(l’Espresso) La coscienza della morte aiuta a vivere pienamente

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Santa Sede a passo di tango. Il portavoce del papa si racconta


Intervista esclusiva con Joaquín Navarro-Valls. Da medico a giornalista. L’amore. Il celibato. La passione per il ballo. L’Opus Dei. E ventun anni al fianco di due papi

di Stefania Rossini

 [Da “L’espresso” n. 27 dell’8-14 luglio 2005]


ROMA – “Nessuno sceglie il proprio amore”, dice Joaquín Navarro-Valls e vorrebbe aver detto tutto. Cita il poeta Antonio Machado che esprimeva con questi versi l’incantamento per l’apparizione dell’amore umano. Ma lui parla di altre apparizioni. Parla di idee solide e di privazioni appaganti, di vocazioni e di scelte.

Non te lo aspetti così un portavoce del Vaticano, anche se lo hai visto mille volte in tv e ti sono ormai familiari quella bella faccia maschia e quel cantilenare spagnolo. Dopo un lungo corteggiamento, l’uomo che è stato per vent’anni la voce pubblica di Karol Wojtyla e che è stato appena riconfermato dal nuovo papa, ha accettato di fare questa intervista sentimentale.

Per la prima volta parla pubblicamente di sé, racconta aspetti privati e familiari, e sembra divertito dalla novità. Conta sulla sua conversazione avvolgente, sul suo fascino sapiente e su quella maestria comunicativa che gli ha fatto trasformare l’opaca e artigianale sala stampa vaticana in una perfetta macchina mediatica. Così in due ore di conversazione Navarro-Valls riesce ad essere professionale e seduttivo, diplomatico ed energico, leggero e malinconico. Cominciamo proprio da questa malinconia sempre affiorante, legata a una perdita recente.

D. – Tutto il mondo ha visto le sue lacrime in diretta per la morte di papa Wojtyla.

R. – “Sì, alla fine ho mostrato tutta la mia vulnerabilità. Fino a quel momento avevo dato un’informazione doverosa sulle condizioni sempre più gravi di Giovanni Paolo II, riuscendo a tenere a freno i miei sentimenti. Poi, quando un collega tedesco ha chiesto: ‘Ma lei come sta vivendo personalmente questo lutto?’, ho sentito che il dolore mi invadeva e non ho più fermato le lacrime”.

D. – Sono passati tre mesi. Anche il dolore sta passando?

R. – “Sta effettivamente sfumando e il motivo è nella stessa figura del papa, così ricca e piena. È più facile darsi pace per la morte di un uomo che ha lasciato un’impronta come la sua. Voglio raccontarle una cosa rimasta finora riservata. Sa qual è stata la prima preghiera delle persone che erano nella sua stanza nel momento del decesso?”.

D. – Un Requiem?

R. – “No, un Te Deum che, come è noto, è un inno solenne di ringraziamento. Le suore, il segretario e i pochi altri presenti lo hanno intonato spontaneamente per ringraziare Dio, non della morte naturalmente, ma di quegli 84 anni così fecondi. Anch’io in quel momento ho provato una straordinaria difficoltà a dire una preghiera di suffragio”.

D. – Ora però c’è un nuovo papa che occupa pienamente la scena. Come ha vissuto questa sostituzione?

R. – “Con molto agio. Tra i due pontefici c’è una doppia continuità, personale e di idee. Era stato Giovanni Paolo II a chiamare il cardinale Joseph Ratzinger all’inizio del suo pontificato, e il loro scambio intellettuale è stato continuo. Sapesse che delizia assistere a una conversazione tra i due! Di qua il papa filosofo, di là il cardinale teologo, in una continua osmosi”.

D. – Dall’esterno si nota invece qualche differenza.

R. – “Ci saranno pure diversità personali e di carattere. Ma lei crede davvero che un’istituzione millenaria come la Chiesa possa cambiare radicalmente per l’operato di un papa? Ci sono aggiustamenti, dialogo con il momento storico, ma sempre all’interno della dialettica uomo-istituzione. In fondo un papa è prevedibile perché tratta sempre lo stesso tema di fondo: che cos’è un uomo, che cos’è una donna, che cos’è l’amore umano? Concetti antropologici, oltre che religiosi”.

D. – Ma è proprio su questi temi che rischia di accendersi lo scontro. C’è già chi sogna di rivedere la divisione tra Stato e Chiesa.

R. – “Vuole il mio pensiero? Separazione sì, ma senza reciproca ignoranza. Stato e Chiesa sono due realtà distinte che si incontrano nel cittadino e nel credente. Da questo punto di vista lo Stato laico è una grande conquista dell’umanità, un ambito di libertà dove tutti, credenti e non, devono potersi esprimere liberamente”.

D. – Torniamo a lei. Ci teneva ad essere riconfermato alla guida della sala stampa?

R. – “Proprio no. Stavo facendo altri progetti, vagheggiavo di tornare al mio primo amore, la medicina, lasciata in disparte da troppi anni”.

D. – Allora perché non ha rifiutato?

R. – “Se lei non ha esperienza, mi permetto di dirle che non è tanto facile dire di no a un papa”.

D. – Eppure ha detto alcuni no importanti nella sua vita.

R. – “A che cosa si riferisce?”.

D. – Lei ha rinunciato all’amore umano, per esempio. È stato difficile?

R. – “Vedo con piacere che non confonde, come fanno molti, il celibato con il voto di castità”.

D. – C’è differenza nella pratica?

R. – “Nella pratica no, ma la castità è un voto che riguarda i religiosi, la mia è una scelta di vita e di comportamento come numerario dell’Opus Dei. Comunque, per risponderle, non è stato difficile. Il celibato mi ha aiutato a conquistare me stesso. Ogni scelta nella vita comporta la necessità di lasciare qualche altra cosa. Chi vuol tenere tutto, finisce per non sposare mai una vera idea e non partorire dei figli in senso analogico, cioè altre idee”.

D. – Non le manca neanche l’intimità di una famiglia?

R. – “Non ho mai provato questo tipo di nostalgia. Nella Chiesa ho trovato un sentiero mio personale che mi ha permesso di salvare le cose a cui tenevo di più: la vocazione professionale di medico e la dimensione trascendente”.

D. – E la sua famiglia di origine com’era?

R. – “Bella e unita. Mio padre, un avvocato liberale di grande rigore intellettuale, ha lasciato che facessi la mia scelta medica senza insistere perché seguissi la tradizione giuridica della famiglia. Mia madre, che oggi ha 91 anni, è stata pienamente una madre, dedita e affettuosa. Ho voluto unire i loro cognomi con un trattino, per tenerli sempre con me. E poi c’è stata mia sorella Assunta: era stupendo stare insieme con lei”.

D. – Le si è illuminato il viso. Vuole molto bene a questa sorella?

R. – “L’ho amata moltissimo, ma è morta improvvisamente a 35 anni, colpita da un aneurisma cerebrale. Ha lasciato quattro figli piccoli che io avevo visto nascere fisicamente, uno per uno”.

D. – Ora il suo viso è scurissimo. Sembra un dolore ancora intatto.

R. – “È così. Eravamo come una coppia, con una sintonia straordinaria. Lei aveva appena un anno più di me e facevamo tutto insieme, anche ballare. Da ragazzi, nelle feste ci invitavano perché dessimo un’esibizione di tango. C’era anche la mia fidanzata, ma io ballavo con Assunta. Sembra che fossimo molto bravi”.

D. – Nessuno, credo, la immagina gran ballerino. Era il periodo in cui faceva anche il torero?

R. – “Quella è una leggenda inventata tanti anni fa, forse solo perché sono spagnolo, e non sono mai riuscito a smentirla. Se lei scrive energicamente che è falsa, le racconto in cambio una cosa vera”.

D. – Sentiamo.

R. – “Ho fatto l’attore e ci riuscivo anche piuttosto bene”.

D. – Ora si spiega qualcosa dei suoi modi e del suo fascino. Dove ha recitato?

R. – “All’università, con un certo sacrificio perché gli studi di medicina erano molto impegnativi. La compagnia era guidata da un buon regista del teatro spagnolo. D’inverno avevamo un cartellone moderno con Elliot e Priestley, d’estate uno classico con Shakespeare”.

D. – Che ruoli ha interpretato?

R. – “Quasi tutti, ma soprattutto Amleto e Romeo”.

D. – Lei lo fa apposta, dottor Navarro. Rende curiosi su un passato che sembra il contrario del presente. Che cosa le ha cambiato la vita?

R. – “Le scelte di cui le ho parlato e l’incontro poco dopo i vent’anni con il pensiero di Josemaría Escrivá, che mi ha permesso di integrare la fede e il lavoro di medico”.

D. – La medicina torna continuamente nei suoi discorsi. Eppure da 30 anni lei fa solo il giornalista, anche se in un ruolo eccezionale.

R. – “Quella per il giornalismo è stata una scelta di seconda battuta. Mi sono laureato in giornalismo e in scienza della comunicazione solo per fare meglio il mio mestiere di medico”.

D. – Dov’è l’utilità?

R. – “Nella dinamica della modernità, dove i mezzi di comunicazione possono influire profondamente sulle persone. Come psichiatra continuavo a vedere pazienti in ansia non per problemi biografici, ma per il senso di inadeguatezza rispetto ai modelli imposti dalla pubblicità o dai giornali. Pensi alle rughe e al mito della giovinezza perenne che angustia tante donne e ormai anche troppi uomini”.

D. – Dal suo osservatorio speciale, dove passa la stampa di tutto il mondo, che giudizio dà del giornalismo attuale?

R. – “È il più vario e ricco di tutti i tempi, con un’offerta enorme in ogni campo. Ma con un rischio mortale: l’autoreferenzialità e la perdita di contatto con la realtà. Pensi a tutti i grandi giornali americani che davano per vincente Kerry. Di quale paese parlavano?”.

D. – E lei? Ha mai paura di sbagliare nel suo lavoro?

R. – “Ho smesso di aver paura quando mi sono detto: ‘Se un giorno faccio un errore bestiale che esce a caratteri cubitali in tutti i giornali del mondo, che cosa succede alla Chiesa?’”.

D. – Che risposta si è dato?

R. – “Che non succede nulla. La Chiesa non è scalfita dall’errore di un uomo. Sa cosa sento di essere io nel mio lavoro?”.

D. – Che cosa?

R. – “Una busta con dentro un messaggio. Deve essere bella e con una buona calligrafia, ma è solo un contenitore. Guai a confonderla con il contenuto”.

D. – È andata così fin dall’inizio?

R. – “Beh, quando 21 anni fa Giovanni Paolo II mi ha affidato il compito di riorganizzare l’informazione della Santa Sede, ho sentito l’enormità della sfida. Ma ho corso il rischio. C’era il mondo che cambiava. C’era un papa che affrontava in modo nuovissimo la comunicazione, entrandoci con il proprio corpo. Valeva la pena di tentare”.

D. – Dottor Navarro, anche se magnificamente portati, lei ha 69 anni. Sente la tristezza del declino?

R. – “La mia reazione all’età è piuttosto di sorpresa. Caspita, mi dico, non riesco più a fare quel rovescio a tennis che prima era uno scherzo. Forse manca l’allenamento? No, sto solo invecchiando”.

D. – E questo non le fa paura?

R. – “Per niente. Osservo i limiti della nostra cultura che vive la vecchiaia come un insulto. Una volta il bambino che faceva la prima comunione veniva vestito da adulto. Oggi gli adulti si vestono da bambini e sono ridicoli. Ma la grande vecchiaia del papa è stata forse un correttivo. Ha insegnato che la vita porta alla morte ma che questa non è la fine della vita e basta”.

D. – Però la grande differenza resta quella tra chi confida in un’aldilà e chi no.

R. – “Meno di quanto si creda. Guardi al mio connazionale Seneca o a Socrate che beve la cicuta. Cosa hanno detto questi grandi morendo?”.

D. – Non lo so. Una cosa che aiuta i non credenti, immagino.

R. – “Hanno detto: la morte mi sta suggerendo che io posso approfittare di lei anche quando ho cinque anni. Se la terrò presente, vivrò la mia vita pienamente. Se accetterò i dati truccati di una cultura che la vuole nascondere, morirò senza avere mai vissuto veramente”.

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UNA VITA IN TREDICI DATE


1936. Joaquín Navarro-Valls nasce a Cartagena in Spagna il 16 novembre. Il padre Joaquín è un affermato avvocato. La mamma Conchita Valls si dedica ai cinque figli.

1953. Finito il liceo classico nella “Deutsche Schüle” della sua città, si iscrive alla facoltà di medicina a Granada. Tre anni dopo si trasferisce all’università di Barcellona. La rivista scientifica “Actualidad Medica” pubblica il suo primo lavoro di ricerca.

1960. Conosce Josemaría Escrivá e aderisce all’Opus Dei come membro numerario.

1961. Si laurea in medicina e si specializza prima in medicina interna e poi in psichiatria. Fa il servizio militare come medico in Marina e ottiene una borsa di studio per l’università di Harvard.

1961-70. Mentre esercita la professione di internista e poi di psichiatra in ospedale, prende altre due lauree: in giornalismo nel 1968 e in scienze della comunicazione nel 1970. Pubblica il suo primo saggio non medico: “La manipulación publicitaria”.

1970. Si trasferisce a Roma, dove approfondisce gli studi psichiatrici e vive accanto a Josemaría Escrivá fino alla sua morte nel 1975. Pubblica poi due saggi di psicologia evolutiva.

1977. Diventa corrispondente del quotidiano di Madrid “Abc” per l’Italia e per il Mediterraneo orientale. Come inviato è spesso anche in Giappone, nelle Filippine e in Africa equatoriale.

1983. Eletto presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, è riconfermato anche per l’anno successivo.

1984. Giovanni Paolo II lo chiama a riorganizzare e a dirigere la sala stampa vaticana.

1994-96. È membro della delegazione della Santa Sede alle conferenze internazionali dell’ONU al Cairo, Copenaghen, Pechino, Istanbul.

1996. Inizia a insegnare come visiting professor presso la facoltà di comunicazione istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce di Roma.

1997. È invitato come relatore al congresso mondiale di psichiatria, a Madrid.

2005. Benedetto XVI lo riconferma direttore della sala stampa. Nei giorni scorsi ha ricevuto l’ultima di numerose onorificenze: un dottorato honoris causa dell’università di Valencia.