(l’Espresso) Verso la riunificazione della Chiese cinesi

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Roma chiama Pechino. Ma la linea è spesso interrotta


Tra Cina e Vaticano, i segnali di avvicinamento si alternano a improvvise chiusure. Le quattro sedie vuote del sinodo. Il nuovo vescovo riconosciuto sia dal governo che dal papa. L’arrivo delle suore di Madre Teresa. “La Civiltà Cattolica” tira le somme

di Sandro Magister

 ROMA, 27 ottobre 2005 – Durante le tre settimane del sinodo mondiale dei vescovi che si è da poco concluso in Vaticano, quattro sedie sono rimaste vuote: quelle dei quattro vescovi della Cina continentale invitati dal papa ma bloccati in patria dalle autorità cinesi.

Nell’omelia della messa conclusiva del sinodo, domenica 23 ottobre in piazza San Pietro, Benedetto XVI ha espresso la sua “viva pena” per la loro assenza, e la vicinanza sua e di tutta la Chiesa al “sofferto cammino” della Chiesa cinese.

La Santa Sede si era messa in moto da un anno per far partecipare i quattro vescovi al sinodo, ottenendo inizialmente dei segnali incoraggianti.

Aveva anche ben studiato quali vescovi invitare. Dei quattro, due erano da tempo riconosciuti dal governo di Pechino: Antonio Li Duan, vescovo di Xian, e Aloysius Jin Luxian, vescovo di Shanghai. Un altro, Luca Li Jingfeng, vescovo di Fengxiang, era stato riconosciuto dal governo solo un anno fa, senza però essere stato obbligato ad iscriversi all’Associazione Patriottica. Il quarto, Giuseppe Wei Jingyi, vescovo di Qiqihar, era privo di riconoscimento. L’intento di Roma era di mostrare la loro comune appartenenza alla stessa Chiesa, nonostante i diversi tragitti di ciascuno.

Ma alla fine il permesso a recarsi a Roma non è stato concesso a nessuno dei quattro.

Ciascuno di essi ha scritto una lettera al papa, in latino, per ringraziarlo ed esprimergli la sua piena fedeltà. Le lettere sono arrivate in Vaticano nei primi giorni di ottobre. Il 18, il cardinale segretario di stato Angelo Sodano ha letto in aula quella scritta dal vescovo di Fengxiang, Li Jingfeng. Benedetto XVI ha risposto a tutti per lettera. Ma il carteggio non è stato reso pubblico. L’unico testo che il Vaticano ha reso noto, il 22 ottobre, è stata la lettera scritta ai quattro vescovi cinesi dall’insieme dei vescovi del sinodo.

Il giorno dopo che la sua lettera era stata letta in sinodo, il vescovo Li è stato convocato dall’ufficio affari religiosi della provincia di Shaanxi. In altri tempi, per un simile atto sarebbe stato accusato di tradimento a servizio di una potenza straniera. Invece, l’indomani, il vicepresidente dell’Associazione Patriottica che controlla la Chiesa ufficiale, Liu Banian, ha dichiarato in televisione che l’invito del papa ai quattro vescovi “esprime la grande cura che Benedetto XVI ha nel voler migliorare i rapporti diplomatici tra Cina e Vaticano”.


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Negli stessi giorni del sinodo, è giunta notizia della morte del vescovo Pietro Zhang Bairen, della diocesi di Hanyang nella provincia di Hebei.

Scomparso a 91 anni, Zhang ne aveva passati 24 in carcere e ai lavori forzati. Apparteneva alla Chiesa cosiddetta “sotterranea”, quella priva di riconoscimento ufficiale. Nonostante ciò, le autorità cinesi hanno consentito che per lui fossero celebrati funerali pubblici, nel suo villaggio natale. E nonostante si fosse scoraggiata la partecipazione popolare, sono accorsi 7 mila fedeli. Ai funerali – concelebrati il 15 ottobre da 15 preti – hanno assistito anche esponenti governativi locali, portando una corona di fiori con scritto: “Al vecchio signor Zhang Bairen”.

Tre giorni dopo, il 18 ottobre, a Wanxian nella provincia di Sichuan è stato ordinato un nuovo vescovo, Paolo He Zeging.

Il nuovo vescovo è stato assegnato come ausiliare all’attuale titolare della diocesi, Giuseppe Xu Zhixuan. E questi, all’inizio del rito, ha comunicato ai presenti che l’ordinazione avveniva con l’approvazione della Santa Sede, oltre che con il riconoscimento del governo. Nel 2005, questa è la terza ordinazione episcopale che avviene con questo doppio riconoscimento parallelo. Le precedenti due hanno riguardato le ordinazioni di Giuseppe Xing Wenzhi a Shanghai e di Antonio Dang Mingyan a Xian.

Un’area della diocesi del nuovo vescovo sarà sommersa dalle acque del Fiume Azzurro, lo Yang Tze, una volta ultimata la grande diga delle Tre Gole. Ma il governo ha autorizzato la diocesi a ricostruire più a monte le cinque chiese che andranno perdute.

Il nuovo vescovo He ha 37 anni. Con lui la Chiesa cinese allinea una nuova generazione di vescovi tra i più giovani al mondo: audace scommessa sul futuro. Di quelli ordinati nel 2004, quattro su cinque hanno meno di 40 anni. Di quelli ordinati nel 2005, due su tre. Tutti hanno l’approvazione sia di Roma che delle autorità cinesi.

Questa della doppia approvazione è ormai una realtà quasi generalizzata. Anno dopo anno, Roma ha dato il suo riconoscimento ai vescovi insediati dal governo cinese con l’intento di creare una Chiesa separata. E viceversa, le autorità della Cina tacitamente accettano oggi che i nuovi vescovi formalmente eletti con le procedure fissate dal governo abbiano la previa approvazione della Santa Sede.

Intervenendo in sinodo il 12 ottobre, il vescovo di Hong Kong, Giuseppe Zen Ze-kiun, l’ha detto con chiarezza:

“Dopo lunghi anni di separazione forzata, la stragrande maggioranza dei vescovi della Chiesa ufficiale è stata legittimata dalla magnanimità del Santo Padre”.

E viceversa:

“Specialmente negli ultimi anni risulta sempre più chiaro che i vescovi ordinati senza approvazione del romano pontefice non vengono accettati né dal clero né dai fedeli. Si spera che davanti a questo ‘sensus Ecclesiae’ il governo di Pechino veda la convenienza di venire a una normalizzazione della situazione, anche se gli elementi ‘conservatori’ interni alla Chiesa ufficiale vi pongono resistenza per ovvii motivi di interesse”.

Insomma:

“La Chiesa in Cina, apparentemente divisa in due, una ufficiale riconosciuta dal governo e una clandestina che rifiuta di essere indipendente da Roma, è in realtà una Chiesa sola, perché tutti vogliono stare uniti al papa”.

Pur tra enormi difficoltà, dunque, è in corso una ricomposizione unitaria della comunità cattolica cinese, che influisce anche sui rapporti tra la Santa Sede e la Cina. Il tentativo del regime comunista di sottomettere e separare da Roma una parte consistente della Chiesa nazionale può ritenersi fallito.

Un altro segnale recente di cambiamento è l’invito fatto lo scorso aprile da autorità cinesi alle suore di Madre Teresa di Calcutta ad aprire una loro casa in Cina.

Suor Nirmala, attuale madre generale dell’ordine, si è recata in Cina a metà luglio a visitare il luogo prescelto, Qingdao nella provincia di Shandong. E ora è in attesa del via libera.


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Benedetto XVI segue con molta attenzione quello che accade in Cina. Ed è a sua volta sotto osservazione da parte delle autorità cinesi. Il suo principale libro di teologia, “Introduzione al cristianesimo”, è stato tradotto da un editore di Shanghai ed è andato presto esaurito nelle librerie statali, dove quasi mai i testi della Chiesa cattolica ottengono il nulla osta alla vendita.

Prima ancora che il comunismo, infatti, è la tradizionale subordinazione delle religioni al potere sovrano, tipica della cultura cinese, a rendere difficile l’instaurarsi in Cina di una piena libertà religiosa.

Fino all’epoca moderna non esisteva in Cina una parola per dire “libertà”, né in senso filosofico né in senso politico. E la parola che oggi è entrata in uso dà comunque l’idea che la libertà sia qualcosa di concesso all’individuo da un potere superiore.

Dell’attuale situazione della Chiesa cattolica in Cina dà un interessante ritratto un articolo apparso su “La Civiltà Cattolica” del 15 ottobre 2005, qui sotto riprodotto in gran parte, per gentile concessione della rivista.

Edita a Roma da un collegio di gesuiti, “La Civiltà Cattolica” passa all’esame dalla segreteria di stato vaticana prima della stampa di ogni suo numero. Quindi riflette autorevolmente il punto di vista della Santa Sede sulle questioni trattate, in questo caso sulla Cina.

L’autore dell’articolo, gesuita, è professore emerito di teologia all’Università di Bonn.


La Cina si sta aprendo. Impressioni di un viaggio

di Hans Waldenfels, S.I.


Sono stato per la terza volta nella Cina continentale nel giugno scorso, senza contare i miei numerosi soggiorni a Hong Kong e a Taiwan. […] A Pechino ho avuto occasione di tenere lezioni in tre istituzioni scientifiche, con le discussioni che ne sono seguite. Da una parte, i colleghi hanno sottolineato che la scienza è un luogo di libertà, nel quale si può dire e pensare, ad alta voce, quello che si vuole. Ma, dall’altra, non si può passare sotto silenzio il fatto che a partire almeno dal 2003 sono state imposte di nuovo evidenti restrizioni e censure ai lavori scientifici. Questo controllo vale soprattutto per testi di natura religiosa e di ordine ideologico universale, ma anche per la filosofia della religione. In tale ambito va anche ricordato che nel frattempo non si sente più parlare o, per lo meno, non si percepisce più alcuna risonanza dei cinesi detti “cristiani di cultura”, noti già da tempo in Europa: si tratta per lo più di intellettuali che non sono battezzati, ma che accordano una grande rilevanza al cristianesimo sul piano della vita culturale e simpatizzano fortemente a suo favore.

Nelle mie lezioni ho potuto esprimere senz’altro considerazioni di ordine filosofico-religioso su questioni ermeneutiche e problemi linguistici, e anche sul rapporto tra fede e ragione, e sul dialogo tra buddismo e cristianesimo. Ma la cosa più importante era di adottare sempre una prospettiva scientifica e di non parlare mai in termini di una confessione religiosa. Da questo punto di vista il concetto di “teologia” è sempre sospetto. Ma questo non esclude che si mostri interesse per le radici della civiltà europea, e anche per i suoi sviluppi in epoca antica o nel Medioevo, con tutte le sue acquisizioni scientifiche e letterarie. Bisogna aggiungere inoltre che anche in Cina, come in tutti gli altri paesi del mondo, la componente umanistica deve lottare fortemente per ritagliarsi un suo posto tra le soverchianti scienze della natura e della tecnica. Al primo posto c’è evidentemente una visione utilitaristica. E a questo riguardo si capisce bene perché un monaco taoista, interrogato sul perché gli uomini pratichino una loro religione, abbia dato questa risposta: “Fanno affari con gli dèi”.

Si trovano tradotti in Cina alcuni libri che prendono una certa distanza dal cristianesimo istituzionale, o per il loro contenuto, come, ad esempio, i libri di Hans Küng, o perché difendono una teologia pluralistica della religione, come, ad esempio, i libri di John Hick o Paul Knitter. Recentemente sono stati tradotti in cinese anche l’”Introduzione al cristianesimo” di Joseph Ratzinger e la teologia morale di Karl-Heinz Peschke. Zhuo Xingping ha pubblicato nel 1998 un libro sulla teologia attuale del cattolicesimo occidentale. È disponibile anche una certa documentazione, come quella relativa al simposio sull’impegno cristiano nella società odierna, organizzato a Pechino nel 2001 dalla Misereor. Con mia sorpresa ho trovato anche alcune pubblicazioni del letterato e linguista austriaco Leo Leeb, che in futuro potrebbero contribuire in maniera incisiva a costruire un dialogo interculturale. Curiosità e interesse si notano ovunque in Cina. Ma non si devono sottovalutare neppure i timori che si manifestano nei confronti di aperture troppo ampie. Probabilmente in futuro si avrà più bisogno di pazienza che di polemiche.


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Hebei è la provincia che comprende Pechino e la vicina Tianjin (Tientsin). Nella provincia di Hebei ci sono otto diocesi ufficiali, quattro delle quali si trovano nel territorio in cui si erano insediate un tempo le missioni dei gesuiti. Ma Hebei è anche la provincia dalla quale giungono da tempo brutte notizie, come ancora ultimamente — nei giorni della morte di Giovanni Paolo II e dell’elezione di Benedetto XVI — quella dell’arresto di un vescovo e di un sacerdote della comunità clandestina, e dei disordini che ne sono conseguiti. […]

Ho potuto visitare due vescovi abbastanza giovani, poco sopra i 40 anni, a Xianxian e a Jiangxian, una diocesi che oggi prende il nome dalla località di Hengshui. Questi due vescovi impressionano anzitutto per la loro giovinezza e la loro influenza personale, ma dicono anche di poter disporre di un clero giovane e, soprattutto, di numerose giovani religiose, descrivendo questa loro situazione come esemplare.

È immensa l’autocoscienza che questi cristiani rivelano, ma tale è anche lo spirito missionario che manifestano. Il vescovo Li Liangui di Xianxian parlava di 70.000 cattolici su sette milioni di abitanti. Egli lavora con circa 100 sacerdoti e 260 suore. Nella sua diocesi ci sono 50 parrocchie, 16 cliniche, tre ospedali, un asilo infantile, una casa per anziani e una per bambini disabili. Nel seminario minore ci sono 40 seminaristi, mentre 15 sono prossimi all’ordinazione. Incidentalmente egli ha anche affermato di aver imparato molto, assieme ai suoi confratelli, dai vecchi gesuiti che hanno continuato ad assistere la gente nei villaggi più sperduti. Con lui ho potuto far visita brevemente al suo predecessore, l’ottantottenne vescovo Liu Dinghan, gesuita, con il quale si poteva comunicare soltanto per iscritto, ma agevolmente, per via della sua sordità.

A Jiangxian o Hengshui, secondo quanto riferisce il vescovo Pietro Feng Xinmao, ci sono 26.000 cattolici su un milione e mezzo di abitanti. Tra loro lavorano 30 sacerdoti e 75 suore. Le comunità sono grandi. Ne ho conosciute due o tre. Un giovane parroco cura 40 comunità e sette località dotate di una chiesa o di una cappella, e un altro, in un distretto chiaramente più antico, cura una parrocchia con 20 comunità, che hanno 15 chiese. Quest’ultimo, nella cura dei suoi 1.500 fedeli, è coadiuvato da un cappellano e da due preti più anziani, già a riposo. Si tratta prevalentemente di comunità rurali, nelle quali la Chiesa sta crescendo. In una piccola località, nella quale il vescovo alla fine di maggio aveva potuto consacrare una piccola chiesa, si era cominciato tre anni prima con un’unica donna anziana. Nel giorno della consacrazione la comunità contava 180 fedeli, e durante la celebrazione della messa il vescovo aveva battezzato 20 adulti.


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Nel 1983, la Chiesa cinese ufficiale dava ancora un’impressione di chiusura, per non dire di spavento. Si vedevano soltanto vescovi e sacerdoti anziani, e similmente fedeli di una certa età. Il legame con la Chiesa universale era costituito dalla messa tridentina, in latino. Nei messali latini, nel canone romano era stata ricoperta la riga che conteneva la menzione del papa.

Ora però, ovunque si vada, la santa messa viene celebrata nella lingua materna, su un altare rivolto verso il popolo. Il nome del papa viene pronunciato sempre ad alta voce nel canone. Ovunque si vada si può vedere il ritratto del nuovo papa Benedetto XVI.

I testi liturgici sono stati allestiti a Taiwan. E non c’è stata nessuna difficoltà a trasferire questi testi sul continente. Se si chiede quale sia stata la data ufficiale in cui si è introdotta la nuova liturgia, la risposta resta nel vago. A quanto pare, non è giunta nessuna disposizione “dall’alto”, ma si è cominciato a fare così all’inizio degli anni Novanta, poco dopo il 1992-93. Si sono così costituite comunità liturgiche in cui si ama cantare e pregare ad alta voce, per quanto ho potuto constatare, a Pechino e nella provincia, con una grande partecipazione di fedeli di tutte le età, ma soprattutto, delle giovani e giovanissime generazioni, e anche di uomini. Quelli con cui ci si incontra manifestano gioia e fiducia, ma anche una forte determinazione. Ai laici compete la loro parte nella liturgia: la proclamazione delle letture, le preghiere dei fedeli, la processione offertoriale e tutto quello che già da tempo si pratica. Nelle comunità che ho potuto visitare era una cosa normale che ci fossero anche i consigli pastorali. Se tutto questo non trae in inganno, si nota chiaramente che le responsabilità sono equamente distribuite tra sacerdoti e laici.


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Di fronte a questa situazione viene spontaneo chiedersi che cosa significhi in Cina “Chiesa romana”. All’estero da molto tempo si è diffusa l’impressione che in Cina ci fosse una Chiesa cattolica divisa. Secondo tale visuale c’era da un lato la Chiesa ufficiale dominata politicamente dall’Associazione Patriottica, con vescovi nominati dal governo cinese, che esercitavano il loro ufficio senza l’approvazione della Santa Sede: questa veniva chiamata in maniera riduttiva ed errata “Chiesa patriottica”; mentre, dall’altro lato, c’era una comunità non riconosciuta dal governo e perciò strettamente sorvegliata e perseguitata, con vescovi nominati dalla Santa Sede, senza riconoscimento da parte del governo: e questa viene detta “Chiesa clandestina”.

Dobbiamo però anzitutto modificare un’immagine che si è divulgata con tale denominazione: Chiesa clandestina non significa in molti casi che non possegga edifici ecclesiastici pubblici. In molti luoghi ci sono chiese a cui si può accedere pubblicamente. Si può anche dare il caso che la cattedrale di un vescovo clandestino sia più grande di quella del vescovo ufficiale parallelo. Tuttavia, dove non si dispone di un locale proprio per la chiesa la messa viene celebrata spesso in luoghi privati. Tra i protestanti, l’uso delle cosiddette “chiese domestiche” è ancora più radicato che presso i cattolici. Un estraneo non è in grado di percepire come si configuri la situazione concretamente nei singoli luoghi, ed è perciò indotto a fraintendere. Ma si può dire che la situazione generale ora è cambiata, se si tengono presenti le seguenti considerazioni.

Secondo le statistiche rese note pubblicamente, il numero dei cattolici in Cina si aggira complessivamente sui 12 milioni. Vi sono 74 vescovi ufficiali e 46 clandestini, 2.710 sacerdoti, di cui 1.000 nella clandestinità e 1.710 nella comunità ufficiale, 5.200 religiose, 1.700 nella clandestinità e 3.500 nella comunità ufficiale; nel 2003, 800 seminaristi nella clandestinità e 580 nella comunità ufficiale, e infine 800 novizie di ordini religiosi in ciascuno dei due gruppi ecclesiastici. Bisogna aggiungere poi che dei 74 vescovi ufficiali soltanto una decina o poco più non sono riconosciuti da Roma. Si tratta dunque di una realtà soddisfacente, ma che suscita nello stesso tempo alcuni problemi.

Mentre in passato si era diffusa l’impressione che la maggior parte dei vescovi della comunità ufficiale si fosse riconciliata successivamente e perciò avesse ottenuto il riconoscimento da Roma, al presente si può constatare una situazione completamente diversa. Prima di essere consacrati vescovi della comunità ufficiale, i candidati normalmente cercano di ottenere la nomina dalla Santa Sede.

Questo è il caso dei due giovani vescovi che ho visitato nella provincia di Hebei. E ciò si è verificato anche a Shanghai per Giuseppe Xing Wenzhi, preconizzato successore del vescovo del luogo, gesuita, Aloysius Jin Luxian, e suo vicario generale, consacrato il 28 giugno 2005. Con il riconoscimento da parte di Roma del successore di Jin Luxian, c’è da prevedere per il futuro che non sarà nominato un successore anche del vescovo della parallela comunità clandestina di Shanghai, Giuseppe Fan Zhongliang, finora riconosciuto da Roma, ma non da Pechino.

Questo non è il primo caso, come si legge invece sulla stampa ufficiale, ma certo il più rilevante per l’importanza che spetta a Shanghai nell’intero Paese. Si è raggiunto sostanzialmente lo stesso risultato anche con la consacrazione dei due vescovi di Hebei, che abbiamo menzionato prima, e in particolare nel caso del secondo, Pietro Feng Xinmao, consacrato il 6 gennaio 2004. Il giorno della sua consacrazione, Feng ha insistito che si leggesse pubblicamente l’atto di nomina da parte di Roma. Inoltre egli aveva richiesto che i tre vescovi consacranti fossero vescovi riconosciuti da Roma. Quello che così si è messo in moto può servire da modello e dovrà essere portato avanti in futuro con grande sensibilità e pazienza.


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La situazione che abbiamo descritto rende evidente che in Cina si sta realizzando una nuova permeabilità tra le due istituzioni. Diversi fattori vanno tenuti presenti.

Il problema più grave si pone senza dubbio per i vescovi che operano nella clandestinità e per i loro fedeli. Qui la situazione sembra presentarsi in maniera differenziata. Vi sono regioni in cui le autorità locali rinunciano a insediare vescovi propri, per cui il vescovo lì presente non ufficialmente viene a trovarsi di fatto in una situazione di tacita approvazione da parte delle autorità del luogo.

Sono più problematiche invece quelle regioni in cui continuano a sussistere, come prima, due sistemi paralleli. La soluzione cui si può giungere in questi casi può essere anche che Roma rinunci a dare una successione alla linea ritenuta non ufficiale dal punto di vista governativo, per il fatto che nell’ambito della Chiesa locale ufficiale si è giunti o si sta giungendo a una nuova intesa. In questo senso ci sono già regioni in cui in pratica non si parla più di una “Chiesa clandestina”.

D’altra parte non c’è da aspettarsi che i fedeli si adattino ovunque e senza riserve a queste nuove situazioni e che aderiscano prontamente e senza esitazioni a una forma di Chiesa verso la quale hanno finora nutrito dubbi, dopo aver sperimentato a lungo oppressioni e persecuzioni. Troppe ferite non sono ancora sanate. Su questo punto Roma non può non tener conto di quello che ha subìto la Chiesa negli altri paesi in cui le sue strutture sono state oggetto di oppressione. La Santa Sede deve però anche tener presente che, a partire almeno dalle lotte per le investiture medievali, si è andata sviluppando una lunga storia dei rapporti tra stato e Chiesa, che si è prolungata in modi diversi fino ai nostri giorni e che aiuta a trovare soluzioni in vista di un rapporto soddisfacente e realistico tra le parti.

Abbiamo già accennato occasionalmente a un problema che però può trovare una soluzione su un piano puramente pratico. Esso consiste nel fatto che i confini delle diocesi ufficiali spesso non coincidono con quelli che esistevano prima, e che sopravvivono nelle Chiese non ufficiali. Su questo punto vi sono opposizioni umanamente comprensibili, ma anche desideri che possono venir presi in considerazione sul piano politico.


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Nell’ambito dei problemi che interessano i rapporti tra Roma e la Cina si menzionano sempre la questione di Taiwan e la nomina dei vescovi.

Per quanto riguarda Taiwan, già da tempo vi sono segni che si deve cominciare a parlarne e che la questione sembra risolvibile.

Si presenta invece più difficile il secondo problema, che si è sempre posto in questi termini: mentre il governo cinese considera la nomina dei vescovi una questione interna alla Cina, la Santa Sede, anche e soprattutto per motivi teologici, afferma che qui si tratta di una questione che va regolata non sul piano politico, ma su quello religioso interno. A lungo è sembrato che le due posizioni coesistessero l’una accanto all’altra senza potersi conciliare tra loro. Ma in questi ultimi tempi è dato intravedere che si stanno aprendo nuove possibilità di soluzione, almeno pragmaticamente.

Questi passi in avanti, che sono diventati evidenti, non significano certo che in breve tempo si possa superare e risolvere il divario che esiste tra la cultura cinese e la sensibilità giuridica occidentale, come pure l’assetto politico che domina in Cina già da quasi un secolo. Sono necessari tempi lunghi.

D’altra parte, in questo confronto tra i due mondi non va trascurato il peso che viene accordato ad alcune personalità, al di là di ogni considerazione teorica sull’essenza della persona. I capi politici della Cina possiedono una grande levatura, ma anche le figure dei papi fanno sentire il loro profondo influsso fino in Cina. Anche a me è stata posta più volte la domanda se il nuovo papa andrà in Cina.

Una donna era la nostra guida quando, l’ultimo giorno, ho fatto visita al luogo dove sino ad oggi sono sepolti i grandi gesuiti Matteo Ricci, Adam Schall von Bell, Ferdinand Verbiest e altri. Ci avevano dato un dépliant in due lingue. Il luogo si trova all’interno di un grande centro di formazione del partito, ma la nostra guida, che non conosceva la nostra identità, durante il percorso ci ha fatto notare due edifici che nelle loro strutture fondamentali risalgono all’antica epoca dei gesuiti. Essa ha aggiunto che c’è un progetto che prevede di ripristinarli nella loro forma primitiva. Questi edifici certamente non saranno restituiti alla Compagnia di Gesù, ma si vede chiaramente come la storia continui a operare. Nonostante i contrasti e le ambivalenze che queste impressioni si trascinano dietro, prevale in fondo l’ottimistica convinzione che anche in Cina il senso della realtà, la verità, l’attenzione verso tutto ciò che è umano e la libertà si stiano avviando su una nuova strada.

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Il link alla rivista dei gesuiti di Roma su cui è apparso l’articolo:

> La Civiltà Cattolica

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L’omelia di Benedetto XVI del 23 ottobre con il passaggio riguardante la Chiesa in Cina:

> “Con viva pena abbiamo sentito la mancanza…”

E la lettera del sinodo ai quattro vescovi cinesi impossibilitati a parteciparvi:

> “Desideratissimi Fratelli nell’Episcopato…”

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Il 25 ottobre il cardinale segretario di stato Angelo Sodano è intervenuto sui rapporti tra Santa Sede e Cina – e in particolare sulla questione di Taiwan – rispondendo a domande di giornalisti in occasione dell’inaugurazione del nuovo centro convegni della Pontificia Università Gregoriana, intitolato al gesuita Matteo Ricci, missionario in Cina nel XVI secolo. Le sue dichiarazioni in un dispaccio di “Asia News”:

> Sodano: il problema con Pechino è la libertà religiosa

E l’immediata replica, negativa, del ministero degli esteri cinese:

> Dal Vaticano Pechino si attende “fatti” e non “parole”