(il domenicale) La passione secondo Gibson

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Novak: È il film più potente che abbia mai visto.


Michael Novak
(Traduzione di Marco Respinti)
© il Domenicale-The Weekly Standard

Il Credo di Nicea, che più di due miliardi di cristiani
nel mondo recitano ogni domenica, dichiara che Gesù
Cristo fu «crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì
e fu sepolto». Queste dieci parole, più di qualunque
altra cosa, costituiscono il tema di The Passion, il
nuovo film di Mel Gibson.

Benché programmato per essere proiettato nelle sale
cinematografiche di tutto il mondo solo il prossimo
Mercoledì delle Ceneri, la scorsa primavera The Passion
ha generato più discussioni di qualsiasi altro film di
recente produzione: un profluvio infinito di commenti,
di comunicati per la stampa, di dibattiti e di denunce a
proposito di un lungometraggio, recitato in aramaico e
in latino, che nessuno dei commentatori ha però ancora
visto.

Forse a causa di tutta questa pubblicità, negativa e
positiva, il 14 luglio Gibson ha quindi realizzato un
trailer del film. E poi, il 21, ha proiettato a Washington
una prima versione non ancora limata dello stesso,
sottotitolata in inglese, per alcuni commentatori e
alcuni scrittori interessati.

È il film più potente che abbia mai visto.

Dal giorno in cui ho assistito alla sua proiezione, non
sono riuscito a levarmelo dalla mente. Quantunque abbia
letto diversi libri sulla morte di Gesù, e udito
innumerevoli omelie ricche di dettagli, non avrei mai
creduto che un essere umano potesse soffrire quanto
soffre il Cristo di Gibson.

Visti dalla prospettiva della madre di Gesù, come il film
permette agli spettatori di fare, i suoi patimenti sono
doppiamente dolorosi: assieme a sua madre, infatti,
assistiamo anche noi all’insopportabile flagellazione che
i romani, obbedendo agli ordini di Pilato, infliggono con
particolare godimento a Cristo fino quasi a causarne la
morte. La colonna a cui Gesù è incatenato non gli arriva
alla cintola e così lo costringe a piegare la schiena
mentre cerca di reggersi in piedi.

Quando viene trascinato via, il suo sangue si spande a
chiazze sul marmo bianco del pavimento. Nel momento più
basso e orribile dell’intera vicenda, quando Gesù viene
incoronato di spine, si odono riecheggiare le risate dei
soldati. E poi Cristo martoriato cade pesantemente sulla
schiena flagellata e sanguinante, schiacciato
dall’impossibile peso della croce.

Patì sotto Ponzio Pilato

In un certo senso, esistono solo cinque narrazioni
storiche della Passione: quelle contenute nei Vangeli di
Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni, e quella stilata
in modo scarno ma vivido nelle lettere di san Paolo.
Precedendo le altre di una trentina d’anni, la narrazione
di Paolo è la prima di cui si dipone e, a grandi linee,
rappresenta ciò in cui credeva la prima generazione di
cristiani. Nei secoli, poi, il racconto della morte di
Cristo e il suo significato sono rimasti in gran parte gli
stessi.

Le narrazioni di quesi fatti, che più esaustivamente danno
Matteo, Marco, Luca e Giovanni si completano a vicenda,
spesso sovrapponendosi e a volte contraddicendosi l’una
l’altra in alcuni dettagli secondari che i testimoni
oculari (o chi ne ha raccolto le testimonianze) spesso
riportano in modi diversi.

Ma tutte le narrazioni cristiane concordano sul fatto che
Gesù Cristo abbia sofferto e sia morto per i peccati di
tutti gli uomini di ogni tempo e questo per ordine del
console romano a Gerusalemme, Ponzio Pilato.

Le narrazioni ebraiche concordano peraltro nel dire che
Gesù era un ebreo che soffrì e che morì sotto le autorità
romane.

Alle autorità ebraiche, però, ciò che egli pretendeva di
essere sembrò allora (e così sembra sin da allora)
blasfemo, giacché Cristo annunciò chiaramente di
possedere un’autorità superiore a quella dei sommi
sacerdoti e dei rabbini, disse apertamente di essere più
grande di Salomone e si mise su un piano superiore a Mosè.
Spingendosi addirittura oltre, osò chiamare Dio suo padre.
Ciò che Cristo disse di essere sembrò portare divisione e
al contempo minacciare.

Molte persone – dissero le autorità ebraiche a Pilato –
si erano messe a seguire quell’uomo. La sua storia,
dicevano, mostrava come egli usasse la magia, facesse
miracoli e frequentasse i demoni.
Era stato inviato da Dio, almeno così diceva, «per
adempiere le Scritture». Le sue continue predicazioni
potevano dunque causare sommosse e ribellioni. Ma solo
i romani avevano il potere di fare a Gesù ciò che gli
fu fatto e così fu sotto l’autorità di Ponzio Pilato,
e per mano dell’impero romano, che Gesù «fu crocifisso
[…], morì e fu sepolto».

Al tempo della morte di Gesù, il cristianesimo era
ancora nell’ambito dell’ebraismo.
La stessa Chiesa cristiana non prese inizio dalla
Passione, ma cinquantatré giorni dopo, alla Pentecoste,
quando gli apostoli lasciarono quella sala «al piano
superiore» che si trovava in Gerusalemme con il dono
delle lingue.

Con la sua predicazione, Gesù aveva sfidato direttamente
l’ebraismo, annunciando espressamente una «nuova»
alleanza che doveva «completare» e «compiere» l ‘«antica».
E non v’è dubbio che la morte di Gesù abbia comportato la
separazione fra cristiani ed ebrei. Ciononostante, da un
punto di vista cristiano, la vita e gl’insegnamenti di
Gesù, così come la sua nuova alleanza, non cancellano né
distruggono l’antica. Dio non può non mantenere le
proprie promesse. Inoltre, se il Creatore non restasse
fedele alla sua prima alleanza con gli ebrei, come
potrebbero i cristiani attendersi da Lui fedeltà alla
nuova alleanza stretta con loro?

I cristiani, quindi, ritengono che il cristianesimo
compia le speranze portate nel mondo dall’ebraismo.
Ritengono pure che gli ebrei che hanno rifiutato il
cristianesimo siano i ricettacoli del primo amore di Dio.
Nel piano misterioso di Dio, il perdurare dell’ebraismo
nel tempo è una grazia che dev’essere rispettata in base
allo stesso principio su cui si regge la fede cristiana:
la fedeltà di Dio e alle sue promesse, che non verranno
mai meno.

I capi ebrei della generazione che conobbe Gesù ne
rifiutarono di fatto la persona e le asserzioni,
accusandolo di blasfemia.

Tuttavia, come dice il Concilio Ecumenico Vaticano II nel
suo pronunciamento sul giudaismo, «[…] gli Ebrei, in
grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui
doni e la cui vocazione sono senza pentimento». Il
Concilio proibisce dunque severamente di presentare gli
ebrei «[…] come rigettati da Dio» e «come maledetti,
quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura»,
deplorando «[…] gli odi, le persecuzioni e tutte le
manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei
in ogni tempo e da chiunque». Questa condanna riguarda
peraltro anche i peccati commessi dalla stessa Chiesa. Il
Concilio, infatti, sottolineando l’eredità spirituale
comune a entrambe le alleanze, ha pronosticato un futuro
in cui le due comunità serviranno Dio «sotto lo stesso
giogo».

Ho vestito i panni dell’ebreo

Il film di Gibson è totalmente coerente con il modo in cui
il Concilio Vaticano II inquadra le relazioni fra ebraismo
e Chiesa cattolica. Ma per gli ebrei The Passion non sarà
una pellicola facile da guardare.

Anzitutto semplicemente perché è interamente incentrato
sulla morte di una persona, Gesù Cristo, che, per molti
ebrei, portò solo la divisione.

In secondo luogo perché non è mai facile rivivere un
momento in cui i capi della propria comunità – per quanto
giustificati dai propri lumi e dal proprio senso di
responsabilità possano essere stati – mostrano
pubblicamente un comportamento ben poco nobile.
Da cattolico, provo umiliazione ogni volta che al cinema
un pontefice, un cardinale, un arcivescovo o addirittura
un semplice sacerdote viene ritratto in maniera poco
onorevole. Anche quando quei personaggi se lo meritano,
lo spettacolo non mi piace.

Nella prima parte del racconto evangelico della Passione,
i sommi sacerdoti di Gerusalemme che stanno di fronte a
Pilato sono – e questo è senza dubbio doloroso per gli
ebrei di oggi – la voce della persecuzione.

Nelle scene iniziali del film, che ho cercato di guardare
immaginandomi di essere ebreo o di avere un collega ebreo
seduto accanto a me, mi sono detto: “È troppo penoso”.
Avendo vissuto numerosi momenti analoghi da cattolico,
non ho gradito l’esperienza.

Rapidamente, però, l’azione del film passa ai romani.
I soldati romani infliggono sistematicamente dolore a Gesù
con gusto, canzonandolo a cuor leggero e con il sadismo
pratico di chi sa come tenere sottomessi i popoli che ha
sottomesso.

Il dramma schiacciante sta nel fatto che Cristo si
sottopone volontariamente a queste sofferenze
insopportabili allo scopo di dare un ordinamento
completamente nuovo alla vita umana. Il film, come i
Vangeli, è inequivocabile nel porre questa questione
davanti agli occhi degli spettatori. Sono in qualche modo
i nostri peccati quelli per cui Gesù sta morendo.

La Passione di Gesù Cristo, infatti, non è un dramma
etnico.
Riguarda l’umanità intera. Certo, l’eroe del film è ebreo,
sua madre è ebrea, i suoi apostoli e i suoi seguaci sono
ebrei.
Ma della Passione di Gesù non si comprenderebbe davvero
alcunché se non si notasse come egli sia stato sottoposto
alle sofferenze che ha patito per il bene di noi tutti.
Sin dal principio, l’insegnamento della vita di Gesù è
stato: «Prendi la tua croce e seguimi».

Prima della sua morte, però, il significato di questo
insegnamento non poteva essere compreso appieno. Il film
suggerisce quindi agli spettatori l’idea che, assistendo
ai patimenti di Cristo, i nostri stessi patimenti trovano
un precursore e un maestro.
Soffrire come Cristo può redimere.
Tutto dipende da come disponiamo il nostro cuore alla
sofferenza.

Sulla croce, il Cristo del film di Gibson offre perdono,
riconciliazione e unità.
Attribuire i suoi patimenti ai peccati degli altri, invece
che ai propri, significherebbe associarsi a quei soldati
che, strepitando, gl’inflissero tutto quel dolore a cui
gli spettatori faranno davvero fatica ad assistere.

Se i cristiani accusassero di ciò gli altri,
schernirebbero Cristo una volta in più.
Conficcherebbero ancora una volta la corona di spine nel
suo cranio.

Un incontro con l’Eterno

Vi sono inaccuratezze storiche nel film?
Sì, alcune di poco conto (a cominciare dal latino
pronunciato all’italiana da chi impersonifica i romani).

Il film si discosta dalle fonti storiche?
Chi è abituato a udire spesso le letture evangeliche si
troverà perfettamente a proprio agio, ma Gibson non ha
affatto cercato di realizzare un documentario accademico.
Il suo film è un fluire d’immagini vivide che si susseguono
a ritmo lento stagliandosi su uno scenario che potrebbe
essere qualsiasi luogo del mondo.

Il parlato è in gran parte aramaico (latino quando parlano
i romani), oggi compreso davvero da pochissimi.
I suoni di questa lingua inconsueta pongono però lo
spettatore al di fuori di qualsiasi tempo o luogo,
trasportandolo in una sorta di spazio infinito e universale.

Il clima che The Passion genera è di meditazione e di
contemplazione.
Il tono è lo stupore.
Le emozioni tacciono.
Alla fine della proiezione a cui ho assistito, il pubblico
non ha proferito parola né mosso un muscolo per alcuni
minuti.
Ci siamo sentiti tutti parte di un momento umano
indescrivibilmente importante.
Eravamo stati trasportati in un punto assiale di silenzio
e di meraviglia.
Questa è la potenza di un’autentica opera d’arte; e, nella
sua integrità artistica, The Passion annichilisce tutti i
film biblici che lo hanno preceduto.

I suoi avversari sbagliano

Ma realizzare un film sulla morte di Gesù Cristo è un
evento pubblico e ha conseguenze pubbliche che debbono
essere prese in considerazione.

Prima di vedere The Passion, condividevo le preoccupazioni
fortemente espresse sul film dall’Anti-Defamation League
e da altre organizzazioni ebraiche.

Il modo in cui la Passione di Gesù è stata trattata nella
storia non era affatto rassicurante su Mel Gibson sono
circolate diverse voci negative sin dal momento in cui il
progetto fu annunciato, molte delle quali relative alle
concezioni scismatiche attribuite a suo padre, che oggi
ha novantadue anni.

Cosa più importante, la nostra è un’epoca particolarmente
brutta per gli ebrei del mondo. I tabù che sembravano
essersi solidamente affermati dopo il 1945 si sono
improvvisamente dissolti. In Francia si dissacrano i
cimiteri ebraici, in giro per l’Europa si gridano
pubblicamente slogan orrendi, i film mostrano atti di
violenza perpetrati ai danni di passanti ebrei e nel
mondo arabo i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, che
si pensavano screditati per sempre, vengono accolti a
braccia aperte con nuova creduloneria.

Il film di Gibson, però, semplicemente non fa parte di
questa orribile tendenza.

L’8 agosto, a Houston, alcuni rappresentanti dell’Anti-
Defamation League hanno assistito a una proiezione
riservata della pellicola ancora da limare per poi
lanciare, l’11, un nuovo comunicato che ancora tornava
ad attaccare il lungo-metraggio «nel suo stato attuale».

Ma l’interpretazione che essi hanno dato del film non
quadra con il film che ho visto io.
Gibson omette alcuni dei passi del Nuovo Testamento più
dolorosi per i lettori ebrei, quali per esempio la
frase: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i
nostri figli».

Gibson aggiunge poi alcune scene moderatrici come quella
in cui alcuni farisei si allontanano dal processo contro
Gesù dissentendo dal Sinedrio e quella in cui, più avanti,
un membro dello stesso Sinedrio, Giuseppe di Arimatea,
aiuta a rimuovere il corpo esanime di Cristo dalla croce.

Fattore ancora più importante, poi, la narrazione
gibsoniana mostra come solo Pilato abbia il potere di
mettere Gesù a morte e l’intera economia narrativa del
film attribuisce la responsabilità del gesto a Roma e ai
romani. L’Anti-Defamation League sbaglia ad affermare
che le autorità ebraiche «forzano la decisione» e che il
sommo sacerdote ebreo «controlla» Ponzio Pilato. Gli
ebrei non avevano questo potere e nel film lo dicono.

Pilato cerca sì di passare ad altri la responsabilità,
prima a Erode e poi ai sommi sacerdoti. Finge pure che
la decisione non spetti a lui, ma sa bene che non è
così e quindi impartisce ordini che solo lui può dare.
Ai suoi soldati piace commettere quegli atti brutali,
come ovviamente era già piaciutio loro in precedenza.
Gli storici, del resto, indicano come essi, sotto
Pilato, abbiano compiuto le raccapriccianti operazioni
della crocifissione circa 150 volte.

Non vi è dubbio sul fatto che il processo contro Gesù
non sia stato, nel racconto cristiano, il momento
migliore vissuto dal sommo sacerdote e dal suo consiglio.
Ma le prime due generazioni di cristiani erano quasi
interamente composte da ebrei. I primi cristiani si
ritenevano ancora ebrei e all’inizio erano rimasti
molto colpiti nel vedere come i funzionari ebrei li
rifiutassero e li perseguitassero.
Le narrazioni degli evangelisti sono apertamente scritte
per convincere i credenti ebrei del fatto che Gesù abbia
compiuto le profezie bibliche e quasi ogni parola di
quelle scritte per criticare i capi ebrei di quella
generazione allude alle condanne proferite dai profeti
ebrei contro i capi ebrei precedenti.
I primi cristiani ritenevano che le critiche che essi
rivolgevano agli ebrei fossero quelle tipiche che si
pronunciano all’interno della propria comunità di
riferimento e quindi avevano un taglio diverso da
quello che avrebbero avuto se fossero venute da
elementi totalmente esterni.
Solo gradualmente, e con una certa sorpresa, i cristiani
realizzarono che, pur ritenendosi ebrei zelanti,
appartenevano a una comunità nuova.

Benché potente dal punto di vista visivo come solo i
film possono essere, la pellicola di Gibson riconosce
che le critiche cristiane ai capi ebrei hanno oggi una
valenza differente da quella che ebbero nei primi anni
successivi alla morte di Gesù; nell’insieme, infatti,
il film ammorbidisce gli elementi ebraici della
narrazione evangelica e, seguendo il Nuovo Testamento,
pone l’onore dell’accaduto sulle spalle dei romani.

Eppure gli ebrei non concorderanno affatto nel dire che
Gesù, in quanto Messia, prese su di sé i peccati di tutti,
sacrificandosi.
Questo fa di un film sulla Passione non solo il ricordo
della dolorosa separazione fra due comunità, ma anche
una storia carica di significati drammaticamente diversi
per gli spettatori cristiani e per quelli ebrei.
E per questo non esiste una soluzione immediata, a meno
di bandire a priori qualsiasi tentativo di realizzare
una pellicola sulla morte di Gesù.

La versione gibsoniana, però, non vuole provocare
divisioni né minacciare gli ebrei.
Senza fare facili prediche, senza l’ausilio di commenti
esterni, questo rivivere cinematograficamente quelle
scene ha il potere di trasformare in modo poderoso,
misterioso e pacato.
Quando The Passion verrà proiettato il prossimo Mercoledì
delle Ceneri, il suo effetto nel mondo sarà quasi
certamente conciliante, rappacificante e
tranquillizzante, giacché il film suscita stupore di
fronte alle sofferenze che c’infliggiamo gli uni gli
altri.

Attraverso il film, lo spettatore è costretto ad
assistere alla passione di un singolo uomo.
Un uomo che pretende di essere il Figlio di Dio sa in
anticipo, come la pellicola mostra, la pena sconfinata
che sta per patire, al solo pensiero della quale suda
sangue.
Ma egli accetta volontariamente questo fardello e
persevera a ogni colpo inflitto nelle sue carni solo
per dare un modo nuovo di vivere all’intero genere
umano.

Ciò che Gibson ha saputo fare non sgorga solamente,
nemmeno principalmente, dall’arte di un cineasta.
Che egli l’abbia inteso così o no, forse perché nel
film Gibson mette soltanto la disadorna schiettezza dei
Vangeli, The Passion è una meditazione e una preghiera.

http://www.ildomenicale.it/

DIFENDIAMO IL FILM
Guerra preventiva: come potrebbe definirsi altrimenti
la condanna senz’appello con cui “The Passion” è già
stato spedito fra i reprobi prima ancora di essere
visionato?
In attesa che il film esca in contemporanea nelle sale
cinematografiche di tutto il mondo, se ne possono
gustare i “trailer” al sito
http://www.passion-movie.com/engli-sh/media.html.
Dove è pure possibile sottoscrivere una petizione
mirante a tagliare la coda di paglia a ogni possibile
pavidità dei distributori.