(il Giornale) Libertà religiosa: la minaccia francese

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Le parole del Papa contro i profeti del nuovo laicismo

di Massimo Introvigne (il Giornale, 17 gennaio 2004)

Nell’annuale incontro con il Corpo Diplomatico, del 12 gennaio 2004, il Papa (parlando in francese) ha affermato, con tanto di punto esclamativo, che “la laicità non è laicismo!” e che “in certi paesi d’Europa” si afferma “un atteggiamento che potrebbe mettere in pericolo il rispetto effettivo della libertà religiosa”. Mentre la laicità, secondo Giovanni Paolo II, è un “luogo di comunicazione fra le diverse tradizioni spirituali e la nazione”, il laicismo è la separazione radicale – e non la semplice distinzione – fra religione e sfera pubblica. Questa rottura si esprime sia nella politica interna, sia nella politica estera, con il rifiuto di riconoscere pubblicamente le “radici cristiane dell’Europa” e il ruolo di una Chiesa che pure è stata decisiva per “la restaurazione della democrazia in Europa Centrale e Orientale”.

Quali siano quei “certi paesi d’Europa” è chiaro, e a Chirac devono essere fischiate non poco le orecchie. Dalla lotta contro le cosiddette “sette” alla questione del velo e degli altri simboli religiosi a scuola, il governo francese si è fatto portabandiera dell’ideologia laicista della separazione radicale fra fede e cultura pubblica. Ed è lo stesso governo francese che si è opposto con testarda intransigenza a ogni menzione dell’eredità cristiana nella Carta Costituzionale europea. Sui due punti – di politica interna ed estera – già i vescovi cattolici francesi avevano criticato esplicitamente Chirac.


La questione, tuttavia, è di rilievo generale, e merita di essere sottratta alle polemiche spicciole. Sul tema diventato nuovamente essenziale dei rapporti tra religione e cultura, si confrontano laicismo, fondamentalismo e laicità. Per il laicismo, tra fede e cultura ci deve essere totale separazione: una sorta di muraglia cinese che valuta negativamente ogni tentativo del credente di far diventare la sua fede cultura e di giudicare la cultura, quindi anche la politica, alla luce della fede. All’estremo opposto, vi è la posizione per cui fede e cultura, e anche fede e politica, coincidono o dovrebbero aspirare a coincidere in una sorta di fusione – che chi non condivide questo accostamento valuterà facilmente come confusione –, per cui ogni modo di produzione della cultura che non parta esplicitamente dalla fede, ogni politica che non sia direttamente e senza mediazioni religiosa, sarà considerata di volta in volta sospetta, ovvero totalmente inaccettabile se non demoniaca. È questa la posizione del fondamentalismo, i cui sostenitori o si separano totalmente dalla società circostante vivendo in enclave o comunità che riducono al minimo il contatto con gli “altri”, ovvero decidono che è assolutamente necessario reagire al carattere intollerabile della società cambiandola e diventano movimenti religiosi di tipo attivista e rivoluzionario, con possibili derive verso la violenza. Il Papa critica – senza chiamarla con questo nome – la posizione fondamentalista, ricordando che una “distinzione fra la comunità politica e le religioni” è in sé legittima e necessaria. “Ma – e qui il Pontefice ricorre ancora al punto esclamativo – distinguere non vuol dire ignorare!”.


Per la Chiesa cattolica tra fede e cultura vi è distinzione, non separazione. Si ritiene che la cultura, come la politica e tutte le realtà terrene e secolari, abbia una sua sfera di autonomia, ma che possa e debba essere giudicata dai credenti alla luce della fede e della morale. È, quest’ultima, una posizione di “laicità”, un termine cui Giovanni Paolo II dà un valore positivo e che non coincide con il laicismo. La laicità, in quanto indica la strada di una collaborazione tra fede e cultura, non è naturalmente la laïcité à la française, e in questo senso il francese laïcité andrebbe tradotto piuttosto con “laicismo”. Il Papa denuncia sia la separazione assoluta sia la confusione fra fede e politica e, indicando la via media e ragionevole della distinzione e della laicità, impartisce una lezione sia ai fondamentalisti religiosi sia agli adepti del nuovo fondamentalismo laicista alla francese. È troppo attendersi che qualcuno, in Francia, rifletta?