(il Velino) Mortara, l’ebreo innamorato di Pio IX

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Vittorio Messori torna a parlare di Padre Edgardo Mortara

 

Di Paolo Luigi Rodari

Tutto accadde nel 1852. Nella Bologna ancora papale, una domestica cristiana assunta dalla famiglia del commerciante ebreo Momolo Mortara battezzò, di sua iniziativa Edgardo, il figlio di Momolo, cui i medici avevano dato poche ore di vita. Inaspettatamente il bambino si riprese e, sei anni più tardi, la notizia del battesimo furtivo ma valido, giunse all’orecchio di papa Pio IX che, nel rispetto della legge civile e religiosa in vigore nei territori della Chiesa, legge che obbligava ad educare cristianamente i battezzati, ordinò che Edgardo venisse accolto in un collegio di Bologna sino alla maggiore età, quando avrebbe deciso liberamente se tornare alla religione ebraica o meno.
L’allora papa Pio IX accolse il bambino nel collegio bolognese e, di più, assicurò al piccolo Edgardo che sarebbe stato per lui un padre affettuoso e premuroso. Come difatti fu, fino alla morte. Su istigazione di Cavour, tuttavia, le istituzioni ebraiche protestarono vivamente e accusarono Pio IX di rapimento senza però che quest’ultimo rinnegasse le decisioni precedentemente prese. Edgardo crebbe e, raggiunta la maggiore età, decise di divenire religioso nell’ordine dei Canonici regolari Lateranensi, assumendo il nome di “Pio”, un omaggio a colui che il mondo considerava il suo rapitore, ma verso il quale egli nutrì sempre una devozione e una gratitudine straordinarie. Oggi, dopo un secolo e mezzo, è lo scrittore nato a Sassuolo (Modena) 64 anni fa, Vittorio Messori, a tornare a parlare del caso Mortara attraverso la stesura di un libro – “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX” – da poco editato per i Tipi Mondadori. Lo fa, Messori, pubblicando in toto un memoriale inedito dello stesso Edgardo Mortara. Un volume in cui Mortara si schiera dalla parte di Pio IX: “Verrà un giorno – spiega nel memoriale Mortara – in cui i posteri accoglieranno i poveri discorsi del bambino Mortara, per legarli a profumate ghirlande di fiori immortali che orneranno e decoreranno l’altare sopra il quale la cattolicità saluterà, con acclamazioni entusiastiche, Pio IX, il Santo”.
Il memoriale pubblicato da Messori è la traduzione dallo spagnolo di un testo conservato a Roma nell’archivio di uno degli ordini più antichi della Chiesa: i Canonici regolari del Santissimo sacramento Lateranense. Si tratta di pagine scritte da padre Edgardo Mortara nel 1888, quando aveva 37 anni ed era in Spagna per il periodo di apostolato. Il volume di 165 pagine è un diario in cui Mortara difende in modo vigoroso Pio IX e il suo operato. “Ogni volta che sono tornato nell’Eterna città – scrive Mortara – profondamente commosso mi sono prostrato sulla tomba del mio Augusto Padre e Protettore, verso il quale la mia gratitudine non ha limiti e che sempre riterrò come un savio e santo Pontefice”. Nel memoriale Mortara riporta anche alcune parole pronunciate dallo stesso Pio IX: “Grandi e piccoli – racconta Pio IX – mi vollero rapire questo bambino, accusandomi di essere un barbaro e uno spietato. Non pensano che anch’io sono un padre”.
“Allorché venni adottato da Pio IX – racconta ancora Mortara – tutto il mondo gridava che ero una vittima, un martire. Ma io vivevo felicemente in san Pietro in Vincoli. Sono intimamente convinto, per tutto l’insieme della vita del mio augusto Protettore e Padre, che il Servo di Dio Pio IX era un santo. Ed ho la convinzione che un giorno sarà elevato, come merita, alla gloria degli altari”. Il libro è aperto da una lunga introduzione di Messori che, oltre a ricostruire le deformazioni storiografiche che si sono stratificate nel corso d’un secolo e mezzo, denuncia anche l’ipocrisia di chi, stracciandosi le vesti per le sorti del bambino ebreo sostenne poi l’impiego di metodi analoghi purché rivolti contro la Chiesa e il cristianesimo. “Si levavano urla assordanti contro una Chiesa che rivendicava un bambino – denuncia Messori -. Intanto si assentiva alla massima terribile, secondo la quale i figli appartenevano non ai genitori ma, innanzitutto, allo Stato: prima con la scuola, che li formava a un orientamento irreligioso e, poi, con la leva militare, che spesso, ad arbitrio della classe politica del momento, li conduceva a morte”.


© Il Velino 5 settembre 2005