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Kasper e Kolvenbach, convertiti sulla via dei neocon

Il primo è cardinale e teologo, il secondo è generale dei gesuiti, entrambi hanno fama di progressisti. Ma i loro ultimi interventi sono una doccia gelata per l’ala sinistra della Chiesa. L’effetto del conclave

di Sandro Magister
ROMA, 8 marzo 2005 – Dentro la curia vaticana c’è un solo cardinale capace di tener testa a Joseph Ratzinger sul suo terreno, quello dell’alta teologia. È il cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani (nella foto).

L’uno e l’altro sono tedeschi e hanno avuto carriere molto simili. Come Ratzinger, anche Kasper ha cominciato da teologo, ha continuato da vescovo, a Rottenburg e Stoccarda, e infine è approdato a un importante incarico in Vaticano.

Ma nelle classificazioni correnti – anche in vista del futuro conclave – i due sono collocati su sponde avverse: Ratzinger come capofila mondiale dei neoconservatori, Kasper come leader dei progressisti.

La raffinata disputa teologica che ha diviso i due negli anni passati, circa il rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali, è parsa confermare la suddetta classificazione.

Altra conferma: come responsabile dell’ecumenismo, Kasper è il cardinale di curia di gran lunga più avversato dai tradizionalisti.

I fatti, tuttavia, non sempre corrispondono agli schemi.

Ad esempio, nell’omelia di chiusura dell’annuale settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, lo scorso 25 gennaio, Kasper ha detto cose all’opposto della sua fama di progressista.

Ha richiamato con forza la fede in Gesù Cristo “unico salvatore di tutta l’umanità” – in pieno accordo con la dichiarazione “Dominus Iesus” emanata da Ratzinger nel 2000 e aspramente contestata dai fautori del dialogo – e ha così proseguito:

“Ma questa realtà è ancora chiara a tutti noi? La teniamo ben presente nel corso delle nostre discussioni e riflessioni? Non ci troviamo piuttosto nella situazione in cui il nostro compito prioritario, la nostra maggiore sfida è ricordare e rafforzare questo nostro comune fondamento ed evitarne la vanificazione da parte di interpretazioni cosiddette liberali, che si definiscono progressiste, ma che sono in realtà sovversive? Proprio oggi, quando nella società post-moderna tutto diventa relativo e arbitrario, ed ognuno si crea la propria religione à la carte, abbiamo bisogno di un solido fondamento e di un punto di riferimento comune affidabile per la nostra vita personale e per il nostro lavoro ecumenico. E quale fondamento potremmo avere se non Gesù Cristo? Chi meglio di Lui può guidarci? Chi più di Lui può darci luce e speranza? Dove, se non in Lui, possiamo trovare parole di vita (cf. Gv 6,68)?”.


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Ma ancor più in contrasto col progressismo corrente è ciò che Kasper ha scritto in un suo libro uscito di recente in Germania e in Italia, rispettivamente per i tipi di Herder e della Queriniana: “Sacramento dell’unità. Eucaristia e Chiesa”.

Kasper ha pubblicato questo libro in occasione dell’anno eucaristico indetto nel 2004 da Giovanni Paolo II. Anno che si concluderà nell’ottobre del 2005 con un sinodo dei vescovi dedicato proprio al tema dell’eucaristia.

Sull’eucaristia il papa ha emesso nel 2003 un’enciclica: la “Ecclesia de Eucharistia”.

A detta del decano dei teologi italiani Giuseppe Colombo (vedi “Teologia”, rivista della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, n. 4, 2004), “l’intenzione prevalente” dell’enciclica era “quella di denunciare l’abuso, probabilmente il più diffuso nella Chiesa d’oggi, della celebrazione della messa senza il sacerdote ordinato, a motivo della scarsità di preti o per l’erronea interpretazione della parità di tutti i cristiani”.

E in effetti che molte liturgie eucaristiche siano celebrate così, in piccoli gruppi, senza il prete, da semplici uomini e donne, in America Latina e nel centro Europa, è un dato di fatto. In campo progressista c’è anzi chi lo rivendica come un’innovazione che la Chiesa dovrebbe approvare senza riserve.

Ebbene, su questo il “no” del cardinale Kasper è assoluto:

“Una celebrazione dell’eucaristia senza il ministero del sacerdote è impensabile. Il ministero del sacerdote è costitutivo per la celebrazione dell’eucaristia. Ciò vale anche in casi di estrema emergenza. Dovunque vi sono state situazioni estreme di persecuzione, nelle quali per anni e per decenni non è stato possibile avere un sacerdote, mai abbiamo sentito dire che una comunità parrocchiale o un singolo gruppo abbiano celebrato di loro inziativa, senza sacerdote, l’eucaristia”.

Le “situazioni estreme” richiamate sono ad esempio quelle della Russia sovietica, o della Cina. Dove in effetti non è mai invalsa la prassi che Kasper respinge come “inammissibile”, per ragioni non disciplinari ma teologiche, argomentate in molte pagine del suo libro.

Anche l’omelia – dice Kasper sulla scorta del Nuovo Testamento – deve restare riservata al sacerdote. In casi del tutto eccezionali un laico potrebbe rivolgere una “parola spirituale” alla comunità, comunque sempre “distinguibile dall’omelia”.

Kasper contesta la tendenza a “interpretare in senso semplicemente metaforico e puramente simbolico” le parole della consacrazione:

“Le parole di Gesù ‘Questo è il mio corpo’ e ‘Questo è il mio sangue’ vanno intese in senso reale, e in questo senso sacramentale parliamo di presenza reale, cioè della vera, reale e sostanziale presenza di Gesù Cristo sotto i segni del pane e del vino”.

Il cardinale contesta l’offuscamento della messa come sacrificio e la sua riduzione a un pasto, ove “la celebrazione dell’eucaristia non è pressocché più distinguibile da un banchetto o da un party”.

Un altro bersaglio delle critiche di Kasper è l’interpretazione “funzionalista” della liturgia eucaristica:

“La messa non è un ‘service’ che, seguendo la legge della domanda e dell’offerta, si orienta prevalentemente in base ai bisogni o ai desideri di determinati gruppi. Non è un mezzo per uno scopo, bensì è fine a se stessa. Non deve diventare un ‘happening’. È sbagliato misurarla in base alla sua capacità di intrattenere. La celebrazione liturgica deve piuttosto essere animata dal rispetto per il Dio santo e per la presenza di nostro Signore nel sacramento. Deve essere uno spazio per il silenzio, la riflessione, l’adorazione e per l’incontro personale con Dio”.

E ancora:

“Il primo senso della celebrazione eucaristica è il ‘cultus divinus’, la glorificazione, l’adorazione, la lode e l’esaltazione di Dio in memoria delle sue grandi azioni. Questo aspetto risulta sempre più difficile da capire nella nostra società concentrata sui bisogni umani e sulla loro soddisfazione. Eppure qui sta il vero motivo della crisi della liturgia e della diffusa incapacità di comprenderla. Né il ministero sacerdotale, né l’eucaristia possono essere dedotti ‘dal basso’ e dalla comunità. Una riduzione dell’eucaristia al suo significato antropologico sarebbe un falso aggiornamento della Chiesa”.

Kasper se la prende con il “puritanesimo mesto” di tante messe spogliate d’ogni solennità:

“Le luci, i paramenti, la musica e quanto l’arte umana ha da offrire non vanno liquidati come sfarzo esteriore. Tutta la celebrazione dell’eucaristia deve essere una pregustazione del futuro regno di Dio. In essa il mondo celeste scende nel nostro mondo. Nella liturgia e nella teologia della Chiesa orientale questo aspetto è particolarmente vivo. In Occidente invece nel periodo postconciliare tanto la liturgia quanto la teologia sono purtroppo diventate sotto questo profilo puristiche e culturalmente povere”.

Quanto alla comunione, Kasper conferma che “non possiamo invitare tutti a riceverla”. L’esclusione vale anzitutto per i non cattolici:

“L’eucaristia presupppone, come sacramento dell’unità, che ci si trovi nella piena comunione ecclesiale, la quale trova la sua espressione soprattutto nella comunione con il vescovo locale e con il vescovo di Roma quale detentore del ministero petrino, che è un servizio dell’unità della Chiesa”.

Ma vale anche per i cattolici in stato di peccato grave. Kasper richiama il dovere – largamente caduto in disuso – di ricorrere al sacramento della penitenza, per “non mangiare e bere indegnamente il corpo e il sangue del Signore”:

“Qui ci imbattiamo di nuovo in un punto debole dello sviluppo postconciliare. L’affermazione che l’unità e la comunione sono possibili soltanto nel segno della croce ne include un’altra, e cioè che l’eucaristia non è possibile senza il sacramento del perdono. La Chiesa antica era pienamente cosciente di questo nesso. Nella Chiesa antica la struttura visibile del sacramento della penitenza consisteva nella riammissione del peccatore alla comunione eucaristica. Communio, excommunicatio e reconciliatio costituivano un tutt’uno. Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano giustiziano dai nazisti nel 1945, ha messo giustamente in guardia dalla grazia a buon mercato: ‘Grazia a buon mercato è sacramento in svendita, è la cena del Signore senza la remissione dei peccati, è l’assoluzione senza confessione personale’”.

Subito dopo questa citazione di Bonhoeffer, icona dei progressisti, il cardinale Kasper aggiunge di suo:

“La grazia a buon mercato è per Bonhoeffer la causa della decadenza della Chiesa. La riscoperta e il rinnovamento del carattere di assemblea e di convito dell’eucaristia sono stati senza dubbio importanti, e nessuna persona intelligente pensa di revocarli. Ma una loro concezione superficiale, disgiunta dalla croce e dal sacramento della penitenza, conduce alla banalizzazione di tali aspetti e alla crisi dell’eucaristia quale quella a cui oggi assistiamo nella vita della Chiesa”.

E in un’altra pagina scrive, ancor più lapidario:

“La crisi della concezione dell’eucaristia è il nucleo stesso della crisi della Chiesa odierna”.

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Il libro:

Walter Kasper, “Sacramento dell’unità. Eucaristia e Chiesa”, Queriniana, Brescia, 2004, pp. 184, euro 16,00

L’enciclica di Giovanni Paolo II sull’eucaristia:

> “Ecclesia de Eucharistia”

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E intanto il generale dei gesuiti scappa via da Assisi


Il caso Kasper – cioè il caso di un dirigente di Chiesa classificato da sempre come progressista che oggi si esprime criticamente sul progressismo stesso – non è il solo. Ha fatto colpo una recente intervista del generale dei gesuiti, Peter Hans Kolvenbach, sul tema forse più controverso del pontificato di Giovanni Paolo II: quello del dialogo tra la Chiesa cattolica e le altre religioni.

Padre Kolvenbach non è vescovo né cardinale, ma è considerato – anche per l’ordine religioso che dirige – un esponente tra i più rappresentativi dell’ala sinistra della Chiesa.

E invece anche lui, sul dialogo interreligioso, si muove oggi in controtendenza. Non esclude il dialogo, anzi, lo invoca, ma ne denuncia soprattutto i limiti e i pericoli.

I gesuiti contano oggi otto cardinali, di vario orientamento. Solo tre entrerebbero in un vicino conclave (gli altri hanno più di 80 anni) e di questi tre uno, l’italiano Carlo Maria Martini, è stato a lungo considerato il papabile simbolo dei progressisti, mentre un altro, l’argentino Jorge Mario Bergoglio, risulta essere un papabile molto più effettivo, ma di segno neoconservatore.

Tanto più colpisce, quindi, quanto dice padre Kolvenbach: perché dal prossimo conclave potrebbe davvero uscire eletto per la prima volta un papa gesuita.

E dal futuro papa – si sa – i cardinali elettori non si aspettano che replichi i meeting interreligiosi cari a papa Karol Wojtyla, di cui hanno constatato più i danni che i vantaggi.

Ecco dunque il passaggio dell’intervista di Kolvenbach relativo al dialogo. L’intera intervista, curata da Giuseppe Rusconi, è uscita sul n. 1, 2005, di “Il Consulente RE”, bimestrale distribuito solo per posta e inviato a circa 3500 ecclesiastici e religiosi, emanazione del Gruppo RE specializzato in servizi finanziari per uomini e istituzioni di Chiesa:


“UN FOSSATO INVALICABILE…”

di Peter Hans Kolvenbach, S.J.



Non mancano voci autorevoli per dire che un vero dialogo [interreligioso] non ha avuto ancora luogo.

Certo, grazie agli sforzi di Giovanni Paolo II le religioni si incontrano, talvolta si mettono d’accordo come ad Assisi per dire insieme che nessuno può uccidere nel nome di Dio.

Si è però sempre più coscienti che, nella misura in cui si conoscono in profondità le convinzioni religiose degli uni e degli altri, tra le religioni si scava un fossato invalicabile.

Sì, un fossato invalicabile. Si può senz’altro discutere della convivenza civile tra le religioni, ma l’esperienza dimostra che – volenti o nolenti – per tutte le religioni la fede nella Santissima Trinità è un ostacolo insuperabile a un dialogo più in profondità.

Ripeto che ciò non esclude incontri per conoscersi meglio. Però, essendo coscienti dell’impedimento, questi incontri diventano più onesti.

Altrimenti si rischia di trattare teologicamente il musulmano come se fosse un cristiano d’altra confessione.

Un vero dialogo non si può basare sulla facilità del confusionismo in cui indistintamente si mescolano religioni differenti o sull’insidia del relativismo in cui tutte le verità si equivalgono.

Seguendo l’insegnamento della Chiesa, il testo della 34.ma Congregazione generale [della Compagnia di Gesù] incoraggia un dialogo in cui ciascuno, in conformità alla sua fede, si sforza di incontrare l’altro nella sua convinzione religiosa, con la sola preoccupazione di rispettarne la differenza e pur lasciandosi interpellare nella sua ricerca di Dio.

Questo Dio è unico, ma non è il medesimo per tutti quelli che credono in Lui; e questo Dio può ricevere in questa o quella religione un nome portatore d’esclusione.

Per noi cristiani l’amore paterno di Dio, che si estende senza discriminazione a tutta l’umanità e a ciascuno degli uomini, ci spinge a pregare Dio anche per gli altri, sebbene non possiamo in verità pregare gli uni con gli altri.

La ricerca d’un vero dialogo esprime il fatto che questo Dio ha voluto aver bisogno di noi per poter salvare tutti nel suo Figlio.

Questa difficoltà di giungere a un vero dialogo a livello di fede non esclude il dialogo della vita, in cui tutti gli uomini di buona volontà si incontrano e si aiutano vicendevolmente per costruire un mondo più giusto, più pacifico e più umano per tutti, secondo il desiderio di Dio per l’umanità.

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Il link al Gruppo RE, editore della rivista “Il Consulente RE” su cui è uscita l’intervista di Giuseppe Rusconi a padre Kolvenbach:

> www.gruppore.org