(l’Espresso) Mantenere la presenza cristiana in Israele

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I cristiani invisibili della Terra Santa

Sono arrivati in Israele dalla Russia e dall’Ucraina. Sono più numerosi degli appartenenti alle Chiese storiche ma non rientrano in nessun conteggio. Ebrei osservanti, cristiani ortodossi, cattolici se ne contendono la conquista

di Sandro Magister ROMA, 28 marzo 2005 – Alla Pasqua di rito latino, a Gerusalemme, sono accorsi quest’anno 15.000 pellegrini da tutto il mondo, in netto aumento rispetto agli anni passati.

Dello stesso numero, 15.000, sono anche i cristiani che vivono oggi nella città santa.

Questi però non sono in aumento, ma in diminuzione. Nel 1948 i cristiani a Gerusalemme erano 30.000. Con una normale crescita demografica sarebbero divenuti oggi 120.000.

E anche nell’insieme della Terra Santa i cristiani sono fortemente diminuiti. Un secolo fa erano il 10 per cento della popolazione tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Oggi sono meno del 2 per cento: circa 130.000 in Israele e 50.000 nei Territori e a Gaza.

Vi sono però anche dei cristiani che non figurano in queste statistiche e che, se conteggiati, le rivoluzionerebbero.

Elisa Pinna, esperta di questioni religiose internazionali per l’agenzia giornalistica ANSA, in un suo recentissimo libro-inchiesta sul “Tramonto del cristianesimo in Palestina”, li chiama “i cristiani invisibili”.

Scrive Elisa Pinna:

“Sono i cristiani più misteriosi della Terra Santa: gli ebrei non ebrei, cristiani in incognito. Non sono mai stati ebrei, ma per opportunismo hanno finto e fingono di esserlo. È una realtà poco conosciuta, e di cui poco si parla, perché imbarazza molti. Una realtà che data dal periodo della grande immigrazione in Israele dall’ex Unione Sovietica, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento.

“Grazie alla legge del ritorno, in appena quattro anni, dal 1989 al 1993, arrivarono in Israele oltre un milione di ebrei russi o ucraini, dando vita alla più grande ‘alja’, ascesa alla terra promessa, dalla fine della seconda guerra mondiale. Questi ‘olim’, nuovi cittadini israeliani, furono inviati dove più era necessario equilibrare la pressione demografica della popolazione araba in Israele, o anche in Cisgiordania. Una parte cospicua di loro si stabilì in Galilea, a Nazareth.

“Ma tra gli immigrati molti non erano affatto ebrei, e i primi ad accorgersene furono i rabbini ortodossi, indignati nello scoprire i nuovi arrivati del tutto digiuni degli insegnamenti del Talmud e poco propensi a rispettare norme e divieti, soprattutto in campo alimentare.

“Uno studio svolto nel 1999 illustra le dimensioni del fenomeno: su circa 86.000 nuovi immigrati presi in esame, tutti riconosciuti cittadini israeliani dalle autorità dello stato ebraico, il 53 per cento non poteva essere considerato ebreo secondo la legge, perché non aveva madre ebrea, e il 38 per cento non aveva nemmeno il padre ebreo. Non si sa quanti tra questi siano cristiani e quale sia la loro autentica identità religiosa. Sono in molti a ritenere che questi nuovi cristiani israeliani siano persino più numerosi dei cristiani arabi palestinesi. ‘Sono 400-500.000 i non ebrei arrivati dalla Russia e la maggior parte di loro sono cristiani’, dice Aristarcos, il portavoce del patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme. ‘Sono un oceano, difficile dire quanti’, conferma il vescovo latino per i cristiani di Israele, Boutros Marcuzzo, precisando però che molti sono di fatto non credenti, atei: difficile iscriverli d’ufficio tra i cristiani.

“Le autorità israeliane sperano che gran parte di questi immigrati senza identità religiosa si assimili alla maggioranza ebraica, grazie anche ai legami familiari che molti di essi hanno con autentici ebrei. […] Per fronteggiare il fenomeno degli immigrati russi non ebrei venne creata alla fine degli anni Novanta un’organizzazione governativa, l’Istituto di Studi Ebraici, incaricata di promuovere la giudaizzazione dei nuovi israeliani non ebrei, più o meno 250.000 secondo le stime dello stesso organismo. Al momento, circa 2.500 immigrati sono stati coinvolti dalle iniziative dell’istituto.

“Sotterranea, è però partita la guerra delle conversioni. O per meglio dire, dal punto di vista delle Chiese cristiane, ha avuto inizio una campagna di ‘rievangelizzazione’ a difesa dell’identità cristiana originaria degli immigrati. I nuovi venuti sono per lo più russi e ucraini e, di conseguenza, in stragrande maggioranza ortodossi. Ma la crisi del patriarcato greco di Gerusalemme, paralizzato da una leadership contestata e da propri guai economici e finanziari, impedisce alla Chiesa ortodossa di affrontare adeguatamente la sfida.

“Si sono aperti quindi spazi insperati all’iniziativa della Chiesa cattolica, che si è affrettata a inviare nella nuova terra di evangelizzazione, in mezzo a colonie e insediamenti ebraici, una decina di sacerdoti in grado di parlare russo o ucraino. La missione è delicata e la riservatezza necessaria. Possono nascerne problemi seri con gli israeliani, per i quali la conversione al giudaismo dei nuovi arrivati è un obiettivo irrinunciabile. Ma possono derivarne complicazioni gravi anche con gli ortodossi, che già hanno con i cattolici un’annosa controversia per il proselitismo in Ucraina e in Russia: l’attivismo cattolico tra gli ortodossi di quei paesi è una delle materia più spinose del contenzioso tra il Vaticano e il patriarcato di Mosca. L’estensione alla Terra Santa di questa controversia potrebbe avere conseguenze pesanti nei rapporti tra le due Chiese. Per tale motivo, dell’attività dei sacerdoti attivi tra gli immigrati nessuno parla, al patriarcato latino. Ufficialmente non esistono”.


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Il libro di Elisa Pinna è di grande interesse. Racconta con efficacia le traversie del patriarcato ortodosso di Gerusalemme, l’equilibrio instabile tra le varie confessione cristiane al Santo Sepolcro, la resistenza della cittadella armena, l’attivismo sionista dei cristiani evangelical, la riconquista musulmana di Betlemme… È insomma un viaggio tra le comunità cristiane in Terra Santa, strette tra molti pericoli, tentate di emigrare e troppo spesso dimenticate dai cristiani che vivono in Europa e nel mondo.

Proprio per esser loro vicini, il Venerdì Santo nelle chiese cattoliche di tutto il mondo è d’uso fare una colletta di denaro per i cristiani di Terra Santa.

Quest’anno la colletta è stata sollecitata all’inizio della Quaresima – con un appello ai vescovi e ai nunzi di tutto il mondo – dal prefetto della congregazione vaticana per le Chiese orientali, il cardinale Ignace Moussa I Daoud. È una tradizione che risale ai tempi della Chiesa primitiva. Lo stesso apostolo Paolo sollecitò infatti le comunità in Asia Minore a sostenere i confratelli di Gerusalemme.

Ma chi sono e a quali Chiese appartengono i cristiani – quelli “visibili” – che oggi vivono in Israele e nei Territori? Eccone qui di seguito un prospetto riassuntivo, ripreso dalla sezione finale del libro di Elisa Pinna:


Tutte le Chiese di Gerusalemme e dintorni


IL PATRIARCATO ORTODOSSO


Il patriarcato ortodosso di Gerusalemme fu istituito dal Concilio di Calcedonia nel 451, ritagliandone il territorio dal preesistente patriarcato di Antiochia. Al pari di Costantinopoli, Alessandria e Antiochia, Gerusalemme si distanziò progressivamente dalla cristianità latina, fino alla rottura del 1054 allorché lo scisma si consumò con la reciproca scomunica tra Roma e Bisanzio.

Dal 1534 i patriarchi di Gerusalemme sono tutti di origine greca, motivo di tensioni anche assai serie con il clero di lingua araba. Il patriarca è assistito da un Santo Sinodo di diciotto membri nominati dal patriarca stesso, ed è eletto tra i membri di una confraternita monastica, la Fratellanza del Santo Sepolcro, istituita nel XVI secolo, che attualmente conta circa novanta religiosi di origine greca e quattro palestinesi.

In Terra Santa la Chiesa greco-ortodossa conta circa 65.000 fedeli, di cui 45.000 in Israele e 20.000 a Gerusalemme e nei Territori palestinesi. Poco più di duecento sono greci, tutti gli altri sono arabi. In queste cifre non sono compresi gli ortodossi di origine russa immigrati in Israele come ebrei.


LA CHIESA MELCHITA


Dopo il Concilio di Calcedonia del 451, il termine melchita (dalla parola siriaca che significa re) indicò quanti, nei patriarcati di Antiochia, Gerusalemme e Alessandria, si schierarono sul piano teologico a favore dei decreti di quel Concilio e sul piano politico a favore di Bisanzio, mentre la maggioranza dei tre patriarcati manifestava insofferenza per il centralismo imperiale.

Nel XVIII secolo, a seguito della crescente influenza dell’Occidente cattolico nel Medio Oriente e per effetto della predicazione di gesuiti, cappuccini e carmelitani, si formò nel patriarcato ortodosso di Antiochia una corrente filo-cattolica, che riprese l’antica denominazione di melchita. Nel 1729 la frattura fu ufficializzata con la nascita del patriarcato cattolico dei greco-melchiti, che presto si diffuse anche in Palestina ed Egitto.

La Chiesa melchita conta circa 50.000 fedeli in Israele, concentrati soprattutto in Galilea, e 3.000 a Gerusalemme e nei Territori.


IL PATRIARCATO LATINO


Il patriarcato latino di Gerusalemme costituisce l’organizzazione gerarchica delle comunità cattoliche di rito romano in Palestina. Il primo patriarca latino fu insediato a Gerusalemme dai crociati nel 1099. I suoi successori esercitarono le loro funzioni nella città santa fino alla sua riconquista da parte del Saladino, nel 1187, trovando poi rifugio nella roccaforte crociata di San Giovanni d’Acri. Caduta anche quest’ultima, nel 1291, il patriarcato continuò con titolari regolarmente nominati dai papi, ma residenti in Europa. Nel 1847, le mutate condizioni politiche resero possibile il ritorno della sede patriarcale nella Gerusalemme ottomana. Dal 2003, un vescovo del patriarcato si dedica espressamente alla “cura pastorale dei fedeli cattolici di espressione ebraica” viventi in Terra Santa, alcune centinaia.

I cattolici latini sono 15.000 in Israele e 10-15.000 a Gerusalemme e nei Territori.


LA CHIESA MARONITA


Nata nel IV secolo dalla predicazione di san Marone, la Chiesa maronita assunse una distinta identità nel secolo VIII, costituendo sulle montagne libanesi un’enclave cristiana in grado di resistere alla progressiva islamizzazione dei territori circostanti. A capo di questa chiesa fu posto un patriarca “di Antiochia e di tutto l’Oriente”. Alleata dei crociati, nel 1182 la Chiesa maronita dichiarò la sua unione con Roma. I maroniti trovarono più tardi nella Francia un sostegno nella loro opposizione alla dominazione ottomana.

I 5.000 maroniti della Terra Santa sono concentrati soprattutto in Galilea.


LA CHIESA ASSIRA


La Chiesa Assira nasce dalle comunità cristiane che fin dal II secolo si erano radicate in Mesopotamia e che nel III secolo si trovarono soggette all’impero iraniano sassanide, dunque fuori dall’universo politico, culturale e teologico dell’impero romano. In questo relativo isolamento dall’Occidente, i cristiani della Mesopotamia si diedero un’organizzazione ecclesiale con al vertice un patriarca “catholicos”, che risiedeva nella capitale persiana. Furono influenzati dalla teologia della scuola di Antiochia e si orientarono all’accettazione delle posizioni di Nestorio. Nel 431 il concilio di Efeso condannò tali posizioni e alla fine del secolo i nestoriani furono espulsi dal territorio romano, trovando accoglienza nella Chiesa assira.

I missionari nestoriani diffusero la Chiesa Assira fino in India, in Tibet, in Cina e in Mongolia. La loro influenza nell’impero sassanide era rilevante: quando nel 614 i persiani occuparono Gerusalemme, le reliquie custodite nella basilica costantiniana furono inviate nella capitale sassanide in dono all’imperatrice Meryam, che era una cristiana nestoriana. L’influenza della chiesa nestoriana continuò anche dopo la conquista araba. Quando i califfi abbasidi portarono la capitale del loro impero a Baghdad, questa divenne la sede anche del catholicos. A segnare la fine dello splendore della Chiesa assira fu l’invasione dei mongoli di Tamerlano. Nel XVI secolo, la Chiesa assira era ridotta a una debole presenza nell’Anatolia orientale, nella Mesopotamia settentrionale e in India.

La consistenza della Chiesa assira in Terra Santa è ridotta a poche decine di famiglie.


LA CHIESA CALDEA


La Chiesa caldea è nata nel XVI secolo da uno scisma della Chiesa assira. Già dal XV secolo la carica di catholicos era divenuta di fatto ereditaria, tramandandosi all’interno della stessa famiglia. Ciò suscitò l’opposizione di gruppi che si sentirono emarginati. Nel 1552, l’ennesima elezione di un patriarca all’interno della famiglia dominante produsse l’opposizione esplicita di alcuni vescovi, che scelsero un loro patriarca e ricercarono la protezione di Roma. Papa Giulio III accolse la richiesta e convalidò la nomina del patriarca scismatico, conferendogli il titolo di patriarca dei cattolici caldei.

Anche i caldei sono in Terra Santa una presenza esigua: qualche famiglia nella zona di Haifa.


LA CHIESA APOSTOLICA ARMENA


Gli armeni furono il primo popolo a convertirsi in blocco al cristianesimo, all’inizio del IV secolo. Rifiutarono il Concilio di Calcedonia del 451 e di conseguenza abbracciarono il monofisismo, ossia la dottrina cristologica condannata da quel Concilio, al pari delle Chiese copta, siriaca ed etiope.

L’istituzione del patriarcato armeno di Gerusalemme seguì la conquista araba della città, che privò la Chiesa greco-ortodossa del sostegno costituito dal potere imperiale bizantino. Il primo patriarca armeno, il vescovo Abraham, fu riconosciuto nel 638 dal califfo Omar.

A Gerusalemme vivono 1.500 armeni e qualche altro centinaio è disperso tra Territori e Israele.


LA CHIESA COPTA


I dettami di Calcedonia furono respinti dalla gran maggioranza della chiesa egiziana. Si ebbero così in Egitto due chiese, una fedele a Calcedonia con un patriarca ad Alessandria ed una monofisita, il cui patriarca risiedeva nel convento di San Macario, nel deserto. L’invasione araba del 641 segnò l’inizio del declino dei copti.

La Chiesa copta in Terra Santa conta su qualche decina di monaci a Gerusalemme.


LA CHIESA SIRIACA


Anche ad Antiochia, come ad Alessandria, il concilio di Calcedonia provocò una frattura nella comunità cristiana. La città di Edessa fu per i monofisiti siriaci quello che i monasteri del deserto furono per i copti. Chiamati anche giacobiti, dal nome del vescovo di Edessa Jacob Baradai, i siriaci si radicarono lontano dalle coste mediterranee, più soggette all’influenza di Bisanzio, e si integrarono nelle nuove strutture arabo-islamiche, assumendo responsabilità amministrative e contribuendo alle traduzioni di opere greche e persiane promosse dai califfi abbasidi. Al pari dei nestoriani della Chiesa assira, anche i siriaci si spinsero in profondità nell’Asia. Declinarono tra il XIII e il XV secolo, sotto l’urto delle invasioni mongole.

I siriaci in Terra Santa sono circa trecento, duecento dei quali vivono a Gerusalemme.


LA CHIESA ETIOPE


Nonostante la sua autonomia formale dalla Chiesa copta sia assai recente (grazie a un accordo del 1948 che ha portato nel 1951 all’elezione del primo metropolita etiope), le radici della Chiesa etiope sono antichissime: il cristianesimo divenne religione di stato nel 330, per decisione dell’imperatore Ezana. Alla fine del V secolo, secondo la tradizione, arrivarono in Etiopia i “nove santi”, in fuga dalla terre bizantine per le loro opposizione alle decisioni di Calcedonia. Per loro impulso, la cristianizzazione dell’Etiopia fece grandi progressi, sovrapponendosi a preesistenti elementi ebraici, quali la circoncisione e determinati usi alimentari.

I fedeli della Chiesa etiope in Terra Santa assommano a un centinaio di persone, concentrate a Gerusalemme.


LA CHIESA CATTOLICA ARMENA


Un primo tentativo di riavvicinamento tra la Chiesa armena e Roma si ebbe ai tempi delle crociate, allorché il regno armeno di Cilicia fu un importante alleato per gli eserciti cristiani. In seguito, la predicazione dei domenicani portò alla formazione di comunità armeno-cattoliche, alle quali nel 1742 papa Benedetto XIV assegnò un patriarca. Dal 1829 questi ha sede a Istanbul.

La Chiesa cattolica armena conta in Terra Santa alcune decine di famiglie tra Gerusalemme, Beit Jala, Haifa, Nazareth e Ramallah.


LA CHIESA CATTOLICA COPTA


Nel solco della presenza francescana in Egitto, nel 1630 i cappuccini fondarono una missione al Cairo, seguiti nel 1675 dai gesuiti. Il frutto di questa predicazione fu la formazione di comunità cattoliche copte che, dal 1824, ebbero un loro patriarcato.

Solo qualche religioso testimonia in Terra Santa la presenza della Chiesa cattolica copta.


LA CHIESA CATTOLICA SIRIACA


Nel XVII secolo la predicazione cattolica in Siria portò alla formazione di comunità favorevoli all’unione con Roma. Il patriarcato fu inizialmente stabilito ad Aleppo ma dopo persecuzioni e massacri, alla fine la Chiesa cattolica siriaca trovò rifugio in Libano.

In Terra Santa i cattolici siriaci sono tra duecento e trecento, sparsi tra Gerusalemme, Jaffa, Lod, Haifa e Betlemme.


LA CHIESA CATTOLICA ETIOPE


Nel 1622 l’imperatore etiope Susenyos, alleatosi con il Portogallo contro i turchi, proclamò il cattolicesimo religione di stato ma nel 1636 un nuovo sovrano cacciò i cattolici e chiuse l’Etiopia all’attività missionaria. La predicazione cattolica riprese alla fine del XIX secolo e, più massicciamente, durante l’occupazione italiana dal 1935 al 1941. La Chiesa cattolica etiope fu costituita nel 1961.

I cattolici etiopi in Terra Santa si riducono a un esiguo gruppo di monaci e religiosi.

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Il libro:

Elisa Pinna, “Tramonto del cristianesimo in Palestina”, Piemme, Casale Monferrato, 2005, pp. 238, euro 13,90.