(la Repubblica) Ruini sui XXV anni di pontificato di G.P.II

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La sfida all’indifferenza per la fede, i rapporti con la politica, l’Italia terra di missione

“Far nascere cristiani veri”.
Il cardinale vicario ringrazia Wojtyla: da lui una scossa storica
ROMA – Il Papa, l’Italia, l’Europa e la nuova
evangelizzazione.
Venticinque anni di pontificato di Giovanni Paolo II
sono il momento per fare un bilancio con il
cardinale Camillo Ruini, vicario del pontefice per
la diocesi di Roma, presidente della conferenza
episcopale.
Nel colloquio, cui partecipa il direttore di
Repubblica, il cardinale Ruini sottolinea il vincolo
stretto che lega Wojtyla all’Italia.

“Giovanni Paolo II – spiega il cardinale – è convinto
che la grande eredità di fede e di cultura, che
l’Italia ha dal tempo degli apostoli Pietro e Paolo,
dev’essere difesa, non dispersa ed è il contributo
che l’Italia è chiamata a dare all’Europa.
Lui pensa che l’Italia, per posizione storica e anche
perché è la sede del papato, abbia una sua missione.
Quante volte negli ultimi diciassette anni, da
quando diventai segretario alla Cei, mi ha ricordato
che non solo in Europa ma nel mondo intero si guarda
molto all’Italia per quello che rappresentano la
Chiesa cattolica e il patrimonio storico e spirituale
del nostro paese”.


Cardinale Ruini, dov’era quel 16 ottobre quando fu
eletto Karol Wojtyla?

“Stavo rientrando nel mio condominio a Reggio Emilia
e vidi la televisione accesa in portineria. Confesso
che quando ho sentito il nome di Karol Wojtyla anche
io ero tra i tanti che non sapevano di quale
cardinale si trattasse. Una sorpresa. Ma ricordo che
ho detto subito alle persone intorno che non c’era
assolutamente da dispiacersi se non era italiano”.


Quali sono le caratteristiche salienti di questo
pontificato?

“Fondamentalmente due: la prima è la spinta alla
evangelizzazione, che richiama la lettera di Paolo VI
“Evangeli Nuntiandi”, in cui si affermava che la
finalità del concilio Vaticano II era essenzialmente
di rendere la Chiesa del nostro tempo idonea ad
annunciare il Vangelo all’umanità del nostro tempo.
La seconda, molto legata alla prima, è quella che io
chiamerei la passione per l’uomo.
C’è quella frase famosa dell’enciclica “Redemptor
Hominis”, dove è detto che sulla via da Cristo
all’uomo la Chiesa non può essere fermata da nessuno.
Il Papa ha realizzato una congiunzione organica tra
teocentrismo – porre Dio al centro – e
antropocentrismo, porre l’uomo al centro”.


Qual è stata la nota personale del Papa?

“Ci ha messo tutto se stesso, ha speso la sua vita”.


In che cosa è riuscito a modificare la Chiesa?

“Ha potenziato nella Chiesa la dinamica
dell’evangelizzazione e dell’impegno a tutto campo
per l’uomo, più precisamente per l’umanità dell’uomo.
Da qualunque parte e in qualunque forma sia
minacciata.
Già Paolo VI aveva molto insistito su questi temi e
tuttavia dobbiamo riconoscere che questo Papa,
proponendo la sua linea con grande forza, nei primi
anni ha incontrato molte resistenze anche
all’interno della Chiesa”.


Resistenze dentro la Chiesa?

“Il suo disegno appariva da una parte troppo ardito
e dall’altra forse un po’ fuori dal tempo.
Questa è stato forse il grande equivoco iniziale:
“Il Papa vuole ripristinare categorie del passato”.
Invece pian piano si è compreso che questa per la
Chiesa è la strada del futuro.
Oggi, quando parlo con i vescovi, non ce n’è uno
che non condivida questa spinta verso
l’evangelizzazione”.


Ha cambiato un clima?

“Sì, una volta sembrava che nella società
secolarizzata bisognasse andare cauti ed aver
pazienza.
C’era un clima molto diverso, che lui ha rotto”.


Comunque, il rapporto del Papa con la società moderna
non è mai stato facile.

“Certamente c’è un aspetto di difficoltà però sta
dentro un contesto in cui c’è anche una ricerca
d’incontro”.


Dove si vede questo incontro?

“Anzitutto nella grande scelta antropocentrica fatta
dal Papa. La centralità dell’uomo, Kant che dice che
l’uomo è sempre un fine, mai un mezzo. Questa è la
base della modernità che adesso va in crisi.
L’aver detto che l’antropocentrismo non è alternativo
al teocentrismo è una direttrice di fondo del
pontificato, positiva nei confronti della modernità.
E poi ci sono tante altre istanze sul piano politico,
della democrazia, della pace, della persona, del
Terzo mondo che rappresentano punti d’incontro con il
sentire contemporaneo”.


E i punti di frizione?

“Io credo che, quando si vuole sul serio che la fede
entri nella storia e incida sulla storia, è illusorio
pensare che attraverso il dialogo si possa trovare
consenso su tutto.
E’ inevitabile che si creino contrasti nel momento in
cui la fede cerca di cambiare la storia, la società,
la cultura, l’intimo delle persone.
In ultima istanza, si tratta di rimontare una
frattura storica fra fede e vita”.


Dove si avvertono le resistenze maggiori?

“Nella concezione dell’uomo. Il Concilio ha detto che
l’uomo non può essere ridotto né a una particella
della natura né a un elemento anonimo della società.
Ecco, oggi si è sempre più diffusa l’idea che l’uomo
sia alla fine soltanto una parte della natura, per
quanto significativa.
Ma questo ha per conseguenza di ridimensionare molto
la responsabilità del soggetto e implicitamente la
sua libertà”.


La gente che risposte cerca?

“Alla fine ha bisogno di risposte forti, ma la cultura
di oggi tende a dare risposte deboli, allora su questo
punto avviene il contrasto. Se poi mi si chiede dov’è
la radice ultima di questa resistenza, io devo dire
che sta nella debolezza della fede.
Si fanno indagini quantitative su quanti sono i
credenti, quanti sono quelli che vanno a messa…
E’ un punto che ha una sua importanza, ma non è quello
più decisivo.
Il problema è che sul piano qualitativo c’è una fede
non abbastanza convinta e quindi poco capace di
incidere sulla vita.
Se il messaggio non si basa su quello che la Chiesa
ritiene essere la parola di Dio, allora alla fine
Dio non è rilevante e quindi il cristianesimo si
riduce soltanto a un’eredità etica del passato e,
persino per coloro che cercano di credere, la fede
può ridursi a una vaga speranza, un vago
sentimento…”.


L’accento che lei mette sulla qualità dei credenti è
importante. Ma come presidente della Cei non la
spaventa il fatto che secondo le ultime ricerche i
cattolici in Italia siano diventati minoranza dal
punto di vista dei numeri e comunque si ispirino ad
una religione self-service? Come affronta la
questione con i vescovi?

“Nessuno ha la ricetta. Come vescovi diciamo che
bisogna partire dal presupposto che oggi, come in
secoli molto remoti, la Chiesa deve preoccuparsi di
far “nascere” il cristiano.
Cristiano non si nasce oggi, ma si diventa.
Dobbiamo far diventare cristiano quel bambino che in
famiglia è poco aiutato a diventare cristiano, quel
giovane che nell’ambiente in cui vive ha mille
stimoli che lo portano in direzioni diverse.
Oggi la religione è più una scelta personale e
richiede quindi un contatto personale.
Non si può più attendere che la gente venga in chiesa
e dare per scontato che, se arriva, in qualche modo è
credente.
Bisogna andare a trovare la gente dove vive.
Nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, negli ambiti
della cultura”.


Che cosa preoccupa di più i vescovi: un’Italia
scristianizzata, un’Italia cinica, indifferente,
un’Italia new age dove si usa Dio come una filosofia?

“In un certo senso sono tutte espressioni abbastanza
simili l’una all’altra.
A me non può non preoccupare anzitutto la perdita
della fede cristiana, la sequela di Cristo.
Certo, dobbiamo mediarlo culturalmente, ma non c’è
nessuna mediazione culturale che possa sostituire il
passo impegnativo della fede, che tocca a ciascuno.
E perché la gente faccia questo passo, l’aiuto più
grande è quello che si dà con la testimonianza
personale”.


Quando sono state pubblicate le indagini sul fatto che
i cattolici in Italia sono minoranza, la Chiesa non
ha fatto nessun tentativo di occultamento. Come mai?

“Le abbiamo promosse noi stessi le inchieste, già nel
1995.
Ma sul tema ho una valutazione più ottimistica di
quella di molti miei confratelli vescovi e sacerdoti.
E’ vero che i cattolici sono minoranza, se intendiamo
l’appartenenza alla Chiesa in senso pieno, ma poi c’è
tutta una serie di sfumature.
Prendiamo la scelta delle famiglie per l’insegnamento
di religione ai ragazzi o ancor più la scelta che
fanno i ragazzi stessi dopo i quattordici anni.
Siamo al 93 per cento e la scelta dei ragazzi più
grandi si attesta sull’86-87 per cento”.


Con disomogeneità nelle regioni.

“Al nord è più bassa della media, in particolare a
Milano, a Torino, in Emilia. Anche a Roma è più bassa
della media, perché è una grande città e molte
metropoli sono così.
Ma comunque siamo al 75 per cento.
Sono dati che vogliono dire che un certo sentirsi
dentro alla fede cristiana è comune.
E ne ho avuto la prova anche dopo l’11 settembre.
Quanti ho visto che dicevano “noi siamo cristiani,
dobbiamo reagire perché siamo cristiani!”.
Se si dovesse fare un referendum e dire “sono
cristiano o non sono cristiano”, i sì arriverebbero
almeno al 70 per cento della popolazione.
Poi, naturalmente, c’è il discorso, della coerenza”.


Il Papa polacco ha dato più spazio alla Chiesa
italiana?

“Per convinzione, e forse anche perché non di origine
italiana, ha certamente favorito molto la
responsabilità propria dei vescovi.
D’altra parte si è molto calato nei panni di vescovo
di Roma per cui ha una speciale sollecitudine per
l’Italia, ma sempre molto rispettosa.
Se posso dire una cosa che mi ha sempre colpito in
lui, è l’estremo rispetto per i suoi interlocutori
e collaboratori.
Da questo punto di vista è il contrario della
personalità autoritaria che dice “decido io, faccio
io””.


Qualche volta ha espresso preoccupazione per un certo
degrado del clima nel Paese, cui anche lei accenna
nelle sue prolusioni alla Cei?

“Semmai sono io che a volte manifesto questo tipo di
preoccupazione. Il Papa preferisce ascoltare che
dire”.


Con gli anni Novanta la Chiesa italiana si è trovata
in una situazione del tutto nuova, di rapporto
diretto con il sistema partitico. A volte dà
l’impressione di cercare di assicurarsi certe
posizioni – la scuola, la famiglia, la legge sulla
fecondazione artrificiale – per contrastare così la
scristianizzazione in corso.

“Non si può chiedere alla politica di contrastare
la scristianizzazione.
Non si poteva ieri, sarebbe illusorio oggi.
A volte sembra che ci siano persone che lo pensano.
Ma quando noi ci impegniamo su temi come la
famiglia è perché riguardano i cardini di una
società e di una cultura, nate dal cristianesimo”.


Resta il fatto che in tutta Europa Giovanni Paolo
II teme il silenzioso abbandono di massa della fede.
Perché il Vecchio Continente è così essenziale per
il Papa slavo?

“Giovanni Paolo II è un Papa massimamente
universalista e quindi minimamente eurocentrico,
eppure nello stesso tempo è un uomo che tiene alle
radici.
La sua radice polacca e anche la radice italiana e
la radice europea.
Di tutta l’Europa.
Lui ha un senso profondo dell’unità dell’Europa,
dell’unità spirituale e culturale dell’Europa, ed è
convinto che il Continente abbia una missione
religiosa e di civiltà nel mondo.
Quante volte ha detto che la divisione dei cristiani
è cominciata in Europa e dall’Europa deve cominciare
la loro unità…”.


Domani si festeggeranno i venticinque anni di Giovanni
Paolo II. Eminenza, come sta il Papa?

“Ci riserverà ancora sorprese”, sorride Ruini.
“E’ già successo che si pensasse che aveva compiuto
la sua missione e invece sono venute altre novità.
Ci ha già stupiti: ci stupirà ancora”.


MARCO POLITI
(C) La Repubblica, 15 ottobre 2003