(l’Espresso) Il movimentismo cattolico può essere un pericolo?

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Chiesa o chiesuole? La minaccia settaria dei movimenti cattolici
Luca Diotallevi affronta su “Concilium” il problema creato dai movimenti di recente espansione. E scommette sull’Azione cattolica e la “scelta religiosa”


di Sandro Magister 

ROMA – “Concilium” è la rivista teologica più letta e più citata nel mondo. Edita in sette lingue, ha tra i suoi fondatori Karl Rahner, Edward Schillebeeckx, Hans Küng, Johann Baptist Metz, Yves Congar e Gustavo Gutierrez, il top della teologia cattolica progressista del secondo Novecento. L’edizione italiana, stampata dalla Queriniana di Brescia, ha per direttore Rosino Gibellini.

Il numero 3 del 2003 di “Concilium” esce in questi giorni con il titolo generale “Sette cattoliche?”. È stato curato dall’italiano Mario Melloni, storico del cristianesimo, e dall’ungherese Miklós Tomka, sociologo della religione.

E uno dei saggi pubblicati ha per titolo: “Cattolicesimo in via di settarizzazione? Una ipotesi vecchia per problemi nuovi”. Ne è autore Luca Diotallevi, professore all’Università di Roma Tre e consulente per il “progetto culturale” della conferenza episcopale italiana.

Il problema messo a fuoco da Diotallevi è quello creato dai “movimenti”: Opus Dei, Sant’Egidio, Comunione e liberazione, Legionari di Cristo, Rinnovamento nello Spirito, Cammino neocatecumenale, focolarini, eccetera. Fanno tutti capo al rispettivo fondatore e dirigente supremo, più che al vescovo del luogo. Come unico raccordo di Chiesa assumono il riferimento diretto al papa. In diversa misura presentano i connotati della setta. Il rischio è che trasformino la Chiesa cattolica in un giustapporsi di appartenenze incomunicanti tra loro: ciascun movimento con la sua liturgia, la sua disciplina, il suo sistema di autorità e di credenze.

 Ebbene, come analizza Luca Diotallevi, nel numero di giugno 2003 di “Concilium”, la questione posta dai movimenti?

Diotallevi si distacca dal vecchio paradigma sociologico della contrapposizione tra Chiesa e setta. Vede piuttosto nei movimenti l’effetto di «una poderosa spinta ecclesiastica alla diversificazione interna dell’offerta religiosa».

E in questa strategia che dura da più di un secolo Diotallevi vede impegnati soprattutto due papi, Pio XI e Giovanni Paolo II. Di quest’ultimo scrive:

«Col tempo potremo capir meglio anche questa dimensione della strategia ecclesiologica del pontificato woitiliano e le ragioni del suo sostegno alla proliferazione di movimenti ecclesiali di fatto largamente autonomi dalle Chiese locali. Magari non aveva alternative, magari si è trattato di una scelta non definitiva ma di ‘resistenza’. Certo la coerenza tra questo gruppo di politiche ecclesiastiche vaticane dell’ultimo venticinquennio ed altre politiche vaticane non è immediatamente visibile. Ciò che è evidente è che l’inedito e difficilmente tramandabile appeal mediatico di questo pontefice (maturato anche in particolari condizioni storiche) ha consentito di non far deflagrare una condizione di diversificazione intracattolica dell’esperienza e dell’offerta religiosa. Pensare però a questo appeal personale del pontefice come ad una condizione acquisita per sempre sarebbe piuttosto ingenuo».

Scendendo dal papa ai vescovi, in particolare italiani, Diotallevi individua tre loro risposte ai pericoli creati dai movimenti.

La prima, propriamente, è una non risposta. «Affronta la crescente complessità e individualizzazione della domanda religiosa lasciando crescere smisuratamente il pluralismo religioso interno alla Chiesa e rinunciando ad ogni selettività sensata». Col rischio di una lacerazione del tessuto ecclesiale favorita proprio da questa astensione di giudizio.

La seconda risposta è una razionalizzazione delle strutture. Fa leva su una «riduzione del numero degli ‘sportelli’ attraverso cui ai fedeli vengono distribuiti i beni ed i servizi religiosi»: gruppi di parrocchie affidate a uno o più sacerdoti con l’aiuto di laici, unità pastorali, eccetera. Ma anche questa risposta è fragile, perché sottovaluta l’influsso che i movimenti continuano a mantenere sui sacerdoti e i laici cresciuti nelle loro file e prestati alle nuove unità pastorali.

La terza risposta ha nome Azione cattolica. All’opposto dei movimenti, che sono comunità compatte a forte identità d’appartenenza, l’Ac ha la forma dell’associazione, molto più capace di ospitare differenze al suo interno e farle felicemente convivere.

Mentre i movimenti hanno clero proprio, l’Ac conosce una presenza di clero diocesano nella forma degli assistenti nominati dal vescovo.

Mentre i movimenti rispondono alla modernizzazione sociale offrendo modelli religiosi diversificati e spesso contrapposti tra loro, l’Ac si pone come «baricentro capace di bilanciare gli effetti inevitabilmente centrifughi che comporta la tipica libertà ecclesiale di ricerca religiosa di cui gode il fedele».

Mentre i movimenti, anche di recente espansione, hanno preso forma quasi tutti in anni precedenti il Concilio Vaticano II, che essi dicono d’aver precorso, l’Ac è sì nata anch’essa prima del Concilio, ma è passata attraverso un vero rinnovamento postconciliare, quello che ha preso il nome in Italia di “scelta religiosa”.

Diotallevi, da sociologo, conclude:

«Con quanto detto sin qui non ho inteso indicare nelle politiche di diffusione dell’associazionismo di Azione cattolica la unica ed esauriente soluzione del problema. Semplicemente, volevo ricordare un’esperienza socialmente osservabile e rilevante, nella quale possono essere rinvenute alcune realistiche risposte a problemi analoghi a quelli con cui siamo alle prese».