rendina, Marco Politi e Gianluigi Nuzzi, senza la necessità di leggere migliaia di pagine dei loro libri, spesso a tratti anche un po’ noiosi, e magari perdendo tempo utile per leggere altro.

Il professore Edmondo Coccia li ha letti tutti, e ci tiene a scriverlo, non li ha comprati, li ha presi in prestito in biblioteca, naturalmente non per tirchieria ma per non dare soldi a chi diffama la Chiesa. Quindi per averci “liberati” dalla noiosa lettura dei testi, credo che bisogna ringraziarlo, non solo ma occorre anche ringraziare l’editore Giovanni Zenone di Fede & Cultura, che ha individuato nel dotto professor Coccia un ottimo e gioioso recensore che riesce a confutare nella logica cattolica dell’apologetica, le bubbole propagate da somari messi in cattedra dai mass media, per meriti ‘culturali’ di fare il tiro a bersaglio (col fango) contro la Chiesa.

I libri presi in esame da Coccia sono: Il Codice da Vinci, di Brown, Perchè non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) edito da Longanesi di Odifreddi, Inchiesta su Gesù (2006), Inchiesta sul cristianesimo (2008), Disputa su Dio e dintorni (2009), di Augias, mentre di Rendina, ha letto La santa casta della Chiesa, edito da Newton Compton. La Chiesa del NO, di Politi e Vaticano S.p.A. Di Nuzzi.

Si tratta di una “libellistica” di moda e di sicuro successo economico. Infatti basta entrare da Feltrinelli o da Mondadori, o in qualsiasi altra libreria più o meno fornita, per vedere addirittura nei pressi delle casse, con evidente scopo pubblicitario-economico, intere cataste di libri (“80.000 copie vendute in una settimana!”). Un successo ormai garantito dalla redditizia moda del ‘gossip’.
Naturalmente di questo genere esistono altri libri, una produzione letteraria – puntualizza Coccia – che non può essere liquidata, naturalmente, con un rifiuto generico e preconcetto di quanto vi viene proposto: si cadrebbe nella stessa dimensione del pregiudizio e dell’ostilità intenzionale che ispirano, a quanto pare, certi autori nello scrivere le loro opere.

Per questo è necessario, per stabilire la Verità, un confronto diretto con tutti gli elementi contenuti nelle rispettive opere. Così Coccia si è letto tutti i volumi “regalandoci” le recensioni. Prima di recensirli, Coccia giustifica il titolo che ha messo al libro, “I Nipotastri di Voltaire”, è motivata dal fatto che questo grande filosofo, scrittore drammaturgo e poeta francese del diciottesimo secolo viene giustamente ritenuto l’antesignano di ogni atteggiamento ostile nei confronti del cristianesimo in genere, della Chiesa cattolica in particolare.
Però sottolinea Coccia, nessuno degli attuali eredi e continuatori del suo pensiero e del suo spirito appare all’altezza dell’illustre antenato, né per originalità d’idee né per lo stile letterario, caratterizzato da sorprendenti doti d’umorismo, ironia, satira, sarcasmo, difficilmente riscontrabili nella produzione letteraria dei suoi nipotastri.

Certo Voltaire seppe vedere della Chiesa solo gli aspetti negativi, come la superstizione e il fanatismo, lui ormai è morto e sepolto, mentre la Chiesa ancora esiste è vegeta ed ha prodotto tutta una serie straordinaria di pontefici e di santi. Se vogliamo fare un bilancio storico di quello che hanno prodotto gli atei e agnostici e gli uomini di Chiesa non c’è partita. Di fronte a tutti i tesori prodotti dalla fede in Dio, in qualsiasi “dio”, in ogni epoca storica, in ogni luogo, in ogni religione, mi sa dire che cavolo hanno prodotto atei e agnostici?

 

Argomento: In libreria
In libreria: Ero gay

Luca di Tolve, Ero gay, a Medjugorje ho ritrovato me stesso, Ed. Piemme 2011, EAN 9788856615616, pagg. 208, Euro 15,00

 

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Tra i tanti disagi psichici che caratterizzano larga parte della gioventù contemporanea, un peso non irrilevante è dovuto a disturbi di derivazione familiare, affettiva e sessuale. Mancanza di solide famiglie alle spalle, assenza del padre, ricomposizioni familiari traumatizzanti, violenze e umiliazioni subite e tante altre situazioni estreme, possono facilmente sfociare in degenerazioni del comportamento, fino alle più gravi devianze e a tormentosi e insuperabili sensi di colpa.

In questo quadro angosciante e terribile, Luca Di Tolve ci racconta, in un libro appena uscito, e in modo fin troppo dettagliato, la sua discesa verso l’abisso morale ed umano, in cui l’omosessualità da tendenza adolescenziale si trasformò poco a poco in un vanto, e persino un mezzo di lucro e di potere, per giungere poi alla resurrezione, grazie all’incontro con ottimi psicologi e soprattutto all’approdo nella fede cattolica (cfr. L. Di Tolve, Ero gay, ed. Piemme, Milano 2011, euro 15).

La sincerità del racconto, che inizia dalla prima adolescenza, si presta assai bene a mettere in luce la dinamica della “vita gay” e presenta una descrizione della comunità omosessuale davvero sulfurea: tutto, ma proprio tutto, dietro l’apparenza dei nobili ideali della tolleranza e dell’inclusione sociale, ruota attorno al sesso, al piacere ricercato nei peggiori modi, e al denaro a sua volta strumento di potere, di prestigio e di facili rapporti edonistici.

Dopo la separazione dei genitori e l’allontanamento del padre, il giovane Luca inizia a maturare una femminilità di modi e di giochi, preferendo relazionarsi con le compagne di classe che con i maschi. Giustamente si nota che «la separazione tra due genitori è quanto di peggio possa capitare a un figlio (…); una ferita profonda lo segnerà per tutta la vita» (p. 23).

La madre, sola e inesperta, commise vari errori, per esempio facendo circondare il figlio da sole donne o perfino educandolo, anche nel vestiario, «come (...) una bambina» (p. 25). Alle scuole medie subì il fascino del suo compagno di banco e questa passione giovanile lo tormentò per lunghi anni. Fino al punto che la madre decise di portarlo dallo psicologo, anzi da una psicologa, la quale rassicurò i due, asserendo dall’alto della cattedra, che l’omosessualità latente nel piccolo era «una variante naturale del comportamento» (p. 35). In realtà, secondo Di Tolve, tutto derivò dalla «mancanza di una guida (…) come modello di riferimento maschile positivo» (p. 34).

Dopo le scuole medie iniziò a prendere maggiormente coscienza del mondo, della cultura e della realtà. Scrive: «Edotto dagli psicologi e confermato dalla tv sulla normalità dei rapporti omosessuali, mi misi direttamente in cerca di altri gay» (p. 36). E da lì iniziò una discesa nell’abisso che durò lunghi anni, in attesa del sole. Conobbe un gay più grande d’età, fu introdotto negli ambienti omosessuali e perse ogni scrupolo.

«Il sesso era stata la chiave di accesso al mondo omosessuale ed era il linguaggio che ora mi permetteva di farne parte stabilmente» (p. 40). La vita divenne per lui una continua ricerca di esperienze, soprattutto notturne, all’insegna della trasgressione, nei locali gay milanesi. Così conobbe «ricchi imprenditori e importanti manager» (p. 42) e «oltre al consumo di sostanze stupefacenti e all’abuso di alcol, si praticava, ovunque e a qualunque ora, sesso facile e occasionale» (pp. 42-43).

Di tappa in tappa la sua vita divenne quella di un militante omosessuale, di un “prostituto” e di un imprenditore lanciato nella cultura gay. Ricorda per esempio il ruolo assolutamente vergognoso avuto da certi ambienti, tipo l’Arcigay, a cui si iscrisse «per liberare l’omosessualità dai vecchi tabù della morale cristiana» (p. 68).

In un parco di Milano «ci si scambiava il telefono per rivedersi, la notte, nelle discoteche dell’Arcigay, dei luoghi ben congegnati allo scopo: attrezzati con tendoni scuri e luci da penombra, si strutturavano nella forma di un labirinto, che ospitava all’interno moltissimi anfratti e siparietti» (p. 66). Nelle stesse riviste gay lesse in quegli anni oscuri che «su 156 coppie [omosessuali] prese a campione, solamente sette avevano retto un rapporto esclusivo per la durata massima di cinque anni» (p. 72).

La labilità dei rapporti umani gli fece notare tutta la fragilità di un “sentimento” che in realtà gli si rivelò poi come “una trappola” (p. 25). Nel tempo conobbe dall’interno quella insidiosissima «lobby magmatica e tutt’altro che silenziosa: essa si avvale dell’appoggio di una certa intellighenzia culturale, che affonda solide radici negli ambienti dello spettacolo e dei media, e mette insieme, in un unico cartello, tutte le tipologie umane che non brillano in esempio di fedeltà» (p. 79).

Rivolgendosi a genitori ed educatori, nota ancora: «L’influenza negativa dei media non viene compresa subito; ma una trasmissione televisiva può veramente eccitare i sentimenti, traviarli, agire sulla volontà e sull’intelletto» (p. 81). Omettiamo volutamente l’accurata descrizione dei vari stili gay che conobbe: feticismo, dominazione, sadismo, leather, etc. etc.

A poco a poco la nausea per la perversione lo fece tornare in sé. Così attraverso sane amicizie disinteressate, la lettura della Bibbia e l’ascolto di “Radio Maria”, in pochi mesi avvenne una difficile conversione con parallelo abbandono del peccato e del male. «L’Arcigay e le altre associazioni di categoria mi guardano come un rinnegato (…). Ho ricevuto minacce di morte» (p. 120).

Dopo aver notato le strabilianti somiglianze tra mondo gay e occultismo satanico (cfr. pp. 126-149), Luca Di Tolve ha superato importanti tappe di conversione, di pentimento e di nuovo inizio. Avendo ritrovato la fede e la norma morale, nel 2008 si è sposato e da allora, assieme alla moglie, dirige il Gruppo Lot (in omaggio di colui che fuggì da Sodoma…) e cerca di aiutare tutti coloro che a causa delle devianze psichiche soffrono di problemi umani, psicologici e spirituali.

 

da: ag. Corrispondenza Romana n.1198/05 2 luglio 2011

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