"Noi non dobbiamo pensare che l’evento riesca perché ci saranno tanti momenti di grande emozione. Non è difficile provocare l’emozione [...], ma non ha consistenza, non ha durata. Perché l’emozione è l’esaltazione di un particolare, soggettivo o oggettivo non importa, della propria condizione di vita, della situazione in cui ci si trova" (Mons. Luigi Negri).

 

 

Se si accostano le fotografie degli ultimi due Family Day a quelle della recente manifestazione di Verona, si capisce a colpo d'occhio che sta succedendo qualcosa.
Certo, si devono fare dei distinguo: quelle erano manifestazioni di popolo, questa è stata un evento elettorale; quelle furono preparate per tempo, questa molto velocemente. E così via.
Ma le immagini producono un indiscutibile effetto: demoralizzante all'interno del movimento; di ridimensionamento all'esterno, nel mondo dei partiti. E, probabilmente, questo effetto non è stato previsto dagli organizzatori.
Ora "il re è nudo" e se può esser saggio fingere che così non sia, è anche doveroso interrogarsi su cosa è accaduto e cosa sta succedendo.

Una prima avvisaglia si era già avuta dopo il raduno del gennaio 2016: alcuni osservatori avevano segnalato l'indifferenza e la conseguente assenza del supporto di gran parte dell'episcopato. Episcopato che, sull'“onda lunga” di San Giovanni Paolo II e del Card. Ruini, aveva invece promosso direttamente i Family Day dal 2007.
Durante l'estate si è avuta conferma di questo "cambio di priorità" con la sanzione, da parte di alcuni vescovi di recente nomina (Cagliari, Padova, ecc.), di sacerdoti che, sulla base delle Sacre Scritture, avevano condannato l'omosessualismo.

Un secondo evento è costituito dalla nascita dell'ennesima edizione del partito popolare, avvenuta poche settimane dopo il Family Day 2016, ad opera degli “ex” Adinolfi – Amato.
Anche in questo caso gli effetti non sono stati previsti adeguatamente: non si è pensato né al calo degli attivisti, né alla perdita di credibilità agli occhi degli altri partiti. Ancora oggi, forse per salvare il numero di presenze alle tante (troppe?) conferenze e manifestazioni, forse per inesperienza, si rinuncia a fare chiarezza e, mentre a livello locale il partito di Adinolfi continua ad erodere la base pro family e si struttura, il Family Day agisce solo in base a direttive dall’alto.
Si insiste ad ignorare la storia dei partiti popolari. La quale ci insegna che, sempre, dopo ogni grande manifestazione popolare cattolica, è sorto, "per caso", un partito che sosteneva di rappresentarlo e che ha portato il movimento nel baratro.
Così è stato nel 1919, con la nascita del Partito Popolare di Don Sturzo a seguito della clamorosa vittoria elettorale del Patto Gentiloni. “La costituzione del Partito popolare equivale per importanza alla Riforma germanica”, scrive Gramsci, poiché "Il cattolicismo democratico fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida".
Così accadde anche dopo il formidabile risultato dei Comitati Civici nel 1948, subito imbrigliato dalla Democrazia Cristiana, la quale, nel corso degli anni Cinquanta, costituirà 11.000 sezioni di partito per esautorare i Comitati Civici che operavano dalle parrocchie.
Anche oggi la spaccatura voluta da Adinolfi e Amato sembra avere la stessa finalità: non è infatti riducibile al bisogno psicologico di onori mondani, né alla brama di improbabili poltrone, né giustificabile con la mera accidia di chi sceglie la soluzione facile della "porta larga", pur avendo anche tutte queste tre motivazioni.

Un terzo fattore su cui riflettere è dato dalla natura stessa del Family Day, cioè di un movimento nato da una reazione popolare, in parte spontanea, di fronte all'orrore di alcune leggi contro natura.
Una reazione, per sua natura, più "emozionale" che strutturata, che occorre far crescere da spontanea a organizzata.
Il processo di scristianizzazione dell'Occidente è plurisecolare e ha molte sfaccettature. La reazione costituita dal Family Day su qualche punto concreto lo respinge. Per esempio, è contro i "matrimoni" gay, ma forse accetterà lo Stato assistenziale. In qualche caso, giungerà anche a capire il totalitarismo educativo statale.
Si tratta di una resistenza, senza dubbio. Ma di una resistenza su di un punto particolare, che non risale ai princìpi, poiché e fatta tutta di abitudini e di impressioni. Resistenza, proprio per questo, senza grande fondamento, che morirà con l'individuo, e che, nel caso si dia in un gruppo sociale, presto o tardi, con la violenza o con la persuasione, in una o più generazioni, la Rivoluzione nel suo corso inesorabile smantellerà.

Oggi più che mai dobbiamo chiederci “Che fare?”.
Il Family Day può fare ben poco nei confronti del cambio di priorità nella pastorale ecclesiale.
Rispetto ai partiti, invece, può e deve fare molto di più: a cominciare dal meditare le parole di Gramsci sui popolari, perché senza consapevolezza si continueranno a ripetere gli stessi errori del passato. Quindi cercare chi nella storia è riuscito a servirsi dei partiti senza diventarne servo.
Ma è sul terzo fattore, sulla reazione emozionale, che il laicato deve fare ogni sforzo: preoccupa che, a Verona, gli interventi siano stati principalmente emozionali, talvolta da comizio. Potrebbe significare che non si è ancora capita la gravità e profondità della crisi: pensare che la strategia consista nel continuare a raccogliere senza seminare è ciò che ci ha precipitato dove siamo.

Su quest’ultimo punto, altre parole di Mons. Negri ci possono aiutare: "In questo mondo dove tutto si dissolve e la solitudine domina la vita dei singoli e della società, condannandola a un processo segnato dalle diverse patologie [...] bisogna decidersi a non puntellare l’impero. I primi cristiani non puntellarono l’impero ma fecero semplicemente un’altra cosa: fecero il cristianesimo".
San Giovanni Paolo II aveva certamente previsto quanto sarebbe potuto succedere quando ha deciso di lasciarci due strumenti per apprendere le ragioni della nostra fede e del nostro agire civico: il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.
Occorre perciò capire chi siamo e come siamo fatti, pianificare, pensare a forme organizzative, comunicare meglio e di più.
Occorre certamente dedicare molto più tempo a pensare l'azione. E a far capire l’efficacia dei cinque minuti ogni giorno rispetto alla grande manifestazione annuale di piazza.
Occorre, soprattutto, ripartire dalle fondamenta, ricostruire il Family Day nelle nostre comunità locali, tenendoci aggrappati al Catechismo e al Compendio, senza se e senza ma.

David Botti
3 dicembre 2016, Festa di San Francesco Saverio patrono delle missioni

 

 Amare la Terra e fare bene da mangiare:
la nuova religione del "priore" Enzo Bianchi

di Antonio Gurrado | Il Foglio 23 Settembre 2016

 

Abbiamo una nuova religione: l'ha appena inventata padre Enzo Bianchi in occasione del Salone del Gusto, aperto a Torino fino a lunedì prossimo.

Non è una religione rivelata ma si basa su “due convinzioni”: la prima è “una sorta di undicesimo comandamento” che recita “ama la terra come te stesso”; l'altra è che il miglior modo di dimostrare amore a una persona sia farle bene da mangiare.
Le parole di "padre" Bianchi mi fanno improvvisamente accorgere di tutti gli anni gettati portando le fidanzate in ottimi ristoranti, quando anziché pagare a iosa mi sarebbe bastato imbastire una decente omelette; ma, più dell'economia, è la teologia che m'interessa.
Mi chiedo se "padre" Bianchi sia persuaso che la terra sia una divinità: una divinità creatrice (“c'è una relazione vitale tra l'uomo e la natura”), una divinità psichica (“la nostra vita interiore non è estranea alla terra”) e una divinità spietata: “Dio perdona sempre, la terra non perdona mai”.

In particolare ho remore sull'undicesimo comandamento. Non l'aveva già dato Gesù, quando aveva detto: “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri”?
Adesso emerge che il comandamento nuovo non parla di amare né il prossimo né Dio ma la terra; del resto Gesù non scriveva sulla Stampa, quindi è una fonte meno attendibile.
A questo comandamento nuovo "padre" Bianchi aggiunge un corollario: “Ama la terra come te stesso, e la terra ti ricompenserà”: formula più efficace, nei nostri tempi frettolosi, rispetto alla promessa che “grande sarà la vostra ricompensa nei cieli”; rispetto all'ammonimento “pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra”.

 

Non apprezzo i monaci atei

Livi, autorevole e venerabile teologo di establishment nega la cattolicità del “profeta” Bianchi

di Paolo Rodari | 19 Aprile 2012

 

"Per aver detto ciò che penso su Enzo Bianchi mi danno del cattolico tradizionalista, pigiando con disprezzo sull’aggettivo, ma io non mi sento tale, mi sento piuttosto cattolico punto e basta, uno che senza offendere nessuno cerca di difendere la vera teologia dai falsi profeti, da coloro che dicono di fare teologia e invece altro non fanno che una squallida filosofia religiosa. Bianchi è uno di questi”.

Del clero romano, già decano della facoltà di Filosofia alla Pontificia università lateranense, “il più solido filosofo metafisico che le facoltà teologiche romane e italiane abbiano conosciuto dopo padre Cornelio Fabro” (copyright Sandro Magister), insomma non proprio l’ultimo arrivato, monsignor Antonio Livi spiega al Foglio dove diavolo abbia trovato il coraggio (e soprattutto per quale motivo l’abbia voluto trovare) di attaccare a testa bassa, qualche settimana fa, il monaco più mediatico del panorama ecclesiale italiano, Enzo Bianchi il quale, oltre che fondatore e "priore" di Bose, è scrittore prolifico ed editorialista per Repubblica, Sole 24 ore, Avvenire e Famiglia Cristiana.
Un attacco durissimo e che, vergato sulle pagine del giornale cattolico on line la Bussola quotidiana, ha provocato qualche tempo dopo la reazione, in difesa di Bianchi, del direttore di Avvenire Marco Tarquinio che poi ha lasciato la palla direttamente al monaco bosiano per un botta e risposta con Livi sui generis rispetto al consueto ecclesialese del quale i personaggi di chiesa ammantano il più delle volte il loro parlare.

“Enzo Bianchi?”, si è domandato Livi il giorno che ha deciso di aprire il fuoco. “Si presenta come il priore della Comunità di Bose, che dei cristiani ritengono essere un nuovo ordine monastico, mentre canonicamente non lo è, perché non rispetta le leggi della chiesa sulla vita comune religiosa. I cattolici lo ritengono un maestro di spiritualità, un nuovo san Francesco d’Assisi capace di riproporre ai cristiani di oggi il vangelo sine glossa, ma nei suoi discorsi la scrittura non è la parola di Dio custodita e interpretata dalla chiesa ma solo un espediente retorico per la sua propaganda a favore di un umanesimo che nominalmente è cristiano ma sostanzialmente è ateo”.

Tutto è iniziato il 4 marzo, per colpa di un paginone a colori nell’inserto domenicale di Avvenire nel quale Bianchi, all’inizio della Quaresima, commentava il racconto evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto.
Qui, secondo Livi, Bianchi nega esplicitamente la divinità di Cristo, parla del suo “essere creatura” e lo presenta come un simbolo dell’etica sociale politically correct, l’etica dell’uomo che, come scrive il priore di Bose, deve “avere il cuore e le mani libere per dire all’altro uomo: mai senza di te”.
Ma è l’11 marzo che per Livi la misura diviene colma. Quel giorno Bianchi scrive sulla Stampa un pezzo dedicato a Hans Küng, con tanti elogi al “teologo ribelle” e una dura accusa alla Santa Sede: non comprendendo le ragioni del professore svizzero, anzi togliendogli la qualifica di teologo cattolico, la chiesa avrebbe perso un’occasione importante.
Secondo Bianchi, infatti, “le sue posizioni, così stimolanti per i cristiani di oggi e per l’uomo contemporaneo non hanno più avuto come luogo di confronto e di risonanza la comunità cattolica in quanto tale”.

Apriti cielo. Per Livi, da sempre abituato a parlare senza fronzoli e in modo spiccio davanti ai suoi alunni della Lateranense (a lezione non si toglie mai il cappotto), è davvero troppo.
Dice: “Ho recentemente pubblicato un libro, “Vera e falsa teologia” (Editrice Leonardo da Vinci), il cui sottotitolo spiega molte cose. Recita così: ‘Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa’. Bianchi non fa teologia, non si rifà al dogma cattolico ma un’equivoca ideologia filosofico-politica che ben poco serve a comprendere e a vivere la verità rivelata da Dio. Da troppi anni il "priore" di Bose non solo gode di grande favore presso gli intellettuali atei ma è anche considerato in alcuni ambienti cristiani un ‘maestro della fede’ e un ‘profeta’ del cristianesimo del futuro: a un certo punto era opportuno che qualcuno facesse notare l’ambiguità di questa operazione culturale. Io non ho nulla contro Bianchi, e tutti hanno la libertà di interpretare il cristianesimo come meglio credono, ma è importante avvertire chi dovrebbe avere responsabilità pastorale (anche giornali come Avvenire e Famiglia Cristiana) che in materia di fede l’unica autorità garantita dalla fede stessa è il magistero della chiesa. La falsa teologia propone soltanto dottrine di uomini, invece di farsi eco della parola di Dio. La teologia è autentica serve alla fede se non contraddice il magistero del Papa e del Concilio, e nemmeno si sovrappone a essi, ma ne tenta un’interpretazione scientifica che risulti affidabile”.

Insomma, sta dicendo lei farebbe vera teologia e Bianchi no?

Io non c’entro. La chiesa ha tanti ottimi teologi anche al giorno d’oggi. Io nel mio libro critico alcuni noti teologi che seguono più Hegel che i concili ecumenici, ma rendo anche omaggio a teologi di fama internazionale come Charles Journet, Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger (oltre a italiani come Carlo Caffarra, Inos Biffi, Rino Fisichella). Io uso la mia competenza epistemologica per mostrare qual è l’unico metodo logico per fare vera teologia. La vera teologia è opera di chi crede nella verità rivelata e procede con metodo scientifico a formulare ipotesi d’interpretazione del dogma al servizio della fede della chiesa. Ma, essendo questo il suo statuto epistemologico, essa deve rispettare il proprio limite ermeneutico e non rimettere in discussione ciò che costituisce il nucleo essenziale (sia in senso semantico che in senso aletico) della fede di sempre e di tutti. Procedere diversamente significa fare, non più teologia ma ‘filosofia religiosa’, che è un discorso su Dio e sulla religione ibrido e incoerente, privo di consistenza aletica, cioè veritativa”.

Sostiene Livi che una filosofia siffatta è anche un regresso al razionalismo e al fideismo dell’Ottocento, che già il Concilio Vaticano I aveva dichiarato incompatibili con la fede cattolica.
Dice: “Il razionalismo teologico ha avuto un suo apogeo con Hegel e Schelling, i quali parlavano dei misteri rivelati (l’incarnazione del Verbo, la Trinità) risolvendoli in elucubrazioni meramente filosofiche; nello stesso periodo Kierkegaard esaltava il fideismo. Io dico: tutti sono liberi di non credere a una rivelazione divina e di preferire al Vangelo una sapienza umana, ma non vengano a dire che è teologia, perché questa non è un nutrimento sano della fede ma una specie di sofisticazione alimentare. Chi trasforma la dottrina cristiana in cattiva teoria religiosa, ricorrendo agli artifici della letteratura di moda, allontana i fedeli dall’intelligenza della fede, facendo credere che i dogmi siano d’intralcio alla spiritualità e che la fraternità cristiana consiste nel far proprie, come se fossero sempre valide, tutte le idee dei cosiddetti ‘dissidenti’ e dei contestatori della chiesa-istituzione”.

Alle parole di Livi, Bianchi ha reagito.
Scrivendogli una lettera poi resa pubblica, Bianchi assicura Livi della sua “fede cattolica” e della sua “leale appartenenza alla chiesa”. E ancora: “La fede che professo” ha scritto “è quella del credo che proclamo ogni domenica nella messa. Per me, quindi, Gesù Cristo è il Figlio di Dio, il Signore morto e risorto per la nostra salvezza. Se non lo ritenessi tale, ma solo un uomo, lei pensa che avrei scelto la vita monastica cristiana, che da quasi cinquant’anni tento di vivere, con fatiche e inadempienze certo, ma nella fede in Lui?”.
Dice Livi: “Un conto è dire che si crede in Dio, un altro è continuare a proclamare attraverso i propri scritti un umanesimo ateo. Anche nelle scorse ore Bianchi ha scritto che la resurrezione di Cristo è un simbolo, il simbolo dell’amore che vince la morte. Scrivere così significa buttare ogni cosa della fede – che è il regno del concreto esistenziale – sull’astratto, nell’ideologia. Significa distruggere il dogma e ridurre la chiesa a umanesimo, il tutto mostrandosi, agli occhi dei credenti, come un profeta, portatore di un messaggio in qualche modo divino. Tutto ciò altro non è che un millantato credito di un intellettuale che molti considerano un monaco, un sacerdote e un teologo, mentre queste qualifiche, nei termini in cui vengono usate nella chiesa cattolica, non gli appartengono”.

Argomento: Chiesa

Cosa é veramente successo a Santa Rita a Parigi? 

dal blog.messainlatino.it.

 
 
Nelle ultime ventiquattrore la stampa francese ed anche internazionale ha iniziato a capovolgere il senso e le responsabilità dell’increscioso fatto dello sgombero violento della chiesa Santa Rita durante la celebrazione della Santa Messa; anche la redazione di MiL ha ricevuto diverse rimostranze: i sacerdoti ed i fedeli in questione sono stati presentati come provocatori ed in piena illegalità sia canonica che civile… i due sacerdoti tradizionalisti sono stati accusati di aver esposto al sacrilegio le cose sante e di aver orchestrato questo avvenimento per mediatizzarlo. 
 
Ebbene di tutte queste accuse, ben diffuse dai media conniventi con le autorità colpevoli di questa violenza e con una certo ambiente catto-progressista, sono falsità fatta eccezione dell’ultima: don de Tanoüarn ha dichiarato lui stesso, ma questo non ci stupisce, d’aver organizzato questa resistenza la sera prima quando é stato messo al corrente dello sfratto coatto che le forze dell’ordine avrebbero attuato l’indomani. 
 

Egli ha invitato rapidamente numerosi fedeli e persone di spicco e l’indomani si sono ritrovati, fatto miracoloso a Parigi ad Agosto, alle 6 del mattino, in più di settanta fedeli di tutte le età fra i quali anche qualche amministratore con tanto di fascia tricolore ed in particololare il Sindaco del XV distretto di Parigi, cioé il territorio in cui si trova la chiesa Santa Rita (questo prova che non si é mai voluta nascondere la premeditazione della resistenza).
Occorreva salvare questo sacro edificio che da Ottobre 2015 era diventato un Centro di Messa (nella forma tridentina) con più di 150 presenze la domenica… e questo centro di messa non era il solito garage del quale spesso debbono accontentarsi i fedeli della messa in latino ma era una bella chiesa!
Purtroppo questo bel tempio era stata incautamente destinato alla vendita ed alla distruzione grazie ai permessi concessi dalla la Repubblica Francese all’associazione che ne era proprietaria e che aveva messo alla porta una setta gallicana che la occupava in precedenza per poi vendere tutto.


In Francia si distruggono chiese, si erigono moschee mentre sacerdoti si fanno sgozzare durante la celebrazione della Messa e nei luoghi di culto salafisti si meditano piani per distruggere l'occidente.
Don de Tanoüarn ha detto no, ed ha voluto provare a salvare questo edificio riuscendo a far slittare la data di demolizione e rendendolo un luogo di fede della Santa Chiesa.
Credo che non sia necessario insistere sul fatto che quindi questa chiesa non era più gallicana ma era ormai officiata in rito romano antico da sacerdoti in comunione con la Chiesa.

Andiamo dunque a riprendere alcuni dichiarazioni, facilmente ritrovabili sul web, di don de Tanoüarn affinché alcune cose siano chiare e che si cessino certe calunnie: innanzittutto, il sacerdote dichiara che l’intenzione era di procedere ad una protesta pacifica e spirituale:  qual’é l’arma più pacifica e più spirituale della quale i cattolici dispongono, se non la Santa Messa?
Avrebbero protestato con delle messe e cosi’ é stato!
Il sacerdote tiene anche a precisare che non c’é stata profanazione diretta delle Sacre Specie, ma solo una Messa finita tra il gas (lacrimogeno) che l’ha obbligato a consumare in anticipo la Santa Comunione.
 

Le forze dell’ordine si sono manifestate in effetti un po’ troppo zelanti a discapito dei ministri di Dio (le foto le abbiamo già viste!).
Comunque il sacerdote trascinato per terra non era il celebrante ma don Billot che proteggeva l’accesso all’altare.
In un caso analogo ma in un culto differente, per esempio islamico o ebreo, le forze dell’ordine avrebbero agito nello stesso modo?
É lecito domandarcelo!


Teniamo a precisare che il prefetto della polizia nel suo comunicato parla dell’espulsione di trenta persone e che tutto si é svolto senza problemi e turbamenti, ma le foto le abbiamo viste.
Santa Rita deve vivere, ripetono i due sacerdoti, e questa storia non puo’ concludersi con queste scene di violenza o con i calcoli di lucro di qualche promotore immobiliare che vuole approfittare dell’imprudenza dello stato che fa distruggere monumenti storici come questo.
 

Chiesa occupata é vero illegalmente (diritto civile) ma per cercare di salvarla; chiesa occupata con una tolleranza dell’Arcidiocesi di Parigi della quale don de Tanoüarn ha un permesso scritto per celebrare per i fedeli di Santa Rita come anche é da anni in regola per le facoltà di confessare concesse dall’autorità ecclesiastica locale (diritto canonico, alla faccia di tutti coloro che attaccano l’istituto del Buon Pastore); Messa celebrata in condizione precarie ma con sufficiente difesa e per protestare pacificamente e spiritualmente a questa distruzione ingiusta!

Occupazione, resistenza organizzata per scuotere l’opinione pubblica; in fine, mediatizzazione di questo scandalo attuato dalle forze dell’ordine, per mostrare che la Francia non rispetta la Fede dei suoi cittadini e non teme di spruzzare gas lacrimogeni su degli inermi cattolici che per quanto occupassero illegalmente un luogo, per quanto usassero la messa per difendersi, non meritavano affatto questo trattamento ma chiedevano solo di essere ascoltati per salvare questo edificio.
In effetti i confratelli parigini ammettono di aver avuto l’innocenza di pensare che sarebbe stato possibile dopo la messa di parlare con gli uomini del corpo speciale venuti in missione di sfratto approfittando anche della presenza dei rappresentanti del popolo che erano presenti nella chiesa… ma i fatti hanno dimostrato il contrario. 

Dove sono allora la "liberté, l’égalité et la fraternité »? 
Dov’é la libertà di culto e di espressione tanto vantati da questo popolo figlio della rivoluzione, che più che una liberazione fu una nuova schiavitù? 
Ammesso e non concesso che vi siano anche, in buona fede, tante colpe o imprudenze dalla parte di questa resistenza, non si possono tollerare tali violenze su una manifestazione pacifica e soprattutto religiosa. 
Dodici camion dei corpi speciali sono stati mobilitati per lo sgombero di Santa Rita… solo due camion erano sul lungomare di Nizza quando il vile attentato ha ucciso cittadini inermi schiacciati dalla furia omicida islamica. 
Si vede che gli interessi economici per la distruzione di un monumento e la costruzione di un parcheggio e di appartamenti sono sicuramente più importanti che il bene della patria. 
 
In Francia numerosi appartamenti privati sono occupati da delinquenti e clandestini ma i poveri proprietari (spesso persone anziane) non riescono a recuperarli perché non sarà mai utilizzato un tale dispiego di forze dell’ordine per rendere giustizia a questi indifesi cittadini… ma per Santa Rita si, é stato fatto… e questo suscita molti interrogativi sul retroscena economico di questi fatti. 
 
Chiudiamo con la stessa conclusione di un articolo assai equilibrato uscito su Zenit: "Il destino che attende santa Rita é lo stesso che é spettato a tantissime altre chiese in Francia e in altri paesi al di sopra delle Alpi. 
Dal 2000 al 2013 sono state rase al suolo venti chiese in Francia e, secondo un rapporto del Senato francese, altre 250 si apprestano alla stessa sorte. 
La società dei consumi spazza via ogni luogo che non genera profitto. 
Ció che non potrá spazzare via é peró la fede indomita di uomini e donne come quelli che hanno opposto resistenza all’interno di Santa Rita. »
 
Don Giorgio Lenzi IBP
 

cfr: https://it.zenit.org/articles/parigi-cattolici-sulle-barricate-per-difendere-una-chiesa-dalla-demolizione/ 

 Cannabis: Non c’è niente di leggero!
di Don Chino Pezzoli – Fondatore della Cooperativa Sociale Promozione Umana.
agosto 2016

 

Spesso ritorna questa notizia: uso della cannabis a scopo terapeutico.

Si ripetono le solite sparate, la solita superficialità.

Dopo tanti anni di esperienza con i tossicodipendenti non riusciamo proprio a classificare alcune droghe come “leggere”.   Se per droghe leggere si intendono le sostanze canna biche (hashish e marijuana) occorre spiegare ai giovani e adulti che cosa si intende per “leggere”.

Un errore, ormai diffuso, consiste nel classificare come “leggere” le sostanze con le quali si può convivere. Si procede nel pubblicizzare l’uso delle sostanze canna biche.

Si assicura l’opinione pubblica che tali sostanze non fanno male, che occorre permettere l’uso.

Autorevoli personaggi fanno conoscere la loro opinione in merito, che il più delle volte suona come una sentenza o peggio, invito alla trasgressione.

Non va dimenticato poi come l’uso della cannabis è il consolidato “rito” iniziale per passare alle altre sostanze “pesanti” come eroina ma in particolar modo la cocaina.  Le schede che compiliamo ai nostri centri d’ascolto, quando i ragazzi vengono per chiedere la comunità, ci danno questo dato chiaro e preciso: più dell’85% dei ragazzi dipendenti da droga hanno iniziato con gli “spinelli”.  

E ormai più che certo, oggi, che la cannabis è diventata la droga d’inizio.

L’uso precoce di cannabis può avere un ruolo importante nella sensibilizzazione cerebrale verso la ricerca e la sperimentazione di sostanze stupefacenti a più alto rendimento farmacologico.

In molte persone, non in tutte, l’uso precoce può indurre un comportamento di ulteriore sperimentazione evolutiva di droghe.

Chi usa cannabis corre un rischio 60 volte maggiore di passare ad altre sostanze illecite rispetto a chi non consuma.   Credo, poi, che sia necessario considerare, prima di tutto, il significato dell’uso di una sostanza stupefacente all’interno della cultura giovanile e le sue implicanze psichiche sullo sviluppo dell’io.

Bisogna riconoscere che nella cultura contemporanea c’è un’alta incidenza e un’ampia accettazione dell’uso di marijuana, di hashish.

La maggior parte dei diciottenni (2/3 circa) hanno sperimentato tali sostanze.

Un tasso di sperimentatori e consumatori così alto ci preoccupa e non può essere considerato un comportamento deviante da tollerare o da legittimare con una legge.

Il periodo dell’adolescenza è difficile, il giovane affronta il compito evolutivo di differenziazione dai genitori per raggiungere una identità autonoma.

La sperimentazione dei nuovi valori e delle nuove convinzioni, la ricerca di nuovi ruoli e identità, la verifica dei propri limiti e dei confini del proprio sé, non possono essere turbati da una sostanza alternativa della psiche.    Affermare che gli adolescenti, proprio per la loro esigenza di sperimentazione evolutiva e verifica dei propri limiti, sono tentati di sperimentare l’uso di sostanze canna biche è davvero una pazzia scientifica.

La mente debole e non ancora strutturata dell’adolescente passa facilmente dall’uso all’abuso delle sostanze canna biche. Spesso l’adolescente trova in queste sostanze lo sfogo emotivo e la compensazione per la carenza di rapporti umani significativi.

E’ estremamente pericoloso favorire al giovane l’uso di sostanze disinibitorie per permettergli un inserimento adeguato nel gruppo dei pari.

Non è la marijuana il “farmaco” che disinibisce e permette la comunicazione, il dialogo.

Una mente alterata non comunica con gli altri, ma solo riesce a fondersi nel gruppo perdendo completamente l’autonomia, l’identità.  

Forse alla nostra cultura piace il giovane in balia di spinte emozionali incontrollate, di gesti euforici e disordinati, di comportamenti rambeschi.

Ecco perché si scrive e si dice che i giovani che consumano cannabis hanno migliori capacità di istaurare rapporti sociali, hanno un maggior senso d’avventura e si preoccupano maggiormente dei sentimenti degli altri.

Sono bugie professionali che non possono essere sostenute se non si vuole confondere la maturità dell’io con la stupidità.

Qualcuno poi ha anche sostenuto che l’uso della marijuana e hashish facilità un concetto positivo di sé. Ipotecare una simile eresia equivale a sostenere la tesi che tutte le persone per evolvere e prendere coscienza del proprio io, dovrebbero conoscere l’impiego di cannaboidi o di altre sostanze. Siamo veramente in una cultura demenziale!    Si vuole a tutti i costi legittimare una devianza con tesi assurde.

Si cerca, inoltre, di sostenere che il consumo di cannabis abbia assunto, nella cultura giovanile, gli stessi significati psico-sociali che erano associati all’alcool nelle generazioni precedenti.

Di fronte a simili affermazioni pericolose, sarà bene precisare alcuni rischi derivanti dall’uso delle cannabis.

Prima di tutto, è bene ribadirlo, che sono pochissimi gli sperimentatori della cannabis che riflettono una normale fase di esplorazione e di curiosità. I giovani sperimentatori, ben presto, diventano consumatori. I consumatori abituali sono  incapaci di investire energie in relazioni interpersonali significative o di trarne soddisfazione.

Inoltre, la loro sfiducia, la loro ostilità e il loro isolamento emotivo, impediscono che le relazione ottenute sotto l’effetto della sostanza divengano realtà.

Non sono in grado di investire le loro energie nella scuola, nel lavoro, o di impegnarle per il raggiungimento di obiettivi significativi.

In altre parole, sono alienati “dall’amore e dal lavoro”, da ciò che da significato alla vita e permette di trarne soddisfazione. Parallelamente si sentono infelici e inadeguati con tutti e con tutto. Sentendosi infelici e incapaci, questi giovani rifiutano qualsiasi rapporto continuo e costruttivo e vivono in un “mondo-altro” palesando reattività e aggressività verso una vita normale.

Dimostrano, quindi, incapacità nel controllare e regolare gli impulsi. Non c’è in loro interessi per i rapporti umani, vale a dire, non c’è rapporto con ciò che dà alla vita un senso di stabilità, uno scopo.

L’impulso del momento diventa per loro fondamentale, non viene però trasformato gradualmente e mediato da un sistema più ampio di valori e di obiettivi, perché il sistema psichico è alterato e quindi carente di funzionalità elaborativa dei contenuti.

Nella mancanza e abbassamento delle capacità interiori, la pazienza e tolleranza sono impossibili. Gli stessi sentimenti vengono “offuscati”in quanto la sostanza offre momentanee gratificazioni illusive di relazione, di contenuto, di rapporto con gli altri.

Si hanno, inoltre, seri motivi (questo è grave) per ritenere che l’uso della cannabis procuri al consumatore disagi assai gravi, come la riattivazione di stati latenti schizofrenici. Sono ormai parecchi i casi accertati di giovani compromessi nella psiche in modo irreversibile per l’uso di tali sostanze.

Cannabis e alterazioni cerebrali

Secondo gli studi del Dott. Ameri (1999), la tossicità della marijuana è stata sottovalutata per molto tempo. Tuttavia, recenti scoperte hanno evidenziato che il principio attivo della THC tetraidrocannabinolo (quintuplicato in questi ultimi anni), induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del DNA nell’ippocampo. L’esposizione al THC nella fase dell’adolescenza è stata associata a deficit cognitivi a lungo termine e ad una minore efficienza delle connessioni sinaitiche nell’ippocampo in età adulta. Gli studi sugli effetti cognitivi dell’uso di cannabis riportano deficit nell’attenzione sostenuta, nell’apprendimento, nella memoria, nella flessibilità mentale. Gli studi sugli umani indicano che più precoce è l’inizio d’uso di cannabis, maggiori e più gravi sono le conseguenze cognitive associate.

Cannabis e disturbi psicotici

Il consumo i cannabis ha effetti molto gravi sempre a partire dall’adolescenza: confermano che le alterazioni conseguenti all’uso di cannabis alterano la capacità dei neuroni di svilupparsi in maniera appropriata, con il risultato che il cervello di un adulto che da adolescente ha consumato cannabis risulta (più leggero) più vulnerabile ed esposto all’insorgere di disturbi mentali (depressione, psicosi, e disturbi affettivi) (Le Bec 2009)

Dipendenza e astinenza

L’uso di cannabis a lungo termine può condurre a dipendenza. I sintomi di una possibile dipendenza, quali umore irritabile o ansioso, accompagnato da modificazioni fisiche come tremore, sudorazione, nausea, modifiche dell’appetito e turbe del sonno, sono stati descritti anche in associazione a dosi molto alte di cannabis.

Cannabis e cancro

Il fumo di cannabis altera la composizione genetica del DNA aumentando il rischio di cancro. La tossicità colpisce a livello osseo, respiratorio (danno alle mucose bronchiali 3-4 spinelli al giorno corrispondono a quello derivante da 20 o più sigarette al giorno) e psichiatrico.

Cannabis e sessualità

Molti soggetti consumatori di cannabis possono risultare incapaci di raggiungere l’erezione. E’ noto da tempo, infatti, l’effetto negativo sulla sfera sessuale del principio attivo della cannabis (THC) sia sugli uomini che sulle donne. Il consumo di marijuana è stato anche associato all’inibizione dell’orgasmo. L’abuso di sostanze potrebbe contribuire a provocare l’infertilità nell’uomo. E’ stato osservato una minor incidenza di spermatozoi competenti, cioè in grado di fecondare, nei fumatori di cannabis rispetto ai non fumatori. Per la fertilità femminile, aumento dei livelli testosterone, alterazione del ciclo mestruale.

Cannabis, alcool ed effetti sulla guida

Alcool e cannabis sono le due sostanze psicoattive più diffuse tra i consumatori di droghe, spesso assunte in maniera combinata anche prima di mettersi alla guida e, per questo causa di numerosi incidenti stradali. Gli effetti della cannabis alla guida variano in relazione alla dose di principio attivo assunta, alla via di somministrazione, alle esperienze pregresse dell’utilizzazione, alla vulnerabilità individuale e al contesto di assunzione. Sia gli studi sperimentali che gli studi epidemiologici che analizzano gli effetti della cannabis sulle prestazioni psicomotorie evidenziano scompensi gravi rispetto ad una serie di funzioni necessarie alla guida.

Uso di cannabis e comportamenti criminali

Il consumo di cannabis in età adolescenziale aumenta la possibilità di essere successivamente coinvolti in attività criminali.

Conclusioni

Facciamo nostre le parole del Dipartimento Nazionale delle Dipendenze: “..gli effetti negativi della cannabis e dei suoi derivati sulla salute sono molteplici e tutt’altro che sottovalutabili. La letteratura scientifica, a questo proposito, non lascia dubbi. Non si comprende quindi come, alla luce di queste evidenze, vi siano ancora percezioni e opinioni secondo cui tali sostanze non sarebbero pericolose o addirittura dotate di effetti positivi per l’organismo umano. Si ritiene per tanto che il termine comunemente ed erroneamente usato di “droghe leggere” per definire queste sostanze sia completamente fuori luogo e totalmente inadatto, oltre che fonte di interpretazioni distorte e non veritiere. Nessun altra sostanza al mondo, con queste caratteristiche così ben documentata da studi autorevoli, verrebbe altrettanto classificata come “leggera” e quindi fatta percepire come non pericolosa, consentendone, quindi, implicitamente, se non addirittura esplicitamente l’uso. E’evidente, a questo punto, che esistono altri fattori, al di là della razionalità e della semplice logica, che sottostanno alle ragioni di chi ritiene queste sostanze scevre da rischi e pericoli per la salute e pretende la loro esclusione dalla lista delle sostanze proibite”.

Argomento: Politica

 Pochi giorni fa Papa Francesco ha condannato in modo fermissimo le teorie omosessualiste:
"In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche.
E una di queste - lo dico chiaramente con “nome e cognome” - è il gender! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. [...]
Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile.
Parlando con Papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: “Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”. E’ intelligente!
Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così…, e noi stiamo facendo il contrario
". (Papa Francesco, ai vescovi polacchi 27/7/2016).

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Ieri, come al solito a Bologna, il sindaco Merola (PD Partito Democratico - SeL)  ha "unito civilmente" (sic!), la prima coppia di lesbiche (foto a sinistra): è un evento epocale, una violenta rottura con l'identità occidentale: le parole di Papa Francesco siano sprone e incoraggiamento a quanti, ancora indecisi, possono dedicare tempo e cuore nella lotta contro la dissoluzione.
Poniamo dunque nel cuore le parole del Besto Giuseppe Toniolo: laico, padre di famiglia, insegnante ed economista:
"Sarai tu soldato di Dio? E scorgi tu ciò che formò l'obbiettivo lungo i secoli dei massimi eroismi? In tal caso, io sono sicuro che tu non assisterai impassibile agli attacchi che da ogni parte scuotono quanto nel mondo v'è di più prezioso della tua stessa vita, cioè il tuo Dio e la tua religione. Sì, Dio e la Chiesa domandano anche oggi dei difensori, ma dei veri difensori che non abbandonano mai il loro posto, fedeli alla consegna fino alla morte, abituati a tutte le asprezze della disciplina, pronti sempre alla battaglia. Ah! La debolezza, le scissure, le codardie dei buoni provengono dall'aver essi abbandonato l'armatura dei forti e la disciplina degli eroi; ed è questo che forma la forza dei cattivi".
(Prefazione al volume di Dom Pollien «Siate cristiani», in http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1832 )

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Come siamo arrivati a legalizzare le “unioni civili”

di Tommaso Scandroglio, per Corrispondenza Romana del 27 luglio 2016

 

Approvato il decreto ponte sulle Unioni civili dal Consiglio di Stato, a Castel San Pietro, piccolo comune nel bolognese, Elena e Deborah si sono unite civilmente nonostante manchino ancora i decreti definitivi. La prima coppia omosessuale che ufficialmente istituisce una unione civile. Poco importa se ci potrebbero essere stati alcuni vizi formali, ha fatto sapere qualche costituzionalista, l’importante è la sostanza. E la sostanza sta nel fatto che anche in Italia i para-matrimoni gay sono diventati legge dello Stato.

Ad essere sinceri anche noi tutti – cattolici eterosessuali – ci abbiamo messo del nostro per far tagliare al Bel Paese questo traguardo di inciviltà. Molti sono stati i fattori adiuvanti provenienti dagli ambienti cattolici – appoggio pieno, ignoranza dottrinale dolosa e colposa, catto-progressisimo e catto-liberismo culturale, quiescenza, spirito omertoso, opportunismo politico, secolarismo pastorale etc. – ma qui vogliamo soffermarci su una causa particolare.

Le pratiche eutanasiche che hanno portato a morte l’istituto di diritto naturale del matrimonio.
Il primo colpo di scure inferto alle radici di questo splendido albero è stata la perdita della dimensione sacramentale del vincolo nuziale. «Per il battezzato non ci può essere altro matrimonio che quello sacramentale» (Codice di diritto canonico, can. 1005, § 2). Cristo ha elevato a sacramento una realtà naturale e il battezzato non può che vivere questa realtà nella dimensione voluta da Cristo stesso. Tanto che se una delle parti contraenti o entrambe escludono con un positivo atto della volontà la dignità sacramentale del matrimonio, questo è nullo, cioè non è venuto mai ad esistenza (can. 1101 § 2).

In questo senso i matrimoni dei cattolici spesso possono essere considerati “religiosi” solo perché sono stati celebrati in una chiesa e niente più. Sono in realtà vincoli laici, sia nella preparazione, sia non di rado nella celebrazione stessa, sia infine e inevitabilmente nella successiva vita di tutti i giorni. Nel giorno della nozze si celebra alla fine un amore puramente umano, impoverito sull’asse orizzontale di un nuovo umanesimo.

Ma, e qui passiamo al secondo colpo di scure, c’è da domandarsi se questi matrimoni in chiesa almeno siano ricchi di affetto solo umano. Al netto di necessarie generalizzazioni, la risposta che ci verrebbe da dare è di segno negativo.
Se noi stacchiamo i tralci dalla vite ovviamente questi muoiono (cfr. Gv 15, 5). È per questo che la Chiesa insegna che per i battezzati non ci può essere altro matrimonio che quello sacramentale, cioè quello che prende linfa vitale dalla sua dimensione trascendente. O lo vivi integralmente il matrimonio così come voluto da Cristo oppure non ti è data la possibilità di viverlo a metà, a mezzo servizio.

Quindi tutte quelle virtù che innervano il matrimonio rinsecchiscono se la vita coniugale non è innestata in una ricerca in tandem della santità.
La prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza muoiono nel matrimonio se non ci sono la fede, la speranza e la carità. In parole più povere, la tenerezza, la capacità di ascolto, l’atteggiamento di fare un passo indietro per far compiere all’altro coniuge un passo in avanti, il perdono, la comprensione, la fedeltà, la responsabilità delle scelte compiute, la maturità di giudizio e molte altre virtù sponsali evaporano al sole di una esistenza vissuta non con gli occhi fissi verso l’alto ma solo verso l’altro.

Ciò che rimane del matrimonio – i dati Istat su separazioni e divorzi lo confermano di anno in anno – è solo un *censura*ulo di macerie. Questo perché l’ “amore” matrimoniale è scolorito a mere emozioni, a slanci affettivi, a spontaneismi interiori, se non a piaceri sensuali. Va da sé che l’edificio della vita coniugale non tiene se questi sono i mattoni di cui è fatto.
Ora se il matrimonio è solo affetto, piacersi, stare bene insieme, non si vede il perché queste caratteristiche dovrebbero essere appannaggio delle sole coppie eterosessuali.
Se il matrimonio ha perso per strada le sue finalità – procreazione, educazione e aiuto reciproco – se è stato amputato di tutte le sue più alte ed onerose esigenze naturali e preternaturali ed ha puntato tutto sul mero benessere della vita a due, questi due possono essere benissimo una coppia omosessuale.

Siamo dunque anche noi cattolici che per paradosso abbiamo contribuito a preparare la strada alle Unioni civili, quando abbiamo depauperato il vincolo nuziale della sua dignità sacramentale e di conseguenza di tutte le sue proprietà di carattere naturale.

Il precipitato di questa operazione di scrematura, è una sostanza liquida, incolore e insapore buona per tutti i palati, anche quelli delle persone omosessuali. Siamo perciò stati anche noi che abbiamo confezionato un abito nuziale dal taglio unisex

  Proposte per non continuare a prenderci in giro

 by Massimo Viglione · 9 giugno 2016

 

 I risultati del primo turno delle amministrative del 2016 stanno dando adito a dibattiti all’interno del mondo cattolico “pro-family”, a causa dell’evidente insuccesso del partito di Adinolfi. C’è chi difende comunque la scelta e vuole che si continui nel progetto, chi invece lo definisce un fallimento e propone altre vie o comunque un ripensamento generale.

Premetto che, personalmente, non solo non credo ai partiti, ma credo che la democrazia moderna, figlia della Rivoluzione Francese e del liberalismo, sia la causa prima della nostra rovina e lo strumento principale utilizzato dalle forze del male per attuare la devastazione odierna: e pertanto tutto quello che dirò deve essere inteso alla luce di questo mio pensiero. Ma siccome in questo mondo viviamo, questa è la situazione in cui ci troviamo, lasciamo perdere per il momento le grandi questioni metapolitiche e gli ideali supremi e guardiamo lucidamente in faccia alla realtà delle cose come essa oggi si presenta. Parlerò schiettamente.

  1. I due strumenti immediati utilizzati dalle forze del male per imporre l’immensa sovversione dissolutoria nella società italiana sono i partiti e i media. Noi cattolici non controlliamo né gli uni né gli altri. Pertanto, rebus sic stantibus, fondare partiti può servire a poco, serve solo a illudere chi soffre, a creare sfogatoi di future speranze annichilite, e, al massimo, a far far carriera a un limitatissimo numero di persone, senza alcun vantaggio reale alla grande causa per cui tutti ci battiamo, in quanto, queste pochissime persone, pur volendo ammettere (con non poca fatica) che poi non tradiranno coloro che li hanno votati, saranno poche gocce nell’oceano della partitocrazia (e della superfinanza che tutto controlla, per non parlare del potere delle lobby internazionali), e non potranno fare quasi nulla di concreto per cambiare le cose, in quanto il loro peso politico reale sarà sempre limitatissimo e sarà facile che vengano controllati o almeno isolati. Anzi, è fortemente probabile che siano loro stessi, al fine della sopravvivenza politica, ingoiati dal meccanismo mediatico e partitocratico. Abbiamo tanti esempi del passato e del presente a conforto di questa preoccupazione.
  2. Ma se anche si volesse fondare un partito, non si fa con un blitz improvviso che lascia tanti altri – con cui si era condiviso un progetto importante – al palo, cominciando a correre senza un fischio d’inizio, senza un coinvolgimento generale, senza un piano condiviso, perché così l’impressione che si lascia è quella di voler fare i furbacchioni e battere sul tempo gli altri in una gara per affermarsi al comando. Che sia stata questa o meno l’intenzione, è innegabile che la sensazione data non può essere diversa da quanto detto. E ciò non facilita certo la fiducia delle persone.
  3. Ma ovviamente non è questo il problema principale. Il problema principale è il fatto che se si vuole creare un partito politico, specie se lo si fa dal nulla e senza l’appoggio dei media e senza i soldi necessari, non ci si può assolutamente ridurre a un solo tema, per quanto giusto e impellente sia. Questo è il nodo da cui molti vogliono fuggire ma dal quale in realtà non si sfugge. Un partito non può essere un contenitore di persone che si battono per un ideale solo. Un partito deve rispondere a ogni – almeno grande – problema della società odierna, se vuole avere speranza di diffusione popolare. Se si vogliono conquistare i consensi di ampie fasce della società, e quindi togliere i voti ai grandi partiti, è necessario non ridursi a parlare solo di famiglia, morale, gender (per quanto fondamentali e vitali siano tali problematiche), ma anche dei problemi creati dall’ideologia immigrazionista, dell’islamizzazione della società, della miseria avanzante per milioni di famiglie che non sanno più come arrivare alla fine del mese (e se mancano i soldi per vivere, la gente non si mette a preoccuparsi del gender o di altro), del ruolo devastante dell’Unione Europea, il Moloch che tutto sovrasta e dirige, di una giustizia che manda in libertà i delinquenti e in galera gli italiani che si difendono, e si potrebbe continuare a lungo con gli esempi.
  4. Non solo: per ciascuno di questi problemi, non basta la denuncia: occorre fornire soluzioni. E le soluzioni devono essere condivise e per essere condivise devono essere adeguate e ben spiegate.
  5. Inoltre, la questione dei leader. Se noi combattiamo il gender e l’omosessualismo, ovvero le istanze prime per cui primariamente trova significato e scopo l’esistenza del PD (e tutta la sinistra odierna, compreso i Cinque Stelle) e abbiamo come leader una persona che non solo viene da quel mondo (pazienza, tutti possiamo sbagliare) ma ribadisce pubblicamente che egli rimane un uomo di sinistra che guarda al PD… beh, è come denunciare di avere l’influenza ma al contempo uscire tutti sudati e scoperti quando tira vento freddo… ci stiamo prendendo in giro da soli. E questo vale anche per coloro che ancora ci vengono a proporre il “sostegno” dei politici democristiani o si preoccupano di obbedire a quelle gerarchie ecclesiastiche odierne che chiaramente simpatizzano con chi noi dobbiamo combattere. Ci stiamo prendendo in giro da soli. Volete ancora tutti essere presi in giro? Non basta ancora? I veri leader del nostro futuro saranno coloro che hanno spezzato per sempre il cordone ombelicale con il mondo politico del passato, responsabile, direttamente o indirettamente, al 100% dello sfascio odierno a tutti i livelli, per proiettarsi in un vero e concreto cambiamento per la salvezza totale della società italiana.
  6. Ma infine: ci riusciremo mai a fare il partito? Non a costituirlo, questo lo può fare chiunque in qualsiasi momento, come abbiamo visto, basta andare dal notaio e pagare; si può anche arrivare a prendere qualche migliaio di voti; ma, intendo dire, a creare un partito che possa avere realmente la possibilità di imporsi nella vita politica italiana con un consenso di popolo tale che gli permetta di attuare gli ideali che vuole difendere e condurre in parlamento e nei media le battaglie necessarie.
    Detto in altri termini: ci vogliamo prendere ancora in giro?
    Per influire nella politica occorre avere milioni di voti, occorre essere protagonisti nei media (non ricevere qualche sporadico invito tra altri alligatori di professione pronti ad azzannarci al collo ogni secondo), occorre essere presenti ovunque nel territorio e per questo occorrono centinaia o migliaia di persone pienamente impegnate. Come e quando otterremo tutto questo, se non siamo nemmeno capaci di fare autocritica e ammettere a noi stessi queste primissime e banalissime considerazioni appena fatte?

 

Una grande “rete” di associazioni unite

E allora? Non dobbiamo fare nulla? Io non ho la soluzione in tasca, e, del resto, nessuno ce l’ha, altrimenti tutti la seguiremmo. Forse, dico forse, sarebbe più utile creare una grandissima “rete” (mi si passi la bruttissima espressione tipicamente sinistrorsa) di tante associazioni locali che agiscono sul territorio tramite convegni, conferenze, attività locali di difesa effettiva del bene e di lotta al male, attività di formazione politica e culturale invitando coloro che sono in grado di arricchire in maniera corretta gli altri in tal senso, trovando modi e sistemi di ricerca di fondi finanziari ma, soprattutto, che organizzino costantemente momenti di preghiera comune, affinché non si dimentichi mai che “senza di Me non potete fare nulla” e non si cada ingenuamente nell’attivismo del tutto umano e politicizzante che è poi una delle cause essenziali del fallimento di ogni attività sociale da parte dei buoni.

Questa “rete” di associazioni locali collegate e in contatto non solo sarebbe possibile da realizzare (in quanto lo sforzo umano ed economico sarebbe delocalizzato e inoltre già esistono decine e decine di associazioni sul territorio che meritevolmente si adoperano in tal senso), ma potrebbe svolgere quel lavoro – tanto basilare quanto imprescindibile – di preparazione culturale delle persone per renderle maggiormente disponibili alla comprensione del problema del gender – e di tutti gli altri problemi sopra elencati e di altri ancora – senza la quale ben difficilmente noi potremo aumentare i consensi. Insomma, quello che voglio dire è che per agire veramente e concretamente nella società italiana dobbiamo prima compiere l’immenso sforzo di parlare agli italiani e di convincerli delle nostre denunce e quindi proporre loro alternative (politiche, economiche, morali), serie per un radicale cambiamento di rotta.

Cari amici, la verità è che l’italiano della porta accanto, il nostro vecchio compagno di classe che ogni tanto risentiamo, nostro zio, del gender non sa ancora nulla e se sa qualcosa non vuole sapere perché non vuole fastidi, né mentali né morali né operativi. Se noi prima non spezziamo questa catena di ignoranza e omertà, potremo fondare tutti i partiti che vogliamo che non servirà a nulla. Milioni e milioni di italiani non sono con noi non perché nemici del bene, ma perché non ancora pronti, non ancora consapevoli: noi dobbiamo prepararli prima, poi possiamo proporre loro alternative politiche.

Il punto chiave: la necessaria formazione per poter guidare gli altri

Ma per preparare gli italiani, occorre anzitutto che i primi ad essere preparati, ad avere una formazione piena a corretta, siano i leader di questo movimento.
Non ci si improvvisa persone preparate. Uomini al servizio della Politica, e non politici.

Non si tratta ovviamente di cultura spicciola, ma di chiarezza di idee, di preparazione politica, storica, scientifica, economica, bioetica, giuridica e anche e forse soprattutto teologica, corretta. Alcuni di questi leader si occuperanno proprio specificamente della formazione pubblica degli italiani con scritti, libri, articoli, conferenze, convegni, ecc., ognuno nel suo campo di professionalità. Altri avranno i compiti più politici e organizzativi. Altri cureranno il rapporto fondamentale con i media. Altri dovranno occuparsi dell’attività fondamentale del reclutamento di fondi finanziari. Ma tutti devono essere preparati: nessun soldato, tanto meno cavaliere, può essere un buon combattente se non ha la giusta e puntuale preparazione al combattimento.
Non deve accadere che qualcuno non si senta rappresentato da un leader per le scempiaggini che dice o che fanno i suoi uomini in ottemperanza al buonismo dilagante. “Con il buonismo non si va da nessuna parte”, dice un noto giornalista appena epurato… E noi che facciamo? I buonisti, come il noto pazzesco caso di Napoli… O sentiamo dire incongruenze inaccettabili.

Queste decine e decine di associazioni locali si dovrebbero poi tenere in contatto continuo – anche tramite i mezzi informatici odierni – per conoscersi, organizzare eventi sempre più grandi (non tanto altri circhi massimi, che sono prove di forza ma ai quali partecipa chi è già convinto delle buone idee e che possono essere utili solo in prossimità di elezioni o referendum) destinati a propagare tra la gente gli scopi delle nostre battaglie e la formazione corretta dei nostri ideali, fornirsi l’un l’altra formazione e chiarezza di idee nei vari settori dell’azione politica e sociale (bioetica, economia, politica, cultura, apologetica e anche teologia), invitare esperti in ogni settore a tenere conferenze specifiche, anche per individuare future menti adatte a condurre a loro volta la formazione e la battaglia in uno specifico settore.

Più che annuali grandi sforzi di popolo, occorrono settimanali piccoli, locali ma costanti sforzi di associazioni.

Fino a raggiungere consensi sempre più vasti. Si tratta insomma di una vera e propria evangelizzazione politica (e anche spirituale, visto che coloro che dovrebbero farla in grandissima parte pensano a tutt’altro) e culturale della società italiana. In tal modo, si diventerà sempre più forti, al punto tale che a un certo punto o realmente si potrà creare un partito “vero” nel senso di cui dicevamo prima, oppure, più realisticamente, si potrà avere la forza necessaria per influenzare le scelte politiche e le battaglie pubbliche di quei partiti a noi più vicini, che, sentendo il fiato sul collo, ci diventeranno sempre più vicini. È un po’ quello che fanno i Think tank americani. Certo, loro hanno i miliardi. Ma noi abbiamo la fede.

Concludo: prima di fondare partiti, occorre preparare gli italiani (e non il contrario) e prima di poter preparare gli italiani occorre essere preparati noi stessi. Poi, queste stesse associazioni, guidate dai leader che saranno scaturiti naturaliter, dovranno al contempo affrontare ogni situazione di pericolo che si viene a presentare nei vari momenti della politica nazionale e internazionale. Ovvero, dovranno fare Politica. Ma la faranno con ben altra preparazione, consapevolezza e consenso.

Una vera ricchezza che già esiste: l’associazionismo cattolico

Esistono oggi molte persone che sono in grado di fare formazione in uno o più settori tramite conferenze, convegni, ecc. Così come esistono tante associazioni locali che fanno grandi e meritevoli sforzi per invitarle a parlare in modo da fornire al proprio pubblico e alla propria gente la conoscenza basilare per comprendere e combattere la buona battaglia. Altre si impegnano nell’editoria, altre nell’organizzazione di grandi eventi. Sono questi i veri eroi di oggi, sono queste associazioni la nostra vera ricchezza (potrei farne un lungo elenco su quasi tutto il territorio nazionale). Tutti dobbiamo aiutare costoro come possiamo nella battaglia quotidiana che conducono, la quale, richiede, anzitutto, purtroppo come sempre, l’aiuto economico, oltre che quello organizzativo e la buona volontà della partecipazione attiva nostra e del coinvolgimento altrui.

Io invito tutti gli amici, specie quelli più legati ai temi della famiglia, ad abbandonare certi sentimentalismi e ad attivarsi con razionalità. Non è più tempo di culti delle personalità e ingenue adesioni a chiunque dica o faccia qualsiasi cosa, correndo da tutte le parti a festeggiare chiunque apra bocca qua e là. Siamo in guerra con un nemico tanto potente quanto spietato e i primi a essere in pericolo sono i nostri figli. Occorre ora essere lucidi, forti, realisti, e, ovviamente, puri come colombe ma anche astuti come serpenti. Occorre saper fare le giuste scelte, sia a livello politico che a livello umano e operativo. Costi quello che costi.

In tempi passati, anche difficili, è stato proprio l’associazionismo cattolico a salvare la Chiesa e la fede in Italia. Certo, allora essi avevano il clero dalla loro parte e il bene era chiamato bene e il male male. Ma questo è un altro fardello che dobbiamo portare noi. Noi, l’amore per il bene e la consapevolezza del male li  abbiamo nel cuore. E tanto deve bastarci. Poi, ogni ecclesiastico farà le sue scelte, di cui risponderà un giorno al Giudice Eterno.

Cari amici, la città è assediata, Hannibal ad portas. È inutile correre tutti a difendere un’unica porta, lasciando sguarnite le altre.
Occorre difendere tutte le porte contemporaneamente. Non che tutti possano fare tutto, ovviamente, ma tutti, oltre a seguire le proprie inclinazioni, possono aiutare anche gli altri nella loro specifica missione e nello svolgere il loro compito naturale.
Solo con questa unione di intenti e collaborazione di ruoli si potrà fare vera Politica (con o senza partiti) e fare del bene per i nostri figli, la nostra società e civiltà e per noi stessi. Almeno speriamo. E, comunque, sempre e solo con la coscienza certa che noi dobbiamo operare come se tutto dipendesse da noi ma sapendo perfettamente che tutto dipende da Dio. E per questo la preghiera rimane la prima arma a nostra disposizione. Chi non ha capito questo, si crede furbo, ma, in realtà, non ha capito nulla.

Argomento: Politica

  Card. Caffarra: "Non si può con una nota, e di incerto tenore, mutare la disciplina secolare della Chiesa. Sto applicando un principio interpretativo che in Teologia è sempre stato ammesso. Il Magistero incerto si interpreta in continuità con quello precedente".

di Marco Ferraresi, per lanuovabq

 

 

Parlare di famiglia non è mai stato così complicato. Persino dentro la Chiesa. Fa problema anzitutto l’oggetto del discorso: cosa è veramente famiglia? E come pretendere che non vi sia confusione nella società civile, se pure nella Chiesa si oscurano talora verità fondamentali sul matrimonio? La controversia sul cap. VIII dell’esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco e la recente legge italiana sulle unioni civili destano sconcerto.

Ne parliamo con il Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna. Caffarra è stato fondatore e Preside dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia. Già partecipante come esperto al Sinodo dei vescovi sulla famiglia del 1980, è membro di nomina pontificia ai Sinodi del 2014 e del 2015. Risponde alle domande con la semplicità e la franchezza degli uomini della sua terra: “Quella fettaccia di terra tra il grande fiume e la grande strada”, dice orgogliosamente citando Guareschi.

Eminenza, cos’è la famiglia?

E’ la società che trae origine dal matrimonio, patto indissolubile tra un uomo e una donna, che ha la finalità di unire i coniugi e trasmettere la vita umana.

Da un’unione civile, secondo la legge Cirinnà nasce una famiglia?

No. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, firmando questa legge, ha sottoscritto una ridefinizione del matrimonio. Ma un provvedimento normativo non cambia la realtà delle cose. Occorre dirlo: i sindaci (soprattutto, naturalmente, quelli cattolici) devono fare obiezione di coscienza. Celebrando un’unione civile si renderebbero infatti corresponsabili di un atto gravemente illecito sul piano morale.

Perché questa crisi di identità della famiglia in Occidente?

Me lo chiedo spesso, ma non ho una risposta esaustiva. Comunque, una concausa è un processo di “debiologizzazione”, per il quale non si ritiene più che il corpo abbia un linguaggio (e dunque un significato) oggettivo. Questo significato viene così determinato dalla libertà della persona. Si è spezzato,nella coscienza occidentale, il legame tra bios e logos.

In una prospettiva di fede, non vi sono pure cause soprannaturali?

Nel 1981 stavo fondando per volontà di San Giovanni Paolo II l’Istituto per gli studi sul matrimonio e la famiglia. La fondazione era prevista per il 13 maggio, data della prima apparizione della Madonna a Fatima. Il Papa in quel giorno subì l’attentato, da cui uscì miracolosamente salvo per grazia – a dire dello stesso Pontefice – della Madonna. Dopo i primi anni di vita dell’Istituto, scrissi a suor Lucia, la veggente di Fatima, chiedendo preghiere per l’opera, e aggiungendo che non aspettavo risposta. Una risposta però arrivò comunque.

Che cosa le rispose?

Suor Lucia scrisse – e, vorrei sottolineare, siamo  nei primi anni ’80 – che vi sarebbe stato un tempo di uno “scontro finale” tra il Signore e Satana. E il terreno di scontro sarebbe stato costituito dal matrimonio e dalla famiglia. Aggiunse che coloro i quali avrebbero lottato per il matrimonio e la famiglia sarebbero stati perseguitati. Ma anche che costoro non avrebbero dovuto temere, perché la Madonna ha già schiacciato la testa al serpente infernale.

Parole profetiche: è quello che sta accadendo?

Viviamo una situazione inedita. Mai era accaduto che si ridefinisse il matrimonio. E’ Satana che sfida Dio, come dicendo: “Vedi? Tu proponi la tua creazione. Ma io ti dimostro che costituisco una creazione alternativa. E vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così”. L’arco intero della creazione si regge, secondo la Scrittura, su due colonne: il matrimonio ed il lavoro umano. Non è ora nostro tema il secondo, pure soggetto ad una “crisi definitoria”; per quanto qui concerne, il matrimonio è stato istituzionalmente distrutto.

La Chiesa può rispondere a simile sfida?

Deve rispondere, per ragioni direi strutturali. La Chiesa si interessa del matrimonio perché il Signore l’ha elevato a sacramento. Cristo stesso unisce gli sposi. Si badi, non è una metafora: secondo le parole di San Paolo, nel matrimonio il vincolo tra gli sposi si innesta nel vincolo sponsale tra Cristo e la Chiesa, e viceversa. L’indissolubilità non è anzitutto una questione morale (“gli sposi non devono separarsi”), ma ontologica: il sacramento opera una trasformazione nei coniugi. Sicché, dice la Scrittura, non sono più due, ma uno. Questo è detto chiaramente in Amoris Laetitia (par. 71-75). Il sacramento, poi, infonde negli sposi la carità coniugale. E di questo parlano benissimo i capitoli IV e V dell’Esortazione. Inoltre, il sacramento costituisce gli sposi in uno Stato di vita pubblico nella Chiesa e nella società. Come ogni Stato di vita nella Chiesa, anche lo Stato coniugale ha una missione: il dono della vita, che si continua nell’educazione dei figli. Qui il capitolo VII di Amoris Laetitia colma addirittura, a mio avviso, una lacuna nel dibattito dei vescovi al Sinodo.

In pratica, cosa dovrebbe fare la Chiesa?

Una sola cosa: comunicare il Vangelo del matrimonio. Ho detto “comunicare”, perché non si tratta solo di un evento linguistico. La comunicazione del Vangelo significa guarire l’uomo e la donna dalla loro incapacità di amarsi e introdurli nel grande Mistero di Cristo e la Chiesa. Questa comunicazione avviene attraverso l’Annuncio e la catechesi; e attraverso i Sacramenti. Ci sono persone che, dopo una catechesi sul Sacramento del Matrimonio, vengono a dirmi: perché nessuno mi ha mai parlato di queste realtà meravigliose? I giovani, soprattutto, devono essere al centro delle nostre preoccupazioni. La questione educativa in materia è “la” questione decisiva. Il Papa ne parla ampiamente nei par. 205-211.

Eminenza, che dire della questione dell’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati? Il Papa ne tratta al cap. VIII, del quale sono state offerte però letture contrapposte.

Anzitutto, vorrei sottolineare che il Papa stesso nel par. 307 afferma che, prima di occuparci dei matrimoni falliti, dobbiamo preoccuparci di quelli da costruire. E, aggiungo, il problema della sua domanda resta quantitativamente limitato. Certo, sul piano dottrinale è tutt’altro che da trascurare. A tal proposito, rispondo a partire da quattro premesse.

1) Il matrimonio è indissolubile. Come dicevo, prima che un obbligo morale, l’indissolubilità è un dato ontologico. Spiace osservare che non tutti i Padri sinodali avessero ben chiaro tale fondamento ontologico.

2) La fedeltà coniugale non è un ideale da raggiungere. La forza di essere fedeli è donata nel sacramento (vi immaginate il marito che dice alla moglie: “Esserti fedeli è un ideale che cerco di raggiungere, ma ancora non riesco”?). Troppe volte si usa in Amoris Laetitia la parola “ideale”, occorre attenzione sul punto.

3) Il matrimonio non è un fatto privato, disponibile dagli sposi. E’ una realtà pubblica per il bene della Chiesa e della società.

4) Il cap. VIII, oggettivamente, non è chiaro. Altrimenti come si spiegherebbe il “conflitto di interpretazioni” accesosi anche tra vescovi? Quando ciò accade, occorre verificare se vi siano altri testi del Magistero più chiari, tenendo a mente un principio: in materia di dottrina della fede e di morale il Magistero non può contraddirsi. Non si devono confondere contraddizione e sviluppo. Se dico S è P e poi dico S non è P, non è che abbia approfondito la prima. L’ho contraddetta.

Amoris Laetitia, dunque, insegna o no che vi sia uno spazio di accesso ai sacramenti per i divorziati risposati?

No. Chi versa in uno stato di vita che oggettivamente contraddice il sacramento dell’Eucaristia, non può accedervi. Come insegna il Magistero precedente, possono invece accedervi coloro che, non potendo soddisfare l’obbligo della separazione (ad es. a causa dell’educazione dei figli nati dalla nuova relazione), vivano in continenza. Questo punto è toccato dal Papa in una nota (la n. 351). Ora, se il Papa avesse voluto mutare il Magistero precedente, che è chiarissimo, avrebbe avuto il dovere, e il dovere grave, di dirlo chiaramente ed espressamente. Non si può con una nota, e di incerto tenore, mutare la disciplina secolare della Chiesa. Sto applicando un principio interpretativo che in Teologia è sempre stato ammesso. Il Magistero incerto si interpreta in continuità con quello precedente.

Dunque, nessuna novità?

La novità, oltre alla possibilità data dal S. Padre di eccepire, a giudizio prudente dei vescovi, ad alcune norme canoniche, è soprattutto nel prendersi cura di questi fratelli divorziati risposati, cercando di imitare il nostro Salvatore nella modalità con cui Egli incontrava le persone più bisognose del “medico” . Il cap. VIII (“accompagnare, discernere, integrare”), a mio modesto avviso, è la guida di questo “prendersi cura”. Non dobbiamo cadere nell’inganno mass-mediatico di ridurre tutto a “Eucarestia sì-Eucarestia no”.

(di Roberto Marchesini)  Siamo arrivati dunque alle unioni civili per le persone con tendenze omosessuali. Ciò che è stato stralciato per ottenere l’approvazione ( es. l’«obbligo di fedeltà») rientrerà dalla finestra con appositi progetti di legge. Sicuramente è un passaggio epocale, destinato a segnare la storia della nostra nazione (se ancora si può chiamare così) come la legalizzazione di aborto e divorzio. Siamo dunque di fronte all’ennesimo gradino verso il baratro della nostra società? Si tratta di un punto di non ritorno, oppure esiste al possibilità di fermare questo processo, e magari addirittura di ricostruire?

Spesso mi viene posta questa domanda, nel corso di incontri e conferenze. Io rispondo con una metafora.

Quando viene l’autunno spiace a tutti vedere le foglie ingiallire e poi cadere. Vorremmo sempre vedere gli alberi verdi, e invece vediamo le foglie staccarsi una dopo l’altra, ed ogni giorno vediamo l’albero diventare sempre più spoglio, misero, triste.

Cosa possiamo fare?

Possiamo prendere la scala, la colla, e riattaccare una per una le foglie. Ma saranno foglie senza vita, e la nostra fatica sarà come quella di Sisifo perché esse continueranno a staccarsi e a cadere, ormai senza vita.

Esiste una alternativa?

Esiste.

Possiamo coprire le radici in modo che non gelino, come diceva Tolkien. Guareschi diceva: «Bisogna conservare il seme». In modo che, quando (se) tornerà la primavera, l’albero spontaneamente produrrà nuove foglie, sarà di nuovo verde e pieno di vita.

E cosa sono le radici, cos’è il seme? Il seme di Guareschi è la fede, dalla quale può nascere una nuova piante. E le radici? Credo che le radici siano i fondamenti filosofici che hanno portato la civiltà occidentale al livello che conosciamo e che vediamo sgretolarsi giorno dopo giorno.

Queste radici, non ho dubbi, sono il pensiero di Aristotele e san Tommaso d’Aquino.

Io stesso mi sono stupito di quanto sia facile comprendere e smontare l’ideologia di genere con pochi e semplici strumenti messi a nostra disposizione dal pensiero di questi due giganti.

In fondo, stiamo vivendo l’esito di un processo (iniziato cinquecento anni fa) volto a distruggere la metafisica, ossia l’idea che la realtà non sia solo quella che vediamo e tocchiamo. Questa è un’idea che l’uomo ha dimostrato di avere sin dai primordi: i primi manufatti hanno non hanno uno scopo funzionale, ma metafisico, se non spirituale. Il pensiero metafisico è ben radicato in noi, anche se non ce ne rendiamo conto. Ma la cultura nella quale siamo immersi fa di tutto per convincerci che le leggi morali e religiose siano «mere costruzioni sociali», che l’uomo non abbia una «natura» (un progetto) e che non esista alcuna finalità nelle cose.

La legge Cirinnà è stata approvata proprio grazie alla diffusione di questo pensiero: il fondamento dell’unione non ha nulla di metafisico, ma si basa sull’«amore», che è semplicemente un istinto, un sentimento o una passione radicata nella nostra biologia, una questione di «chimica». Anche chi si è opposto alla Cirinnà, avendo perso l’orizzonte metafisico, si è aggrappato a ciò che è visibile, misurabile, utilizzando ad esempio ricerche sull’effetto della crescita dei bambini in coppie omogenitoriali. L’efficacia di questi strumenti l’abbiamo valutata sul campo. C’è anche chi ha tentato di appellarsi al concetto di «natura», purtroppo senza spiegarlo né, forse, averlo compreso.

Credo che l’unico modo per opporsi a questa deriva consista nella riscoperta e nello studio della metafisica: le cose hanno un fine, esiste un bene o un male intrinseco ed oggettivo (al di là delle conseguenze), il mondo ha un ordine, una razionalità che va scoperta, rispettata e contemplata.

Mi piacerebbe che le parrocchie, i movimenti ecclesiali e tutti coloro che hanno a cuore la nostra civiltà si impegnino per conservarne le radici, cioè il pensiero aristotelico-tomista. Vorrei opuscoli e libri divulgativi adatti a tutte le età, corsi di tomismo per tutti, che san Tommaso diventasse il fulcro della formazione intellettuale del nostro paese e di tutto l’occidente.

Sono in buona compagnia.

Guardando indietro nella storia della Chiesa vediamo che i papi hanno sempre raccomandato il pensiero di san Tommaso per fronteggiare i fenomeni rivoluzionari del proprio tempo.

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Interris

IL MONDO ALLA ROVESCIA

di don Aldo Buonaiuto -
 
Apr 12, 2016

Ormai ne sentiamo di tutti i colori. Strasburgo ha solennemente rimproverato all’Italia di essere discriminante verso quei medici che praticano l’aborto; ora sono diventati loro i poverelli che mentre sopprimono la vita altrui piangono per tutelare il diritto di poterlo fare meglio. L’Europa è veramente così attenta e scrupolosa verso l’Italia nell’assicurare lo sterminio delle piccole creature rannicchiate nel grembo delle mamme, e invece di promuovere la crescita demografica del vecchio Paese lo bacchetta perché non rende più fluidi gli aborti.

Argomento: Vita

AsiaNews - 04/03/2016, 14.30

Card. Gracias: Testimoni dell’amore di Cristo le suore di Madre Teresa uccise in Yemen

card. Oswald Gracias

Il commosso ricordo dell’arcivescovo di Mumbai per le quattro religiose uccise oggi insieme a 10 civili in un raid compiuto “per motivi religiosi” da uomini armati ad Aden. Esse hanno svolto fino alla fine il compito delle Missionarie della Carità: spegnere la sete di Cristo attraverso il servizio agli ultimi. In serata, adorazione eucaristica e preghiera per p. Tom Uzhunnalil, sacerdote salesiano rapito nell’attacco.

La più bella recensione de “Il caso Spotlight” l’ha scritta Auerbach nel 1946

Tempi.it - marzo 2, 2016 Redazione

Il grande filologo tedesco definì la «tecnica propagandistica» dell’anticlericale Voltaire utilizzando un termine profetico: «riflettore». Ovvero “spotlight”

Nel tripudio di giochi di parole e calembour semantici escogitati dai vari giornali e critici cinematografici per promuovere al meglio la visione de Il caso Spotlight, nessuno, a quanto pare, ha ritenuto di utilizzare una coincidenza di termini e significati a dir poco prodigiosa, della quale perciò ci permettiamo di approfittare noi.

Argomento: Chiesa

EINSTEIN E LA PROVA RAZIONALE DELL’ESISTENZA DI DIO (onde gravitazionali e dintorni)

Libero 13 Feb, 2016

di Antonio Socci

Ha fatto scalpore la notizia della rilevazione delle onde gravitazionali. E’ stata giustamente enfatizzata da tutti i media del mondo come una svolta epocale.

Tutti hanno ripetuto che tale rilevazione ci fornisce finalmente la conferma sperimentale di quanto Albert Einstein aveva ipotizzato cento anni fa nella sua teoria della relatività generale.

Ora si aprono orizzonti inediti per la scienza, ma solo gli addetti ai lavori possono intuire alcuni scenari futuri della ricerca: il grande pubblico e i media non sono in grado di capire tutta la portata scientifica di questo avvenimento.

Invece il “caso Einstein” può e deve essere compreso in tutte le sue implicazioni e non si può ridurre alla sola narrazione banale e celebrativa della genialità di questo straordinario scienziato.

Argomento: Attualità

#LoveIsLove. I fondamentalismi [laicisti] sono tutti uguali

Autore: Saro, Luisella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

«Come leggiamo nel primo racconto della creazione, «Dio creò la umanità (‘Elohim barà ha ‘adam: si noti l’articolo ha) a sua immagine (selem), a immagine di Dio la creò (‘oto barà: singolare); maschio e femmina li creò (‘otam barà: plurale)». Di conseguenza, in quella pagina biblica non solo il maschio ma l’umanità tutta, nella sua polarità maschile e femminile, è icona di Dio sulla terra. Due modalità di una stessa realtà, l’uomo e la donna, sono imago Dei nel loro congiungersi in una relazione d’amore.
Ma immediatamente si deve notare un’altra meraviglia rivelata in Genesi 1: l’unità dei due è chiamata a superarsi nella procreazione e nella custodia del mondo e di ogni creatura. Infatti, alla coppia delle origini Dio ordina «siate fecondi e dominate la terra», per cui l’immagine divina originaria non è nemmeno la coppia congiunta nell’amore, ma la triade che dalla coppia vede scaturire la vita di altri e la cura per la vita di ogni altro. Fin dall’inizio, dunque, la Trinità si riflette nella struttura originaria dell’umano. Al contrario, l’assolutizzazione separata degli individui, che tendono a strumentalizzarsi o a sopraffarsi gli uni gli altri, è l’effetto del peccato originale, il rovescio del progetto divino».
(Pannello della prima sezione della mostra “L’ultima creatura. L’idea divina del femminile”, Illegio)
 

Interris

I RETROSCENA DEL FAMILY DAY

don Aldo Buonaiuto - feb 1, 2016

Dicono che ci siano state telefonate impazzite per tentare di far fallire la manifestazione delle famiglie. L’indicazione data ai mezzi di comunicazione sarebbe stata anche questa volta di sminuire il più possibile l’evento dandone poco risalto, e l’ordine è stato eseguito. C’è stato il palese tentativo di mettere la sordina a tutto il mondo istituzionale cattolico, spinto a ritirarsi in un angolino senza far rumore per non irritare certi padroni. Invece c’è stato un popolo che si è mosso liberamente, con una forza incredibile, grazie al comitato che è riuscito ad avere i molti movimenti ecclesiali dalla propria parte, creando così una massa virale, uno tzunami che persino i vescovi non hanno potuto controllare.

La «guerra» ai simboli spegne la speranza

di Carlo Cardia
9 dicembre 2015
Le polemiche che puntualmente esplodono, in prossimità delle feste natalizie, per la faziosità che si manifesta verso i simboli religiosi, specie cristiani, riflettono i sintomi d’una malattia che colpisce l’Europa e la sua cultura, non solo religiosa. Gli episodi più recenti, non tutti conosciuti dal grande pubblico, aggiungono ciascuno una goccia di ostilità, sempre più fredda e irrazionale.
Argomento: Attualità

1 dicembre 2015 (modifica il 2 dicembre 2015 | 09:13)

Natale e la debolezza dell’Europa che a quei valori non crede più
Rispetto per l’Islam? È falso. Ma quel gesto racconta ciò che abbiamo perduto

di Vittorio Messori

Forse scandalizzerò qualcuno confessando che non riesce, a me, di scandalizzarmi per le gesta politicamente corrette di un preside di provincia, di un signore commoventemente ligio al conformismo egemone. Quello dominato da una sorta di raptus maniacale: la vigilanza ossessiva per «non offendere» alcuno.

Argomento: Attualità

Ancora on line

Nuove polemiche su come festeggiare il Natale nelle scuole

Pubblicato il 30 novembre 2015 da Nicola Rosetti

Anche quest’anno, con un po’ di anticipo rispetto al solito, è scoppiata la polemica su come festeggiare – e se festeggiare – il Natale nelle scuole.

Il primo caso si è verificato in una scuola di Casazza (BG) dove la prof.ssa Antonia Savio, preside dell’istituto, avrebbe impedito di inserire il brano Adeste Fideles in uno spettacolo che si dovrà svolgere pochi giorni prima delle vacanze natalizie. Contattata dalla stampa, la preside, fra l’altro, ha dichiarato: “È tutto falso. Nessuno ha vietato niente a nessuno. 240 bambini avrebbero dovuto imparare a cantare in latino una canzone difficile come Adeste fideles”.

Argomento: Attualità

VIA CRUCIS: L'ENNESIMO FILM CHE ATTACCA LA CHIESA

Storia (finta) di una ragazzina di 14 anni che si lascia morire a causa della sua famiglia e della Chiesa, ossia da quelli che il Mondo considera i due mali assoluti
 
di Omar Ebrahime
Argomento: Attualità

Senza patrie, senza difesa. Perché i cristiani sono carne da macello in un conflitto in cui non valgono nulla

“I cristiani sono il fianco debole delle nostre società. Quando c’è caos, tutti attaccano loro"

di Maurizio Crippa | 23 Novembre 2015

Avvenire 15-11-15
 
Il predominio assoluto della tecnica e l'etica della crudeltà

Il progresso tecnologico, l'abbiamo già osservato, porta con sé una regressione tecnica: mettiamo in moto processi giganteschi con la punta di un dito ma non sappiamo più lavorare con le nostre mani. Non sono neanche tanto sicuro che saremmo in grado, al giorno d'oggi, di realizzare una crocifissione come si deve. Data la pena che mi procura appendere un quadro, immagino cosa deve essere fissare un corpo in verticale su due pezzi di legno. Si ricomincerebbe da capo un sacco di volte. Il crocifisso si staccherebbe, si sprecherebbero tantissimi chiodi, gli si macellerebbero i piedi e i polsi, mancando così ciò che rende questo supplizio interessante: non l'ostinarsi a bucherellare il condannato, ma guardarlo tranquillamente mentre soffoca sotto l'effetto del suo stesso peso. In breve, per una buona crocifissione ci vogliono ancora dei buoni carpentieri…

Argomento: Vita

fonte: Corrispondenza Romana

Per il quotidiano Avvenire la legge 194 funziona…

(di Alfredo De Matteo) Come da prassi, anche quest’anno, è stata inviata al Parlamento la relazione annuale circa l’attuazione della legge 194/1978 sulla cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza, in cui vengono presentati i dati definitivi relativi all’anno 2012 e quelli preliminari riferiti al 2013.

Argomento: Vita

In attesa del Papa, i vescovi italiani inaugurano “il nuovo stile sinodale”

Oggi Francesco parla al Convegno ecclesiale della Cei

di Matteo Matzuzzi | 10 Novembre 2015 ore 06:27

Argomento: Chiesa

Il Foglio

Il benedetto africano

Da un villaggio della Guinea ai vertici del Vaticano. Storia del cardinale Robert Sarah e del suo occhio profetico sull’agonia dell’occidente cristiano
di Matteo Matzuzzi | 31 Ottobre 2015 ore 06:27

Oggi la chiesa deve combattere controcorrente, con coraggio e speranza, senza temere di alzare la voce per denunciare gli ipocriti, i manipolatori e i falsi profeti. In duemila anni, ha affrontato molti venti contrari, ma alla fine delle strade più aride, ha comunque riportato la vittoria” (Robert Sarah, “Dio o niente”)

Argomento: Chiesa

Vita, famiglia e società: tra bioetica e Dottrina Sociale della Chiesa

Osservatorio Van Thuân, 10/09/2015 (n.615) (fonte: www.bastabugie.it)

Cosa sta avvenendo? A mio avviso si sta compiendo una completa istituzionalizzazione della perversione. Non do a questo termine un significato primariamente morale, anche se il suo fine ultimo è certamente morale, di pervertimento della coscienza umana oltre che dei costumi. Vi assegno un significato primario di tipo metafisico. La perversione è il rifiuto della versione corretta delle cose, il rifiuto del loro ordine e del loro senso e la celebrazione del loro dis-ordine e del loro contro-senso.
La perversione morale è sempre esistita. Ma oggi si assiste ad un fatto radicalmente nuovo. Come racconta Dostoevski ne I Démoni, la perversione deve diventare un diritto, il "diritto al disonore". La perversione viene così programmata, elargita, esigita, rimborsata fiscalmente.

Argomento: Fede e ragione

CRESCENTE DEBOLEZZA DELLA CEI: CATTOLICI SCONCERTATI – di GIUSEPPE RUSCONI –www.rossoporpora.org – 27 agosto 2015

Preoccupa sempre più la percezione – diffusa anche tra un gruppo consistente di cattolici praticanti – che la Conferenza episcopale italiana (di riflesso anche l’intera Chiesa italiana) sia oggi in uno stato a tratti confusionale. Diversi gli episodi con cattolici protagonisti in negativo che hanno destato amarezza e indignazione in fasce diverse dell'opinione pubblica. Molti scuotono la testa anche per il protagonismo del segretario generale della Cei, cui si imputa di danneggiare gravemente la credibilità dell’istituzione. 

Argomento: Chiesa

Ncd partito senza identità Vota pure l'ok al "gender"

Gli alfaniani si piegano a Renzi anche sui temi etici.
Il partito di Alfano si indigna per l'emendamento sulla parità di genere. Ma l'indignazione sale e scende a comando fino a scomparire miracolosamente quando è il momento di votare la fiducia a Renzi.

 

Se si tratta di cavalcare la protesta di una gremita piazza cattolica, che rappresenta pure una bella fetta di elettori, allora Alfano alza la voce contro un governo che, a dire del ministro dell'Interno, vuole plagiare le nuove generazioni, annullando le differenze tra maschile e femminile.

Se invece si tratta di restare fermi sui principi sbandierati il giorno prima e dunque poi, coerentemente, votare contro il provvedimento che contiene quella norma definita tanto pericolosa all'improvviso Ncd scopre che in effetti no, quel rischio di corrompere i bambini non esiste più.

Basta ricostruire la storia di questo tanto famigerato emendamento per poi liberamente giudicare di che cosa si stia parlando e soprattutto se l'interesse a singhiozzo mostrato da Ncd non sia soltanto un modo per acquistare visibilità.

In Commissione Cultura della Camera il 15 maggio scorso, oltre un mese fa, viene approvato un emendamento alla riforma della scuola per promuovere «l'educazione alla parità di genere, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni» nelle scuole. L'intento è quello di evitare discriminazioni e violenze e infatti l'emendamento viene sottoscritto non soltanto dal Pd ma anche da Mara Carfagna ed Elena Centemero di Forza Italia e da Bruno Molea di Scelta Civica. Nessuna indignazione da parte degli alfaniani che si limitano, attraverso Eugenia Roccella, a presentare un ordine del giorno che conferma la necessità del consenso informato da parte dei genitori per tutte le attività scolastiche extracurriculari. Principio già previsto nell'ordinamento scolastico. L'odg viene approvato. Il ddl scuola, votato anche da Ncd, passa al Senato.

Durante questo passaggio però si attiva una mobilitazione nel vasto popolo delle associazioni cattoliche, sollecitata anche da articoli critici e preoccupati come quelli scritti da Mario Adinolfi per La Croce . «La prevenzione “di tutte le discriminazioni” quasi ovunque serve a legittimare corsi strapagati con fondi pubblici per propagandare le teorie gender», scrive tra l'altro Adinolfi. E così senza l'avallo ufficiale della Chiesa e della Cei o “coperture” politiche (come invece era avvenuto per il Family day del 2007) questa mobilitazione porta un milione di persone in piazza a Roma per dire “no” al matrimonio gay e al rischio della diffusione della teoria gender nelle scuole. Ed è a questo punto che l'indignazione dell'Ncd di nuovo torna a salire al punto da sollecitare un incontro urgente con il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, prima che si voti la fiducia al ddl scuola al Senato. L'incontro, richiesto dai senatori Maurizio Sacconi, Nico D'Ascola, Aldo Di Biagio, Roberto Formigoni, Carlo Giovanardi, Giuseppe Marinello e Gaetano Quagliariello, si è svolto ieri mattina poco prima del voto di Palazzo Madama. Certo, se Renzi non avesse ottenuto la fiducia il governo sarebbe caduto e con esso anche le poltrone ministeriali due delle quali occupate da Ncd (Interno e Salute). E dunque nuovamente l'indignazione degli alfaniani si scioglie come neve al sole. Al termine dell'incontro con la Giannini e il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, Area Popolare Ncd-Udc diffonde una nota per confermare di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto «che le attività formative in questione sono riferibili all'educazione contro ogni forma di violenza fisica o psichica». E vai col voto di fiducia.

Interris.it

FAMIGLIE CROCIFISSE

don Aldo Buonaiuto giu 19, 2015

Il preoccupante vuoto educativo che affligge le giovani generazioni si assomma alle azioni disgreganti e distruttive nei confronti della famiglia, cellula vitale della società. Quando poi si sentono notizie di maestre che picchiano, insultano, maltrattano i loro allievi, risulta chiaro che il gap è ancora più difficile da colmare. Insegnare, lungi dal ridursi alla sola trasmissione di nuove nozioni, dovrebbe soprattutto aiutare il giovane a formare un giudizio critico che gli permetta di imparare a scegliere il bene tra le tante proposte illusorie della società moderna.

il Foglio 11-6-2015

L’IRLANDA CELEBRA TA COME PATRIA DEL PROGRESSO. A CHE PREZZO?

Confessioni di un padre cattolico nell’èra dell’individuo che gioca a fare Dio

LE RACCOMANDAZIONI DI STRASBURGO SULLE NOZZE GAY, PRODROMI DI UNA RINUNCIA ALLA BATTAGLIA PER LA FAMIGLIA

di Francesco Agnoli

AsiaNews19/05/2015
ASIA
La Veglia per i cristiani perseguitati, nostri maestri nella missione in occidente
di Bernardo Cervellera
Il “muro dell’indifferenza e del cinismo”, il mutismo e l’inerzia tante volte denunciati da papa Francesco sono divenuti quasi una fortezza. Davanti alle persecuzioni vi è un strumentalizzazione “confessionale”, che tende a bollare l’islam e tutto l’islam, e una strumentalizzazione “ideologica”, che “dimentica” ciò che accade in Corea del nord o in Cina. E all’Europa sempre più post-cristiana sembra non interessare i cristiani. 

Argomento: Chiesa

#Divorzio breve, è Legge. Ma chi si prende cura dell’amore?

Autore: Buggio, Nerella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

giovedì 23 aprile 2015
D’ora in poi si potrà divorziare in tempi molto più rapidi. È arrivato infatti il sì definitivo dell’Aula della Camera all’introduzione del divorzio breve. Il provvedimento è stato licenziato a Montecitorio con 398 sì, 28 no e 6 astenuti

Quando fu introdotta la Legge sul divorzio in Italia, io avevo dieci anni. Negli anni che seguirono che portarono poi al referendum sul divorzio nel 1974, ero un ragazzina molto sensibile all’argomento perché vivevo in una famiglia litigiosa, mia madre e mio padre non facevano che scontrarsi, noi figli diventavamo la causa o il pretesto delle loro liti, delle loro insoddisfazioni. Vivevo quell’inferno nell’attesa della lunga estate, quando per tre mesi ero spedita nel Veneto, da nonni, zii, cugini. Da loro ho imparato che c’era un altro modo di fare famiglia, che i problemi si potevano superare, che l’altro/a non è perfetto ma si poteva perdonare e ricominciare.

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