Omelia - Anno A: 16 ottobre - XXIX domenica del tempo ordinario

Commento al Vangelo della 29ª domenica del tempo ordinario

Dare a Cesare, o dare a Dio?

Vivendo in armonia e cooperazione, la società temporale e quella spirituale offrono le condizioni per il vero progresso umano.

João Scognamiglio Clá Dias, E. P.
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

L’uomo è stato creato da Dio per vivere in società, sotto due autorità: temporale e spirituale. Quale deve essere la sua attitudine verso l’una e l’altra? Ecco il tema del Vangelo della ventinovesima domenica del tempo ordinario.

"Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?". Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22, 15-21).

 

Non esiste una situazione estatica nella vita morale

La nostra vita morale si trova sempre in movimento. In altre parole, nella scala di valori tra l’estremo del bene e l’estremo del male, nessuno resta fermo in un grado determinato. Tutti stiamo in qualche modo camminando, anche se molto lentamente e impercettibilmente, in direzione di uno dei poli, o imbarazzati in un via vai continuo. Ci sono, anche, accelerazioni verso una direzione o l’altra, risultanti da un grande atto di virtù o da un gravissimo peccato. In questa scala, pertanto, il movimento è costante, come sottolineano numerosi teologi.

Ora, davanti al Figlio dell’Uomo, questo fenomeno si è verificato in forma intensa nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la grazia di conoscerLo e, più ancora, di convivere con Lui. Maria Santissima non ha fatto che ascendere in ogni istante nella sua già così alta unione con Dio. In contropartita, gli avversari di Gesù crebbero in modo continuo nell’odio verso di Lui.

I farisei giunsero a un grande grado d’indignazione udendo dalle labbra del Divino Maestro parabole allo stesso tempo severissime e di chiara applicazione su di loro, come quella dei vignaioli omicidi, e quella della festa di nozze, come narra il Vangelo:

"Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta" (Mt 21, 45-46).

È stata questa la circostanza che li ha portati a riunirsi urgentemente in consiglio. Questo stesso episodio è menzionato in altri termini da San Marco (Mc. 12, 12-13).

Tanto dalla narrazione dell’uno, quanto da quella dell’altro evangelista, è chiaro il dilemma nel quale si trovavano i farisei. Da un lato, desideravano catturare Gesù per ammazzarLo. Dall’altro, era loro impossibile agire in questo senso, poiché i miracoli, le parole e la stessa figura del Divino Maestro scuotevano il popolo, che non Lo abbandonava nemmeno un istante. Come realizzare questo orrendo crimine contro uno costantemente attorniato di fedeli? CatturarLo nel silenzio della notte, in forma inattesa, seria o ideale, ma anche impossibile, visto che il Redentore non dava mai loro l’opportunità di sapere dove Egli sarebbe stato dopo il calar del sole.



Un agguato per Nostro Signore

In questo modo, non c’era per loro altra alternativa se non preparare un’imboscata al Divino Maestro, tentando di screditarLo davanti all’opinione pubblica. Abbandonato dai suoi seguaci, Egli sarebbe diventato una preda facile. Meglio ancora se fossero riusciti a strapparGli un’affermazione di ribellione contro il potere romano ...

Era lontano il tempo in cui il popolo giudeo dipendeva dalla protezione dei romani per far fronte agli avversari. Scomparso il pericolo, diventava difficile comprendere i vantaggi del pagamento di un tributo all’Imperatore.

Proprio in quell’epoca si accentuava tra i giudei la stanchezza di trovarsi, da secoli, dipendenti dal potere straniero, cui si sommava un’ansia per la venuta di un Messia, considerato come l’instauratore del potere israelita su tutte le nazioni. Le conversazioni e i dibattiti su tali questioni, fortemente intrecciate con altre, di ordine morale, erano quotidianità in tutti gli angoli di Israele.

È stato in questo contesto storico che Gesù è venuto a predicare la Buona Novella. Ora, una Sua parola orientativa, su una materia tanto scottante, sarebbe stata ascoltata con incontenibile avidità. I farisei vollero approfittare di questo clima emozionale per armare un astuto e maligno agguato al Signore: si riunirono, dunque, "per decidere tra loro la maniera di sorprendere Gesù nelle sue stesse parole".

Il modo di agire del male

In questo episodio, merita ugualmente la nostra attenzione la maniera di agire dei malvagi.

Quando desidera armare agguati ai buoni, il male, prima di presentarsi in forma dichiarata, usa preparare la sua azione con un lungo processo. Così agirono i farisei con Nostro Signore. Inizialmente usarono l’astuzia del serpente per, successivamente, insorgere contro di Lui in forma pubblica e aggressiva. Qui li vediamo nel corso della prima operazione, desiderosi di sorprendere Gesù in flagrante, al fine di scagliare contro di Lui l’opinione pubblica.

Nella nostra stessa vita privata, quante e quante volte allo stesso modo siamo noi sorpresi dallo stesso metodo farisaico, utilizzato dal male per perseguire quelli che si sforzano di seguire i passi di Gesù? Imitiamo la saggezza del Divino Maestro, non lasciamoci sorprendere ...

Rispetto a tali tattiche farisaiche, è noto anche questo dettaglio nel Vangelo: "Mandarono dunque a lui i propri discepoli ..." (v. 16).

È un’altra dimostrazione della loro astuzia maligna: scelsero alcuni giovani, alunni di scuole rabbiniche, per causare l’impressione di autenticità, come se avessero un reale interesse ad apprendere. E li istruirono ad approssimarsi al Divino Maestro con dimostrazioni di riguardo. Su questo particolare, commenta lo stimato esegeta L.- CL. Fillion:

"Per questo, all’inizio evitarono di presentarsi personalmente, timorosi di eccitare la sua diffidenza. Inviarono alcuni dei suoi giovani talmudim o discepoli, i quali, con candore apparente, vennero a proporGli un caso di coscienza, sperando che lo risolvesse in modo da venirsi a trovare in una situazione molto difficile" 1.

Nello stesso versetto 16, un altro dato richiama l’attenzione: "Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani ...".

Anche quando stanno in campi opposti, è incredibile la capacità dei malvagi di unirsi contro il Bene. I farisei anelavano all’indipendenza e supremazia di Israele, e odiavano i romani; gli erodiani appoggiavano la famiglia di Erode, che aveva ricevuto il suo potere dai romani.

Così, sebbene fossero accaniti avversari, farisei ed erodiani si trovano affratellati in questo episodio, alla ricerca di un fine comune: il deicidio.

Dell’astuzia del serpente fa parte l’adulazione insidiosa: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno".

Con tali parole, i farisei si condannano da soli. Infatti, non erano sinceri e vivevano preoccupati dell’opinione altrui riguardo loro stessi, facendo attenzione solo alle apparenze.

"Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?".

Se Gesù avesse preferito l’obbligo morale di pagare l’imposta pretesa dai romani, erano già pronte le tube degli avversari per sollevare gli israeliti contro di Lui, poiché non era ammissibile un Messia che si manifestasse a favore della sottomissione allo straniero pagano. D’altra parte, se Gesù avesse negato la liceità del tributo, sarebbe stato denunciato alle autorità romane, che sicuramente lo avrebbero condannato a morte.

È qui chiaro il ruolo degli erodiani in questo episodio. "Come adepti del governo di Roma, sarebbero stati accusatori e testimoni, se la risposta di Gesù fosse sembrata loro contraria agli interessi dell’Impero", commenta il già menzionato Fillion 2.

Gesù inverte i ruoli

Nella sequenza dell’episodio evangelico, Nostro Signore molto probabilmente sorprese i suoi avversari con la veemenza della risposta:

"Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate?".

Che grande differenza tra i metodi impiegati rispettivamente dal male e dal bene! I farisei adulano per perdere, Gesù rimprovera per salvare.

Non potevano i farisei lamentarsi per aver ricevuto questa severa recriminazione. Gesù, la Sapienza Eterna e Incarnata, rispondeva in primo luogo alla loro intenzione occulta: tentare con ipocrisia. "Non gli risponde soavemente", commenta San Giovanni Crisostomo, "in accordo con le parole pacifiche che Gli avevano rivolto, ma con asprezza, secondo le loro cattive intenzioni; perché Dio risponde ai pensieri e non alle parole" (apud Catena Aurea). E li smascherava davanti al pubblico. Gesù continuò:

"Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro".

I romani permettevano che monete di rame fossero coniate dalle autorità del popolo locale. In queste erano impresse figure tratte dai regni vegetale e animale. Il denaro, invece, moneta d’argento per l’uso in tutto l’Impero, era monopolio di Roma. Con esso si pagava l’imposta e aveva impressa l’effigie dell’imperatore, cinta da una corona di alloro, con questa iscrizione: "Tiberio Cesare, sublime figlio del divino Augusto".

Nel far sì che i farisei gli mostrassero una di queste monete, Gesù finiva per invertire i ruoli. Metteva in chiaro che, sebbene in teoria rigettassero l’imperatore come signore del paese, in pratica lo accettavano, utilizzando il suo denaro. Essi, da parte loro, capirono la direzione che avrebbe preso la risposta. Tuttavia, nella loro malvagità e cecità, si illudevano, sperando ancora in una possibile falla di Nostro Signore. Possiamo immaginare l’atmosfera di suspense che si creò in quest’instante:

"Chiese Gesù: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?".

Metodo di suprema sapienza nel rispondere: obbligare l’avversario a trarre la conclusione della stessa affermazione che ha fatto. Gli inquisiti passarono a essere i farisei:

"Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio".

Ecco la risposta che s’impresse per sempre nei cieli della Storia. Chi utilizzava il denaro di Cesare, che gli pagasse l’imposta dovuta, ancora più tenendo presente i benefici dati alla Palestina dall’amministrazione romana.

Trattandosi di una nazione essenzialmente teocratica, com’era quella giudaica, si comprende la perplessità nella quale molti potevano trovarsi. C’era, però, una situazione di fatto dalla quale non si poteva prescindere.

L’insegnamento di Gesù riguardo l’armonia tra l’ordine spirituale e quello temporale

Le cose di Dio e le cose della terra non devono essere antagoniste. Al contrario, tra loro deve esserci collaborazione. Nell’armonia tra le due sfere, la temporale e la spirituale, sta il segreto del progresso. E la Storia ci mostra che nulla può esserci di più eccellente che seguire il consiglio di Nostro Signore: "Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta" (Lc 12, 31).

Sia detto di passaggio, è in questa coniugazione e collaborazione tra lo spirituale e il temporale che, seguendo il loro carisma, si sforzano gli Araldi del Vangelo: nell’operare cercando la "consecratio mundi", la sacralizzazione dell’ordine temporale, come laici, ed essendo figli amorosi della Chiesa, fedeli al Papa, come strumenti della Nuova Evangelizzazione.

Armonia dentro di noi

Si può dire che c’è una specie di convivio tra le due sfere dentro l’uomo, visto che abbiamo verso di noi doveri riguardanti la nostra vita spirituale e le necessità del nostro corpo. A tale riguardo, commenta San Tommaso d’Aquino nella Catena Aurea:

"Possiamo anche intendere questo passo [del Vangelo] in senso morale, perché dobbiamo dare al corpo alcune cose, come il tributo a Cesare, cioè, il necessario; ma tutto quello che corrisponde alla natura delle anime, cioè, tutto quanto si riferisce alla virtù, dobbiamo offrirlo al Signore. Coloro che insegnano la legge in modo esagerato e ordinano di non occuparci assolutamente delle cose dovute al corpo ... sono farisei, che proibiscono di pagare il tributo a Cesare; e quelli che dicono che dobbiamo concedere al corpo più di quello che dobbiamo, sono erodiani. Il nostro Salvatore vuole che la virtù non sia disprezzata, quando prestiamo troppa attenzione al corpo; nemmeno che sia oppressa la natura, quando ci dedichiamo eccessivamente alla pratica della virtù".

Concludiamo, seguendo il consiglio di Sant’Agostino: se ci preoccupiamo delle monete nelle quali è impressa l’effigie di Cesare, molto più dobbiamo preoccuparci delle nostre anime, nelle quali Dio ha impresso la sua immagine. Se la perdita di un bene terreno ci intristisce, molto più ci deve rattristare il causare danno alla nostra anima con il peccato.

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