(l’Espresso) Il martirio della pazienza

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L’Ostpolitik fuori dal mito: una lezione per la sfida con l’islamismo


Nel 1964 fu firmato il primo accordo tra la Santa Sede e un governo comunista. E nacque il mito del dialogo. Un libro postumo del cardinale Casaroli lo smantella. Anche oggi il dilemma è: resistenza o resa?


di Sandro Magister

ROMA – Una mattina di settembre di quarant’anni fa, un prelato partì dal Vaticano alla volta di Budapest. Il 15 di quel mese del 1964 firmò nella capitale ungherese un accordo che fu il primo di una serie di accordi tra la Santa Sede e i regimi comunisti dell’Est.

Quell’uomo era Agostino Casaroli (nella foto con Ronald Reagan), futuro cardinale segretario di stato con papa Giovanni Paolo II, tra il 1979 e il 1991. Quella politica di negoziati ebbe il nome di Ostpolitik vaticana e segnò le relazioni internazionali della Santa Sede fino al 1989, l’anno della caduta del Muro e del collasso dell’impero sovietico.

Da quel primo accordo sono passati quattro decenni, ma il dilemma che la Chiesa dovette allora affrontare col nemico comunista è tuttora presente al suo orizzonte, di fronte alla nuova sfida globale rappresentata dall’islamismo.

Il dilemma era tra resistere o trattare. Con i rischi e i prezzi che ciascuna delle due scelte comportava.

Uno dei prezzi della trattativa – chiamata anche dialogo – era il silenzio sulle Chiese perseguitate e sui loro persecutori.

Paolo VI ne era dolorosamente consapevole. Il 12 settembre 1965, un anno giusto dopo il primo accordo firmato a Budapest dal suo ministro degli esteri Casaroli, si recò alle Catacombe di Domitilla, luogo simbolo dei primi martiri cristiani, e pronunciò parole accorate per “quelle porzioni della Chiesa che ancor oggi vivono nelle catacombe”, quella “Chiesa che oggi stenta, soffre e a mala pena sopravvive nei paesi a regime ateo e totalitario”. Ma poi aggiunse:

“La Santa Sede si astiene dall’alzare con più frequenza e veemenza la voce legittima della protesta e della deplorazione, non perché ignori o trascuri la realtà della cosa, ma per un pensiero riflesso di cristiana pazienza e per non provocare mali peggiori”.

In quella stessa metà degli anni Sessanta infuriavano le accuse – scatenate dal dramma di Rolf Hochhuth “Il Vicario” – contro gli analoghi silenzi prudenziali di Pio XII di fronte al nazismo. Ma per l’Ostpolitik vaticana fu diverso.

Da un lato, le Chiese catacombali dell’Est la giudicavano un tradimento. Ma dall’altro lato, l’intelligenza cattolica progressista occidentale – la stessa che sottoponeva a critica spietata i silenzi di Pio XII – esaltava l’Ostpolitik come doverosa ed epocale via di conciliazione tra la Chiesa e il “volto umano” del comunismo.

Per questa corrente del cattolicesimo, il silenzio del Vaticano sui misfatti dell’impero comunista era una virtù. La sola parola legittimata era il dialogo. E Casaroli era considerato il principe dei virtuosi.

Quando il cardinale Joseph Ratzinger, regnante papa Giovanni Paolo II, definì il comunismo “vergogna del nostro tempo”, dal campo cattolico progressista si levò un coro di indignazione. E nacque la leggenda metropolitana delle dimissioni da segretario di stato presentate da Casaroli, per protesta.

Ma chi era, in realtà, Casaroli? Ancora oggi i giudizi su di lui e sulla sua Ostpolitik ripetono le doppie opposte valutazioni – di condanna e di esaltazione – correnti prima della caduta del Muro.

Nel 2000, due anni dopo la morte di Casaroli avvenuta il 9 giugno 1998, uscì in Italia un libro di sue memorie, curato dagli storici Giovanni Maria Vian e Carlo Felice Casula, con introduzione del cardinale Achille Silvestrini.

Alla pubblicazione del libro seguì un battage di recensioni e presentazioni, quasi tutte esaltatorie, che di nuovo ripeterono gli schemi di giudizio usuali.

Quando in verità il libro li smentiva clamorosamente. E tracciava dell’Ostpolitik vaticana – per la penna del suo principale artefice – un profilo agli antipodi di quello vagheggiato dai fautori del dialogo.

È il profilo fuori dagli schemi che compare nella recensione che segue, uscita allora sul settimanale “L’espresso”. In essa, tutte le parole tra virgolette sono riprese testualmente dal libro.

Riletta con ragion critica, la guerra combattuta nei decenni passati dalla Chiesa contro il comunismo ateo è una lezione ineludibile per la Chiesa d’oggi, chiamata a fronteggiare la nuova sfida islamista ma ancora incerta tra resistenza e dialogo, tra annuncio e silenzio.


Se questo era dialogo. Le memorie choc del cardinale Casaroli

[Da “L’espresso” n. 25 del 22 giugno 2000]


Agostino Casaroli, quand’era in vita, passava per il più rosso dei cardinali: non per il colore porpora del manto, ma per la linea politica che gli si attribuiva, tutta di dialogo tra la Chiesa e il volto buono del comunismo.

Invece no. Oggi lui ci garantisce dal cielo, in questo suo libro di memorie, che era vero l’opposto: che per lui, cardinale segretario di stato di santa romana Chiesa, artefice celebrato dell’Ostpolitik vaticana, il comunismo era tutto e solo “abominatio desolationis”: parola biblica, presa dall’Antico Testamento, che designa la più tremenda empietà distruttiva, contro Dio e contro gli uomini.
 
Il suo è un libro di memorie scritte nel ritiro degli ultimi anni di vita. Raccolte dalla sua scrivania dalla nipote Orietta. Affidate a un cardinale amico, Achille Silvestrini. E pubblicate nel 2000, due anni dopo la morte del porporato, sotto il titolo “Il martirio della pazienza”.

Il libro è incompiuto. Quasi niente dice di Karol Wojtyla vescovo di Cracovia e papa di Roma. Sorvola sulla Polonia degli anni Ottanta. Tace dell’Urss.

Ma basta a polverizzare d’un colpo il cumulo di articoli, saggi e volumi, di storici e vaticanologi anche di grido, che per un quarto di secolo hanno avvalorato l’immagine pubblica del Casaroli criptocomunista, punta avanzata della Chiesa conciliare.
 
Lui, in vita, non aveva mai fatto nulla per allontanare da sé questa fama. Anzi, da accorto diplomatico qual era, se ne giovò. Giovanni Paolo II lo volle al proprio fianco come segretario di Stato proprio per “tranquillizzare Mosca”, atterrita dall’avvento del nuovo papa.
 
Ma dietro il tratto cortese del Casaroli negoziatore c’era la tempra del difensore irriducibile degli spazi vitali estremi della Chiesa. Il “martirio” di cui dice il titolo del libro fu doppio. Fu martire la Chiesa nei paesi comunisti, sottoposta a “un’opera sistematica di demolizione che nessun accordo parziale mai interruppe”. E fu martire un po’ anche lui, costretto a patire l’accusa di cedere al nemico.
 
Casaroli pativa e taceva. Imparò a tacere proprio in quell’”universo carcerario” zeppo di spie e spioncini che era l’Europa dell’Est prima del crollo del Muro.

Quando a Budapest incontrava il cardinale Jozsef Mindszenty nel suo rifugio nell’ambasciata americana, si chiudeva con lui “in una specie di cubo dalle spesse pareti di materiale plastico, issato su un pernio, dove potevano mettere le mani solo i marines addetti alla legazione”. E anche lì sempre col sospetto d’essere spiato.

Con un altro cardinale recluso, il cecoslovacco Josef Beran, l’ultimo colloquio in una saletta d’albergo “fu di pesante silenzio, fatto di dialoghi per iscritto, su foglietti”.

Dall’altra parte c’era invece la “proterva” eloquenza dei funzionari di regime, la loro “sfrontatezza”, la loro “doppiezza infida”, che con gli ecclesiastici sottoposti al loro dominio toccava l’eccesso. Ad esempio con l’anziano e malato cardinale Stepan Trochta, morto di crepacuore “dopo sei ore filate di sfuriata d’un certo commissario Dlabal in preda ai fumi dell’alcool”, che aveva fatto irruzione in casa sua gridando: “Brutto vecchiaccio, ti rompo le zampe”.
 
L’Ostpolitik di Casaroli era fatta anche di questo: di incontri con preti e vescovi stremati da anni di persecuzione, “avanzi di galera ancora freschissimi di prigione”, vescovi reclusi dal mondo che appena abbracciavano l’uomo venuto da Roma gli sussurravano in latino la loro speranza impossibile: “Tutti aspettiamo la grande guerra che ci libererà”.
 
E lui a tappar loro la bocca, con sempre alle calcagna, per anni, tipacci come il funzionario di Praga addetto alle cose di Chiesa, Karel Hruza, “il cui cognome significa, tradotto, terrore”.

Non uno si salva di questi funzionari, né degli uomini politici di maggior grado. Mai che in loro Casaroli segnali un lampo di luce, nel suo racconto che pure è di scrittura pacata.

Neppure l’effimera primavera di Praga, del 1968, lascia tracce di sé. Casaroli scrive che fino all’ultimo, fino al crollo del Muro nel 1989, i regimi procedono “ciechi”, inconsapevoli d’andare a morire.
 
E allora perché Mosca e Praga e Budapest e Varsavia, a partire dal 1963, dagli ultimi mesi di papa Giovanni XXIII, aprono quegli spiragli di dialogo che il Vaticano prontamente raccoglie e tramuta in Ostpolitik?

Casaroli risponde con nettezza. Lo fanno, scrive, solo per interesse. Per attenuare le critiche internazionali in tema di diritti umani. Per far tacere la Chiesa e il papa. Per allentare le tensioni in patria. Senza però mai intaccare il loro disegno di annientare la cristianità. Le concessioni che fanno di tanto in tanto sono minime, se non nulle. Aleatorie.
 
In Ungheria la persecuzione antireligiosa riprende a infierire proprio dopo la firma di un primo risicatissimo accordo, nel 1964.

E l’anno seguente, un discorso di Paolo VI alle Catacombe di Domitilla, nel quale il papa dice di “non alzare con più veemenza la voce della protesta solo per cristiana pazienza e per non provocare guai peggiori”, scatena nei regimi dell’Est reazioni furiose.
 
La Jugoslavia è più mite, ma solo perché Tito vuol distanziarsi da Mosca.

E la Polonia? È un caso speciale grazie alla forza della sua Chiesa di popolo, guidata da quel gran combattente che è il cardinale primate Stefan Wyszynski.

Per “calmare” Wyszynski, il governo polacco scommette proprio su Casaroli, complice “un signore italiano molto degno e molto in rapporto con ambienti della Santa Sede, anzi mio portaparola nel caso in questione, il che non era vero. Io dovetti però deluderlo”.

Con fair play tutto diplomatico, Casaroli tace il nome di quel signore. Piccolo omissis, in un libro fatto per riscrivere la grande storia.

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Il libro:

Agostino Casaroli, “Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti, 1963-1989”, Einaudi, Torino, 2000, pp. 335, euro 15,50.

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