(il Giornale) I sessant’anni di don Camillo

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DON CAMILLO, IL PICCOLO PRETE CHE HA ESORCIZZATO IL ’68


di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Quando venne alla luce, il 28 dicembre di sessant’anni fa,
don Camillo non immaginava certo che la sua sarebbe stata la
generazione del sessantotto.
Chissà quanti compagni di seminario ha visto trasformarsi in
preti contestatori o, magari, solo in contestatori. E chissà
quanto ci ha sofferto, lui che non ha mai smesso di portare
la tonaca, di recitare il breviario e di obbedire al Papa.

Se le cose sono andate così, lo deve a Giovannino Guareschi,
il suo padre letterario.
L’antivigilia di Natale del 1946, lo scrittore si trovava
nella tipografia milanese della Rizzoli dove stava
trafficando per chiudere Candido, il settimanale di cui era
direttore.
Bisognava tappare un buco in fretta se si voleva che il
giornale fosse in edicola il giorno 28. E il destino volle
che Guareschi facesse ciò che solo la rapidità del
giornalista e il genio del narratore riescono a concepire in
una tale circostanza: prese un racconto che aveva scritto
per Oggi, il settimanale della Rizzoli con cui collaborava,
lo cavò dalla pagina già composta e lo fece ricomporre in un
corpo più grosso per il Candido, che così fu pronto per
andare in stampa.
A Oggi ci avrebbe pensato nella mezz’ora successiva.

Il racconto si intitolava Don Camillo e cominciava così:
«Don Camillo, l’arciprete di Ponteratto, era un gran brav’uomo…».
Ora, con l’incipit leggermente modificato, apre la prima
raccolta in volume di Mondo piccolo con il titolo «Peccato
confessato».
La storia è quella ormai celebre dell’assoluzione con
annessa pedata nel sedere sparata da don Camillo a Peppone.
Quando uscì il 28 dicembre, ebbe un tale successo che
costrinse il suo autore a scriverne altri, fino arrivare
alla bella cifra di 346: l’intera saga di Mondo piccolo,
che, se Candido non fosse stato in affanno per la chiusura,
probabilmente non avrebbe mai visto la luce.
Scampato quel pericolo, oggi don Camillo continua ad avere
un esercito di lettori. E non si tratta solo di vecchi
arnesi affezionati alla propria giovinezza: ammesso e non
concesso che questa possa essere considerata una categoria
di ammiratori di cui vergognarsi.
Ma si tratta anche di giovani che, attraverso le storie
raccontate da Guareschi, scoprono un’Italia di cui nessuno
ha mai parlato loro a scuola e, magari, neanche in chiesa o
all’oratorio. E non basta. Questi nuovi lettori scoprono la
bellezza di un mondo in cui, pur tra le difficoltà della
vita, le cose vanno per il verso giusto perché quel luogo è
fatto apposta per accogliere la Grazia.
Per la prima volta, si trovano a passeggiare per le contrade
di un universo capace di mostrare agli uomini quanto siano
belli e quanto grande sia il loro destino: basta solo che
abbiano l’umiltà di aprire la loro anima al soffio eterno
del Creatore.
Quel soffio che corre lungo il Grande Fiume e pulisce l’aria
per riempirla di invenzioni impastate di terra e di cielo
come raramente capita di trovarne nella letteratura
contemporanea.

Non è un caso se don Camillo, nei suoi sessant’anni di vita,
dopo aver trovato milioni di lettori, incontra anche uomini
che vorrebbero addirittura farsi suoi parrocchiani.
Una decina d’anni fa, l’università di Padova commissionò un
sondaggio sul sacerdote ideale e, naturalmente, stravinse il
parroco guareschiano. Non ci fu uno straccio di prete
progressista e contestatore capace di tenere il suo passo.

Questo, del resto, lo aveva previsto il suo stesso inventore
nel 1966.
In quell’anno Guareschi scrisse per Oggi una storia
intitolata Don Camillo e la ragazza yé-yé, poi uscita
incompleta in volume con il titolo Don Camillo e i giovani d’oggi
e, quindi, opportunamente reintegrata a cura di Alberto e
Carlotta Guareschi in Don Camillo e don Chichì.
Il filo conduttore della vicenda è il serrato confronto tra
il vecchio pretone e il giovane don Chichì, arrivato in
paese con il suo spiderino rosso per spiegare a don Camillo
che, come stabilito dal Concilio Vaticano II, i tempi sono
cambiati ed è venuto il momento di aggiornarsi.
Sollecitato dai superiori, il vecchio prete lascia che il
nuovo curato, leggendo i segni dei tempi, si dia da fare per
ammodernare la parrocchia.
Ma, a forza di demitizzare, di svecchiare, di cercare ciò
che unisce e lasciare ciò che divide con l’illusione di
conquistare i lontani, il poveretto finisce per rimanere da
solo.
I vecchi se ne vanno perché preferiscono farsi insultare da
Peppone, che, almeno, è un comunista come si deve.
I nuovi non si vedono perché diffidano delle imitazioni e,
pure loro, preferiscono tenersi stretto Peppone.

Il motivo del fallimento, spiega Guareschi, è molto
semplice.
Don Chichì, nella smania di buttare via l’acqua sporca,
ammesso che lo fosse, ha gettato anche il Bambino: quello
nato a Betlemme due millenni fa.
Un prete senza Gesù Cristo non va da nessuna parte e don
Camillo lo spiega in un dialogo drammatico al suo curato.
«Reverendo – urla don Chichì – questa è l’ora della verità e
bisogna dire pane al pane e vino al vino!». E il vecchio
parroco risponde: «Pericoloso dire pane al pane e vino al
vino là dove il pane e il vino sono la carne e il sangue di
Gesù».

Ma questo è un banale discorso da prete, da uomo che si è
fatto sacerdote per vocazione. E don Chichì, purtroppo, ci
tiene a far sapere che ha preso, si fa per dire, la tonaca
per ben altri motivi: «Io – spiega – sono sacerdote non per
ispirazione, ma per ragionata convinzione».
Un fior di assistente sociale, insomma. Ma gente di sana e
robusta costituzione spirituale come quella di Mondo piccolo
non può prendere sul serio questo giovanotto che, avendo
rinunciato a Cristo, può offrire al prossimo solo la propria
disperazione e le proprie miserie.

Fa ben sperare, pur nel desolante panorama di oggi, che don
Camillo abbia tanti lettori.
È segno che, nonostante il triste attivismo dei troppi don
Chichì, uomini di sana e robusta costituzione spirituale ve
ne sono ancora. Tutta gente che si fida dei vecchi parroci e
la pensa proprio come Guareschi quando dice:
«I vecchi parroci, anche quelli col cuore tenero, hanno le
ossa dure e per questo la Chiesa di Cristo che grava
principalmente sulle loro spalle resiste a tutte le bufere.
Deo gratias».

QUELL’UOMO LIBERO FINITO IN CARCERE PER LE SUE IDEE
Giovannino Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1 maggio
1908 – Cervia, 22 luglio 1968) è stato giornalista e
scrittore umorista.
La sua creazione più famosa è Don Camillo, il parroco che
parla col Cristo dell’altare maggiore e ha come antagonista
il sindaco comunista del paese, Brescello, l’agguerrito
Peppone.
Corteggiato dalla politica, sia a destra che a sinistra,
Guareschi è stato prima di tutto un uomo libero.
Egli criticò e rese oggetto di satira i comunisti, che lui
definiva trinariciuti (la terza narice serviva a far uscire
il cervello e far entrare le direttive di partito), ma
criticò, soprattutto dopo le elezioni del 1948, anche la
Democrazia cristiana, che a suo parere non seguiva i
principi cui si era ispirata.
Nel 1954 Guareschi fu accusato di diffamazione per avere
pubblicato sul Candido due lettere di De Gasperi (allora
capo del governo) risalenti al 1944, nelle quali De Gasperi
avrebbe chiesto agli Alleati di bombardare Roma.
Fu condannato a 12 mesi di carcere in primo grado.
Per coerenza si rifiutò di ricorrere in appello (fu
incarcerato a Parma) e di chiedere la grazia.

Il Giornale n. 51 del 2006-12-25 pagina 24