(il Giornale) Occorre restringere le maglie della legge abortista

Vita

Trent’anni sono troppi per una legge cattiva

di Mario Palmaro
È ripartito in Italia il dibattito sull’aborto e sulla legge 194.
È un fatto molto positivo, perché significa che dopo quasi trent’anni
di aborto di Stato, la ferita non si è ancora rimarginata.
Chi sperava di mettere una pietra tombale sulle istanze dei più
deboli e indifesi, quei nascituri che non votano e non rilasciano
interviste, dovrà rassegnarsi.

Una battaglia persa in partenza?
A giudicare da certe reazioni isteriche, sembrerebbe di sì.
Ma anche l’indipendenza dell’India appariva un miraggio prima di
Ghandi.
Anche l’apartheid in Sudafrica sembrava invincibile, e poi venne
Mandela.
Dunque: ben venga un nuovo dibattito sulla legge 194. A patto
però che sia una discussione seria.
Ci permettiamo di segnalare tre punti essenziali.
Primo: il nodo gordiano da sciogliere è quello
dell’autodeterminaz

ione
della donna. La 194 non è una buona legge applicata male. Al
contrario la norma ottiene quello che vuole e che promette: che
la donna possa decidere in modo arbitrario della vita del proprio
figlio. Si tratta di verificare se sia giusto che l’ordinamento
consenta questo potere di vita e di morte illimitato.
Secondo: occorre che la politica decida se l’aborto è un atto
indifferente per il legislatore. In Germania, la Corte
costituzionale di Karlsruhe si è pronunciata per ben due volte
sull’argomento. Ripetendo con coraggio una scomoda verità:
abortire è sempre un atto contrario al diritto fondamentale di
ogni uomo alla vita. Lo è anche – o forse perfino di più – quando
la vittima è ammalata perché, dissero i giudici tedeschi, già una
volta nella nostra storia abbiamo accettato che si
discriminassero gli handicappati e gli ammalati. In Germania l’aborto
è purtroppo legale, ma resta fermo che ogni volta che lo si
commette si compie un atto illecito, che non viene punito solo
per ragioni di opportunità sociale.
Terzo: si deve capire in che modo il legislatore può tentare di
dissuadere la pratica dell’aborto.

Da un lato – e qui sono in molti ad essere d’accordo – si
potrebbero studiare nuove forme di aiuto alle madri con
gravidanze difficili.
Ma non basta.
La norma giuridica non può limitarsi alle esortazioni. Il diritto
ha un unico linguaggio: stabilire precetti e divieti, e
presidiarli con una sanzione. Non è detto che questa sanzione
debba essere il carcere, soprattutto quando ragioni di umanità
suggeriscono clemenza e comprensione.
Ma la pietà non può fare velo alla necessità di tutelare un bene
giuridico fondamentale come quello della vita umana. L’infanticidio
è, ad esempio, un delitto che mette insieme una colpa
oggettivamente gravissima e una condizione spesso fragilissima
della madre colpevole. Eppure, nessuno ha proposto – almeno per
ora – di depenalizzare questo reato.
Ora, se una tutela giuridica deve essere reintrodotta per il
concepito, almeno in alcuni casi, si dovrà avere il coraggio di
utilizzare anche l’arma della minaccia sanzionatoria.
Se la discussione sulla 194 aggirerà questi punti cruciali,
finirà con l’attorcigliarsi nel solito equivoco, che risponde a
una logica di scuola marxista: credere che l’aborto sia un
problema economico.
Non è così.
L’aborto è innanzitutto il prodotto di una cattiva cultura,
frutto di una legge che in questi 30 anni ha normalizzato e
incentivato l’eliminazione di milioni di cittadini italiani non
ancora nati.

(C) Il Giornale – 09 settembre 2007