"Noi non dobbiamo pensare che l’evento riesca perché ci saranno tanti momenti di grande emozione. Non è difficile provocare l’emozione [...], ma non ha consistenza, non ha durata. Perché l’emozione è l’esaltazione di un particolare, soggettivo o oggettivo non importa, della propria condizione di vita, della situazione in cui ci si trova" (Mons. Luigi Negri).

 

 

Se si accostano le fotografie degli ultimi due Family Day a quelle della recente manifestazione di Verona, si capisce a colpo d'occhio che sta succedendo qualcosa.
Certo, si devono fare dei distinguo: quelle erano manifestazioni di popolo, questa è stata un evento elettorale; quelle furono preparate per tempo, questa molto velocemente. E così via.
Ma le immagini producono un indiscutibile effetto: demoralizzante all'interno del movimento; di ridimensionamento all'esterno, nel mondo dei partiti. E, probabilmente, questo effetto non è stato previsto dagli organizzatori.
Ora "il re è nudo" e se può esser saggio fingere che così non sia, è anche doveroso interrogarsi su cosa è accaduto e cosa sta succedendo.

Una prima avvisaglia si era già avuta dopo il raduno del gennaio 2016: alcuni osservatori avevano segnalato l'indifferenza e la conseguente assenza del supporto di gran parte dell'episcopato. Episcopato che, sull'“onda lunga” di San Giovanni Paolo II e del Card. Ruini, aveva invece promosso direttamente i Family Day dal 2007.
Durante l'estate si è avuta conferma di questo "cambio di priorità" con la sanzione, da parte di alcuni vescovi di recente nomina (Cagliari, Padova, ecc.), di sacerdoti che, sulla base delle Sacre Scritture, avevano condannato l'omosessualismo.

Un secondo evento è costituito dalla nascita dell'ennesima edizione del partito popolare, avvenuta poche settimane dopo il Family Day 2016, ad opera degli “ex” Adinolfi – Amato.
Anche in questo caso gli effetti non sono stati previsti adeguatamente: non si è pensato né al calo degli attivisti, né alla perdita di credibilità agli occhi degli altri partiti. Ancora oggi, forse per salvare il numero di presenze alle tante (troppe?) conferenze e manifestazioni, forse per inesperienza, si rinuncia a fare chiarezza e, mentre a livello locale il partito di Adinolfi continua ad erodere la base pro family e si struttura, il Family Day agisce solo in base a direttive dall’alto.
Si insiste ad ignorare la storia dei partiti popolari. La quale ci insegna che, sempre, dopo ogni grande manifestazione popolare cattolica, è sorto, "per caso", un partito che sosteneva di rappresentarlo e che ha portato il movimento nel baratro.
Così è stato nel 1919, con la nascita del Partito Popolare di Don Sturzo a seguito della clamorosa vittoria elettorale del Patto Gentiloni. “La costituzione del Partito popolare equivale per importanza alla Riforma germanica”, scrive Gramsci, poiché "Il cattolicismo democratico fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida".
Così accadde anche dopo il formidabile risultato dei Comitati Civici nel 1948, subito imbrigliato dalla Democrazia Cristiana, la quale, nel corso degli anni Cinquanta, costituirà 11.000 sezioni di partito per esautorare i Comitati Civici che operavano dalle parrocchie.
Anche oggi la spaccatura voluta da Adinolfi e Amato sembra avere la stessa finalità: non è infatti riducibile al bisogno psicologico di onori mondani, né alla brama di improbabili poltrone, né giustificabile con la mera accidia di chi sceglie la soluzione facile della "porta larga", pur avendo anche tutte queste tre motivazioni.

Un terzo fattore su cui riflettere è dato dalla natura stessa del Family Day, cioè di un movimento nato da una reazione popolare, in parte spontanea, di fronte all'orrore di alcune leggi contro natura.
Una reazione, per sua natura, più "emozionale" che strutturata, che occorre far crescere da spontanea a organizzata.
Il processo di scristianizzazione dell'Occidente è plurisecolare e ha molte sfaccettature. La reazione costituita dal Family Day su qualche punto concreto lo respinge. Per esempio, è contro i "matrimoni" gay, ma forse accetterà lo Stato assistenziale. In qualche caso, giungerà anche a capire il totalitarismo educativo statale.
Si tratta di una resistenza, senza dubbio. Ma di una resistenza su di un punto particolare, che non risale ai princìpi, poiché e fatta tutta di abitudini e di impressioni. Resistenza, proprio per questo, senza grande fondamento, che morirà con l'individuo, e che, nel caso si dia in un gruppo sociale, presto o tardi, con la violenza o con la persuasione, in una o più generazioni, la Rivoluzione nel suo corso inesorabile smantellerà.

Oggi più che mai dobbiamo chiederci “Che fare?”.
Il Family Day può fare ben poco nei confronti del cambio di priorità nella pastorale ecclesiale.
Rispetto ai partiti, invece, può e deve fare molto di più: a cominciare dal meditare le parole di Gramsci sui popolari, perché senza consapevolezza si continueranno a ripetere gli stessi errori del passato. Quindi cercare chi nella storia è riuscito a servirsi dei partiti senza diventarne servo.
Ma è sul terzo fattore, sulla reazione emozionale, che il laicato deve fare ogni sforzo: preoccupa che, a Verona, gli interventi siano stati principalmente emozionali, talvolta da comizio. Potrebbe significare che non si è ancora capita la gravità e profondità della crisi: pensare che la strategia consista nel continuare a raccogliere senza seminare è ciò che ci ha precipitato dove siamo.

Su quest’ultimo punto, altre parole di Mons. Negri ci possono aiutare: "In questo mondo dove tutto si dissolve e la solitudine domina la vita dei singoli e della società, condannandola a un processo segnato dalle diverse patologie [...] bisogna decidersi a non puntellare l’impero. I primi cristiani non puntellarono l’impero ma fecero semplicemente un’altra cosa: fecero il cristianesimo".
San Giovanni Paolo II aveva certamente previsto quanto sarebbe potuto succedere quando ha deciso di lasciarci due strumenti per apprendere le ragioni della nostra fede e del nostro agire civico: il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.
Occorre perciò capire chi siamo e come siamo fatti, pianificare, pensare a forme organizzative, comunicare meglio e di più.
Occorre certamente dedicare molto più tempo a pensare l'azione. E a far capire l’efficacia dei cinque minuti ogni giorno rispetto alla grande manifestazione annuale di piazza.
Occorre, soprattutto, ripartire dalle fondamenta, ricostruire il Family Day nelle nostre comunità locali, tenendoci aggrappati al Catechismo e al Compendio, senza se e senza ma.

David Botti
3 dicembre 2016, Festa di San Francesco Saverio patrono delle missioni

 

 “Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”

 REFERENDUM. GANDOLFINI: “DOMENICA ALLE URNE PER IL NO. DIFENDIAMO LA SOVRANITÀ E LA RAPPRESENTANZA DELLE FAMIGLIE ITALIANE”

 

Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”. Afferma il presidente del Comitato promotore del Family day, Massimo Gandolfini.

In questi mesi il ‘Comitato famiglie per il NO’ ha svolto centinaia di incontri in tutta Italia per sostenere un NO motivato e ragionato.
Siamo convinti – spiega Gandolfini – che la disintermediazione e l’accentramento del potere in un’unica direzione nega di fatto la democrazia e il bilanciamento dei poteri. L’annullamento dei corpi intermedi, primo fra tutti la famiglia, allontana la partecipazione del popolo alle decisioni che lo riguardano”.

Anche quest’ultima settimana è passata, senza che Renzi ci degnasse di una risposta rispetto al nostro invito ad un confronto pubblico sul merito della riforma – prosegue Gandolfini -. A noi non resta che esortare tutte le persone di buon senso a rigettare il nuovo assetto istituzionale disegnato da Renzi, Boschi e Verdini, che, anche a causa della riforma elettorale, accentra il potere nella figura del premier e subordina la sovranità del parlamento italiano ai diktat provenienti dall’Unione Europea”.

Un sistema che verrà utilizzato, come dicono gli stessi vertici del Pd, per completare la trasformazione del tessuto sociale italiano. Le unioni civili sono infatti solo il capo fila di una politica tesa all’approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell’estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; della regolamentazione dell’utero in affitto, delle leggi liberticide sulla omo-fobia e della legalizzazione delle droghe”, conclude Gandolfini.

Roma, 1 Dicembre 2016                                                                 Comitato Famiglie per il NO

Ufficio Stampa 393.8182082

Argomento: Politica

 Grazie al Governo Renzi la famiglia è stata ripetutamente colpita dal punto di vista legislativo. Anche le amministrazioni comunali e regionali del Partito Democratico, sostenuto dal NCD di Alfano, colpiscono il contesto socio-culturale attuale, dove il gender, se non entra dalla porta, prova a intrufolarsi dalla finestra. 

Gender-follia? Arriva “LegGendeR metropolitane” di Renzo Puccetti

Con oggi, 15 settembre, il gender torna in libreria nella penna del medico e bioeticista – collaboratore di ProVita – Renzo Puccetti, che ha dato alle stampe “LegGender metropolitane“. Un testo denso, rigoroso, che lascia poco spazio ai pensieri e si ancora molto sui dati oggettivi e scientifici, a dispetto dello stile di scrittura accessibile a tutti.

LegGender metropolitane” è dunque un libro tutto da leggere, soprattutto nel contesto socio-culturale attuale dove il gender, se non entra dalla porta, prova a intrufolarsi dalla finestra. Ma è da leggere anche rispetto a tutti gli altri temi che vengono trattati dall’Autore: l’omosessualità, il matrimonio gay, l’omofobia, la famiglia, il bisogno dei bambini ad avere una mamma e un papà…

 

ProVita ha intervistato il dottor Puccetti. 

Partiamo da una domanda semplice e complicata nello stesso tempo: perché hai scritto questo libro e a quale pubblico intendi rivolgerti? 

Se volessimo usare una sola parola direi “soffocamento”. Gli Stati Uniti sono la nazione che anticipa tendenze e processi che poi vediamo anche da noi qualche anno dopo. In USA è in atto una vera e propria caccia alle streghe da parte degli LGBTQ e dei loro alleati. Ogni manifestazione di dissenso ai loro dogmi, ogni atto coerente con la legge naturale e persino il semplice buon senso è tacciato di omofobia, bigottismo, intolleranza, fondamentalismo. Persino esercitare l’educazione sui figli non sfugge alle maglie del maccartismo arcobaleno. Quello che è successo al meeting di Rimini lo scorso anno a padre Carbone e a me e la censura subita dall casa editrice dell’Ordine dei Domenicani è solo un assaggio della tempesta che si sta preparando. A chi intende impegnarsi nella resistenza ho voluto fornire un “arsenale” argomentativo che comunque potesse essere facilmente fruibile anche da tutti coloro che, pur non essendosi mai occupati di queste questioni, vogliono avere un quadro non preconfezionato e coincidente con la narrazione organizzata dagli architetti del pensiero unico lobotomizzato; queste persone intellettualmente libere e curiose in America li chiamano i cercatori del vero.

Parliamo di gender, ideologia che sostiene che il sesso biologico sia irrilevante e che è totalmente sbilanciata sul dato culturale. Su quali basi scientifiche questa teoria è infondata?

Che la cultura eserciti un ruolo rilevante nella distinzione tra comportamenti maschili e femminili è un dato di fatto che nessuno si contesta, nessuno scienziato è un puro determinista biologico. Tuttavia la teoria gender, ormai convertitasi in ideologia, postula ciò che è smentito da una montagna di evidenze scientifiche: il comportamento umano è indifferente al sesso genetico, ogni differenza tra attitudini e comportamenti maschili e femminili è una mera costruzione sociale. In realtà il nostro cervello è zeppo di recettori per gli ormoni sessuali che non si sa bene cosa ci starebbero a fare se gli stessi ormoni non servissero a nulla, sappiamo che il cervello maschile mostra differenze anatomiche da quello femminile e funziona in maniera differente. Sappiamo che esiste in ogni cervello un mosaicismo, cioè tratti maschili e femminili, che però non annullano le differenze. Sappiamo che alcuni comportamenti si sono dimostrati differenti in base al sesso già dal primo giorno di vita. Le differenze comportamentali al gioco sono state rinvenute nelle scimmie e sfido chiunque a dimostrare che sia stata una scimmia istruttrice ad insegnare alle femmine del gruppo a giocare con le bambole e ai maschi con le automobiline.

Dal gender agli stereotipi di genere il passo è breve. Spesso questi vengono concepiti nella loro totalità come negativi, eppure – se si analizza la questione con onestà intellettuale – alcuni stereotipi hanno la funzione positiva di semplificare la realtà, rispondono a dati oggettivi e sono da legare al fatto che perfino il nostro cervello è sessuato. È corretto?

È proprio così. Vedere da lontano una persona con la gonna o il rossetto aiuta a capire che si tratta di una donna senza bisogno di chiedere di mostrare i genitali. Una delle prime funzioni degli stereotipi è quella di organizzare una risposta allo stimolo che abbia la maggiore probabilità di essere appropriata. È vero che in Scozia gli uomini portano il gonnellino, tuttavia in ogni cultura di ogni tempo è sempre esistita una differenziazione tra abiti maschili e femminili. Che maschi e femmine abbiano attitudini differenti è un dato di fatto, così come è un dato di fatto che vi siano uomini con attitudini femminili e viceversa, tuttavia l’ideologia gender vuole costringere sin da piccoli i bambini a non avere attitudini dietro il mito della neutralità.

Arriviamo ora a parlare di omosessualità: dal 1974 questa tendenza non rientra più nel DSM-III quale disturbo mentale. Ma gay “si è”, oppure “si fa”? 

Non è possibile ad oggi dare una risposta. Come il professor Gonzalo Miranda una volta mi ha detto, l’attrazione erotica per le persone dello stesso sesso è una condizione misteriosa. I dati accumulati nei decenni sembrano indicare che a livello di popolazione coesistano le due componenti, mentre a livello della singola persona la quota innata e acquisita possono assumere vari livelli reciproci di rilevanza. È importante avere presente però un dato: essere non è una condanna divina a dovere essere. L’essere umano non si riduce alla propria materia, è dotato di ragione, volontà e libertà e dunque non si identifica né con le proprie azioni, né con la propria biologia. Se così non fosse non potremmo domandare all’obeso, il cui peso è tale a causa della propria genetica, di cambiare la propria alimentazione.

Non discriminare, non fare differenze: questo è quello che nel suo libro definisce «il centro della cipolla»… e che ovviamente non vale per le persone cattoliche ed eterosessuali che, nel rispetto della loro fede, non si rendono per esempio collaboratori del matrimonio gay.

Sì, è per primo padre Giorgio Maria Carbone ad avere richiamato alla mia attenzione l’omologazione, la negazione di ogni differenza quale nucleo delle istanze LGBTQ: nessuna differenza nei comportamenti sessuali, nessuna differenza tra crescere col padre e la madre o due persone dello stesso sesso, nessuna differenza tra essere maschio o femmina. Si tratta una delle tante espressioni di quel relativismo che il filosofo Francis Beckwith ha paragonato ad avere i piedi ben piantati in mezzo all’aria. Pensiamo alla procreazione: nessuna differenza tra regolazione naturale della fertilità, contraccezione, aborto e fecondazione artificiale, o pensiamo al fine vita: nessuna differenza tra ri-animazione e de-animazione eutanasica. L’unico ad essere considerato il mostro minaccioso è colui che osa affermare che una determinata azione è male e vuole vivere coerentemente con questo giudizio. Quando questa ideologia diventa legge dello Stato quello che si viene a creare è una discriminazione religiosa: lo Stato relativista sancisce quale “religio licita”, solo quelle fedi religiose che accolgono i suoi dogmi secolaristi. Il cristianesimo torna ad essere in questo modo “religio illicita“. La commissione statunitense per i diritti civili ha appena redatto un’enciclica che anatemizza il cristianesimo. Il capo della commissione ha scritto: «L’espressione “libertà religiosa” non significa altro se non ipocrisia fintanto che resta un codice per la discriminazione, l’intolleranza, il razzismo, il sessismo, l’omofobia, l’islamofobia, la supremazia cristiana, o qualsiasi forma d’intolleranza». Il candidato alla vicepresidenza della Clinton, formalmente cattolico, ha preconizzato che la Chiesa finirà per accettare le nozze gay. Beh, a sentire certi prelati la cosa parrebbe già fatta.

«Love is love»: questo motivetto viene ripetuto oramai in continuazione, secondo diverse declinazioni. Ma per fondare una famiglia non basta l’amore – che peraltro è un fattore non verificabile oggettivamente dallo Stato -, altrimenti troverebbero legittimazione la poligamia, l’incesto e altre aberrazioni simili…

Hai colto nel segno. La senatrice Cirinnà che è stata relatrice della legge al Senato, ha dichiarato di avere voluto rappresentare «l’immensa varietà di forme che l’amore e la famiglia possono avere». Stranamente in ogni Paese l’orgasmo intellettuale e legislativo volto a superare i confini del matrimonio si è però interrotto quasi subito. Ha impedito l’amore filiale, fraterno, paterno e materno, ha escluso il poliamore, l’amore intergenerazionale e quello trans-umano. Dell’immensa varietà di amori ha protetto con l’istituto giuridico delle unioni gay soltanto lo stereotipo amoroso omosessuale. Dunque delle due l’una: o quel principio di uguaglianza che è stato invocato come ispiratore della norma sarà fatto valere davvero per ogni forma di amore soggettivamente percepito come tale, oppure le unioni omosessuali saranno la prova che esiste un amore privilegiato per ragioni razionalmente incomprensibili.

Un’ultima domanda: ai bambini servono ancora una mamma e un papà, o i tempi sono cambiati?

Quello che è un dato intuitivo ed esperienzale è confermato sia dalla ricerca della psicologia evolutiva, sia dalla letteratura empirica sociologica. Se tu giorno dopo giorno metti da parte rifiuti e solo ogni tanto metti da parte una moneta, dopo un po’ avrai un *censura*ulo d’immondizia da una parte e un gruzzolo di monete dall’altra, ma l’immondizia non si trasformerà mai in monete e coprire l’immondizia con uno strato di monete non ti farà essere padrone di un tesoro. Allo stesso modo mettere insieme studi di pessima qualità formerà soltanto una catasta di ciarpame pseudoscientifico, ma non sarà mai una prova scientifica. Per quanto due persone dello stesso sesso possano accudire con zelo un bambino, gioco forza almeno uno dei due non avrà alcun legame genetico con il piccolo e altrettanto gioco forza nessuno potrà donargli il tesoro educativo racchiuso nello scrigno della complementarietà sessuale. Puoi circondare quel bambino di nonne e di zie, ma nessuna di queste potrà essere una madre. Sappiamo che l’essere umano ha una scorta di resilienza, ma non è una buona pratica confidare su di essa in maniera volontaria; gli sforzi compensatori non è detto che siano efficaci e comunque per riempire un vuoto c’è bisogno di togliere terreno da un’altra parte. La ricerca di migliore qualità attesta in parte maggioritaria che quando in casa non c’è il papà o la mamma i problemi tendono a crescere.

Grazie mille e in bocca al lupo!

Fonte: Notizie ProVita

 di SIlvana de Mari

 

 Nel marzo del 2012 ha fatto molto scalpore un dato rivelato da Ritanna Armeni, secondo la quale la violenza sulle donne "è la prima causa di morte in tutta Europa per le donne tra i 16 e i 44 anni".
Un paio di mesi dopo Barbara Spinelli, sul Corriere della Sera, aveva fatto una rivelazione simile: "La prima causa di uccisione [morte] nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l'omicidio (da parte di persone conosciute)".
Nel giugno dello stesso anno è intervenuta sul tema Rashida Manjoo, special rapporteur dell'ONU sulla violenza contro le donne, secondo la quale "[...] in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni di età".

A queste affermazioni se ne sono aggiunte innumerevoli altre.
La signora Boldrini parla di strage continua e appende drappi rossi.
La signora Cirinnà ha affermato a un corso di aggiornamento dell'ordine dei giornalisti ( settembre 2016) che padre e madre sono uno stereotipo e un pregiudizio e ha aggiunto che le donne assassinate da un uomo sono più numerose di quelle morte di cancro ( 77000).

Dio , in cui credo profondamente, mi dia testimonianza del fatto che la mia stima per le capacità cognitive delle suddette signore sta a un granellino di sabbia come il granellino di sabbia sta all'universo, ma nemmeno loro possono credere alla veridicità di questi numeri.

Per coloro che si siano persi le puntate precedenti le donne assassinate ogni anno sono circa 130, gli uomini assassinati 400, gli uomini suicidi circa 3200, non mille come ho scritto io sbagliando in un precedente post.

Le donne suicide sono circa 800 e il suicidio è doppio nelle donne sole.
L'emergenza di questo paese quindi è il suicidio, dovuto alla spaventosa situazione economica che strangola la gente, che obbliga uomini perbene a essere disoccupati, donne che vorrebbero essere madri a non osare farlo, famiglie a perdere la casa per pignoramento, imprenditori costretti a fallire per eccesso di crediti, anziani a cercare qualcosa nei cassonetti.

A sempre più pratiche mediche è stato tolto il carattere di gratuità: una di queste è la terapia antalgica per metastasi ossee e l'altra è la risonanza magnetica anche nei bambini a rischio di idrocefalo.

L'emergenza è il suicidio di un paese morto, assassinato e venduto che sta chiaramente morendo senza un futuro.

Perché hanno tutti mentito?
Perché si sono tutti inventati che l'emergenza è il femminicidio e i medici obiettori?
Per distrarre l'attenzione dal suicidio, dalla disperazione, dall'impossibilità di vivere, dai 12 miliardi di euro spesi in un'accoglienza indiscriminata che sta causando disastri e morti in mare, certo, ma non è solo questo.

Un regime per poter diventare in tutto e per tutto dittatoriale , anche a fronte di un'ancora apparenza di democrazia elettiva, deve scardinare di un popolo il passato e l'istituzione familiare.

Contro il femminicidio la vera sfida è il cambiamento culturale, hanno affermato i geni: quindi la nostra cultura non va bene, va cambiata, la scuola, gli insegnanti, persone che eseguono le circolari del ministero spiegheranno il maschile e il femminile: l'etica dei figli amministrata dallo stato, mi viene la nausea solo a scriverlo.

Quella che deve saltare è l'istituzione familiare, gli uomini che amano le donne, le donne che amano gli uomini.
Una volta saltata la famiglia un popolo diventa spazzatura, lo zerbino.

La vera violenza contro le donne è il suicidio.
La vera violenza contro le donne è una tassazione talmente atroce che impedisce di diventare madri.
La vera violenza contro le donne è la disoccupazione dei loro uomini.
La vera violenza contro le donne sono i miserabili 4 mesi di congedo per maternità, il dover tornare al lavoro quando il piccolo ha 4 mesi e ha un disperato bisogno di mamma.
La vera violenza contro le donne è la pornografia, la vera violenza contro le donne è la mostruosa nauseante filiazione di Vendola e Lo Giudice.

Giù le mani dai nostri uomini.
Giù le mani dalle nostre famiglie.
Giù le mani dai nostri figli.
Andate al diavolo.

 

da https://www.facebook.com/silvana.demari.5/posts/1794335464147600

 L’ideologia gender è contro l’uomo

La teoria gender si propone come passaggio dalla dualità sessuale (l’essere uomo maschio o femmina) al concetto di “genere”, termine aperto che abbandona la bipolarità sessuale degli esseri umani proponendo cinque generi: maschile, femminile, ermafrodita, omosessuale, transessuale. I sostenitori di questa teoria sostengono che le differenze tra uomo e donna siano il prodotto di culture e di epoche determinate, e che sia l’ambiente socio-culturale ad assegnare alle persone la loro identità sessuale.

La teoria gender sostiene infatti che l’identità sessuale della persona non è un dato naturale stabile e biologicamente determinato. Decide di non parlare di “sesso”, maschile e femminile, ma di genere, imponendolo come dato mutevole, come ruolo sociale fluido, dipendente dalla cultura, dalla società, ma ancor più dalla propria scelta individuale e dalla propria sensibilità. La femminilità e la mascolinità non sarebbero altro che costruzioni culturali indotte. Non ci sono le donne e gli uomini, esistono solo delle identità neutre che possono decidere, anche più volte nel corso della vita, l’identità sessuale da assumere.

Perché questa violenza contro la natura umana, contro la propria natura?

Le radici di questa battaglia e della teoria gender si trovano in un femminismo radicale, come anche in altre correnti politiche e filosofiche, che accusano la dualità antropologica umana -l’essere uomo e donna- d’esser la causa e l’origine dell’infelicità umana: bisognerebbe liberarsi di tutte le differenze, quindi anche quelle tra uomo e donna, per stabilire un’autentica uguaglianza tra gli esseri umani ed esser così liberi e felici.

Nasce l’idea dell’uguaglianza e di una libertà modellate sul corpo maschile, cioè su un corpo che non genera. Si tratta di una svalorizzazione o addirittura di una negazione della differenza sessuale, per assumere come oggetto del desiderio il ruolo pubblico dell’uomo, e come scopo politico l’assoluta parità sessuale e l’emancipazione.

Spiega la storica Lucetta Scaraffia: “La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea che l’uguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa fra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta uguaglianza- e quindi possibilità di felicità- a tutti gli esseri umani”.

L’ideologia gender nasce per tradurre operativamente questo pensiero: l’uguaglianza dei generi maschile e femminile.

Non la parità dei sessi, non la pari dignità di tutti gli uomini, bensì l’appiattimento e la cancellazione delle differenze naturali!

Le paladine del gender danno vita quindi ad un’agenda politica mirata a radicali mutamenti nella struttura della parentela, ai dibattiti sul “matrimonio” gay, alle condizioni per l’adozione e all’accesso alla tecnologia riproduttiva; si unisce così l’utopia della totale uguaglianza all’attraente possibilità di vivere secondo una scelta individuale senza limiti. Tanto che l’ultima frontiera sarà il genderQueer, ovvero la rivendicazione della libertà di non identificarsi con alcun genere o con più generi contemporaneamente o successivamente.

Si vuole una rivoluzione dell’ essere umano! Si vuole lo stravolgimento del suo rapporto con la propria stessa natura! Chi può credere che questo rifiuto di sé apra alla felicità?

E difatti l’azione dei teorici del gender non è condotta alla luce del sole, come dichiara Dale O’leary, medico, giornalista, scrittrice e ricercatrice in quest’ambito: “L’Agenda di Genere si muove tra le comunità non come un grande veliero, ma come un sottomarino determinato a rivelare il meno possibile di se stesso”. Quando Dale O’leary assistette alle Conferenze internazionali dell’ONU del Cairo nel 1994 e di Pechino nel 1995, scrisse: “L’ONU è popolato da persone che credono che il mondo abbia bisogno di meno gente; più piacere sessuale; l’eliminazione delle differenze tra uomo e donna; niente madri a tempo pieno. Per coloro che vedono il mondo in questa prospettiva, la conferenza di Pechino è stato un successo clamoroso. A Pechino si sono convinti di aver ricevuto il mandato di imporre la loro agenda a ogni famiglia nel mondo. Non sono abbastanza pazzi, tuttavia, da credere di poter vendere questa agenda alla gente comune. Pertanto l’Agenda di Genere viene proposta dentro un pacco farcito di retorica sull’uguaglianza e sui diritti, in cui si parla anche di famiglie, di salute e di giustizia

Tutto questo si sta realizzando sotto i nostri occhi!

Si vuole il superamento dell’“eterosessualità obbligata” per la creazione di un uomo nuovo, cui va riconosciuta la libertà di scegliere tutto di se stesso, la libertà di dare sfogo alla propria identità sessuale, alla propria libido e desideri egoisti, indipendentemente dalla sua natura, dalla sua sessualità biologicamente definita. E se la doppia sessualità viene abbandonata quale parametro ontologico dell’uomo, allora qualsiasi deviazione sessuale rispetto all’eterosessualità va intesa come normale: al momento si parla ancora di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, ma una volta normalizzate queste deviazioni si presenteranno altri scenari, e saremo costretti ad accettare pedofilia e poligamia.

Si tratta di mera ideologia: l’uomo non può essere svilito a tal punto.

La sessualità non può essere considerata un accidente, qualcosa che è aggiunto all’identità della persona, bensì è fondante l’identità della persona stessa.

Noi non nasciamo persona per poi assumere una sessualità, ma noi siamo maschi o femmina dal momento del concepimento: dal punto di vista genetico sin dal concepimento tutte le cellule dell’uomo, che contengono i cromosomi xy, sono differenti da quelle della donna, che contengono tutte i cromosomi xx. Il sesso genetico comporta tutta una serie di modificazioni a livello gonadico, fenotipico e anatomico, che fa sì che ogni singola cellula del corpo umano sia o maschile o femminile.

E’ quindi possibile affermare su basi empiriche e scientifiche che la differenza sessuale esiste in natura, e che non è frutto di una fittizia e arbitraria costruzione culturale. Sono proprio le differenze sessuali presenti negli individui che ci permettono di distinguere la realtà femminile da quella maschile. La dualità tra i sessi è un dato naturale. Ed è uno dei dati fondamentali dell’essere umano, nessuna corrente egualitaria potrà misconoscerlo. La dualità sessuale è il modo specifico dell’uomo di vivere nel mondo e di rapportarsi agli altri: secondo la propria mascolinità o la propria femminilità.

La dualità sessuale, contrariamente a quanto propinato dall’ideologia gender, non contraddice affatto la parità fondamentale tra i due sessi. Infatti uomo e donna hanno in comune la stessa natura umana: la dualità uomo-donna è una completa parità, se si tratta della dignità umana, ed una meravigliosa complementarietà se si tratta delle proprietà e dei compiti legati alla mascolinità e alla femminilità dell’essere umano.

Neanche le differenze psicologiche si possono annullare o attribuire completamente agli influssi socio-culturali. Non è la cultura che da sola costituisce la differente psicologia uomo-donna. La cultura può certamente accentuare certi ruoli, rafforzare alcuni stereotipi e indurre certi pregiudizi, ma non può creare la psicologia maschile e femminile.

Nemmeno nel caso di quei caratteri della mascolinità e femminilità dipendenti da una forma culturale si può dire che essi siano privi di valore. Tutte le culture hanno una divisione dei ruoli e di compiti, funzionale e necessaria. Quello che è non desiderabile non è la complementarietà dell’uno verso l’altro, ne’ l’alterità, bensì l’imposizione di una presunta superiorità di uno sull’altro, ingiustamente derivata dalle differenziazioni di ruoli. Lo stesso termine “ruolo” distorce il problema, dato che per il suo uso rimanda a qualcosa di artificialmente imposto alla persona; ma se lo sostituiamo con il termine più adatto “vocazione”, capiamo che in ciò che noi chiamiamo “ruolo” femminile e maschile, vi è qualcosa di profondamente autentico, personale, non artificiale, una chiamata ad essere ciò che si è. La persona è uomo o donna, e la sua vocazione personale nel mondo non potrà realizzarsi armonicamente se non accettando e valorizzando questo determinato e concreto modo di essere.

Vogliamo difendere un modello antropologico che valorizzi la complementarietà dei sessi, capace di spiegare che la distinzione uomo/donna non è un’etichetta fittizia. Solo così potremo ritrovare nella natura umana il fondamento dell’uguaglianza tra uomini e donne, contro il neutrismo sessuale imposto dall’ideologia gender, che non libera l’uomo ma lo imprigiona e lo svilisce!

 

Da La manif pour tous Italia 

 I vescovi italiani non hanno dubbi: gli attivisti gay entrano nei piani pastorali

 Se sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia quattro cardinali hanno espresso cinque “Dubia” (dubbi), vale a dire delle domande di chiarimento che vanno al cuore della fede cattolica, chi non ha assolutamente dubbi è la CEI, la Conferenza episcopale italiana.
Lo scorso fine settimana ha radunato ad Assisi oltre 500 responsabili diocesani di pastorale familiare per riflettere sulla Amoris Laetitia e individuare le linee pastorali in materia.
In realtà per i convenuti c’era ben poco da riflettere, solo prendere atto di ciò che i responsabili Cei avevano già deciso. E dietro tanti discorsi fumosi – così almeno appaiono dal resoconto della tre giorni pubblicato ieri da Avvenire – è chiaro che gli obiettivi sono due, i soliti: comunione ai divorziati risposati e promozione dell’omosessualità.

Per capire l’antifona bastano le poche citazioni riportare da Avvenire. Si deve passare dalla Familiaris Consortio alla Amoris Laetitia, dice ad esempio un poetico don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio famiglia della Cei: «Con le stesse note è stata scritta una musica completamente nuova». Tradotto vuol dire: scordatevi san Giovanni Paolo II. Monsignor Vincenzo Paglia, neo presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II sulla famiglia cade invece in un umorismo involontario quando dice – lui che ha ancora qualche guaio con le procure – che «non siamo più schiavi della legge ma figli della libertà della Grazia».

E poi c’è il teologo moralista Basilio Petrà secondo cui la «tradizionale posizione cattolica» non consiste nel «compiere sempre la norma come si dà oggettivamente», ma nel «fare ogni momento il bene che appare possibile e doveroso in coscienza»; così si «rimane in grazia di Dio, anche se oggettivamente non ci fosse coincidenza con la norma». Traduciamo in immagini: il comandamento dice “non commettere adulterio”, ma se in un dato momento non mi trattengo e mi concedo un’avventura o un’altra relazione resto comunque in grazia di Dio se ritengo che questo sia il massimo che riesco a fare. E lo stesso dovrebbe valere per il furto, l’omicidio e via dicendo. Una concezione che così espressa potrebbe creare qualche problema perfino ai protestanti, e che sicuramente scandalizzerebbe qualsiasi buon cattolico che abbia studiato appena un po’ di catechismo; ma per il professor Petrà questa è la tradizionale posizione cattolica. Complimenti.

Ma la questione più scottante riguarda l’omosessualità, ovvero la presentazione di testimonianze e linee pastorali di accoglienza che vanno nella esclusiva direzione dell’accettazione non delle singole persone, ma dell’omosessualità come tale, vissuta in realtà di coppia. E guarda caso a fare da mattatore insieme ad altri “testimoni” – di cui meglio riferisce Repubblica – c’era ancora quel padre Pino Piva, gesuita, già protagonista di una trasmissione alcuni mesi fa su Tv2000 che aveva scandalizzato molte persone per i suoi contenuti sfacciatamente pro-omosessualità e a favore di relazioni omosessuali di coppia. Qualcuno, benevolo o ingenuo, aveva detto che quel programma all’insegna di «l’importante è l’amore» era probabilmente un incidente, un errore di qualche redattore poco avvertito. Balle, il convegno CEI di Assisi dimostra che la strada che si vuole percorrere è proprio quella di legittimare i rapporti omosessuali come tali, una semplice variante della natura umana. E del resto, non è lo stesso Avvenire che per mesi – discutendo la legge Cirinnà – ha chiesto il riconoscimento delle unioni omosessuali basta che non siano parificate alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna?

Sia ben chiaro: qui non è in discussione l’accoglienza per la persona con tendenze omosessuali, che nella Chiesa – checché ne dica Avvenire e qualche papavero CEI – c’è sempre stata (chiedere ai tanti preti che passano ore e ore in confessionale). Ciò che prima non era accettata come normale e proponibile è l’omosessualità in quanto tale. E invece oggi è proprio questo che sta proponendo la CEI, e in tante diocesi ormai c’è una pastorale che consiste nell’incoraggiamento della associazioni Lgbt cristiane, che poi chiamano accompagnamento. Ma in questo modo si fa solo attivismo gay, non certo il bene delle persone con tendenze omosessuali. Tanto è vero che la CEI si guarda bene dall’invitare a incontri come quello di Assisi quelle esperienze di accompagnamento – vedi Courage o l’Associazione Lot di Luca di Tolve – che propongono percorsi che partono dal riconoscimento della sofferenza insita nella condizione di omosessualità, in sintonia con quanto anche si trova nel Catechismo. Ma figurarsi se di questi tempi può essere proponibile il Catechismo: direbbe monsignor Paglia che «non siamo più schiavi della legge».

(Riccardo Cascioli per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-vescovi-italiani-non-hanno-dubbigli-attivisti-gay-entrano-nei-piani-pastorali-18066.htm )

Argomento: Chiesa

Il PM, terminate le indagini e non avendo ritenuto sussistenti gli elementi per esercitare l’azione penale, ha chiesto l'archiviazione del procedimento a carico del fondatore dei Frati Francescani dell'Immacolata. Ottima notizia.

Attendiamo ora la decisione del GIP e speriamo che accolga la richiesta dell'Ufficio del Procuratore per vedere definitivamente prosciolto p. Manelli.

E' stato scritto a proposito:
"Il castello di accuse contro Padre Manelli era assurdo ed inverosimile. 
Paradossale, incongruente e perciò falso. 
Tuttavia è stato difeso da pochi, e dentro la Chiesa nessuna parola si è alzata da un solo Vescovo a sua difesa, almeno per chiedere verità e giustizia.
 Appariva agli occhi del clericalismo dominante un reietto.  
E' stato difeso dal Signore e dalla Madre di Dio, l'Immacolata che il padre Manelli immensamente ama, che hanno istillato nei loro figli, fedeli cattolici di tutto il mondo, laici e semplici religiosi e sacerdoti, la difesa del verità e della giustizia e la riconoscenza verso la Congregazione a cui ha dato vita.
A volte è sembrata una causa persa, di fronte alla macchina da guerra ordita contro di lui ed i FFI. 

Bisognerà riflettere su chi e cosa ... ha ordito questa macchinazione e perché".

Quando finirà la persecuzione contro i frati dell'Immacolata?  
Preghiamo per " I veri sacerdoti - P.Manelli lo è - che sono malvisti e di peso nell'attuale temperie storica, nella Chiesa invasa, in punti chiave, dai modernisti e da chi ha fatto e intende portare avanti il compromesso col mondo e con i suoi poteri forti ". 

"Non vorrei mai che alcuno pagasse per le calunnie e per il dolore inferto a P.Manelli, ai Frati e alle Suore Francescani dell'Immacolata : vorrei che se ne pentisse, ad maiorem Dei gloriam, non a gloria di Padre Manelli" 

AC



PADRE MANELLI: ARCHIVIATE LE ACCUSE CONTRO IL FONDATORE DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA 


di Marco Tosatti 
 
 
Archiviate le accuse contro padre Stefano Manelli, il fondatore dei Frati Francescani dell’Immacolata. 
Dopo circa un anno di indagini, il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Avellino, Sost. Dott. A. Del Bene, ha chiesto l’archiviazione del
procedimento nei confronti del religioso, il cui ordine é ancora commissariato, senza che sia stata data dopo anni, una motivazione valida da parte della Congregazione per i religiosi. 
 
Padre Stefano Manelli, nel recente passato era stato oggetto di una campagna di stampa particolarmente virulenta, e che sembrava in realtà mossa e ispirata da qualcuno all’interno del suo ordine religioso.
 
Accuse a effetto, dichiarazioni scandalistiche di ex suore, perfino il sospetto di un assassinio; la saga dei Francescani dell’Immacolata non si era fatta mancare nulla, e c’era stato nei mass media chi aveva seguito forse con troppo entusiasmo e senza grande spirito critico la marea interessata delle accuse. 
 
Adesso che la magistratura, con la richiesta di archiviazione, fa giustizia della campagna che potrebbe essere giudicata diffamatoria, emerge che il fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, è stato ingiustamente accusato di aver leso l’integrità fisica e morale delle suore del convento di Frigento compiendo atti di violenza sessuale e di maltrattamenti nei confronti delle stesse. 
 
Le persone a lui vicine commentano che “L’esito delle indagini ha fatto chiarezza sulle “ipotesi di accusa” restituendo giustizia e dignità a Padre Stefano Mannelli da tempo oggetto di calunniosi e diffamatori attacchi amplificati dagli organi di stampa”. 
 
E ora che la magistratura si è espressa, che sembra che padre Manelli non abbia stuprato, maltrattato e ucciso nessuno, torna la domanda, da porre alla Congregazione per i religiosi, al suo Prefetto, e al suo Segretario: che cosa ha fatto padre Manelli; e che cosa hanno fatto i Francescani dell’mmacolata per essere trattati con tanta durezza? 
 
La cronaca, nella sua ironia, ha voluto che la notizia dell’archiviazione giungesse proprio alla it.)fine dell’anno della Misericordia… 
Argomento: Chiesa

 Le parole di uno scrittore, esule in Italia da oltre vent'anni, ci siano di monito prima di cantare vittoria.
 Più sotto una testimonianza di un redattore utile ai vacanzieri.
 Infine un link commovente: una star internazionale, nata a Cuba, incoraggia i connazionali cubani fuggiti su zattere (balseros) con un concerto a Panama. Anche la salsa, che riempie il cuore di ogni amico di questo nobile popolo, può essere triste quando parla della libertà negata: https://www.youtube.com/watch?v=UytjTXU-jtM

 

La morte di Fidel Saturno Castro

di Carlos Carralero

 

La morte reale e la morte annunciata molte volte del Saturno cubano mi produce certo sapore amaro, lo confesso.

La notizia peggiore è che è morto nel suo letto nella sua casa-ospedale CIMEQ (Centro di Ricerche Medico - Chirurgiche ), che ha impiegato migliaia di ore e milioni di dollari per allungare il respiro del fantasma di Saturno in versione tropicale, senza che prima, questi sia stato processato da un tribunale per crimini all'umanità.

Io particolarmente potrei saltare di gioia perché ho sopravvissuto la sua crudele dittatura, però, io non sono di questa natura. Questo non è il mio stile. Nonostante il sacrificio di coloro che hanno trascorso molti anni in carcere, piantati sulla loro dignità, i morti, gli anziani ancora vivi che generosamente testimoniano gli orrori generati dal Saturno cubano, mi produce un sapore amaro, sapere che in 58 anni, l’esilio che ha avuto risorse a tale obbiettivo, non sia riuscito a legittimare l’Esilio cubano.

Lasciamo comunque anche questo particolare alla storia, perché alla storia, a gran voce, molte volte urlando ho chiesto di venire a concedermi un poco di ragione.

Ha smesso di emettere il veleno che emanava il suo ego in ogni ossigenazione delle sue cellule, l'uomo che più danni ha creato a Cuba.

Offro alcuni argomenti inconfutabili a tale proposito.
Una rivoluzione che, prima, durante e dopo ha prodotto migliaia di morti, tra cui mio padre.
Una rivoluzione (con le gambe: le persone hanno vissuto nella confusione di vedere in un corpo creatore di falsa retorica e propaganda asfissiante, l’astratta immagine del fantasma della rivoluzione) che nel 1959, ha trovato un paese già inserito nel gruppo di decollo economico delle nazioni, secondo i parametri stabiliti dall’economista e storico nord americano W. Rostow W.
Una rivoluzione che ha prodotto un esilio e diaspora, equivalente addirittura a un terzo della popolazione del paese.
Una rivoluzione che ha esportato guerre dal Centro America e dallo stesso 1959 fino allo Yemen, passando per Africa e il Medio Oriente.
Una rivoluzione la quale con i peggiori eufemismi e la censura ha negato, unico Stato nella storia, per 58 anni, di avere un’opposizione: sono tutti criminali, se si tratta di persone umili, mercenari, gli intellettuali o professionisti.
Una rivoluzione come non si è mai visto che ha separato centinaia di migliaia di famiglie, che li separa anche nelle proprie case; il Castrismo è stato un centro per la generazione di odio.
Una rivoluzione fantasma che è finita subito, nello stesso 1959, con le proprie immagine, definizione ed essenza, a partire delle esecuzioni, persecuzioni e prigionia, ma il suo fantasma ci ha perseguitato per più di cinque decadi.

Castro è stato nella sua lunga – e lunga perché ha torturato a tutti noi in modi diversi è una personalità mostruosa per le sue caratteristiche - una macchina di potere, senza scrupoli e pieno di invidia, e questa, genera il peggiore degli odi.
Qui trovò Castro ecco nell’argentino Che Guevara e i suoi seguaci, in tutto il mondo, nell'Islam fondamentalista e i milioni che nel pianeta soffrono di pregiudizi ideologici che si trasforma in invidia e questa a sua volta in odio: carta di trionfo e strumento di Castro nella guerra contro gli americani, odiati velata o apertamente da milioni di persone in tutto il mondo a causa delle loro passioni basse che hanno perso l’obiettività che deve avere un vero e proprio essere umano: la giustizia e l'imparzialità davanti al male dovunque esse appaia.
Suggerisco il mio libro Fidel Castro. L'abbraccio letale, vi troverete nel dettaglio alcune delle argomentazioni qui espressi.

La morte di FC è stata annunciata dall’erede della dinastia, il fratello Raul, l giorno 26. Il 26 novembre, 2016. Il ventisei anni, doppio del 13: entrambe le date sono state utilizzate da Castro decine di volte nella storia per eseguire manovre: una coincidenza o una causalità? Questo argomento appare nel capitolo V del mio libro. Fidel Castro. L'abbraccio letale

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Le ferie? Fatele a Matanzas!

 

1. Occhiali da sole per… non vedenti

Chi va a Cuba per ferie, di solito cerca il sole e il mare. Capita però che, una volta sul posto, magari mentre fa il bagno, sia incuriosito da alcuni strani comportamenti – come il sentirsi proporre le treccine ai capelli perché “non ho il permesso per farle a riva” -, e inizi a farsi domande sulla vita quotidiana a Cuba.
Già: a Cuba non si lavora senza permesso statale ma, purtroppo, la sua esperienza del vissuto quotidiano cubano si limita a qualche scambio di battute con il barista, il cameriere o con il giardiniere che furtivamente e con timore gli propone una noce di cocco per un “peso convertibile” (CUC). Insomma, accade che il turista non si renda conto di venir collocato in un’oasi artificiale, resa il più possibile simile al suo stile di vita, ma del tutto diversa da quello degli abitanti dell’isola.
Eppure, il primo dubbio dovrebbe venirgli appena sceso dall’aereo, quando ha bisogno di comprare una qualunque cosa: il turista deve usare il “peso CUC”, che è proibito al cittadino cubano. Non si tratta solo di un modo con cui il regime lucra sul cambio valuta, ma anche di un sistema per controllare i suoi movimenti sull’isola e gli extra dei cubani che sono a contatto con i turisti.
Forse nemmeno ci si accorge che in ogni Hotel, anche partecipato da società estere, vi sono tre tipologie di vigilanza: personale che gira – anche in spiaggia – in camicia bianca, cravatta e telefono di servizio; polizia di Stato stanziata nei paraggi dell’Hotel che interviene in pochi minuti su richiesta degli uomini in camicia bianca; polizia segreta mescolata al personale di servizio, con compiti soprattutto di sorveglianza del personale.
Ma tant’è: la bellezza del luogo, l’amabilità degli isolani e il pensiero delle meritate ferie non permettono al turista di cogliere immediatamente tanti particolari significativi, come quello del passaggio attraverso un apparente casello autostradale, che è in realtà un posto di controllo per identificare chi accede alle cittadine costruite per noi “capitalisti”, dal costo inarrivabile per un cubano che non sia membro della Nomenklatura, un campione sportivo o simili.
Iniziamo allora dalla parte a mio avviso meno importante: quella economica.

 

2. Non povertà ma miseria

Il Pil procapite potete trovarvelo in rete: Cuba è subito dopo la Bolivia (socialista) e prima dell’India (socialista)... siamo quasi ai livelli di Haiti.
I cubani hanno in pratica tutti lo stesso salario, corrispondente a ca. 25 euro mensili, che sono sufficienti ad acquistare i generi di prima necessità. La settimana lavorativa è quasi per tutti di 6 giorni per 8 ore.
La quasi totalità del popolo vive, insomma, non in povertà ma nella miseria, con la sola eccezione di chi riceve mance dai turisti, che fanno davvero cambiare la qualità della vita. Così, ingegneri, medici, ecc. fanno a gara per fare i barman o i camerieri: uno dei pochissimi reati che un cubano compie è quello di “rendere inabile” chi lo precede nella graduatoria statale per quel tipo di lavoro.
Tuttavia, chi non vuole vedere obietta: “ma non hanno spese, è tutto pagato dallo Stato!”. Certo, ma con che qualità della vita?
Lo stupore di un sedicenne canadese che si trova circondato da tre bellissime e sculettanti quattordicenni locali la dice lunga: sposare lo straniero è il modo più facile per uscire dalla schiavitù socialista.
Persino nella capitale, città quasi senza controlli, basta aggirarsi un’oretta per rilevare le condizioni di degrado e schifo delle “case per tutti” promesse dal socialismo.
Restiamo all’Avana, mercati ortofrutticoli centrali; solo quattro i prodotti in vendita su tutti i banconi: zucca, avocado, banane e lime (quasi tutto marcio).
Non volete sporcarvi le Nike camminando per i vicoli de La Habana Vieja? Basta togliersi gli occhiali da sole mentre si viaggia sul Bus “dorato” per turisti per notare che la “casa per tutti” è spesso fatta con la cassetta della frutta. Ancora: solo due case su tre hanno (ancora!) la cisterna d’acqua di cemento sul tetto e tre su quattro l’antenna della televisione. Non parliamo poi dei paesi dell’interno, come Cardenas, in cui alcuni “turisti non-standard” non hanno nemmeno avuto il coraggio di scendere dal taxi.
Ah, già: i trasporti. A Cuba non c’è il problema del parcheggio e del traffico: quasi nessuno ha un’auto propria (1). I bus sui quali siamo costretti a viaggiare noi turisti – per la paura di essere scoperti non ci hanno fatto salire sul bus per operai neanche alla vista di qualche bella banconota – per i cubani hanno un prezzo stellare: il socialismo, per loro, ha le “guaguas”, dei vecchi omnibus dei tempi dell’Urss sul quale la gente viene accatastata come bestie. Le ferrovie risalgono all’epoca di Batista ma non vengono utilizzate, più sotto scoprirete il perché.
Per l’istruzione: ho udito un coraggioso parroco cattolico chiedere quattro volte durante l’omelia domenicale “sanità e istruzione conformi alla dignità umana”. E’ vero che l’istruzione è gratuita ma una volta conseguito il titolo, il giovane deve restituire allo Stato tutti i costi sostenuti con parte del proprio stipendio, anche per 8-10 anni.
Per la sanità: avendo bisogno di un antistaminico (Dexclorfeniramina, Made in India) e di un integratore salinico (Suero oral, Made in El Salvador) siamo volutamente andati a comprarli in un villaggio: siamo stati serviti subito, ma abbiamo ben notato cinque povere anziane sedute a 40° all’ombra con l’85% di umidità che venivano ignorate dalle farmaciste. Il socialismo non riesce nemmeno a fabbricare le medicine!

3. Cuba libre.

E’ un cocktail che si prepara con Rum bianco, lime e Cola (la Coca Cola è proibita, così come ogni prodotto made in Usa). Non è di questa “libertad” che voglio parlavi, ma di Cuba schiava: se siete cubani residenti nella Regione di Matanzas e volete andare a visitare una Regione limitrofa, dovete presentarvi venti giorni prima alla stazione delle guaguas con la carta d’identità, subire un interrogatorio, fare la prenotazione e tornare dopo due settimane per vedere se vi lasciano acquistare il biglietto.
Invece, i turisti possono uscire dalle loro “oasi artificiali” per visitare l’isola, ma le escursioni riguardano soltanto grossi centri e, di questi, alcuni punti ben limitati e definiti. Tutte si svolgono sotto la guida di personale ben istruito nei dogmi e nella storia della chiesa socialista.
Così, non ho faticato a convincere la mia buona moglie ad evitare le escursioni e – approfittando del fatto che sono madrelingua spagnola e che spesso vengo scambiato per indigeno – a visitare qualcosa di “non previsto”. Non voglio essere troppo anti socialista e perciò non vi parlerò di Heredia in Camaguey, ma dell’importante e storica Matanzas (sì, proprio la città natale di Celia Cruz), capitale di una delle tredici Regioni in cui è divisa l’isola: 150.000 abitanti a soli 90 Km da La Habana, raggiungibile addirittura via autopista.
Va detto che tutto quanto sopra già descritto (ad es. le vecchie cisterne per l’acqua) si applica ovviamente anche a questa grossa città.
Aggiungo che, a Matanzas, manca la corrente elettrica per sei ore ogni giorno.
Non abbiamo visto locali con aria condizionata, c’erano 38° con l’80% di umidità.
Non abbiamo visto alcun impianto di aria condizionata: i più derelitti dormivano buttati come cani sull’asfalto stradale o negli androni delle case. Se dalle Avenidas principali ci si avventura nelle stradine laterali si è nel massimo degrado: certo, oltre alle case fatte in lamiera o con le cassette della frutta, ve ne sono anche in mattone, ma risalgono all’epoca di Batista e – probabilmente per non aver avuto alcuna forma di manutenzione – sono fatiscenti. Ma abitate.
Peraltro, nei primi mesi dopo il colpo di Stato socialista del 1959, il regime espropriò tutte le proprietà private e solo alcuni anni dopo restituì alcune case confiscate. Così, esiste ancora chi possiede una propria abitazione, ma deve pagare allo Stato l’affitto per i primi venti anni ed ogni passaggio di proprietà, anche per eredità.
Vi è un unico negozio che vende abiti occidentali: si può entrare in due alla volta e fuori c’è una coda di circa 80 persone. Così, un anziano occidentale firmato Armani, nel miglior ristorante di Matanzas, trova la facile compagnia di due bellissime, una bionda e una mora.
Coda pure in farmacia, mentre è certo che i detenuti non hanno diritto all’assistenza sanitaria.
Nessun negozio di frutta e verdura; supermercati sporchi e infestati dalle mosche con solo una ventina di prodotti in vendita.
A Matanzas non abbiamo trovato nessuna edicola per acquistare l’unico periodico in vendita nell’isola: il mitico Granma (2).
Non esiste alcun internet café. Esiste però la possibilità di utilizzare gratuitamente – per un’ora al giorno e sotto sorveglianza – dei vecchi computer (senza accesso ad internet) per imparare ad usarli.
La televisione non l’hanno tutti, ma nei locali pubblici (quando c’è corrente elettrica) si possono vedere i tre canali statali e i due canali che trasmettono in lingua cinese la storia e la cultura del nuovo “grande paese amico”: non è possibile vedere nemmeno la sinistrorsa CNN, né inglese né spagnola. Esistono anche reti televisive e radiofoniche locali, tutte sotto il controllo statale.

4. La Chiesa.

Giovanni Paolo II ha ricevuto Fidel Castro in Vaticano nel 1996 e ha ricambiato la visita nel 1998.
Purtroppo, poco tempo dopo, la Segreteria di Stato ha praticamente taciuto su tre fucilazioni e sulle condanne al carcere di 75 dissidenti a Cuba. Si è anche verificato uno scandaloso episodio, nel marzo 2003, di una decorazione fatta al terrorista Fidel Castro da parte della badessa dell’Ordine di Santa Brigida, con il suo contorno di baci e abbracci, sotto gli occhi della televisione cubana e del Cardinale Crescenzio Sepe.
La Chiesa Cattolica è, insomma, fortemente limitata nella sua pastorale: purtroppo abbiamo visto le chiese frequentate principalmente da donne di etnia ispana (le popolazioni nere pare siano progressivamente tornate alla stregoneria della “santeria”). A La Habana viene pubblicato un bollettino pastorale di commento al Vangelo della Messa domenicale, ma arriva nelle parrocchie della Regione di Matanzas dopo settimane.
Il clero ha scarsi strumenti di formazione ma ad alcuni è permesso di andare a studiare all’estero: sebbene sia comunque teologicamente confuso, ha ben chiara la condizione di schiavitù in cui versa il suo gregge e quando parla, parla chiaro e con coraggio.
Alcune chiese vengono restaurate dal regime, come la Chiesa di San Francesco il nuovo de La Habana: espropriata nel 1966 assieme al convento dei francescani, venne restituita nel 1988 (senza però il convento, che il regime si è tenuto). Ora i Padri vivono fuori città. Il regime ha anche permesso l’ingresso di due conventuali sardi, assegnando loro gratuitamente un’abitazione: ricevutala diroccata, è abitabile dopo quattro anni con lavori pagati dagli stessi Padri.
La Cattedrale di Matanzas è in rovina, chiusa da anni “per manutenzione”: al contrario le tre logge massoniche di Matanzas – compresa la gigantesca La Verdad – sono vuote, ma in perfetto stato per la ottima manutenzione. Stesso discorso per la maestosa sede del Grande Oriente Cubano, proprio di fronte alla Chiesa del Sacro Cuore de La Habana.

Concludo. Come a voi, capita anche a me di avere colleghi filo socialisti e altri più ingenui i quali sostengono che il socialismo sia finito: diciamo loro di fare le prossime ferie… a Matanzas!

David Botti
13 agosto 2010, nell’84° compleanno del terrorista Fidel Castro

Bibliografia in rete:
1) http://tinyurl.com/34ybulk
Armando Valladares, Contro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe. Dal fondo delle carceri di Fidel Castro
2) http://tinyurl.com/387od4v
Massimo Caprara, Che Guevara sconosciuto
3) http://tinyurl.com/castroguevara
Stefano Magni, Dalla dittatura di Castro e Che Guevara solo morte e povertà
4) http://digilander.libero.it/cubanos/
Profughi cubani, Prigionieri politici in sciopero della fame sparpagliati in prigioni diverse

Note.
(1) Il socialismo è inefficiente anche nella tecnologia; la dipendenza che un tempo era verso l’Urss ora è verso la Cina socialista: tutte le vecchie auto sono Usa degli anni Cinquanta o Lada degli anni Sessanta. I nuovi mezzi di trasporto sono quasi tutti Yutong e Geely.
(2) Il Granma prende il nome dalla Regione in cui Fidel Castro e altri 82 terroristi, sbarcando nel 1958 da uno yacht, diedero inizio alle stragi che portarono il socialismo al potere. Il numero dell’11-8-2010 dedica tutta l’ultima pagina (in tutto stampa sei pagine in formato A3) ai brillanti sforzi dei tecnici di Pinar del Río, che riescono quotidianamente a riparare ben 40 delle nuove cuocitrici multifunzione che il regime ha dato in sostituzione delle vecchie cucine a gas liquido e cherosene: peccato che si rompano tutte. Il progresso socialista colpisce anche in cucina!

 SCUOLA/ Addio autonomia: così la riforma costituzionale accentra tutte le competenze

 

Non sempre il dibattito sul referendum costituzionale si svolge con oggettività e competenza, come invece ha giustamente invocato, in più occasioni, Luciano Violante. Da questo punto di vista il documento predisposto dalla Fondazione per il Sussidiarietà ha il merito di avere avviato un equilibrato dibattito. Ma non sempre l'esempio è stato seguito, sia dai sostenitori del Si che da quelli del No. Spesso, soprattutto sui siti internet, circolano anche affermazioni infondate, a volte dovute a semplice disinformazione, che non trovano riscontro nel testo della riforma.

Ad esempio, si è sostenuto che la riforma porterebbe ad un pieno rilancio dell'autonomia scolastica e potenzierebbe la possibilità per le Regioni di innovare autonomamente nel campo dell'istruzione e della formazione professionale. Ci si appoggia, in questa affermazione su alcuni articoli del nuovo testo. Più precisamente, sull'art. 117, II comma, che fra l'altro assegna alla competenza esclusiva statale "/n) disposizioni generali e comuni sull'istruzione; ordinamento scolastico/"; sull'art. 117, III comma "/Spetta alle Regioni la potestà legislativa … salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche, in materia di servizi scolastici, di promozione del diritto allo studio, anche universitario/"; sull'art. 116, III comma "/Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui all'articolo 117, secondo comma, …. o), limitatamente alle politiche attive del lavoro e all'istruzione e formazione professionale/".

Alla luce di queste disposizioni introdotte dalla riforma costituzionale si prefigurerebbe — si sostiene — una nuova fase per l'autonomia scolastica e per la legislazione regionale.

L'affermazione è però priva di fondamento. Le cose non stanno in questi termini e un semplice confronto con l'attuale testo lo dimostra con chiarezza. Il sistema del riparto delle competenze in materia di istruzione, infatti, si compone oggi dei seguenti articoli. L'art. 117,
II comma, che assegna allo Stato la competenza esclusiva su "/n) norme generali sull'istruzione/"; l'art. 117, III comma, che aggiunge: "/Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: …. istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale/" (per la formazione professionale quindi, per l'effetto congiunto dell'esclusione dalla potestà concorrente e della clausola di residualità del IV comma dello stesso art. 117 Cost., è riconosciuta una competenza primaria alle Regioni). Dal confronto tra il nuovo e il vecchio testo si dimostra quindi, con tutta evidenza, che già quello attuale riconosce l'autonomia delle istituzioni scolastiche e che quello novellato si limita a riprodurne semplicemente l'affermazione.

Per quanto riguarda poi le competenze regionali non sembra cambiare nulla nella sostanza, posto che lo Stato oggi ha competenza riguardo alle norme generali e ai principi fondamentali (perché alle Regioni è assegnata una competenza concorrente) e domani allo Stato rimarrebbe assegnata la competenza sulle norme generali e comuni in materia di istruzione.

Del tutto infondata è poi l'affermazione che la riforma aumenterebbe le possibilità di differenziazione. Il testo attuale dell'art. 116, III comma, già prevede infatti la possibilità per le Regioni di ottenere competenze ulteriori sia riguardo alle norme generali sull'istruzione, sia riguardo alla legislazione statale recante i principi fondamentali.
L'attuale art. 116, III comma Cost. infatti recita: "/Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 /[cioè tutte le materie concorrenti e quindi anche la materia istruzione] /e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) /[ norme generali sull'istruzione] /e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato …/".

Anche su questo punto, dal confronto tra il vecchio e il nuovo testo, quindi, emerge che non cambia nulla. Anziché un potenziamento, quanto piuttosto una decisa trasformazione /in peius/ della posizione costituzionale delle Regioni anche nella materia dell'istruzione, si evidenzia, invece, considerando che a favore dello Stato la riforma fa militare la clausola di supremazia di cui al nuovo art. 117, IV comma: "/Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale/".

Si tratta della cosiddetta clausola di supremazia, emblematicamente definita dalla dottrina come "clausola vampiro", che consentirà alla legge dello Stato di travalicare — semplicemente invocando la sussistenza di un interesse nazionale (/id est/ dell'indirizzo politico della maggioranza) — qualsiasi competenza regionale, comprese quelle in materia di istruzione: altro che fermarsi alla statuizione di norme generali e comuni!

Anche sopra i modelli regionali virtuosi la riforma fa quindi pendere quindi la spada di Damocle di un deciso riaccentramento di competenze: considerando le ataviche tendenze del nostro legislatore nazionale, troppo spesso propenso allo statalismo e fare di ogni erba un fascio, c'è poco da stare tranquilli.

 

Luca Antonini, per il Sussidiario.net, http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2016/9/7/SCUOLA-Addio-autonomia-cosi-la-riforma-costituzionale-accentra-tutte-le-competenze/722063/

Argomento: Socialismo

 “Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle [...]

Il principio di sussidiarietà protegge le persone dagli abusi delle istanze sociali superiori e sollecita queste ultime ad aiutare i singoli individui e i corpi intermedi a sviluppare i loro compiti”.

(COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, nn. 186-187, Lev, 2004)

 

Il principio di Sussidiarietà nella riforma costituzionale

 

art. 55: La Camera diventa unica titolare del rapporto di fiducia col Governo, della funzione di indirizzo politico, funzione legislativa e del controllo dell’operato del Governo.
art. 57: I senatori passano da 315 a 100, non sono più eletti dal popolo ma 95 NOMINATI dalle regioni e 5 dal Presidente della Repubblica.

art. 70-71: Il Senato NON sarà più titolare di funzione legislativa eccetto che le leggi costituzionali, le leggi elettorali, le leggi di attuazione delle politiche locali ed Europee.
La riforma lascia irrisolto il nodo – significativo per quanto attiene alla sovranità – della permeabilità del nostro ordinamento a norme sovranazionali provenienti dall’Unione Europea e che spesso sono in contrasto con la storia, le tradizioni, la cultura e talora con la legislazione del nostro Paese.

art. 70, c. 3: Il Senato potrà esaminare i disegni di legge approvati dalla Camera ove ne faccia richiesta e può, entro 30 gg, chiedere alla Camera di introdurre modifiche, che la Camera potrà rifiutare senza tenerne alcun conto. Il Senato potrà anche proporre un disegno di legge alla Camera, la quale potrà ignorarlo.

art. 72, c. 7: Il Governo potrà, in alcuni casi, imporre alla Camera la trattazione prioritaria di quei disegni di legge che siano definiti dal Governo come “essenziale per l’attuazione del programma”. Tali disegni di legge governativi avranno automatica priorità su tutto il calendario parlamentare e dovranno esser decisi entro 70 giorni. In poche parole il Governo potrà determinare in via assoluta il calendario dei lavori del Parlamento. Resta il decreto legge: strumento ampiamente usato (ed abusato) da parte dei governi (tutti) e capace di imporre atti aventi forza di legge senza il preventivo assenso del Parlamento.

art. 71, c. 3: Le proposte di legge di iniziativa popolare dovranno esser presentate da 150 mila elettori (oggi ne bastavano 50 mila).

art. 83: Il Presidente della Repubblica sarà eletto dai soli deputati e senatori (prima anche dai delegati regionali), con minore partecipazione alla scelta del Capo dello Stato. Anche il quorum sarà significativamente abbassato dal 7° scrutinio, passando dall’attuale “maggioranza assoluta” dell’assemblea ai 3/5 dei votanti.

Oggi il Presidente viene eletto da circa 1005 grandi elettori e, per l’elezione fino al terzo scrutinio, servono almeno 503 voti. Dopo gli elettori saranno 730 e – considerando il numero legale pari alla metà più uno degli aventi diritto basteranno 220 voti.

art. 114: Verranno soppresse le province

art. 117: Le regioni perderanno la potestà legislativa concorrente e vedranno limitata la potestà legislativa esclusiva a pochissime materie di limitata importanza (minoranze linguistiche, mobilità interna, attività culturali locali, promozione locale turismo). In ogni caso il Governo centrale potrà intervenire anche in queste materie invocando l’interesse nazionale, cioè ogni volta che vorrà (clausola di supremazia).

È vero che la legislazione concorrente stato-regioni ha causato numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale per la rispettiva attribuzione degli ambiti di competenza, ma è altrettanto vero che le specifiche funzioni legislative sono ormai equilibrate e stabilizzate. Metter mano ora nella direzione di un rinnovato centralismo e una nuova stagione di ricorsi alla Consulta, è tradire definitivamente gli ideali della dottrina sociale della Chiesa Cattolica che da sempre ha posto l’accento sulla sussidiarietà orizzontale e verticale. Il potere rischia così di allontanarsi definitivamente dalla gente.

Argomento: Socialismo

 Assoluzione da aborto,ecco perché cambia

di Claudio Crescimanno, per LNBQ 22-11-2016

 

Tra le disposizioni contenute nella Lettera apostolica Misericordia et Misera, pubblicata il 21 novembre, quella che avrà l’effetto più risonante è certamente l’estensione in modo stabile a tutti i confessori della possibilità di assolvere il peccato di aborto procurato e contemporaneamente di rimettere la scomunica latæ sententiæ ad esso legata.

Il provvedimento, infatti, era già stato preso all’inizio del Giubileo straordinario, un anno fa, come misura altrettanto straordinaria, per favorire il ricorso più ampio possibile di tutti i fedeli al sacramento della confessione e favorire così quella generale purificazione dalle colpe del popolo cristiano, che è il senso ultimo di ogni Anno santo. Ora questa concessione viene estesa ad ogni sacerdote che confessa. Il cambiamento è molto importante: vediamo dunque di capirne meglio la portata con l’aiuto di qualche domanda e relativa risposta, speriamo, chiarificatrice.
 

1) Fino ad un anno fa il peccato di aborto non veniva assolto?
Ovviamente sì, veniva assolto, è logico. Non c’è colpa per quanto grave, che non possa essere perdonata, quando colui che la confessa è sinceramente pentito, pronto a correggersi e disposto a compiere una penitenza proporzionata.

Però comportava delle restrizioni. Per semplificare, poniamo il caso di colui o colei che (sino ad un anno fa) si presentava al confessionale e, tra le altre cose, si riconosceva colpevole di aver compiuto un aborto. Precisiamo che il peccato coinvolge a pieno titolo sia la donna che lo ha compiuto, sia i familiari che l’hanno incitata ad esso, sia il personale medico che ha cooperato direttamente alla sua realizzazione, sia i politici che lo promuovono.

A questo punto il confessore non poteva che ricordare a questa persona la gravità del peccato commesso (o favorito) e delle sue conseguenze, tra le quali il fatto di essere incorsa nella scomunica. Doveva inoltre – eccoci al punto – spiegarle che per essere assolta da questo peccato e contemporaneamente essere sciolta dalla scomunica annessa doveva rivolgersi ad alcuni sacerdoti autorizzati: il vescovo diocesano, il suo vicario generale, il canonico penitenziere della cattedrale e altri ancora incaricati ad hoc. Il ricorso ad uno di questi sacerdoti poteva essere fatto in due modi: o il penitente andava personalmente al più presto da uno di questi sacerdoti e ripeteva la confessione; oppure il confessore lasciava in sospeso la confessione in corso, ricorreva lui stesso ad una delle figure sopra elencate (naturalmente fatto salvo il segreto circa l’identità del penitente in questione) e, ricevuta l’autorizzazione, invitava il penitente a tornare per impartirgli l’assoluzione con relativa remissione della scomunica.

È evidente che questo procedimento rendeva più laborioso ricevere l’assoluzione di questo peccato. Ma questo non significa in alcun modo che si volesse porre ostacoli al perdono: molti anni prima che ci fosse un giubileo intitolato alla misericordia di Dio, già il Catechismo della Chiesa Cattolica assicurava che, ponendo delle regole per l’assoluzione di questa colpa, “la Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. (Ma piuttosto) essa mette in evidenza così la gravità del crimine commesso” (n. 2272)

2) Perché era stata posta la necessità di ricorrere a sacerdoti appositamente incaricati? Forse perché la scomunica rende più grave il peccato?

Il delitto dell’aborto procurato è un peccato mortale e nulla può rendere un peccato mortale più grave di quanto già sia. Il peccato mortale è la cosa più grave in assoluto sulla faccia della terra e oltre ad esso non c’è nulla.

Sarebbe poi assurdo che la Chiesa intervenisse per rendere più grave una cosa già mortalmente grave! Il compito della Chiesa è combattere il peccato non certo ‘aggravarlo’. 

Il senso di una censura ecclesiastica, dunque, non è quello di peggiorare una situazione di peccato, ammesso e non concesso che sia peggiorabile; il senso è, al contrario, quello di rendere più evidente la gravità di un peccato in modo da mettere in guardia coloro che non lo valutano adeguatamente per ciò che è.

3) Allora perché l’Autorità della Chiesa aggiunge la scomunica?

La scomunica è un’aggravante non sul peccato, ma sul peccatore, in quanto gli manifesta la gravità di ciò che ha fatto, e non solo per la sua personale vita morale, ma anche per la comunità: la scomunica, come dice la parola stessa, è la pena per l’impatto che il peccato commesso ha non solo sui singoli, ma sul corpo ecclesiale e sociale. Infatti “l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i costruttori e i difensori … ci troviamo di fronte ad un'enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli individui, ma anche dell'intera civiltà” (Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitæ, n. 59).

Perché infatti l’Autorità della Chiesa avrebbe legato l’aggravante della scomunica ad alcuni peccati mortali e non a tutti, e in particolare al delitto dell’aborto, se non per questo motivo? Perché esso porta con sé dei fattori di particolare impatto sociale.

Vediamoli brevemente:

- un peccato diviene particolarmente grave quando colpisce un innocente perché, oltre al danno recato, è anche un atto di ingiustizia, poiché qualunque azione contro un innocente è immeritata; così pure è particolarmente grave quando colpisce un debole perché è anche un atto di prevaricazione, poiché il debole non può difendersi. Ora, è evidente che l’ingiustizia e la prevaricazione sono fattori fortemente destabilizzanti per la struttura della comunità umana; ed è altrettanto evidente che nessun crimine ha per vittima un soggetto più innocente e indifeso di un bambino nel grembo della madre. Dunque l’aborto costituisce un disordine sociale gravissimo. Ecco perché Madre Teresa di Calcutta poteva dire in tutta verità che il più grande nemico della pace nel mondo è l’aborto! (cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Vitæ, III).

- Il pericolo che gli uomini sottovalutino la gravità di un peccato è tanto più grande nella misura in cui sono numerosi e autorevoli coloro che minimizzano tale gravità. Ora, nel caso dell’aborto è lo Stato stesso, cioè la massima fonte di autorevolezza sociale, che ha dichiarato l’aborto addirittura legittimo. Dunque è evidente che una tale azione pubblica di contrapposizione alla legge di Dio deve essere sanzionata nel modo più forte possibile dall’Autorità della Chiesa, che infatti ha comminato la pena ecclesiastica più grave, a tutela della verità divina e della dignità della persona.

- L’aborto ha evidentemente come effetto primario l’uccisione di un innocente, ma ha un effetto ugualmente devastante sulla comunità nel quale si compie: la vita della madre è segnata per sempre, il rapporto di coppia e la vita coniugale, già in atto o in prospettiva di realizzazione, ne viene sconvolta, tutto l’ambiente di vita, dei partenti e degli amici, ne subisce un contraccolpo. Dunque, insieme al bambino non nato, è la famiglia, comunità base della Chiesa e della società, la ‘vittima’ dell’aborto, ed è anche per tutelare questo immenso valore che viene comminata la scomunica. 

 

4) Quali potrebbero essere gli effetti di questo cambiamento normativo?

Dopo tutto ciò che abbiamo detto, risulta chiaro qual è il motivo per cui al delitto di aborto è legata la scomunica e il perché la remissione della scomunica non era ‘facilitata’. Dopo le disposizioni contenute in Misericordia et Misera non viene modificata la legge canonica e quindi la scomunica legata all’aborto resta, ma non è più necessario ricorrere ad un confessore ‘speciale’ e qualunque sacerdote può assolverlo.

Indubbiamente questa nuova prassi potrà facilitare, come ci auguriamo, l’avvicinamento al confessionale di coloro che si convertono dopo questo orribile peccato.

D’altra parte speriamo vivamente che non diventi oggetto di strumentalizzazione da parte delle lobby abortiste e dei guru della mentalità dominante che approfittano di tutto pur di far apparire meno dura la condanna inappellabile della Chiesa, che è l’unica voce fuori dal coro rimasta. Purtroppo sappiamo bene che nella manipolazione dei media facilmente ciò che anche solo indirettamente viene meno sanzionato, significa che, anche per la Chiesa, è diventato meno grave, e se è meno grave alla fin fine vuol dire che si può fare. Occorrerà dunque moltiplicare la vigilanza perché i fedeli non cadano in questa trappola.

 

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-assoluzione-da-abortoecco-perche-cambia-18118.htm

 La svolta LGBT della città di Torino

Con l’elezione a sindaco della grillina Chiara Appendino, la città di Torino ha abbracciato appassionatamente la “causa LGBT”, impartendo un’accelerazione senza precedenti alle sue istanze. La particolare attenzione rivolta dal sindaco al tema è stata confermata dalla nomina ad Assessore comunale alle Pari Opportunità di Marco Alessandro Giusta, ex presidente dell’Arcigay di Torino, che, come prevedibile, ha fatto dei “diritti” omosex una priorità della sua linea d’azione.

Il 19 novembre l’Appendino ha ribadito con i fatti quanto gli stiano a cuore le rivendicazioni LGBT, prendendo parte assieme alla sua famiglia alla Trans Freedom March, una manifestazione promossa dal Coordinamento Torino Pride e patrocinata dalle più autorevoli istituzioni piemontesi, in occasione del Transgender Day Of Remembrance, la giornata internazionale dedicata al ricordo delle vittime della transfobia.

La partecipazione alla marcia dei “diritti” trans è solo l’ultima di una serie di iniziative, promosse dalla città di Torino, volte a “normalizzare” ogni tipo di tendenza sessuale.

Dopo l’introduzione dell’Assessorato alle Famiglie, per sottolineare e formalizzare l’esistenza di diverse tipologie di famiglie, tutte rigorosamente sullo stesso piano, recentemente, il sindaco di Torino è stata infatti in missione a Londra per partecipare al World Travel Market, la più importante fiera europea dedicata al turismo, presentando la propria città come meta privilegiata per i viaggi LGBT.

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Raccontando sui Social la propria esperienza londinese la Appendino ha così scritto:

Insieme all’Enit inaugurato il padiglione italiano nel quale, con Regione Piemonte e Sviluppo Piemonte Turismo, abbiamo uno spazio per puntare i riflettori sulle nostre eccellenze: l’enogastronomia, la cultura, gli eventi e la natura. Nel pomeriggio infine, un momento dedicato alle prospettive per lo sviluppo del turismo Lgbt, settore sul quale Città e Regione hanno deciso di puntare”.

L’esponente del M5 Chiara Appendino mette dunque a disposizione tutti i propri ampi poteri istituzionali per far avanzare il piano di omosessualizzazione all’interno del proprio territorio di competenza. Una posizione falsamente spacciata come “tollerante” e “rispettosa” del diverso che, nei fatti, impone prepotentemente la propria visione ideologica relativista, mettendo sullo stesso piano bene e male, giusto e sbagliato, verità ed errore. 

da: https://www.osservatoriogender.it/la-svolta-lgbt-della-citta-torino/

 

L’ideologia gender continua il suo tour per l’Italia

 

Come l’Osservatorio ha riportato qualche settimana fa l’ideologia gender è in tour per l’Italia con il progetto Un bacio experience tratto dall’omonimo film “Un Bacio” del regista Ivan Cotroneo. Il lungometraggio, rivolto agli adolescenti e presentato come un lodevole film-denuncia dei fenomeni del bullismo e dell’omofobia, è in realtà un vero e proprio spot a favore dell’omosessualità e della “fluidità sessuale”.

Il 21 novembre e il 13 dicembre il tour fa tappa a Cuneo dove è in programma una doppia proiezione del film nell’ambito della manifestazione “Scrittorincittà” promossa dalla Regione Piemonte, la Città e la Provincia di Cuneo.

Da quanto si apprende online a Cuneo si avrà infatti un pienone di studenti e per questo è stato necessario aggiungere una seconda data. Secondo le stime degli organizzatori, saranno infatti circa 700 i giovani cuneesi che assisteranno al film-indottrinamento.

Una prima proiezione si svolgerà il 21 novembre alle 9 di mattina ed una seconda nell’ambito della giornata conclusiva del festival, il 13 dicembre, nella quale sarà presente anche lo stesso regista Cotroneo che, ben contento di vedere il suo lavoro proposto in tutte le scuole italiane, così si è espresso:

“Avere la possibilità di raccontare a così tanti ragazzi la storia di tre coetanei,  parlare con loro, dopo il film e attraverso il film, di discriminazione e bullismo, di omofobia e inclusione, del pericolo della violenza e soprattutto dell’importanza di non avere paura, di non provare mai vergogna, mi rende felice e mi emoziona. Passo dopo passo, Un bacio è diventato un viaggio, un’esperienza di conoscenza e di confronto, un terreno comune di incontro fra adulti e adolescenti su temi così importanti, e questo è tutto quello che un autore di storie può desiderare”.

Il progetto Un bacio experience non finisce con la proiezione del film. Dopo i titoli di coda è previsto infatti un dibattito “a caldo” in sala con alcuni esperti che spiegheranno ulteriormente ai ragazzi le tematiche trattate nel film se per caso alcuni concetti non fossero ancora sufficientemente chiari.

Una volta volta tornati in classe, inoltre, gli alunni dovranno dimostrare di aver assimilato bene il tutto e lavorare su quanto visto e ascoltato nel corso dell’evento, producendo entro il 15 gennaio 2017 un contenuto fotografico o video su una delle tre parole chiave del progetto (#bullismo, #amicizia e #futuro). I contenuti prodotti dai ragazzi verranno poi raccolti su un social media wall che verrà presentato a febbraio 2017.

Il progetto Un bacio experience, presentato come una encomiabile iniziativa “civica”, è in realtà una vera e propria imposizione ideologica, promossa, come al solito, con il patrocinio delle più importanti istituzioni.

Il film è infatti un inno dichiarato alla libertà sessuale intesa, secondo la tendenza odierna, della “fluidità di genere”. L’evidente messaggio rivolto agli adolescenti piemontesi è che essi possono amare chi vogliono al di là del proprio sesso biologico. Non devono in alcun modo sentirsi “incatenati” e “obbligati” nello “vecchio” schema dell’eterosessualità per il quale è “normale” essere attratti verso l’altro sesso. La sessualità di oggi non ha più regole. Ognuno deve  finalmente sentirsi libero di seguire i propri istinti e di “orientare” il proprio amore verso chi vuole.

Un paese e delle istituzioni “normali”, dotati di un briciolo di “buon senso”, proibirebbero all’istante un’iniziativa rivolta alle scuole come Un bacio experience. Un progetto folle che, negando l’esistenza di un’immutabile natura umana maschile e femminile con regole ben precise, non fa altro che disorientare e creare traumi psicologici dalle conseguenze imprevedibili ad adolescenti già abbondantemente confusi da una società dominata dal prepotente paradigma relativista.

 

da: https://www.osservatoriogender.it/lideologia-gender-continua-suotour-litalia/

 Sabato 26 tutti a Verona per la manifestazione nazionale delle:

 “Famiglie per il no” al referendum costituzionale

 

 LERICI – Una grande banca d’affari americana, la J.P.Morgan (JPM), – una tra quelle riconosciute come responsabili della grave crisi mondiale del 2008 – detta l’agenda agli Stati dell’Europa meridionale. Portogallo, Italia, Grecia, Spagna – la loro abbreviazione fa “pigs”, maiali, in inglese – devono aggiornare le Costituzioni, definite troppo “socialiste”. I punti critici sono nero su bianco nel documento ufficiale JPM del 2013 “The Euro area adjustment”: i governi sono deboli; lo Stato è debole rispetto alle regioni; le Costituzioni proteggono i diritti dei lavoratori; il sistema del consenso produce clientelismo.

Le pressioni internazionali – finanziarie, politiche, mediatiche – sono enormi. I governi nazionali prendono nota, e svolgono il compitino dettato da Oltre Oceano. A tutto questo, però, bisogna resistere, pena la perdita della sovranità popolare e della partecipazione. Il popolo italiano, a cui la modifica costituzionale sarà sottoposta tramite referendum in Ottobre, può farlo, e tornare a essere faro di civiltà in Europa.

E’ questo il quadro dipinto, con dovizia di documenti, slide, foto e video, dall’avvocato Simone Pillon, nei due convegni di mercoledì e giovedì scorsi, che hanno tenuto incollato alla sedia fino a notte inoltrata il pubblico che ha riempito la sala del Consiglio comunale di Lerici. Pillon è socio fondatore del comitato “Difendiamo i nostri figli”, organizzatore dei Family day di Piazza San Giovanni e del Circo Massimo e ora delle “Famiglie per il no” al referendum costituzionale.

La Costituzione – che definisce le regole fondamentali della democrazia – è stata scritta da tutte le forze politiche, con grandi personalità, e in un clima di grande condivisione. La riforma porta i nomi di Renzi e Boschi, ed è stata approvata a colpi di maggioranza.

«La nostra Costituzione ha due principi guida: il personalismo, secondo cui la persona è al centro delle relazioni, e la sussidiarietà, secondo cui le decisioni vanno prese il più vicino possibile alle persone su cui queste hanno impatto, dando così rilevanza alle comunità familiari, territoriali, professionali. I diritti fondamentali delle persone e delle comunità preesistono rispetto a qualsivoglia concessione o riconoscimento da parte dello Stato».

«Qualcuno ha però deciso di rifondare la società su un’antropologia individualista e uno Stato centralista, sostituendo i diritti sociali con i capricci individuali». L’acquisto del “figlio” da parte di Vendola ne è emblema. In questo modo, si distrugge la coesione sociale riducendo la società a un insieme di individui, ben più facilmente manipolabili da parte di chi detiene il potere. Mentre i padri costituzionali avevano definito un’architettura bilanciata di pesi e contrappesi, la riforma toglie tutti i contrappesi al potere dell’esecutivo, così che il segretario del partito di maggioranza relativa avrà un potere quasi assoluto.

Il piano di distruzione – o decostruzione, secondo il linguaggio politically correct – ha tre bersagli fondamentali: la famiglia, il pluralismo costituzionale, le comunità intermedie e sussidiarie.

La distruzione della famiglia sta passando attraverso la legge sul “divorzio breve”, dopo la quale «è più facile cambiar moglie che operatore telefonico»; la parificazione dei figli legittimi e naturali, «cosa giusta ma già garantita, mentre la legge scinde il rapporto genitoriale da quello biologico»; infine la legge sulle cosiddette “unioni civili”, in realtà matrimonio per persone dello stesso sesso, con tanto di cerimonia, cognome in comune, comunione dei beni, divorzio, pensione di reversibilità, e, per via giudiziaria, adozioni e utero in affitto. «Questa legge istituisce il gran bazar della “famiglia”, per cui sarà molto difficile per le nuove generazioni capire che cosa sia la famiglia, che la Costituzione riconosce come “società naturale fondata sul matrimonio”». E il nuovo ddl Lo Giudice Cirinnà prevede multe e carcere fino a due anni per chi (psicologi ed educatori in primis) si prenda cura di minorenni che desiderano cambiare il proprio orientamento sessuale.

L’alternativa alla famiglia naturale non sono le “famiglie” arcobaleno, ma la solitudine. «Quando sei solo, in salute e ricco, sei il consumatore ideale. La famiglia, che risparmia per il futuro dei propri figli, sfugge al PIL. Ma a ottantacinque anni, da single, se hai ancora soldi prendi la badante, poi arriverà comunque la punturina di Stato» a far quadrare i conti della sanità.

«L’Italia ha retto alla crisi grazie alle famiglie. Se sommiamo il debito privato a quello pubblico, l’Italia se la cava bene, a differenza degli USA. Le famiglie italiane risparmiano. E qualcuno vuole mettere le mani su questo tesoro».

Il secondo punto è la distruzione del pluralismo costituzionale. «Si vuole decostruire il Senato – giunto a noi dall’antica Roma – riducendo i senatori da 315 a 100, non eletti. La legge è uno strumento potentissimo. Stabilisce quando e come vai in pensione, che cosa insegnano ai tuoi figli, quante tasse paghi, e come vengono impiegate. Il bicameralismo – caratteristica di ogni Paese occidentale – evita che tale potere sia concentrato nelle mani di poche persone».

Il mantra per la riforma è che dobbiamo risparmiare. Ma la riforma toglie la rappresentatività popolare del Senato, non la sua burocrazia.« Il risparmio finale sarà di 20 milioni di €, 33 centesimi per ogni italiano. La volontà non è di risparmiare, ma di togliere un organo ingombrante. L’ordine del giorno della Camera dei deputati potrà essere definito dal governo, con buona pace di Montesquieu, che predicava la divisione dei poteri».

E’ una scusa anche l’asserita semplificazione. «Ci saranno sette modalità per approvare una legge, una delle quali richiede il parere preventivo della Corte Costituzionale. Si vuole far inceppare la macchina legislativa, facendo passare solo quello che vuole il governo».

Il terzo punto è la distruzione dei corpi intermedi, le associazioni, le comunità. «Più decentro il potere più ho difficoltà a controllarlo. Le regioni potranno legiferare solo su cultura, tradizioni, turismo. Insomma, una pro-loco. E, in qualsiasi momento, il governatore potrà essere destituito dal governo nazionale».

Le provincie vengono tolte di mezzo, con un risparmio di 78 milioni di Euro, 1,30 a testa. «Non si farà altro che perdere pezzi di democrazia. Quanti di voi conoscono un consigliere comunale, con cui poter parlare ed esporre problemi? Quanti un consigliere regionale? Quanti un ministro? Vogliono togliere il potere dalla tua prossimità. Poi, certo, magari l’irraggiungibile ti farà un tweet. E magari starà anche un’oretta su Internet a rispondere alle domande, rigorosamente selezionate».

La ciliegina sulla torta è la nuova legge elettorale, approvata con voto di fiducia. Premessa: la Corte Costituzionale ha detto che non va bene il premio di maggioranza, e che sono necessarie le preferenze. Nonostante questo, con l’Italicum, se il primo partito alle elezioni prende almeno il 40% dei voti, incassa automaticamente il 55% dei seggi. «Se nessuno raggiunge il 40%, si va al ballottaggio, dove la quota dei votanti è sempre molto ridotta. Chi vince, prende comunque il 55%. Così, anche con solo il 25% dei voti al primo turno, un partito può diventare maggioranza schiacciante alla Camera, unico organo legislativo».

Le preferenze ci sono. «Ma i capilista – che costituiranno almeno 400 deputati su 630 – li scelgono i partiti. Così, il segretario di un partito avrà il controllo dei governi locali e un peso decisivo sulla definizione della Corte costituzionale e del Presidente della Repubblica, per scegliere il quale basteranno 200 voti». Controllare lo Stato significa polizia, carabinieri, forze armate, servizi segreti, RAI. «Un uomo solo – Renzi, ma potrebbe essere Grillo, o Salvini – avrà il comando pressoché assoluto del Paese. Noi dobbiamo occuparci d’altro. Possiamo sposarci maschi con maschi e femmine con femmine, ma non disturbate il manovratore».

Bisogna far fuori anche le piccole banche di prossimità (casse di risparmio, casse rurali, credito cooperativo, etc.). «E’ notizia della scorsa settimana – data da Bloomberg, ma non dai media italiani – che per 70 miliardi di euro JPM ha ricevuto l’incarico di risanare il Monte dei Paschi di Siena».

«Uno che chiama, un altro che ascolta e obbedisce. Questa è l’Italia del domani. Ma c’è una possibilità di cambiamento: votare “no”. E potrebbe essere un momento di coesione, anche con chi, su molti aspetti, la pensa diversamente». «Le proveranno tutte per farci votare “sì”, o non farci votare proprio. L’ultimo governo eletto dagli italiani, quello Berlusconi, è stato fatto cadere a colpi di spread. Si diceva che il motivo fossero i 1.900 miliardi di debito pubblico. Oggi siamo a 2.400, e lo spread è tranquillissimo. Ci sono pressioni finanziarie che non posiamo neanche immaginare. Ma se gli italiani vengono informati correttamente, le cose possono cambiare. Renzi ha fatto venire dagli USA Jim Messina, spin doctor di Obama, per 200mila €. Noi dobbiamo andare casa per casa, incontrando le persone, spiegando come stanno le cose. Lo facciamo perché ci crediamo. Non abbiamo soldi, non abbiamo dietro lobby».

Gli inglesi hanno subito fortissime pressioni economiche. Si è arrivati anche all’omicidio si Stato. Ma sono riusciti a dire la loro. «Non so se la Brexit sia un bene o un male. Io preferirei che i popoli europei si mettessero insieme per riportare l’Europa alle proprie radici. Ma, il popolo del Regno Unito ha avuto il coraggio di dire “no”. Altri Paesi (Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia etc.), ovviamente additati come Stati canaglia, stanno difendendo la propria identità e un’antropologia naturale. La premier polacca intende cancellare la legge sull’aborto Polonia perché non è un paese civile quello che uccide i propri figli».

«Il nostro Paese è ancora una roccaforte, la famiglia e i corpi intermedi tengono. Gli italiani ancora vogliono fare cose insieme, non chiudersi in casa, perché fuori è pericoloso, ci sono gli stranieri».

«E’ una battaglia epica. E la vittoria sta nel combattere. Le “unioni civili”, formalmente, le abbiamo perse. A ferragosto, un decreto ministeriale imporrà il gender nelle scuole. Il punto è combattere. Quando tutto sarà passato, quando il tessuto sociale e la famiglia saranno decostruiti, che cosa cercheranno le persone disperate? Il bello, il vero, il giusto, il luminoso. Non lo troveranno da nessuna parte. Se non nelle famiglie». I monasteri medievali salvarono il seme della vita cristiana e dell’Europa. Da lì i popoli si abbeverarono per costruire il proprio futuro. «Se riusciamo a conservare il seme dell’amare, del bello, del vero, del buono, allora avremo vinto. I nuovi cenacoli, possono anche essere associazioni, dove il vero sia custodito. La battaglia è già vinta. Il problema che rimane è quanti morti dovremo contare prima che l’Occidente si accorga di quello che sta accadendo».

 

Da: http://laspezia.cronaca4.it/2016/07/23/famiglie-no-al-referendum-costituzionale/41347/

 Per la famiglia

Per chi abita nel Nord Italia un importante appuntamento
SABATO 26 NOVEMBRE 2016
a Verona, Piazza Cittadella, ore 10:00.

Clicca per ascoltare l'invito del portavoce del Family Day: http://www.totustuustools.net/20161126VideoDel17.mp4 

 

 Il nuovo eBook

Content Image InlineOpera maggiore del politologo inglese James Bryce (1838-1922):

IL SACRO ROMANO IMPERO
(clicca per scaricare)

 


"Oggi il cristianesimo si è sparso su tutta la terra; e Stati che si chiamano cristiani sono ora signori di musulmani e pagani.
Ma è una cristianità , che sarebbe parsa disintegrata e attenuata a San Bernardo e a Dante.

La religione non occupa più la posizione orgogliosa d'una volta. Anche nei paesi che hanno una chiesa riconosciuta dalla legge, gli ecclesiastici sono gelosamente esclusi dagli affari mondani.

In nessun luogo, tranne la Russia e le più arretrate repubbliche dell'America spagnuola, lo Stato riconosce il dovere di proteggere e propagare una forma di fede.

La teologia si occupa poco delle antiche questioni, essa chiede: quale è la relazione tra Dio e la natura, e quale è l'evidenza della relazione di Dio all'uomo?

La filosofia non indaga come debba stabilirsi la giustizia, né quale sia la vera sede e l'origine della autorità  civile. Essa accetta il potere politico come risultato di forze attuali, della volontà  o acquiescenza dei più forti elementi della comunità, e non vede nulla di più sacro nel capo di uno Stato di quel che veda nel capo di una compagnia commerciale.

L'ordine, il cui nome spesso perdette credito per aver servito ad ammantare la tirannia, cessò da un pezzo d'essere il grande scopo delle menti progressive: queste si posero innanzi la libertà  come scopo, stimando che ogni altro bene le terrebbe dietro.

Il governo popolare insediato dai voti di una moltitudine alla quale pareva che il dono del potere dovesse anche conferir la saggezza, il dominio di sé e lo spirito pubblico, perdette molto del suo credito quando si vide che le moltitudini erano ancor prone alle passioni irragionevoli e alle animosità di razza, erano ancora soggette a cadere in mano della ricchezza diretta da interessi astuti.

Sette secoli occorsero da Sant'Agostino a Gregorio Settimo per creare il sistema medioevale. Visse tre secoli, e altri quattro secoli sono occorsi per distruggere i principi su cui posava".  

(James Bryce)

(Andare sulla homepage, cliccare l'etichetta "Formazione", quindi "Libri scaricabili gratuitamente" sezione "Secoli cristiani").

Argomento: Aggiornamenti

 Il vice-presidente degli Stati Uniti Mike Pence è un “combattente culturale” pro-life e pro-famiglia

 

La vittoria di Trump è fumo negli occhi della comunità “LGBT+” che vede di colpo bruscamente frenare la propria travolgente avanzata avviata sotto l’Amministrazione Obama.

A spaventare gli attivisti della rivoluzione genderista non è tanto la persona di Donald Trump quanto il suo vice Mike Pence, nemico dichiarato delle lobby gay e, per questo, già in passato, bersaglio di numerosi duri attacchi da parte degli attivisti gay. 

Il vice di Trump è stato ora messo a capo del cosiddetto “transition team“, ovvero la squadra che sta gestendo la delicata fase della transizione presidenziale.

Pence, di origini irlandesi, 57 anni, sposato con Karen, padre di tre figli, avvocato e politico di professione, è governatore dell’Indiana da tre anni. Nato cattolico e “rinato evangelico”, sostenitore del Tea Party, l’ala più “dura” del partito repubblicano, si è auto-definito nell’ordine “un cristiano, un conservatore e un repubblicano”.

PREFERITO a Chris Christie

Pence è stato preferito da Trump nel ruolo di vice-presidente a Chris Christie, governatore del New Jersey, malvisto dall’ala più conservatrice del Grand Old Party (GOP), proprio per alcune sue precedenti aperture LGBT. Tra tali imperdonabili colpe, l’aver firmato una legge che mette al bando le cosiddette “terapie riparative” dell’omosessualità per i minori.

Al contrario Mike Pence ha un’ottima reputazione tra i sostenitori pro-life e pro-family.

UN “COMBATTENTE CULTURALE

Il neo vice-presidente degli Stati Uniti è infatti visto come uno dei politici più solidi e affidabili sulle questioni etiche all’interno del partito repubblicano. Pence ha fama di “combattente culturale”, avendo condotto, come membro del Congresso, battaglie ideologiche di ogni tipo: dall’ampliamento del diritto di aborto, ai fondi federali per la ricerca sugli embrioni, dall’opposizione nei confronti dei “matrimoni” dello stesso sesso, fino al blocco di nuovi fondi federali per l’organizzazione abortista “Planned Parenthood“.

Una fama guadagnata sul campo, come quando, in occasione del recente dibattito vice-presidenziale con il senatore democratico Tim Kaine, ex governatore della Virginia e candidato vice di Hillary Clinton, Pence è stato violentemente attaccato dalla succitata “Planned Parenthood” come “il legislatore più estremista del 21° secolo”. Un insulto che ha avuto l’indesiderato effetto di trasformarlo immediatamente in paladino dei difensori della vita in tutto il paese americano.

OPPOSITORE DELL’AGENDA GENDER

Pence è stato ed è anche un fermo oppositore dell’agenda gender arrivando a guadagnarsi un onorevolissimo rating “0 per cento” e una grande quantità di durissimi attacchi da parte della potente lobby LGBT+ “Human Rights Campaign“.

Nel 2006, come capo di una Commissione di studio del partito repubblicano, il vice-presidente degli Stati Uniti si è espresso convintamente a sostegno di un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna. In quell’occasione, citando un ricercatore di Harvard, Pence puntò, senza mezzi termini, il dito contro il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, screditandolo come un “collasso sociale che ha sempre portato in seguito all’avvento del deterioramento del matrimonio e della famiglia“. Interpellato sull’omosessualità l’ormai ex governatore dell’Indiana ha inoltre sottolineato come l’essere gay sia una scelta e che decidere di non legiferare per il “matrimonio” gay non è discriminazione ma esecuzione del “piano di Dio”.

Parole che sono musica per le orecchie dei sostenitori pro-life e pro-family. Ci auguriamo che il nuovo vice-presidente degli Stati Uniti mantenga e confermi la sua fama di “combattente culturale” e metta in campo tutti i suoi poteri, come hanno fatto i suoi predecessori, per invertire il prepotente processo di omosessualizzazione degli Stati Uniti imposto al popolo americano dall’Amministrazione Obama.

 

di Rodolfo de Mattei, per Corrispondenza Romana del 12/11/2016
https://www.osservatoriogender.it/vice-presidente-degli-stati-uniti-mike-pence-un-combattente-culturale-pro-life-pro-famiglia/

 

Argomento: Politica

 L'NCD di Alfano (nuovo centro-destra o, meglio, nuovi cristiani democratici) perde un altro pezzo: l'On. Pagano, che già aveva votato contro la fiducia in occasione della famigerata legge sui "matrimoni" gay (vedi foto a lato del momento della dichiarazione).

 Il tradimento dei valori di vita e famiglia da parte del NCD, dovuto alla subalternità storica di ogni DC verso il socialismo, si è concretizzato nel sostegno a ben 8 leggi contro la famiglia (due approvate da un solo ramo del Parlamento) che qui di seguito si elencano.

 Più sotto, una bella intervista all'On. Pagano.

Il Governo PD-NCD e la famiglia – aggiornamento 16/11/2016

  1. 2014 novembre: Negoziazione assistita per i procedimenti di separazione e divorzio. Si prevede un accordo da parte dei coniugi dinanzi a un avvocato, o anche solo davanti all’impiegato del Comune, senza necessità di comparire davanti al giudice. Ci si pone sulla strada della privatizzazione della famiglia e della banalizzazione del matrimonio
  2. 2015 Aprile: Divorzio breve. La norma prevede una riduzione dei tempi di separazione dagli attuali tre anni a sei mesi se la separazione è consensuale, a 12 mesi se è “giudiziale” (cioè chiesta da solo uno dei due coniugi).  http://www.tempi.it/divorzio-breve-il-clap-clap-della-stampa-e-una-domanda-perche-non-lasciarsi-via-sms#.V7V25NIw9xB
  3. 2015 Luglio: “Legge sulla buona scuola”, che all’art. 1, comma 16, che ha legittimato e confermato un’azione di inserimento della cosiddetta ideologia del “gender” nelle scuole. Si veda anche la Circolare MIUR per la giornata contro omofobia:  “supportare […] sulle delicate questioni legate all’identità di genere o a qualsiasi altra forma di violenza“. https://www.osservatoriogender.it/miur-promuove-lideologia-del-gender-nella-scuola-italiana/
  4. 2015  ottobre: Ius soli – ma soprattutto ius culturae - alla Camera. Approvato alla Camera lo “Ius soli”: lo scopo è il “metticciato culturale”, ridurre l’importanza della cultura occidentale e cristiana, basta nascere sul territorio italiano. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ius-soli-temperato-ecco-cosa-cambia  
  5. 2016 Maggio: “Matrimoni” gay. Approvato in via definitiva l'11 maggio 2016 il disegno di legge “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. http://www.governo.it/approfondimento/unionicivili/4707
  6. 2016 giugno: stepchild adoption.  Avvocatura dello Stato: permessa l’adozione bambini da parte di coppie omosessuali (stepchild adoption). http://www.loccidentale.it/articoli/141959/e-meno-male-che-avevano-stralciato-la-stepchild-adoption 
  7. 2016 Luglio:  promozione dell’ LGBT. Il governo Renzi accelera su gender e omosessualità, lanciando un nuovo portale web nazionale, interamente dedicato alla promozione dell’agenda LGBT. https://www.osservatoriogender.it/governo-renzi-lancia-portale-nazionale-lgbt/  
  8. 2016 Settembre: il bullismo sostituisce la “Scalfarotto”. approvata alla Camera la PDL intesa a punire penalmente “la molestia reiterata… al fine di provocare sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione… aventi per oggetto la razza, la lingua, l’orientamento sessualehttp://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5094  


Prossimamente sui nostri schermi:
- Educazione sessuale nelle scuole:  http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/educazione-sentimentale-legge-_b_10695924.html?utm_hp_ref=italy#
- Eutanasia / testamento biologico: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=41308
- Abolizione cognome paterno: DdL approvato nel febbraio 2014, torna di attualità grazie a un parere della Corte Costituzionale del novembre 2016: disgregazione dell’identità familiare, “identità liquida” http://www.siallafamiglia.it/il-cognome-paterno-potrebbe-diventare-un-optional/ 
- Legalizzazione cannabis: http://www.business.it/legalizzazione-cannabis-cosa-prevede-la-legge/
- Persecuzione per chi cura l’omosessualità: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/presentata-al-senato-una-legge-contro-le-terapie-riparative/
- Utero in affitto: http://blog.openpolis.it/2016/05/10/progetti-legge-sulla-maternita-surrogata/7871

In generale: http://www.quotidiano.net/politica/governo-riforme-1.2156512 e: http://www.tempi.it/i-due-anni-poco-family-friendly-del-governo-renzi

 

Intervista al parlamentare nazionale di San Cataldo che ha aderito alla Lega dei Popoli di Salvini:
“Noi portiamo avanti un progetto politico importante”

 

Alessandro Pagano, deputato nazionale di San Cataldo, ex Ncd, ha da poche ore aderito alla Lega dei Popoli di Matteo Salvini. Per stamani ha convocato giornalisti e fotografi. Una conferenza stampa per spiegare le sue ragioni, la sua scelta, meditata a lungo, dopo lo strappo a maggio con il suo ex partito sul ddl sulle unioni civili.  La Voce del Nisseno l’ha intervistato a lungo per saperne di più. A conclusione del ping pong verbale, afferma: “Noi portiamo avanti un progett o politico importante. E’ quello della rinascita del nostro popolo siciliano. Ci vogliono le basi culturali e politiche”.  

Onorevole Pagano, perché ha aderito alla Lega dei Popoli di Matteo Salvini?

La Lega dei Popoli rappresenta oggi il partito che più di ogni altro in Italia difende i valori, i principi e i sentimenti più positivi del popolo italiano. Mi riferisco alla difesa della libertà economica minacciata da questa Unione europea che sta impoverendo il nostro popolo. Mi riferisco a questo Euro che sta uccidendo la nostra economia. Mi riferisco alla sicurezza che è minacciata da questi flussi migratori che vengono gestiti in maniera irresponsabile dal Governo Renzi. Mi riferisco anche ai valori sacrosanti della vita e della famiglia che sono stati calpestati con le unioni civili e con tutte le altre leggi come la liberalizzazione delle droghe e così via che questo Governo Renzi si è intestato. E che pervicacemente continua a difendere.   

Come fa a conciliare i suoi valori cristiani con l’estremismo leghista? Lo sa che Salvini vuole radere al suolo i rom con le ruspe?

Intanto stiamo parlando con una Lega dei Popoli che ha una valenza nazionale. E quindi è un superamento non soltanto geografico, ma anche politico e culturale di tutte le posizioni precedenti. Dico questo con assoluta certezza perché Bossi, che era l’autore di queste teorie, è oggi una netta minoranza all’interno della Lega come è stato certificato a Pontida il 18 settembre. Tant’è che la dimensione futura non è la Lega del Nord ma la Lega dei Popoli. Una Lega che ha una caratterizzazione nazionale e che supera gli schemi legati al passato.  

Forse Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni incarna meglio ciò che sono i suoi valori. Ci ha pensato?

Fratelli d’Italia è un partito gemello che va sicuramente ad affiancarsi, a federarsi con la Lega dei Popoli. Come è noto, come è stato dichiarato e come la storia recente dimostra. Nel prossimo futuro si vedrà un accoppiamento. Paradossalmente la Lega dei Popoli è più concreta, più precisa e più rispondente ai valori che ho appena accennato. Faccio un esempio concreto. Il 30 gennaio di quest’anno c’è stato, come è noto, il famoso Family Day. Un milione di persone in piazza. A protestare contro le unioni civili. Le uniche tre regioni presenti con i loro stendardi erano Veneto, Lombardia e Liguria. Un dato interessante.

Prego, onorevole Pagano.

La prova concreta che i valori cristiani a cui io faccio riferimento, a cui fa riferimento la stragrande maggioranza del popolo italiano, vedevano nelle tre Regioni amministrate dalla Lega direttamente la presenza fisica e tangibile di una testimonianza e di un’appartenenza politica. Mi sento di essere coerente. Ho abbandonato il mio ex partito che è al potere e al Governo proprio perché non mi interessa niente né il potere né il Governo. Credo invece ai principi, ai valori e alla mia missione. E la Lega dei Popoli, da questo punto di vista, rappresenta il mio approdo naturale. Grande rispetto per Fratelli d’Italia. Sarà sicuramente un destino che ci vedrà camminare assieme da qui a brevissimo in tutta Italia. Glielo posso anticipare. Per quanto riguarda la mia appartenenza ho deciso – consultandomi con tutti gli amici, che le assicuro sono tanti – di aderire pienamente alla Lega dei Popoli “Noi con Salvini”.             

Ha escluso a priori completamente l’ipotesi di rientrare in Forza Italia o ha avuto qualche tentazione?

Guardi, io sono uno che ha grande rispetto di tutti. Il capogruppo di Forza Italia in Parlamento, Brunetta, è un mio amico personale. Non nascondo che lui ha avuto con me tentativi di abboccamento. C’è un passato che rispetto ed amo profondamente, rappresenta la mia storia (sono entrato in politica con Forza Italia). Lì si è troppo legati al leader e non a un’idea. In questo momento ritornare indietro, per me, rappresentava un ritorno al passato e non ad una riproposizione. Tornare indietro sarebbe stata una minestra riscaldata. Sono convinto che non devo andare incontro alle mie esigenze ma soddisfare i bisogni del popolo. La mia gente. E come ho detto rispondendo alla sua prima domanda, è soltanto Salvini e la Lega dei Popoli che sui grandi temi che oggi fanno male alla gente, su cui c’è tanto malessere, motivo di disordine, che riesce a dare risposte.      

In queste poche ore, sta ricevendo più critiche o più consensi da parte dei cittadini?

Ma guardi, lo dico citando una fonte che so che non è in alternativa alla vostra. Radio CL 1 mi ha detto, nella sua intervista, che ha avuto cinquemila visualizzazioni, momenti di contatto. Una cosa mai accaduta. C’è molto interesse. La gente soffre e sta male, sta morendo di fame, vedere che si spendono dieci miliardi di euro per accogliere dei migranti a cui non si potranno dare delle risposte. E’ chiaro che non si potranno dare risposte. Non sono dei rifugiati politici che bisogna evidentemente aiutare perché perseguitati. Sono persone che cercano lavoro che non c’è. I nostri vanno via. E’ solo per aiutare quel business delle cooperative che gestiscono questo tipo di affare.     

Senta, che tipo di adesione istituzionale sta raccogliendo sul territorio?

Mi sono appena cimentato. Quello che le posso dire è che sicuramente io ho la responsabilità delle provincie di Enna, Agrigento, Caltanissetta, Trapani e Palermo. E ho una classe dirigente, per la prima volta nella mia vita, posso selezionare e cercare in tutta questa fetta di regione. Dall’altra parte, come è noto, c’è l’onorevole Attaguile che già faceva parte della Lega dei Popoli. Dirle che c’è tanto interesse è dirle poco. Le porte sono aperte per tutti gli uomini di buona volontà che hanno sani principi. La Lega Nord era al 3%...

Adesso i sondaggi danno la Lega al 15%.

Bravissimo. Nel 2013 era al 3%. Oggi in cinque regioni quasi al 15%. Penso che la stessa cosa si vedrà al Sud. La gente soffre, è in difficoltà, vede queste ingiustizie sociali e questo Governo Renzi prende in giro anche con questa riforma costituzionale… La gente ha bisogno di risposte. La Lega dimostra che ha costruito la classe dirigente sui sindaci, sugli amministratori locali. Se io sono stato cercato è forse anche perché ho dimostrato il mio valore quando sono stato assessore regionale in Sicilia. Mi sono fatto onore in settori delicati e strategici. Con gioia ho risposto sì. Dopo ampie riflessioni.      

In questi mesi di tormento, onorevole Pagano, con chi ha condiviso il suo percorso interiore e il suo travaglio politico?

Con centinaia di amici a cui avevo anche manifestato l’idea di abbandonare la politica. Dopo aver preso le distanze, l’11 maggio, dal mio ex partito, avevo messo in conto anche questo. Tutti mi hanno detto: non è possibile che questo bagaglio di esperienze, culture, conoscenze, di rete, di credibilità si disperda. Non faccio mai le cose d’istinto. Le faccio anche con una riflessione interiore. Intendo spirituale. E’ stata una scelta meditata molto a lungo.

Lei si è autosospeso dal Nuovo Centrodestra, a maggio, a seguito del ddl sulle unioni civili. Qual è attualmente il suo rapporto con il ministro degli Interni, Angelino Alfano?

Guardi, io sono uno che i rapporti umani li sa trattare. Ci sono persone che non mi votano con i quali ho un rapporto personale buonissimo. Perché dovrei rompere da un punto di vista umano?! La buona educazione è stato un sentimento che i miei genitori mi hanno inculcato. Spero di mantenerlo per tutta la vita. Poi è chiaro che su cento argomenti, su 99 la pensiamo diversamente. Tipo: all’appoggio esterno al Governo Crocetta in Sicilia, che l’Ncd dà in maniera indignitosa… Il mio disagio risale a circa due anni fa. Ultimamente era un disagio grosso.    

Il prossimo anno si voterà per le Regionali in Sicilia. Potrebbe essere candidato alla carica di Governatore?

Noi portiamo avanti un progetto politico importante. E’ quello della rinascita del nostro popolo siciliano. Ci vogliono le basi culturali e politiche. Lei sta parlando di amministrazione e questo è l’ultimo stadio. Non ci penso nemmeno. Oggi voglio aiutare il mio popolo. Voglio dare una speranza. E la speranza non si dà candidandomi a presidente della Regione. Sarebbe una cosa che fa anche ridere! No, no. Io ho le mie soddisfazioni. Sono un uomo fortunato. Ringrazio Dio che mi ha dato le soddisfazioni politiche che sono state inimmaginabili. Voglio continuare a servire la gente. La gente vuole risposte di tipo sociale e politico. Non di tipo amministrativo. Non è l’ora, non è il momento… Il solo parlarne - non le nascondo - mi dà anche fastidio. Le ho appena spiegato il mio progetto. E’ un progetto sano e positivo. Lungi da me pensare a cose che non mi appartengono.

di Michele Bruccheri per http://www.lavocedelnisseno.it/Articoli/Incontri/Post/559/ALESSANDRO-PAGANO-VOGLIO-AIUTARE-IL-MIO-POPOLO-E-DARE-UNA-SPERANZA

Argomento: Politica

 La Regione Liguria apre uno sportello anti-gender

Dopo la Lombardia anche la Liguria avrà il suo sportello anti-gender.

Ad annunciarlo è stato il promotore dell’iniziativa il capogruppo di Fratelli d’Italia Matteo Rosso:

“Con la creazione di uno sportello dedicato alle problematiche delle famiglie, alle loro denunce delle situazioni di disagio legate alla diffusione delle droghe, dell’alcol, purtroppo in forte crescita tra i giovanissimi, e della prevenzione dell’eventuale diffusione delle teorie gender nei piani formativi scolastici, daremo un importante segno di vicinanza alle famiglie e aggiungeremo un servizio, che a oggi mancava, in ambito educativo e sociale”.

“Come già la Lombardia, la Liguria, a costo zero, avrà uno sportello regionale, con numero verde gratuito e una casella mail, per le segnalazioni e le denunce delle famiglie su tematiche delicate e di stretta attualità come il bullismo, il razzismo, le violenze fisiche e psicologiche, i pericoli delle droghe e alcol, ma anche sull’eventuale proselitismo di teorie gender, da parte di soggetti preposti alla formazione dei ragazzi. Purtroppo, nonostante la minoranza in Regione continui a negarlo, si sono già verificati episodi in città come Padova o Treviso dove, a scuola, all’insaputa dei genitori, i bambini sono stati obbligati dagli insegnanti a vestirsi da maschi se femmine e da femmine se maschi. Con lo sportello delle famiglie, vogliamo prevenire queste situazioni”.

 

L’iniziativa ha fatto ovviamente sobbalzare le organizzazione LGBT del territorio abituate evidentemente a diffondere le loro teorie senza alcun contraddittorio. I Comitati Arcigay della Liguria – Genova, Savona e Imperia – hanno infatti subito diramato una nota per esprimere il loro

“massimo disappunto per un atto che intende armare una lotta contro un fenomeno fantasma, cioè qualcosa che non esiste. La propaganda “anti gender” non ha vittime né carnefici, è una strategia che ha il solo scopo di denigrare il lavoro quotidiano di associazioni che portano nelle scuole la lotta al bullismo e alle discriminazioni”.

Secondo l’Arcigay le risorse economiche sono ben impiegate solamente quando vanno a foraggiare i programmi di “educazione” all’indifferenza sessuale e alla “genderfluidità”:

 “Non è ammissibile che la Regione spenda risorse pubbliche per corrispondere alla strategia di consenso delle destre e di chi su questi fantasmi costruisce carriere politiche. È auspicabile che l’ente dia corso a ciò che è legge, e perciò è esigibile dalla comunità, piuttosto che mettersi al servizio della propaganda. Per questo quanto prima manifesteremo pubblicamente il nostro sdegno e invitiamo ad unirsi a noi le forze e le associazioni della Liguria a sostegno del nostro lavoro”.

“È incredibile – prosegue Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay – come in tempi di grandi difficoltà finanziare per gli enti locali e di emergenze reali, alcune politiche, oggi in Liguria e mesi fa in Lombardia, decidano di impegnare gli sforzi delle istituzioni in un’operazione ignobile: la propaganda antigender è infatti come quei venditori di fumo, che per vendere i propri rimedi truffaldini devono prima convincere le proprie vittime di avere il problema a cui quel rimedio porterebbe soluzione”. 

Di incredibile, riprendendo le esternazioni stupefatte di Piazzoni, c’è solamente che i sostenitori del gender neghino la realtà dei fatti, pretendendo di imporre il loro folle diktat senza discussione alcuna e all’insaputa delle famiglie.

Il “gender”, lungi da essere una “truffa culturale” come vorrebbero farci credere, esiste eccome. Il “gender” è, ad esempio, promuovere programmi “educativi” scolastici che esortano gli adolescenti ad essere ciò che vogliono essere “orientando” liberamente la propria sessualità al di là delle propria natura maschile e femminile.

Per questo ben vengano gli sportelli anti-gender !

 

(C) https://www.osservatoriogender.it/la-regione-liguria-apre-uno-sportello-anti-gender/

 Quattro cardinali hanno inviato, il 19 settembre, a papa Francesco e al cardinale Gerhard Müller, prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, una serie di questioni, nella forma canonica dei "dubia", relative all'Esortazione Apostolica Amoris Laetitia.

Riportiamo il testo integrale, firmato dai cardinali Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, Raymond Burke, patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche e Card. Joachim Meisner, Arcivescovo emerito di Colonia.

L'appello non ha ancora ricevuto risposta.
 

Fare chiarezza.

Nodi irrisolti di "Amoris laetitia" - Un appello

 

1. Una premessa necessaria

L’invio della lettera al Santo Padre Francesco da parte di quattro cardinali nasce da una profonda preoccupazione pastorale.

Abbiamo constatato un grave smarrimento di molti fedeli e una grande confusione, in merito a questioni assai importanti per la vita della Chiesa. Abbiamo notato che anche all’interno del collegio episcopale si danno interpretazioni contrastanti del capitolo ottavo di "Amoris laetitia".

La grande Tradizione della Chiesa ci insegna che la via d’uscita da situazioni come questa è il ricorso al Santo Padre, chiedendo alla Sede Apostolica di risolvere quei dubbi che sono la causa di smarrimento e confusione.

Il nostro è dunque un atto di giustizia e di carità.

Di giustizia: colla nostra iniziativa professiamo che il ministero petrino è il ministero dell’unità, e che a Pietro, al Papa, compete il servizio di confermare nella fede.

Di carità: vogliamo aiutare il Papa a prevenire nella Chiesa divisioni e contrapposizioni, chiedendogli di dissipare ogni ambiguità.

Abbiamo anche compiuto un preciso dovere. Secondo il Codice di diritto canonico (cann. 349) è affidato ai cardinali, anche singolarmente presi, il compito di aiutare il Papa nella cura della Chiesa universale.

Il Santo Padre ha deciso di non rispondere. Abbiamo interpretato questa sua sovrana decisione come un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa.

E pertanto informiamo della nostra iniziativa l’intero popolo di Dio, offrendo tutta la documentazione.

Vogliamo sperare che nessuno interpreti il fatto secondo lo schema “progressisti-conservatori”: sarebbe totalmente fuori strada. Siamo profondamente preoccupati del vero bene delle anime, suprema legge della Chiesa, e non di far progredire nella Chiesa una qualche forma di politica.

Vogliamo sperare che nessuno ci giudichi, ingiustamente, avversari del Santo Padre e gente priva di misericordia. Ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo nasce dalla profonda affezione collegiale che ci unisce al Papa, e dall’appassionata preoccupazione per il bene dei fedeli.

Card. Walter Brandmüller

Card. Raymond L. Burke

Card. Carlo Caffarra

Card. Joachim Meisner

*

2. La lettera dei quattro cardinali al papa

Al Santo Padre Francesco

e per conoscenza a Sua Eminenza il Cardinale Gerhard L. Müller

Beatissimo Padre,

a seguito della pubblicazione della Vostra Esortazione Apostolica "Amoris laetitia" sono state proposte da parte di teologi e studiosi interpretazioni non solo divergenti, ma anche contrastanti, soprattutto in merito al cap. VIII. Inoltre i mezzi di comunicazione hanno enfatizzato questa diatriba, provocando in tal modo incertezza, confusione e smarrimento tra molti fedeli.

Per questo, a noi sottoscritti ma anche a molti Vescovi e Presbiteri, sono pervenute numerose richieste da parte di fedeli di vari ceti sociali sulla corretta interpretazione da dare al cap. VIII dell’Esortazione.

Ora, spinti in coscienza dalla nostra responsabilità pastorale e desiderando mettere sempre più in atto quella sinodalità alla quale Vostra Santità ci esorta, con profondo rispetto, ci permettiamo di chiedere a Lei, Santo Padre, quale supremo Maestro della fede chiamato dal Risorto a confermare i suoi fratelli nella fede, di dirimere le incertezze e fare chiarezza, dando benevolmente risposta ai "Dubia" che ci permettiamo allegare alla presente.

Voglia la Santità Vostra benedirci, mentre Le promettiamo un ricordo costante nella preghiera.

Card. Walter Brandmüller

Card. Raymond L. Burke

Card. Carlo Caffarra

Card. Joachim Meisner

Roma, 19 settembre 2016

*

3. I "Dubia"

1. Si chiede se, a seguito di quanto affermato in "Amoris laetitia" nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive "more uxorio" con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da "Familiaris consortio" n. 84 e poi ribadite da "Reconciliatio et paenitentia" n. 34 e da "Sacramentum caritatis" n. 29. L’espressione "in certi casi" della nota 351 (n. 305) dell’esortazione "Amoris laetitia" può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere "more uxorio"?

2. Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale "Amoris laetitia" (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

3. Dopo "Amoris laetitia" n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

4. Dopo le affermazioni di "Amoris laetitia" n. 302 sulle "circostanze attenuanti la responsabilità morale", si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 81, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, secondo cui: "le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta"?

5. Dopo "Amoris laetitia" n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?

*

4. Nota esplicativa a cura dei quattro cardinali

IL CONTESTO

I "dubia" (dal latino: "dubbi") sono questioni formali poste al Papa e alla Congregazione per la Dottrina della Fede chiedendo chiarificazioni circa particolari temi concernenti la dottrina o la pratica.

Ciò che è particolare a riguardo di queste richieste è che esse sono formulate in modo da richiedere come risposta "sì" o "no", senza argomentazione teologica. Non è nostra invenzione questa modalità di rivolgersi alla Sede Apostolica; è una prassi secolare.

Veniamo alla concreta posta in gioco.

Dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale "Amoris laetitia" sull’amore nella famiglia, si è sollevato un ampio dibattito, in particolare attorno al capitolo ottavo. Nello specifico, i paragrafi 300-305 sono stati oggetto di divergenti interpretazioni.

Per molti – vescovi, parroci, fedeli – questi paragrafi alludono o anche esplicitamente insegnano un cambio nella disciplina della Chiesa rispetto ai divorziati che vivono in una nuova unione, mentre altri, ammettendo la mancanza di chiarezza o anche l’ambiguità dei passaggi in questione, nondimeno argomentano che queste stesse pagine possono essere lette in continuità col precedente magistero e non contengono una modifica nella pratica e nell’insegnamento della Chiesa.

Animati da una preoccupazione pastorale per i fedeli, quattro cardinali hanno inviato una lettera al Santo Padre sotto forma di "dubia", sperando di ricevere chiarezza, dato che il dubbio e l’incertezza sono sempre altamente detrimenti alla cura pastorale.

Il fatto che gli interpreti giungano a differenti conclusioni è dovuto anche a divergenti vie di comprendere la vita cristiana. In questo senso, ciò che è in gioco in "Amoris laetitia" non è solo la questione se i divorziati che sono entrati in una nuova unione – sotto certe circostanze – possano o meno essere riammessi ai sacramenti.

Piuttosto, l’interpretazione del documento implica anche differenti, contrastanti approcci allo stile di vita cristiano.

Così, mentre la prima questione dei "dubia" concerne un tema pratico riguardante i divorziati risposati civilmente, le altre quattro questioni riguardano temi fondamentali della vita cristiana.

LE DOMANDE

Dubbio numero 1:

Si chiede se, a seguito di quanto affermato in "Amoris laetitia" nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive "more uxorio" con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da "Familiaris consortio" n. 84 e poi ribadite da "Reconciliatio et paenitentia" n. 34 e da "Sacramentum caritatis" n. 29. L’espressione "in certi casi" della nota 351 (n. 305) dell’esortazione "Amoris laetitia" può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere "more uxorio"?

La prima domanda fa particolare riferimento ad "Amoris laetitia" n. 305 e alla nota 351 a piè di pagina. La nota 351, mentre parla specificatamente dei sacramenti della penitenza e della comunione, non menziona i divorziati risposati civilmente in questo contesto e neppure lo fa il testo principale.

Il n. 84 dell’esortazione apostolica "Familiaris consortio" di Papa Giovanni Paolo II contemplava già la possibilità di ammettere i divorziati risposati civilmente ai sacramenti. Esso menziona tre condizioni:

- Le persone interessate non possono separarsi senza commettere una nuova ingiustizia (per esempio, essi potrebbero essere responsabili per l’educazione dei loro figli);

- Essi prendono l’impegno di vivere secondo la verità della loro situazione, cessando di vivere insieme come se fossero marito e moglie ("more uxorio"), astenendosi dagli atti che sono propri degli sposi;

- Essi evitano di dare scandalo (cioè, essi evitano l’apparenza del peccato per evitare il rischio di guidare altri a peccare).

Le condizioni menzionate da "Familiaris consortio" n. 84 e dai successivi documenti richiamati appariranno immediatamente ragionevoli una volta che si ricorda che l’unione coniugale non è basata solo sulla mutua affezione e che gli atti sessuali non sono solo un’attività tra le altre che la coppia compie.

Le relazioni sessuali sono per l’amore coniugale. Esse sono qualcosa di così importante, così buono e così prezioso, da richiedere un particolare contesto: il contesto dell’amore coniugale. Quindi, non solo i divorziati che vivono in una nuova unione devono astenersi, ma anche chiunque non è sposato. Per la Chiesa, il sesto comandamento "non commettere adulterio" ha sempre coperto ogni esercizio della sessualità umana che non sia coniugale, cioè, ogni tipo di atto sessuale al di fuori di quello compiuto col proprio legittimo sposo.

Sembra che, se ammettesse alla comunione i fedeli che si sono separati o divorziati dal proprio legittimo coniuge e che sono entrati in una nuova unione nella quale vivono come se fossero marito e moglie, la Chiesa insegnerebbe, tramite questa pratica di ammissione, una delle seguenti affermazioni riguardo il matrimonio, la sessualità umana e la natura dei sacramenti:

- Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono, a certe condizioni, compiere legittimamente atti di intimità sessuale.

- Un divorzio dissolve il vincolo matrimoniale. Le persone che non sono sposate non possono realizzare legittimamente atti sessuali. I divorziati e risposati sono legittimamente sposi e i loro atti sessuali sono lecitamente atti coniugali.

- Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Le persone che non sono sposate non possono compiere atti sessuali. Perciò i divorziati risposati civilmente vivono in una situazione di peccato abituale, pubblico, oggettivo e grave. Tuttavia, ammettere persone all’Eucarestia non significa per la Chiesa approvare il loro stato di vita pubblico; il fedele può accostarsi alla mensa eucaristica anche con la coscienza di peccato grave. Per ricevere l’assoluzione nel sacramento della penitenza non è sempre necessario il proposito di cambiare la vita. I sacramenti, quindi, sono staccati dalla vita: i riti cristiani e il culto sono in una sfera differente rispetto alla vita morale cristiana.

*

Dubbio numero 2:

Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale "Amoris laetitia" (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

La seconda domanda riguarda l’esistenza dei così detti atti intrinsecamente cattivi. Il n. 79 dell’enciclica "Veritatis splendor" di Giovanni Paolo sostiene che è possibile "qualificare come moralmente cattiva secondo la sua specie […] la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall’intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili di quell’atto per tutte le persone interessate".

Così, l’enciclica insegna che ci sono atti che sono sempre cattivi, che sono vietati dalle norme morali che obbligano senza eccezione ("assoluti morali"). Questi assoluti morali sono sempre negativi, cioè, essi ci dicono che cosa non dovremmo fare. "Non uccidere". "Non commettere adulterio". Solo norme negative possono obbligare senza eccezione.

Secondo "Veritatis splendor", nel caso di atti intrinsecamente cattivi nessun discernimento delle circostanze o intenzioni è necessario. Anche se un agente segreto potesse strappare delle informazioni preziose dalla moglie del terrorista commettendo con essa un adulterio, così da salvare la patria (ciò che suona come un esempio tratto da un film di James Bond è stato già contemplato da San Tommaso d’Aquino nel "De Malo", q. 15, a. 1). Giovanni Paolo II sostiene che l’intenzione (qui "salvare la patria") non cambia la specie dell’atto ("commettere adulterio") e che è sufficiente sapere la specie dell’atto ("adulterio") per sapere che non va fatto.

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Dubbio numero 3:

Dopo "Amoris laetitia" n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

Nel paragrafo 301 "Amoris laetitia" ricorda che "la Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti". E conclude che "per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante".

Nella Dichiarazione del 24 giugno del 2000 il Pontificio consiglio per i testi legislativi mirava a chiarire il canone 915 del Codice di Diritto Canonico, che afferma che quanti "ostinatamente persistono in peccato grave manifesto, non devono essere ammessi alla Santa Comunione". La Dichiarazione del Pontificio consiglio afferma che questo canone è applicabile anche ai fedeli che sono divorziati e risposati civilmente. Essa chiarisce che il "peccato grave" dev’essere compreso oggettivamente, dato che il ministro dell’Eucarestia non ha mezzi per giudicare l’imputabilità soggettiva della persona.

Così, per la Dichiarazione, la questione dell’ammissione ai sacramenti riguarda il giudizio della situazione di vita oggettiva della persona e non il giudizio che questa persona si trova in stato di peccato mortale. Infatti soggettivamente potrebbe non essere pienamente imputabile, o non esserlo per nulla.

Lungo la stessa linea, nella sua enciclica "Ecclesia de Eucharistia", n. 37, San Giovanni Paolo II ricorda che "il giudizio sullo stato di grazia di una persona riguarda ovviamente solo la persona coinvolta, dal momento che è questione di esaminare la coscienza". Quindi, la distinzione riferita da "Amoris laetitia" tra la situazione soggettiva di peccato mortale e la situazione oggettiva di peccato grave è ben stabilita nell’insegnamento della Chiesa.

Giovanni Paolo II, tuttavia, continua a insistere che "in caso di condotta pubblica che è seriamente, chiaramente e stabilmente contraria alla norma morale, la Chiesa, nella sua preoccupazione pastorale per il buon ordine della comunità e per il rispetto dei sacramenti, non può fallire nel sentirsi direttamente implicata". Egli così riafferma l’insegnamento del canone 915 sopra menzionato.

La questione 3 dei "dubia" vorrebbe così chiarire se, anche dopo "Amoris laetitia", è ancora possibile dire che le persone che abitualmente vivono in contraddizione al comandamento della legge di Dio vivono in oggettiva situazione di grave peccato abituale, anche se, per qualche ragione, non è certo che essi siano soggettivamente imputabili per la loro abituale trasgressione.

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Dubbio numero 4:

Dopo le affermazioni di "Amoris laetitia" n. 302 sulle "circostanze attenuanti la responsabilità morale", si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 81, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, secondo cui: "le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta"?

Nel paragrafo 302 "Amoris laetitia" sottolinea che "un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta". I "dubia" fanno riferimento all’insegnamento così come espresso da Giovanni Paolo II in "Veritatis splendor", secondo cui circostanze o buone intenzioni non cambiano mai un atto intrinsecamente cattivo in un atto scusabile o anche buono.

La questione è se "Amoris laetitia" concorda nel dire che ogni atto che trasgredisce i comandamenti di Dio, come l’adulterio, il furto, lo spergiuro, non può mai, considerate le circostanze che mitigano la responsabilità personale, diventare scusabile o anche buono.

Questi atti, che la Tradizione della Chiesa ha chiamato peccati gravi e cattivi in sé, continuano a essere distruttivi e dannosi per chiunque li commetta, in qualunque stato soggettivo di responsabilità morale egli si trovi?

O possono questi atti, dipendendo dallo stato soggettivo della persona e dalle circostanze e dalle intenzioni, cessare di essere dannosi e divenire lodevoli o almeno scusabili?

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Dubbio numero 5:

Dopo "Amoris laetitia" n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?

"Amoris laetitia" n. 303 afferma che "la coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio". I "dubia" chiedono una chiarificazione di queste affermazioni, dato che essi sono suscettibili di divergenti interpretazioni.

Per quanti propongono l’idea di coscienza creativa, i precetti della legge di Dio e la norma della coscienza individuale possono essere in tensione o anche in opposizione, mentre la parola finale dovrebbe sempre andare alla coscienza, che ultimamente decide a riguardo del bene e del male. Secondo "Veritatis splendor" n. 56, "su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette 'pastorali' contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica 'creatrice', secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare".

In questa prospettiva, non sarà mai sufficiente per la coscienza morale sapere che "questo è adulterio", "questo è omicidio" per sapere se si tratta di qualcosa che non può e non deve essere fatto.

Piuttosto, si dovrebbe anche guardare alle circostanze e alle intenzioni per sapere se questo atto non potrebbe, dopo tutto, essere scusabile o anche obbligatorio (cfr. la domanda 4 dei "dubia"). Per queste teorie, la coscienza potrebbe infatti legittimamente decidere che, in un certo caso, la volontà di Dio per me consiste in un atto in cui io trasgredisco uno dei suoi comandamenti. "Non commettere adulterio" sarebbe visto appena come una norma generale. Qua e ora, e date le mie buone intenzioni, commettere adulterio sarebbe ciò che Dio realmente richiede da me. In questi termini, casi di adulterio virtuoso, di omicidio legale e di spergiuro obbligatorio sarebbero quanto meno ipotizzabili.

Questo significherebbe concepire la coscienza come una facoltà per decidere autonomamente a riguardo del bene e del male e la legge di Dio come un fardello che è arbitrariamente imposto e che potrebbe a un certo punto essere opposto alla nostra vera felicità.

Però, la coscienza non decide del bene e del male. L’idea di "decisione di coscienza" è ingannevole. L’atto proprio della coscienza è di giudicare e non di decidere. Essa dice, "questo è bene", "questo è cattivo". Questa bontà o cattiveria non dipende da essa. Essa accetta e riconosce la bontà o cattiveria di un’azione e per fare ciò, cioè per giudicare, la coscienza necessita di criteri; essa è interamente dipendente dalla verità.

I comandamenti di Dio sono un gradito aiuto offerto alla coscienza per cogliere la verità e così giudicare secondo verità. I comandamenti di Dio sono espressione della verità sul bene, sul nostro essere più profondo, dischiudendo qualcosa di cruciale a riguardo di come vivere bene.

Anche Papa Francesco si esprime negli stessi termini in "Amoris laetitia" n. 295: "Anche la legge è dono di Dio che indica la strada, dono per tutti senza eccezione".

 

da: Corrispondenza Romana del 14/11/2016 http://www.corrispondenzaromana.it/nodi-irrisolti-di-amoris-laetitia-un-appello/

Argomento: Chiesa

 Gender, se il Forum Famiglie non..."si immischia"

di Luca Paci 28-10-2016

 

Sono ferme al palo le linee guida per l’applicazione del comma 16 della legge sulla ‘Buona Scuola’, che introduce l’educazione di genere in tutti gli istituti di ogni ordine e grado. Si é infatti impantanato il lavoro della commissione di esperti incaricata dal ministero dell’Istruzione a stilare tutte le pratiche e i percorsi educativi tesi, ufficialmente, alla lotta contro le disparità tra sessi e al bullismo.

Il documento stilato dalla squadra di tecnici messa a punto da viale Trastevere doveva essere presentato ai delegati del Fongas (Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola) lo scorso 5 luglio. La consegna del testo è poi stata rinviata al 15 ottobre ma anche questo nuovo appuntamento è stato disatteso, fra l’altro senza la comunicazione di una nuova data per la diffusione delle linee guida. 

A mettere il lavoro della commissione su un binario morto sono state le indiscrezioni di stampa apparse lo scorso luglio su la Nuova BQ e altre testate nazionali, che hanno anticipato quasi interamente le bozze del testo, svelando una retorica di fondo e una serie di vere e proprie esortazioni tutte tese a decostruire ogni forma di identità sessuata. Nelle pagine uscite dal ministero maschile e femminile sono, infatti, presentati nel contesto di una continua contrapposizione condizionata da “pregiudizi spacciati come naturali”, mentre la differenza sessuale è descritta come qualcosa che può “essere vissuta in uno spettro ampio di inclinazioni”.

La colpevolizzazione del maschio e di ogni dinamica della società naturale ovviamente fanno da fil rouge. Se non fosse tutto terribilmente serio, ci sarebbe persino da sorridere leggendo alcuni stralci del documento che ammoniscono le famiglie e i professori a non usare esortazioni come “fai l’uomo!” per convincere un ragazzo a prendersi le proprie responsabilità. 

Ovviamente un indirizzo culturale e antropologico di tale natura, non poteva non suscitare la massima opposizione di gran parte del mondo associativo pro-family italiano. Il Comitato difendiamo i nostri figli, che ha dato vita al Family day del 20 giugno del 2015 proprio sul tema del gender nelle scuole, lo scorso 25 giugno ha portato 300 famiglie romane davanti al Miur e, tra agosto e settembre, ha consegnato ai ministri Boschi e Giannini e al presidente Mattarella oltre 70mila firme in sostegno di una petizione per la libertà educativa: consenso informato preventivo e la possibilità di esonero da progetti didattici e percorsi educativi non condivisi.

Tutto questo ha gettato all’aria i piani del Ministero dell’Istruzione e ha evitato l’introduzione, già nell’anno scolastico in corso, di attività di sensibilizzazione interconnesse ai contenuti di tutte le discipline curriculari.

Insomma anche se parziale e momentanea, la paralisi del tavolo del Miur può essere considerata una vittoria delle famiglie che chiedono che i loro figli non siano costretti a subire un indottrinamento culturale privo di alcuna base scientifica. 

Sorprende quindi la nota diffusa nei giorni scorsi e ripresa da Avvenire, con cui la vice-presidente del Forum delle associazioni familiari Maria Grazia Colombo esorta i ministri della Pari opportunità e dell’Istruzione, Maria Elena Boschi e Stefania Giannini, a “stringere i tempi” per presentare “al più presto” le linee guida per “l’Educazione di genere”. Una richiesta che la Colombo giustifica dicendosi preoccupata che la mancanza di linee guida produca “pericolosissime fughe in avanti”.

L’allarme sarebbe comprensibile se ormai non fosse di dominio pubblico il  documento in questione. Eppure tutti sanno cosa contengono queste linee guida che si soffermano persino ad indicare un adeguato cambiamento lessicale tanto caro ai nuovi diktat del politicamente corretto. In altre parole lo stop della commissione non viene visto come un’opportunità per chiedere una radicale modifica dell’indirizzo culturale del testo ma come un vuoto legislativo in cui posso insinuarsi iniziative peggiori.

D’altra parte il mondo dell’associazionismo cattolico si era diviso lungo due diverse strade proprio in occasione del Family day del 2015 sul gender nelle scuole. La cosiddetta linea dialogante seduta ai tavoli istituzionali sotto il capello del Forum e la piazza delle famiglie guidata da Gandolfini potevano, in fondo, agire diversamente ma colpire insieme e portare allo stesso obiettivo.  

Tuttavia anche le richieste di fondo sembrano divergere: il Comitato si spende con iniziative di ogni tipo per chiedere il consenso informato su attività così sensibili per la formazione dell’identità degli studenti, mentre il Forum sconsiglia di sostenere questo istituto giuridico perché potrebbe creare un attrito preventivo e un contrasto ingiustificato tra famiglie e scuola. Secondo il Forum non va infatti posto alcuno ostacolo preventivo ma la dialettica deve basarsi sul confronto e i contatti personali. Insomma  in tutti i casi il bambino segue la lezione, poi se la maestra ti racconta la favola con due papà si tireranno le somme e si capirà come reagire. 

Una linea strategica che emerge anche nella campagna ‘Immischiati a scuola’; iniziativa voluta dai vertici del Forum e che esorta tutte le famiglie ad impegnarsi nelle scuole guardano verso di esse “come luogo di corresponsabilità educativa”. Alcuni genitori che hanno partecipato a questi incontri che preparano le famiglie ad “immischiarsi” riferiscono che i delegati del Forum presentano la questione del gender come sostanzialmente marginale rispetto alle battaglie per abbattere i tetti in amianto, la carta igienica nei bagni e i topi nelle aule. 

Tutto fa pensare quindi che la rappresentanza istituzionale del mondo delle famiglie non sia più in completa sintonia con i timori che agitano le mamme e i papà di tutta Italia. Vero è che in questi anni è sembrato consolidarsi il fatto che il Forum si occupi di questioni economiche e sociali e il Comitato del Family day di quelle di ordine antropologico e culturale. D’altro canto anche nell’ultima finanziaria non sembrano esserci grandi soddisfazioni e vittorie anche nell’ambito di competenza del Forum. Le misure una tantum sono proprio il contrario di quello che ha sempre chiesto il presidente del Forum De Palo che spinge su un quoziente familiare strutturale. La paccottiglia di mancette e bonus momentanei – impossibili da usare a meno che non si faccia parte di famiglie che vivono sotto i ponti - non sembrano giustificare alcuna arrendevolezza verso la grande sfida antropologica.

da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-gender-se-il-forum-famiglie-nonsi-immischia-17859.htm

Non c’è nessuna continuità tra le idee di Giovanni Paolo II e la confusione attuale.

In tanti pastori, oggi regna la diplomazia politicante anziché la pastorale evangelica.

Chi vive secondo la logica della verità, del Padre e delle differenze, è criticato, ridicolizzato, minacciato

Contro alcune tendenze nella Chiesa moderna

di Stanislaw Grygiel

 

Al ricordo di quel memorabile 22 ottobre di trentotto anni fa, mi sento oppresso più che altre volte dalle tenebre che coprono l’Europa e il popolo di Dio. I “padroni” dell’Unione europea odiano l’Europa e la demoliscono. Fanno di tutto per sigillare le sorgenti dalle quali l’Europa scaturisce. Non arrivano a comprendere che essere europeo significa qualcos’altro dall’essere suddito del loro potere. Credono che l’europeo debba sapersi sottomettere ai loro calcoli che trasformano le cose e anche gli uomini in oggetti da vendere e da comprare. Separano la libertà dalla verità, la fratellanza dal Padre e l’uguaglianza da qualsiasi differenza.
Per loro ogni uomo deve essere privo dell’identità di persona, perché solo così potrà essere disponibile a fare ciò che gli sarà imposto. Una simile dittatura non tollera che il nichilismo morale e culturale. Chi vive secondo la logica della verità, del Padre e delle differenze, chi cerca di dare parole adeguate agli uomini e alle cose, è criticato, ridicolizzato, minacciato e talvolta, come il Giusto di Platone, ucciso dagli schiavi incatenati al muro delle opinioni nella caverna. Nelle strade, nelle pagine di giornale di questa caverna in cui siamo gettati, le trombe degli schiavi delle opinioni suonano l’inno della gioia pagana che esalta l’ingenuo affidarsi alla promessa del “serpente”: “Conoscerete il bene e il male” (Gen 3, 5).

Il suono delle trombe della modernità irrompe nei matrimoni e nelle famiglie e, di conseguenza, irrompe anche nella Chiesa che in loro nasce. Distrugge le mura morali dietro le quali le persone impaurite cercano riparo. Persino molti apostoli abbandonano la via crucis o addirittura fuggono da sotto la croce per rifugiarsi nei nascondigli offerti dalla modernità. Il peggio è che alcuni di loro hanno impugnato le trombe e suonano teologicamente lo stesso inno pagano della gioia e della felicità. Come siamo lontani dalle beatitudini del Discorso sulla Montagna (cfr. Mt 5 1 e s.)!
Si sono lasciati degradare a tal punto che non si rendono conto d’avere accettato di funzionare come “utili idioti” che aiutano i padroni della modernità ad appiattire i matrimoni, le famiglie e, quindi, la Chiesa stessa a quota zero, sostenendo spudoratamente che a questa quota abbiamo a che fare con la profondità del mare. Le conseguenze del caos e della confusione da loro prodotti nelle menti e nei cuori di tanti uomini non li lasceranno, esigendo che ne rendano conto davanti al Signore dell’universo e della storia.

Mi viene alla mente la distinzione che Platone fa tra i “semplici operai” (homines fabri) e i costruttori dei ponti (ponti-fices). I “semplici operai” producono oggetti il cui commercio crea tra gli uomini legami calcolati a seconda degli interessi. Invece i ponti-fices aprono gli uomini a ricevere il dono divino, cioè il Ponte che Dio costruisce per scendere verso di loro dall’altra riva del fiume della vita. I “semplici operai” non comprendono che l’amore umano, per essere ciò che dice di essere, cioè amore, deve lasciarsi trasfigurare nell’Amore divino.
Perciò non comprendono che donare se stessi a un’altra persona significa donarsi per sempre. Chi toglie se stesso a chi si è donato, commette un furto gravissimo e rischia di prendere la via dell’adulterio.

L’antropologia degli homines fabri è basata non sull’esperienza della ricerca della verità ma sull’esperienza delle cadute e delle malattie morali. Non c’è affatto di che meravigliarsi se la pratica pastorale da loro proposta si oppone alla Parola che è la Verità, la Via e la Vita. Seguono non Cristo ma Mosè, che per la sclerosi del loro cuore (sklerocardia) aveva permesso agli ebrei di abbandonare la propria moglie e prenderne un’altra (cfr. Mt 19, 3-9). E’ una pastorale che io chiamerei diplomazia politicante piuttosto che pastorale evangelica.
Simili pastori giocano a carte truccate con gli uomini e con Dio, poiché non credono più che l’uomo sia chiamato a trascendere se stesso e camminare sul ponte ascendente che Dio ha iniziato a costruire in lui. Non credono che la grazia divina possa rendere l’uomo idoneo a una vita in castità e allora anche nel celibato. Parlano non della fedeltà con-creativa con Dio ma di quella creativa a favore della debolezza umana.
Nulla sapendo della salute e non essendo perciò capaci di diagnosticare il male, confondono le malattie con la salute. Confondono il male con il bene, il falso con il vero. Di conseguenza, invece di avere dei medici abbiamo tanti guaritori che sanno fare molte cose ma ignorano l’unum necessarium. Ubbidiscono ai “conoscitori del bene e del male” che suggeriscono loro le “nuove strategie pastorali” micidiali per la vita spirituale della Chiesa. E’ proprio a questo che mirano i padroni del mondo moderno, stringendo alleanza con gli “utili idioti”.

Alcuni osano dire che sono il pensiero filosofico e l’insegnamento di san Giovanni Paolo II ad avere aperto la porta a ciò che oggi sta accadendo. Vedono una continuità tra le sue idee e la confusione attuale. Sono d’accordo che c’è una continuità nell’insegnamento della Chiesa, ma non dobbiamo identificarlo con il caos provocato dai “semplici operai” ispirati dal postmoderno.
Uno di loro, per rafforzare le proprie opinioni in favore del trattamento più liberale dei divorziati, cita il libro “Persona e atto” di Karol Wojtyla e il Colloquio ad esso dedicato (tenuto nel 1970 non a Cracovia, come lui scrive, ma a Lublino – ne sono testimone, poiché vi ho preso parte attiva). Le analisi fatte in questo libro mostrano come l’uomo sia costituito soggetto libero, sovrano, le cui scelte sono atti dell’amore inteso come dono di sé e la cui responsabilità è legata con il suo dovere di esigere da sé anche ciò che da lui non esigono gli altri. C’è sempre il rischio di abusare del pensiero del Santo, quando non gli si è compagni nella salita verso la cima dell’atto della creazione, da dove promana la luce della verità divino-umana della persona umana.

L’oblio del fatto che il pensiero antropologico di Karol Wojtyla è nato nell’esperienza morale dell’uomo, cioè nella comunione con le altre persone e nello stesso tempo nell’esperienza della presenza di Dio in ogni uomo, nella Bibbia e nella Chiesa, permette di manipolare l’eredità di san Giovanni Paolo II, la cui comprensione della persona umana nata nella purezza del cuore e della mente combaciava con la Parola del Dio vivente, Gesù Cristo, e non invece con quella di Mosè. Qui tocchiamo un punto cruciale per la visione wojtyliana del continuo sviluppo della nostra comprensione della salvezza.

Non sarebbe possibile parlare di continuità dell’insegnamento nella Chiesa, se la Chiesa non fosse radicata nella Persona di Cristo presente nel Vangelo e nell’Eucaristia. Senza la continua adorazione di Cristo così presente in mezzo a noi, l’insegnamento nella Chiesa non sarebbe che un Talmud cristiano, cioè una raccolta di studi, di commenti, nei quali il Vangelo si rifletterebbe come il sole nella luna. I riflessi assumono diverse forme e qualità, ma non è la luna a segnare l’avvento dell’aurora.

La Parola in cui Dio crea e salva l’uomo è una sola, ma egli stesso, l’uomo, la sente più volte. Perché? Perché cambiano le situazioni nelle quali l’uomo sente ciò che Dio semel dixit. L’uomo semmai matura, radicando il proprio essere nella profondità infinita della Parola del Dio vivente. La sua maturazione avviene nel continuo ritornare al Principio in cui Dio lo sta pensando creativamente. Essa consiste nel continuo rinascere o, se si vuole, nel convertirsi al Principio, e non nelle riforme.

Proprio per questo non capisco perché certi miei amici hanno paura di pensare dell’uomo e della Chiesa in modo mistico, escatologico e verticale. Si abbassano a fare nella Chiesa la politica che in fin dei conti trasformerà la pastorale in un gioco di statistiche. Ciò non aiuta la Chiesa a dare parole adeguate al matrimonio, alla famiglia, e nemmeno a se stessa.
La rinascita, la conversione dell’uomo e della Chiesa mai sono state l’effetto di decreti scaturiti da commissioni o da discussioni che sono soltanto scambio di parole. Ogni rinascita, ogni conversione avviene nella bellezza propria dello scambio dei doni che sono le persone. I “semplici operai” che cercano di riformare la Chiesa pestano l’acqua nel mortaio. Il carattere sacramentale della Chiesa non è da pestare così.

Aiutare l’uomo moralmente malato a conoscere e a riconoscere la verità del proprio essere costituisce il primordiale amore e la primordiale misericordia che l’uomo può e deve esercitare verso gli altri. Misericordiosi sono quelli che pensano se stessi e gli altri non più secondo una logica orizzontale ma secondo quella verticale.
Le fondamenta dell’amore e della misericordia non sono gettate nelle statistiche – queste non conoscono né l’amore né la misericordia che sono per sempre – ma nella verità che, come dice la Veritatis splendor, è sempre e dappertutto, e in ogni situazione è verità. Non dimenticherò mai la risposta data da san Giovanni Paolo II alla domanda: “Se la Bibbia dovesse essere distrutta e Lei avesse la possibilità di salvarne una sola frase, quale sceglierebbe?”, “Sceglierei questa: ‘La verità vi farà liberi’”.

Non so perché, ma mentre compongo questo scritto mi è stato dato di vedere la frase scelta da san Giovanni Paolo II nel suo insieme. Gesù dice infatti: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero i miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). Nel senso profondo del termine, solo la fedeltà alla persona ci fa liberi. La fedeltà alle cose ci rende schiavi.
Allora la verità desiderata dal cuore umano altro non può essere che Dio disceso e rimasto in mezzo a noi. Albeggia ormai, quando abbandoniamo le opinioni e camminiamo verso di Lui presente nel Vangelo e nell’Eucaristia, intorno alla quale si raduna la Chiesa. L’alba annuncia il sorgere del sole.
Nelle tenebre di questa notte la pallida aurora annuncia il sorgere di quel Sole che è “centro dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1).
Eppure tremo. Perché?

 

 

Stanislaw Grygiel è docente ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia di Roma, è stato allievo di Karol Wojtyla all’Università di Lublino, diventandone poi consigliere.

http://www.ilfoglio.it/articoli/2016/10/25/chiesa-moderna-papa-giovanni-paolo-ii-religione___1-v-149808-rubriche_c379.htm

Argomento: Papa

 Mons. Becciu è noto per la misericordia verso il totalitarismo socialista di Fidel Castro e per non essersi mai accorto delle migliaia di cubani che soffrono nei campi di concentramento e in carcere.

 Ha poi diffamato (con misericordia) la Segreteria per l'economia della Santa Sede.

Pochi giorni fa ha esteso la sua opera misericordiosa a Radio Maria, definita "offensiva e scandalosa".
Ma purtroppo l'emittente cattolica ha calato come al solito le brache.

Preghiamo per il Santo Padre: perchè si lasci consigliare prima di fare altre nomine episcopali.

Terremoto e castigo divino, fulmini su Radio Maria

di Riccardo Cascioli, per La NBQ del 05-11-2016

 

E alla fine toccò anche a Radio Maria entrare nel mirino dei nuovi giudici implacabili che puniscono inesorabilmente quanti non si sottomettono alla dura legge della Misericordia. Fatto senza precedenti, è stato addirittura il numero 2 della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu, a intervenire pesantemente per ammonire Radio Maria a «correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà propugnato con passione da papa Francesco specie nell’anno giubilare». Parole che sono pietre per una emittente che, pur di dimostrare fedeltà agli indirizzi pastorali di papa Francesco, ha eliminato dalla conduzione diversi collaboratori di peso. Ma cosa avrà combinato il buon padre Livio Fanzaga per meritare questa reprimenda?

In realtà padre Livio c’entra poco, il “crimine” è stato commesso da padre Giovanni Cavalcoli, teologo domenicano, durante la sua trasmissione lo scorso 30 ottobre. Secondo l’Espresso, che per primo ne ha dato notizia, padre Cavalcoli avrebbe detto che il recente terremoto è conseguenza dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Da qui lo scatenarsi della bagarre, l’intervento di monsignor Becciu e a ruota altri vescovi, e controreplica di Cavalcoli che invita tutti a ripassare il catechismo. Ma ricostruiamo tutta la vicenda.

PADRE CAVALCOLI

Avesse veramente detto le cose come sono state riportate dalla stampa, indubbiamente padre Cavalcoli avrebbe detto qualcosa di insostenibile, come del resto aveva già spiegato Gesù: «Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc. 13, 4-5). Il disastro naturale non è la punizione diretta per un peccato, piuttosto costituisce un invito alla conversione.

Ma per tornare a padre Cavalcoli, in realtà il suo discorso è stato molto più articolato nel tentativo di rispondere a un ascoltatore sul tema delle conseguenze del peccato mortale e dell’eventuale relazione tra peccati mortali e terremoti. Padre Cavalcoli ha spiegato il significato di peccato mortale; ha affermato che le catastrofi naturali sono conseguenza del peccato originale; è stato molto prudente nel collegare il terremoto alla conseguenza di gravi peccati come quello dell’approvazione delle unioni civili «per non trarre conclusioni che rischierebbero quasi la superstizione»; ma allo stesso tempo ha detto che sì, può essere anche pensato come «castigo divino» ma non nel «senso afflittivo» quanto «nel senso di richiamo alle coscienze».

LA STAMPA

I giornalisti ci hanno messo un po’ ma alla fine l’Espresso è uscito denunciando la “frase choc” di radio Maria: “il terremoto è la punizione per la legge sulle unioni civili”. Una semplificazione scorretta, una evidente strumentalizzazione. All’inizio la frase viene attribuita a padre Livio, poi corretta: responsabile del misfatto è padre Cavalcoli, che immediatamente si ritrova nel tritacarne dell’informazione. A ruota arrivano tutti i giornali, ovviamente nessuno si disturba a verificare quanto abbia effettivamente detto. E allora quella frase, così ingiusta nei confronti degli sfollati del Centro Italia, arriva ai piani alti del Vaticano…

MONSIGNOR BECCIU

… e il numero 2 della Segreteria di Stato, monsignor Becciu, interpellato dall’ANSA, non si fa pregare e spara a zero:  «Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede», dice monsignor Becciu che, dopo aver impartito altre lezioni di misericordia, allarga il discorso dal singolo intervento all’attività della radio: «Radio Maria deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà propugnato con passione da papa Francesco specie nell'anno giubilare». Seguono le scuse alle vittime del terremoto. 

L’intervento del Sostituto alla Segreteria di Stato vaticana, come prevedibile, fa il giro del mondo. E a ruota lo seguono altri vescovi: monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, parla di «scempiaggini blasfeme»; e monsignor Antonio Napolioni, vescovo di Cremona, non può «tacere davanti alle bestemmie che vengono elargite da pulpiti digitali, stampati o parrocchiali quando si attribuisce al terremoto la valenza di "castigo di Dio per le unioni civili"». È chiaro che nessuno di loro ha ascoltato o letto per intero l’intervento di padre Cavalcoli, sono bastate poche righe sui giornali di regime per decretare la sentenza. E del resto padre Cavalcoli, immediatamente accalappiato dai conduttori del programma radiofonico La Zanzara, non fa nulla per placare la tempesta, magari spiegando la differenza fra ciò che aveva detto e ciò che è stato riportato, anzi rincara la dose citando anche Sodoma e Gomorra.

RADIO MARIA

Prima ancora che monsignor Becciu scagliasse i suoi fulmini, nel tentativo di prevenire la tempesta Radio Maria si era affrettata a smentire il coinvolgimento di padre Livio e a prendere le distanze da padre Cavalcoli, di cui però – sul sito dell’emittente - veniva correttamente riportato audio e trascrizione completa dell’intervento: «Le espressioni riportate – si legge nel comunicato – sono di un conduttore esterno, fatte a titolo personale, e non rispecchiano assolutamente il pensiero di Radio Maria al riguardo». Evidente l’imbarazzo per un “incidente” che rischia di far saltare delicati equilibri ecclesiali a danno dell’emittente. Imbarazzo tale da non tentare neanche di chiarire cosa ha effettivamente detto padre Cavalcoli, abbandonato così al suo destino. Ma l’intervento di monsignor Becciu dimostra che, malgrado l’estrema abnegazione con cui padre Livio sostiene la linea pastorale del pontificato – fedele allo statuto dell’emittente –, a Roma ci sono molti che non amano Radio Maria e il rilancio dei messaggi di Medjugorje.

Fa comunque molto riflettere la pesantezza dell’intervento di monsignor Becciu, che non ha assolutamente precedenti. Considerando le vere e proprie eresie che spesso vengono diffuse da giornali ed emittenti cattoliche anche istituzionali senza che dai vertici Cei o vaticani venga articolato un solo suono, il siluro lanciato per una interpretazione tendenziosa di un intervento lascia stupefatti. Non può poi certo essere ignorato il fatto che monsignor Becciu non si è limitato a stigmatizzare l’infelice uscita di padre Cavalcoli, ma ha voluto regolare i conti con la conduzione di Radio Maria in generale. Cambi linguaggio e si converta al messaggio della Misericordia, ha detto chiaramente; e non si sa con quale autorità visto che Radio Maria non dipende dalla Santa Sede.

Ma si capisce che in questo clima di pacificazione con il mondo, la nomenclatura non tollera neanche che si usi un concetto come “castigo”, che pure ha fondamento biblico e si trova anche in una preghiera popolare come l’Atto di dolore («…peccando ho meritato i Tuoi castighi»). Nessuno credo abbia in mente di proporre l’idea di un Dio vendicativo ma fare credere alla gente che il peccato non abbia conseguenze temporali, oltre che eterne, è un inganno bello e buono.

E questo, pur lasciando in pace le popolazioni vittime del terremoto, che hanno bisogno di aiuti materiali ma anche di preghiere, non certo di battaglie ideologico-religiose e di regolamenti di conti giocati sulla loro pelle.

 

Argomento: Attualità

 Si dissolvono i valori e le forme di vita e di cultura che la fede ha prodotto, si dissacra la vita nella sua misteriosità, come dono di Dio, si cerca addirittura di scardinare la procedura naturale con cui la vita si comunica, si sostituisce alla grande idea di identità della natura, forme e modi di manipolazione inaccettabili, sia sulla vita prima che nasce che sulla vita dell’infanzia. Su ogni momento della vita umana cala l’ombra terribile e spettrale della manipolazione.

DISCORSO A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA MARIANA
E ATTO SOLENNE DI CONSACRAZIONE ALLA MADONNA DELLE GRAZIE

 

09/10/2016

Carissimi Fratelli,
figli e figlie di questa veneranda chiesa che è in Ferrara-Comacchio.

Si rinnova l’antica invocazione che le precedenti generazioni hanno rivolto alla Madonna: “soccorri il popolo che sta per cadere”. Viviamo in tempi in un certo senso terribili, dove è in atto una vera e propria guerra, che Papa Francesco non ha esitato a definire “mondiale”, contro il mistero di Cristo presente nella sua Chiesa e tutti gli eventi di cultura e di storia che questa presenza ha generato.

Questa presenza è travolta ogni giorno, poiché ci si adopera sempre più per eliminare Dio dalla storia dell’uomo e del mondo, ma come ci ha insegnato un grande teologo e amico, H. De Lubac: ogni azione rivolta contro Dio, è rivolta contro l’uomo.

Tanti uomini e donne, nostri fratelli, con cui condividiamo la vita di ogni giorno, ci sembrano sempre più spesso essere inconsapevoli della loro verità: non comprendono da dove vengono né dove vanno, non sanno dove trovare il senso profondo della vita quotidiana che appare così definita dalla disperazione.

Il Cardinale Giacomo Biffi, vescovo di Bologna e scomparso l’anno scorso, ha usato a tale proposito un’espressione di singolare profondità e tenerezza, parlando di una società “sazia e disperata”. Forse questa definizione è da aggiornare perché oggi viviamo in una società “povera e disperata”.

Di fronte a questa battaglia nei confronti della tradizione cristiana, noi non possiamo non affermare che questi attacchi sono assolutamente ingiustificati; ingiusti dal punto di vista storico e gravissimi dal punto di vista morale.

Si dissolvono i valori e le forme di vita e di cultura che la fede ha prodotto, si dissacra la vita nella sua misteriosità, come dono di Dio, si cerca addirittura di scardinare la procedura naturale con cui la vita si comunica, si sostituisce alla grande idea di identità della natura, forme e modi di manipolazione inaccettabili, sia sulla vita prima che nasce che sulla vita dell’infanzia. Su ogni momento della vita umana cala l’ombra terribile e spettrale della manipolazione.

Cose inaudite e incredibili possono accadere e accadono sotto i nostri occhi, e per questo unisco la mia voce, con totale adesione, all’intervento forte e sgomento del Cardinal Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna, che ha segnalato l’esistenza della decisione, nell’ambito della nostra Regione, di acquistare da banche del seme estere gameti femminili e maschili per poi distribuirli gratuitamente a quanti vorranno servirsene per promuovere la fecondazione eterologa. In tal modo – afferma il Card. Caffarra – “non ci si rende conto che si sta sradicando la genealogia della persona dalla genealogia naturale”. Ma ancor di più: i bambini non si comprano, e le donne non possono essere sottoposte “a dei trattamenti ormonali massacranti. E’ un grande inganno, compiuto con fondi pubblici. Non si può tacere”. È una cosa inconcepibile, e va contro la natura profonda dell’uomo, della storia e della società.

Noi aspettiamo un gesto di correzione perché ci troviamo di fronte ad un fatto inaudito. Se il Card. Caffarra è intervenuto in modo così forte, lui che prima di parlare esamina a fondo e con acribia la realtà dei fatti, vuol dire che è proprio così.

Per questo credo che bisogna ricordare quello che ci ha insegnato il Santo Padre Giovanni Paolo II: noi abbiamo la precisa responsabilità di aiutare gli uomini di questo tempo a ritrovare il sentiero buono della ragione, a cercare di valutare il cammino che ciascuno deve percorrere per arrivare sicuro e diritto verso Dio. E dobbiamo aiutare l’uomo di questo tempo ad attendere con animo aperto il Signore che certamente viene ad incontrarlo - coprendo una distanza umanamente incolmabile - in Gesù Cristo.

Di fronte a questo momento così grave, la nostra Chiesa Diocesana continuerà inesorabile la sua missione di verità e di libertà. Verità e libertà per il cristiano, verità e libertà per tutti gli uomini di buona volontà.

Perciò oggi, per volontà del suo Arcivescovo, questa antica Chiesa Diocesana si consacra alla Beata Vergine Maria, Madonna delle grazie, perché rifiorisca in noi la fede, la speranza e la carità, e il mondo riconosca – attraverso la nostra testimonianza umile e coraggiosa – che il Signore è venuto, è risorto e abita in mezzo a noi. E così sia, per noi e per tutta l’umanità.

Segue la lettura dell’ATTO SOLENNE DI CONSACRAZIONE DELL’ARCIDIOCESI DI FERRARA-COMACCHIO ALLA MADONNA DELLE GRAZIE

http://www.luiginegri.it/default.asp?id=401&id_n=1860&Pagina=1

Argomento: Socialismo

  Mentre l'attenzione dei cattolici italiani veniva deviata sull'assurda diatriba "se Dio punisca o no", si è svolta a Roma un incredibile "marcia": per la prima volta nella storia, una Conferenza Episcopale ha dato il suo appoggio ad un evento promosso dalla lobby che più di ogni altra ha attaccato la famiglia, la vita nascente, la fecondazione artificiale, la droga: il Partito Radicale.

 

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In psicologia la resilienza indica la capacità d’affrontare, contro tutto e contro tutti, le avversità in cui si sia immersi.

A modo suo, il «Gruppo di San Gallo», spiazzato dall’elezione di Benedetto XVI, fu dunque resiliente, seppe cioè far buon viso a cattiva sorte e lavorare in vista di tempi migliori, tempi che effettivamente per quel sodalizio giunsero col Pontificato Bergoglio, cui tanto si dedicò, preparandone il terreno.

La stessa cosa sta avvenendo con l’adesione sì-no-forse della Cei alla IV «Marcia per l’amnistia, la giustizia, la libertà», promossa per questa domenica dal Partito Radicale, non a caso intitolandola a Marco Pannella ed a papa Francesco, non a caso proprio in concomitanza col Giubileo dei Carcerati. Tale adesione è lampante nelle dichiarazioni attribuite lo scorso 19 ottobre da Radio Radicale al Sottosegretario e portavoce della Cei, don Ivan Maffeis; è più sfumata, invece, e ridotta ad una semplice “condivisione d’intenti” in una sua precisazione successiva. Non è dato sapere se davvero si sia trattato di un semplice equivoco con una parziale, ma intempestiva rettifica, o se viceversa la ridda di proteste subito levatesi dal mondo cattolico abbia suggerito una rapida marcia indietro.

Comunque sia, tale sostegno, che ha giustamente scandalizzato molti, in realtà non dovrebbe stupire. Come già fece il «Gruppo di San Gallo», operante a lungo dietro le quinte, anche in questo caso è evidente un lavoro di silente e meticolosa preparazione durato non anni, bensì decenni e manifestatosi in modo esplicito solo una volta conquistate posizioni di vertice ed una volta raggiunte consolidate probabilità di successo.

Così non stupisce che, alla notizia della morte del leader radicale, L’Osservatore Romano lo abbia ricordato come «protagonista tra i più noti della vita politica italiana, portando avanti battaglie appassionate contro la pena di morte, contro la fame nel mondo e per il miglioramento delle condizioni dei carcerati», senza cenni espliciti ad aborto, divorzio e dintorni; non stupisce, perché già nel 2010 lo stesso direttore del quotidiano della Santa Sede, Giovanni Maria Vian, incoraggiò l’avvio di un dialogo con Pannella ed Emma Bonino.

Non è uscita dal cilindro l’idea d’individuare nella situazione carceraria l’humus del compromesso radical-ecclesiale, poiché già ripetuti e chiari furono in passato i segnali in tal senso. Nell’aprile 2012 i Vescovi della Basilicata, all’unanimità, aderirono alla Marcia organizzata dai Radicali a Roma, schierandosi a favore dello svuotamento delle carceri. Marcia, cui annunciarono la propria partecipazione anche don Andrea Gallo, don Antonio Mazzi, don Luigi Ciotti, 20 cappellani delle carceri ed un’ampia rappresentanza del volontariato cattolico.

Solo sei mesi dopo, il 23 ottobre, dai microfoni di Radio Radicale, l’allora direttore dell’Ufficio Comunicazione della Cei, mons. Domenico Pompili, annunciò di condividere la battaglia per l’amnistia promossa dai Radicali e di aderirvi anche a nome della Cei. Mons. Pompili ha fatto carriera: l’anno scorso papa Francesco lo ha nominato Vescovo di Rieti.

Sempre secondo Radio Radicale, lo stesso Pontefice, quando due anni fa chiamò Pannella al telefono, gli avrebbe assicurato sostegno «contro questa ingiustizia» ovvero contro le condizioni detentive nelle carceri italiane.

Così anche le frequenti visite, compiute da mons. Vincenzo Paglia al capezzale di Pannella, non furono né sorprendenti, né casuali: Il Fatto Quotidiano dello scorso 20 maggio ha anzi specificato come mons. Paglia – peraltro da poco nominato da papa Francesco Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II e presidente della Pontificia Accademia per la Vita – conoscesse e frequentasse il leader radicale «dai primi anni Novanta» e lo definisse, con ammirazione, uno che «ha speso la vita negli ideali in cui ha creduto». L’elenco potrebbe continuare: tutti gesti, segni e parole assolutamente convergenti e certo frutto non del caso, vogliono anzi dire qualcosa.

Quel che è certo è che da tempo qualcuno premeva e qualcun altro pazientemente tesseva le trame, per giungere a “reclutare” la Cei nella marcia radicale di questa domenica, col pieno avallo del Segretario generale della Conferenza episcopale, mons. Nunzio Galantino. La giornalista Costanza Miriano ha parlato di «un gesto fatto non in un momento d’entusiasmo», bensì di «una scelta ragionata». Più che ragionata, è stata proprio meditata. E’ diverso.

E’ in quest’ottica che si comprende come mai improvvisamente le posizioni dei Radicali su divorzio, aborto, eutanasia, eugenetica, fecondazione assistita, “nozze” gay, legalizzazione delle droghe con relative «sale da iniezione» siano state messe in secondo piano, bypassate in questo convinto plauso accordato dalla Cei alla marcia “Pannella-Bergoglio”, senza nemmeno più citarle, benché mai rinnegate dall’impenitente partito, neppure sfiorato dall’eventualità d’aver sostenuto con esse posizioni frontalmente contrarie al diritto naturale ed ai principi non negoziabili.

Non son trascorsi molti anni da quel 2011, in cui i Radicali invocarono a gran voce l’imposizione dell’Ici alla Chiesa per tutte le sue attività “commerciali” (o presunte tali), in singolare sincronia con l’identica richiesta mossa da Gustavo Raffi, all’epoca Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

Non son trascorsi molti anni da quel 2012, in cui i Radicali invocarono a gran voce la prostituzione tassata, il testamento biologico, nonché l’abolizione dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, con tanto di «presidio anticoncordatario» davanti all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, al grido di «Abrogare il Concordato, denunciare il Trattato».

E come dimenticare lo sconcertante spot pro-eutanasia, promosso da una delle più importanti sigle della galassia radicale, l’associazione Luca Coscioni, con l’allucinante slogan «A.A.A. Cerchiamo malati terminali per ruolo da protagonista. Anche prima esperienza».

Ma di tutto questo non v’è traccia nell’acritico sostegno accordato dalla Cei alla marcia pannelliana. Un sostegno, che viene da lontano

(M. F. per http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/cei-e-marcia-radicale-un-abbraccio-che-viene-da-lontano/).

Argomento: Vita

 Un giornale danese presenta come una grande conquista l’intenzione del governo di rendere gratuiti i test di diagnosi prenatale per cui le nascite down, già in diminuzione, spariranno presto del tutto. È chiaro –ma forse, non detto- che l’auspicata sparizione dipenderà non certo da inesistenti (fino ad oggi almeno) terapie ma dalla soppressione dei feti che presentano tale diagnosi: scelta oramai data per scontata

Roberto Volpi 

LA SPARIZIONE DEI BAMBINI DOWN

- UN SOTTILE SENTIMENTO EUGENETICO PERCORRE L’EUROPA -

Ed. Lindau - 2016 – pag. 89 - €.10,00

 

Roberto Volpi, oggi poco più che settantenne, è stato da giovane un convinto sessantottino. Dapprima, leader di un piccolo gruppo di cinesi (così si chiamavano i giovani di sinistra delusi dalla prassi parlamentare del Partito comunista italiano cui essi contrapponevano la ben più radicale rivoluzione culturale di Mao Tse Tung), aderì poi al P.C.I. e ne fu, oltre che focoso comiziante ed amministratore locale, esponente di rilievo nella provincia di Pisa. Fu infatti, poco più che trentenne, posto alla presidenza della neo-costituita U.S.L. ed appariva dunque destinato ad una carriera politica di rilievo.

Si dimise invece poco dopo, nauseato – così ricorda- dal clientelismo che vedeva intorno a sé e si è quindi dedicato al lavoro di statistico presso gli Uffici della Regione Toscana.

Nell’ambito di questa attività, nonostante l’inequivoca formazione politica, la sua personale onestà non lo ha lasciato insensibile davanti a quel drammatico declino demografico dell’Italia ed insieme, di tutto l’Occidente, che i numeri che trattava ogni giorno gli ponevano sotto gli occhi. Nell’indagarne le cause, ha creduto –con altrettanta onestà- di poterle individuare nella tragica crisi della famiglia. Infatti, almeno in Italia la crisi demografica si fa sempre più drammatica dopo il 1975 che è, significativamente, l’anno che segue il referendum sul divorzio: un avvenimento che (come Volpi va ripetendo negli incontri e negli articoli sul Foglio di Giuliano Ferrara) aveva fatto capire a tutti che questo istituto sarebbe oramai divenuto definitivo.

È da questo momento che occorre dunque datare la fine della tradizionale famiglia italiana: una realtà costruita nei secoli e circondata nel mondo da fama di solidità a tutta prova, di spirito di sacrificio e, proprio per tali caratteristiche, miniera di figli. L’apertura verso le nascite richiede infatti –ricorda ancora Volpi- più ancora che l’aumento degli assegni familiari o dei parchi giochi, la certezza di un futuro unito e di una solidarietà che oltrepassa le generazioni. La conclusione è quindi assai semplice: se non si può più fare affidamento sulla famiglia, neanche si fanno più figli.

Questa la tesi di fondo che emerge dai suoi libri, spesso dal titolo provocante: “Il sesso spuntato - Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente” o “La nostra società ha ancora bisogno della famiglia?”. Non stupisce dunque che il “laico” Roberto Volpi pubblichi spesso da Vita e pensiero, l’editrice dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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Anche il breve saggio che presentiamo, è assai chiaro già dal titolo. L’autore prende le mosse da una notizia di cronaca apparsa su di un giornale danese che presenta come una grande conquista l’intenzione del governo di rendere gratuiti i test di diagnosi prenatale per cui le nascite down, già in diminuzione, spariranno presto del tutto. È chiaro –ma forse, non detto- che l’auspicata sparizione dipenderà non certo da inesistenti (fino ad oggi almeno) terapie ma dalla soppressione dei feti che presentano tale diagnosi: scelta oramai data per scontata. Ma la situazione danese non è poi diversa da quella del resto dell’Occidente come risulta dai dati che Volpi presenta. Non lo seguiremo certamente nelle sue, pur avvincenti, analisi statistiche, presentate comunque in modo discorsivo e cioè senza grafici, equazioni o altro che potrebbe scoraggiarne la lettura.

Basti ricordare come nel libro si discutano, quanto all’Italia i dati delle sole due regioni (Emilia-Romagna e Toscana) per le quali si dispone di statistiche su diagnosi e nascite down. I loro numeri confermano la sistematica eliminazione di tali soggetti: una vera e propria strage che giustifica ampiamente la parola “eugenetica” che figura nel titolo del libro.

Merita invece ricordare alcune conclusioni che vi si traggono rilevando come Volpi vi pervenga perviene senza ricorrere a giudizi di tipo morale (che pure non pare affatto disprezzare) ma solo con l’analisi dei dati che ha disponibili. E sarà interessante notare come egli finisce per confermare che le cause di questa vera e propria selezione eugenetica sono le stesse individuate da chi invece analizza i fatti in forza dei valori in cui crede. Vediamone alcune.

Anzitutto, la perdita di ogni remora morale nella scelta di abortire i down: “i freni inibitori verso l’IVG di feti down vengono progressivamente meno … man mano che si diffonde l’uso di questi test. … In pratica, è come se fossero i test stessi a decidere della nascita o dell’aborto volontario dei casi down, più che non i singoli individui, più che non le stesse gestanti, cosicché è sempre nell’ordine delle cose che quanti, dei casi down, vengono diagnosticati come tali, finiranno per essere abortiti, piuttosto che accettati. La decisione dell’aborto volontario di un feto down è stata in un certo senso spersonalizzata” (pag. 42).

A conferma di quella che è oramai avvertita come una non-scelta cioè come un comportamento quasi socialmente obbligato, si può semmai ricordare l’orientamento dominante della Magistratura italiana che risarcisce la nascita di un figlio down erroneamente non diagnosticato in sede di amniocentesi, sul presupposto, che si da per scontato, che la gestante, se l’avesse saputo, avrebbe senz’altro abortito.

In questo contesto, non conta neanche, prosegue Volpi, il fatto che oggi la condizione della assoluta maggioranza dei down sia ampiamente migliore di un tempo. Molti sono autosufficienti ed in grado di leggere ed addirittura si tengono delle para-olimpiadi a loro destinate. L’autore non manca quindi di portare esempi anche commoventi del suo concreto vissuto, a Firenze; colpisce particolarmente il caso di un down che accompagna e sorregge la madre molto anziana nelle sue passeggiate e che va da solo a far la spesa al supermercato provvedendo anche al pagamento alla cassa pur se con l’aiuto della commessa per velocizzare l’operazione.

Volpi non manca poi di inquadrare questa strage all’interno di quella vera e propria sindrome del figlio perfetto che dilaga in tutto l’Occidente. Semplici difetti fisici ai quali in passato non si sarebbe neanche fatto tanto caso, alcuni anche curabilissimi, producono oramai l’aborto nel 50% dei casi.

Ma quel che più desta sconcerto è la conclusione cui Volpi arriva nelle ultime pagine del libro sempre soltanto elaborando dati statistici. Poiché “il rischio di aborto spontaneo è 1 su 200 per l’amniocentesi (esame più frequente) e di 1 su 100 per la villocentesi (esame meno frequente) [e poiché ancora] …. sono quasi 200 mila le donne di 35 e più anni che partoriscono annualmente in Italia, se anche soltanto 1 su 3 di loro ricorre alla diagnosi prenatale, si avrà un numero di aborti spontanei di feti sani superiore a 500, decisamente più alto delle 350 nascita down” stimate sulla base dei dati delle sole due regioni disponibili (pag. 81). Siccome però, con tutta probabilità, le donne di 35 e più anni che ricorrono ai test prenatali sono molte di più di una su tre, ne deriva che è lecito supporre che, per evitare una nascita down, si abortiscono involontariamente almeno due bambini non down.

Sono dati che non hanno necessità di aggettivi o commenti. Va solo il merito a Roberto Volpi di averli estrapolati e messi alla portata di chiunque perché non si  possa dire che ‘nessuno sapeva’.

Andrea Gasperini

Argomento: Socialismo

 Gandolfini: "il 12 novembre a Roma e il 26 novembre saremo in piazza a Verona dove esporremo il nostro punto di vista entrando non solo nel merito del No, ma anche nel merito di come noi vogliamo sostenere e difendere l’antropologia umana e la famiglia".

«Renzi? Aspetto ancora l'invito per la sfida»

di Andrea Zambrano

 

Il leader del Family Day Massimo Gandolfini si appresta a vivere l’ultimo mese che ci separa dal Referendum del 4 dicembre con la consapevolezza di aver sfruttato tutte le occasioni che gli sono state date per far comprendere all’elettore la necessità di votare No. Così ad un mese dal voto in questa intervista alla Nuova BQ annuncia gli ultimi due eventi che saranno il riassunto del lavoro svolto in questi mesi dai Comitati delle famiglie per il No: un convegno pubblico e un evento di piazza.

Gandolfini, che Italia ha trovato in questi mesi?

Ho fatto più di cento incontri in giro per lo stivale e devo dire di aver trovato le categorie di persone più disparate: alcune molto informate e già orientate nei confronti del No, altre tendenzialmente molto critiche su vari aspetti della riforma e altri ancora dalle idee confuse basate il più delle volte sugli slogan che hanno ascoltato in tv da parte di Renzi e da parte dei politici. 

L’approccio con quelli più confusi com’è stato? 

Sono un rispettoso cittadino della Repubblica e mi attengo alle direttive. Il presidente Renzi ha detto di entrare nel merito per valutare il merito, così io parto affrontando il merito. 

Ad esempio?

Illustrando alcuni articoli della Riforma, sunteggiandoli e dando loro alcune linee guida per leggerli perché anche dal punto di vista semantico è una riforma scritta in maniera terribilmente confusa e criptica. 

Qual è il punto più critico?

Quello che fa strabuzzare gli occhi alla gente è scoprire che si può argomentare in maniera contraria la favoletta del risparmio. La gente rimane esterrefatta quando capisce che cosa significhi risparmiare “4 lire” rispetto ai costi che effettivamente oggi ci sono e che il funzionamento dello Stato richiede; un altro punto è quello della formazione del Senato: ad esempio il fatto che ci sia un Senato irrilevante e non eletto direttamente dal popolo, ma di nominati dai Consigli Regionali e un Senato che garantisce ai consiglieri regionali l’immunità parlamentare; un altro punto sensibile è la Riforma del titolo V. Il fatto che i temi della legislazione che sta in capo al Governo e allo Stato si facciano passare da un’unica Camera fa comprendere come si tratti di una riforma marcatamente centralista, autoritaria e pericolosa per la democrazia.

Lei è diventato noto per il suo impegno al Family Day, che cosa c’entra il suo nuovo impegno contro la Riforma Costituzionale?

E’ tutto estremamente collegato: il link fra il Family Day e i Comitati delle famiglie per il No è nato dalla constatazione che il Governo e la classe politica tendono  a ignorare la voce delle persone normali anche quando queste, con enormi sacrifici, si radunano in rappresentanza di milioni di altre persone che sono a casa, chiedendo di rispettare la Costituzione in ordine alla famiglia come società naturale. Allora abbiamo detto: ma se persino con una Costituzione così garantista sta accadendo quel che abbiamo visto con i simil-matrimoni che cosa accadrà con la Riforma costituzione che dà ancora più poteri all’esecutivo governante?

Il problema non sono i maggiori poteri, quanto semmai il loro bilanciamento…

Esatto, il problema sono i poteri fuori controllo. Poteri che si possono utilizzare in termini anti democratici. E’ da qui che è nata l’idea.

Molti pensano che la sua sia stata una ripicca con quel "Renzi ci ricorderemo…."

Ho studiato approfonditamente la cosa, sono stato aiutato da numerosi costituzionalisti per comprendere le ricadute sulla vita dei cittadini e calando la riforma nella vita della gente, certe insinuazioni sono ridicole. Qui siamo di fronte ad un esecutivo che potrà dettare legge al Parlamento anche stabilendone i tempi di votazione e annullando di fatto il dibattito.

Renzi non l’ha mai incontrata?

Mai. Aveva detto che avrebbe sfidato mister Family Day parrocchia per parrocchia. Sto ancora aspettando…tra l’altro sarebbe un confronto interessante dato che lui si definisce cattolico. Mi piacerebbe chiedergli come è possibile coniugare i suoi valori con la politica contro l’antropologia anti vita e anti famiglia che sta portando avanti. 

Renzi non è tenero con nessuno di quelli che osteggiano la riforma.

Noto. Dice che chi è contro è attaccato col sedere alla poltrona, ma io sono la prova che questo non è vero: non faccio questa battaglia con una tessera di partito in mano.

Quali sono le iniziative a un mese dal voto che farete come Comitato di Famiglie per il No?

Avremo un convegno importante il 12 novembre a Roma assieme al Movimento Cristiano Lavoratori e il 26 novembre invece saremo in piazza a Verona dove esporremo il nostro punto di vista entrando non solo nel merito del No, ma anche nel merito di come noi vogliamo sostenere e difendere l’antropologia umana e la famiglia. L’obiettivo è far capire agli italiani che la posta in gioco è altissima, va al di là della Riforma Costituzionale.

Che appoggi ha ricevuto dai cattolici e dalle gerarchie?

Purtroppo mi dispiace constatare che ho trovato troppo silenzio in alcuni casi, un silenzio che confina con l’indifferenza. Mi sarei aspettato non certo un appoggio al Sì o al No, secondo la norma 43 della Centesimus Annus, ma ciò che ho notato è l’assenza di una voce forte a difesa della famiglia.

da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-renzi-aspettoancora-linvitoper-la-sfida-17898.htm

 "Le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili"

 

Migranti, la rivolta di Gorino e le colpe dei governi

 

 

Mentre infiammano le polemiche sulla rivolta che ha portato al rifiuto di oltre una decina di immigrati da un ostello di Gorino, in provincia di Ferrara, e mentre si accusano i residenti di razzismo, si rischia però di dimenticare l’origine del problema: “Il dramma  - spiega alla Nuova BQ L'Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Luigi Negri - di un’immigrazione massiccia e regolata con approssimazione”. La prefettura ha infatti ordinato la requisizione della struttura alle 12.55 di lunedì annunciando l’arrivo immediato dei migranti e costringendo i proprietari a cancellare le prenotazioni, generando la ribellione dei cittadini. Proprio in questi giorni anche in Francia la polizia, nel mirino degli immigrati, ha protestato contro il governo che, mentre si avvicinano le elezioni, si rifiuta di prendere provvedimenti contro i delinquenti che assediano le caserme. “Una convivenza è possibile solo a partire da regole comuni e queste si insegnano attraverso una politica che non fa dell’integrazione una bandiera pericolosa ma un obiettivo da raggiungere”.

Sua Eccellenza, la vostra diocesi ha espresso solidarietà a quanti sono stati respinti dall’ostello, come si spiega invece la reazione dei cittadini ferraresi?

Come ho sempre ricordato parlando di immigrazione, il rifiuto all’ospitalità, anche la più faticosa, è contrario ad una coscienza cattolica. Ma è chiaro che questa affermazione solenne deve poi fare i conti con una realtà che si fa di giorno in giorno sempre più problematica ed esclusiva. Infatti, le due affermazioni che si ripetono e che sembrano contrastarsi, quelle del “tutti dentro” o all’opposto del “tutti fuori”, sono entrambe ideologiche e quindi anziché risolvere o integrare generano esattamente l’opposto: esclusione ed esasperazione.

Quali soluzioni suggerisce invece uno sguardo cristiano?

Una visione autenticamente cristiana, e quindi realista, suggerisce ad esempio l’accoglienza secondo un numero che permetta davvero di realizzarla. Altrimenti si produce sia lo sconvolgimento dell’esistenza civile dei cittadini sia degli stranieri. Questo sconvolgimento è aggravato dal fatto che l’Italia apre le porte da sola, mentre l’Europa stenta a farsi carico del problema. Su questo concordo con il Presidente del Consiglio, per cui non possiamo fare da soli quello che gli altri non fanno.

Eppure il governo spinge i Comuni ad ospitare gli immigrati tramite bonus economici, mentre in Francia la polizia sta protestando. Cosa ne pensa?

Non sono un politico, posso però fare una considerazione personale: le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili. Noi cristiani vogliamo aiutare la gente, tanto che la Diocesi ha offerto le proprie strutture e il proprio aiuto nel pensare a un piano di accoglienza, ma sappiamo che le iniziative populiste con il fine di guadagnare consenso e voti peggiorano solo la situazione di tutti. E’ così evidente l’insostenibilità della vicenda che anche la brava gente o la polizia, esasperate, sono spinte a gesti di protesta. La responsabilità principale è dei governi: dovrebbero badare di più alla realtà dei propri cittadini che alle ideologie perseguite da anni senza più governare in maniera quantomeno corretta.  

Cosa intende per corretta?

Non basta accogliere, bisogna preparare i propri cittadini all’accoglienza. Inoltre, occorre integrare davvero, dandosi cioè un obiettivo fondamentale per permettere la convivenza. Ad esempio, non si può non chiedere a chi emigra in Europa di sottoscrivere alcuni valori sostanziali, non si può non domandare il rispetto per la dignità di ogni essere umano e il rifiuto dello strapotere dei maschi sulle femmine. Infine, non si può non pretendere il riconoscimento della divisione fra legge civile e religiosa, la cui confusione farebbe retrocedere la nostra civiltà di mille anni. Occorre incentrare l’integrazione sulla comune ragione che unisce gli uomini, da qualsiasi regione o religione del mondo essi provengano, nel riconoscimento della legge naturale. Solo da qui può partire un cammino che porti all’obiettivo dell’integrazione. Attenzione quindi alla mediocrità e all’approssimazione che creano disastri molto più gravi di quelli che si dice di voler risolvere.

Un’altra soluzione l’hanno proposta recentemente alcuni prelati nigeriani, libici, siriani e iracheni che hanno chiesto all’Occidente di smettere di promettere accoglienza, illudendo quanti lasciano tutto per un sogno che spesso si trasforma nell’incubo della delinquenza.

La posizione di questi prelati è di assoluto realismo. Un realismo che distingue i pastori preoccupati della vita dei loro figli e anche del bene comune dei paresi in cui vivono, da quanti parlottano sui mass media per interessi politici di parte. Ho visto e letto interviste fatte a questa povera gente immigrata, gente illusa da chi invoca l’accoglienza, magari sorvolando sugli incidenti e i morti prodotti dagli scafisti che cariano la gente su barconi fatiscenti a prezzi esorbitanti. Questa è una forma di schiavitù sostanziale di persone che, se non muoiono prima, vengono poi abbandonate dai nostri Paesi, incapaci di integrare, alla delinquenza. Possiamo, per aderire ad una visione ideologica essere conniventi con questa situazione? Vorrei capire cos’è davvero questa "comunità internazionale" che dovrebbe affrontare questi problemi, mentre dal predicare un’accoglienza come responsabilità obiettiva passa nei fatti a una connivenza con la delinquenza. 

di Benedetta Frigerio
26-10-2016
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-migranti-la-rivolta-di-gorino-e-le-colpe-dei-governi-17834.htm

Argomento: Politica

 Motivazioni e moventi veri di Lutero

by · 14 settembre 2016

 

Con il termine “Riforma” s’intende quella importante rivolta religiosa che diede vita al Protestantesimo. Rivolta che ebbe origine con Martin Lutero (1483-1546), il quale, nella notte del 31 ottobre del 1517, espose al pubblico 95 tesi con cui si scagliò contro la Chiesa cattolica.

Perché nacque la Riforma? Prima di tutto va negato ciò che solitamente si afferma e cioè che la Riforma sarebbe nata dalla cosiddetta “vendita delle indulgenze”. In quegli anni si costruiva la nuova Basilica di San Pietro e per finanziare i lavori si decise di raccogliere in tutta la cristianità offerte per lucrare indulgenze. In Germania l’operazione venne affidata ad un personaggio tutt’altro che edificante, Johan Tetzel. Ma attenzione: questo non fu il vero motivo della nascita della Riforma!

Un altro mito da sfatare è quello secondo cui Lutero avrebbe voluto solo “riformare” la Chiesa. Faccio un esempio per farmi capire. Se prendo un vaso prezioso molto impolverato, un conto sarebbe se mi limitassi a spolverarlo, facendolo tornare alla lucentezza originaria, altro se lo scagliassi a terra facendolo in mille pezzi e poi pretendessi di ricostruirlo a mio piacimento. “Riformare” significa tornare alla forma originaria (ri-formare); ebbene, Lutero non riformò ma distrusse tutto. Un solo esempio: su sette sacramenti ne conservò solo due: il Battesimo e l’Eucaristia (ma sarebbe meglio dire uno e mezzo, poi vedremo perché).

Torniamo alle indulgenze. Che la Chiesa del tempo non navigasse in buone acque, è vero. Era quello un periodo assai triste e non era raro trovare cardinali e prelati che preferissero la lettura di Orazio e Seneca piuttosto che delle Scritture. Ma Lutero era fin troppo intelligente per non poter capire che la possibile non santità degli uomini di Chiesa non compromette la santità della Chiesa stessa. Lo aveva capito san Francesco, certamente più sapiente di Lutero ma indubbiamente meno colto, figuriamoci se non lo poteva capire lui, il monaco che tradurrà l’intera Bibbia in tedesco moderno. Tanto lo poteva capire che quando nel 1510 andò a Roma, da novizio, non si scandalizzò della corruzione nei sacri palazzi e concluse così come dovrebbe saper concludere ogni cristiano: un conto è la fallibilità degli uomini altro la santità della Chiesa. Ma poi, dopo l’affissione delle 95 tesi, iniziò ad affermare che il Vescovo di Roma (cioè il Papa) era un “anticristo”, e ciò indipendentemente dal comportamento, degno o indegno che fosse. Insomma, è Lutero stesso a dirlo: non faccio quello che faccio perché scandalizzato da monsignor Tizio o da monsignor Caio, ma perché la Chiesa così com’è non è la chiesa di Cristo. Scrisse a papa Leone X una lettera che accompagnava il suo trattato Sulla libertà religiosa: «Mi sono scagliato contro le dottrine empie, e ho severamente criticato i miei avversari, non a causa dei loro cattivi costumi, ma a causa della loro empietà».

Per quanto invece riguarda il secondo mito (cioè che Lutero avrebbe voluto solo riformare la Chiesa), basti vedere ciò che fece il monaco tedesco. Abolì: il sacerdozio ministeriale, il primato di Pietro, il potere temporale. Affermò la salvezza solo attraverso la Fede, una giustificazione non reale ma apparente (la Grazia non rende veramente giusti ma spinge Dio a considerare giusto l’uomo quando invece non lo è davvero), la libera interpretazione delle Scritture. Negò l’esistenza del Purgatorio. Ridusse i sacramenti da sette a due: Battesimo ed Eucaristia; ma, come ho detto prima, sarebbe meglio dire a uno e mezzo, perché dell’Eucaristia rifiutò il concetto di transustanziazione per accettare solo quello di consustanziazione. In parole più semplici: con l’Eucaristia, secondo Lutero, l’ostia non si trasformerebbe solo in Corpo di Gesù, ma, accanto alla sostanza dell’ostia ci sarebbe la sostanza del Corpo di Gesù. Ciò comportava l’impossibilità di adorare il Santissimo Sacramento perché l’adorazione sarebbe stata rivolta non solo al Corpo di Gesù ma anche all’ostia e ciò avrebbe comportato un atto d’idolatria. Si capisce bene come questa teoria luterana costituisca la possibilità per i suoi seguaci di arrivare a negare totalmente la presenza reale di Gesù nell’ostia consacrata. Infine Lutero apportò modifiche sostanziali alla cristologia.

Dunque, Lutero non fu spinto da ciò che solitamente si dice: corruzione della Chiesa, “vendita delle indulgenze” e quant’altro. Ci fu dell’altro. Visto poi che è sapienza comune del cristiano il saper distinguere tra santità della Chiesa e peccabilità degli uomini di Chiesa, non ci si accorge che se si afferma che tutto ciò che Lutero fece, lo fece solo perché scandalizzato dalla corruzione della Chiesa del tempo (e molto spesso questo lo si dice per motivi ecumenici), a pagarne le conseguenze è la stessa memoria di Lutero. In tal caso, infatti, Lutero figurerebbe come un personaggio dall’intelligenza e dalla preparazione teologica tutt’altro che interessanti.

Allora quali furono i veri motivi che spinsero Lutero? Mi sembra che si possano ridurre almeno a tre. Uno culturale, uno filosofico ed un altro psicologico.

Il motivo culturale ci fa capire che Lutero era figlio dei suoi tempi; tempi di successo dell’umanesimo e del filologismo come “segni” di un evidente antiautoritarismo. Per umanesimo s’intende un vasto movimento culturale e spirituale sorto nei primi decenni del 1400 in Italia, incentrato sullo studio e sulla valorizzazione dell’uomo. Per filologismo s’intende lo studio critico dei testi comprendente la ricerca delle fonti e la loro analisi. L’abolizione luterana del Primato di Pietro, del sacerdozio ministeriale e del Magistero sono segni chiari di questo rifiuto del concetto di autorità.

Passiamo al motivo filosofico. I tempi di Lutero segnavano il trionfo del cosiddetto nominalismo (negazione del valore degli universali) che fu un’estremizzazione della ragione per cui i fatti e le idee erano messi sullo stesso piano. Questo nominalismo avrebbe determinato nel protestantesimo tanto una causa scatenante quanto una causa reagente. Causa scatenante: il razionalismo che venne fuori dal nominalismo facilitò l’insorgere del soggettivismo (senza gli universali non è possibile la metafisica e, senza la metafisica, è possibile solo il soggettivismo). Causa reagente: la reazione allo scetticismo del razionalismo nominalistico condusse facilmente alla fiducia nella sola fede, cioè al fideismo; e infatti il Protestantesimo è convintamente fideista.

E infine il motivo psicologico. Lutero, in realtà, non aveva la vocazione né alla vita monastica né al sacerdozio; da qui la sua infelicità. Una tesi molto accreditata afferma che quando era all’Università di Erfurt, si batté a duello con un compagno, Gerome Bluntz, uccidendolo. Ed entrò nel monastero degli agostiniani solo per sfuggire alla giustizia. Lui stesso lo dice: «Mi sono fatto monaco perché non mi potessero prendere. Se non lo avessi fatto, sarei stato arrestato. Ma così fu impossibile, visto che l’ordine agostiniano mi proteggeva». Questa assenza di vocazione lo rese nevrotico e infelice. Si narra che durante la sua prima Messa, al momento dell’offertorio, stava per fuggire e fu trattenuto dal suo superiore.

Potremmo chiederci: ma se eventualmente si sbaglia la vocazione, è possibile mai che il Signore non dia la grazia sufficiente per andare avanti? Certamente. Il problema di Lutero fu un altro e cioè che non volle rendersi docile alla Grazia. Quando si abbandona tutto e si tradisce la verità è sempre perché si è prima abbandonato la preghiera. Lutero stesso scrisse nel 1516, cioè prima della svolta della sua vita: «Raramente ho il tempo di pregare il Breviario e di celebrare la Messa. Sono troppo sollecitato dalle tentazioni della carne, del mondo e del diavolo».

Fu così che credette di trovare la soluzione della sua infelicità nella Lettera ai Romani (1,17): «Il giusto vivrà per la sua fede». Per la salvezza non occorre nessun sforzo di volontà se non quello di abbandonarsi ciecamente alla fede nel Signore (fideismo).

In Lutero dunque si ritrova tanto il volontarismo quanto il fideismo. Il volontarismo: darsi una vocazione che non si ha; il fideismo: negare totalmente qualsiasi contributo della volontà. Due errori completamente diversi, ma, proprio perché errori, dalla origine comune.

L’ipotesi di una successione diacronica di volontarismo e di fideismo in Lutero troverebbe conferma negli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, contemporaneo di Lutero, che impostò la spiritualità del suo Ordine (i Gesuiti) in chiara prospettiva antiluterana. Scrive sant’Ignazio: «Ci sono tre tempi o circostanze per fare una buona e sana elezione. Il primo: è quando Dio nostro Signore muove e attrae tanto la volontà che, senza dubitare né poter dubitare, l’anima devota segue quello che le è mostrato, come fecero san Paolo e san Matteo nel seguire Cristo nostro Signore. Il secondo: quando si riceve molta chiarezza e conoscenza per mezzo di consolazioni e desolazioni, e per l’esistenza del discernimento degli spiriti. Il terzo: è il tempo di tranquillità. L’uomo, considerando prima perché è nato, e cioè per lodare Dio nostro Signore e salvare la sua anima, e desiderando questo, elegge come mezzo uno stato o un genere di vita nell’ambito della Chiesa, per essere aiutato nel servizio del suo Signore e nella salvezza della propria anima. È tempo di tranquillità quello in cui l’anima non è agitata da vari spiriti e usa delle sue potenze naturali liberamente e tranquillamente». Dunque, dice sant’Ignazio, è molto importante non sbagliare la propria vocazione avendo come unico scopo quello di rendere gloria a Dio.

Che ci sia anche un’allusione all’esperienza di Martin Lutero?

http://www.civiltacristiana.com/motivazioni-e-moventi-veri-di-lutero/

Argomento: Chiesa

  Lutero: qualche spunto di realtà

 

Nel 1510 Martino Lutero, allora monaco agostiniano, si recò a Roma per portare una lettera di protesta in merito a una diatriba interna al suo Ordine. La volgata protestante vorrebbe che, di fronte al desolante spettacolo di decadenza ("una cloaca", dirà lui in riferimento sia all'Urbe che alla Chiesa), il monaco di Wittemberg fosse rimasto scioccato. Il ché avrebbe innescato in lui prima il rigetto, poi il dubbio e infine la ribellione. Dunque, una reazione forse esagerata ma tutto sommato giustificata.

 

 
Un'attenta lettura delle fonti originali ci fa vedere, invece, uno spirito irrequieto e già incline alla ribellione. Forse è il caso di gettare uno sguardo su alcuni di questi documenti, che altro non sono che le stesse opere (Werke) di Martino Lutero, nelle due edizioni ufficiali: quella di Wittemberg (1551) e quella di Weimar (1883). Conviene anche rilevare che gli autori citati — Emme, Brentanno, De Wette e Bruckhardt — sono tutti protestanti.

 

1. La "vocazione" religiosa di Lutero


L'ingresso di Martino Lutero nell'Ordine agostiniano non fu dovuto tanto ad una vocazione religiosa quanto al fatto che era latitante e voleva sfuggire alle autorità. Quando era studente di Diritto all'Università di Erfurt, Lutero si batté a duello con un compagno, Gerome Bluntz, uccidendolo. Per sfuggire alla giustizia, egli entrò allora nel monastero degli Eremiti di S. Agostino (1). Lo stesso Lutero ammise il vero motivo del suo ingresso in monastero: "Mi sono fatto monaco perché non mi potessero prendere. Se non lo avessi fatto, sarei stato arrestato. Ma così fu impossibile, visto che tutto l'Ordine Agostiniano mi proteggeva" (2).


Purtroppo, nel monastero non imparò a diventare buono. Egli stesso confessava in un sermone del 1529: "Io sono stato un monaco che voleva essere sinceramente pio. Al contrario, però, sono sprofondato ancor di più nel vizio. Sono stato un grande furfante ed un omicida" (3). La sua vita spirituale era in rovinoso declino. Nel 1516, Lutero scrisse: "Raramente ho il tempo di pregare il Breviario e di celebrare la Messa. Sono troppo sollecitato dalle tentazioni della carne, del mondo e del diavolo" (4). Ancora nel 1516 egli dichiarava: "Confesso che la mia vita è sempre più prossima all'inferno. Giorno dopo giorno divento più abietto" (5).


Nel convento, Lutero era soggetto a frequenti crisi di nervi, ad allucinazioni deliranti, in preda anche a segni di possessione. Nel guardare il crocifisso egli spesso era assalito da convulsioni e cadeva a terra (6). Quando celebrava la Messa, era preso dal terrore: "Arrivato all'Offertorio ero così spaventato che volevo fuggire. Mormoravo ‘Ho paura! Ho paura!'" (7).


Agitato, nervoso, continuamente in crisi, tentato dal diavolo (che, secondo lui, gli appariva in forma di un enorme cane nero col quale condivideva perfino il letto) roso dai rimorsi, Lutero cominciò a formarsi l'idea che fosse predestinato alla dannazione eterna, e questo gli faceva odiare Dio: "Quando penso al mio destino dimentico la carità verso Cristo. Per me, Dio non è che uno scellerato. L'idea della predestinazione cancella in me il Laudate, è un blasphemate che mi viene allo spirito" (8).


Lutero, insomma, si immaginava già nell'inferno: "Io soffrivo le torture dell'inferno, ne ero divorato. Mi assaliva perfino la tentazione di bestemmiare contro Dio, quel Dio rozzo, iniquo. Io avrei mille volte preferito che non ci fosse Dio!" (9).

 

2. L'apostasia di Lutero. La dottrina della giustificazione


Lutero non faceva nulla per lottare contro i suoi difetti. I suoi confratelli agostiniani lo descrivevano come "nervoso, di umore molto sgradevole, arrogante, ribelle, sempre pronto a discutere e ad insultare". Egli stesso dirà di sé: "Io mi lasciavo prendere dalla collera e dall'invidia" (10).


Eccitato da cattive letture, orgoglioso al punto di non accettare nessuna autorità, Lutero cominciò a contestare diversi punti della dottrina cattolica fino a rigettarli quasi completamente.


Lutero difendeva le sue rivoluzionarie idee in modo arrogante, ritenendosi "l'uomo della Provvidenza, chiamato per illuminare la Chiesa con un grande bagliore". "Chi non crede con la mia fede è destinato all'inferno — proclamava —  La mia dottrina e la dottrina di Dio sono la stessa cosa. Il mio giudizio è il giudizio di Dio" (11).


In un'altra lettera ecco cosa dice di se stesso: "Non vi sembra un uomo stravagante questo Lutero? Quanto a me, penso che egli sia Dio" (12). Sulle sue dottrine egli asseriva ancora: "Sono certo che i miei dogmi vengono dal cielo. Io vincerò, il Papato crollerà nonostante le porte dell'inferno!" (13).


Fu in queste lamentevoli condizioni spirituali che, verso la fine del 1518, successe ciò che Lutero stesso ha chiamato «das Turmerlebnis», l'avvenimento della Torre, vero punto di partenza del protestantesimo. In cosa è consistito questo «Turmerlebnis»? Lutero stava, molto prosaicamente, seduto al WC nella torre che serviva di bagno del monastero, quando improvvisamente ebbe un'"illuminazione" che lo fece "pensare in un'altro modo":


"Le parole giustizia e giustizia di Dio — scrive Lutero  — si ripercuotevano nel fondo della mia coscienza come un fulmine che distrugge tutto. Io ero paralizzato e pensavo: Si Dio è giusto, egli punisce. E, siccome continuavo a pensare a ciò, sono improvvisamente venute al mio spirito le parole di Habacuc: Il giusto vive della fede. E ancora: La giustificazione di Dio si manifesta senza l'azione della legge. A partire da questo punto, io ho cominciato a pensare in altro modo" (14).


Questo "altro modo" era la dottrina della giustificazione per la sola fede, indipendente dalle opere, la pietra angolare del protestantesimo.


Secondo Lutero, i meriti sovrabbondanti di Nostro Signore Gesù Cristo assicurano agli uomini la salvezza eterna. All'uomo, quindi, basta credere per salvarsi: "Il Vangelo non ci dice cosa dobbiamo fare, esso non esige niente da noi. (...) [Il Vangelo dice semplicemente] credi e sarai salvato" (15)


Di conseguenza, su questa terra possiamo anche condurre una vita di peccato senza rimorsi di coscienza né timore della giustizia di Dio, poiché basta avere fede che siamo già salvati: "Anche se ho fatto del male, non importa. Cristo ha sofferto per me. A questo si riduce il cristianesimo. Dobbiamo sentire che non abbiamo peccato, anche quando abbiamo peccato. I nostri peccati aderiscono a Cristo, che è il salvatore del peccato" (16).


Lutero anzi sosteneva che, per rafforzare la nostra fede, dobbiamo peccare sempre di più. Così rimarrà chiaro che è Cristo che ci salva e non noi. Quest'idea Lutero la sintetizzava nella sua nota formula: esto peccator et pecca fortiter. In una lettera all'intimo amico Melantone del 1° agosto 1521, Lutero afferma: "Sii peccatore e pecca fortemente ma con ancora più fermezza credi e rallegrati in Cristo. (...) Durante la vita presente dobbiamo peccare" (17).


Scrivendo a un'altro seguace, Lutero diceva ugualmente: "Devi bere con più abbondanza, giocare, divertirti e anche fare qualche peccato. (...) In caso il diavolo ti dica: Non bere! Tu devi rispondere: in nome di Gesù Cristo, berrò di più! (...) Tutto il decalogo deve svanirsi dagli occhi e dall'anima" (18).


A un'altro amico, egli scrisse ancora: "Dio ti obbliga solo a credere. In tutte le altre cose ti lascia libero e signore di fare quello che vuoi, senza pericolo alcuno di coscienza. Egli non se ne cura, quando anche lasciassi tua moglie, abbandonassi il tuo padrone e non fossi fedele ad alcun vincolo" (19).


Ovviamente, le conseguenze dell'applicazione di queste dottrine non potevano essere altro che il dilagare del peccato e del vizio. Lutero stesso lo ammette. Per quanto riguardava i suoi seguaci protestanti, egli scriveva: "Sono sette volte peggiori di una volta. Dopo la predicazione della nostra dottrina, gli uomini si sono dati al furto, alla menzogna, all'impostura, alla crapula, all'ubriachezza e a ogni genere di vizi. Abbiamo espulso il demonio — il papato — e ne sono venuti sette peggiori" (20).

 

3. Un uomo pieno di vizi


Il primo a piombare nel vizio è stato proprio lui. Il 13 giugno 1521, scrisse a Melantone: "Io mi trovo qui insensato e indurito, sprofondato nell'ozio, pregando poco e senza più gemere per la Chiesa di Dio, perché nelle mie carni indomite ardo di grandi fiamme. Insomma, io che dovrei avere il fervore dello spirito, ho il fervore della carne, della libidine, della pigrizia, dell'ozio e della sonnolenza" (21).


In un'altro scritto, Lutero è altrettanto chiaro: "Sono un uomo esposto e coinvolto nella vita di società, nella crapula, nelle passioni carnali, nella negligenza ed in altre molestie" (22).


Lutero rapì dal convento una monaca cistercense, Caterina Bora, e la prese per amante. Nel 1525, "per chiudere le cattive lingue", secondo quanto dichiarava, l'ha sposata, nonostante tutte e due avessero fatto voto di castità. Lutero aveva una chiara nozione della riprovevole azione che aveva compiuto. Egli scrisse al riguardo: "Con il mio matrimonio sono diventato così spregevole che gli angeli rideranno di me e i demoni piangeranno" (23).


Ma Caterina non fu l'unica donna nella sua vita. Egli aveva la brutta abitudine di avere rapporti carnali con monache apostate, che egli stesso addescava dai conventi. Su di lui scrive il suo seguace Melantone: "Lutero è un uomo estremamente perverso. Le suore che egli ha tirato fuori dal convento lo hanno sedotto con grande astuzia ed hanno finito col prenderlo. Egli ha con loro frequenti rapporti carnali" (24).


Lutero non faceva segreto della sua immoralità. In una lettera all'amico Spalatino leggiamo infatti: "Io sono palesemente un'uomo depravato. Ho tanto a che fare con le donne, che da un po' di tempo sono diventato un donnaiolo. (...) Ho avuto tre mogli allo stesso tempo, e le ho amate così ardentemente che ne ho perse due, andate a vivere con altri uomini" (25).


Lutero aveva anche il vizio dell'ubriachezza e della gola. "Nel bere birra — affermava — non c'è nessuno che si possa paragonare a me". E in una lettera a Caterina, diceva: "Sto mangiando come un boemio e bevendo come un tedesco. Lodato sia Dio!" (26). Verso la fine della vita, l'ubriachezza lo dominava totalmente: "Spendo le mie giornate nell'ozio e nell'ubriachezza" (27).

 

4. Bestemmiatore


Ma forse in nessun altro campo si è manifestato tanto il cattivo spirito di Lutero quanto nella sua tendenza a bestemmiare, specie contro la Chiesa ed il Papato. Seguono alcuni esempi, tutti tratti dalle sue lettere e sermoni:


"Certamente Dio è grande e potente, buono e misericordioso, ma è anche stupido. È un tiranno" (28).

"Cristo ha commesso l'adulterio una prima volta con la donna della fontana di cui ci parla Giovanni. Non si mormorava intorno a lui: Che ha fatto dunque con essa? Poi ha avuto rapporti sessuali con Maria Maddalena, quindi con la donna adultera. Così Cristo, tanto pio, ha dovuto anche lui fornicare prima di morire" (29).


Lutero fa di Dio il vero responsabile del tradimento di Giuda e della rivolta di Adamo. "Lutero — commenta lo storico protestante Funck Brentano — arriva a dichiarare che Giuda, tradendo Cristo, agì per imperiosa decisione dell'Onnipotente. La sua volontà [di Giuda] era diretta da Dio; Dio lo muoveva con la sua onnipotenza. Lo stesso Adamo, nel paradiso terrestre fu costretto ad agire come agì. Egli fu messo da Dio in una situazione tale che gli era impossibile non cadere" (30).


"Tutte le case chiuse, tutti gli omicidi, le morti, i furti e gli adulteri sono meno riprovevoli che l'abominazione della Messa papista" (31).


Non meraviglia che, mosso da tali idee, Lutero scrivesse a Melantone a proposito delle sanguinose persecuzioni di Enrico VIII contro i cattolici inglesi: "È permesso abbandonarsi alla collera, quando si sa che specie di traditori, ladri e assassini sono i papi, i loro cardinali, i loro legati. Piacesse a Dio che vari re di Inghilterra si impegnassero a farli scomparire" (32).


"Perché non acchiappiamo papa, cardinali e tutta la cricca della Sodoma romana e ci laviamo le mani con il loro sangue?" (33).

 
"La corte di Roma è governata per un vero Anticristo, di cui ci parla S. Paolo. (...) Credo di poter dimostrare che, nei giorni nostri, il Papa è peggio dei turchi" (34).


"Così come Mosè ha distrutto il vitello d'oro, così dobbiamo fare noi con il papato, fino a ridurlo in ceneri. (...) Vorrei abolire tutti i conventi, vorrei farli sparire, raderli al suolo (...) affinché di essi non rimanga sulla terra neanche la memoria" (35).


Nella risposta alla bolla di scomunica, Lutero scrisse con arroganza: "Io e tutti i servi di Gesù Cristo riteniamo ormai il trono pontificio occupato da Satana, come la sede dell'Anticristo, noi ci rifiutiamo di ubbidire" (36).


Lutero è morto in mezzo a orribili bestemmie contro il Papato, contro la Chiesa e contro i santi. Sentendo arrivare la fine, ha dettato una "preghiera" che finiva così: "Muoio odiando il Papa. (...) Vivo, io ero la tua peste, morto sarò la tua morte, o Papa!"

di Julio Loredo
per: http://www.atfp.it/2004/94-dicembre-2004/459-lutero-la-realta-dei-fatti.html

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Note

1. Dietrich Emme, Martin Luther, Seine Jugend und Studienzeit 1483-1505. Eine dokumentarische Darstellung, (Bonn, 1983).

2. In Dietrich Emme, Warum ging Luther ins Kloster? In Theologishes, 1984, pp. 6188-6192.

3. Id. Ibid. Emme cita il documento originale: Wa W, 29, 50, 18.

4. W.M.L. de Wette, Luther, M., Briefe, Sendshreiben und Bedenken vollstandig Gesammelt, Berlino, 1825-1828,  I, p. 41.

5. Id., ibid., I, 323.

6. Franz Funck Brentanno, Luther, Parigi, Grasset, 1934, pp. 29-39.

7. Martin Luther,  Werke, ed. Weimar, 1883, I, 487. Tischrede del 5 maggio 1532.

8. Brentanno, op. cit., p. 53.

9. Id., ibid., p. 32.

10. Id., ibid.

11. D. Martin Luther, Werke, ed. di Weimar, 1883, X, 2, Abt. 107.

12. Martin Luther, Werke, ed. di Wittemberg, 1551, t. IV, p. 378.

13. D. Martin Luther, Werke, Weimar, X, 2, Abt. 184.

14. Brentanno, op. cit., pp. 65-73.

15. D. Martin Luther, Werke, Weimar, XXV, 329.

16. Id. Ibid., XXV, 331.

17. De Wette, op. cit., II, p. 37.

18. De Wette, op. cit., ibid.

19. Werke, ed. Weimar, XII, p. 131.

20. Werke, ed Weimar, XXVIII, p. 763.

21. De Wette, op. cit., II, p. 22.

22. De Wette, op. cit., I, 232.

23. De Wette, op. cit., III, 2,3.

24. De Wette, op. cit., III, 3.

25. De Wette, op. cit., III, 9.

26. In Carl August Burkardt, Dr. Martin Luther, Briefwechsel, Leipzig, 1886, p. 357.

27. De Wette,op. cit., II, 6.

28. Martin Luther,  Tischreden, No. 953, Werke, ed. Weimar, I, 487.

29. Martin Luther, Tischreden, No. 1472, Werke, ed Weimar, XI, 107.

30. Brentanno, op. cit., p. 246.

31. Martin Luther, Werke, ed. Weimar,  XV, 773-774.

32. Brentanno, op. cit., p. 354.

33. Id., ibid., p. 104.

34. Id., ibid., p. 63.

35. Martin Luther, Werke, ed. Weimar, VIII, 624.

36. Citato Brentanno, op. cit., p. 100.

Argomento: Chiesa

Lutero: vigliacco e sporcaccione  Cinque libri su Lutero

 

Il prossimo 31 ottobre a Lund, in Svezia, si apriranno le celebrazioni per il cinquecentesimo anniversario della Rivolta protestante (1517).
Le forze dell'inferno tenteranno, come sempre, di sfruttare l'occasione per colpire la Chiesa, sfigurare l'immagine di Papa Francesco, gettarci nella confusione in nome di una pastorale che distrugge la dottrina: insomma, farci perdere la fede.


Nel prevedibile caos dei mesi successivi, serviranno preghiera e penitenza perchè almeno qualcosa non cambi: l'immutabile fede dell'anima cattolica, in ginocchio, ma incrollabile, in mezzo alla convulsione generale.
Incrollabile con tutta la forza di quanti, in mezzo alla burrasca, e con una forza d'animo maggiore di questa, continuano ad affermare dal più profondo del cuore: Credo in Unam, Sanctam, Catholicam e Apostolicam Ecclesiam, contro la quale, secondo la promessa fatta a Pietro, le porte dell'inferno non prevarranno.

Servirà in modo particolare ignorare quanto vomiteranno i massmedia, tenendo invece a mente la sintesi del Catechismo Maggiore:
"129. Il protestantesimo o religione riformata, come orgogliosamente la chiamarono i suoi fondatori, è la somma di tutte le eresie, che furono prima di esso, che sono state dopo, e che potranno nascere ancora a fare strage delle anime".
Totustuus.it intende tentare di diminuire la colossale opera di manipolazione culturale, già iniziata, riproponendo cinque libri, tra i vari "downloadabili" gratuitamente dal sito.

 

Mons. Cristiani, Balmes, Cat. Trento, Benson, Card. Journet

(Storia) Mons. Leon Cristiani: La rivolta protestante
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=75
"Chi oggi parla di ‘protestantizzazione’ della Chiesa cattolica, intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa, un'altra visione del rapporto fra Chiesa e vangelo. Il pericolo di una tale trasformazione sussiste realmente; non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente integrista. […] Il protestantesimo è nato all'inizio dell'epoca moderna ed è pertanto molto più apparentato che non il cattolicesimo con le idee-forza che hanno dato origine al mondo moderno. La sua attuale configurazione l'ha trovata in gran parte proprio nell'incontro con le grandi correnti filosofiche del XIX secolo. E' la sua chance ed insieme la sua fragilità questo suo essere molto aperto al pensiero moderno" (Card. J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, cap. XI, ed. Paoline 2005).


(Apologetica) Jaime Balmes: Conoscere il protestantesimo
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=185
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=206
El protestantismo comparado con el catolicismo (1842), è una poderosa opera - scritta per confutarne una sullo stesso tema del calvinista ginevrino François Pierre Guillame Guizot (1787-1874) -, che ha reso Balmes il più brillante apologista di ogni tempo. Il saggio conosce un immediato successo in tutta Europa, con traduzioni in francese, inglese, italiano e tedesco. In esso Balmes dimostra il valore anche umano del cattolicesimo, e come esso sia connaturato, quasi consustanziale, al vero progresso della civiltà europea, mentre il protestantesimo abbia invece storicamente svolto un ruolo disgregatore non solo in campo religioso, ma anche culturale, sociale e politico: "il protestantesimo porta nel suo seno un principio sovversivo […] è il libero esame, già presente in seno a tutte le sette e riconosciuto come germe di tutti gli errori". Chiaroveggente è l'accenno al legame tra i movimenti protestanti e la diffusione della secolarizzazione: "Non serve troppa logica per passare dal Protestantesimo al Deismo, e da questo all'Ateismo c'è solo un passo".

(Magistero) Catechismo del Concilio di Trento
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=29
Il primo Catechismo Universale nella storia della Chiesa Cattolica, cioè destinato a tutti i parroci del mondo, di ogni tempo e luogo e perciò utile anche ai laici. Auspicato e poi supervisionato da San Carlo Borromeo, fu promulgato nel 1566 dal Papa San Pio V: «Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, con il vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male così grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le chiese da parte di coloro cui spetta l'ufficio di legittimi pastori e insegnanti» .

(Romanzo) Robert H. Benson: Con quale autorità?
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=212
Un formidabile romanzo storico ambientato durante il terrore anglicano di Elisabetta I. "Nel pomeriggio fu discussa la dottrina della giustificazione per la fede, ma al giovane, che incominciava a comprendere tutta l'importanza di un'autorità vivente, parve che anche questa fosse una questione secondaria, e tutta la sua attenzione si concentrò sul prete dal volto aperto e risoluto, che ascoltava sereno le volgari invettive dell'avversario e rispondeva ai suoi attacchi con abilità e destrezza. Trascorso il tempo stabilito, la disputa fu sospesa dal governatore della Torre, e i prigionieri furono ricondotti nelle loro celle".

(Teologia) Card. Charles Journet: il primato di Pietro nella prospettiva protestante e nella prospettiva cattolica
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=153
"Il punto di dissidio più evidente - se non più profondo - tra protestantesimo e cattolicesimo è costituito dal fatto che il Papa è, nell'ordine della giurisdizione, capo supremo di tutta la Chiesa. Ma occorre ricordare che l'ordine giurisdizionale, pur necessario e divino, non è la più alta e la più divina realtà della Chiesa e che esso deriva tutta la sua grandezza dalla propria destinazione, che è la carità: non una carità generica e umanistica, ma la carità della verità, cioè il servire la Chiesa custodendo il deposito della fede tramandata dagli Apostoli. Su questi temi l'accordo tra protestantesimo e cattolicesimo è impossibile".

_____

Vi sono, infine, vari altri classici della Contro-Rivoluzione in argomento (tutti scaricabili gratuitamente), scritti da: Reck-Malleczewen, Christopher Dawson, Hilaire Belloc, Sant'Edmondo Campion, Robert Hugh Benson.

Argomento: Chiesa

  «Le dottrine di sistematica incredulità, preparate di lunga mano nelle secrete conventicole settarie o dispiegate dalle cattedre sempre abbastanza aristocratiche delle Università, oggi si vogliono trasferire alla scuola elementare obbligatoria senza Dio; perché, attraverso le succedentisi generazioni giovanili, sull’esempio della Francia, si renda anticristiana ed atea la coscienza d’intere nazioni». 
«I nostri figli rimangono avvelenati nelle scuole»

(Beato Giuseppe prof. Toniolo, in L’unione popolare fra i cattolici d’Italia: ragioni, scopi, incitamenti, Firenze, Tip. S. Giuseppe,
1908 3a. p. 8 e p. 11)

 

 LA SCUOLA DI STATO E' UN ABUSO! 
 LA RESPONSABILITA' DELL'EDUCAZIONE E' DEI GENITORI
(E DELLA CHIESA)

Tramite la centralità della famiglia, la Chiesa riconduce il tema dell'educazione al suo vero cuore: la centralità di Dio
 
di Stefano Fontana

Nell'Ottocento la Chiesa contestava allo Stato il monopolio dell'educazione. Partita persa dato che oggi essa è completamente in mano allo Stato. Partita persa perché incentrando la scuola sull'educando e non su Dio, si è diffusa l'idea di averla fissata su un obiettivo laico, che anche lo Stato poteva perseguire. Fu così che la scuola confessionale fu considerata "di parte" mentre la scuola statale fu considerata non di parte. La realtà è esattamente il contrario. Già nell'Ottocento lo Stato nelle proprie scuole insegnava una sua religione, la religione massonica di un umanitarismo universale sul tipo del libro "Cuore" in cui la parola Dio non viene mai pronunciata. Oppure la religione del prete apostata Ardigò: il positivismo. Oppure la religione del vate Giosuè Carducci e del suo "Inno a Satana".

LA DRAMMATICA SITUAZIONE DI OGGI
Oggi, però, lo Stato non è da meno. Anche oggi, in un clima di apparente pluralismo culturale ed educativo, nella scuola statale si insegna una nuova religione che, nel caso migliore, è la religione del relativismo e nel caso peggiore è quella del neo-catarismo. La penetrazione della ideologia del gender e dell'omosessualismo nella scuola pubblica è una penetrazione organizzata e sistematica che, in progressione, non lascerà nessuno spazio di libertà. Ma anche lasciando da parte queste forme acute di oppressione educativa, la scuola di Stato veicola un pensiero unico penetrante e invasivo:
1) elimina sistematicamente alcuni autori,
2) dà una visione antireligiosa del sapere,
3) assume un'ottica illuminista o neoilluminista,
4) tace su interi periodi della storia umana come il Medio Evo,
5) uniforma i testi scolastici alla medesima ideologia,
6) denigra la storia della Chiesa,
7) assume il criterio cronolatrico secondo cui il nuovo è anche migliore,
8) condanna con forme di damnatio memoriae personaggi e periodi storici considerandoli ideologicamente il male assoluto.

LA SCUOLA DI STATO NON EDUCA ED INOLTRE LIMITA LE PARITARIE
Leone XIII, nel 1879, davanti al dilagare della religione positivista nelle scuole italiane, scrisse l'enciclica Aeterni Patris, con la quale rilanciava la filosofia di San Tommaso. Egli aveva percepito la gravità del problema. Aveva capito che la scuola di Stato non era neutra ma governata da un assoluto naturalista e razionalista sostanzialmente anticristiano e che, se non contrastata, avrebbe distrutto l'educazione stessa. Oggi, molti si chiedono se la scuola statale educhi ancora. Molti rispondono di no e questo senza nulla togliere alla grande e solerte dedizione di molti insegnanti.
Molti si chiedono anche se il sistema della scuola paritaria sia sufficiente a ridare alla Chiesa degli spazi veri di azione educativa nella scuola. Un sistema pubblico integrato, come avviene nella scuola italiana a parte l'aspetto della parità economica che non viene garantito, sembrerebbe idoneo a quello scopo. C'è però da dire che la scuola cattolica paritaria viene inserita in un contesto che ne limita di molto la libertà. La programmazione delle abilità, i criteri di valutazione, i sistemi di valutazione, la tipologia delle prove sono elementi che la scuola di Stato impone alle scuole paritarie. Essi non sono mai neutri, ma funzionali ad un modello di educazione. Le circolari, gli orientamenti, le indicazioni per il recupero delle difficoltà, la normativa per le attività complementari o di sostegno sono emesse dallo Stato e vengono recepire dalle scuole paritarie cattoliche con scarsissima creatività. Molto spesso, a parte casi di forte identità nelle convinzioni degli operatori, nelle scuole paritarie si insegna nello stesso modo delle scuole statali, solo, magari, con la messa all'inizio e alla fine dell'anno scolastico.

LA SCUOLA NON DEVE ESSERE DELLO STATO, MA DELLA CHIESA
La scuola non può essere dello Stato. A questa concezione la Chiesa ha sempre opposto che la scuola è della Chiesa, e questo lo abbiamo già visto sopra, e che la scuola è delle famiglie. Se nella scuola e nell'educazione avviene qualcosa di molto più fondamentale che non l'apprendimento di alcuni rudimenti e comportamenti, la prima titolarità educativa appartiene ai genitori, che per primi si sono assunti il compito di educare i loro figli davanti a Dio e secondo i suoi insegnamenti. Nella scuola il bambino mette in rapporto la propria più profonda intimità con la verità e, così facendo, si mette in cerca dell'Assoluto, perché niente di relativo lo soddisferà mai più. Questo rapporto dell'educazione con l'assoluto, che era già stato messo in evidenza da Socrate, richiede che a sorvegliarne il processo siano i genitori, gli unici ad avere le chiavi dell'intimità dei propri figli non in assoluto ma secondo il progetto di Dio su di loro. I genitori cristiani hanno una sapienza del cuore rispetto alla vita dei loro figli che deriva loro dall'averli concepiti nella luce di Dio. Ma c'è anche una sapienza naturale che conferisce ai genitori questa capacità, anche se senza la fede rischia di non avere sufficiente sostegno nella vita concreta.
Intesa in questo modo, la responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli coincide in fondo con la responsabilità della Chiesa. Rivendicando il primato dei genitori sullo Stato, la Chiesa non si limita a rivendicare un elemento di diritto naturale, ma vi aggiunge anche un motivo squisitamente religioso: i figli sono di Dio e, vicariamente, dei genitori che li educano nel progetto di Dio. Tramite la centralità della famiglia, la Chiesa riconduce il tema al suo vero cuore: la centralità di Dio.
A questo fine giunge in aiuto la dottrina della sussidiarietà, secondo cui lo Stato non può sostituirsi alla famiglia nei compiti che le sono propri per natura e per disegno divino, deve piuttosto aiutarla a perseguirli con le sue forze o con l'aiuto delle società superiori che tuttavia non deve mai essere di sostituzione, ma di aiuto sussidiario e supplente.

Nota di BastaBugie: ecco il link all'articolo che approfondisce il tema della responsabilità educativa secondo i principi della Dottrina Sociale della Chiesa

LA CENTRALITA' DI DIO NELL'EDUCAZIONE SCOLASTICA
Se l'educazione è l'incontro della persona con il vero, il bello e il buono, in ogni materia non può mancare Gesù Cristo
di Stefano Fontana
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4393

 
Titolo originale: Dalla scuola dello Stato alla scuola delle famiglie
Fonte: Bollettino di Dottrina Sociale, gennaio-marzo 2015

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