(il Giornale) Socci: l’impero ed il papato

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Lo scorso Natale sul Wall Street Journal, il quotidiano più
rappresentativo della potenza economica americana («l’Impero»
come viene ormai chiamata a sinistra, dopo Toni Negri), usci
un editoriale dal titolo emblematico («Il secolo cristiano»)
che si apriva con un annuncio sorprendente; «Contrariamente
al giudizio comune, la Cristianità non sta appena
sopravvivendo, ma sta dilagando (nel mondo)».
In effetti i dati a cui il WSJ fa riferimento sono
impressionanti. Si trovano nel recentissimo volume del
professor Philip Jenkìns, The Next Cristendom, il quale sfata
un luogo comune molto diffuso, secondo cui fra 2025 e 2050
il numero dei musulmani nel mondo avrebbe superato quello dei
cristiani.
Samuel Huntington aveva basato proprio su queste proiezioni
sbagliate il suo celebre studio Lo scontro delle civiltà.
Sennonché la sua fonte, la più autorevole a livello mondiale,
ossia la World Christian Encyclopedia di David B. Banett, ha
modificato le sue proiezioni in seguito al crollo dei sistemi
comunisti e oggi prevede che nel 2025 i musulmani saranno il
22,8 per cento della popolazione mondiale mentre i cristiani
saranno il 33,4 (nel 2050 i primi arriveranno al 25 per cento
e i secondi al 34,3).
Dunque nessun sorpasso. Anzi.

Si annuncia un secolo cristiano, se non nella scettica e
vecchia Europa in tutti gli altri Continenti.
Il fenomeno risulterebbe ancor più straordinario se i nostri
mass media e la nostra opinione pubblica si fossero accorci
che l’epoca che abbiamo vissuta ha visto consumarsi la più
grande mattanza di cristiani della storia.
Proprio gli studi dell’équipe di Barrett dicono che su 70
milioni circa di martiri cristiani in duemila anni, ben 45
milioni sono quelli del XX secolo.
Nell’anno 2000 erano ancora 160mila le vittime annuali.

Su una rivista laica di geopolitica Come Limes, all’inizio
del 2000, si poteva leggere: il cristianesimo è la religione
oggi più perseguitata del mondo.
Conta migliaia di vittime; i suoi fedeli subiscono torture e
umiliazioni di ogni tipo.
Ma l’opinione pubblica occidentale non concede a questo
dramma alcuna attenzione».

L’opinione pubblica più sensibile si è sempre mostrata quella
statunitense, così come quello di Washington è stato il
governo che ha esercitato le maggiori pressioni contro i
regimi più persecutori (al contrario di altri Paesi come la
Francia e la Ue che spesso e volentieri hanno «flirtato»
con quei regimi).

Il cristianesimo si è diffuso dunque in condizione di grave
persecuzione. Anche per questo, in tante parti del mondo, i
cristiani rappresentano una delle poche avanguardie di
libertà di coscienza e di speranza.
Del resto – al di là dei numeri- impressionante è l’influenza
che il Cristianesimo esercita sulle altre religioni e civiltà:
lo si può notare in quel fenomeno orma planetario che René
Girard chiama «la pietà per le vittime».
È l’Occidente stesso; talvolta involontariamente, che diffonde
questa sensibilità tipicamente cristiana.

Ma oggi – dopo l’11 settembre e la strategia che la Casa Bianca
di Bush ha lanciato – cosa può accadere?
Bush ha vinto le elezioni con un programma quasi isolazionista.
Ma – dopo gli eventi di Manhattan – ha dovuto coniare e
praticare una dottrina politica diametralmente opposta: la
sicurezza, anche quella interna, è garantita solo dalla
diffusione della democrazia nel mondo, perché i regimi
tirannici – oltre a essere feroci con i propri popoli –
diventano prima o poi un pericolo per tutti.
Questa strategia che sta già cambiando il volto del Medio
Oriente – comunque la si voglia giudicare – ha ragioni e
dinamiche puramente politiche.
Non ha nulla di «teologico».
Per questo Bush ha più volte sottolineato che non siamo di
fronte a una crociata contro l’Islam.
Del resto ben 30mila dei soldati americani presenti in Irak
sono di religione islamica.
E l’intervento americano ha già permesso di ritrovare
un’inedita libertà di culto agli sciiti iracheni, dopo
anni di persecuzioni di Saddam Hussein.
Si può dunque dire che più democrazia significa anche
libertà religiosa per tutti.

Ma qui cominciano pure i problemi.
Le manifestazioni di queste ore degli sciiti significano che
l’Irak rischia di finire come l’Iran?
E cosa dovranno aspettarsi le minoranze cristiane che in
questi anni sono state abbastanza tollerate dal regime di
Saddam (in quanto laico)?
In queste ore si è parlato dell’occupazione da parte degli
sciiti di locali attigui alla cattedrale cattolica di
Bassora.
Un incidente da poco o è un’avvisaglia inquietante?

Del resto, sebbene la politica della Casa Bianca sia del
tutto laica e il papa abbia fatto energicamente capire che
non siamo di fronte a uno scontro fra cristianesimo e Islam,
scongiurando ritorsioni sulle minoranze cristiane, è facile
prevedere che il mondo musulmano presto tornerà a
identificare Stati Uniti con Cristianesimo ed Ebraismo.

Anche perché non si può negare che le libertà occidentali
affondino le loro radici in quel terreno religioso e che
proprio il presidente Bush abbia un forte e personale
approccio «religioso» alla politica.

I cristiani sono evidentemente fra i beneficiari di una
democratizzazione di questi Paesi e al tempo stesso possono
dare molto a tale processo.
Ma possono diventare anche le vittime di questo interventismo
occidentale, che talora può essere più interessato
all’egemonia economico-politica che alla costruzione
della democrazia.

Cosi teme la Santa Sede che tuttavia non sottovaluta affatto
le opportunità di libertà che si aprono (il Vaticano ha
commentato la liberazione di Bagdad, curiosamente, con le
stesse parole del portavoce della Casa Bianca: «Una grande
opportunità per il popolo iracheno»).

Il caso volle che quell’editoriale del WSJ sul «Secolo
cristiano» comparisse accanto a un commento di Francis
Fukuyama intitolato «A Revolutionary Conservatism».
Evidentemente i due grandi fenomeni sono destinati a legarsi.
Come?
Con quali effetti?
La scommessa americana sembra essere quella di riuscire
a far riconciliare Islam con democrazia.

Dopo aver spazzato via nazismo e fascismo e dopo aver
abbattuto la gran parte dell’Impero comunista, la più
antica democrazia del mondo si lancia in una scommessa
epocale.
Perché tale senza dubbio è la diffusione della democrazia
nell’Islam.

Cosa possono fare i cristiani?
Come debbono giudicare questi nuovi scenari?
A ben vedere la grande battaglia di Giovanni Paolo II, dopo
l’11 settembre, per coinvolgere l’Islam e l’Ebraismo in una
netta condanna del fondamentalismo che usa il nome di Dio
per giustificare violenza, terrorismo e intolleranza,
sembra quasi anticipare questa prospettiva, questa
sana «laicizzazione» della politica che porta alla
democrazia.

Diversi però sono i mezzi usati dal papa: quelli della
fraternità, del dialogo, della testimonianza e della
preghiera.

È certo che i cristiani – seguendo Giovanni Paolo II –
possono fare molto per far crescere un dialogo fraterno col
mondo islamico che deve liberarsi da caste di tiranni
sopportabili e da un immotivato odio pregiudiziale verso
l’Occidente (e verso Israele).
E l’Occidente a sua volta deve imparare ad amare il proprio
volto migliore, le proprie radici e a emendarsi dei propri
errori.

L’inizio del Terzo Millennio propone paradossalmente la
polarità antica e medievale fra Impero (cristiano) e Papato
(e anche stavolta possono uscirne cose straordinarie per
l’umanità).

L’Italia si trova in un punto d’incontro privilegiato e il
governo attuale, anzi il suo premier, ha scelto l’approccio
giusto per aiutare il dialogo fra questi protagonisti.

Antonio Socci
(C) Il Giornale – 18 Aprile 2003