(l’Espresso) Con Pietro ad ogni costo

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Da Pechino a Roma, la lunga marcia del vescovo di Xi’an
Si chiama Antonio Li Du’an ed è stato insediato dal governo cinese. Ma è anche fedelissimo al papa (e forse suo cardinale “in pectore”). Intanto però un altro vescovo finisce in prigione

di Sandro Magister

 ROMA – Il 10 marzo la sala stampa della Santa Sede ha diffuso il seguente comunicato, rompendo anni di silenzio diplomatico sui vescovi e i cristiani perseguitati in Cina:

“La Santa Sede ha appreso con preoccupazione e tristezza la notizia, trasmessa dalle agenzie internazionali, dell’arresto in Cina di un vescovo cattolico nella regione dello Heilongjiang. Qualora esistessero capi d’accusa a carico del vescovo arrestato, dovrebbero essere resi pubblici, come avviene in ogni stato di diritto. La Santa Sede, da parte sua, non ha alcun motivo di dubitare dell’innocenza del presule”.

Il vescovo agli arresti è Wei Jingyi, della diocesi di Qiqihar, nell’estremo nord del paese. La notizia è stata diffusa negli Stati Uniti dalla Kung Foundation di Stamford, ed è stata rilanciata a Roma il 9 marzo dall’agenzia “AsiaNews” diretta da padre Bernardo Cervellera, specialista della Cina, già direttore dell’agenzia vaticana “Fides”.

In risposta alla protesta vaticana, l’11 marzo il portavoce del ministero degli esteri cinese Liu Jianchao ha dichiarato che “gli organi della pubblica sicurezza non hanno preso nessuna misura restrittiva” contro il vescovo Wei Jingyi, e che “le voci riportate non corrispondono ai fatti”.

Un responsabile degli Uffici affari religiosi è stato più esplicito. Intervistato da Reuters, ha detto che il vescovo “si è recato all’estero con un documento di identificazione che portava il suo nome, ma la foto non era sua”. Ed è stato fermato per accertamenti.

Ma fonti di “AsiaNews” in Cina hanno confermato che il vescovo è tenuto in prigione ad Harbin. E ritengono inverosimile un suo viaggio all’estero.

Monsignor Wei Jingyi, 46 anni, è fra i più giovani vescovi della Chiesa cattolica “sotterranea”, clandestina, quella che si sottrae al controllo del governo sulle attività religiose ed è accusata, per la sua fedeltà al papa di Roma, di avere “rapporti con uno stato straniero”.

Prima d’essere ordinato vescovo nel 1995, Wei Jingyi ha fatto quattro anni di lavori forzati. Per un certo periodo è stato anche segretario della conferenza dei vescovi sotterranei, poi disgregata da un’ondata di arresti.

Già altri vescovi clandestini sono agli arresti, in Cina. Monsignor Su Zhimin, della diocesi di Baoding, e il suo ausiliare An Shuxin sono quelli in prigione da più tempo. Sono scomparsi nelle mani della polizia nel 1996.

Ma anche nella Chiesa cattolica “patriottica” – quella creata in opposizione a Roma dal regime comunista e controllata dall’Apcc, Associazione patriottica dei cattolici cinesi – vi è persecuzione: a causa dello spontaneo riavvicinamento al papa di molti suoi vescovi d’obbedienza governativa. In un recente articolo, “La Civiltà Cattolica” ha quantificato in 49, su un totale di 79, il numero dei vescovi patriottici tornati in comunione con il papa, in aggiunta ai 49 della Chiesa clandestina. E sono cifre attendibili, dato che ogni riga della rivista è controllata prima della stampa dalla segreteria di stato vaticana.


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Ebbene, proprio negli stessi giorni dell’arresto del vescovo clandestino Wei Jingyi, un altro vescovo cinese, appartenente alla Chiesa patriottica e nello stesso tempo fedele al papa, ha rilasciato un’intervista di eccezionale interesse al mensile “Mondo e Missione” del Pontificio istituto missioni estere di Milano.

Il suo nome è Antonio Li Du’an. È vescovo di Xi’an, l’antica capitale dell’impero che è stata anche la culla della cristianità in Cina. Xi’an è tra le otto diocesi della provincia dello Shaanxi, sul cui territorio sorgono un seminario maggiore con 150 seminaristi e uno minore con 50 studenti. I sacerdoti sono 265 e le suore 600, oltre a un centinaio di ragazze in fase di formazione. I luoghi di culto, quasi tutti restaurati o di recente costruzione, sono 400. I fedeli cattolici sono 20 mila, mentre l’intera provincia ne conta 260 mila. Nell’insieme della Cina si calcola che i cattolici siano tra i 12 e i 15 milioni, di cui 4 milioni appartenenti alla Chiesa patriottica.

Monsignor Li Du’an, 76 anni, è figura chiave per il prossimo futuro del cattolicesimo in Cina. Tra il 1954 e il 1979 è stato a più riprese in prigione, per complessivi diciotto anni. È stato ordinato vescovo di Xi’an nel 1987 per decisione del governo cinese, ma ha anche il riconoscimento della Santa Sede e gode di larga stima sia tra i cattolici patriottici che tra i clandestini. Sì è sottratto con coraggio all’imposizione di consacrare illegittimamente cinque nuovi vescovi patriottici a Pechino, il 6 gennaio del 2000, come pure, nell’ottobre dello stesso anno, alla campagna scatenata dal governo contro il Vaticano a motivo della canonizzazione di 120 martiri della Cina. Parla diverse lingue, tra cui l’italiano e il latino.

Si ipotizza che sia lui il cardinale segreto, “in pectore”, annunciato dal papa nel 2003.

L’intervista è stata raccolta da padre Gianni Criveller, del Pime, da dodici anni missionario a Hong Kong e in Cina. Era presente al colloquio la segretaria provinciale dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, signora Qu Xiao Ling. Ma nonostante ciò, monsignor Li Du’an ha fatto affermazioni nette a sostegno delle posizioni vaticane. In particolare questa, su un punto centrale di contrasto tra Roma e Pechino:

“Il papa ha il diritto di governo e di supervisione su tutta la Chiesa, un diritto che include l’elezione dei vescovi. In caso di mancata approvazione da parte del papa, noi non procederemo alla consacrazione [di alcun vescovo]”.

Un’altra sua affermazione importante riguarda il controllo del regime sulla Chiesa patriottica:

“L’Associazione patriottica non può stare sopra la Chiesa, deve essere interna alla Chiesa e sotto il vescovo”.

E un’altra i rapporti tra cattolici patriottici e clandestini:

“Io non sono un ribelle. Riconosco il primato del papa nella maniera più assoluta. Abbiamo la stessa fede, siamo gli uni e gli altri con il Santo Padre, dunque dobbiamo unirci nella struttura e dottrina tradizionale della Chiesa”.

Ecco qui di seguito l’intervista integrale, ripresa da “Mondo e Missione” del marzo 2004:


Con Pietro a ogni costo

Intervista con Antonio Li Du’an, vescovo di Xi’an


D. – Eccellenza, che dice della questione del primato del papa?

R. – “Il papa è il capo della Chiesa. L’apostolicità della Chiesa consiste nel fatto che la Chiesa discende dagli apostoli, con Pietro a capo. Il papa ha il diritto di governo e di supervisione su tutta la Chiesa, un diritto che include l’elezione dei vescovi. Noi non negheremo mai il diritto del papa, perché è un elemento essenziale della nostra fede cattolica. Ora, il diritto di governo del papa deve essere inteso come vero. In Cina tuttavia abbiamo la politica religiosa che sostiene l’amministrazione indipendente e democratica della Chiesa. Come possono le due cose essere conciliate? Io penso che la Santa Sede e il governo cinese abbiano i mezzi per risolvere questo problema. Il problema più pressante ora è l’elezione di nuovi vescovi. Nelle attuali circostanze non possiamo procedere alla consacrazione di un nuovo vescovo senza l’approvazione del governo. Se il governo non si oppone al nostro candidato, noi lo presentiamo alla Santa Sede per l’approvazione. In caso di mancata approvazione da parte del papa, noi non procederemo alla consacrazione”.

D. – Qual è la sua opinione circa le relazioni diplomatiche tra Cina e Santa Sede?

R. – “Io credo che entrambi le parti vogliano il ristabilimento delle relazioni, e credo che il papa lo voglia personalmente. L’ostacolo maggiore rimane l’elezione e la consacrazione dei vescovi. Le difficoltà ci sono, ma occorre dire anche sono stati fatti passi in avanti notevoli. Il governo cinese riconosce che il papa ha un ruolo di primato nella Chiesa cattolica. Noi preghiamo pubblicamente per il papa, affermando senza reticenze che la Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica. Io sono fiducioso che le distanze saranno colmate”.

D. – Nel 2003 sono stati approvati [dalla Chiesa patriottica] tre documenti in cui si sostiene il principio dell’amministrazione democratica della Chiesa. Che ne pensa?

R. – “Se questi documenti sono intesi secondo la tradizione cattolica, noi possiamo accettarli. Ma bisogna assolutamente salvaguardare il ruolo della gerarchia, che è stata voluta da Gesù stesso. Il potere dei vescovi, successori degli apostoli, è vero potere di governo. Certamente ogni vescovo ha i suoi limiti, e deve guidare la Chiesa come un servo. Ma il suo potere è autentico, non può essere ridotto ad un simbolo. Nessuno può sostituire il vescovo nella guida della Chiesa. Il concilio Vaticano II ha promosso la partecipazione dei laici nella Chiesa. Il vescovo deve aprirsi e accogliere il loro contributo, ma deve rimanere a capo, il suo ruolo non può essere svuotato!”.

D. – Come vede il ruolo dell’Apcc, Associazione patriottica dei cattolici cinesi?

R. – “Nella situazione in cui ci troviamo prendiamo atto che esiste l’Associazione patriottica. Se la sua funzione si configurasse come associazione di fedeli, non ci sarebbero problemi. L’Associazione patriottica non può stare sopra la Chiesa, deve essere interna alla Chiesa e sotto il vescovo”.

D. – Che cosa dice della Chiesa sotterranea?

R. – “Tutti i cattolici di Cina sono uniti dalla stessa fede. Per quanto ne so, il papa rispetta entrambe le comunità e ci chiama alla riconciliazione e all’unità. Alcuni nelle comunità sotterranee dicono che noi ci siamo ribellati al papa. Io appartengo alla ‘Chiesa aperta’, ma non sono un ribelle perché, nella maniera più assoluta, riconosco il primato del papa. Abbiamo la stessa fede, siamo gli uni e gli altri con il Santo Padre, dunque dobbiamo unirci nella struttura e dottrina tradizionale della Chiesa”.

D. – La modernizzazione sembra portare anche alla secolarizzazione. Come reagisce la Chiesa a questa sfida?

R. – “La secolarizzazione è una sfida universale, che si estende ora anche alla Chiesa di Cina. Nella società si assiste a una forte corsa al denaro e all’edonismo. Noi cristiani, compresi preti, religiosi e vescovi, viviamo nella società e ne siamo ovviamente influenzati, soprattutto i giovani preti. Essi vedono i loro coetanei arricchirsi e fare una vita comoda. Al contrario, la vita dei preti in Cina è molta dura, povera e senza soddisfazioni umane. È facile che si scoraggino, lo stesso vale per le giovani religiose”.

D. – Ritiene questa una delle cause della crisi di giovani preti e religiose?

R. – “Certo. Qui a Xi’an, grazie a Dio, abbiamo avuto solo due sacerdoti che hanno lasciato. Ma nel resto del Paese sono di più, tra il 5-10 per cento. Inoltre alcuni preti si trovano in gravi situazioni morali. Ma c’è da capire che, sopratutto nelle diocesi più povere, vivono una vita davvero difficile. I cattolici non possono aiutarli, la diocesi non può passare loro uno stipendio. E cosi pensano che la loro vita sia miserabile. Per le suore è anche peggio. La causa immediata della crisi è la questione affettiva. Ma è chiaro che la causa più profonda va individuata in una carenza di vita spirituale. Con una forte spiritualità i problemi affettivi ed economici sarebbero posti sotto controllo”.

D. – Com’è la situazione vocazionale?

R. – “Certamente abbiamo molti preti nello Shaanxi – 260 per 260mila cattolici – e abbiamo ancora molte vocazioni. Ma, dopo il boom degli anni Ottanta, a partire dagli anni Novanta le vocazioni sono diminuite progressivamente e alcune famiglie scoraggiano i loro figli a farsi preti. Nelle province della costa la situazione è grave. A Shanghai, per esempio, non ci sono quasi più vocazioni. Alcuni dei nostri seminaristi sono andati a formarsi e a servire in quelle diocesi”.

D. – La formazione dei seminaristi e delle religiose è adeguata?

R. – “Nel nostro seminario di Xi’an abbiamo 16 sacerdoti incaricati della formazione e dell’insegnamento, il più alto numero di tutta la Cina. Ma devo ammettere che la nostra qualità di insegnamento e di formazione è piuttosto bassa. Un altro problema è la scarsità di direttori spirituali, per cui la correzione spirituale e morale è praticata in modo imperfetto. Anche la formazione della maturità umana, psicologica e affettiva risulta insufficiente. A Xi’an facciamo tutto ciò che possiamo per educare i nostri numerosi giovani in formazione, seminaristi e suore. Purtroppo, in altre parti del paese, la qualità della formazione è persino minore”.

D. – Come si accerta l’autenticità delle vocazioni?

R. – “Anche questo è un problema serio. Molti nostri cattolici hanno una mentalità tradizionale: quando uno entra in seminario o in convento, deve diventare per forza prete o suora. Uno che esce arreca vergogna, o si suppone abbia fatto qualcosa di male. C’è ancora poca considerazione per la libertà personale. Non abbiamo persone con la preparazione aggiornata e adatta ad affrontare questa grave questione. Abbiamo chiamato preti e suore da Taiwan ed Hong Kong per aiutare, ma non basta. È disponibile un audiovisivo prodotto a Taiwan, che aiuta a verificare l’autenticità della vocazione. Io lo faccio vedere ai seminaristi e alle suore e spesso parlo loro di questo argomento. Ma ci vuole molto di più per aiutare personalmente ciascuno di loro!”.

D. – Cosa ci dice della vita religiosa femminile?

R. – “Purtroppo la mentalità maschilista è ancora radicata nella società e nella Chiesa. Abbiamo ancora preti e vescovi che credono che le suore esistano per servire e obbedire ai loro ordini. La coscienza della dignità della vita religiosa femminile non è ancora entrata in tutta la Chiesa di Cina. Io parlo alle religiose a partire dai documenti del papa, e le esorto a tenere in alto la loro dignità e il rispetto di sé, a non farsi mettere sotto i piedi da nessuno. Le esorto anche a studiare molto, a qualificarsi per assumere nuovi ruoli, così che tutti possano vedere da se stessi quanto meravigliose siano le religiose per la Chiesa e la società”.

D. – Che cosa fa la Chiesa in campo sociale?

R. – “Dal 2002 è attivo nella nostra diocesi l’Ufficio cattolico per il servizio sociale, sostenuto da Misereor [l’organismo di cooperazione internazionale della Chiesa cattolica tedesca]. Funziona molto bene: disponiamo di cinque operatori a tempo pieno e di tre volontari. Sosteniamo microprogetti in villaggi poveri di tutta la provincia dello Shaanxi: pozzi, irrigazione, salute (in particolare operazioni di cura del labbro leporino), educazione (compresa la costruzione di piccole scuole), orfani, aiuti per calamità naturali… Aiutiamo chiunque abbia bisogno, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. È uno sviluppo nuovo per la Chiesa di Cina, e in questo campo, devo dire, la nostra diocesi è all’avanguardia”.

D. – Nelle famiglie cattoliche cinesi si trasmette la fede?

R. – “Una volta la fede veniva trasmessa con successo dai genitori ai figli. Oggi avviene ancora, ma con più difficoltà. Ora c’è bisogno che le famiglie siano aiutate in questo compito, perché non possono affrontare da sole i pericoli della secolarizzazione. Negli scorsi anni tenevamo corsi di formazione alla fede per giovani e campi estivi per bambini: ora le autorità ci hanno proibito di continuare questo programma”.

D. – Quali sono le prospettive dell’evangelizzazione?

R. – “È risaputo che molti giovani sono attratti alla fede cristiana. Anche un certo numero di intellettuali si è aperto al cristianesimo”.

D. – In questo sembra che i protestanti incontrino un successo maggiore.

R. – “Sì certo, stanno crescendo in modo più rapido. Loro sono molto più attivi. Ognuno di loro deve ‘portare frutto’, cioè portare nuovi membri nelle comunità. Poi chi entra viene accolto con entusiasmo e calore, molto più che da noi. La dottrina che offrono ai neofiti è più semplice ed essenziale della nostra, più facile da capire e accettare. Inoltre sono molto più in contatto con il mondo studentesco e intellettuale, che ama una fede biblica, senza doveri e obbligo di frequenza. Ma noi dobbiamo essere contenti del loro successo: in un modo o l’altro è Cristo che viene annunciato. E poi alcuni di loro approfondiscono la fede, e arrivano ad apprezzare i tesori della dottrina e della tradizione cattolica”.

D. – Dunque la Chiesa cattolica sembra mancare di spirito missionario?

R. – “Nella Chiesa cattolica cinese lo spirito missionario c’è, sono molti gli esempi che potrei portare. La nostra crescita è ancora lenta, e non siamo in grado di raccogliere tutto l’interesse che serpeggia nella società, ma faremo meglio. Io sono ottimista, posso personalmente testimoniare che negli ultimi vent’anni ci sono stati cambiamenti positivi. Questo è il tempo migliore per l’evangelizzazione in Cina. Mai la gente è stata cosi aperta e favorevole alla fede cristiana”.

D. – È in corso un cambio generazionale: ha fiducia che i giovani vescovi guideranno bene la Chiesa?

R. – “Fra dieci anni ci saranno solo vescovi molto giovani a guidare la Chiesa di Cina. Io non ci sarò, ma ho fondate speranze che essi faranno bene. E credo che il Signore li assisterà”.

D. – Che cosa può imparare dalla Chiesa cinese una Chiesa come l’italiana?

R. – “Siamo una Chiesa in mezzo a difficoltà, e ci rendiamo conto che non diamo abbastanza testimonianza a Gesù Cristo. Non abbiamo niente da offrire alla Chiesa in Italia. Siamo ancora poveri, abbiamo ancora bisogno di ricevere. Nel 1992 sono stato in Italia. Ho visitato Roma, le basiliche, le tombe degli apostoli. Roma è cosi importante perché ha la testimonianza degli apostoli, è il luogo della prima cristianità. Questa è la gloria dei cattolici italiani, che hanno sempre mantenuto la fede cattolica, che sono sempre stati fedeli alla Chiesa e al papa. Io spero che continueremo a imparare dalla fedeltà dei cattolici italiani”.

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Il link al mensile “Mondo e Missione” del Pime, Pontificio istituto missioni estere, di Milano:

> “Mondo e Missione”

Per il 27 marzo, il Pime ha organizzato una giornata di studi su:

> “Fede cristiana e cultura cinese ieri e oggi”

E inoltre ha lanciato la proposta di una Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina. Commenta il condirettore di “Mondo e Missione”, Gerolamo Fazzini: “È un’iniziativa tipicamente cristiana. Contro la fame nel mondo o le mine antiuomo possono mobilitarsi tutti, sono cose ‘che fanno anche i pagani’. Ma la preghiera è di noi cristiani o non è di nessuno! E la Cina ha tanto bisogno di preghiera, anche in senso ecumenico, visto che là i protestanti non hanno meno guai dei cattolici”.

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L’agenzia diretta da padre Bernardo Cervellera, informatissima sulla Cina:

> “AsiaNews”

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L’articolo di “La Civiltà Cattolica” del 6 marzo 2004 con i dati sulle Chiese patriottica e clandestina ha per titolo “C’è un risveglio religioso in Cina?” e per autore il gesuita Benoît Vermander, dell’Istituto Ricci di Taipei, Taiwan:

> “La Civiltà Cattolica”


l’Espressonline  15/3/2004