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Papa monarca, addio. Il programma dei progressisti in conclave


L’influente cerchia dei discepoli di don Dossetti rilancia la riforma della Chiesa già proposta, senza successo, ai conclavi del 1978. E dice al futuro papa che cosa fare nei primi cento giorni


di Sandro Magister

 ROMA – Nulla fa presagire imminente un conclave. Ma ne ragionano in tanti, sia ai vertici della Chiesa, sia in circoli cattolici influenti. Un libro uscito in questi giorni in Italia ha reso pubblico per la prima volta un programma di riforma del governo della Chiesa consegnato nell’agosto 1978 ai cardinali che presero parte ai due conclavi di quell’anno: programma che nell’intenzione dei suoi autori dovrebbe valere pari pari anche per il conclave prossimo venturo.

Il libro, curato da Giuseppe Alberigo, ha per titolo “L’officina bolognese, 1953-2003”. E descrive i cinquant’anni di vita del “Centro di Documentazione – Istituto per le Scienze Religiose” fondato a Bologna da Giuseppe Dossetti.

Dossetti – in gioventù politico di prima grandezza, poi fattosi monaco e prete, morto nel 1996 – è l’uomo che più ha ispirato la cultura cattolica del secondo Novecento in Italia. Ma non solo. Dossetti ha dato una fortissima impronta allo svolgimento del concilio Vaticano II, a livello di Chiesa mondiale. E in seguito, con i suoi discepoli dell’”officina”, ha generato un’interpretazione specialissima dello stesso concilio, che ha avuto universale fortuna.

Nella sua biografia inclusa nel volume “L’officina bolognese”, lo straordinario apporto di Dossetti al Vaticano II è descritto così:

“Dossetti è chiamato al concilio dal cardinale [arcivescovo di Bologna Giacomo] Lercaro come perito privato nel novembre 1962. Egli mette a servizio del concilio il suo intuito storico, unito a una singolare cultura teologica e canonistica e a una esperienza assembleare tanto più preziosa in quanto inconsueta in quegli ambienti. Nell’estate 1963 formula proposte di modifica del regolamento conciliare, che vengono accolte da Paolo VI. La più importante è la costituzione del collegio dei [quattro cardinali] moderatori [Agagianian, Döpfner, Lercaro e Suenens] come organo di fiducia del papa per la direzione del concilio. Fin dall’inizio del suo funzionamento (fine settembre 1963) egli funge da segretario del collegio. Nella seconda metà d’ottobre propone e formula i quesiti orientativi da sottoporre al concilio su alcuni temi ecclesiologici fondamentali come sacramentalità dell’episcopato, collegialità, diaconato. Nel 1963 collabora alla redazione della formula di approvazione da parte del papa delle decisioni conciliari”.

Della sua abilità di guida del Vaticano II Dossetti era fiero. In un libro-intervista pubblicato postumo nel 2003 rivendicò esplicitamente a sé di ”aver capovolto le sorti del concilio stesso nel momento decisivo”, grazie alla sua padronanza dei meccanismi assembleari, determinando la vittoria dei novatori e la sconfitta dei tradizionalisti.

Ebbene, nella serie di documenti scritti o ispirati da Dossetti resi pubblici per la prima volta nel libro “L’officina bolognese” spicca un lungo promemoria, datato agosto 1978, “inviato ai partecipanti all’imminente conclave” di quell’anno, quello da cui uscì eletto Giovanni Paolo I, seguito poco dopo dall’altro conclave in cui fu nominato Giovanni Paolo II.

Il promemoria, scritto da “alcuni membri dell’Istituto”, ha come titolo: “Per un rinnovamento del servizio papale nella Chiesa alla fine del XX secolo”.

Il documento è molto ampio, in sette capitoli. Qui sotto è riportato integralmente il sesto, nel quale al nuovo papa si chiede di incidere sulla macchina di governo della Chiesa fin dai primi “cento giorni” del suo pontificato, passando da una gestione monarchica a una più collegiale.

Ma non sono queste le uniche riforme proposte. Altre, sviluppate in altri capitoli, invocano una maggiore prossimità ai poveri, da parte di una Chiesa che si faccia essa stessa più povera.

E altre ancora chiedono al nuovo papa di “liberarsi dalla paura” del comunismo e della rivoluzione sessuale. Sia l’uno che l’altra sono indicati nel promemoria come “due classici luoghi d’inciampo per i cristiani, nella misura in cui si vedono come alternativa possibile all’Evangelo. Per questo sono viziati tutti gli atteggiamenti con cui o si aggirano capziosamente o si condannano senza misericordia”.

“Il comunismo – prosegue il promemoria –, in quanto ideologia che funge da tramite al desiderio dell’uomo diviso e dilacerato, chiede che la Chiesa in primo luogo si ponga il problema della propria fedeltà all’annuncio, della propria povertà radicale. Di fronte all’apparente ‘nemico’ la Chiesa non può rifugiarsi nella condanna distaccata o nella ricerca di un alleato umano (dell’Occidente, ad esempio, contro la barbarie che viene dall’Oriente). Atteggiamenti che purtroppo non sono mancati”.

Quanto alla rivoluzione sessuale, “essa richiama per un verso alla fragilità degli schemi culturali in cui è stato tenuto prigioniero il desiderio. Ma richiama soprattutto alla necessità di riscoprire e riproporre con umiltà e fiducia sicura il senso dell’amore di Dio. […] In questo contesto, forse mai come oggi è necessario che l’Evangelo sia proclamato nella sua distinzione dall’ethos”.

Nel suo esordio, il promemoria liquida la Chiesa del dopo Paolo VI come “sempre più inadeguata alle esigenze della vita degli uomini”.

Ma il giudizio dei suoi autori sulla Chiesa del dopo Giovanni Paolo II non è dissimile. Non c’è un solo punto programmatico del promemoria che papa Karol Wojtyla abbia realizzato.

Una conferma di questo giudizio critico sul pontificato di Giovanni Paolo II è in un altro libro uscito da poco in Italia: “Chiesa madre, Chiesa matrigna”, scritto da uno storico della Chiesa, Alberto Melloni, che è anche lui da molti anni colonna della dossettiana “officina” di Bologna, assieme ad Alberigo e al priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi.

Una tesi centrale del libro di Melloni è che “nell’agenda della Chiesa di domani c’è ancora molto di quello che c’era nel 1978”; e che i progetti di riforma assegnati dal cardinale Carlo Maria Martini a un futuro concilio Vaticano III, da lui invocato in un suo celebre discorso del 1999, “potevano essere pronunciati con la stessa convinzione nell’orazione ‘de eligendo pontifice’ dei conclavi del 1978”.

Le riforme invocate dal cardinale Martini riguardano i preti sposati, gli ordini sacri alle donne, la partecipazione dei laici ai ministeri, la morale sessuale, la comunione ai divorziati risposati, il sacramento della penitenza, l’ecumenismo. Ma alla base di tutto c’è la proposta di un governo della Chiesa più collegiale.

È la stessa proposta fatta in questo sesto capitolo (con sottotitoli redazionali) del promemoria consegnato dall’”officina bolognese” ai cardinali dei conclavi del 1978, oggi ripubblicata nella speranza che nel prossimo conclave non venga come allora ignorata:


Per un rinnovamento del servizio papale nella Chiesa. I primi “cento giorni”

(Da “L’officina bolognese”, pp. 209-213)


Gli atti iniziali di un nuovo pontificato rivestono un’importanza decisiva anche per tutto lo sviluppo successivo, perché costituiscono un indizio pubblico degli orientamenti del papa e della Chiesa, e soprattutto perché nelle prime settimane il nuovo eletto ha una freschezza interiore intatta e un prestigio non ancora mortificato dalla routine. È pertanto fondamentale che nei primi “cento giorni” emergano con chiarezza e vigore gli orientamenti-guida, che indichino coraggiosamente la fisionomia dominante del nuovo periodo di servizio petrino che si apre.

VESCOVO DI ROMA SENZA PIÙ VICARI

In quanto vescovo di Roma sarà decisivo che il nuovo eletto mostri di sentirsi tale (indipendentemente dalla sua nazionalità di provenienza), assumendosi in prima persona oneri e funzioni attinenti alla vita della Chiesa di Dio pellegrina in Roma. Non vi è possibilità di onorare le dichiarazioni dottrinali del Vaticano II e di Paolo VI sul fatto che il papa è anzitutto vescovo di Roma se non facendo in modo effettivo, cioè non solo simbolico od occasionale, il vescovo di questa Chiesa: una Chiesa d’altronde che ha un antico bisogno insoddisfatto di una diretta paternità episcopale. Occorrerà dunque esprimere con atti non equivoci che il papa ha la consapevolezza di fede di essere tale in forza non del titolo, ma del fatto reale di essere in concreto il vescovo che celebra a Roma l’eucarestia, diffidando dalle formule “vicariali”, che hanno ormai un significato di sgravio di responsabilità e di disimpegno.

GOVERNO COLLEGIALE

In quanto patriarca della Chiesa occidentale e capo della Chiesa cattolica romana alcuni dei primi atti non potranno non riguardare il nodo cruciale degli organi preposti alla comunione, alla solidarietà e all’unità delle Chiese. A questo proposito si pone anzitutto il problema della creazione di un vero e proprio organo che insieme al vescovo di Roma presieda agli aspetti comuni della vita delle Chiese (in analogia con il concistoro medievale e con il sinodo permanente orientale). Si può pensare cioè a un organo collegiale che, sotto la presidenza personale ed effettiva del papa, tratti almeno bisettimanalmente i problemi che si pongono alla Chiesa nel suo insieme, prendendo le decisioni relative.

La formazione di tale organo potrebbe, inizialmente, non essere che “ad experimentum”, a condizione che comprenda esclusivamente membri del collegio episcopale scelti liberamente dal papa. In un secondo tempo alcuni di essi potranno essere designati dal sinodo dei vescovi e altri ancora cooptati con una maggioranza speciale dai membri di nomina papale e sinodale. Questo organo, dovendo adempiere essenzialmente a un servizio di orientamento, di guida e di decisioni operative, dovrà essere stabile (ma con rinnovamenti periodici) e di composizione ristretta e perciò agile: forse non più di dodici membri. Potrà esere opportuno che di volta in volta esso sia integrato da presidenti o delegati di determinate conferenze episcopali per argomenti specifici. La competenza di questo organo dovrebbe essere la stessa del capo del collegio episcopale, cioè tutte le “causae maiores” sulle quali singoli membri dovrebbero riferire di volta in volta. Le decisioni dovrebbero essere prese all’unanimità o, in caso di necessità, a maggioranza, purché essa comprenda sempre anche il voto del papa. Dovrebbe essere chiaro che non si tratta di uno strumento di coordinamento delle congregazioni della curia romana, ma bensì di un organo nuovo che si situa al livello della guida suprema della Chiesa cattolica per esprimere e rendere operante la corresponsabilità del collegio episcopale universale col suo capo, il vescovo di Roma. Ciò implicherebbe rendere abituale la modalità collegiale di esercizio della responsabilità suprema nella Chiesa ed eccezionale la modalità personale.

SINODO DELIBERATIVO

Simmetricamente sarebbe necessario riconoscere al sinodo dei vescovi una capacità legislativa vera e propria, sempre sotto la presidenza e direzione del papa. Conseguentemente esso potrebbe avere una periodicità almeno annuale e forse semestrale (in analogia con i sinodi romani che per secoli si sono celebrati nel periodo pasquale e in quello dell’avvento) e possibilmente anche una maggiore rappresentatività del popolo di Dio.

CURIA IN SUBORDINE

È facile vedere che la curia romana – possibilmente snellita e in taluni casi dislocata in altre aree cristiane – dovrebbe svolgere un servizio subordinato di preparazione e, rispettivamente, di esecuzione delle decisioni del sinodo dei vescovi ed dell’organo collegiale di governo.

CHIESE LOCALI VALORIZZATE

Peraltro, direttamente connesso con questi aspetti istituzionali generali dovrà essere l’atteggiamento e la prassi del papa di promuovere con rispetto e delicatezza fraterna la responsabilità e i carismi delle singole Chiese locali nel fermo ed esplicito convincimento che ciascuna di esse consuma nell’eucarestia l’intero mistero del Cristo Signore e che, nello stesso tempo, tutte hanno bisogno di vivere, di confermare la propria fede e di correggersi nella comunione universale presieduta e alimentata dal successore di Pietro sulla cattedra romana. In questa prospettiva il criterio di sussidiarietà attende ancora di essere reso operante nel riconoscimento di ambiti nei quali l’originalità cristiana delle Chiese, e soprattutto delle Chiese del terzo Mondo, può recare apporti preziosi a una maggiore fedeltà della Chiesa intera al suo Signore e all’Evangelo.

VESCOVI ELETTI IN LOCO

A questo proposito un segno inequivocabile potrebbe riguardare sin dai primi giorni l’accettazione e la promozione da parte di Roma di modalità differenziate e sperimentali nella scelta dei vescovi, onde preparare una progressiva riappropriazione effettiva di tale responsabilità da parte delle comunità ecclesiali interessate, evitando che ciò avvenga attraverso lacerazioni conflittuali, ma in un equilibrio sano tra spontaneità e comunione ecclesiale.

NUNZIATURE ABOLITE

Un segno diverso, ma di significato analogo, potrebbe consistere nell’affidare le funzioni attualmente deputate ai nunzi ai presidenti delle conferenze episcopali nazionali, accentuando progressivamente lo spostamento di tale servizio dai rapporti tra la Santa Sede e i governi alle relazioni di comunione tra le Chiese di una determinata area e il centro della comunione stessa. Con ciò si supererebbe una delle sopravvivenze più sconcertanti della concezione della Chiesa come potenza tra le potenze e del papato come “monarchia”.

NUOVI GESTI ECUMENICI

Se si dilata ulteriormente l’orizzonte a tutte le Chiese e comunità ecclesiali cristiane dell’Oriente come dell’Occidente, è evidente che i tempi sono maturi – soprattutto per l’opera di Giovanni XXIII e di Paolo VI, del Vaticano II e di molte altre istanze ecclesiali – perché la dimensione effettivamente ecumenica del servizio petrino cominci a riacquistare la sua consistenza. In questa direzione si possono immaginare almeno due atti iniziali.

Anzitutto un invio ai grandi patriarcati della tradizione apostolica (Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme), alle altri sedi maggiori – a cominciare da Mosca – e a coloro che sono preposti alla comunione delle Chiese e comunità delle grandi tradizioni cristiane (nestoriani, monofisiti, protestanti, anglicani) della comunicazione dell’elezione del nuovo vescovo di Roma. Una comunicazione che, pur senza assumere del tutto il modello delle antiche lettere di comunione, trascenda completamente i livelli burocratici o diplomatici e costituisca un umile e consapevole atto di offerta e di richiesta di comunione nella fede e nella carità. Ciò rappresenterebbe uno sviluppo della “teologia delle Chiese sorelle” profilata ripetutamente da Paolo VI, e un rilancio della ricerca di unità potentemente alimentata dal Vaticano II.

A breve distanza potrebbe far seguito una seconda iniziativa consistente in una solenne e pubblica dichiarazione di disponibilità del papa, in accordo col suo organo collegiale, a partecipare a un’assemblea cristiana preconciliare destinata a raccogliere tutte le Chiese cristiane nel rispetto della loro attuale consapevolezza evangelica, nella prospettiva di realizzare livelli sempre più pieni di unità, destinati a trovare infine sanzione in un concilio “ecumenico” vero e proprio.

PAPA MONARCA, ADDIO

Non occorre qui sottolineare il valore e i limiti di atti e inziative prevalentemente istituzionali, come quelli ora ipotizzati. Basti aggiungere che anche tali atti o altri equivalenti, e magari anche più adeguati, potrebbero mancare quasi completamente gli effetti di rinnovamento del servizio papale nella Chiesa se non fossero accompagnati e animati da un’attitudine di servizio tanto profonda da far superare la vischiosità tenacissima di un costume papale, in cui i secoli hanno lasciato vistose incrostazioni.

Il convincimento di dovere decidere da solo, di non potere rinunciare ai simboli monarchici del potere e dell’autorità, la rassegnazione a nascondere la virtù personale sotto i paludamenti pontificali (residenza, abiti, titoli, segreto, ecc.) costituiscono solo gli aspetti più vistosi di tale vischiosità. Sarebbe perciò altamente desiderabile che il futuro vescovo di Roma fosse confortato e incoraggiato a mostrarsi per quello che realmente è, e non sotto le spoglie di suoi antecessori forse lontanissimi. Per questa generazione la prova della perennità del papato consisterà soprattutto nell’assistere alla sua capacità di rinnovamento e di veracità, e non nella sua immutabilità, come è stato in altri tempi. Nella misura in cui tutto ciò è vero, occorrerà prestare grande attenzione alla prassi ordinaria del servizio papale, affinché la sua routine non contraddica lo sforzo di rinnovamento ma anzi lo esprima con coerente docilità. Ciò potrà essere agevolato se il nuovo papa vorrà compiere tempestivamente, secondo il suo genuino carisma personale, alcuni segni emblematici realmente capaci di realizzare ciò che significano, e non altisonanti enunciazioni ideologiche.

Altrettanto importante sarebbe la convinzione che nel papa le virtù pubbliche sono almeno altrettanto indispensabili di quelle private. Il che significa che la salvezza del papa si gioca non solo sulla sua fedeltà interiore all’Evangelo ma ancor più sulla sua capacità di essere papa secondo modalità evangeliche, di modo che nel papa e al di là del papa ogni uomo possa e debba riconoscere l’unico Signore della Chiesa e della storia che salva nell’amore.


l’espressonline 3-1-2005
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I libri:

A cura di Giuseppe Alberigo, “L’officina bolognese, 1953-2003”, EDB, Bologna, 2004, pp. 252, euro 18,50.

Alberto Melloni, “Chiesa madre, Chiesa matrigna. Un discorso storico sul cristianesimo che cambia”, Einaudi, Torino, 2004, pp. 160, euro 7,00.