Il dialogo non è buono in sè

Chiesa

Fino a che punto il concetto moderno di dialogo è penetrato nella teologia cattolica?

di Stefano Fontana

Il dialogo moderno è senza verità. Se la teologia cattolica lo assume, direttamente o indirettamente, produce un dialogo non cattolico. Il problema, prima che teologico, è filosofico. Di fatto oggi ci sono molti segni di questa assimilazione cattolica del significato moderno del dialogo.

[…] A questo punto sono del parere che il problema sia di chiarire fino a che punto la teologia cattolica abbia accolto il concetto moderno di dialogo.
Questa visione moderna in realtà  rende il dialogo o impossibile o inconsistente: o lo annulla nella sua stessa possibilità o lo considera un vuoto vociare, una affabulazione autoreferenziale.
Il motivo è che il dialogo, per essere possibile, deve avere la verità  dietro di sé e non in sé o davanti a sé, come avviene invece per il dialogo secondo il pensiero moderno.

Se uno legge i Dialoghi di Platone si tende subito conto che nessuno degli interlocutori, e men che meno Socrate, pensa di stabilire la verità  dialogando, tutti sanno piuttosto che dialogando possono trovare la verità.
Segno di questo avvenimento sarà, come dice Platone, l’omologia, ossia il convergere delle due intelligenze dialoganti su una verità  solo perché costrette dalla forza cogente del logos. Logos che é misura del dialogo in quanto é espressione della realtà  delle cose, dell’ordine del cosmo o, dopo l’avvento del cristianesimo, della Sapienza di Dio.

Se prendiamo un articolo qualsiasi della Summa theolgiae di San Tommaso, troviamo anche qui il dialogo, o meglio l’argomentazione condotta in modo dialettico. Prima San Tommaso dà  ragione a chi la pensa al contrario di lui, poi elenca i motivi a sostegno di questa tesi, poi introduce un argomento che la confuta, quindi enuncia la tesi vera che ne emerge e confuta uno ad uno tutti gli argomenti precedentemente elencati.
Da questo dialogo risulta provata una verità  che prima del dialogo ancora non si conosceva ma che già  esisteva nella realtà  delle cose.

Il dialogo presuppone la verità , ossia presuppone una misura per il dialogo stesso, una misura che stabilisca chi, nel dialogo, ha ragione e chi ha torto. E’ questo a dare senso al dialogo: la fede razionale in una misura del dialogo stesso che preesiste e fonda il dialogo.
Ma proprio questo viene a mancare nel pensiero moderno, il quale strutturalmente rifiuta una verità  oggettiva che si imponga alla nostra intelligenza solo in virtù della sua forza cogente. Da quel momento si può dire che il dialogo sia diventato s-misurato, sia nel senso che tutto è diventato discutibile dialogicamente, compresi i presupposti del dialogo stesso, sia nel senso di non avere una misura che gli dica quando é corretto e veritiero e quando no.

Si tenga presente che, senza una misura, il dialogo non solo diventa vuoto e autoreferenziale ma diventa anche violento e dipendente dalla ragione del più forte, che non è mai una ragione.
E’ significativo che la dialettica, ossia la forma classica di dialogo teorizzata dai Greci ed applicata nel Medio Evo,  sia intesa da Callicle o Trasimaco come il fondamento della società nel senso del diritto del più forte, e nella modernità venga concepita da Hegel e da Marx come l’origine conflittuale del riconoscimento reciproco, ossia come origine della socialità .
Alla base della vita sociale non ci sarebbe l’amicizia ma la conflittualità che diventa così anche la molla della vita sociale. In altre parole il dialogo senza verità é violenza, l’opposto di quanto dice il pensiero moderno per il quale invece ad essere violento è il dialogo che presume una misura di verità.

A dire il vero, insigni pensatori moderni hanno capito l’insostenibilità  di un dialogo inteso in questa forma. Jurgen Habermas é senz’altro il filosofo contemporaneo che maggiormente si è dedicato al tema del dialogo, facendolo diventare l’anima stessa della democrazia, vista come il luogo di un immenso dialogo tra uguali.
Però anche lui ha dovuto alla fine cedere e proporre che, almeno come presupposti procedurali, fossero assunti di comune accordo alcuni criteri di misura del dialogo. Ma se per assumere di comune accordo questi criteri procedurali si deve dialogare senza una misura, anche quei criteri procedurali condivisi saranno senza misura. Il pensiero moderno ha distrutto i criteri non convenzionali per giungere poi a sostituirli con altri convenzionali. Ma una misura solo convenzionale del dialogo, si sa, ha breve durata in quanto a disposizione del più forte.

Il problema, si diceva, è di vedere fino a che punto la teologia cattolica contemporanea abbia assunto questa visione moderna del dialogo, un dialogo il cui contenuto è la sua stessa forma.
Ho già  detto […] che a cominciare da Karl Rahner questa concezione è fortemente penetrata nella Chiesa cattolica a legittimare il dialogo per il dialogo, il dialogo come evento, come con-venire indipendentemente dai contenuti, il dialogo fusione di orizzonti interpretativi (Habermas).
Il dialogo così inteso non è certamente cattolico.

Vorrei fare qui solo un esempio tra i tanti. Si parla molto oggi di parrhesia, ossia della libertà  di dire quello che si pensa nella Chiesa in funzione appunto del dialogo ecclesiale.
Durante il Sinodo sulla famiglia degli anni 2014-2015 abbiamo così assistito a vescovi che, nel dibattito sinodale, dicevano cose errate dal punto di vista della dottrina cattolica, confondendo i fedeli e imostrando di intendere la parrhesia come un dialogo privo di misura.
In questo modo essi dimostravano di aver assunto il concetto moderno di dialogo, con conseguenze molto negative.

da: http://www.vitanuovatrieste.it/fino-a-che-punto-il-concetto-moderno-di-dialogo-e-penetrato-nella-teologia-cattolica/

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