(l’Espresso) La religione si diffonde nel Partito che reagisce

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Cina. Venti milioni di comunisti in preghiera

Tanti sarebbero gli iscritti al partito comunista che nello stesso tempo aderiscono a una religione. La linea ufficiale lo vieta. Ma c’è chi la ritiene sbagliata. E lo scrive

di Sandro Magister ROMA, 10 febbraio 2006 – Quando lo scorso 9 gennaio, parlando al corpo diplomatico, Benedetto XVI ha lamentato l’assenza di libertà religiosa “anche in stati che pure possono vantare tradizioni culturali plurisecolari”, tutti hanno pensato alla Cina.

Pochissimi, però, sapevano di un sorprendente articolo uscito poco prima su un’importante rivista di Hong Kong, nel quale si legge che una fede religiosa sarebbe creduta e praticata – più o meno clandestinamente – addirittura da un terzo dei membri del PCC, il partito comunista cinese, ossia da 20 milioni di iscritti su un totale di 60 milioni.

A dar ampiamente notizia di questo articolo è la rivista “Mondo e Missione” del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano.

L’articolo è apparso sul numero 11/2005, alle pagine 8-9, del mensile di analisi sociopolitica “Zhengming [Dibattiti]”, stampato in lingua cinese a Hong Kong e diffuso nella madrepatria soltanto tra dirigenti di alto livello.

“Zhengming” cita statistiche della segreteria generale del PCC. Stando ad esse, gli iscritti al partito comunista che partecipano ad attività religiose sono 12 milioni nelle città, di cui 5 milioni praticanti regolari, e 8 milioni nelle campagne, di cui 4 milioni partecipano regolarmente.

Una parte consistente di essi sono cristiani, in prevalenza protestanti. Alcuni aderiscono con tutta la famiglia. “Zhengming” scrive:

“A Shijiazhuang, nella provincia dello Hebei, migliaia di quadri di partito ritengono che andare in chiesa a partecipare alla messa costituisca una parte importante della vita. Alcuni quadri di medio-alto livello hanno creato una ‘chiesa’ in casa per evitare noie”.

I dati del PCC elencano le province dove l’adesione di membri del partito a una religione è più pronunciata. Tra queste vi sono le province dove la Chiesa cattolica è particolarmente presente, come Baoding, roccaforte dei cattolici non ufficiali.

Riferisce “Zhengming”:

“Il vicepresidente Zeng Qinghong ha rivelato nel corso di una recente riunione della segreteria del comitato centrale che l’influenza e l’infiltrazione della religione sono maggiori, più profonde e resistenti che non quelle dei valori occidentali. Inoltre, ha dichiarato che alcuni dirigenti di alto livello hanno proposto di permettere alla fede religiosa e al credo comunista di convivere all’interno del partito. Alcuni ritengono che la fede religiosa possa far sì che la società sia armoniosa, stabile e si possa sviluppare: perciò bisognerebbe permettere la diffusione della religione e lasciare che i membri del PCC aderiscano ad essa”.

Di fronte a questo fenomeno i dirigenti del PCC hanno deciso di reagire. Temono infatti che esso “cambierà l’ideologia dei quadri di partito e condurrà alla disgregazione del loro credo politico. Lo spirito del partito tenderà a degenerare e creerà ogni tipo di crisi sociale e politica nel partito e nel paese”.

“Zhengming” riferisce che “il 12 ottobre 2005 il comitato centrale del PCC ha approvato la diffusione di un documento riguardante le organizzazioni e i quadri del partito che sono coinvolti, aderiscono e partecipano ad attività religiose”.

Tale documento delinea una strategia in cinque punti, che la rivista riassume così:

“1. Alle organizzazioni di partito di ogni livello non è permesso di organizzare e partecipare, con qualsiasi pretesto, ad attività di carattere religioso.

“2. Ai quadri di partito non è permesso di aderire a organizzazioni religiose, comprese organizzazioni e attività religiose straniere. Situazioni particolari devono essere esaminate dal comitato di partito a livello provinciale.

“3. Coloro che già aderiscono ad organizzazioni religiose e partecipano ad attività religiose devono, dopo aver ricevuto l’avviso, lasciarle immediatamente, sospendere le pratiche religiose e, di propria iniziativa, presentare un rapporto.

“4. Chiunque aderisca ad organizzazioni religiose, se dopo aver ricevuto l’avviso nasconde ancora la propria identità e continua a partecipare ad attività religiose, dopo una verifica sarà richiesto di dimettersi oppure sarà espulso dal partito.

“5. Chiunque partecipi ad attività religiose illegali sarà espulso e gli sarà precluso ogni incarico dentro e fuori il partito. Se ci saranno condotte illegali queste saranno indagate secondo la legge”.

A queste misure, “Zhengming” fa seguire un proprio commento:

“Marx ha detto che la religione è l’oppio dei popoli. Su questo si è basata la politica antireligiosa del PCC. Ma Engels aveva anche detto che il miglior mezzo per aiutare la diffusione della religione è quello di vietarla. Il partito comunista cinese ha fatto orecchi da mercante riguardo all’ammonimento di Engels e ha sempre perseverato in una politica di ostilità nei confronti della religione. […] Fra le tre grandi religioni del mondo quella che il PCC più odia è il cristianesimo, perché ha più stretti contatti con la civiltà moderna. Perciò è il cristianesimo la religione che subisce i più gravi attacchi. Ma è proprio per questo che le radici del cristianesimo sono le più profonde negli animi dei credenti, e anche la loro influenza è sempre più estesa”.

In conclusione:

“Non c’è da stupirsi che i detentori del potere del partito comunista cinese siano spaventati da questo fenomeno, poiché esso è la premonizione che il loro dominio è sul punto di disgregarsi: quindi pensano che bisogna frenarlo e controllarlo severamente. Ma queste misure, oltre a far entrare nella clandestinità le attività religiose dei membri di partito, possono solo rafforzare la loro fede religiosa e far sì che sempre più numerosi membri del partito si avvicinino alla religione”.


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Su quanto riferito dalla rivista di Hong Kong – generalmente ritenuta attendibile e ben documentata – “Mondo e Missione” ha chiesto una valutazione a un esperto della Cina, padre Angelo Lazzarotto, del Pontificio Istituto Missioni Estere. Ecco alcune sue risposte.

Circa la diffusione delle religioni in Cina:

“In assenza di statistiche, non mancano analisti che parlano di oltre 300 milioni di aderenti, su 1 miliardo e 300 milioni di cinesi. Le stesse pubblicazioni ufficiali cinesi già vari anni fa non esitavano a ipotizzare che i credenti in Cina potessero essere oltre cento milioni, riferendosi specialmente al buddhismo e alla religiosità popolare. Anche i protestanti di matrice evangelica che stanno facendo in Cina una vivace e decisa propaganda danno credito a grosse cifre circa il numero dei cristiani”.

Circa la politica antireligiosa del partito comunista cinese:

“Va notato che il documento del comitato centrale del PCC parla di ‘corruzione’ che l’ideologia religiosa eserciterebbe sulle organizzazioni e sui quadri del partito. Essa intaccherebbe cioè la natura stessa dell’ideologia materialista che sta alla base del partito. Non per nulla, gli statuti del PCC, mentre sono stati rinnovati in diversi punti nel corso dei decenni, fino a aprire la porta del partito proletario agli stessi imprenditori e capitalisti, sul fatto religioso sono sempre rimasti intransigenti. L’incompatibilità fra l’aderire a una fede e l’appartenere all’apparato destinato a guidare il paese sulla via della prosperità e della grandezza non è mai stata messa in discussione. I nostalgici della purezza ideologica non esitano, quindi, a correre ai ripari e innalzare nuove barriere, ogni volta che si prospetta il pericolo di ‘infiltrazioni’ capaci di snaturarne l’anima. Ma bisogna convenire che il moltiplicarsi di queste norme ne conferma la scarsa efficacia”.

Circa la possibilità di aderire a una fede religiosa anche per i membri del partito comunista:

“L’ammissione del vicepresidente Zeng Qinghong è significativa, in quanto mostra che anche tra i massimi dirigenti si osa ormai parlare di un’ipotesi che finora pareva improponibile. In realtà, il proposito ripetutamente affermato dal presidente Hu Jintao di voler privilegiare la costruzione di una ‘società armoniosa’ in questa fase di tumultuosa crescita economica della società cinese non potrà realizzarsi se non si supera la patologica diffidenza verso il fatto religioso, che oggi dà occasione a tante gratuite violenze. Va ricordato che la costituzione cinese all’art. 36 assicura a tutti i cittadini la ‘libertà di credenza religiosa’. E il concedere anche ai membri del PCC di godere di tutte le libertà costituzionali farebbe del partito al potere una guida più credibile per il popolo della Cina”.

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Le rivista del Pontificio Istituto Missioni Estere su cui è uscito il servizio, nel numero di febbraio 2006:

> “Mondo e Missione”

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Anche la “Beijing Review” brucia incenso


Un successivo editoriale uscito sulla “Beijing Review” del 12 gennaio scorso ha rilanciato la discussione sul ruolo della religione in Cina.

La “Beijing Review” è una rivista settimanale ufficiale in lingua inglese, pensata per la diffusione all’estero. Fin dal titolo pone la questione in termini problematici: “Abbiamo bisogno di una educazione religiosa?”.

Autore della nota è il direttore della rivista, Lii Haibo, che compare in foto in testa all’articolo e fornisce ai lettori il proprio indirizzo e-mail: Hblii@263.net

Lii Haibo parte da una constatazione:

“A dispetto del rapido sviluppo economico, la qualità etica della gente sembra sia in stagnazione, o addirittura in declino. Prevale il culto del denaro, che fa sì che molte persone diventino avide, egoiste ed attaccate al profitto. Il panorama morale è inquinato e parte della società è portata a una rapida degenerazione”.

E ne deriva questa proposta:

“Il punto è che l’educazione è la chiave di questa catena di problemi. Per pulire e migliorare questo panorama morale contaminato, l’introduzione di precetti religiosi può essere necessaria, come supplemento ad una campagna educativa completa per la Cina”.

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Il testo integrale dell’editoriale della “Beijing Review” del 12 gennaio 2006:

> Do We Need Religious Education?