(il Timone) La rivoluzione culturale di Repubblica

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CULTURA


di Rino Cammilleri

Scusate se ancora una volta insisto sull’importanza della
cultura ma ho sotto gli occhi l’agenzia “Corrispondenza
romana” dell’11 febbraio 2006 e quanto vi è riportato mi ha
fatto venire il sangue agli occhi.
Riassumo: intervistato dal settimanale “L’Espresso” (il 26
gennaio u.s.) per celebrare i trent’anni anni di attività
del quotidiano “La Repubblica” (fondato il 14 gennaio 1976
da Eugenio Scalfari), il suo attuale direttore, Ezio Mauro,
ha sottolineato l’importanza della battaglia culturale per
il successo della guerra politica.
Egli ha affermato -con orgoglio- che il suo quotidiano “è
stato un agente della modernizzazione” del Paese e che il
suo successo (ricordo che “Repubblica” è il secondo
quotidiano nazionale per copie vendute dopo il “Corriere
della Sera”, che non di rado raggiunge e talvolta supera) è
dovuto al fatto di essere manifestazione e strumento “di un
mondo più culturale che politico”.
La sua azione è stata principalmente “culturale”, intendendo
con questo termine la creazione di mentalità, tendenze e
costumi di massa.
Insiste Mauro: “Oggi la discussione sui grandi temi etici e
culturali predetermina le scelte politiche. I giornali lo
hanno capito, almeno alcuni”. E fa l’esempio del quotidiano
“Il Foglio”, che conduce una battaglia culturale di segno
opposto, dicendo che “su questo, la partita giornalistica è
tra noi e loro”.

Si noti che non ha nemmeno preso in considerazione altre
testate pur alla sua in linea di principio avverse come “Il
Giornale” o “Libero” o “La Padania”, che tifano per il
centrodestra.
“Avvenire”, quotidiano dei vescovi, come appunto i vescovi,
non prende posizione tra destra e sinistra, diversamente,
per esempio, dalle riviste “Famiglia Cristiana” e “Vita
pastorale”.

Tornando all’intervista di Mauro, egli a un certo punto
afferma che, dell’importanza della battaglia culturale, “la
Chiesa s’è accorta: ha scelto un papa filosofo e teologo,
non un papa pastore”.
Personalmente penso che la Chiesa abbia eletto un papa
teologo più per rimettere ordine in casa propria che per l’esterno;
infatti, a questo tipo di “scoperte”, la storia insegna che
la Chiesa di solito arriva buon ultima (penso, tanto per
fare il primo esempio che mi viene in mente, al documento
sul New Age, esternato solo quando il New Age era stato
abbondantemente superato dal Next Age e quest’ultimo dal
nichilismo tout court).
Ne fa fede l’assoluta non incidenza sul piano della cultura
(nel senso inteso da Mauro, che condivido) della pur enorme
disponibilità mediatica del cattolicesimo italiano
(televisioni, radio, stampa, librerie specializzate, case
editrici, produzioni cinematografiche, intere congregazioni
fondate apposta per la “buona stampa”, eccetera).

Ma torniamo a Mauro, che aggiunge -e a ragione- che nemmeno
il centrodestra pur al governo ha capito l’importanza della
battaglia culturale: “Berlusconi ha perso la grande
occasione di fondare una moderna cultura conservatrice in un
Paese che non l’ha mai avuta. Eppure, così avrebbe trovato
la vera immortalità”.
Interessante a questo punto l’ultima battuta riportata
dall’agenzia; dice Mauro che “se nel Paese partisse una
discussione sull’eutanasia, il centrosinistra non avrebbe la
minima attrezzatura per affrontarlo; invece la destra prende
a prestito i precetti della Chiesa, dotandosi di un pensiero
forte e riconoscibile”.
Così dicendo, Mauro ammette implicitamente che le migliori
armi culturali del centrodestra si trovano nel bagaglio
della dottrina cristiana.

Purtroppo, la personalizzazione dell’intero centrodestra sul
suo leader, e il controcanto fattogli dal centrosinistra,
che ha sempre concentrato i suoi sforzi per demonizzare la
persona, così acuendo e cronicizzando la personalizzazione
carismatica, hanno finito col distogliere del tutto il
centrodestra dall’importanza della battaglia culturale, che
non è mai stata nemmeno intrapresa.
Basta vedere, per esempio, i giornali che lo sostengono: le
firme migliori sono tutte concentrate sugli editoriali
politici, laddove la famosa Terza Pagina, quella culturale,
è affidata a redattori di secondo piano, alcuni dei quali,
addirittura, potrebbero benissimo figurare anche su
pubblicazioni di sinistra.
Ben altro spessore hanno le Terzepagine di “Repubblica”,
“Corsera”, “La Stampa”, cioè i tre maggiori quotidiani
nazionali, le cui “linee”, tra l’altro, sono ormai
indistinguibili.

Insomma, il direttore del giornale che ha “separato i fatti
dalle opinioni” nel senso di trasformare anche i fatti in
opinioni e, così facendo, ha più d’ogni altro contribuito a
secolarizzare, laicizzare ed edonizzare la testa degli
italiani dice chiaro e tondo qual metodo detto giornale ha
usato per trent’anni; dice, ed ha ragione, che il metodo
funziona; dice, ed ha ragione, che sono fessi tutti gli
altri che non hanno fatto né fanno lo stesso.

Quando, trent’anni fa, partì l’iniziativa, questo nostro
popolo ancora considerava semplicemente aberranti certi
fenomeni di costume che oggi accetta tranquillamente.
Oggi è normalissimo che la stragrande maggioranza degli
italiani sia considerata “la minoranza dei cattolici”.
Si parla dei “cattolici” come se fossimo negli Stati Uniti,
dove effettivamente sono minoranza. E se ne parla come se
“normale” fosse la “laicità”, cioè l’ateismo (o l’agnosticismo,
anche se la differenza è solo bizantina).

Una (ripeto, una) delle conseguenze è che siamo
continuamente trascinati a votare in referendum in cui noi
cattolici facciamo la parte di quelli che vogliono vietare
qualcosa a qualcun altro, con gli imbarazzi che ne seguono;
non è facile, infatti, spiegare perché siamo contro l’aborto,
contro la fecondazione artificiale, contro i Pacs, contro le
nozze gay, contro l’eutanasia, e via contrastando.
E’ una lunga guerra culturale ciò che ha fatto accettare
come “normale” l’idea che ognuno ha il diritto di fare quel
che gli pare se non dà (apparente) fastidio agli altri; ed
ha fatto semplicemente sparire anche dal linguaggio il
concetto di “bene comune”.
Autorità, responsabilità, dovere: se questi concetti evocano
ormai cose negative nella testa dei più, e specialmente dei
più giovani, lo si deve alla lunga guerra culturale che è
stata condotta negli ultimi quarant’anni.
Ed è stata una guerra realmente asimmetrica, perché l’avversario
non hai mai neanche pensato a dotarsi dei mezzi (e degli
uomini) per rispondere.
Prevengo l’obiezione: con un comitato estemporaneo al
massimo vinci un referendum.
Ma, se non parti alla riscossa, hai fatto solo perdere un po’
di tempo all’avversario.

Rino Cammilleri

(C) “Il Kattolico”, rubrica de “Il Timone”,
n. 53, maggio 2006
http://www.iltimone.org/