In libreria: Il prezzo da pagare (per la conversione)
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Fadelle Joseph, Il prezzo da pagare, San Paolo 2011, pp. 216 - 18,00 euro

 

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(di Fabrizio Cannone) E’ difficile recensire, senza pathos, un libro che ha toccato nel profondo e altresì profondamente commosso centinaia di migliaia di lettori (Joseph Fadelle, Il prezzo da pagare, San Paolo, Cinisello Balsamo 2011, pp. 220, euro 18). Joseph Fadelle, nasce nel 1964 in Iraq, da una famiglia dell’alta aristocrazia sciita, notoriamente perseguitata dai sunniti, il gruppo maggioritario nell’Islam, e dal governo autocratico di Saddam Hussein. Il suo vero nome è Mohammed al-Sayyd al-Moussaoui e la sua famiglia “discende direttamente da quella del Profeta” (p. 14).

La storia della sua conversione al cattolicesimo, narrata nel libro, nasce da un incontro fortuito fatto in caserma dove lui svolgeva il servizio militare. Infatti fu mandato nella camerata con un cristiano di 44 anni, di nome Massoud. Ben presto una profonda amicizia nasce tra i due commilitoni. La cosa che più stupisce Mohammed è «la capacità di ascoltare» così «empatica e benevola» (p. 22) di Massoud. Tra letture, conversazioni, approfondimenti, piano piano Mohammed si rende conto di non accettare più tante cose dell’Islam.

Ma la conversione piena avverrà per Mohammed, come per certi Patriarchi del Vecchio Testamento, attraverso un sogno. Si trovava nel sogno misterioso presso un ruscello e aveva di fronte un uomo di straordinaria bellezza, che lo attraeva con il suo sguardo «di una dolcezza infinita» (p. 35). Quest’uomo, evidentemente Gesù di Nazareth, gli dice una sola frase che sarà per lui l’incipit dell’adesione definitiva alla fede cristiana: «Per attraversare il ruscello, hai bisogno del pane della vita» (p. 35). Quando il Nostro scoprirà, nel Vangelo di Giovanni, prestatogli dall’amico Massoud, che Gesù stesso usò quell’espressione, a lui ignota, avrà una certezza spirituale di essere sulla strada giusta.

Ma da qui iniziano i suoi dolori e si manifesta, con una crudeltà senza pari, il suo «prezzo da pagare» per abbandonare l’Islam e farsi cristiano-cattolico. Le prime croci arrivano dalla Chiesa locale la quale farà di tutto per dissuaderlo dal divenire cristiano! Queste pagine, sono forse le più dolorose del libro, e vanno ben meditate per capire fino a che punto, la “crisi della fede” di cui parla così spesso Benedetto XVI, sia diventata oramai qualcosa di profondamente radicato e di universale.

Un prelato, alla sua richiesta di battesimo, gli risponde, ribaltando l’esempio di Cristo che corre per una sola pecora da salvare (cfr. Mt. 18, 12-14), che: «Non si può sacrificare tutto il gregge per salvare una sola pecora…» ! (p. 52). Dopo che la famiglia lo persuade/obbliga a sposare una giovane mussulmana, da cui ha presto un figlio, inizia la carcerazione, per farlo tornare nell’Islam (cfr. pp. 94-110).

Passa oltre un anno in un penitenziario come sorvegliato speciale tra i criminali comuni. Dei dolori indicibili della prigionia, dovuta si badi bene, non al governo o ai “fondamentalisti”, ma alla propria famiglia, scrive così: «Se non avessi sperimentato la vita in cella non avrei mai potuto sprofondarmi in questo cuore-a-cuore con Gesù e il suo Spirito» (p. 105).

Quando esce dal penitenziario pesa soltanto 50 kg e la stessa moglie fa fatica a riconoscerlo. Nel 2000, dopo mille peripezie, fugge con la famiglia dall’Iraq e si rifugia in Giordania. Da lì, con l’aiuto di una suora coraggiosa, la definitiva fuga verso l’Europa. Il 15 agosto del 2000, festa dell’Assunzione di Maria, nell’Anno giubilare, arriva a Parigi dove si trasferisce con la moglie e i due figli, che nel frattempo hanno ricevuto il battesimo. Il racconto della sua storia, uscito in Francia nel 2010, è divenuto un best seller, e pare, ha prodotto nuove conversioni di islamici al cristianesimo.

 

(Fabrizio Cannone, per Corrispondenza Romana)



«”Per questa tua assurda malattia chiamata Cristo non c'è rimedio! Non potrai mai guarire”... Lo zio Karim estrae un revolver e lo punta contro di me. Trattengo il respiro. Dietro di lui i miei fratelli mi sfidano con lo sguardo. Siamo completamente soli in una vallata sperduta e desertica». È quanto può succedere ad un «giovane ricco» che decide di rinunciare alle sue sicurezze per passare attraverso la cruna dell'ago del martirio ed è così che comincia Il prezzo da pagare di Joseph Fadelle, storia autentica e drammatica di una conversione in terra d'islam.

Joseph Fadelle non esiste. Càpita, quando si perde tutto, di perdere anche il nome: Joseph Fadelle è lo pseudonimo di un uomo fuggito in Francia perché colpito da una fatwa pronunciata dalla sua stessa famiglia, che solo per diverse fortunate - talvolta prodigiose - circostanze non si è pienamente concretizzata nel sangue. D'altronde, c'è un prezzo da pagare per passare dall'islam al cristianesimo, specie per un rampollo di un'importante famiglia sciita irachena dal lignaggio antico che affonda le sue radici fino al Profeta.

La storia è questa: durante gli ultimi scorci della guerra tra Iran e Iraq, Joseph stringe amicizia con un commilitone cristiano e ricava da questo incontro le ragioni intellettuali e spirituali per muovere i primi passi verso il credo più aborrito nel suo Paese. Deciso a ricevere il battesimo e la prima comunione, con difficoltà paragonabili a quelle eternate dalle antiche passiones dei martiri nel tempo delle persecuzioni romane, il protagonista mette progressivamente a repentaglio il benessere economico e un'agiata posizione sociale, sacrifica l'appartenenza a una patria, recide i rapporti con il clan d'origine che diventa il suo nemico peggiore, trascina in una vita da fuggiasco per più di dieci anni moglie e figli, subisce in sovrappiù il carcere duro, la fame, le percosse, le pallottole.

E non basta. Joseph Fadelle racconta anche di uno scotto versato, stilla dopo stilla, alla stessa madre Chiesa, così guardinga e «ghettizzata» nei Paesi a maggioranza islamica da giungere, per paura di ritorsioni, a negargli i sacramenti per tredici lunghi anni; cosicché, in questa sorta di catecumenato lunghissimo e coatto protrattosi dal 1987 al 2000 (data in cui, in Giordania, prende corpo la prima scena del libro), solo una Grazia visibile e sovrabbondante e l'intervento decisivo di alcune isolate figure di fedeli cristiani (laici e religiosi) trattengono dalla disperazione Joseph, l'apostata per Cristo, schiudendogli infine le porte dell'Occidente.

Non è difficile lasciarsi colpire dalla vicenda umana e spirituale racchiusa in queste pagine: è infatti arduo immaginare, per chi è stato iniziato al cristianesimo in Occidente, che cosa possa comportare il cammino di chi vuole gustare il Pane della Vita in quei luoghi dove, al giorno d'oggi, è ancora vietato farlo. Tanto più perché Joseph Fadelle non censura nulla di sé: non la paura, sua compagna per tutta la (nuova) vita, anche successivamente allo sbarco in Europa, non la resistenza al dolore, che nel protagonista è assolutamente ordinaria e nulla ha a che fare con l'impassibile fermezza dei grandi santi del passato. Nemmeno l'incapacità di perdonare i persecutori, tra i quali si trovano i familiari più intimi, viene celata in questo volume, così terribile perché in esso ognuno può riconoscere, pienamente incarnato, quel passo della Lettera ai Romani: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?».

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