(il Giornale) Introvigne: l’equilibrio precario del Pachistan

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L’equilibrio nucleare resta precario – L’analisi


di Massimo Introvigne (il Giornale, 7 gennaio 2004, p. 12)


Determinante il ruolo del presidente pachistano, il generale Musharraf: cerca il dialogo con New Delhi e frena l’integralismo musulmano

L’annuncio secondo cui Pakistan e India – dopo lo storico incontro a Islamabad tra il presidente pakistano Pervez Musharraf e il premier indiano Atal Behari Vaypajee – inizieranno in febbraio colloqui a tutto campo, senza escludere l’argomento finora tabù del Kashmir, fa seguito al secondo attentato, in dicembre, contro il presidente. La sua posizione è cruciale per la pace nella regione, ma precaria. Il generale Musharraf sta, letteralmente, seduto su una polveriera, dove il primo problema è l’eterna tensione etnica e sociale fra i mohajir – gli immigrati dall’India al momento della “partizione” del 1947 –, in genere più poveri e discriminati nell’accesso alle cariche politiche (ma Musharraf è un mohajir), e gli antichi abitanti delle regioni pachistane, soprattutto punjabi, che formano l’élite politico-economica del Paese.

Su questo problema etnico – e sull’eterno conflitto con l’India, la cui bandiera è la questione del Kashmir e che fonda la decisione pachistana di diventare potenza nucleare – si insericono tutta una serie di questioni religiose, che non solo dividono la maggioranza sunnita (75%) dalle varie correnti sciite (23%), ma anche i sunniti al loro interno. In Pakistan più forte che altrove è un modernismo islamico che ha preso la strada del socialismo, propugnato da Zulfikar Ali Bhutto (1928-1979), premier sciita destituito nel 1977 con un colpo di Stato militare e impiccato nel 1979, e dalla figlia Benazir, due volte primo ministro fra il 1988 e il 1996 e oggi in esilio in Inghilterra.


Il partito dei Bhutto, il Ppp, è la versione pachistana del Partito del Congresso indiano: socialista, dominato da una singola famiglia, laico, ma anche periodicamente travolto da accuse di corruzione. Un islam moderatamente conservatore è tradizionalmente quello della classe dirigente della Lega musulmana (dove però non mancano modernisti), il partito del fondatore della nazione Muhammad Ali Jinnah (1876-1948), a sua volta uno sciita ismailita. Ma l’egemonia della Lega è insidiata dal fondamentalismo, molto forte in Pakistan, dove ha vissuto fino alla morte uno dei suoi maggiori leader internazionali, Abu l-Al’a Mawdudi (1903-1979), fondatore della Jama’at at-i-Islami. Nonostante il suo radicalismo, i suoi successori sono molto cauti e oggi prendono le distanze dal terrorismo.


Semmai, il sostegno ad al Qaida viene da alcune delle numerose fazioni in cui si è divisa la Jama’at-ul Ulama-i Islam, il partito politico ispirato dalla puritana corrente deobandi, che conta oggi diecimila scuole coraniche, dall’Indonesia all’Afghanistan. Tutti i capi dei talebani afghani erano stati allievi di scuole deobandi in Pakistan. Il tradizionalismo deobandi – che si distingue dal fondamentalismo per un maggiore rispetto delle autorità costituite e dei professionisti del sacro, gli ulama – è affine a quello wahabita dell’Arabia Saudita. È quindi duramente antisciita, e ostile alle pratiche mistiche del sufismo, popolarissime tra i musulmani indopachistani, molte delle quali sono denunciate come superstiziose. Legati al sufismo sono, invece, i membri di un’altra scuola tradizionalista, i barelwi, che si esprimono nel partito Jama’at-ul-Ulama-i Pakistan. Né si devono dimenticare i tabligh, membri di un movimento missionario internazionale di ispirazione deobandi, che si tiene in disparte dalla politica, ma è in grado di mobilitare milioni di persone intorno a cause come la repressione delle minoranze religiose o la difesa della moralità pubblica.


Il generale Musharraf – al potere dal 1999, quando ha destituito un primo ministro della Lega musulmana, Nawaz Sharif – continua la tradizione dell’esercito pachistano avviata durante la dittatura del generale Muhammad Zia ul-Haq (1924-1988): riunire intorno a un regime autoritario tutte le componenti islamiche, chiamate a superare le loro divergenze, in nome della lotta contro il socialismo di Benazir Bhutto, l’immoralità e le minoranze (sciiti, cristiani e altri non musulmani continuano a essere discriminati o perseguitati).


A differenza di Zia, un pio fondamentalista, Musharraf è però un pragmatico che non ha esitato a incarcerare gli esponenti islamici più ostili ai suoi alleati statunitensi e a muovere gli ultimi decisi passi in direzione di un dialogo con l’India. La sua dittatura – che egli presenta come temporanea, promettendo una transizione graduale verso la democazia – impedisce alla polveriera di esplodere. Una caduta di Musharraf lascerebbe il campo, in un Paese che ha la bomba atomica (come l’India), a una pericolosissima guerra di tutti contro tutti: musulmani contro minoranze, mohajir contro punjabi, sciiti contro sunniti, fondamentalisti contro tradizionalisti, sufi contro puritani. Un caos di cui profitterebbe immediatamente il terrorismo internazionale.