(il Giornale) In Cina diritti umani o boicottaggio

Pubblicazioni

Il prete più temuto dai nipoti di Mao: ‘Ciampi s’è piegato al regime cinese’.

C’è un prete che tiene in ufficio una testa di Budda e un guerriero in terracotta di Xi’an accanto alle icone di Gesù Cristo e della Madonna e va predicando di non porgere l’altra guancia alla Cina. Non lo fa per cattiveria. Semplicemente segue il consiglio di un vescovo cinese costretto a vivere nelle catacombe: “I politici di Pechino sono arroganti. Se vuoi rispetto, devi trattarli a pesci in faccia come sono soliti fare loro. Accarezzarli equivale a mostrarsi debole: ti disprezzano”. Il prete è il missionario P. Bernardo Cervellera….

Padre Bernardo Cervellera non è un prete qualunque, ma un
sinologo. Uno che il Paese del Dragone l’ha girato in lungo
e in largo. Uno che per un anno è riuscito a insegnare sotto
mentite spoglie all’Università di Pechino prima d’essere
scoperto e cacciato. Uno che dal ’97 ha la residenza a Hong
Kong e che in Cina potrebbe persino votare, anche se
conserva il passaporto italiano. Figurarsi che gioia, per
lui, vedere nelle scorse settimane il presidente della
Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, porgere l’altra guancia ai
cinesi che lo prendevano appunto a pesci in faccia e lo
costringevano, col ricatto economico, a promettere
solennemente che il nostro Paese si batterà perché l’Unione
Europea revochi l’embargo sulla vendita di armi alla Cina,
adottato nel 1989 in risposta alla sanguinosa repressione di
piazza Tiananmen. “Il capo dello Stato è andato a umiliarsi
per dare lustro alla delegazione economica italiana, ansiosa
di recuperare il tempo perduto in termini di appalti e
commesse. E che cos’ha ottenuto in cambio? Solo briciole,
rispetto agli affari d’oro combinati da Chirac, che ha
firmato col presidente Hu Jintao una ventina di accordi
commerciali, fra cui progetti per 1,45 miliardi di euro nel
settore dei trasporti e dell’energia idroelettrica, e da
Schröder, che è riuscito a vendere in un colpo solo 23
Airbus alla compagnia di bandiera Air China, per un
controvalore di 1,3 miliardi di dollari. Noi invece abbiamo
portato a casa il via libera alle esportazioni di salame e
mortadella… Da non credere”.
Sesto di otto figli di un operaio di Grottaglie (“per
battezzarmi i miei scelsero sul calendario il santo del
giorno in cui ero nato: la loro fantasia aveva esaurito i
nomi”), padre Cervellera lasciò la provincia di Taranto a 11
anni per seguire con la famiglia il papà che aveva trovato
lavoro a Sesto San Giovanni. “Non ho mai pensato di
diventare prete. Ero agnostico. A Milano ho studiato chimica
all’istituto Molinari e poi filosofia alla Cattolica. È
stato don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e
liberazione, a farmi ritrovare la fede. Una scoperta così
potente, così totalizzante che mi sono detto: ma io a questo
ideale sono pronto a consacrare tutta la vita! M’è venuta
prima la vocazione al celibato che quella al sacerdozio,
curioso no?”.
Ordinato prete nel ’78, padre Cervellera è fedele anche a un
altro ordine, un po’ meno sacro: quello dei giornalisti. A
Roma dirige Asianews, l’agenzia del Pime (Pontificio
istituto missioni estere) che con la sua fitta rete di
corrispondenti in ogni angolo del Medio ed Estremo Oriente
(da Gerusalemme a Bangkok, da Bagdad a Tokyo, da Bombay a
Seoul, da Islamabad a Manila) è stata la più tempestiva al
mondo nel “coprire” con notizie di prima mano la catastrofe
dello tsunami.
Il reverendo direttore è abituato a parlare chiaro. Quando
nel ’99 guidava Fides, l’agenzia di stampa che risponde
direttamente al dicastero missionario della Santa Sede, gli
saltò in mente di chiedere pubblicamente al presidente
cinese Jiang Zemin che fine avessero fatto il vescovo di
Baoding e il suo ausiliare, spariti nel nulla tre anni
prima. “Le idee esposte da Fides sono opinioni personali di
padre Cervellera e se ne assume lui tutta la
responsabilità”, dettò ai giornalisti un irritatissimo
Joaquín Navarro Valls, portavoce del Papa, preoccupato di
non pregiudicare i già precari rapporti fra regime comunista
e Vaticano. Finì che l’assai poco diplomatico Cervellera fu
sollevato dall’incarico, ufficialmente per scadenza naturale
del mandato.
Il tempo di consolarsi pubblicando qualche libro, fra cui
Dio è dalla parte della donna, scritto in inglese, Libano,
la pace futura e Missione Cina, ed era già al comando
dell’agenzia Asianews, fondata nell’87 da un altro
leggendario prete giramondo, Piero Gheddo, molto seguita in
sedi diplomatiche, università e redazioni. Lui l’ha aperta a
tutti lanciando il sito www.asianews.it in tre lingue:
italiano, inglese, cinese.

Chi vi legge in Internet?
“Il 60% sono lettori di lingua inglese, il 30% italiani e il
10% cinesi. Solo che le autorità di Pechino ogni tanto ci
oscurano il sito, soprattutto quando affrontiamo tematiche
sensibili”.

Tipo?
“Basta che compaiano tre parole – persecuzioni, Tiananmen,
Taiwan – e interviene subito la censura. Per capire quanta
democrazia c’è in Cina, mentre stavo là digitavo “democracy”
sul motore di ricerca Google: usciva la videata dei
risultati ma era impossibile aprire le relative pagine.
Comunque i cinesi sono bravissimi ad aggirare gli ostacoli e
ad arrivare lo stesso ai nostri server che si trovano negli
Stati Uniti”.

E in un Paese così poco democratico lei come ha fatto nel
’95 ad avere una cattedra all’Università di Pechino?
“Con un po’ di tresche. Ovviamente non dissi che ero un
prete. L’insegnamento è vietato ai sacerdoti. Il contratto
con la facoltà di storia sarebbe dovuto durare tre anni”.

Per quale materia?
“Storia della civiltà occidentale. Un giorno mi ha convocato
la commissaria politica dell’ateneo: “Non abbiamo bisogno di
lei”, e ha strappato il contratto. La polizia mi ha dato 48
ore per lasciare Pechino, altrimenti sarei stato espulso.
Sono riparato a Hong Kong, che era ancora colonia
britannica”.

Com’è la Cina di oggi?
“Stufa del comunismo, di “servire il popolo” e di tutte
quelle balle lì. La gente ha capito che l’unico servizio il
marxismo l’ha reso ai capi di partito, consentendo loro di
arricchirsi a spese delle masse. Ciò nonostante i gangli
vitali del sistema – il Pcc e l’ateismo – resistono. Il
cristianesimo e i valori occidentali sono visti come
“spiritual pollution”, contaminazione, e il Papa come fumo
negli occhi”.

Ma questo nuovo leader, Hu Jintao, non dicono che è
riformista?
“Riformista? Lui sostiene che la democrazia non è fatta per
la Cina. Propugna, come i predecessori, il centralismo
democratico, cioè la supremazia del partito. Il governo
comunista non transige neppure sulle nomine dei vescovi, che
devono andare bene innanzitutto al Pcc. Negli ultimi
vent’anni ha cercato di creare una propria Chiesa nazionale,
facendo nominare solo i presuli scelti dalle associazioni
patriottiche anziché ordinati dal Papa. Ma ora l’85%
dell’episcopato ha chiesto perdono a Roma, è tornato in
comunione col Santo Padre”.

La Cina è davvero vicina, come profetizzava il film di
Bellocchio nel ’67?
“Vicinissima. È il mercato più importante del mondo, detta
le leggi della concorrenza a livello planetario. Ma è una
super potenza fragile, priva di petrolio, che dipende
dall’estero per l’energia. Le banche si appoggiano a
prestiti dello Stato. E lo sviluppo poggia su uno
sfruttamento spaventoso dell’uomo. I muratori che
costruiscono i fastosi monumenti della moderna Shanghai,
come il Jinmao, la torre del Commercio dorato che con i suoi
421 metri è l’edificio più alto della Cina e il terzo al
mondo dopo le torri Petronas di Kuala Lumpur e la Sears
tower di Chicago, non ricevono lo stipendio dalle ditte. Il
paradiso dei lavoratori è diventato un inferno.
L’inquietudine sociale è altissima. La frattura enorme fra
ricchi e poveri provocherà una rivoluzione cento volte più
violenta di quella condotta da Mao”.

I ricchi chi sono?
“Non certo gente che si fa il mazzo come i nostri sciur
Brambilla. Sono i figli di papà. Vengono chiamati xiao zi, i
principini. Vanno a studiare negli Stati Uniti, ereditano le
posizioni di rendita occupate dai genitori durante la
rivoluzione culturale, hanno il monopolio sui commerci con
l’estero, eludono le imposte doganali. Si sono accaparrati
le imprese statali vendute ai privati per effetto della
liberalizzazione, sfruttando leggi create ad hoc dai loro
parenti per fregare ai lavoratori i diritti acquisiti”.

Tanto diffusa è la corruzione?
“Il professor Hu Angang, ricercatore dell’Accademia di
scienze sociali, calcola che fra ruberie, tangenti e frodi
vengano sottratti annualmente al Paese qualcosa come 150
miliardi di euro, pari al 14% del prodotto interno lordo.
Con i soldi si compra tutto: laurea, passaporto, moglie. La
bustarella è regola universale. Quando c’ero io i funzionari
statali s’accontentavano di una borsa in pelle di Gucci,
adesso pretendono la Mercedes. Il compagno presidente lancia
ogni anno la campagna anticorruzione, ma i miei amici di
Pechino ridono: “Come fa una persona a tagliare il suo
stesso braccio?”, dicono. È il partito che è corrotto”.

Bastano i dazi, come invocano i leghisti, per tenere a bada
la concorrenza cinese?
“No”.

Lei che propone?
“Io pretenderei dalla Cina il rispetto degli standard
internazionali. Se non li applicano, boicotterei le sue
merci. Fra questi standard, includo la libertà religiosa,
perché da essa promanano le altre libertà: di pensiero, di
stampa, di associazione”.

Che cosa dobbiamo aspettarci dalla Cina? Che diventi entro
il 2020 la prima potenza economica del pianeta, come
pronostica la Banca mondiale, o che collassi?
“Mi aspetto che crolli. Per stare in piedi questo gigante
d’argilla sta cercando di rafforzare la vigilanza militare.
Dice niente che siano stati istituiti nuclei antisommossa in
tutte le città, quando per mantenere l’ordine pubblico prima
bastavano l’esercito di liberazione, la polizia e la guardia
civile? Ma l’Occidente, che vede nella Cina la fabbrica del
mondo, anziché aiutare questa gente a liberarsi pensa solo a
sfruttarla ancora di più”.

Mi parli dei nostri imprenditori che delocalizzano la
produzione, spostandola dall’Italia alla Cina.
“Dico loro che dovrebbero investire solo in presenza di
precise clausole etiche su stipendi, sicurezza, mense,
persino sulle camerate, perché oggi gli operai cinesi sono
costretti a dormire accanto alle macchine fra un turno e
l’altro. State attenti, capitalisti: non potete avere come
unico obiettivo il profitto. Fatevi amica la popolazione,
non i corrotti di Pechino. I governi passano, la gente
resta”.

Il reddito pro capite dei cinesi è raddoppiato in soli 10
anni. Il Giappone ha impiegato 43 anni per conseguire lo
stesso risultato, gli Stati Uniti 47, la Gran Bretagna 58.
Come lo spiega?
“Con lo schiavismo. La Cina conta 120 milioni di arricchiti,
900 milioni di miserabili e 300 milioni di persone alle
quali è impedito di fare tre cose insieme – mangiare,
vestirsi, abitare – possono sceglierne una sola. L’operaio
cinese lavora 15 ore su 24, ha un solo giorno di riposo al
mese e la sua paga oraria è di 250 delle vecchie lire
italiane. Ben 13,3 milioni di lavoratori sono bambini fra i
10 e i 14 anni. I sindacati liberi non esistono. Nel 2001
gli incidenti mortali sul lavoro sono stati 800.000. Molto
spesso gli infortuni non vengono neanche segnalati: per
legge vanno denunciati solo quelli con oltre 10 vittime”.

Spaventoso.
“Metà della popolazione in tutta la vita non riesce a farsi
visitare da un medico, e non certo perché scoppi di salute.
Il 60-80% dei cinesi muoiono perché non possono permettersi
cure sanitarie”.

Quando non vengono messi a morte per legge.
“Il governo comunista detiene il record mondiale delle
esecuzioni capitali: ufficialmente 6.500 lo scorso anno, in
realtà oltre 10.000. Secondo Human Rights Watch, i bracci
della morte nelle carceri sono diventati celle frigorifere
di organi per i trapianti”.

Ma non gli sparano un colpo alla nuca? Il prelievo di organi
per trapianti può avvenire solo a cuore battente.
“Ora non più. Le esecuzioni si fanno con la siringa. E le
camere della morte sono montate su camion che possono
agevolmente raggiungere gli ospedali bisognosi dei “pezzi di
ricambio””.

Per quali reati può essere inflitta la pena capitale?
“Sono 68, inclusi la frode fiscale e lo sfruttamento della
prostituzione. I tribunali hanno un potere assoluto e
rispondono di fatto ai segretari locali del partito”.

Che vengono eletti come?
“Non eletti: nominati. Dal governo centrale. È un sistema
feudale, fatto di vassalli, valvassori e valvassini, dove si
può essere giustiziati per un nonnulla: nei giorni scorsi
Liu Xiaolan, una donna arrivata a Guangzhou dalla campagna,
è stata uccisa a botte da sette commessi di un grande
magazzino, su ordine del loro caposervizio: aveva rubato 20
yuan di latte in polvere. L’equivalente di 2 euro per una
vita”.

Faceva meglio a restarsene al paesello.
“Le prospettive di sopravvivenza dei contadini non sono
certo migliori. Devono pagare tasse sugli animali posseduti
e su quelli macellati, sui parti delle scrofe, sui ruscelli,
sulle strade, sull’educazione. Chen Jingcang, un agricoltore
di 51 anni che nello Shaanxi stava pascolando la mucca su un
campo d’avena di sua proprietà, è stato tassato da un
fantomatico “Ufficio per l’imbellimento della città” per
“non aver rispettato la bellezza del verde”: 200 yuan.
Siccome è riuscito a racimolarne solo 50, la sera del giorno
dopo dieci impiegati lo hanno ammazzato a bastonate”.

Dimentica l’imposta sulla procreazione.
“Il figlio unico è stabilito per legge. Sul secondo figlio
si paga una tassa salata. La selezione dei bimbi è praticata
mediante aborto o soffocamento in culla: l’Organizzazione
mondiale della sanità calcola che dall’80 a oggi siano
sparite in tal modo 50 milioni di bambine. Tant’è vero che
la proporzione oggi è di 120 maschi ogni 100 femmine,
addirittura 140 su 100 nello Guangxi, contro una media
mondiale di 106 a 100 e una media europea di 95 a 100”.

Ci sarà pure qualcosa di positivo da quelle parti.
“Il popolo. I cinesi all’inizio sembrano freddi, diffidenti,
ma quando hanno capito chi sei ti aprono il cuore e la casa.
I pechinesi, poi, sono aristocratici, cordiali, eleganti.
Gente così non merita una simile leadership”.

Quanti cattolici ci sono in Cina?
“Quindici milioni, molto uniti fra loro”.

Come vivono?
“Nelle grandi città riescono a mimetizzarsi. Vanno a messa
alle 6 del mattino e poi in fabbrica. Le persecuzioni più
dure avvengono nelle campagne, dove sono facilmente
individuabili. Di recente sono venuto in possesso di un
documento dell’Istituto di propaganda che ordina di
rafforzare l’insegnamento dell’ateismo come religione di
Stato. È vietato parlare di fede ai ragazzi prima dei 18
anni. Per il catechismo fino a quell’età sopperiscono i
genitori. Ai seminari è imposto l’obbligo di inserire il
marxismo fra le materie. Ciò nonostante ogni anno si
registrano 150.000 conversioni adulte. I vescovi sono 117,
di cui una settantina riconosciuti dal governo. Tre sono
scomparsi nelle prigioni e di loro non si sa più nulla da
anni, altri dieci vivono agli arresti domiciliari. Le
persecuzioni colpiscono tutte le religioni. Nella sola
provincia dello Zhejiang in un anno il governo ha abbattuto
con i bulldozer più di 450 fra chiese cattoliche e
protestanti, templi buddisti e taoisti”.

Possibile che il nostro presidente non abbia sentito il
dovere di alzare la voce sui diritti umani calpestati?
“È significativo ciò che ha scritto Sergio Romano sul
Corriere in risposta a un lettore: “Che cosa sarebbe
accaduto se Ciampi avesse rimproverato ai suoi interlocutori
la persecuzione dei dissidenti o lo sfruttamento del lavoro
minorile? Avrebbe perduto qualche buon affare a vantaggio
dei nostri concorrenti””.

Realpolitik.
“Prima dello sbraco totale, con la cancellazione
dell’embargo sulle armi, a Pechino il capo dello Stato è
andato persino a prosternarsi nel Tempio di Confucio. Ma s’è
ben guardato dal visitare il Tempio dei Lama che dista
appena 100 metri. Mi ha stupito. E dire che si proclama
cattolico e amico del Papa. Era domenica: anche in forma
privata, senza fanfara, avrebbe potuto entrare in una chiesa
cattolica”.

Occhio. Le è già capitato di perdere la direzione di
un’agenzia…
“Sono contento. Adesso la sala stampa vaticana e Navarro
Valls tutte le volte che arrestano un vescovo cinese
lanciano un appello per la sua liberazione”.

Visitare il Tempio di Confucio è un atto politico?
“Non per nulla il governo finanzia le scuole di
confucianesimo, una dottrina morale che esalta il valore
dell’obbedienza verso le autorità costituite e il rispetto
del ruolo che ti viene assegnato nella società”.

Com’è possibile che questo Paese sia passato dalla lunga
marcia di Mao, dal libretto rosso, dalla rivoluzione
culturale, alla richiesta ufficiale di celebrare in Cina il
concorso Miss Universo 2005?
“Come ha fatto il maoismo a imporsi? S’è presentato come la
religione di un semidio, Mao, che faceva il bello e il
cattivo tempo, permetteva ai cavoli di crescere rigogliosi e
in privato viveva come un imperatore. Un dio taoista, da
pregare, ma anche un dio buddista, con quel suo predicare
l’abnegazione verso il popolo, la sobrietà, la frugalità
monastica. Così ha attecchito il marxismo. Quando i cinesi
hanno capito che il “grande balzo in avanti” aveva provocato
solo milioni di morti, la fiducia nei poteri taumaturgici
dell’imperatore è crollata. Il resto viene per reazione e
passa attraverso la riscoperta dell’individualità a lungo
repressa. Pensi solo alle cure estetiche: le nuove
generazioni vanno dai chirurghi per farsi allargare gli
occhi a mandorla e rimodellare il naso, in modo da averlo a
punta, alla francese. La ricerca religiosa diventa un
anelito di assoluto dentro questa umanità”.

Mi sa dire perché, stando a un sondaggio della Bbc inglese,
i cinesi risultano i più ottimisti del pianeta e gli
italiani i più pessimisti?
“I cinesi, cresciuti nel taoismo, vedono nelle cose che
vanno storte un incentivo a raddrizzarle. In più sono un
popolo giovane che torna a credere in Dio dopo oltre mezzo
secolo di comunismo. Gli italiani invece stanno diventando
atei e materialisti, hanno strappato via le radici della
loro speranza, sono spaventati persino dall’idea di fare un
figlio. Per noi profitto e carriera non sono nemmeno più
scopi di vita, ma solo squallidi passatempi nell’attesa che
venga il nulla”.

di Stefano Lorenzetto – Il Giornale 6.2.2005