(l’Espresso) Le priorità di Benedetto XVI

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Il papa si confessa. Con i sacerdoti di una piccola diocesi di montagna


Il sorprendente botta e risposta di Benedetto XVI con i preti di Aosta. Sull’Occidente stanco di Dio, sul cristianesimo in Africa, sulle parrocchie senza prete, sulla comunione ai divorziati risposati…

di Sandro Magister

 ROMA, 29 luglio 2005 – Dei discorsi fin qui tenuti da Benedetto XVI, ce n’è uno tutto speciale. Il papa non l’ha scritto, l’ha improvvisato parlando a braccio. L’ha pronunciato a porte chiuse durante la sua vacanza sulle Alpi, nella piccola chiesa di Introd, con davanti il vescovo e i preti della diocesi di Aosta. Non è stato diffuso dalla sala stampa vaticana, ma è comparso due giorni dopo, il 27 luglio, su “L’Osservatore Romano” e sul sito web della Santa Sede, solo in lingua italiana, trascritto alla lettera dal nastro registrato.

L’interesse di questo discorso è grande, perché consente di cogliere dal vivo alcune delle questioni che stanno più a cuore a Joseph Ratzinger. Quelle su cui le riflessioni gli escono spontanee. Quelle su cui la sua visione è chiara, a tratti sorprendente, e quelle su cui confessa di non avere una risposta definita.

Eccone qui di seguito alcuni passaggi.

Sulle tante vocazioni al sacerdozio in Africa, non tutte però buone:

“Ho avuto, nelle ultime settimane, le visite ‘ad limina’ dei vescovi dello Sri Lanka e della parte Sud dell’Africa. Qui crescono le vocazioni, anzi sono così tante che non possono costruire sufficienti seminari per accogliere questi giovani che vogliono farsi sacerdoti.

“Naturalmente anche questa gioia porta con sé una certa amarezza perché una parte almeno viene nella speranza di una promozione sociale. Facendosi sacerdoti diventano quasi capi della tribù, sono naturalmente privilegiati, hanno un’altra forma di vita, eccetera. Quindi zizzania e grano vanno insieme in questa bella crescita delle vocazioni e i vescovi devono essere molto attenti nel discernimento e non essere semplicemente contenti di avere molti sacerdoti futuri, ma vedere quali sono realmente le vere vocazioni, discernere tra zizzania e buon grano”.

Ancora sull’Africa, sull’espansione del cristianesimo ma anche dell’islam e delle sette:

“C’è un certo entusiasmo della fede perché stanno in un’ora determinata della storia, cioè nell’ora nella quale le religioni tradizionali ovviamente si rivelano non più sufficienti. E si capisce, si vede, che queste religioni tradizionali portano in sé una promessa, ma aspettano qualcosa. Aspettano una nuova risposta che purifica e, diciamo, assume in sé tutto il bello e libera tali aspetti insufficienti e negativi. In questo momento di passaggio dove realmente la loro cultura si protende verso un’ora nuova della storia, le due offerte – cristianesimo e islam – sono le possibili risposte storiche.

“Perciò in quei paesi c’è, in un certo senso, una primavera della fede, ma naturalmente nel contesto della concorrenza tra queste due risposte, soprattutto anche nel contesto della sofferenza delle sette, che si presentano come la risposta cristiana migliore, più facile, più accomodante. Quindi anche così in una storia di promessa, in un momento di primavera, rimane difficile l’impegno di quello che deve con Cristo seminare la Parola e, diciamo, costruire la Chiesa”.

Sulle Chiese “morenti” del mondo occidentale:

“Si vede che le cosiddette grandi Chiese appaiono morenti. Così in Australia, soprattutto, anche in Europa, non tanto negli Stati Uniti. Crescono, invece, le sette che si presentano con la certezza di un minimo di fede, e l’uomo cerca certezze. E quindi le grandi Chiese, soprattutto le grandi Chiese tradizionali protestanti, si trovano realmente in una crisi profondissima. Le sette hanno il sopravvento perché appaiono con certezze semplici, poche, e dicono: questo è sufficiente. La Chiesa cattolica non sta così male come le grandi Chiese protestanti storiche, ma condivide naturalmente il problema del nostro momento storico”

Su come reagire all’offuscamento della fede cristiana in Occidente:

“La prima risposta è la pazienza, nella certezza che senza Dio il mondo non può vivere, il Dio della Rivelazione – e non qualunque Dio: vediamo come può essere pericoloso un Dio crudele, un Dio non vero – il Dio che ha mostrato in Gesù Cristo il suo volto. Questo volto che ha sofferto per noi, questo volto di amore che trasforma il mondo nel modo del chicco di grano caduto in terra”.

Su come far rifiorire anche in Occidente le vocazioni al sacerdozio:

“La certezza che Cristo è realmente il volto di Dio […] esige questa personalizzazione della nostra fede, della nostra amicizia col Signore, e così crescono anche nuove vocazioni. Lo vediamo nella nuova generazione dopo la grande crisi della lotta culturale scatenata nel ’68, dove realmente sembrava passata l’era storica del cristianesimo. Vediamo che le promesse del ’68 non tengono e rinasce, diciamo, la consapevolezza che c’è un altro modo, più complesso perché esige queste trasformazioni del nostro cuore, ma più vero, e così nascono anche nuove vocazioni. E noi stessi dobbiamo anche trovare la fantasia per come aiutare i giovani a trovare questa strada anche per il futuro. Anche questo nel dialogo con i vescovi africani era evidente. Nonostante il numero di sacerdoti molti sono condannati ad una solitudine terribile e moralmente molti non sopravvivono.

“E, dunque, è importante avere intorno a sé la realtà del presbiterio, della comunità di sacerdoti che si aiutano, che stanno insieme in un cammino comune, in una solidarietà nella fede comune. Anche questo mi sembra importante perché se i giovani vedono sacerdoti molto isolati, tristi, stanchi, pensano: se questo è il mio futuro allora non ce la faccio. Si deve creare realmente questa comunione di vita che dimostra ai giovani: sì, questo può essere un futuro anche per me, così si può vivere”.

Sul distacco di tante persone dalla Chiesa:

“È vero: alla gente, soprattutto ai responsabili del mondo, la Chiesa appare una cosa antiquata, le nostre proposte non necessarie. Si comportano come se potessero, volessero vivere senza la nostra parola e sempre pensano di non aver bisogno di noi. Non cercano la nostra parola. Questo è vero e ci fa soffrire, ma fa anche parte di questa situazione storica, di una certa visione antropologica, secondo la quale l’uomo deve fare le cose come Karl Marx aveva detto: la Chiesa ha avuto 1800 anni per mostrare che avrebbe cambiato il mondo e non ha fatto niente, adesso lo facciamo noi da soli”.

Su come riavvicinare alla Chiesa i lontani, come uccelli sull’albero di senape:

“Solo i valori morali e le convinzioni forti danno la possibilità anche con sacrifici di vivere e di costruire il mondo. […] Solo l’amore ci fa vivere e l’amore è anche sofferenza. […] Anche qui, naturalmente, abbiamo bisogno di pazienza, ma anche di una pazienza attiva nel senso di far capire alla gente: avete bisogno di questo. E anche se non si convertono subito, almeno si avvicinano al cerchio di coloro che, nella Chiesa, hanno questa forza interiore. La Chiesa sempre ha conosciuto questo gruppo forte interiormente che porta realmente la forza della fede, e persone che quasi si attaccano e si lasciano portare e così partecipano. Io penso alla parabola del Signore circa il grano di senape così piccolo che poi diventa un albero così grande che anche gli uccelli del cielo vi trovano posto. E direi che questi uccelli possono essere le persone che non si convertono ancora, ma almeno si posano sull’albero della Chiesa”.

Sulla proposta ai non credenti di vivere “come se Dio ci fosse”:

“Ho fatto questa riflessione: nel tempo dell’illuminismo, l’ora dove la fede era divisa tra cattolici e protestanti, si pensò che occorresse conservare i valori morali comuni dando loro un fondamento sufficiente. Si pensò: dobbiamo rendere i valori morali indipendenti dalle confessioni religiose, così che essi reggano ‘etsi Deus non daretur’ [anche se Dio non ci fosse].

“Oggi siamo nella situazione contraria, si è invertita la situazione. Non c’è più evidenza per i valori morali. Diventano evidenti solo se Dio esiste. Io pertanto ho suggerito che i laici, i cosiddetti laici, dovrebbero riflettere se per loro non valga oggi il contrario: dobbiamo vivere ‘quasi Deus daretur’ [come se Dio ci fosse]. Anche se non abbiamo la forza di credere, dobbiamo vivere su questa ipotesi, altrimenti il mondo non funziona. E sarebbe questo, mi sembra, un primo passo per avvicinarsi alla fede. E vedo in tanti contatti che, grazie a Dio, cresce il dialogo con almeno parte del laicismo”.

Sulle parrocchie rimaste senza prete, in Germania e in Francia, e sui rischi di “protestantizzazione”:

“Quando io sono stato arcivescovo di Monaco avevano creato questo modello di funzioni: solo della Parola senza sacerdote per, diciamo, tenere la comunità presente nella propria chiesa. E hanno detto: ogni comunità rimane, e dove non c’è sacerdote facciamo questa liturgia della Parola.

“I francesi hanno trovato la parola adatta a queste assemblee domenicali ‘en absence du prêtre’ [in assenza del prete], ma dopo un certo tempo hanno capito che questo può andare anche male, perché si perde il senso del sacramento, c’è una protestantizzazione e, alla fine, se c’è solo la Parola posso celebrarla anch’io a casa mia. Ricordo quando ero professore a Tubinga, il grande esegeta Käsemann, non so se conoscete il nome, allievo di Bultmann, che era un grande teologo. Anche se protestante convinto, non è mai andato in chiesa. Diceva: io posso anche a casa meditare le Sacre Scritture.

“I francesi hanno un po’ trasformato la formula assemblee domenicali ‘en absence du prêtre’ nella formula assemblee domenicali ‘en attente du prêtre’ [in attesa del prete]. Cioè, deve essere una attesa del sacerdote, e direi: normalmente la liturgia della Parola dovrebbe essere un’eccezione di domenica, perché il Signore vuole venire corporalmente. Questa perciò non deve essere la soluzione”.

Sull’importanza di andare alla messa domenicale, anche se dista chilometri:

“Si è creata la domenica, perché il Signore è risorto ed è entrato nella comunità degli apostoli per essere con loro. E così hanno anche capito che non è più il sabato il giorno liturgico, ma la domenica nella quale sempre di nuovo il Signore vuole essere corporalmente con noi e nutrirci del suo corpo, perché diventiamo noi stessi il suo corpo nel mondo.

“Trovare il modo per offrire a molte persone di buona volontà questa possibilità: adesso non oso dare ricette. A Monaco ho sempre detto – ma non so la situazione qui che è certamente un po’ diversa – che la nostra popolazione è incredibilmente mobile, flessibile. I giovani fanno cinquanta e più chilometri per andare in una discoteca, perché non possono fare anche cinque chilometri per andare in una chiesa comune? Ma, ecco, questa è un cosa molto concreta, pratica, e non oso dare delle ricette. Ma si deve cercare di dare al popolo un sentimento: ho bisogno di essere insieme con la Chiesa, di essere insieme con la Chiesa viva e col Signore!”.


* * *

Terminato il discorso, Benedetto XVI ha risposto alle domande dei sacerdoti presenti. Qui di seguito ecco alcuni passi delle sue risposte.

Sulla scuola cattolica e il catechismo:

“Ciò che mi sembra importante è l’insieme di una formazione intellettuale, che faccia capire bene anche come oggi il cristianesimo non sia separato dalla realtà. Sulla scia dell’illuminismo e del ‘secondo illuminismo’ del ’68 molti hanno pensato che il tempo storico della Chiesa e della fede fosse finito e che si fosse entrati in una nuova era, dove queste cose si sarebbero potute studiare come la mitologia classica. Al contrario occorre far capire che la fede è di un’attualità permanente e di una grande ragionevolezza. Quindi un’affermazione intellettuale nella quale si comprende anche la bellezza e la struttura organica della fede.

“Questa era una delle intenzioni fondamentali del Catechismo della Chiesa Cattolica, adesso condensato nel Compendio. Non dobbiamo pensare ad un pacchetto di regole che ci carichiamo sulle spalle come uno zaino pesante nel cammino della vita. […] Bisogna far capire che in realtà il cristianesimo è molto semplice e di conseguenza molto ricco. […] Occorre capire che la fede essenzialmente crea assemblea, unisce.

“È proprio questa essenza della fede che ci libera dall’isolamento dell’io e ci unisce in una grande comunità, una comunità molto completa – in parrocchia, nell’assemblea domenicale – ed universale nella quale io divento un parente di tutti nel mondo. Bisogna capire questa dimensione cattolica della comunità che si riunisce ogni domenica nella parrocchia. Quindi se, da una parte, conoscere la fede è uno scopo, dall’altra parte socializzare nella Chiesa o ‘ecclesializzare’ significa introdursi nella grande comunità della Chiesa, luogo di vita, dove so che anche nei grandi momenti della mia vita – soprattutto nella sofferenza e nella morte – non sono solo”.

Sulla comunione ai fedeli divorziati e risposati:

“Nessuno di noi ha una ricetta fatta, anche perché le situazioni sono sempre diverse. Direi particolarmente dolorosa è la situazione di quanti si erano sposati in chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della congregazione per la dottrina della fede ho invitato diverse conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito. Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire”.

Sul divorzio ammesso nelle Chiese ortodosse:

“Conosciamo il problema […] delle Chiese ortodosse che vengono spesso presentate come modello in cui si ha la possibilità di risposarsi. Ma solo il primo matrimonio è sacramentale: anche loro riconoscono che gli altri non sono sacramento, sono matrimoni in modo ridotto, ridimensionato, in una situazione penitenziale. In un certo senso possono andare alla comunione ma sapendo che questo è concesso ‘in economia’ – come dicono – per una misericordia che tuttavia non toglie il fatto che il loro matrimonio non è un sacramento. L’altro punto nelle Chiese orientali è che per questi matrimoni hanno concesso possibilità di divorzio con grande leggerezza e che quindi il principio della indissolubilità, vera sacramentalità del matrimonio, è gravemente ferito”.

E ancora sul Compendio del Catechismo:

“Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha incaricato una commissione di fare questo Compendio, cioè una sintesi del Catechismo grande, al quale esso si riferisse, estraendone l’essenziale. Inizialmente nella redazione del Compendio volevamo essere ancora più brevi, ma alla fine abbiamo capito che per dire realmente, nell’ora nostra, l’essenziale, il materiale necessario che serviva ad ogni catechista era quanto abbiamo detto. Abbiamo anche aggiunto delle preghiere. E penso che sia un libro realmente molto utile, dove si ha la ‘summa’di quanto è contenuto nel grande Catechismo e in questo senso mi sembra possa corrispondere oggi al Catechismo di Pio X”.

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Il testo integrale, in italiano, del discorso di Benedetto XVI e delle sue risposte alle domande dei sacerdoti, nel sito del Vaticano:

> Incontro con il clero della diocesi di Aosta, 25 luglio 2005