(l’Espresso) Iraq: battaglia per la libertà

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Louis Sako vescovo di Kirkuk: “Ecco chi non vuole l’Iraq libero”
“Sono combattenti arabi entrati in Iraq, pagati dai movimenti integralisti di paesi vicini o forse addirittura dai rispettivi governi”. Un’intervista con l’astro emergente della Chiesa caldea

di Sandro Magister

ROMA – In Iraq la Chiesa cattolica caldea non ha ancora eletto il suo nuovo patriarca, successore del defunto Raphael I Bidawid. Giovanni Paolo II ha convocato a Roma i vescovi caldei per il 2-3 dicembre, affinché trovino un accordo. Intanto, però, sono avvenuti importanti avvicendamenti alla testa di alcune diocesi.

Bidawid era molto contestato dentro la sua stessa Chiesa. Era accusato di governarla con modi autoritari e di intrattenere col regime baathista e con Saddam Hussein un rapporto esageratamente succube.

Caduto Saddam, la Chiesa caldea ha temuto di pagare duramente il legame col passato regime. Ma i fatti hanno smentito questi timori. Oggi il pericolo che incombe sui cristiani iracheni è lo stesso che minaccia l’intero paese: è il terrorismo, che colpisce senza distinzione non solo gli occupanti americani ma anche l’Onu, la Croce Rossa, le ambasciate straniere, i corpi di polizia, le autorità locali, i leader religiosi e la stessa popolazione irachena nelle sue varie componenti.

Anche la Chiesa caldea è partecipe del processo di democratizzazione faticosamente avviato. Il Vaticano segue con apprensione questo processo e lo stillicidio degli attentati terroristici, astenendosi da ogni commento pubblico.

Si è pronunciato apertamente, invece, uno dei vescovi caldei di fresca nomina: Louis Sako, nominato il 28 settembre vescovo di Kirkuk. L’ha fatto tra l’altro con un’intervista – riprodotta qui sotto – al mensile del Pontificio istituto missioni estere di Milano, “Mondo e Missione”.

Sako, 55 anni, figura di spicco della comunità caldea, è stato fino a ieri parroco a Mosul e prima ancora rettore del seminario di Baghdad. Conosce dodici lingue, ha studiato a Roma e a Parigi, è esperto in letteratura cristiana antica e ha un master in storia islamica. È consultore del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ed è stato spesso ospite in Italia di “Pax Christi”.

Mosul, la sua città, erede dell’antica Ninive, è stata la prima in Iraq a dotarsi di un consiglio provinciale provvisorio, poco dopo la fine della guerra. E Sako ne è stato eletto vicepresidente. Il modello Mosul è stato poi riprodotto a Kirkuk e in altre province.

Al quotidiano italiano “Il Foglio” del 21 ottobre Sako ha detto che “un Iraq locomotiva democratica dell’area non piace ad Arabia Saudita, Iran, Siria, Egitto e altri vicini”, perché “i diritti civili alle minoranze non arabe, la libertà religiosa e la riforma della giustizia metterebbero in discussione il potere su cui si appoggiano tirannie ataviche e collaudati sistemi di repressione”.

Ha messo in guardia da certi imam musulmani “che non sono così moderati come vogliono farci credere. Sono loro ‘radio islam’, più capillari di Al Jazeera”.

Ma si è detto fiducioso che “il new deal iracheno può diventare realtà”. E grazie a chi? “Agli americani. Il papa si era opposto e aveva le sue ragioni, ma per tutti gli iracheni aver annientato la dittatura è stata una liberazione. Da soli non ci saremmo mai riusciti”.

Ecco qui di seguito l’intervista di Sako a “Mondo e Missione”, che appare nel numero di novembre 2003:


Una luce in fondo al tunnel

Intervista con Louis Sako, vescovo di Kirkuk


Le notizie parlano di un dopoguerra interminabile. Come si vive oggi in Iraq?

“Come in un paese che esce da trentacinque anni di dittatura, durante i quali la gente è stata privata di tutto: del petrolio ma anche dell’aria per respirare. Saddam Hussein aveva trasformato l’Iraq in una enorme caserma. Due guerre, prima quella con l’Iran e poi quella del Golfo, e dodici anni di embargo hanno prodotto un esodo massiccio di iracheni all’estero e un milione di morti. Ebbene, a fronte di tale situazione disastrosa, oggi la gente è contenta del cambiamento, della rinata possibilità di libertà. In pochi mesi sono sorti ottanta nuovi partiti, cinque dei quali cristiani, la libertà di stampa ha prodotto un fiorire di decine di nuove testate, sei delle quali cristiane. E cristiane sono pure alcune tv sorte nella zona di Mosul. Tutto questo con Saddam non c’era. Anche dal punto di vista economico tutto è cambiato: prima non si poteva pianificare nulla, adesso si possono fare progetti, pur piccoli, per il futuro. Un esempio: gli impiegati dello stato ricevono 150-200 dollari al mese, prima solo 3 o 4”.

Tutto questo, però, è stato pagato con una guerra.

“Sì, ma l’obiettivo non erano i civili. Gli americani hanno bombardato, specialmente a Baghdad, colpendo gli edifici del governo, e le bombe erano in genere precise”.

Difende l’operato degli americani?

“Non voglio dire che siano angeli! Hanno i loro interessi, sono venuti in Iraq per quello, non per liberare gli iracheni. Ma, di fatto, il frutto è la libertà. Errori ne hanno fatti, ad esempio eliminando dalla scena tutta la vecchia guarda del partito Baath e smantellando l’esercito: lì dentro c’era anche gente perbene”.

Temete gli uomini di Saddam ancora in circolazione?

“Di persone legate al dittatore non ne sono rimaste più. Ci sono piuttosto combattenti arabi entrati in Iraq, pagati dai movimenti integralisti di paesi vicini o forse addirittura dai rispettivi governi. C’è chi non vuole un Iraq aperto e libero. I responsabili dello stillicidio di scontri sono schegge impazzite, senza alcun sostegno popolare”.

È soddisfatto delle prove di democrazia in corso, ad esempio, a Mosul e Kirkuk?

“Sì. La gente apprezza la libertà. A volte critica le scelte degli americani, ma il processo in atto è efficace. Io stesso ero stato eletto dalla popolazione vicepresidente del consiglio ad interim di Mosul. Avevo lasciato la carica, tuttavia ero rimasto nel consiglio. Stiamo lavorando con gli americani dal maggio scorso e sono ottimista. Piano piano si stanno realizzando strade, ospedali; mi chiedo: perché dovremmo fare resistenza? Non serve a nulla! Certo, gli Stati Uniti hanno commesso errori”.

Può dirne qualcuno?

“Sono lenti ad agire e soprattutto non hanno capito la mentalità e le abitudini irachene, la storia del paese. Ma indubbiamente hanno fatto anche cose buone. Il guaio è che non sapendo di chi possono fidarsi vivono in uno stato di perenne diffidenza; i soldati tendono a sparare alla prima avvisaglia di pericolo”.

Perché pensa che gli americani non capiscano gli iracheni?

“Noi siamo moderati di natura, gli estremismi in atto sono alimentati dall’esterno. È ovvio che, se nasce una democrazia in Iraq, i paesi attorno si preoccupano”.

Spera in un effetto domino? Ossia pensa che una soluzione democratica per l’Iraq porterà conseguenze positive sull’intera regione?

“Non saprei. Il popolo iracheno è tra i più istruiti dell’area; l’embargo ha pesato molto anche sull’istruzione, ma la tradizione culturale e accademica irachena è di buon livello, anche gli americani l’hanno riconosciuto. Non dappertutto c’è lo stesso grado di istruzione. Di certo questo è il momento in cui abbiamo più bisogno di voi europei: l’Europa deve fare pressioni sui paesi confinanti con l’Iraq. E noi abbiamo bisogno di imparare; la democrazia statunitense non è l’unico modello, l’Europa ha un patrimonio prezioso. Il punto, oggi, è realizzare una democrazia con connotati iracheni”.

Come procede la scrittura della nuova costituzione?

“Il comitato nazionale è al lavoro, tra i suoi 200 membri vi sono 5 cristiani [uno dei quali è Sako – ndr]. Ma ci vuole tempo. Il futuro si prepara a piccoli passi, bisogna formare la gente a una mentalità nuova”.

Che ruolo vede per i cristiani?

“I cristiani hanno un grande compito, pur essendo relativamente pochi. Ma la nostra non è la forza dei numeri, bensì quella della cultura, dei valori, dell’apertura, della fraternità, della possibilità di critica amichevole”.

Quanto ha influito il papa nell’evitare che il conflitto fosse letto come una guerra di religione?

“Molto. I musulmani hanno tentato di dipingere la guerra come una crociata contro l’islam; ma ben presto si sono accorti che i bombardamenti toccavano tutti, cristiani compresi, e hanno capito che gli Stati Uniti intervenivano in Iraq per motivi economici e politici, non religiosi. Da parte nostra, abbiamo formato gruppi misti, di cristiani e musulmani insieme, per difendere le chiese e le moschee prima e durante la guerra. Abbiamo inoltre promosso conferenze per far conoscere il cristianesimo e l’islam; sono nate tante amicizie e alcuni tra i musulmani hanno recepito il nostro appello all’unità nazionale. Infine: gli aiuti che abbiamo distribuito anche ai musulmani si sono rivelati una testimonianza di carità, che non ha suscitato accuse di proselitismo”.

Questa è più che mai l’ora del dialogo?

“Nel consiglio municipale [di Mosul], dove sedevo, come prete ho potuto fare molto per aiutare i musulmani a lavorare per la pace e il dialogo, rinunciando alle armi della violenza. Io parlo sempre di riconciliazione e di perdono, anche in tv. Mi è capitato di farlo con al fianco un imam”.

Cosa chiede alla comunità internazionale e alle Chiese d’occidente?

“Non dimenticateci! In Iraq ci sono 700 mila cristiani e fra un anno, spentasi l’enfasi sull’Iraq, chi si ricorderà di loro? È già capitato con la guerra del Golfo e l’embargo. Lancio un appello a tutte le congregazioni religiose: venite in Iraq a dare una mano, specie per la formazione, e non solo dei cristiani. Qui c’è da ricostruire l’uomo iracheno, da soli non siamo capaci. L’Iraq è ricco di potenzialità economiche, ma servono anche le risorse spirituali”.

Quale futuro immagina per l’Iraq? E quale ruolo vede per l’Onu?

“L’Onu è finita, occorre pensare a un altro strumento. L’Europa deve avere un ruolo cruciale. Prima della guerra l’appoggio è stato forte, oggi ci manca il sostegno politico. Un errore: l’Europa non lasci gli americani soli nella ricostruzione del paese”.

Eccellenza, come va interpretata la sua nomina a vescovo?

“Nel contesto della fase delicata in corso, di transizione, i cattolici – soprattutto quanti hanno responsabilità – devono mettersi in gioco. Hanno più coraggio e una formazione culturale adeguata: possono contribuire ad aprire gli orizzonti, forti dello sguardo universale della Chiesa”.

(Intervista a cura di Gerolamo Fazzini)

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Il link al mensile “Mondo e Missione”:

> Pontificio Istituto Missioni Estere, Milano

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Naturalmente i giudizi di Louis Sako non sono condivisi da tutti i vescovi caldei. Opposta, ad esempio, è la visione di Shlemon Warduni, amministratore provvisorio del patriarcato di Baghdad, in un’intervista al settimanale “Vita”:

“Avevamo detto, con il papa, che la guerra non risolve i problemi, li aumenta. E così è stato. È stato distrutto tutto. Viviamo in una grande prigione. Per sconfiggere Saddam Hussein non era necessaria la guerra. Con meno di un decimo degli oltre 50 miliardi di dollari spesi nel conflitto si potevano pagare borse di studio a tutti i giovani iracheni e il regime di Saddam sarebbe imploso senza nessuna bomba e nessuna vittima. Al contrario, gli Stati Uniti hanno venduto armi all’Iraq incamerando il nostro denaro, poi le hanno distrutte usando ancora il nostro denaro, ora dovranno ricostruire con i soldi derivanti dal nostro petrolio”.

Per l’esattezza, il Center for Strategic and International Studies documenta che nel periodo tra il 1973 e il 1991, prima cioè dell’embargo, i maggiori venditori d’armi all’Iraq sono stati l’Urss per 31.800 milioni di dollari, la Francia per 9.240, la Cina per 5.500 e la Germania per 995. Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno venduto armi all’Iraq per 5 milioni di dollari.