Omelie - Anno C: Omelia 4 luglio - XIV del Tempo Ordinario

Domenica Quattordicesima del Tempo Ordinario

Letture
I Lettura: Is 66, 10-14
Salmo: 65
II Lettura: Gal 6, 14-18
Vangelo: Lc 10, 1-12.17-20

Nesso logico tra le letture
Cercare in tutto il fine: questa frase può sintetizzare i testi liturgici. Il fine della missione dei settantadue non è il successo, ma che ´i loro nomi siano scritti nel cieloª (vangelo). L´Isaia post-esilico vede anticipatamente il fine di tutti i suoi sogni: la città di Gerusalemme che riunisce tutti i suoi figli, come una madre (prima lettura). L´esistenza cristiana non ha altro fine se non appropriarsi della vita di Cristo in tutta la sua realtà storica, specialmente nel mistero della croce. È ciò che ci insegna san Paolo con la sua parola e con la sua vita (seconda lettura).



Messaggio dottrinale

1. Inscritti nel libro della vita. I 72 discepoli di Gesù, simbolo dei cristiani sparsi per il mondo, in quanto 72 sono tutti i popoli della terra (cf Gen 10), sono contenti della missione compiuta e si recano da Gesù per raccontargli le loro prodezze missionarie. Gesù li ascolta, ma allo stesso tempo li fa rendere conto di qualcosa di importante: le imprese missionarie non hanno valore in se stesse, ciò che realmente vale e che ci deve rallegrare profondamente è il nostro destino eterno con il Dio della vita. Questa ricerca gioiosa del vero fine dell´esistenza, spiega e dà senso alla gioia, in sé legittima e ragionevole, per i successi apostolici, così come dà senso alle difficoltà e alle avversità connaturali alla missione cristiana. Il discepolo di Gesù, in effetti, non predica la pace messianica, predica in mezzo a un mondo non poche volte ostile e restio ai valori del Regno, predica avvalendosi e ponendo la sua fiducia, più che nei mezzi umani, nella forza misteriosa di Dio. Indubbiamente, il successo non è un elemento essenziale nel bagaglio del missionario.

2. Madre di consolazione e di pace. Quando l´Isaia post-esilico scrive questo bellissimo testo, la diaspora giudaica è una grandezza estesa per tutto l´impero persiano e per il mediterraneo. Il profeta, sotto l´azione dello Spirito divino, sogna un popolo unito e unificato nella città mistica di Gerusalemme. Con occhio all´erta, guarda verso il futuro e prevede poeticamente il momento gioioso della riunificazione. Lo fa ricorrendo all´immagine di una madre di famiglia che riunisce attorno a sé tutti i suoi figli, tiene teneramente nelle sue braccia il più piccolo e lo alimenta con il proprio petto. Tutti, riunendosi di nuovo con la madre, si riempiono di consolazione e si sentono come inondati da una grande pace. Questa Gerusalemme, madre di consolazione e di pace, simboleggia il Dio della consolazione, simboleggia Cristo, che è la nostra pace, simboleggia la Chiesa, nel cui seno tutti siamo fratelli e dal cui amore sgorga la pace di Cristo, che dura per sempre. La Chiesa, quella di oggi come quella di sempre, è nella sua essenza, sebbene non sempre nei suoi uomini, madre di consolazione e di pace per tutti i popoli.

3. Porto sul mio corpo il tatuaggio di Gesù. Per un cristiano, ci dice san Paolo, non ha valore l´essere circonciso o no, ciò che vale è essere una nuova creatura. Tutto deve essere subordinato al conseguimento di questo fine. San Paolo è cosciente di averlo conseguito, dato che porta nel suo corpo il tatuaggio di Gesù. Cioè, porta in tutto il suo essere un segno dell´appartenere a Gesù, come lo schiavo portava un segno di appartenenza al suo padrone, o, come nelle religioni misteriche, l´iniziato portava in sé un segno di appartenenza ai suoi dèi. Come Paolo, così debbono essere tutti i cristiani, per questo può dire loro: ´Siate imitatori miei, come io lo sono di Cristoª. Questo è, inoltre, il fine della missione di Gesù Cristo: che l´uomo si appropri della redenzione operata da Gesù e giunga così ad essere e a manifestare agli altri che è appartenenza di Dio. Dopo venti secoli di cristianesimo, quanti portano inciso su se stessi il tatuaggio di Gesù Cristo?


Suggerimenti pastorali

1. Cristiano, cioé missionario. L´immagine del cristiano che va a messa, che crede nei dogmi della fede e adempie ai comandamenti, è incompleta e un po´ antiquata. Ciò non basta, perché essere cristiani è avere una missione e realizzarla con zelo ed ardore nelle occupazioni della vita e nell´amplissima gamma di compiti ecclesiali oggi esistenti. Ancor di più, il senso di missione è lo stimolo più forte per credere e vivere la fede, per compiere i comandamenti di Dio e della Chiesa. Se qualcuno non è convinto del fatto che essere cristiani equivalga e vivere in chiave di missione, gli raccomando di leggere i documenti del Concilio Vaticano II e il catechismo della Chiesa cattolica. In quest´ultimo si legge: ´Tutta la Chiesa è apostolica in quanto essa è ‘inviata´ in tutto il mondo; tutti i membri della Chiesa, sia pure in modi diversi, partecipano a questa missione. ‘La vocazione cristiana, infatti, è per sua natura anche vocazione all´apostolato´ª (CCC 863). Se amiamo fedelmente la Chiesa, non dubitiamo che la migliore maniera di esprimerle il nostro amore è mediante il nostro spirito missionario. E ‘missionario´ significa coscienza viva di essere inviato; sebbene questo invio possa essere al vicino di casa, al cliente nel lavoro, all´emigrante che incontro alla fermata dell´autobus o al semaforo, alla giovane coppia che si prepara al matrimonio. Al giorno d´oggi essere missionario non è unicamente partire per un paese lontano a predicare la fede e lo stile di vita di Cristo, è anche un compito che si porta a compimento nel proprio quartiere, nelle piazze della città e perfino tra le pareti di casa propria.

2. La missione è più forte della paura. Parafrasando Giovanni Paolo II, potremmo dire: ´Non abbiate paura di essere missionariª. Perché, a dire il vero, alcune volte almeno ci attanaglia il timore, il rispetto umano, il ‘che penseranno´ e il ‘che diranno´. È umano provare paura, ma la missione deve superare e sorpassare i nostri timori. Il calciatore non ha paura di parlare di calcio, né il medico o il maestro di parlare della loro professione. Dobbiamo aver paura, noi cristiani, di parlare di Cristo: della sua persona, della sua vita, della sua verità, del suo amore, del suo mistero? La fede e la missione cominciano nel cuore, ciò è vero, ma debbono terminare nei fatti e sulle labbra. Tutti dobbiamo vincere qualsiasi dimostrazione di paura. Gli adulti, per non chiamare la paura prudenza. I giovani, per non credersi esseri di un altro pianeta tra i loro coetanei. Soprattutto, voi giovani (laici, religiosi e religiose, sacerdoti) che siete inviati da Cristo come apostoli dei giovani. È la vostra ora! La lascerete passare? Anche voi, maestri ed educatori cristiani, che avete nelle vostre mani l´infanzia e l´adolescenza, siate missionari nella scuola! Potremo permettere che la paura prevalga sulla nostra missione cristiana? La nostra missione deve essere la nostra corona e la nostra gloria.

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