(il Tempo) Croci, crocifissi e crociati.

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Croci, crocifissi e crociati.


FABIO TORRIERO
(C) Il Tempo, 30 ottobre 2003

Ora più di qualcuno dirà (anzi, lo sta già dicendo, ad
esempio la Lega) che il vice-premier Gianfranco Fini
ha sbagliato ad esporsi in prima persona sulla
questione del diritto di voto agli immigrati regolari.

La vox populi farà sua una considerazione lapidaria da
rilanciare ai palazzi della politica: «Questi entrano,
ci tolgono i crocifissi, si comportano da padroni in
casa nostra, impongono le loro regole, i loro simboli
e tradizioni. Altro che tolleranza o voto, buttiamoli
fuori».

La stessa Chiesa è preoccupata per il rischio-perdita
della nostra identità.
A parte il vecchio motto “chi la fa, l’aspetti” che
bisogna rigirare a certi ambienti ecclesiastici e
catto-umanitari (la mistica dell’accoglienza),
responsabili di aver trattato l’argomento
“integrazione” sempre dal punto di vista
dell’astrazione morale (“tutti fratelli”), mai da
quello della realtà e dei numeri, patata bollente
lasciata anche giustamente allo Stato e alle
istituzioni.

A parte qualche vescovo preoccupato di oggi che
dovrebbe ricordarsi l’appello ai fedeli di qualche
tempo fa del cardinal Giacomo Biffi sull’integrazione
“compatibile”, rivolta all’Islam integralista e
quindi “incompatibile”, il monito del presidente della
Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, si lega perfettamente
con la recente strategia di Fini.

Ossia, ancora una volta (la vicenda del crocifisso ce
lo dimostra ampiamente) si confrontano e scontrano due
diverse visioni del “governo dell’immigrazione”.

La prima é “l’integrazione di qualità” (una ricetta non
di sinistra) che tenta di conciliare nuova cittadinanza
e tratto identitario della società, inserendo “i diversi”
(aggregazione per assimilazione, secondo gli schemi
francesi) a patto che rispettino i valori e le regole
della casa che li accoglie.
E qui è indubbio che il crocifisso sia e resti un
fondamentale simbolo della nostra tradizione storica e
identità culturale (sia per i cattolici, sia per i laici).

La seconda è “l’integrazione arcobaleno”, in linea con i
dogmi della società multirazziale e multiculturale che
livella, equipara e relativizza (azzerandole di fatto)
le identità, in nome della mera legalità (la cittadinanza
senza identità del “cittadino del mondo”).

Adel Smith preferisce ovviamente quest’ultimo modello e,
infatti, ci prende in giro.
Nella fase “A” pretende soltanto il rispetto e
l’applicazione nei suoi confronti della nostra laica e
non confessionale Carta Costituzionale (i diritti civili
e le garanzie validi per ogni persona di cittadinanza
italiana).
Nella fase “B” passerà inevitabilmente a fomentare (con
le sue attività) l’egemonia.

L’Islam, piaccia o non piaccia, se applicato nella sua
versione integralista, è dottrinariamente a vocazione
egemone: via i crocifissi, quando i bambini sono nelle
classi a maggioranza islamici; sì ai loro simboli
religiosi, sì alle loro regole, con buona pace dei nostri
politici, intellettuali e studiosi “arcobaleno” che
continuano a sostenere l’opportunità di togliere il
crocifisso dalle scuole e dagli edifici pubblici per
ribadire la neutrale laicità dello Stato italiano o per
non tornare alle Crociate.

Come hanno detto con ipocrisia o in malafede i vari Giorgio
La Malfa, Oliviero Diliberto, Paolo Cento, Livia Turco,
Cesare Salvi, Gavino Angius, Piero Fassino e Francesco
Rutelli.