(il Giornale) Il matrimonio gay grimaldello per il diritto islamico?

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I matrimoni gay e il dilemma dei musulmani


di Massimo Introvigne (il Giornale, 1 luglio 2005)

Con il voto favorevole della Camera – quello del Senato non c’è ancora, ma è scontato – il Canada è diventato di fatto il terzo Paese al mondo, dopo l’Olanda e il Belgio, e ieri la Spagna, a introdurre il matrimonio per gli omosessuali. In Canada il partito conservatore si è opposto alla legge, e spera di trasformare il diffuso dissenso contro la misura in una richiesta di elezioni anticipate, dove conta di rovesciare il governo in carica del partito liberale, che peraltro non ha la maggioranza in Parlamento e deve governare con i separatisti del Québec. L’aspetto più interessante della vicenda canadese è che il leader conservatore, Stephen Harper, ha lanciato la sua campagna per elezioni anticipate che consentano al suo partito di tornare al potere, e abolire immediatamente la legge sul matrimonio gay, in un discorso tenuto di fronte all’assemblea della maggiore organizzazione islamica del Paese.

I musulmani sono unanimemente contrari – se si eccettua qualche intellettuale veramente isolato – a qualunque ipotesi di matrimonio omosessuale. In molti Paesi musulmani, anche relativamente «laici» ed economicamente avanzati come la Malaysia, la stessa pratica dell’omosessualità costituisce un reato. È anche vero che la crescente immigrazione rende i voti musulmani decisivi per la vittoria elettorale in Canada, dove le elezioni si giocheranno all’ultimo voto. Ma lo stesso vale per il Belgio – dove manifesti in arabo sul tema del matrimonio omosessuale hanno cominciato ad apparire per le strade chiedendo voti per l’opposizione – e in prospettiva futura, su scala assai maggiore, in Francia, dove Sarkozy ha già iniziato a chiedere il voto musulmano in nome, fra l’altro, della sua opposizione al matrimonio gay.


I musulmani si trovano presi però in uno strano dilemma. Gli oppositori del matrimonio omosessuale sono in genere conservatori, filo-americani e sostenitori di politiche restrittive in tema di immigrazione. Per queste ragioni il voto musulmano in Canada, in Francia e in Belgio è finora andato a sinistra. Ma sulla questione del matrimonio omosessuale – che per i musulmani è teologicamente decisiva – le cose possono cambiare. Lo ha capito George W. Bush che, nonostante l’Irak, ha lucrato un buon numero di voti musulmani timorosi, appunto, che una vittoria dei democratici portasse all’introduzione per legge federale del matrimonio gay negli Stati Uniti.


Ma non tutti i musulmani la pensano nello stesso modo. In Canada alcuni leader di tendenza fondamentalista – paradossalmente – suggeriscono di non opporsi al matrimonio gay ma di cogliere l’occasione perché, in un Paese dove i liberali hanno già concesso ai musulmani di fare giudicare da tribunali privati che applicano la legge islamica le questioni di diritto familiare, sia riconosciuta una pluralità di modelli familiari alternativi, compreso quello coranico della poligamia. Il dibattito interno alla comunità musulmana ha una posta in gioco molto alta, che va molto al di là del Canada. Il tema del matrimonio gay può essere l’occasione per costruire un’inedita alleanza fra conservatori cristiani e musulmani, rimescolando le carte della politica di tutti i Paesi dove il numero di elettori islamici è significativo. Altri leader islamici, al contrario, possono essere tentati di cogliere l’occasione del matrimonio omosessuale per chiedere che le sinistre, se vogliono il loro voto, facciano ancora un passo in avanti e riconoscano anche la poligamia.