Omelia - Anno A: 25 settembre - XXVI domenica del tempo ordinario

Commento al Vangelo – XXVI domenica del Tempo Comune

I due figli della Parabola
e gli altri due

Comportandosi in modo di gran lunga peggiore di quello dei due figli della parabola, i sacerdoti e gli anziani del popolo non solo si sono rifiutati di lavorare nella vigna del Signore, ma di fatto, non ci sono nemmeno andati. Questa sarebbe l’attitudine di un terzo figlio, manifestazione estrema del cattivo comportamento nei confronti del Padre! Ma c’è anche un quarto figlio: quello che ha udito con entusiasmo l’invito del Padre e dà la propria vita per Lui!

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

 

 

La Parabola dei Due Figli

28 "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Dicono: "L’ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli" (Mt 21, 28-32).

I – Introduzione: Innocenza e inerranza

Come sembra bella la vita onesta, in tutte le sue manifestazioni, quando si è capaci di analizzarla con occhi limpidi, disinteressati e innocenti! Nella vecchiaia essa si presenta permeata di fragilità, ma robusta e arricchita di esperienza. Si mostra forte, decisa e audace in gioventù, a mano a mano che però, entrando per le porte della maturità, si va arricchendo in riflessione, chiarificazioni e saggezza. Niente attira tanto l’attenzione del nostro sguardo, nel corso dell’esistenza umana, quanto lo sviluppo degli istinti primordiali in un bambino, dai suoi primi vagiti fino al raggiungimento dell’età della ragione. Si comprende come l’animo infantile, nel mettere in pratica a poco a poco gli atti dell’intelligenza o della volontà entri in possesso di un ricco tesoro di esperienze che si basano sui primi principi innati.

L’anima umana è alla ricerca della verità

Ci incanta il vedere con quale sicurezza gli animali – e persino gli stessi insetti – vadano in cerca degli alimenti di cui hanno bisogno. Non è difficile discernere la mano di Dio dietro a tutte queste attività, pur sapendo che Lui, evidentemente, non le sta orchestrando in forma diretta in ogni momento. Dio crea gli esseri viventi con istinti propri che sono conformi alle necessità e alle convenienze di ognuno. Anche l’uomo, essere razionale, nasce con stimoli iniziali e spontanei che gli daranno sicurezza nella ricerca degli obbiettivi per i quali è stato destinato. A questo proposito, la Tomistica ci spiega, con estrema chiarezza, che l’anima, creata e infusa nell’essere al momento del concepimento, è già arricchita dal senso dell’essere.

Approssimiamoci alla culla di un bambino e mostriamogli delle belle palle di differenti colori. Le sue reazioni dimostrano la meraviglia di questi istinti umani, i quali agiscono molto prima dell’uso della ragione. Egli sceglierà una palla del colore che più gli piace, dopo un po’ di tempo passerà a giocare con un’altra e così di seguito. Si tratta della ricerca istintiva del bene, del bello e del vero che finirà per condurre alla scelta di una delle palle rispetto le altre. Questi sono riflessi che precedono la costituzione della capacità di giudicare in forma razionale, in conformità a dei principi chiaramente stabiliti.

Il peccato fa perdere la capacità di giudicare correttamente

Eccellente a questo proposito è l’affermazione di un grande domenicano del secolo scorso, Frate Santiago Ramírez O.P., secondo cui l’anima umana è essenzialmente aristocratica, in quanto è sempre alla ricerca del meglio.

Se gli uomini hanno questi istinti, come si spiega allora l’esistenza dell’errore, della cattiveria e della bruttezza? Speriamo in un prossimo articolo di approfondire questa questione tanto essenziale. Per oggi basti dire che l’inerranza di questi istinti si mantiene solamente se si conserva l’innocenza, in altre parole è il peccato la causa della perdita della capacità di giudicare bene. Lo stesso San Tommaso d’Aquino ci insegna che il senso della verità, del bello e della bontà è un istinto aristocratico, perché soltanto gli innocenti lo possiedono in modo tanto solido. Ora – conclude il Dottore Angelico – pochi sono gli innocenti nel mondo, pertanto pochi sono coloro che ne godono in modo integrale.

È intorno a questa meravigliosa problematica che si svolge il Vangelo di oggi.



II - Provocazione dei sinedriti contro Gesù

 

Una civiltà attratta da enigmi e parabole

Per comprenderlo meglio, occorre risalire ai costumi del tempo del Divino Maestro. Troveremo una civiltà più agreste, pastorale e organica della nostra, senza i progressi della tecnologia attuale. Infatti la pratica della riflessione non era stata sostituita dalla macchina. A quei tempi in cui si viveva senza radio, TV, telefono, computer ed altri apparecchi del genere, uno dei poli d’attrazione più forti del relazionarsi umano era la conversazione e in questa l’utilizzo di enigmi e parabole. Era normale in quel tempo avvalersi di assiomi etici per risolvere queste o quelle questioni concrete della vita di tutti i giorni.. Impadronirsi di metafore per fini didattici non era, pertanto, una innovazione escogitata dal Messia. Egli non ha fatto altro che servirsi dei modi espressivi abituali di quel tempo.

Le Sacre Scritture sono imbevute di casi nei quali le dispute si realizzavano prendendo come base enigmi (1). Al fine di stimolare l’intelligenza, come pure il senso morale, razionale ed estetico.

Invidia e arroganza dei sinedriti

La parabola dei due figli, che sorge all’interno di un quadro di provocazione contro Gesù, è stata pronunciata dopo la Domenica delle Palme. Ben presente nella mente degli scribi, degli anziani del popolo, dei capi dei sacerdoti e di altri ancora, era tutta la fama che il Divino Maestro aveva raccolto nel corso della sua vita pubblica, incluso il recentissimo episodio dell’entrata trionfale a Gerusalemme. Quando hanno visto "Gesù Cristo entrare nel Tempio, con grande pompa, furono agitati dall’invidia; e così, non potendo soffrire in cuor loro l’ardore dell’invidia che li tormentava, alzarono la voce" (2) e con grande arroganza hanno deciso di interrompere la predicazione, chiedendogli: "Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questo diritto?"(Mt 21,23).

Subito dopo si stabilisce un dialogo tra Gesù e le autorità religiose. Ricordarcelo sarà utile per poter comprendere a fondo l’intero significato della parabola di cui ci stiamo qui occupando.

Alla ricerca di una occasione per screditarLo

Come osserva Frate Manuel de Tuya O.P. (3), grande esegeta di Salamanca, i sinedriti agiscono con cattiva intenzione, visto che segretamente avevano già condannato Gesù a morte. Andavano soltanto alla ricerca di un’occasione propizia per eseguire questa sentenza. Volevano comprometterlo e screditarlo davanti al popolo, cosa che avrebbe facilitato il loro intento. Era idea accetta nell’ambiente rabbinico che bisognasse chiedere segni al Messia, perché questi fosse riconosciuto come tale. Era vero che nessuno poteva insegnare nel Tempio senza prima aver ricevuto l’imposizione delle mani di un altro rabbino. Quindi, nel chiedere a Gesù chi Gli avesse dato l’autorità per predicare, la loro intenzione era quella di chieder conto: degli eventi della Domenica delle Palme, delle acclamazioni messianiche con cui era stato ricevuto nello stesso Tempio e persino dei miracoli realizzati lì. La domanda era, pertanto, sui suoi poteri messianici.

Gesù risponde : "Da dove veniva il battesimo di Giovanni?"

Gesù ha risposto loro: "Vi farò anch’io una domanda e se voi mi rispondete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?" (Mt 21, 24-25). Gli evangelisti riportano ciò che i sinedriti pensavano tra sé: "Se diciamo: "dal Cielo", ci risponderà: "perché dunque non gli avete creduto? Se diciamo "dagli uomini", abbiamo timore della folla" (Mt 21, 25-26).

Frate Manuel de Tuya osserva che Gesù, nell’interrogarli sul battesimo di Giovanni, si manteneva su un terreno messianico, visto che il Battista annunciava soltanto il Messia, essi lo avevano capito perfettamente, e per questo risposero: "Non lo sappiamo". Essi temevano le moltitudini che consideravano San Giovanni Battista un vero profeta. O meglio, temevano che "tutto il popolo li lapidasse", come dice San Luca (20, 6). Il delitto religioso implicava la lapidazione e il popolo era solito reagire impulsivamente e ciecamente in questi casi. Pertanto, il timore dei membri del Sinedrio era ben giustificato!

Imbarazzo dei sinedriti

La loro risposta rappresentava, in se stessa, un giudizio riguardo alla loro incapacità di pronunciare un verdetto su argomenti di questo genere. Insomma, se dopo tutto quello che San Giovanni Battista aveva fatto, non erano in grado di farsi una opinione su di lui, ancor più si dimostravano incapaci pur trattandosi di Gesù, che aveva fornito loro innumerevoli segnali che attestavano che Egli era il Messia. L’imbarazzante risposta dei sinedriti ha dato l’opportunità al Divino Maestro di dire: "Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose" (Mt 21, 27).

III – I due figli della parabola

28 "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò."

 

È nella sequenza di quel dissidio tra Gesù e i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo che si inserisce il brano del Vangelo della 26ª domenica del Tempo Comune. Nonostante la forma piacevole e quasi familiare con cui Gesù introduce la parabola – "Ma che ve ne pare?", formula usata abbastanza spesso dal Salvatore (4), non dobbiamo dimenticarci della collera invidiosa dei suoi interlocutori, manifestata nella discussione descritta anteriormente e smorzata, nelle sue conseguenze, dalla diplomazia divina. A causa dell’imbarazzante silenzio che era stato loro imposto, hanno aguzzato la loro attenzione ed intelligenza per non sbagliare nella loro opinione a proposito della parabola che sarebbe seguita.

Nello svolgersi degli avvenimenti comuni e banali della vita, non è difficile applicare con sicurezza il senso dell’essere e scegliere il migliore, il vero o il più bello. L’evidenza dei fatti in questi casi ci conduce all’inerranza del nostro giudizio. Questo sarà giustamente l’intuito del Divino Maestro: che i suoi ascoltatori discernano e indichino, in modo immediato e quasi spontaneo, quale dei due figli ha agito con rettitudine.

I commentatori antichi sono unanimi nel concedere il primo posto al figlio che finisce per andare a lavorare nella vigna, nonostante all’inizio si fosse rifiutato di farlo. Oltretutto, sono anche concordi nell’interpretare che il figlio disubbidiente, ossia, quello che non ha mantenuto la sua parola, rappresenta i giudei, più specificatamente i farisei, i capi dei sacerdoti, ecc.; l’obbediente i gentili, pubblicani e peccatori.

Il padre della parabola rappresenta Dio. Chi sono i due figli?

Una delle valutazioni più interessanti è fornita da Don Juan de Maldonado S.J., secondo cui gli scrittori antichi (come Origene, Atanasio, Crisostomo, Geronimo, Beda ed Eutimio) pensavano che uno dei figli rappresentasse i gentili, ai quali Dio aveva ordinato di lavorare nella sua vigna, imponendo loro la legge naturale. Sebbene essi non lo avessero voluto all’inizio, perché non osservavano la legge naturale, si pentirono e non solo passarono ad obbedirla, ma accettarono i precetti del Vangelo. Al contrario, il popolo giudeo aveva risposto che sarebbe andato a lavorare nella vigna, secondo i precetti di Mosé – "Faremo tutto quanto il Signore ci ha comandato" (Ex 19, 8) – ma poi non è andato.

Aggiunge Don Maldonado – è probabile che questi due figli rappresentassero due tipi di giudei. Uno, quello della plebe, con i suoi pubblicani, meretrici e peccatori. All’inizio avevano risposto "no" a Dio, per lo meno con i fatti, non osservando la legge divina. Ma poi, colpiti dalla predicazione di Giovanni Battista, si erano pentiti ed avevano accettato il Vangelo. Il secondo tipo include i sacerdoti, gli scribi e i farisei, che avevano risposto affermativamente a Dio, ma non avevano né obbedito alla legge né avevano creduto in Giovanni, di cui i profeti avevano parlato (5).

IV - Il terzo figlio: i farisei

Parabola apparentemente ingenua

31 "Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Dicono: "L’ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio".

Nella domanda che prima Gesù aveva fatto loro, i farisei si erano rifiutati di rispondere (v.27), dopo optarono per il primo dei figli. Questo è, comunque, il giudizio comune e corrente di qualsiasi persona con un briciolo di buon senso, posta dinanzi alla stessa questione. Ma coloro che Gesù ha interpellato non potevano immaginare di essere essi stessi gli accusati. Dopo aver sicuramente passato ore e ore nei loro conciliaboli, macchinando i più sofisticati tranelli per sorprendere il Messia in un qualche errore, si sono ritrovati improvvisamente in una situazione ben peggiore di quella desiderata per la loro vittima.

Il metodo impiegato dall’Uomo-Dio era classico tra il popolo giudeo cioè consisteva nel proporre una parabola apparentemente ingenua, di facile interpretazione, per non suscitare il sospetto dell’interlocutore, il quale, nell’affrontare il caso, finiva per proferire la sua autocondanna (6).

"I pubblicani e le prostitute vi passeranno davanti"

Alla fine del versetto si trova l’applicazione nelle parole dello stesso Divino Maestro. Niente di più spregevole agli occhi di un fariseo che un pubblicano o una meretrice fossero protagonisti; invece saranno proprio costoro ad andare alla guida indicando il cammino verso la salvezza. Impossibile una maggiore umiliazione, visto che i conoscitori della Legge avrebbero dovuto stare in prima fila nell’entrata nel Regno di Dio. Il pubblicano Zaccheo (Lc 19, 1-10), come anche la peccatrice (Lc 7, 37), in un primo momento non avevano accettato di entrare per le vie di accesso al Regno, ma finirono per farlo. Questa recriminazione i farisei l’avevano già udita in una forma ancora più esplicita nell’episodio della guarigione del servo del centurione (Mt 8, 11-12), pertanto, Gesù non afferma in questo versetto che i farisei e i capi dei sacerdoti si sarebbero anch’essi salvati. Questo diventa ancora più chiaro nel brano seguente.

Si sono rifiutati di ascoltare il richiamo del Precursore

32 "È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli".

Con questa conclusione così categorica, il Salvatore mette in chiaro che, sotto un certo punto di vista, i suoi interlocutori farisei si trovano in una situazione molto peggiore di quella dei due figli della parabola. Hanno udito il richiamo del Precursore, si sono rifiutati di seguire i suoi consigli, e, alla venuta del Messia, sono diventati ancora più ostinati nella loro mancanza di fede.: "Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui". Tutto il popolo che lo ha ascoltato, e anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio ricevendo il battesimo di Giovanni. Ma i farisei e i dottori della legge non facendosi battezzare da lui hanno reso vano per loro il disegno di Dio. (Lc 7, 28-30). Così, non solo si sono rifiutati di lavorare nella vigna, ma sono anche rimasti fermi nel loro proposito e non hanno di fatto lavorato. Questa sarebbe l’attitudine di un terzo figlio, in una manifestazione estrema di cattivo comportamento nei confronti del Padre!

Avvertimento radicale

È talmente radicale l’avvertimento contenuto in questo v.32 che alcuni esegeti lo giudicano un’inserzione forzata, realizzata da Matteo. Non concordiamo con questa ipotesi. In realtà, se la metafora esposta da Gesù avesse contemplato anche la figura di questo terzo figlio, avrebbe rimosso la sfiducia dei suoi avversari e sarebbero divenuti inutili i Suoi sforzi. E se così non fosse, come potremmo allora spiegare le altre due parabole successive a quella dei due figli (7)?

V – Il quarto figlio

Manca solo parlare di un quarto figlio che, sebbene non sia menzionato esplicitamente dal Divino Maestro, si può immaginare con facilità per contrasto quanto a profilo morale. Costui avrebbe ascoltato con entusiasmo l’invito del Padre a lavorare nella vigna e avrebbe dato tutta la sua vita per darGli gioia, coltivandola. È a seguire questo esempio che ci invita la parabola di oggi.

Innanzitutto, il Padre ha pieno diritto di comandare al proprio figlio. Essendo Dio mio Padre, mi ordinerà solo quello che è giusto, ragionevole e fattibile. Ora, il suo precetto è in tutto e per tutto armonico col mio senso dell’essere, il che vuol dire amarLo, servirLo, compiere quello che Lui comanda, fuggire dal peccato, desiderare la perfezione, temperare le mie passioni, ecc. Per tutto questo, Egli colloca a mia disposizione i Sacramenti, la grazia, gli Angeli e persino sua Madre. Per qualsiasi necessità, mi basterà ricorrere a Lui: "In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà" (Gv 16, 23).

Esame di coscienza

A questo proposito sorge, allora, una domanda: di fronte a quest’invito, qual è stata la mia risposta e la mia condotta? Quale dei quattro figli mi rappresenta meglio?

Ecco un eccellente esame di coscienza per questa 26ª domenica del Tempo Comune.

A quale di questi figli corrisponda l’umanità nel suo insieme, nell’attuale quadro storico. Non costituirà un oltraggio al Padre, nostro Dio, rifiutare collettivamente l’invito a percorrere le vie dell’innocenza e della santità? Non sarebbe questo una vera insolenza?

Invito al pentimento e alla gratitudine

In possesso come siamo del senso del bene e del male, della verità e dell’errore, del bello e del brutto, con tutti gli aiuti e le protezioni sovrannaturali messi a nostra disposizione, se voltassimo le spalle alla Maestà Suprema, non sarebbe logico che intervenisse Dio, a riscuotere il corrispettivo di tanta sua bontà e dei numerosi suoi benefici? Quando abbiamo la disgrazia di peccare, sappiamo – anche come collettività – che oltrepassiamo i limiti imposti da Dio nella sua Legge. La nostra coscienza ci accusa di questo.

Ringraziamo Dio per averci aperto gli occhi nella Liturgia di oggi, offrendoci l’occasione per comprendere meglio la nostra presente vita spirituale e per aver messo a nostra disposizione considerevoli elementi che ci permettono di analizzare a fondo il destino cui va incontro la presente era storica.

 

 

1) Cfr., per esempio, Gdc 14, 12-19, 1º Re 10, 1-3 e 2º Cr 9, 1-2; Pr 1, 5-6; Sp 8,8; Ecli 47, 17-18; Ez 17, 1-24; Dn 2, 1-47.

2) San Giovanni Crisostomo apud Catena Aurea.

3) Biblia Comentada, vol II, BAC, Madrid, 1964, pp.465-466.

4) Cfr., per esempio, Mt 17, 24 e 18, 12.

5) Comentarios a los cuatro Evangelios, vol I, BAC, Madrid, 1950, pp.750-751.

6) Cfr., per esempio, 2º Sm 12, 1-7.

7) I vignaioli omicidi (Mt 21, 33-46), e La festa di nozze (Mt 22, 1-14).

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