(il Timone) L’Europa vuol colpire la libertà religiosa

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Cascioli: EU, il nuovo ordine religioso

Hai voglia a dire che è la Chiesa a interferire negli affari
della politica.
La verità è che c’è una ventata (diciamo pure un uragano) di
statalismo a livello europeo che interferisce gravemente
negli affari della religione, e soprattutto di quella
cattolica, cercando di metterla sotto tutela.
Se è sotto gli occhi di tutti ciò che sta accadendo in
Italia – con le forze sconfitte nel referendum sulla Legge
40 che hanno scatenato la campagna d’autunno contro la
Chiesa -, meno evidente, ma non per questo meno
preoccupante, è ciò che sta avvenendo in Europa.

Lo dimostrano due votazioni effettuate il 4 ottobre scorso
all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, l’organismo
pan-europeo che raggruppa i 46 Paesi del Vecchio Continente.
La prima è l’approvazione della Risoluzione 1464, “Donne e
religione in Europa”, dove si comincia con il riconoscere
che la religione “gioca un ruolo importante” nella vita
delle donne europee (art.1), ma per dire subito dopo che
“questa influenza è raramente benigna: i diritti delle donne
sono spesso ridotti o violati in nome della religione”
(art.2).

La religione, dunque, fa male, e questa è una legge
generale.
Entrando nel dettaglio, da una parte – dice la risoluzione
all’art. 3 – troviamo “violazioni estreme”, quali i
“cosiddetti crimini d’onore, i matrimoni forzati e le
mutilazioni genitali femminili”, che sebbene in crescita
sono però ancora rari in Europa.
La risoluzione, se ne deduce, non è stata proposta dunque
per questi casi.
Infatti pare che il problema vero delle donne in Europa
siano “più sottili e meno spettacolari forme di intolleranza
e discriminazione” che però hanno come effetto la stessa
“sottomissione delle donne”, ad esempio “rifiutando di
mettere in questione una cultura patriarcale che mantiene il
ruolo di moglie, madre e casalinga come ideale” (art.4).
Quale sarà questa religione, peraltro descritta in modo
caricaturale, che vorrebbe l’Europa come l’Afghanistan dei
taleban?

Ma se una donna decidesse di sua iniziativa di stare a casa
per crescere i propri figli?
Vorrebbe dire che è plagiata e lo Stato deve dunque
liberarla dalla religione.
Leggere per credere: “La libertà di religione – si dice
facendo appello alla responsabilità degli Stati membri – non
può essere accettata come pretesto per giustificare le
violazioni dei diritti delle donne, siano essi aperte,
subdole, legali o illegali, praticate con o senza il
consenso nominale delle vittime, le donne” (art. 5).

Bisogna però aspettare ancora qualche articolo per capire l’obiettivo
vero della risoluzione.
Nell’elenco delle richieste che il Consiglio d’Europa fa
agli Stati membri troviamo infatti all’art.7.3 che deve
essere garantita “la separazione tra chiesa e Stato
(minuscole e maiuscole come nell’originale, ndr) che è
necessaria per assicurare che le donne non siano soggette a
politiche e leggi religiosamente ispirate (p.es. nell’area
della famiglia, del divorzio e dell’aborto)”.

Eccoci perciò al dunque: il più grosso pericolo – dal punto
di vista religioso – che corre oggi l’Europa non è il
terrorismo e fondamentalismo islamico, ma il rischio di
essere influenzata dalla Chiesa cattolica in materia di vita
e famiglia.
Per cui gli Stati europei devono limitare la libertà di
religione laddove entri in conflitto con i diritti delle
donne, ad esempio quando venga “limitata la libertà di
movimento o il loro accesso alla contraccezione venga
impedito dalla famiglia o dalla comunità” (art. 7.4).
Non basta: gli Stati devono “rifiutare che dottrine
religiose democratiche e irrispettose dei diritti delle
donne influenzino le decisioni politiche” (art.7.6).
Tale pensiero non è molto distante dalla prassi consolidata
nella Cina comunista: la religione è tollerata come fatto
privato, e in ogni caso non può predicare ciò che è in
contrasto con l’ideologia di Stato.

Così arriviamo al paradosso per cui – secondo la risoluzione
del Consiglio d’Europa – alla Chiesa cattolica è fatto
divieto di insegnare la propria dottrina in materia di
sacralità della vita e di famiglia.
Tali affermazioni sono poi rafforzate dalla Raccomandazione
1720 approvata lo stesso giorno dala stessa Assemblea
parlamentare, riguardante “Educazione e religione”.
Se la religione – come abbiamo visto – è una minaccia,
allora è importante educare alla religione nel modo giusto.
Nella raccomandazione, infatti, si riconosce che molti
problemi – fondamentalismo, razzismo, xenophobia, conflitti
etnici – nascono da ignoranza religiosa, come quella che
porta tanti giornalisti a “proporre parallelismi tra Islam e
certi movimenti fondamentalisti e radicali” (art.4).

Il Parlamento del Consiglio d’Europa chiede dunque al
Consiglio dei ministri essenzialmente due cose:
1. Un programma di studio della religione per la scuola
primaria e secondaria sostanzialmente uguale per tutti, pur
nel rispetto delle diverse situazioni locali.
Cardine dell’insegnamento deve essere “la storia delle
principali religioni così come la scelta di non avere
religione” (art. 14.2).
Lo scopo è “far scoprire agli studenti le religioni
praticate nel proprio Paese e in quelli vicini, e far loro
capire che ognuno ha lo stesso diritto di credere che la
propria religione è la vera fede” (art. 14.1).
In questo quadro “Paesi dove c’è predominanza di una
religione devono insegnare le origini di tutte le religioni
piuttosto che favorirne una o incoraggiare il proselitismo”
(art. 8).
Possiamo stare sicuri che prossimamente qualcuno si
appellerà a questa raccomandazione del Consiglio d’Europa
per colpire l’insegnamento della religione in Italia, anche
perché il nostro Paese si trova in difetto anche sulla
seconda richiesta, ovvero:

2. Tocca agli Stati formare il personale che deve insegnare
le religioni secondo i suddetti criteri, e agli Stati tocca
anche il compito di far scrivere e fare adottare i
conseguenti libri di testo (art. 14.6).
Il personale preparato a fare questo però scarseggia, dicono
i parlamentari europei, quindi ecco l’idea: il Consiglio dei
ministri deve farsi carico di creare un “Istituto Europeo
per la formazione degli insegnanti di studi comparativi
delle religioni” (art. 13.3).

E così il quadro normativo è completo.
Possiamo stare certi che gli assalti di questi mesi alla
Chiesa, in Italia, sono ancora niente rispetto a quello che
verrà.

Riccardo Cascioli
(C) TIMONE, n. 47, novembre 2005
http://www.iltimone.org/