Francesco parla, Scalfari trascrive, Brandmüller boccia

Come storico della Chiesa, il cardinale tedesco confuta la tesi secondo cui il celibato del clero sarebbe un'invenzione del secolo X. No, obietta: ha origine già con Gesù e gli apostoli. E spiega perché

di Sandro Magister, per chiesa.espressonline


 

ROMA, 19 luglio 2014 – "Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò".

È questa la risposta sul tema del celibato del clero che papa Francesco dà a Eugenio Scalfari nell'intervista concessa al fondatore del quotidiano "la Repubblica" e nume dell'intellettualità laica italiana, pubblicata domenica 13 luglio.

Lo stesso giorno, una nota di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ha precisato:

"Se si può ritenere che nell’insieme l’articolo riporti il senso e lo spirito del colloquio fra il Santo Padre e Scalfari, occorre ribadire con forza quanto già si era detto in occasione di una precedente 'intervista' apparsa su 'Repubblica', cioè che le singole espressioni riferite, nella formulazione riportata, non possono essere attribuite con sicurezza al papa".

In particolare, padre Lombardi ha messo in dubbio che il papa abbia annunciato, a proposito del celibato del clero: "Le soluzioni le troverò".

Ma nulla ha eccepito sull'altra molto più spericolata asserzione messa sulla bocca del papa, secondo cui "il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore".

Uno storico della Chiesa autorevole come il cardinale tedesco Walter Brandmüller,, per più di vent'anni presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, si è infatti sentito in dovere di mostrare l'infondatezza della tesi.

Lo ha fatto con un intervento sul quotidiano "Il Foglio" del 16 luglio, riprodotto qui di seguito integralmente (cliccare su "leggi tutto" qui in basso).

Anche la precedente intervista di Scalfari a Francesco, apparsa su "la Repubblica" del 1 ottobre 2013, aveva sollevato dubbi sulla sua attendibilità. Tant'è vero che il successivo 15 novembre fu tolta dal sito ufficiale del Vaticano, dove era stata collocata tra i discorsi del papa e dove in seguito è inspiegabilmente ricomparsa, tradotta in cinque lingue, per poi di nuovo sparire pochi giorni fa.

Lo stesso Scalfari ammise di aver accompagnato l'invio preliminare al papa della sua stesura di quel primo colloquio – che non sollevò obiezioni e fu pubblicata tale quale – con un biglietto nel quale scriveva tra l'altro:

"Tenga conto che alcune cose che Lei mi ha detto non le ho riferite. E che alcune cose che Le faccio riferire, non le ha dette. Ma le ho messe perché il lettore capisca chi è Lei".

Mesi dopo, un secondo colloquio tra Scalfari e Francesco non ebbe nessuna "traduzione" giornalistica, su prudenziale richiesta vaticana.

Ma dopo il ferzo colloquio, avvenuto il 10 luglio scorso, anche questa volta senza registratore, il papa avrebbe dato di nuovo il via libera a Scalfari perché ne scrivesse, con il risultato che s'è visto.

Argomento: Chiesa

Perché la sentenza della Cassazione che ignora la nullità del matrimonio sancita dalla Chiesa è «funzionale alla ridefinizione della famiglia»

di Benedetta Frigerio

Giancarlo Cerrelli, avvocato canonista, cassazionista e vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici, spiega per filo e per segno il senso di un verdetto che con la scusa di difendere i più deboli, mira a censurare la funzione civile della Chiesa

 

La sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite n. 16379 del 17 luglio 2014, contro il riconoscimento della nullità matrimoniale sancita da una sentenza ecclesiastica non mirerebbe, come annunciato dalla stampa, a difendere il diritto dei più deboli. «In ballo c’è molto altro. Come la ridefinizione del matrimonio, aprendo la strada a rapporti familiari sempre più liquidi e precari di cui l’ordinamento prenderà atto», spiega a tempi.it Giancarlo Cerrelli, avvocato canonista, cassazionista e vicepresidente nazionale dell’Unione giuristi cattolici italiani.

Avvocato Cerrelli, qual è la novità di questa sentenza circa la nullità matrimoniale?
È stato definito con un principio di diritto un contrasto interpretativo, presente all’interno della stessa Corte di Cassazione e ancora irrisolto, circa i termini del riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche da parte dello Stato italiano. I giudici hanno sposato, con questa decisione, l’orientamento già espresso qualche anno fa dalla prima sezione della stessa Corte, con la sentenza n. 1343/2011. In poche parole, a parere della Suprema Corte, se marito e moglie hanno vissuto come tali per almeno tre anni, la sentenza ecclesiastica di dichiarazione di nullità del loro matrimonio non ha effetti per lo Stato italiano, perché entrerebbe in contrasto con il principio dell’ordine pubblico. Tale sentenza si pone in linea con la tendenza giurisprudenziale che mira a porre una forte restrizione al riconoscimento civile delle sentenze ecclesiastiche di nullità.

È mai accaduto prima che il diritto dello Stato fosse contrapposto a quello ecclesiastico in questa materia?
La storia è lunga. Il codice civile del 1865 si limitò a disconoscere gli effetti civili del matrimonio canonico, perché non era ammissibile che la formazione del rapporto coniugale fosse disciplinata, non dalla legge dello Stato, ma dalla legge confessionale dei nubendi. Così dal primo gennaio del 1866 fino all’11 febbraio 1929, per ben 63 anni, l’ordinamento italiano riconobbe, come matrimonio, il solo matrimonio civile che, pertanto, divenne obbligatorio, senza che però fosse vietata la celebrazione religiosa, in via del tutto autonoma, per le persone già unite, in municipio, dal matrimonio civile. Il Concordato dell’11 febbraio 1929 ha instaurato, invece, un sistema fondato sulla “esclusività” della giurisdizione ecclesiastica, come l’unica giurisdizione cui il cittadino, che avesse contratto matrimonio nella forma concordataria, potesse rivolgersi. L’articolo 34 del Concordato del 1929 sanciva, al comma 4, che le cause concernenti la nullità del matrimonio erano riservate alla competenza dei tribunali ecclesiastici e la delibazione della sentenza ecclesiastica avveniva in modo automatico da parte dell’ordinamento italiano. Questa “esclusività” dopo il 1970 è andata restringendosi, fino alla sua abrogazione, avvenuta con l’entrata in vigore della legge 121 del 25 marzo del 1985, che ratificò e diede esecuzione agli “Accordi di Villa Madama” del 18 febbraio 1984 modificando, così, i precedenti “Patti lateranensi” che diedero vita al Concordato dell’11 febbraio 1929. Inizia così un’espansione della giurisdizione sul matrimonio concordatario da parte dell’ordinamento italiano, che comincia ad usare un attento controllo dell’ordine pubblico italiano, in sede di delibazione della sentenza ecclesiastica. La sentenza a Sezioni Unite della Cassazione del 17 luglio tende ad accrescere ulteriormente la giurisdizione dello Stato italiano sul matrimonio concordatario. Da qualche tempo, infatti, si stanno verificando, da parte di organi dello Stato italiano, prese di posizione che denotano una certa diffidenza, un senso di contrarietà verso la funzione giudiziaria svolta dalla Chiesa, interventi che lasciano trasparire l’intento di contenere tale funzione, di limitarne l’applicazione, di controllarne e, ove possibile, di censurarne il concreto esercizio.

La sentenza però sembrerebbe più “garantista” nei confronti del matrimonio, rispetto alla Chiesa che ammette la nullità.
La Chiesa dà importanza al consenso dei coniugi espresso durante la celebrazione. Il processo canonico che dichiara la nullità matrimoniale si basa, infatti, su due processi, entrambi obbligatoriamente conclusi con due decisioni di nullità (la cosiddetta “doppia conforme”), nei quali viene effettuata un’approfondita istruttoria sul rapporto matrimoniale, che tende a verificare se il consenso prestato da uno o da entrambi i nubendi sia stato efficace o meno a far nascere il matrimonio. La Suprema Corte con questa sentenza sembra, invece, concedere maggior credito alla volontà (spesso connotata da emotività) di un soggetto privato che alla decisione di un giudice ecclesiastico, poiché al primo consente di far venir meno l’effettività e la vitalità del matrimonio-rapporto senza che tale decisione debba essere giustificata, mentre al secondo nega tale possibilità, anche in presenza di due decisioni conformi e motivate. Tuttavia il senso di questa sentenza va oltre a quello che può apparire di primo acchito.

Morale cattolica stravolta e “riscritta” dal vescovo di Treviri

(di Mauro Faverzani)

Provocano sofferenza e dolore le scioccanti parole pronunciate da mons. Stephan Ackermann, Vescovo di Treviri, dirompenti come un fiume in piena: rotti gli argini della fede, hanno devastato la Dottrina cattolica, ferito la sensibilità dei credenti, sconcertato tutti. Complice la solita intervista, rilasciata questa volta al quotidiano “Allgemeine Zeitung”.

Secondo un recente sondaggio, i cattolici delle diocesi tedesche riterrebbero esser fuori dal mondo i divieti imposti dalla morale sessuale della Chiesa: richiesto di un commento in merito, mons. Ackermann non ha fatto mistero di voler letteralmente stravolgere regole e precetti: «Dobbiamo rafforzare il senso di responsabilità delle persone – ha detto – ma poi dobbiamo anche rispettare le decisioni da loro assunte in coscienza». Sull’accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati, «siamo qui a far proposte», ha ribattuto, come se tutto non fosse da sempre già stabilito e chiaro.

Circa i rapporti prematrimoniali, si è quasi rammaricato: «Non possiamo cambiare completamente la Dottrina cattolica – ha dichiarato – ma possiamo elaborare criteri per i quali in questo o quest’altro caso concreto siano giustificabili. Non ci sono solo l’Ideale da una parte e la condanna dall’altra». Evidentemente quel che insegna la Chiesa Cattolica poco gl’importa… Ancora su pianificazione familiare e contraccezione: «La distinzione tra contraccezione naturale e non – ha “esternato” mons. Ackermann – è in qualche modo artificiosa. Temo che nessuno la capisca più…».

E per l’omosessualità la Chiesa dovrebbe, a suo dire, fare appello al senso di responsabilità del singolo: «La visione cristiana dell’uomo passa attraverso la polarità dei sessi, ma noi non possiamo semplicemente bollare l’omosessualità come innaturale», benché essa non debba essere vissuta in promiscuità e quale fonte di gratificazione. Certo la Chiesa Cattolica pone come punto fermo l’unicità del matrimonio tra uomo e donna, ha proseguito, ma quando una vita di coppia, vissuta in modo fedele e cosciente, venisse iscritta in un apposito registro, «certo non potremmo ignorare l’assunzione di tale responsabilità», benché ‒ bontà sua… ‒ non ritenga essere «una soluzione» percorribile neppure la benedizione delle coppie gay promossa nelle comunità protestanti. Sconcertante.

Il celibato dei preti, a suo giudizio, non rappresenta canonicamente «un dogma», benché abbracciare il sacerdozio significhi oggi anche conformarsi a tale stato di vita. Cosa ci riservi il futuro, però, ha concluso sibillino mons. Achermann, non sarebbe dato prevedere…

Argomento: Chiesa

Il governo Renzi promuove l’ideologia gender nella scuola

(di Lupo Glori)

Il governo Renzi si piega ai dettami degli ideologi del gender e mette a punto un deciso programma anti-omofobia 2014/2015 di concerto con le principali associazioni LGBT italiane. Venerdì 11 luglio il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini si è, infatti, seduto al tavolo con “Agedo”, “Arcigay”, “ArciLesbica”, “Associazione Radicale Certi Diritti”, “Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli”, “Equality Italia”, “Famiglie Arcobaleno”, “Gay Center”, “MIT” per concordare assieme il piano strategico nazionale di contrasto all’omofobia e la transfobia.

Andrea Maccarrone, presidente del “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli”, una delle associazioni LGBT presenti all’incontro, ha dichiarato: «siamo molto preoccupati che la libertà d’insegnamento e le politiche di contrasto alle discriminazioni, già da anni messe in campo, vengano rimesse in discussione da una ventata di integralismo che punta a trasformare la scuola da luogo privilegiato di crescita civile, di formazione e di incontro in terreno di scontro ideologico». Per questo, prosegue Maccarrone, occorre urgentemente: «riavviare la strategia nazionale nell’ambito dell’asse educazione-istruzione, che era stata avviata dallo scorso governo e affidata all’Unar, ma che ha subito uno stop incomprensibile e gravissimo».

Obiettivo principale della riunione, fortemente voluta dalle associazioni LGBT, è stato, infatti, proprio quello di rimettere in moto la discussa e contestata Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, adottata il 30 aprile 2013, dall’“Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni” (UNAR) per volere dell’allora Ministro del Lavoro (con deleghe alle Pari Opportunità) Elsa Fornero.

Tale ripresa della “Strategia Nazionale” si focalizzerà sull’asse di intervento programmatico dedicato all’“educazione e istruzione” che individua nella scuola il luogo principale di formazione di una nuova cultura che favorisca il «processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere» . In tale prospettiva, le parti hanno, infatti, stabilito l’avvio, dal prossimo autunno, di corsi formativi per tutte le figure apicali degli uffici scolastici regionali e provinciali e l’istituzione, all’interno della Settimana contro la violenza e discriminazione, della lotta all’omofobia e alla transfobia come tema centrale per l’anno scolastico 2014-15.

Infine, la Ministra Giannini ha promesso, alle numerose realtà associative LGTB presenti, un confronto più assiduo anche rispetto alla stesura delle nuove linee guide sul contrasto del bullismo e del cyberbullismo. Alle fine dell’incontro le associazioni LGBT partecipanti, soddisfatte per gli accordi raggiunti, hanno rilasciato una nota a firma congiunta nella quale si legge: «le Associazioni apprezzano gli impegni assunti dalla Ministra e vigileranno affinché vengano mantenuti».

Argomento: Attualità

Punito dal suo vescovo per essere un sacerdote Cattolico

La stampa internazionale – anche quella italiana – ha ripreso con una certa evidenza la notizia relativa a don Thomas Ladner, il sacerdote austriaco sospeso dall’insegnamento per aver parlato ai suoi alunni di inferno e Purgatorio. Nessuno però si è chiesto cosa ci fosse dietro il duro provvedimento assunto dal Vescovo di Innsbruck, mons. Manfred Scheuer, nei confronti di questo suo giovane prete, a soli 36 anni già molto apprezzato come docente di religione dai genitori dei bimbi iscritti presso la scuola elementare di Stans, in Tirolo, un paese di 1.500 anime in tutto.

La decisione della Diocesi li ha sorpresi. Ed amareggiati. Al punto da spingerli ad organizzare in fretta e furia una raccolta-firme, per riavere, col prossimo anno scolastico, don Thomas in aula. Lo stesso Sindaco, Michael Huber, ha inviato una forte lettera di protesta in Curia, definendo la decisione di revoca dell’insegnamento «inaccettabile», unilaterale e causa di scompiglio presso la comunità locale, che, secondo quanto riportato dal quotidiano Tiroler Tageszeitung, non sarebbe stata minimamente consultata in una scelta pur gravida di conseguenze. Sugli scolari e sulle famiglie.

La “colpa” del reverendo non sarebbe solo quella d’aver parlato in classe dei Novissimi e della famiglia con un linguaggio giudicato dalla Diocesi «retorico» e «non più attuale», «inadatto ai bambini ed al loro stato di vita». No, l’altra “grave” colpa di don Thomas, cooperatore peraltro presso la locale parrocchia, sarebbe quella di voler vivere sul serio la propria vocazione, al punto da portare abitualmente la talare. Comportamenti evidentemente sgraditi in Diocesi. Ma perché?

Il Vescovo, mons. Scheuer, nella Conferenza Episcopale austriaca, è responsabile dei settori Caritas e Pax Christi. Di quest’ultima è addirittura Presidente nazionale. E Pax Christi, in Austria, predica l’ambientalismo, il pacifismo, l’antimilitarismo, l’antinuclearismo, l’egualitarismo, l’ecumenismo, il conciliarismo – con annessi «segni dei tempi» -. Tutti gli “ismi” ideologicamente possibili, insomma. Ma non solo. Basta uno sguardo al sito di Pax Christi Österreich, per cogliere come e quanto punti sullo spirito di Assisi, sull’emancipazione delle donne e sulla teologia femminista. Il Vescovo di Innsbruck è a capo di tutto questo.

Quanto a morale sessuale ed accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati, in un’intervista rilasciata lo scorso 30 gennaio a Die Presse, mons. Scheuer ha dichiarato di aspettarsi un «processo dinamico» da parte della Chiesa e di aver letto, in questo senso, come un segno di speranza il fatto che il Papa avesse incaricato il Card. Kasper della relazione d’apertura al Concistoro.

Argomento: Chiesa

(di Amerigo Augustani)

Lo scorso 17 aprile 2014 tutte le principali testate italiane hanno lanciato la seguente notizia: Riabilitato un libro di don Milani. Il riferimento è al volume Esperienze pastorali (lo citeremo come EP, ndr), edito a Firenze nel 1958.

Il giorno prima, l’arcivescovo di Firenze, cardinal Betori, aveva concesso un’intervista al settimanale “Toscana Oggi”; sul finire della conversazione, il porporato diede a sorpresa la seguente notizia: «nel novembre scorso, dopo un accurato lavoro di ricerca, ho inviato al Santo Padre un’ampia documentazione su Esperienze pastorali. (…) Questo dossier il Papa lo ha passato alla Congregazione per la dottrina della fede che proprio in questi giorni mi ha risposto sottolineando (…) che non c’è stato mai nessun decreto di condanna contro EP né tantomeno contro don Lorenzo Milani. Ci fu soltanto una comunicazione data dalla Congregazione all’Arcivescovo di Firenze nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo. (…) L’intervento aveva un chiaro carattere prudenziale ed era motivato da situazioni contingenti. Oggi la Congregazione mi dice che ormai le circostanze sono mutate e pertanto quell’intervento non ha più ragione di sussistere. Da ora in poi la ristampa di EP non ha nessuna proibizione da parte della Chiesa e torna a diventare un patrimonio del cattolicesimo italiano».

Questa la dichiarazione del presule fiorentino che ha fatto la gioia dei sostenitori del Priore di Barbiana, spesso purtroppo ideologizzati in senso cattocomunista. Tuttavia, il comunicato riferito da Betori non sembra esente da imprecisioni e silenzi nella ricostruzione della tormentata vicenda di EP. Anzitutto, la lettera del S. Uffizio all’arcivescovo di Firenze non “suggeriva” ma “ordinava” il ritiro dal commercio di EP; questo proprio perché il 10 dicembre 1958 un decreto della Suprema aveva sancito che il Liber Esperienza Pastorali Sacerdotis Laurentii Milani e commercio retrahatur. Eidem Sacerdotis Ordinarius inviliget. Non è ben chiaro, inoltre, cosa intendessero gli esperti vaticani quando hanno giudicato che «ormai le circostanze sono mutate e pertanto quell’intervento non ha più ragione di sussistere». Si allude forse al preteso superamento della nota condanna del comunismo voluta da Pio XII?

Argomento: Chiesa

(di Danilo Quinto)

Mentre Nichi Vendola, deluso dai suoi, che l’hanno “tradito”, dice di voler mollare tutto e di trasferirsi nel paese del suo compagno, il Canada, dove, afferma, esiste «un mix straordinariamente avanzato di diritti sociali, individuali e umani», c’è chi da noi sta lavorando alacremente per rendere l’Italia più moderna.

È l’ex centrodestra italiano, quello che rimane dopo la scissione che si è consumata nel Popolo della Libertà, a seguito della quale si sono costituiti il Nuovo Centro Destra e Forza Italia. Il primo, dopo aver dato il suo assenso determinante alle leggi sul divorzio breve e sulla droga, con il suo segretario, Angelino Alfano, in un’intervista a “Repubblica” – intitolata Sì alle unioni civili, ma più aiuti alle famiglie – ha affermato: «Rispettiamo l’affettività di tutti. Se c’è da garantire maggior tutela ai problemi delle tante persone che convivono noi siamo pronti. La soluzione sia però pragmatica e non ideologica». Ha aggiunto: «non abbiamo difficoltà a ragionare, nell’ambito del codice civile, di un tema che esiste ed è la tutela delle persone che convivono, anche gay. A patto che non si neghi il valore della famiglia, fatta da uomo e donna». Per la famiglia, composta da un uomo e da una donna, così come descritta dall’art. 31 della Costituzione, Alfano chiede nuovi provvedimenti e si riferisce a norme che la tutelino sul piano dei suoi fabbisogni materiali. Più pragmatismo di così!

In fondo, la posizione espressa da Alfano non è dissimile da quella espressa da Forza Italia. Quando la fidanzata di Berlusconi, Francesca Pascale e l’editorialista del “Giornale”, Vittorio Feltri, richiedono e ottengono l’iscrizione all’Arcigay – «poiché ne condividono», affermano, «le battaglie in favore dell’estensione massima dei diritti civili e della libertà» – non intendono affatto far venire meno alla famiglia ipotetiche provvidenze con la prossima legge di stabilità, simili a quella degli 80 euro in busta paga, che consentono di spendere qualche euro in più per i saldi di stagione. Ragionano, su questo, come il segretario del NCD.

Argomento: Attualità

 Senza purezza nessun ordine sociale o politico è possibile

        Qualche giorno fa, il 6 luglio, abbiamo commemorato la festa di santa Maria Goretti (1890-1902), immolatasi per preservare la propria purezza. Fu canonizzata il 24 giugno 1950 da Papa Pio XII. Il Pontefice finì l’omelia con una supplica: “Mio Signore, Tu che hai accolto l’innocenza e la purezza che ti ha donato la giovane Maria Goretti mediante la grazia del martirio; ti preghiamo: donaci per sua intercessione il coraggio di rispettare i tuoi comandamenti come questa ragazza che ha difeso la sua verginità fino alla morte”. 

        Commentando l’esempio di vita di santa Maria Goretti, dopo aver lodato la pratica della purezza in grado eroico, Plinio Corrêa de Oliveira si sofferma sulle implicazioni sociali e storiche di questa virtù, concludendo che senza purezza nessun ordine sociale o politico è possibile. 

Libero 10-7-14

Cattivo gusto in prima serata

Il bacio gay di Gesù sulla Rai alle nove di sera

Associazioni cattoliche mobilitate contro lo sketch del programma «Lol» in cui il Messia bacia un apostolo

di Giuseppe Pollicelli

Argomento: Attualità

AsiaNews 9/7/14

Il sogno disperato del Califfato islamico
di Samir Khalil Samir

La retorica di Abu Bakr al Baghdadi è fallimentare. Nessun musulmano vuole vivere in un califfato. Lo stesso "califfo" è rifiutato da tutti. Ma egli ha ragione nell'indicare la decadenza del mondo islamico, di cui i primi responsabili sono gli stessi musulmani. Israele e la teoria del "complotto". Restaurare l'islam attraverso il dialogo aperto nella società, basato sui valori universali e comuni. Altrimenti rischia di finire anche l'islam.

Argomento: Islam

Risoluzione Onu pro famiglia. L’Italia si è opposta «per unità col resto d’Europa». Ma scherziamo?

luglio 8, 2014 Francesco Belletti

Con questo voto l’Italia si è schierata con i Paesi ricchi e le lobby economiche e malthusiane che li rappresentano. Non è questa l’Europa che vogliamo

 

ONU/DIRITTI UMANI: SI’ ALLA PROTEZIONE DELLA FAMIGLIA – di GIUSEPPE RUSCONI

www.rossoporpora.org – 6 luglio 2014

Approvata dal Consiglio per i diritti umani una risoluzione pro-famiglia come “elemento naturale e fondamentale della società” – L’Italia vota contro, come tra gli altri USA, Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Giappone, Corea e Cile, dopo la bocciatura di un emendamento per l’inclusione nella risoluzione di altri tipi di unione – Alcune dichiarazioni di voto – Il testo della risoluzione

Corrispondenza Romana

Inchiesta sugli angeli di Gaeta e Stanzione

(di Gianandrea de Antonellis) Parlare degli angeli, anche in chiesa, spesso è divenuto quasi un tabù: per un malinteso senso di ecumenismo si preferisce evitare un argomento che spiace ai protestanti, cancellando di fatto il ruolo che questi spiriti celesti hanno nella nostra esistenza. Non a caso, la preghiera «Angelo di Dio, che sei il mio custode…» è la prima ad essere imparata, quando siamo piccoli, e la prima ad essere dimenticata, quando diventiamo adulti.

Argomento: Devozione

Meglio la Manif pour tous che i divorziati. Bordate cardinalizie sul Sinodo

di Matteo Matzuzzi | Il Foglio 05 Luglio 2014

 

“Sarebbe utile capire che non è obbligatorio ricevere la comunione quando si va a messa. Ci sono molte ragioni per le quali un cristiano potrebbe scegliere di non riceverla. Una minore pressione su questo aspetto sarebbe d’aiuto per quanti non sono in grado” di accostarsi al sacramento.

Il cardinale canadese Thomas Collins, arcivescovo di Toronto e stimato a Roma – il Papa l’ha incluso tra i pochi porporati che fanno parte della recentemente rinnovata commissione cardinalizia di sorveglianza sullo Ior – interviene sui temi oggetto dell’ormai imminente Sinodo straordinario sulla famiglia, che aprirà i battenti il prossimo 5 ottobre a Roma. E la sua è una posizione lontana dalle aperture che parte del collegio cardinalizio ha manifestato in occasione della relazione sviluppata lo scorso febbraio in concistoro da Walter Kasper.

“Molti divorziati si risposano”, ha osservato Collins in una lunga intervista al blog Word on fire, aggiungendo che ciò determina l’impossibilità di ricevere i sacramenti, “come la santa comunione”. E questo perché “essi persistono in una condotta di vita che oggettivamente contrasta con il chiaro comando di Gesù.

Questo è il punto. Il punto non è che essi hanno commesso un peccato”. La misericordia, prosegue il porporato canadese, è infatti “assicurata in modo abbondante a tutti i peccatori. L’omicidio, l’adulterio e ogni altro peccato – non importa quanto grave – è perdonato da Gesù, soprattutto attraverso il sacramento della riconciliazione, e il peccatore perdonato può ricevere la comunione.

Riguardo il divorzio e il secondo matrimonio, il problema ha invece a che fare con la consapevole decisione di persistere in una situazione non in linea con il comando di Gesù”.
E’ dunque “giusto” che queste persone “non ricevano i sacramenti”.

La soluzione deve essere cercata altrove, altre strade vanno esplorate, spiega Collins, magari andando ad approfondire il concetto di “comunione spirituale” sul quale a lungo s’era soffermato Joseph Ratzinger prima in qualità di prefetto della congregazione per la Dottrina della fede e poi come Pontefice.

Pensa a una partecipazione “orante”, il porporato, definendo una “tragedia” la possibilità che gli esclusi dalla comunione possano lasciare la chiesa: “E’ probabile che i loro figli e quindi anche i loro discendenti saranno allontanati dalla chiesa. Dobbiamo pensare a ciò che è possibile fare per raggiungere le persone che si trovano in questa situazione, in modo amorevole ed efficace. Ma facendo questo, dobbiamo essere attenti al comando di Cristo, e quindi alla necessità di non compromettere la santità del matrimonio”.

Anche perché, a quel punto, “le conseguenze sarebbero ancor più terribili, soprattutto in un mondo in cui la stabilità del matrimonio è già tragicamente compromessa”. Ed è su questo che il cardinale Collins insiste: “La fedeltà all’insegnamento di Cristo sull’indissolubilità del matrimonio non è aperta a cambiamenti”.

Argomento: Chiesa

Tempi.it

Francia, ma quale “lotta all’omofobia”. Alleata di Hollande ammette: l’obiettivo è diffondere il gender a scuola

luglio 3, 2014 Leone Grotti

Esther Benbassa dei verdi smentisce le rassicurazioni del presidente sui corsi “anti-discriminazioni”: sono lezioni di ideologia gender «come negli Stati Uniti»

il Foglio 1-7-14

Un matrimonio gay sotto (neanche troppo) mentite spoglie

Il testo unificato che a settembre servirà da base di discussione per la legge sulle unioni civili omosessuali promesse dal premier Matteo Renzi è stato depositato venerdì scorso dalla senatrice del Pd Monica Cirinnà

di Nicoletta Tiliacos

Dice alla collega musulmana: «Posso pregare per te?». La Sanità inglese la sospende per «bullismo»

Tempi.it - Luglio 1, 2014 Benedetta Frigerio

Victoria Wasteney, cristiana, ergoterapeuta a Londra, ha subito una sospensione di nove mesi per aver conversato di fede con una collega islamica

Argomento: Attualità

(di Maurizio Grosso)
Suor Fernanda Barbiero oltre ad essere stata di recente nominata dalla Congregazione dei Religiosi visitatrice delle Suore Francescane dell’Immacolata con poteri di commissaria è anche una maestra dorotea, laureata in teologia, docente presso la Pontificia Università Urbaniana.

A differenza di P. Volpi, commissario dei Frati, suor Fernanda ha un pensiero ben delineato, che vale la pena conoscere. Nell’ultimo editoriale firmato per la rivista dell’USMI “Consacrazione e servizio” (marzo-aprile 2014), Suor Fernanda dedica una sua meditazione al mistero della Risurrezione di Cristo, «nuovo inizio per l’uomo». Le donne che al mattino di Pasqua si recano al sepolcro fanno un’esperienza unica e sconvolgente: Colui che era morto ora è vivo. Con il Vivente bisogna lasciare anche la nostalgia del passato, le cose che con Lui sono morte. Scrive suor Barbiero: «Colui che cercano tra i morti è vivo! Il significato è chiaro: non ripiegatevi sul passato, non vivete di nostalgia; quel Gesù che avete amato è vivo; il rapporto con lui non è chiuso nel passato. Si tratta di credere e appoggiare su questa sicurezza di vita, di amore, di speranza con sincerità e semplicità».

Suor Fernanda però pare dimentichi, anche se così succintamente, che il Crocifisso è risorto non un altro Gesù. Il suo «passato», i segni della sua Passione e Morte dolorose, rimangono scolpiti per sempre nel suo corpo glorificato. Quella qui abbozzata da suor Fernanda è in realtà la via per rifiutare il valore sacrificale della S. Messa a favore di una Messa considerata solo convivio e comunione fraterna, mero servizio all’uomo.

Con la S. Messa c’è poi il rifiuto della vita religiosa come sacrificio e oblazione. Ma questo è un altro discorso e ci porterebbe altrove. Abbiamo invece uno spaccato del pensiero teologico applicato alla vita consacrata di suor Fernanda Barbiero in uno dei suoi articoli più riusciti e anche più interessanti per la profondità con cui unisce, senza necessariamente citarli, filosofi come Kant e Hegel, facendo esplicito riferimento a maestri come B. Secondin, Meister Eckart e il priore (non monaco) di Bose, Enzo Bianchi.

L’articolo dal titolo profetico: La vita religiosa abita ancora la storia? è apparso in due parti sulla stessa rivista dell’USMI, nel settembre e nell’ottobre 2005 (la seconda parte è molto più interessante e di questa ci occuperemo). Bisogna liberarsi delle immagini di Dio. Dio non abita le immagini, ma la quotidianità, cioè la storia, la quale, al dire della teologa, è come un tempio: «…dobbiamo interrogarci e riconciliarci con la storia come qualcosa di realmente importante, come unico tempio dove Dio ha preso volto e casa». Abitare la storia significa liberarsi della filosofia dell’essere, che è essenzialmente metafisica e ci spinge in un oltre indecifrato, oltre il visibile, per concentrarci invece nell’al di qua, trasformando la fede in un’etica. Scrive suor Barbiero: «Noi religiose siamo state formate a un tipo di fede e di spiritualità che ci trattiene nella ragione.È una spiritualità congelata nella filosofia dell’essere, non più attuale per l’urgenza di costruire un’etica. Ed etica vuol dire relazione di vita, non ragione. (…) Noi dovremmo semplificare la religiosità e renderla più vicina ai bisogni reali dei poveri. C’è troppo “invisibile”, troppo arcano. La direzione della vita religiosa pare dimostrare che la santità ha il suo epicentro nell’al di là, nell’invisibile, o in una carità molto più vicina all’elemosina che alla responsabilità e all’impegno per un mondo più giusto. «Cercate il regno di Dio e la sua giustizia», ha detto Gesù. Dove?».

Nella storia appunto. Nell’al di qua. Ma ciò che più sorprende è la base kantiana del suo discorso. La stessa critica di Kant, superficiale e unilaterale, viene mossa da suor Barbiero alla fede e quindi alla vita religiosa: dal momento che la ragione non può più conoscere le cose come tali e l’intelligenza non è più capace di Dio, della verità, Dio può essere al massimo il custode di una moralità, del dovere giustificato per se stesso. Smettere la ragione per ripiegarsi sull’etica. Che significherà: vivere la testimonianza religiosa non come contemplazione di Dio quale fine della vita religiosa, ma come servizio all’uomo, come impegno per un mondo più giusto. Questa è la vera “teologia di liberazione” di suor Fernanda, non una mera e ormai superata teologia della liberazione, ma liberazione dalla stessa teo-logia a favore di un rinnovato impegno sociale. Devi perché devi servire l’uomo. È necessaria la relazione esistenziale non l’essere. Per suor Barbiero è ora di «amare al di là dell’erotismo egoista. Questo non si raggiunge nella solitudine, ma nella relazione concreta».

Argomento: Chiesa

(di Mauro Faverzani)

L’inchiesta condotta dalla Ccbf, la Conferenza cattolica dei battezzati e delle battezzate francofoni, è choccante, ma parla chiaro: 75 preti e diaconi ammettono tranquillamente di violare la disciplina della Chiesa in fatto di nozze.

Come? Accettando di celebrare le unioni tra persone divorziate, ciò che è del tutto contrario all’indissolubilità del Matrimonio. Il Codice di Diritto Canonico, in questo, non lascia il benché minimo spazio a dubbi: «Le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità» (can. 1056). Ma, per loro, le regole sono saltate. Oltre il 60% dei sacerdoti intervistati, infatti, ha dichiarato di non chiedere alcun permesso, in questi casi, al Vescovo o al Parroco, celebrano e tanti saluti a tutti. Non solo: da veri trapezisti liturgici, tentano di giustificare l’ingiustificabile, spiegando come la loro cerimonia, in realtà, sia una semplice benedizione, non un Sacramento.

Ritenendosi così a pieno diritto entro i confini della Chiesa e del diritto canonico. Ma contravvenendo consapevolmente all’esortazione apostolica Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II, che al n. 84 recita: «Similmente, il rispetto dovuto sia al Sacramento del Matrimonio, sia agli stessi coniugi ed ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli, proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto. Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo ed alla Sua Verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo».

(di Tommaso Scandroglio)

Come è noto Donum vitae è il nome dell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede redatta nel 1987 che come sottotitolo riporta la seguente enunciazione di principio: «Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione».

In Germania alcuni membri del Zentralkomitee deutscher Katholiken (Comitato centrale dei cattolici tedeschi) fondarono nel 1999 un’associazione omonima il cui fine era quello di impegnarsi «per la tutela della vita umana, vale a dire proteggere la vita dei bambini non nati». L’associazione Donum vitae ha circa duecento centri sparsi su tutto il territorio nazionale e fornisce anche consulenza on line. Mediamente all’anno ha la possibilità di incontrare circa 50mila donne. Ma come spesso accade il troppo zelo sfocia nell’errore. Infatti l’associazione incontra sì le mamme che vogliono abortire per tentare di persuaderle, ma se non ci riesce rilascia un attestato, indispensabile a termine di legge, per accedere alle pratiche abortive.

A motivo di ciò i vescovi tedeschi nel 2006 hanno vietato all’associazione di fregiarsi del titolo di “cattolica”, proibendo altresì ai fedeli di aderirvi. Altre ammonizioni sono seguite negli anni successivi da parte dell’episcopato tedesco. Di recente però pare che ci sia stata una certa apertura verso questa realtà associativa. Infatti l’edizione di quest’anno del Katholikentag di Ratisbona ha visto anche la presenza di uno stand di Donum vitae.

Tuttavia...



Nota:

L’associazione era conscia che il suo operato non era in linea con la dottrina cattolica, tanto è vero che nel gennaio del 1998 scese in campo lo stesso Giovanni Paolo II per vietare espressamente ai consultori il rilascio del certificato abortivo. Successivamente il Papa scrisse ancora una lettera specificando che, qualora i consultori avessero comunque firmato il controverso attestato, occorreva inserire questa dicitura: «Questo certificato non può essere utilizzato per l’esecuzione depenalizzata di aborti», rendendo quindi nullo in punta di diritto – e dunque inservibile – il certificato stesso. Ma per tutta risposta i Ministeri della salute di ogni Land precisarono che tale eventuale dicitura era «tamquam non esset», cioè era da considerarsi come se non fosse stata mai apposta perché priva di valore legale. Ergo quei certificati che avessero recato tale nota pontificia erano, nonostante ciò, assolutamente validi per richiedere l’aborto.

Si era quindi tornati nuovamente al punto di partenza tanto che la Congregazione per la Dottrina della Fede si trovò a precisare nel settembre del ‘99: «Se tale certificato dovesse ancora servire per una interruzione di gravidanza, sarebbe allora legittimo il rimprovero che viene sollevato da molti nei confronti della Chiesa, vale a dire che il suo messaggio è teorico e senza conseguenze concrete», ribadendo così il divieto di rilasciare il famigerato certificato perché incompatibile con l’insegnamento della Chiesa.

Nonostante queste parole adamantine, tredici vescovi si appellarono ancora una volta al Papa perché rivedesse le proprie posizioni. In particolare l’associazione Donum vitae fu ripresa nel 2000 dal Nunzio Giovanni Lajolo il quale senza mezzi termini giudicò l’operato della stessa «in aperta contraddizione con le istruzioni emanate dal Santo Padre», configurando il rilascio del certificato un coinvolgimento nella applicazione di una legge «che permette l’uccisione di persone innocenti».

La giustificazione di Donum Vitae, come di altre sigle “cattoliche”, alla base della decisione di voler rilasciare il certificato abortivo è la seguente: se ci togliamo dall’iter abortivo, che tra le altre cose prevede obbligatoriamente la sottoscrizione dell’attestato, non possiamo effettuare quei colloqui dissuasivi che permetterebbero a qualche donna di evitare l’aborto. Meglio che incontrino un operatore non abortista che offra alle donne valide alternative all’aborto che uno abortista. Ma in questo caso l’azione buona volta a dissuadere la donna è necessariamente connessa con una malvagia (rilasciare il certificato) e dunque nel caso che la prima non andasse a buon fine l’operatore sarebbe costretto ex lege a compiere un’azione intrinsecamente malvagia.

Nemmeno la seguente obiezione regge: «Se non rilascio io il certificato lo farà comunque un’altra persona». Infatti nella prospettiva etica l’aspetto importante è che non sia io a compiere il male. Vero è che nulla cambia nel risultato: il danno ci sarà comunque. Ma tutto cambia nella responsabilità morale: sarà un’altra persona che si sarà macchiata di questo crimine.

(Tommaso Scandroglio - CORRISPONDENZA ROMANA 18 giugno 2014)

Argomento: Chiesa

I MONDIALI DI CALCIO SECONDO RATZINGER. ALLA RICERCA DEL PARADISO NEL CAMPO DI CALCIO. E POI LEOPARDI, AGOSTINO, KEROUAC, MARSHALL E IL GIOVANOTTO CHE BUSSA AL BORDELLO…

di Antonio Socci

Da “Libero”, 15 giugno 2014

La febbre planetaria dei Mondiali di calcio è un fenomeno che nessuno sa spiegare.

Il banale conformista celebrerà l’evento come la solita festa della fraternità, con la retorica dell’agonismo leale, del dialogo fra i popoli, contro il razzismo e la guerra (tutti gli slogan grigi del politically correct).

Il moralista col birignao – che è l’altra faccia del banale conformista e a volte pure la stessa persona – lamenterà la superficialità di un mondo che – con tutti i problemi che ha – impazzisce per il calcio, poi dirà che il calcio è l’oppio dei popoli e s’indignerà per tutti i miliardi spesi mentre la gente (pure in Brasile) muore di fame.

Tutto vero, ma anche tutto ovvio, noioso e superficiale.

Però, grazie al Cielo, nel mondo accade a volte il miracolo, accade che ci sia qualche vero poeta o perfino un profeta, un genio di quelli che vedono la profondità delle cose e colgono l’oceano nella goccia d’acqua e l’eterno nell’istante.

Argomento: Fede e ragione

A rischio di chiusura non c’è solo lo storico quotidiano “l’Unità” fondato da Antonio Gramsci. In campo missionario ha chiuso i battenti un’altra testata simbolo, la rivista “Ad Gentes“, non solo per il crollo verticale delle vendite, ma più ancora per la quasi scomparsa del genuino spirito missionario dall’orizzonte della Chiesa, cioè dai dicasteri vaticani, dalle diocesi, dalle parrocchie, dai seminari, dalle vocazioni.

Questa, almeno, è la severa e drammatica diagnosi che ne fa un grande esperto di missioni, padre Piero Gheddo, decano del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano e principale estensore dell’enciclica missionaria di Giovanni Paolo II, la “Redemtoris missio” del 1990.

Ecco qui di seguito le riflessioni che ci ha inviato.

SE LA MISSIONE ALLE GENTI SCOMPARE DALL’ORIZZONTE
di Piero Gheddo



Nota:

Per noi missionari “ad gentes” e per la Chiesa italiana non è una buona notizia. I superiori degli istituti missionari italiani hanno deciso la chiusura della rivista semestrale “Ad Gentes”, fondata nel 1997, l’unica in lingua italiana che espressamente tratta della “missio ad gentes”, oltre a quelle dei singoli istituti missionari. Perché chiude? A quanto è dato sapere, i motivi sono due:

1) Gli abbonati sono pochissimi, le copie stampate quasi tutte inviate in omaggio o in cambio a biblioteche, università, seminari, ecc.; e quindi gli istituti aderenti devono coprire il passivo economico;

2) La missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia: parrocchie, diocesi, seminari e il popolo di Dio. I mass media ne parlano sempre meno, eccetto quando ci sono casi di martirio o di persecuzione che riguardano missionari italiani.

Padre Dino Doimo, missionario del PIME a Hong Kong dal 1959, mi dice: “Torno in missione col cuore amareggiato, perché vedo che l’ambiente italiano non è più favorevole per le missioni e noi missionari. Tutti dicono che la missione è qui in Italia. La conversione a Cristo del continente Cina interessa parenti e amici e pochi altri”.

Dal 1958 gli istituti missionari italiani, attraverso la pontificia unione missionaria del clero, mandano i loro animatori missionari nei seminari diocesani, minori e maggiori. Ciascuno è incaricato dei seminari di una regione da visitare nel corso dell’anno, e così visita tutti i seminari italiani, che ricevono ogni anno un animatore diverso. Adesso, mi dice un giovane animatore, “si sta chiudendo questo periodo perché è difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno.

Tutto questo segnala quanto ormai tutti sanno, che la Chiesa italiana, con la crisi di fede e di vocazioni sacerdotali e religiose, si chiude in se stessa e gli istituti missionari sono intesi soprattutto per il contributo che le loro case, chiese e sacerdoti danno in aiuto alle comunità parrocchiali con scarso clero. Mi chiedo se gli istituti missionari, come il mio PIME e tanti altri, religiosi o di clero secolare, si interrogano sulla decadenza e la svalutazione del nostro carisma specifico, il primo annunzio ai non cristiani, che sono ancora circa l’80 per cento dell’umanità. E ricordo che il nostro carisma di missionari “ad gentes” è stato ampiamente confermato dal Vaticano II e dal magistero ecclesiastico seguente fino ad oggi. Dato che da 61 anni sono sacerdote missionario in Italia (prete dal 1953), mi permetto di indicare i due errori fondamentali che un po’ tutti abbiamo compiuto, senza alcun spirito polemico, ma per aiutare a riflettere.

1) Dopo la “Fidei donum” (1957) e il Vaticano II (1962-1965) si è incominciato a dire che tutta la Chiesa è missionaria e gli istituti missionari non hanno più senso. Ma sia il decreto conciliare “Ad gentes” (n. 6) che l’enciclica “Redemptoris missio” (nn. 33-34) affermano con chiarezza che la missione alle genti non va confusa con l’attività pastorale che si rivolge ai battezzati e quindi che “questi istituti restano assolutamente necessari” (Ad gentes, 27). Nella “Redemptoris missio” (n. 66) si legge: “La vocazione speciale dei missionari ‘ad gentes’ e ‘ad vitam’ conserva tutta la sua validità. Al riguardo s’impone una approfondita riflessione, anzitutto per i missionari stessi, che dai cambiamenti della missione possono essere indotti a non capire più il senso della loro vocazione, a non saper più che cosa precisamente la Chiesa si attenda da loro”.

Questa riflessione forse è mancata e anche gli istituti missionari rischiano di non credere più nel loro carisma originario, mentre le giovani Chiese del mondo non cristiano hanno assoluto bisogno di loro anche oggi, lo dicono tutti  vescovi.

Lo stesso è avvenuto per le pontificie opere missionarie. Fin che erano pontificie e non dipendenti dai vescovi italiani, svolgevano il loro compito primario: ricordare la missione alle genti, universale, aiutarla con preghiere, vocazioni, aiuti materiali. Da quando sono opere diocesane, la missione alle genti è diventata il gemellaggio di una diocesi italiana con una delle missioni. Si è chiuso l’orizzonte, i missionari sono quelli della diocesi, quasi sempre in America Latina e in Africa. Adesso, con la crisi delle diocesi italiane, è facile immaginare cosa succede.

2) Il secondo sbaglio fondamentale è stato di politicizzare la missione alle genti ed è una vita che condanno (inutilmente) questa tendenza suicida degli istituti missionari, che ha cambiato la nostra immagine nell’opinione pubblica italiana. In “Missione senza se e senza ma” (EMI 2013, pag. 250) racconto in un capitolo (”La crisi dell’ideale missionario”) la storia di questo suicidio. Fino al concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani, dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per  portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’Amore e del Perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi, catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per realizzare il testamento di Gesù quando sale al cielo.

Ma oggi, ditemi voi: chi manifesta entusiasmo per la vocazione missionaria e dove è finito l’appello per le vocazioni missionarie “ad gentes”? Oggi noi missionari facciamo le campagne nazionali per il debito estero, contro la produzione di armi, contro i farmaci contraffatti e per l’acqua pubblica; oggi non si parla più di missione alle genti ma di mondialità e di opere sociali o ecologiche. Mi sapete dire quanti giovani e ragazze si entusiasmano e si fanno missionari dopo una manifestazione di protesta contro la produzione di armi? Nessuno. Infatti gli istituti missionari non hanno quasi più vocazioni italiane. Non lamentiamoci perché si chiude la rivista “Ad Gentes”. Nel quadro di tutto quel che ho detto, ha un suo logico significato.

Argomento: Chiesa

L’ITALIA STA PRECIPITANDO (NON SOLO ECONOMICAMENTE). COSI’ SI UCCIDE LA LIBERTA’

di Antonio Socci

Da “Libero”, 8 giugno 2014

Si dice che sia stato un verso di Paul Verlaine cantato da Charles Trenet (“il lamento dei violini è stanco”), a dare il segnale in Francia del D-Day, lo sbarco in Normandia.

Così settant’anni fa, il 6 giugno 1944, tornava la libertà in Europa.

Argomento: Attualità

Vatican Insider 15/06/2014

Il Papa: «Aiutiamo l'Europa stanca a ritrovare le sue radici»

Nella visita alla Comunità di Sant'Egidio Francesco incontra i poveri. "La cultura dello scarto? Un'eutanasia nascosta". E la comunità ebraica gli consegna l’invito in Sinagoga

GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO

Argomento: Papa

AsiaNews 12/6/14

Suor Eufrasia Eluvathingal, la "madre che prega", è santa

Questa mattina in Vaticano si è svolto il concistoro ordinario per la canonizzazione della religiosa indiana e di altri cinque beati. Saranno iscritti nell'Albo dei Santi il 23 novembre 2014. La suora, amatissima in tutta l'India, ha vissuto nell'adorazione e nel servizio per le novizie.

Avvenire 12-6-14

Figli dell’eterologa la Corte «dimentica» i piccoli

di Andrea Nicolussi

Dopo aver letto le motivazioni appena pubblicate della sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il divieto di Procreazione medicalmente assistita (Pma) eterologa è difficile negare, nonostante qualche ambiguità del testo, che si tratti di una sentenza additiva di principio, ossia di una sentenza che rimette alle autorità competenti la disciplina precisa dell’eterologa. Il principio affermato dalla Corte è chiaro: ogni coppia uomo-donna ha il diritto di essere riconosciuta legalmente come coppia genitoriale e quindi l’uso di gameti di estranei dev’essere ammesso dalla legge. Omologa ed eterologa pari sono. Tuttavia, le regole precise con cui questo principio deve integrarsi nell’ordinamento sono meno chiare.

Argomento: Vita

SCIENZA & VITA: CON L’ETEROLOGA LIBERA SI APRONO SCENARI INQUIETANTI
BAMBINI A TUTTI I COSTI? MA NESSUNO PENSA AI FIGLI

“Le motivazioni della sentenza sulla fecondazione eterologa aprono più dubbi che certezze lasciando irrisolti nodi antropologici e sociali di enorme impatto”, commentano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, presidente e copresidente nazionali dell’Associazione Scienza & Vita.

Argomento: Vita
culturacattolica.it
Non siamo cristiani decorativi!
domenica 8 giugno 2014

di Luisella Saro

«Qualcuno, a Gerusalemme, avrebbe preferito che i discepoli di Gesù, bloccati dalla paura, rimanessero chiusi in casa per non creare scompiglio. Anche oggi tanti vogliono questo dai cristiani. Invece il Signore risorto li spinge nel mondo: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). La Chiesa di Pentecoste è una Chiesa che non si rassegna ad essere innocua, troppo "distillata". No, non si rassegna a questo! Non vuole essere un elemento decorativo. È una Chiesa che non esita ad uscire fuori, incontro alla gente, per annunciare il messaggio che le è stato affidato, anche se quel messaggio disturba o inquieta le coscienze, anche se quel messaggio porta, forse, problemi e anche, a volte, ci porta al martirio».
(Papa Francesco, Regina Coeli, 8 giugno 2014)

Argomento: Papa

il Foglio - 3 giugno 2014 - ore 06:59

Gender a scuola, nozze gay, legge sulla famiglia. Le débâcle di Hollande

E’ passato un anno da quando Vincent Autin, presidente dell’associazione Lesbian Gay Pride di Montpellier, e il suo compagno Bruno Boileau si sono detti “oui”. Il loro è stato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato in Francia dopo l’approvazione della legge Taubira sul “mariage pour tous”. L’atmosfera era delle migliori, in quel 29 maggio, le coincidenze erano perfette. Il sindaco socialista di Montpellier, Hélène Mandroux, da sempre sostenitrice del matrimonio omosessuale, si apprestava a esaudire il suo grande desiderio: essere la prima a ufficializzare il matrimonio tra due militanti Lgbt, nonché membri locali del Partito socialista, dopo che sempre lei era stata la prima a celebrare simbolicamente l’unione tra due uomini nel 2011. Trecento invitati, compresi politici, giornalisti e dirigenti di associazioni più o meno noti: tutti più che mai entusiasti di sentirsi parte di quel momento indimenticabile e sgomitanti per un posticino nella foto ricordo. Un posto in primissima fila era naturalmente riservato alla ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, che modestamente dichiarò di essersi recata alla cerimonia “a titolo personale, per amicizia” e non per fare passerella.

In Giappone come sulle rive del Reno: la resa della Chiesa

Le risposte dei vescovi giapponesi e centroeuropei al questionario del sinodo sulla famiglia registrano il cedimento dei cattolici al "pensiero unico" dominante. Ma anche l'incapacità di guida dei pastori

di Sandro Magister

 

 

ROMA, 6 giugno 2014 – Sono finora sei le conferenze episcopali che violando la consegna della riservatezza hanno rese pubbliche le risposte alle 39 domande del questionario preparatorio al prossimo sinodo dei vescovi, convocato sul tema della famiglia.

In Italia la rivista dei dehoniani di Bologna "Il Regno" ha fornito le traduzioni integrali dei sei documenti nei numeri 5, 7 e 9 del 2014:

> "Il Regno - Documenti"

Come si può notare, cinque su sei di queste conferenze episcopali appartengono a quell'area geografica centroeuropea che fu l'ala marciante delle innovazioni del Concilio Vaticano II ma successivamente è stata anche la più segnata dal fenomeno della secolarizzazione.

Oggi è sopratutto da quest'area che vengono le più forti pressioni per un cambiamento della dottrina e della prassi pastorale in materia di matrimonio, in particolare con la richiesta di dare la comunione ai divorziati risposati.

Si sa che papa Francesco non gradisce questa insistenza sulla sola questione della comunione ai risposati. L'ha detto rispondendo ai giornalisti durante il viaggio di ritorno a Roma dalla Terra Santa. Per lui la questione è "molto, molto più ampia" e va affrontata nella sua globalità. Riguarda la famiglia in quanto tale. Che è in crisi ovunque, ha detto: "È in crisi mondiale".

Le risposte dei vescovi giapponesi al questionario presinodale sono la conferma clamorosa di questa convinzione del papa.

Ma c'è di più. Sono la conferma che l'eclisse della visione cristiana della famiglia è il prodotto non solo del "pensiero unico" dominante, ma anche della resa della Chiesa a tale pensiero.

I vescovi giapponesi lo riconoscono con candore:

"La Chiesa in Giappone non è ossessionata dalle questioni sessuali".

In questa e in altre loro affermazioni c'è l'ammissione di un diffusa rinuncia, da decenni, a proporre la novità cristiana sui terreni cruciali della vita e della famiglia.

In Giappone i cattolici autoctoni sono appena 440 mila, lo 0,35 per cento di una popolazione che non è mai stata cristianizzata nel suo insieme. Ma dalla descrizione che ne fanno i vescovi si ricava un profilo di Chiesa tutt'altro che da "minoranza creativa" in terra di missione. Una Chiesa molto ripiegata sulla gestione dell'esistente. Molto vicina al profilo medio di quel cattolicesimo residuale, fortemente secolarizzato, tipico dell'area centroeuropea.

Da questo punto di vista, anche la tesi cara a Jorge Mario Bergoglio di una Chiesa troppo sbilanciata, se non "ossessionata", durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sulle questioni dell'aborto, del matrimonio omosessuale e dei contraccettivi, appare contraddetta dai fatti.

Infatti, stando alle risposte al questionario presinodale finora rese pubbliche, non risulta in alcun modo che in Centroeuropa o in Giappone la "Evangelium vitae" o i "principi non negoziabili" siano stati un asse portante della pastorale della Chiesa degli ultimi decenni, a livello di vescovi, sacerdoti e fedeli, né che al posto di questo la Chiesa si sia prodotta in uno slancio missionario concentrato "sull'essenziale" della proposta evangelica.

Non è avvenuta né l'una né l'altra cosa, come prova, qui di seguito, l'antologia tratta dalle riposte dei vescovi del Giappone al questionario presinodale.

Il documento dei vescovi giapponesi – firmato da Peter Takeo Okada, arcivescovo di Tokyo e presidente della conferenza episcopale – è tanto più interessante perché frutto di una consultazione ristretta ai soli vescovi e ai superiori maggiori degli ordini religiosi maschili e femminili.

È una sorta di confessione esplicita di resa, da parte di coloro che pur hanno in sorte di guidare quella piccola Chiesa tra i moderni "pagani".

Argomento: Chiesa

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