(il Giornale) Prodi e la lettera sbagliata

Chiesa

Le sacre scritture di Prodi: i contribuenti sono schiavi

di Massimo Introvigne (il Giornale, 4 agosto 2007) Romano
Prodi si è lamentato perché i parroci italiani nelle prediche
domenicali non invitano i cittadini a pagare le tasse. Giustamente,
diversi teologi e vescovi lo hanno – con tutta la cortesia clericale
del caso – mandato a quel paese. In particolare l’arcivescovo di Chieti
Bruno Forte gli ha ricordato che per potere convincere i cittadini a
pagare le tasse i governanti devono essere credibili. Prodi ha risposto
con una lettera al Corriere della Sera, dove scrive: «Se non ricordo
male, anche San Paolo esorta all’obbedienza nei confronti
dell’autorità. Credo che utilizzi l’espressione “quoque discolis”, a
significare che si deve obbedire alle regole dello Stato anche se
dettate da “lazzaroni”». Come questo giornale ha già fatto rilevare,
Prodi ricorda male. La citazione – che recita «etiam discolis» e non
«quoque discolis» – non è di san Paolo, ma di san Pietro nella sua
prima lettera (2, 18).

Ma c’è di peggio. San Pietro sta
parlando dei «servi», cioè degli schiavi. Anche chi traduce «domestici»
sa che ai tempi di san Pietro la maggioranza dei domestici erano
schiavi. I primi cristiani non avevano ancora la forza per reclamare
l’abolizione della schiavitù, un’idea che ha le sue basi nel Nuovo
Testamento, ma che verrà a pratica maturazione solo gradualmente.
Chiedevano ai padroni di trattare gli schiavi con umanità, e agli
schiavi di obbedire ai padroni, ritenendo che le rivolte peggiorassero
la loro situazione. È in questo contesto che san Pietro esorta gli
schiavi a rimanere pazientemente «sottomessi ai padroni», «non solo a
quelli buoni e miti», ma anche a quelli «discoli». L’implicazione che
il presidente del Consiglio ne vuole trarre è che monsignor Forte ha
torto: non si devono pagare le tasse solo ai governanti «buoni e miti»,
ma anche a quelli «discoli» o, come Prodi traduce, «lazzaroni», il che
dimostra che forse non si fa illusioni su che tipo di compagine
governativa si trovi a guidare.

Tuttavia don Prodi nella sua
predica non riflette sull’insulto, oltre che al buon senso, ai
cittadini italiani insito nel paragone. San Pietro sta parlando infatti
della schiavitù, cioè di un’istituzione che considera ingiusta e che si
è costretti a tollerare in attesa di poterla abolire. Oggi la Chiesa ha
vinto la sua secolare battaglia e, salvo che in qualche remota zona
islamica, la schiavitù non esiste più. I contribuenti italiani non sono
schiavi del fisco – per quanto la cosa forse piacerebbe a Visco e ad
altri fondamentalisti delle imposte – ma liberi cittadini, che non sono
obbligati a seguire i governanti «discoli» e «lazzaroni», ma possono
del tutto legittimamente cercare di mandarli a casa.

I
cittadini cattolici possono – anzi, secondo la dottrina sociale della
Chiesa, devono – anche criticare le politiche fiscali ingiuste e
vessatorie e l’ipertrofia dello Stato assistenziale, che crea solo
costosi carrozzoni burocratici. Anziché san Pietro confuso con san
Paolo, Prodi avrebbe potuto citare per esempio questa frase
significativa: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la
società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e
l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche
burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con
enorme crescita delle spese» (e quindi delle tasse). Non è una frase di
Berlusconi, ma di Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus.