(l’Espresso) Quando l’uomo si allontana da Dio produce barbarie

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Giovanni Paolo II, 1978-2005. L’ultimo papa antimoderno

La sua era una Chiesa di santi contro le potenze del male: prima il comunismo sovietico, e poi la civiltà del denaro, del sesso, della “libertà che fa schiavi”. I giudizi di uno storico del papato, Giovanni Maria Vian, e di uno specialista in geopolitica religiosa, Pietro De Marco

di Sandro Magister ROMA, 3 aprile 2005 – È stato l’ultimo papa antimoderno. Modernissimo nello stile, lui così padrone della ribalta mediatica e dei suoi linguaggi. Ma nemico irriducibile dello spirito del tempo. Che era per lui tempo d’apocalisse, parola che vuol dire rivelazione. Nell’Anno Santo del 2000, in quel grande Giubileo tutto di sua invenzione, egli mise in scena tra Fatima e il Colosseo proprio il dramma cosmico che voleva svelare. Quello della moderna Babilonia che perseguita i martiri cristiani. Con lui, papa martirizzato ma vivo, alla testa della schiera dei santi.

Mai nessun papa ha canonizzato tanti santi e beati come Giovanni Paolo II. Perché queste erano le sue legioni. Dopo tre secoli di liberalismo, di illuminismo, di comunismo, di capitalismo, tutti ad assediare la Chiesa, papa Karol Wojtyla s’era convinto che per resistere e contrattaccare ci volevano degli eroi, in cielo e sulla terra. Non quei teologi e vescovi accomodanti con le mode. Ma cristiani forti e pugnaci. Che davanti all’avversario non si inginocchiano. Lo sfidano.

Eppure, quando il 16 ottobre 1978 l’arcivescovo di Cracovia fu eletto alla cattedra di Pietro, a lanciarne la candidatura erano stati proprio i cardinali dei paesi benestanti: tedeschi, olandesi, nordamericani. Il nuovo papa polacco doveva essere il cuneo conficcato nell’impero sovietico. Ma avevano sottovalutato, i suoi grandi elettori, che le critiche di Wojtyla al comunismo erano un derivato della sua più generale condanna di un Occidente senza più morale né fede, adoratore del profitto, schiavo dei consumi. Il Wojtyla antiborghese era molto più roccioso del Wojtyla anticomunista. Il comunismo, per lui, era solo il deprecabile sottoprodotto di un male più radicale. Il mal d’Occidente.

Per capirlo, bastava rileggere i sermoni di quaresima che l’allora arcivescovo di Cracovia aveva predicato in Vaticano tre anni prima d’esser fatto papa. Ma, all’epoca, tutto si giocava come se l’unico nemico della Chiesa e del mondo libero fosse ad est o comunque colorato di rosso. Giovanni Paolo II era il papa giusto per combattere la santa battaglia.

Che infatti combatté e vinse. Ma senza esultare e senza rivendicare alcun merito. Disse dopo il crollo del Muro di Berlino: “Il comunismo è caduto da solo, in conseguenza dei suoi errori ed abusi”. E cadendo aveva messo a nudo il vero, grande nemico. L’impero globale. Affamatore dei poveri. Devastatore della fede. Nelle sue encicliche sociali, Giovanni Paolo II non riconobbe mai al capitalismo una positività nativa. Lasciato alla sua natura, esso restava per lui irrimediabilmente malvagio e selvaggio. Per addomesticarlo e renderlo accettabile alla Chiesa, diceva, niente c’era di meglio se non riprendere “le cose buone realizzate dal comunismo: la lotta contro la disoccupazione, la cura dei poveri”.

Ma il capitalismo non aveva di suo e di buono il culto della libertà, così cara alla Chiesa? Sì e no, rispondeva papa Wojtyla. Perché la libertà vale solo se “educata”, diceva. E soltanto la Chiesa, aggiungeva, ha ricevuto dall’alto la capacità d’educare a una libertà buona e vera.

Era il giugno del 1991 quando Giovanni Paolo II tornò per la quarta volta nella sua Polonia. Il Muro era crollato, l’impero sovietico era a pezzi. Ma il papa rifiutò di far festa. Anzi, non era mai apparso così iracondo, con i suoi compatrioti. Parlò più volte a braccio e da quelle parole non scritte, non passate al vaglio della diplomazia, fece zampillare i suoi più genuini pensieri. Come questi, trascritti da un fuori testo a Wloclawec:

“Il cedimento al desiderio, al sesso, al consumo: questo è l’europeismo che accreditano taluni sostenitori del nostro dovere d’entrare in Europa. Ma noi non dobbiamo diventare parte di questa Europa. L’Europa l’abbiamo creata noi, con molta più forza di quelli che pretendono l’esclusiva dell’europeismo. Qual è il loro criterio? La libertà. Ma quale libertà? Quella di togliere la vita al bambino non nato? Fratelli e sorelle, io protesto contro questa concezione dell’Europa che si sostiene in Occidente. E proprio in questa terra di martiri questo deve essere gridato forte. L’Europa attende una redenzione. Il mondo ha bisogno di un’Europa redenta”.

La Polonia cattolica fu la grande delusione del primo papa polacco della storia. Perché liberata dal giogo comunista cadde subito preda del mal d’Occidente, di una “libertà che fa schiavi”. Giovanni Paolo II non ripose mai nella democrazia una fiducia senza riserve. Al parlamento italiano, il 14 novembre 2002, disse che “se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l’azione politica, una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo”. Nell’arco della sua vita gli capitò di vivere in un regime di democrazia solo dopo essere stato fatto papa, in Italia. Ma per subito sperimentarne la temuta tirannide, con il varo nel 1981 di una legge sull’aborto tra le più permissive al mondo.

Le leggi sull’aborto, nella visione di papa Wojtyla, erano molto più che un incidente ordinario. Erano il nuovo olocausto della fine del Novecento. Ed era proprio questo “programmato cimitero dei non nati” a rafforzare ai suoi occhi il discredito della democrazia. Chiedeva: “Può esistere un’istanza umana, un parlamento, che abbia il diritto di legalizzare l’uccisione di un essere umano innocente e indifeso?”.

E la sua risposta era un no tondo. Nel 1995, nell’enciclica “Evangelium Vitae”, arrivò a reclamare la pubblica disubbidienza a Cesare, in nome di Dio: “Quando una legge civile legittima l’aborto o l’eutanasia, cessa, per ciò stesso, di essere una vera legge civile, cioè moralmente obbligante”; è “del tutto priva di autentica validità giuridica”. Giovanni Paolo II intimò più volte ai suoi fedeli, come fossero i martiri dei primi secoli, di non sacrificare al moderno impero del male.

Il martellare senza posa sull’aborto, sulla famiglia e sul sesso non era una sua “personale ossessione”, né tanto meno il “contraccolpo di un’infanzia infelice”, come alcuni suoi biografi hanno ipotizzato. L’incessante predicazione di Giovanni Paolo II su quei temi era del tutto coerente con la sua complessiva visione del mondo. Il mal d’Occidente raggiungeva il suo acme, ad avviso del papa, proprio quando pretendeva di violare quel sancta sanctorum che è la vita di ciascuna creatura umana, dal suo nascere al suo morire.

Papa Wojtyla era consapevole con questo di mettersi in urto con i governi, anche i più democratici. “I potenti di questo mondo non sempre guardano bene un papa come me”, disse un giorno. Anche in materia di pace e guerra si mosse quasi sempre controcorrente. Contestò fino all’ultimo, nel 1990-91, che si combattesse la guerra del Golfo contro l’Iraq di Saddam Hussein, anche a costo di trovarsi in disaccordo con l’intero Occidente, con gran parte dei governi arabi e persino con i vescovi dei paesi cattolici, Italia compresa. Ma per la Bosnia fece l’opposto, reclamò che l’Occidente intervenisse a “disarmare l’aggressore” e a imporre una tregua. Durante l’interminabile conflitto tra Israele e i palestinesi invocò inascoltato che nell’assetto di pace fosse riconosciuto uno statuto internazionale per Gerusalemme e i Luoghi Santi. Dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 diede un tacito assenso al contrattacco in Afghanistan. Ma si batté strenuamente contro la guerra angloamericana in Iraq. Salvo poi chiamare “costruttori di pace” i soldati occidentali rimasti ad aiutare la nascita della democrazia in quel paese.

Giovanni Paolo II negò sempre d’essere pacifista per principio. E lo dimostrò con i fatti. Di volta in volta giudicava se una guerra fosse “giusta” o no. Anche qui in linea con l’idea che appartiene alla Chiesa la sapienza di “educare” al retto uso della libertà e quindi alla pace. Mentre il mondo, quando fa apostasia dalla Chiesa e da Dio, può solo cadere preda della barbarie.

Niente però eguagliò in potenza di fuoco la battaglia che papa Wojtyla combatté sul tema della natalità e dei programmi mirati a frenarla. Su questo terreno, a differenza che nel campo della morale bellica, egli non ammetteva eccezioni: nessun aborto, nessuna uccisione di ogni nuovo concepito potevano essere giudicati leciti, mai. Il momento culminante di questa battaglia fu al Cairo, nel settembre del 1994, alla Conferenza internazionale per la popolazione e lo sviluppo indetta dall’Onu.

Dove dell’aborto non c’era neanche la parola, in nessuno dei documenti in esame. C’era invece frequentissima un’altra formula: “sanità riproduttiva”. Ebbene, prima il papa smascherò questa formula: “tutti sanno che include il libero aborto”. E poi talmente martellò la sua protesta, prima con le cancellerie di tutto il mondo, poi con i responsabili dei programmi antinatalisti dell’Onu, poi ancora in una burrascosa udienza con l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, che l’intera Conferenza del Cairo ne fu sconvolta. Il papa fu fisicamente assente, ma tutto ruotò su di lui. Lui da solo contro il resto del mondo. Sulla carta la Conferenza si chiuse senza un vincitore. Ma nei fatti Giovanni Paolo II aveva sfidato dal suo pulpito l’Occidente, aveva chiamato le cose col loro nome vero e aveva obbligato il mondo a riflettere sul bene e sul male, sul giusto e l’ingiusto, sul diritto o no a vivere di ogni nuovo essere umano, fin dal primissimo istante.

In questo Giovanni Paolo II fu sicuramente un papa antimoderno. Avversario integrale di quella modernità tecnocratica che non vuole solo interpretare l’uomo, ma decidere su di esso, e trasformarlo, e appropriarsi della sua stessa generazione. La storia futura dirà se questo papa è stato uno sconfitto. O un profeta.

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Quello che di lui passerà alla storia

Intervista con Giovanni Maria Vian


Giovanni Maria Vian insegna filologia patristica all’università di Roma La Sapienza, è esperto di storia dei papi ed è membro del Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Ha scritto per l’Enciclopedia Italiana le voci su Paolo VI e, quando era ancora in vita, Giovanni Paolo II.
D. – Professor Vian, che cosa di questo papa passerà alla storia?

R. – “Anzitutto la visibilità. Papa Wojtyla la perseguì in tutto il mondo. Sconfinando a volte in una spettacolarizzazione effimera, ma ottenendo in questa maniera ascolto per la Chiesa cattolica e per l’annuncio di Cristo in uno scenario globale frastornato da mille messaggi. E poi il consenso planetario che avvolse la sua figura e la sua azione politica. Anche al di là dei suoi meriti effettivi”.

D. – Intende dire che non fu lui ad abbattere l’impero sovietico?

R. – “Non solo lui, perché nella caduta dei regimi comunisti europei le circostanze storiche gli furono favorevoli. Provvidenzialmente, nell’ottica del pontefice. Giovanni Paolo II sottopose il comunismo a critica serrata, specie nella prima parte del pontificato. Resta questa infatti la motivazione più probabile dell’attentato, mai chiarito, che nel 1981 lo ridusse in fin di vita. Ma il papa slavo attaccò sempre con forza anche un altro avversario, che gli appariva forse più minaccioso: il materialismo pratico diffuso dall’Occidente, con la divisione ingiusta del mondo tra poveri e ricchi. E seppe condurre un’appassionata ed energica predicazione in favore della pace e in difesa della vita umana, in perfetta continuità con i suoi predecessori”.

D. – Ma non fu anche papa di dialogo, oltre che d’invettiva?

R. – “Certo. Di dialogo con le religioni non cristiane, la vera innovazione del pontificato. Anche se incontri come quelli di Assisi ebbero sì grande impatto mediatico, ma hanno poi ottenuto scarsi risultati e lasciato nodi irrisolti. Alcune tendenze relativiste, anche in seno alla Chiesa cattolica, hanno infatti restituito attualità alla questione teologica del rapporto tra l’unicità della salvezza portata da Cristo e gli elementi di verità presenti nelle altre religioni. In un’atmosfera culturale che in Europa è caratterizzata da un indifferentismo e un laicismo aggressivo sempre più dilaganti. Mentre in diversi paesi, soprattutto asiatici e africani, intolleranze e fondamentalismi non consentono la libertà religiosa e rendono molto difficile la vita dei cattolici e dei cristiani, fino a metterne in pericolo la sopravvivenza”.

D. – E con gli ebrei?

R. – “In direzione dell’ebraismo fece passi importanti. Una parte del mondo ebraico e altri osservatori continuarono però a pensare che questo atteggiamento fosse motivato soprattutto da ragioni personali e politiche. Wojtyla era ben conscio di appartenere a un popolo cattolico, quello polacco, tra i più ostili all’ebraismo, e forse proprio questa tragica consapevolezza, unita alla sua storia di testimone della Shoah, fu all’origine della sua volontà di dialogo, tenace e ostinata, da alcuni considerata troppo accentuata. Ma che ha finito per rimescolare le posizioni nel variegato mondo ebraico, soprattutto dopo il viaggio del papa in Israele, e potrebbe portare a nuovi sviluppi nei rapporti tra ebrei e cattolici”.

D. – In quanto polacco Giovanni Paolo II ha rotto con una tradizione di quasi cinque secoli di papi italiani. Ma quali altre novità ha portato nel governo della Chiesa?

R. – “Nel governo ordinario nessuna, anche perché questo non fu al centro dei suoi interessi. Così in Italia, dove delegò tutto alla conferenza episcopale. Ma da altri punti di vista novità e rotture ci sono state. Come nella valutazione positiva della donna, da lui accentuata. O nell’esporre la sua persona al pubblico sguardo, fino alle vacanze in montagna con portavoce e giornalisti al seguito. Con una scelta di trasparenza durante le sue malattie che ha avuto qualche aspetto positivo, ma ha sacrificato la riservatezza a cui ogni essere umano sofferente dovrebbe avere diritto”.

D. – E gli altri punti di rottura?

R. – “Giovanni Paolo II ha trascurato la tradizione liturgica, musicale e artistica degli ultimi secoli, dimostrando nei fatti scarsa sensibilità nei confronti di un patrimonio culturale di altissimo livello. E pur in un contesto nuovo, molto mediatizzato, le sue messe hanno assunto spesso l’aspetto di celebrazioni di massa, con accentuazioni spettacolari da più parti criticate. Un’altra innovazione riguardò i santi e beati da lui proclamati”.

D. – Un gran numero.

R. – “Un numero enorme, davvero senza precedenti, prodotto anche dal radicale snellimento dei processi di canonizzazione. Quasi per dire che la santità è alla portata di tutti, ma con il rischio di banalizzarla e inflazionarla, come hanno sottolineato autorevolissimi critici. Ha elevato agli onori degli altari anche figure recenti e controverse, con un occhio di riguardo ai papi. A partire dal 1870 vi è stata un’accentuazione, nuova nella storia della Chiesa di Roma, sulla santità personale dei pontefici. Alla perdita del potere temporale i papi hanno risposto in molti modi, tra l’altro con l’enfatizzazione della santità rintracciata in alcuni loro predecessori, e quindi in qualche modo connessa con il loro ufficio. Giovanni Paolo II ha dato fortemente corpo a questa idea, come già avevano fatto Pio IX, Leone XIII e soprattutto Pio XII”.

D. – E lo spazio e sostegno che il papa ha concesso a movimenti cattolici nati nel Novecento, come l’Opus Dei, i focolarini e simili?

R. – “Fu sicuramente un’altra sua rottura, forse inevitabile di fronte a un fenomeno nuovo come quello costituito dai movimenti, ma certo molto problematica, per il rischio di polarizzazioni e frammentazioni nella Chiesa cattolica causate da tendenze per loro natura centrifughe e settarie, che potrebbero finire per minarne l’unità. E si può aggiungere che Giovanni Paolo II, al fine di dare rappresentanza ai cattolici di ogni parte del mondo, ha sfondato ogni tetto numerico nel creare nuovi cardinali, in genere però d’età piuttosto avanzata, con ciò non dimostrando una reale fiducia nel collegio cardinalizio, pur tante volte convocato”.

D. – C’è qualcosa in cui papa Wojtyla ha fallito?

R. – “I rapporti ecumenici tra le diverse confessioni cristiane, nonostante qualche successo e un’enfasi di facciata, non sono in realtà progrediti. Ciò è avvenuto anche per l’irrigidimento di alcune Chiese ortodosse, le quali, non più soffocate dal comunismo, mal sopportano la concorrenza cattolica, a volte aggressiva, nei loro paesi; mentre per quanto riguarda anglicani e protestanti alcune loro evoluzioni dottrinali e disciplinari hanno allargato il divario che li distanzia da Roma. E ancora, il governo della Chiesa universale non è stato tra le principali preoccupazioni di Giovanni Paolo II. Che diffidò nei fatti della curia e dei curiali italiani, forse anche per la sua provenienza da ‘un paese lontano’, come disse dopo l’elezione presentandosi ai romani e al mondo, e lasciò uno spazio amplissimo al suo segretario personale, Stanislaw Dziwisz. In epoca recente nessun segretario di papa ebbe un peso così rilevante. Nemmeno Loris Francesco Capovilla con Giovanni XXIII. Poi non si può certo dire che vi sia stata una particolare cura per la formazione del clero. Mentre sono cresciuti in misura incontrollabile documenti e testi pubblicati a firma del papa: un vero diluvio, che ha rischiato di svalutarli. Così come l’enfatizzazione insistita e ripetuta delle richieste di perdono (i cosiddetti ‘mea culpa’) ha finito per confermare nell’opinione pubblica rozzi stereotipi che tendono a criminalizzare la storia del cristianesimo, prescindendo da una comprensione storica e idealizzando indebitamente il presente come termine di confronto. Dunque con effetti ben diversi da quelli che lo stesso pontefice auspicava da questo riconoscimento doveroso e coraggioso delle colpe del passato, tradizionale nella storia della Chiesa e rinnovato nella seconda metà del Novecento dal concilio Vaticano II”.

D. – Con la modernità Giovanni Paolo II come s’è confrontato?

R. – “In modo ambivalente. Ne assumeva le apparenze. Cantava, nuotava, sciava, pubblicava interviste e libri suoi personali. E così faceva passare il messaggio che egli era amico dei moderni stili di vita. Ma in realtà nei confronti della cultura moderna nutriva una diffidenza di fondo. Da vero papa intransigente”.


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POST SCRIPTUM – Il 4 aprile il quotidiano della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”, ha pubblicato tra gli editoriali la seguente valutazione del pontificato di Giovanni Paolo II. L’autore, professore all’Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, è specialista in geopolitica religiosa.


Le due frontiere su cui Giovanni Paolo II ci è stato maestro

di Pietro De Marco


I cristiani d’Occidente, e non solo i cristiani, debbono a Giovanni Paolo II la ripresa del coraggio, e della capacità di parlare nell’arena pubblica con il linguaggio che appartiene al genio del cristianesimo.

Questa riconquista, ossia la ripresa di questa forza sotto la sua guida, ha richiesto lunghi anni. Era necessario, ad esempio, ritornare a parlare quel linguaggio dapprima entro il “noi” ecclesiale e cattolico, a cominciare con se stessi: la discussione, la ruminazione delle convinzioni e della rappresentazione delle cose, sono anzitutto, e conclusivamente, atti interni. È nel processo interiore che si giocano i linguaggi e la loro plausibilità.

Karol Wojtyla è stato prima di tutto maestro di plausibilità cattolica: “Permettete a Cristo di parlare all’uomo!”. E ancora: “Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo Lui lo sa” (1978).

Ed è stato maestro su due frontiere. Quella del confronto di civiltà e quella dei saperi cristiani positivi.

La prima. Appena fatto papa, indossate le armi spirituali del proprio ruolo universale senza smettere quelle della propria appartenenza nazionale, Karol Wojtyla va al cuore del “Dio che è fallito”. È il suo primo viaggio in Polonia. La sfida evangelizzante, alta e pubblica, mistica e politica, è dunque plausibile. Non lo sarà subito. Anzi, non lo sarà ancora per svariati anni.

Nel decennio Settanta la cultura cattolica europea è nel pieno della sua deriva invisibilista, a causa dell’immersione laica e secolarizzante nelle “realtà terrene” e nel “mondo adulto”. È una deriva maturata, sia pure con le migliori intenzioni, sul terreno di una vera e drammatica separatezza dal mondo. Divenuto come incapace di soggettività e di azioni se non imitative (mobilitazione, utopia, rivoluzione), l’intelletto cattolico era come dimentico, e quasi improvvisamente incapace di essere matrice di civiltà, sistema di saperi insostituibili, Weltanschauung con capacità affermative ed antagonistiche necessarie all’equilibrio della storia del mondo.

Certo, molto di questa soggettività cattolica, ricostruita laboriosamente tra il XIX e il XX secolo, era stato speso in una conflittualità antimoderna che le “libertà” cristiane degli anni Sessanta giudicavano severamente. Comunque, il collasso postconciliare circa l’attitudine affermativa cattolica (ovvero la rinuncia volontaria ad essa) resta di difficile comprensione. Nonostante la capacità di resistenza, che costituisce l’effettiva grandezza del pontificato di Paolo VI, quando Karol Wojtyla accede al pontificato tutto questo era ai livelli di gravità massima, mascherato talora nell’intelletto cattolico dalla certezza di una rigenerazione cristiana in corso. I cattolici militanti parlavano con linguaggi altrui, con riferimenti e valori legittimati al di fuori o dal di fuori di ciò che era la loro ricchezza e la loro misura delle cose.

L’altra frontiera su cui Giovanni Paolo II è stato maestro è, dunque, necessariamente interna, e strettamente connessa. Per Karol Wojtyla, l’ordinamento fondamentale dei saperi come delle virtù cristiane, dei compiti come degli uffici ecclesiali, è irrinunciabile: nei suoi contenuti, nella loro architettura gerarchica, nel loro senso tradito, nella loro intima verità.

Quello che i critici gli rimprovereranno di aver impedito, andava impedito; di non aver perseguito, non andava perseguito; di aver combattuto, andava combattuto. Un incredibile coraggio, il suo, in quegli anni, quale poteva possedere solo chi avesse sperimentato l’invisibilizzazione coatta dei credenti nella sfera pubblica neutralizzata dei paesi comunisti. E chi, in rapporto a questo, avesse vissuto il valore decisivo di saperi e istituti, di fedeltà e decisioni, e della loro determinatezza: i “dogmi” cattolici.

Solo quando l’egemonia che persegue la distruzione (o l’addomesticamento e l’umiliazione) della tua presenza ha preso corpo attorno a te, hai gli strumenti per cogliere altrove le egemonie striscianti e sorridenti, fatte di elogi della tua indecisione e inerzia cristiana (celebrata come problematicità), e della tua emarginazione dalle architetture dei valori comuni, lodata sotto il segno della superiore alterità dello “spirituale”.

Il papa polacco sapeva. Karol Wojtyla, con la sapienza di un pastore educato al confronto con le sfide della storia e la forza di un “classico” (i suoi stessi maestri teologici), ha rovesciato pro nobis la tendenza alla santità dell’indeterminato, ha vanificato l’illusione del non-apparire virtuoso.

Ha insegnato e praticato “sacra doctrina” e, assieme, “militia sacra”. Ha ricordato che la Chiesa cristiana è anche, inseparabilmente, forma storica e pubblica, “civitas Dei” a suo modo responsabile degli uomini storici che sono anche i suoi propri cittadini.

Ovunque nel mondo, papa Wojtyla ha essenzialmente esercitato una milizia ri-evangelizzatrice e ri-civilizzatrice. Ha trovato, in Occidente, molti cristiani smarriti in una lettura dei “segni dei tempi” di cui altri dettavano le regole.

Ora li lascia dotati almeno un po’ della sua forza – “non abbiate paura” –, moltissimo della sua speranza e di quello statuto di roccia che egli ha innanzitutto restituito alla coscienza della Santa Chiesa.